PIETRAMALA (FIRENZUOLA-FIRENZE) UN LUOGO DI VILLEGGIATURA, DOVE OGNI ANNO VENIVA IN VACANZA IL CELEBRE PITTORE ‘MACCHIAIOLO’, TELEMACO SIGNORINI

PIETRAMALA (FIRENZUOLA-FIRENZE) UN LUOGO DI VILLEGGIATURA, DOVE OGNI ANNO VENIVA IN VACANZA IL CELEBRE PITTORE ‘MACCHIAIOLO’, TELEMACO SIGNORINI
In villeggiatura con poeti, artisti e il celebre pittore macchiaiolo Telemaco Signorini.
Ognuno sogna come può e, quando si tratta di sognare a occhi aperti, ognuno sogna come vuole. Certo, gli americanofili incalliti sognano la California: esiste anche la famosa canzone “California dreaming”che è stata canticchiata da tutti durante gli anni ’60. Non me ne vogliano gli americanofili, specialmente quelli che si riempiono la bocca con le parole “New York”, “Holliwood”, “California”. A costoro dire che qualcuno sogna Pietramala può sembrare un’eresia, una mancanza di rispetto verso quelle località americane, ma per me, vi assicuro, sognare Pietramala è molto di più che sognare la California, New York o Holliwood o Las Vegas. D’altronde non sono l’unico, sono in buona compagnia, a cominciare da poeti famosi, dal grande pittore macchiaiolo Telemaco Signorini, oppure dal poeta Diego Garoglio, che cantava così Pietramala:
O Pietramala gemma custodita
dal Canda, da Montòggioli, dal Beni
t’amo pei giorni liberi e sereni
che donasti e ancor doni alla mia vita,
quando l’anima stanca inaridita
dai cittadini inganni odie e veleni
cerca un rifugio sui tuoi poggi ameni,
e vi ritrova la sua rifiorita. Ecc.

Ma anche Goethe, nel suo viaggio in Italia dall’agoosto 1786 all’aprile 1788, descrive così la campagna intorno a Pietramala: “questo Appennino forma ai miei occhi una porzione di mondo degna di nota…..Crescono qui molto belli i castagni, ottimo v’è il frumento, e le biade son già d’un verde dolcissimo”. Ma, come dicevo, soprattutto Telemaco Signorini rimane affascinato da questo paese, che regolarmente ogni anno nei mesi caldi, viene quassù a respirare un po’ d’aria buona e, dato che era uno dei maggiori pittori e letterati macchiaioli, fra un dipinto e l’altro, non manca di arricchire il suo Zibaldone, di qualche bella e pungente poesia come questa:

Icché tu vò sposà! Fammi ippiacere
Se tu se’ pieno d’anni e di calie !….
O che gli ‘o tu mettere costie
Tu l’ha ‘n Pellicceria sempr’a diacere.
Egli è coda di gatto… un fà pazzie!….
Ti gonfia e non t’assoda pe’ godere…
E un c’è né medicina né droghiere
Quando gli ha iccapo alle coglionerie
Gli è come i’ misurin de’ bruciatai
E gli sta a riposà sulle ballotte
Senti iddotò Menanni casomai.
Chi è vecchio, caro mio sai come fotte?
Cande si sente di piscià, ma oramai
Ti piscia sui ciglioni e buona notte.
(Traduzione: Cosa? Ti vuoi sposare? Fammi il piacere/Tu sei pieno di anni e di malanni!…/O cosa gli vuoi mettere costì/Ce l’hai in pellicceria sempre a giacere/E’ come una coda di gatto…non far pazzie!…Si gonfia e non assoda per godere/E non c’è medicina né droghiere/Quando ha il capo alle coglionerie/è come il misurino dei caldarrostai/Sta a riposare sulle castagne/Senti casomai il Dottor Menanni/Chi è vecchio caro mio sai come fotte?/Quando si sente di pisciare, ma oramai/ti piscia sui ciglioni e buona notte).
Telemaco Signorini, ritrova a Pietramala, nei suoi soggiorni, la verve poetica e tanta voglia di vivere e di lavorare. Oltre a fare vari disegni, fra questi uno bellissimo: Il corso Giovanni Villani a Firenzuola, Telemaco realizza qui a Pietramala tre bellissimi paesaggi, tre pitture ad olio su tavola, uno intitolato Pascolo a Pietramala, in cui si vedono alcune mucche al pascolo sullo sfondo del Monte Beni e un bimbo in primo piano, seduto sul prato, con in mano alcuni fiorellini. Un quadro questo caratterizzato da un colorismo delicato, tenue, da una luce intensa e diffusa che mette in risalto ogni particolare. Sopra il monte, un bellissimo cielo blu ceruleo, invita alla pace, alla distensione, invita a….sognare. L’altra tavola, sempre intitolata Pascolo a Pietramala, è anch’esso un olio su tavola di medie dimensioni. La scena è sempre un prato in primo piano con tre mucche che pascolano beate su un manto di erbolina fresca e fiorellini variopinti. Sullo sfondo due antichi rustici, tipici di questa zona, con i tetti in lastre di pietra. In questa pittura però il Signorini risente un po’ dell’ambiente d’oltre Alpe, ad esempio i paesaggi a Combe-la-Ville, oppure le case di Parigi o di Leith. La terza pittura è un olio su tela intitolato Fine d’agosto a Pietramala. In questa pittura, dalla luce intensa, dai colori solari. si vede un muro di cinta, quello forse del giardino della sua casa, con un cane e disteso sul muretto. Tutt’intorno è luce, e sullo sfondo la strada che conduce al Peglio, con i monti ed un cielo iridescente, con appena qualche nuvoletta ad annunziare l’approssimarsi di settembre. Telemaco, in questo ambiente, con gli amici artisti, passa momenti indimenticabili. A un certo Mago Chiò aveva detto: “Se ci vai in agosto (a Bologna ndr) a trenta miglia (da Firenze ndr) domanda di me in un paese chiamato Pietramala e mi ci troverai….” Ma Telemaco a Pietramala non amava solo disegnare e dipingere, amava anche guardare le belle signorine. Per una di queste aveva scritto la seguente poesia:
Da retta che ragazza! Bacco ruffiano!
Mi par ieri l’era piccinina;
Te ne rammenti Cecco di Trespiano?
La ci enne da se pe’ la manina,
L’era, Bacco d’un cane, viva l’Agatina,
E vu stavi su Ipprato, ai primo piano,
E fu qué l’anno che sposà l’Annina
Ch’era rimasta vedova di Tano
E poi cande e’ fu morto issù figliolo,
S’andò con Galibardi, Bacco lezzone
A mandà via e’ tedeschi dai Tirolo…
Ma tu mi dici l’ha qui cuffione
Tutto bianco che pare un toagliolo?
L’è passaca, Bacco d’un can, a comugnone
In un’altra poesia parla di cocottes e di protettori:
Che ti pigli un tremoto che t’ammazzi
Ocché ti lei ora Crementina?
porca m….c’è la francesina
che t’ha fatto digià cinque o se’ caz…
Oicché fa qui signo’ dalla bracina?
Tun le edi icche fa? Piglia e’ palazzi
che son più antichi con que’ su terrazzi
pis…pis…la vadia su c’è una bambina…
La francesina poi l’è sempre lì
a rivogare a tutti i’ nisse nisse
Vien donc tremper la soupe, mon cheri
L’ha tu sentica eh ? Come e si disse
Ti pigli un accidente da morì
Mais viens donc dans le bras de mes cuisses
Per concludere una poesia di Nedo Domenicali, poeta contemporaneo, che decanta la sua bella Pietramala:
Il bel paese dell’Alto Mugello
seimila metri poi siamo in Emilia
venitelo a vedere quanto l’è bello
un panorama ch’è una meraviglia.
Due bar, un ristorante, un bel castello
che tanti vogliono e nessuno piglia
se comprarlo è modesto il costo
troppo ci vuole per metterlo a posto.
Si mangia fiorentine e misto arrosto
ben conosciuto all’albergo Gualtieri
acqua sorgiva e vino di buon mosto
conferma abbiam da tanti passeggeri.
Che han conosciuto il buon cuoco tosto
gestor del ristorante fino a ieri
con Montebeni, Montoggioli e Canda
chi viene torna ed altri amici manda.
Un invito quindi ai cari amici del Galletto, mugellani e non, a recarsi a Pietramala per fare una bella vacanza o almeno…..una bella scorpacciata di prodotti genuini.
Paolo Campidori

I PIANCALDOLESI AMMETTONO, “A BOCCA STORTA” (O A “COLLO TORTO”), CHE L’INVENTORE DEL BAROMETRO, EVANGELISTA TORRICELLI FOSSE LORO CONCITTADINO

I PIANCALDOLESI AMMETTONO, “A BOCCA STORTA” (O A “COLLO TORTO”), CHE L’INVENTORE DEL BAROMETRO, EVANGELISTA TORRICELLI FOSSE LORO CONCITTADINO

PIANCALDOLI: LA CHIESA DI EVANGELISTA TORRICELLI?
Nella bellissima piazzetta di Piancaldoli dove si affaccia la chiesa di Sant’Andrea Apostolo, c’è anche una bellissima fontana che a getto continuo, estate e inverno, eroga acqua freschissima e abbondantissima, che esce dalle viscere della montagna. Proprio sopra questa bella fontana monumentale si legge il cartello: “PER ONORARE EVANGELISTA DI GASPARE TORRICELLI DI PIANCALDOLI, CASTELLO DELLA ROMAGNA FIORENTINA, INVENTORE DEL BAROMETRO E DELLA MISURA DELLA CICLOIDE. N. 15 OTT. 1608 M. 25 OTT. 1643”. Il mese di ottobre deve essere stato fatale per il nostro inventore, poichè in quel mese è nato e morto. Inoltre notiamo che lo stesso è morto all’età di 35 anni. Nonostante la vita di Torricelli sia stata breve, a lui si deve una delle massime scoperte che sono andate a vantaggio dell’umanità, il barometro. Senza questo strumento, oggi, non sarebbe possibile fare previsioni del tempo con un’esattezza quasi matematica. Oggi sappiamo tutti usare il barometro e tutti sappiamo che a una calo della pressione corrisponde un afflusso di aria fredda e umida che immancabilmente porterà il cattivo tempo. Diversamente, invece succederà per un aumento della pressione. Se oggi noi dobbiamo levarci tanto di cappello di fronte a questo grande inventore, nel passato, invece, conoscendo i nostri vecchi contadini, queste invenzioni erano viste con un po’ di scetticismo. I nostri vecchi, si sa, che si affidavano a conoscenze empiriche per dire che farà bello oppure pioverà. Essi si affidavano soprattutto ai proverbi. Ne cito un paio tanto per fare un esempio: “Quando ha tonato e tonato, bisogna che piova”, “Quando il gallo beve di state, tosto piove”, oppure “Quando i nuvoli vanno in su, to’ una seggiola e siedivi su; quando i nuvoli vanno al mare, to’ una vanga e vai a vangare”, ancora: “Aria rossa da sera buon tempo mena”, ecc. Non è che questi saggi proverbi fossero da sottovalutare, tutt’altro, la loro validità derivava dall’esperienza tramandata di padre in figlio, dalla conoscenza davvero notevole che accumulavano, stando sempre in contatto con la natura, con gli animali, con le piante, ecc. Ma il mondo, si sa va avanti, e un bel giorno, un abitante piancaldolese scopre il rapporto costante fra una colonnina di mercurio e la pressione atmosferica che varia se sei a livello del mare, oppure se sei in montagna. Ecco quindi scoperto che le variazioni che avvengono tenendo il barometro nello stesso luogo daranno indicazioni sull’alta e bassa pressione e di conseguenza sull’approssimarsi di un temporale oppure di un bel tempo stabile, con cielo sereno, ecc. L’altra importante scoperta del Torricelli riguarda la misura della cicloide: possiamo dire in proposito che la cicloide è la curva descritta da un punto appartenente a un cerchio il quale ruoti su una retta. I piancaldolesi sono fieri di annoverare cotanto ingegno fra i loro popolani illustri che vissero nel passato. Supponiamo che Evagelista Torricelli fra un’invenzione e l’altra, abbia trascorso anche ore spensierate, nel proprio paese, magari a giocare a carte ai dadi, in una antichissima osteria, che esiste tutt’ora che ha, fra i suoi arredi architettonici, due bellissimi caminetti di pietra, uno di questi è rinascimentale e porta al centro un bellissimo stemma con raffigurato un galletto. Saranno contenti i nostri amici del giornale che forse vorranno andare a vederlo. Il nostro Evangelista, dato che allora, la gente era molto religiosa sarà andato anche in chiesa, nella chiesa intitolata appunto a Sant’Andrea Apostolo. Però di quella chiesa antichissima non è rimasto che pietra su pietra, nel senso che un bel giorno nel 1922 i piancaldolesi, volendo costruire una chiesa più grande, per sopperire all’incremento della popolazione, hanno deciso di fare una nuova, questa volta non più romanica o rinascimentale ma in stile neogotico, secondo la moda d’inizio novecento dominata da un eclettismo architettonico Della chiesa vecchia rimangono poche testimonianze, doveva essere bellissima, a giudicare dai pochi reperti pervenutici, quali, due capitelli corinzi, che sono inseriti in un muro a lato della chiesa. Pur essendo “moderna” la chiesa conserva all’interno opere d’arte notevoli che provengono da chiese e oratori vicini. Una di queste è una pittura a fresco proveniente dall’Oratorio dell’antico ospedale di Sant’Antonio Abate. Raffigura la Madonna in trono col Bambino, alla sua destra Sant’Antonio e Abate e alla sua sinistra San Domenico. Si tratta di un affresco staccato, ritenuto di scuola fiorentina della seconda metà del XV secolo. Altra opera notevole è una scultura del sec. XVI che proviene dall’Oratorio di Mercurio, presso Giugnola. La statua raffigura San Domenico, che sulla fronte ha una stella a otto punte, mentre legge un libro. La stella è l’attributo del Santo. Questa doveva essere posta in alto, sulla facciata dell’Oratorio. Sempre nella chiesa è conservato il Marzocco, scultura originale del 1490, forse dono dei fiorentini a Piancaldoli, quando i paesani decisero di sottomettersi definitivamente a Firenze. E’ un leone accucciato sulle zampe posteriori, simbolo della città di Firenze. Ha la bocca spalancata. E’ un po’ rovinato in quanto la scultura era sistemata nella piazza al clima non certo facile di questa bella zona dell’Alto Mugello. Adesso nella piazza è stata sistemata una copia, che come l’originale, guarda verso Firenze, e ciò sta a significare che i piancaldolesi da quel giorno non guardano più alla Romagna ma a Firenze e alla Toscana. Noi ne dobbiamo essere orgogliosi. Altra opera notevole nella chiesa è un paliotto d’altare in scagliola con al centro uno stemma raffigurante un leone rampante sovrastato da tre piccoli gigli. Le decorazioni del paliotto sono a racemi con fiori, frutta e piccoli passerotti. Questo è Piancaldoli, un paese dell’Alto Mugello, che offre a chi lo visita sensazioni uniche: paesaggistiche, storiche, artistiche, e non ultimo, offre i suoi prodotti genuini della terra e dell’allevamento.
PAOLO CAMPIDORI

CATERINA SFORZA, I PAZZI, PAPA SISTO IV, IL POTERE, I COMPLOTTI DEI MEDICI, FORNISCONO IL MOTIVO A CATERINA,. DETTA “LA VIRAGO” PER RIFUGIARSI NEL SUO CASTELLO DI PIANCALDOLI

CATERINA SFORZA, I PAZZI, PAPA SISTO IV, IL POTERE, I COMPLOTTI DEI MEDICI, FORNISCONO IL MOTIVO A CATERINA,. DETTA “LA VIRAGO” PER RIFUGIARSI NEL SUO CASTELLO DI PIANCALDOLI

Pazzo è chi ha male al cervello. Questa parola deriva dal latino “patiens” che significa sofferente, cioè una persona che patisce. Pazzo, di nome e non di fatto, era l’antenato della nobile famiglia fiorentina, appunto dei Pazzi, che alla conquista di Gerusalemme nel 1089, aveva portato a Firenze tre pietre del Santo Sepolcro. Quelle pietre, secondo un’antica usanza fiorentina, venivano condotte il Sabato Santo per le vie di Firenze. La famiglia dei Pazzi apparteneva ad una antica nobiltà del contado entrata nel commercio al momento degli Ordinamenti di Giustizia e, alleati a Cosimo, si erano affiliati al partito “popolare”. Per salvaguardarsi dalla tirannia del partito al potere era indispensabile allearsi ai potenti Medici. Questo era stato per decenni il loro gioco. Andrea, il loro capo, era stato membro della Signoria nel 1439 ed era divenuto un banchiere assai ricco e mecenate. Aveva finanziato il Capitolo di Santa Croce, costruito da Brunelleschi, da allora noto con il nome di Cappella Pazzi. Cosimo dei Medici stimò conveniente un’alleanza con banchieri che erano spesso suoi concorrenti, tanto da far sposare sua nipote Bianca, sorella di Lorenzo, a Guglielmo dei Pazzi. Ma questa pace doveva ben presto finire fra le due famiglie. I Pazzi, come i Medici, avevano una succursale romana della loro banca o Tavola. Il Papa Sisto IV, della famiglia Riario, chiese ai Medici un finanziamento di 30.000 ducati (40.000 secondo altra fonte) per garantire l’acquisto della Contea di Imola in favore del nipote Girolamo Riario. I Medici non vedevano di buon occhio questa operazione in quanto avrebbe permesso a Girolamo Riario di costituire uno Stato che rappresentava un pericolo sicuro per la Toscana. Rifiutatisi i Medici, fu Francesco dei Pazzi, detto Franceschino, a concedere a Sisto IV tale prestito e, per riconoscenza, il Papa concesse il monopolio dell’allume (miniere della Tolfa) e la carica di depositario pontificio, prima spettanti ai Medici, alla famiglia Pazzi. Per questo suo folle gesto Francesco dei Pazzi venne accusato di tradimento e costretto a fuggire. La famiglia Pazzi subì in seguito confische e attacchi d’ogni genere da parte dei Medici. Il desiderio di vendetta portò alla sconsiderata “congiura dei Pazzi”, che si concluse con l’uccisione di Giuliano, fratello di Lorenzo, durante la messa domenicale in Duomo. Ma i Pazzi non avrebbero potuto portare da soli a compimento la congiura se non avessero avuto l’avallo di Papa Sisto IV Riario e del nipote Girolamo Riario, il quale non contento del giovane principato che egli tentava di formare a Imola, avrebbe voluto diventare, grazie anche all’appoggio dello zio Papa, il Signore di Firenze. Il complotto, ordito con tanta meticolosità, riesce solo in parte. Giuliano muore come Cesare con 21 coltellate e Lorenzo si salva per miracolo, anch’egli ferito leggermente per mano di due sacerdoti appartenenti a una famiglia nemica dei Medici, i Salviati. La città, a seguito di questo fatto di sangue, non solo non si solleva contro la tirannia medicea, ma anzi ne prende le difese al grido di “Palle, Palle”. La congiura costerà cara ai Pazzi, essi verranno appesi alle finestre di Palazzo Vecchio o decapitati. Girolamo Riario, nipote del Papa, aveva sposato Caterina Sforza, figlia naturale di Galeazzo Maria. Questa donna eccezionale risiede spesso nei suoi possedimenti di Imola e non di rado trascorre del tempo nella sua Rocca, in realtà munitissino castello, di Piancaldoli, che faceva parte della sua contea. Caterina per il coraggio dimostrato nel combattere per conservare ai suoi figli la loro eredità è considerata l’incarnazione della “virago”, l’eroina del Rinascimento. Ha sposato tre volte, e per tre volte è rimasta vedova. Girolamo Riario, autore con i Pazzi del complotto a Giuliano e Lorenzo, finirà anch’egli assassinato in una congiura nel suo palazzo di Forlì. Il secondo marito e, probabilmente suo amante anche durante la relazione con Girolamo, si chiama Feo, sposato segretamente, verrà anch’egli assassinato. Infine, Caterina sposa Giovanni dei Medici, su consiglio di Lorenzo dei Medici. Non si capisce bene questa mossa di Lorenzo il Magnifico: dare il proprio figlio in sposo alla moglie dell’uomo che aveva complottato con i Pazzi e ucciso l’amato fratello Giuliano. Evidentemente il Magnifico aveva dimenticato e perdonato, o forse la mossa corrisponde a giochi di potere così sottili che sfuggono alla nostra comprensione. Giovanni, poco prima di morire, le lascerà un figlio che diventerà in seguito un famoso condottiero: Giovanni dalle Bande Nere. Torniamo alla Rocca di Piancaldoli e agli anni felici in cui Caterina vi soggiornava e passava lunghissime ore piacevoli con l’unico uomo che aveva scelto per la sua vita, il giovane Feo. Gli altri due mariti le erano stati imposti o “consigliati” per interessi politici ed economici. La leggenda popolare vuole che ogni anno “la temuta guerriera, montata su un cavallo, armata di spada, nella notte di Natale, torni in quella vecchia Fortezza per osservare minacciosa la sottostante borgata”. Oggi di quella Rocca, una volta forte e potente, resta una sola torre, con una bellissima finestra tre-quattrocentesca. La torre è stata restaurata recentemente e vi si può accedere per una stretta stradina medievale, in località Poggio. Il 20 novembre 1490 la Comunità di Piancaldoli si sottomette definitivamente a Firenze e si obbliga di offrire “l’annuo tributo di un cero per la festa di San Giovanni”. Un leone, che raffigura il Marzocco fiorentino, è posto sulla pubblica piazza antistante la chiesa con il muso rivolto a Firenze. Questo sta a significare che Piancaldoli e la propria gente, da questa data in poi, guardano verso Firenze e non più verso Imola e la Romagna, pur restando un paese tradizionalmente legato per lingua, vita e costumi a quella meravigliosa terra che è la Romagna.
Paolo Campidori

PETROIO (MUGELLO-FIRENZE) UNA PIEVE “CON VISTA” SUL LAGO DI BILANCINO

 

PETROIO (MUGELLO-FIRENZE) UNA PIEVE “CON VISTA” SUL LAGO DI BILANCINO

Questa sigla, che ha origini marinare, significa nella lingua inglese da cui è derivata “Save Our Souls” che in italiano corrisponde a “Salvate le nostre anime”. Taluni dicono però che la sigla S.O.S. potrebbe avere un altro significato, e cioè “Save Or Sink” che in italiano significa “Salvi o Affondati”. E’ questa una di quelle sigle che subito ci fanno pensare a momenti di estremo pericolo, pensiamo ad una barca o ad una nave che sta per affondare. Se noi volessimo estendere il significato di tale sigla al nostro patrimonio artistico, storico e architettonico mugellano, noi potremmo benissimo immaginare che tale sigla può significare “Save Our Story”, vale a dire “Salvate la nostra storia”. Mi sembra che la preoccupazione dominante di oggi, e mi riferisco a coloro che sono preposti alla salvaguardia delle opere d’arte, ai cosiddetti “addetti ai lavori”, sia quella di salvaguardare le opere mobili, vale a dire i dipinti, gli arredi, le oreficerie, ecc. ecc. Cosa lodevole non c’è che dire. E per quanto riguarda gli edifici, vale a dire le chiese, le pievi cosa si fa? Qui il discorso si complica. Per le chiese che sono inserite in un agglomerato, vale a dire in un paese più o meno grande, si può tranquillamente dire che esse sono tenute bene, ben curate, restaurate, ecc. Il discorso cambia se invece parliamo di pievi illustri, tipo Camoggiano, Petroio che si trovano in aperta campagna e che, se qualcuno non interverrà tempestivamente, saranno destinate alla distruzione. Pessimismo? Niente affatto. Dicevo, prima, che siamo abbastanza solleciti a mettere in salvo le opere d’arte mobili; a tale scopo si sono creati anche dei musei parrocchiali, diocesani, ecc. Ma cos’è più importante la pittura, l’arredo, l’oreficeria o il tempio che le custodiva? Se volessimo fare un esempio si potrebbe paragonare il tempio, vale a dire la chiesa, la pieve ad una persona, e la pittura o un arredo qualsiasi a un monile che si regala a questa persona che potrebbe essere un braccialetto, un collier, un anello. Ora, mi domando, cos’è più importante il bracciale, l’anello o la persona alla quale queste cose sono destinate? In effetti, una pieve, una chiesina, potrebbe essere bellissima e interessantissima anche senza questi arredi. Se si osserva una chiesa romanica, prendiamo ad esempio quella di Borgo San Lorenzo, noi ci accorgiamo che la bellezza della chiesa sta proprio nella sua costruzione, nelle colonne, nei capitelli, negli archi, nelle absidi, nel soffitto a cavalletti di legno, nei portali, ecc. La chiesa sarebbe già bellissima così, senza pitture, senza sculture, senza affreschi. Essa sarebbe bellissima così, nelle sue linee pure, nel filaretto, negli archi a tutto tondo che i “magister comacini” costruirono, con basi solidissime, per durare tanto nel tempo. E’ la chiesa, l’edificio che è carico di storia, mentre l’arredo rappresenta solo un episodio della stessa. Sono stato alcuni giorni fa a visitare la chiesa di Petroio nel comune di Barberino. L’ultima volta che c’ero stato risale forse a una ventina d’anni fa. Facendo il giro del bellissimo lago di Bilancino, mi sono imbattuto in un cartello che indicava Petroio. Mi sono inerpicato per la stradina, asfaltata, e dopo un breve tratto sono giunto di fronte alla Pieve. Mi sono subito detto guardando il panorama: “Guarda un po’ che fortuna ha questa Pieve, e guarda che panorama si trova ad avere sotto di lei”. In effetti la Pieve domina tutto il lago di Bilancino, che quel giorno, data anche la bellissima giornata, era di un blu intenso e con le acque appena increspate da un alito di vento. E’ davvero straordinario guardare il lago di Bilancino da quassù! Poi mi sono diretto verso la chiesa, il cui piazzale antistante era chiuso da una catena. Ai bordi del vialetto d’accesso noto dei cartelli che dicono “Non calpestare i fiori”. Rimango alquanto sorpreso poiché io i fiori non li vedo affatto, anzi quello che io vedo sono erbacce e anche lunghe e folte. Dentro di me ho detto: “Pazienza, può capitare”. Faccio ancora qualche passo in avanti e mi trovo di fronte alla bellissima facciata della chiesa sulla quale stanno da secoli tre stemmi: quello di mezzo della famiglia Medici, e due ai lati che sono della famiglia Portinari che divennero patroni della chiesa dopo i Medici. In cima alla facciata e lungo i lati vedo il bellissimo coronamento di mattoni che contrastano mirabilmente con il colore delle pietre della facciata. Una catenella posta fra le arcate del portico indica che è meglio non superare tale barriera. Infatti sul terreno si notano dei frammenti di intonaco caduti sul pavimento. Questo per me è un brutto indizio, ciò significa che la chiesa comincia ad essere trascurata. Mi avvio verso la parte laterale sinistra e entro nel piccolo cimitero, che penso sia abbandonato ormai da anni. Guardando in alto verso la parete laterale della chiesa, quasi all’altezza dell’abside, noto che in quel punto il muro ha ceduto ed ha provocato un largo e profondo “spacco” che dal tetto arriva alla fondamenta. Mi sono subito reso conto che se non si interverrà tempestivamente la millenaria pieve di Petroio crollerà e con essa tutta la sua storia. Sembra, che questa “cretta” nel muro, sia da mettere in relazione con i lavori che sono stati fatti per il Lago di Bilancino, così mi è stato detto. Telefonando invece all’Istituto per il Sostentamento del Clero, che ha in gestione tutti questi beni immobili della Chiesa, mi hanno riferito che essi hanno la gestione del patrimonio, ma che le competenza del restauro è della Soprintendenza. A questo punto le cose si complicano. La Curia cede gli immobili, vale a dire le chiese canoniche ecc all’Istituto di Sostentamento del Clero; questo come Ente proprietario, vende, affitta, permuta, ecc., ma per il restauro degli stessi deve far capo alla Soprintendenza Beni Architettonici, la quale non possedendo fondi adeguati “bypassa” il problema e lo rimanda pari pari alla Curia. La Curia a sua volta lo rimanda all’Istituto di Sostentamento del Clero, questo a sua volta pone l’eccezione del danno dovuto ai lavori del Lago di Bilancino. E la nostra pieve di Petroio? Se ne sta lì buona buona ad attendere che magari torni un Medici o un Portinari…non si sa mai!
Paolo Campidori

BIBLIOGRAFIA E BIBLIOLOGIA: GLI ANTICHI MANOSCRITTI E TESTI DI STAMPA (CODICI) – ‘LEGGIAMO’ UN MANOSCRITTO ORIGINALE DEL 1400

BIBLIOGRAFIA E BIBLIOLOGIA: GLI ANTICHI MANOSCRITTI E TESTI DI STAMPA (CODICI) – ‘LEGGIAMO’ UN MANOSCRITTO ORIGINALE DEL 1400
Vicariato del Podere Fiorentino (Palazzuolo, Susinana, Piedimonte 1406-1615)

E’ stata veramente una “avventura” affascinante quella di aver frequentato l’Archivio di Stato di Firenze per un periodo di tempo abbastanza lungo. Io conoscevo l’Archivio ancora quando era collocato al Palazzo degli Uffizi al piano terreno, ed ebbi modo di frequentarlo in occasione di un evento tragico: l’alluvione di Firenze. A quei tempi io prestavo servizio presso la Soprintendenza Beni Artistici, vale a dire al piano superiore e già da allora si parlava di un probabile trasferimento in altra sede, viste anche le ristrettezze dell’ambiente ormai diventate inidonee per l’Archivio, e considerate anche le mire “espansionistiche” della Galleria degli Uffizi che ambiva a diventare con in famoso progetto “Grandi Uffizi”, la galleria più grande (e importante) del mondo. Ebbi modo allora di visitare le grandi sale a pianterreno, letteralmente “stipate” di volumi, codici, documenti di ogni genere, e rimasi esterrefatto dall’abbondanza di questi documenti. Se si pensa alla storia che studiamo (e qui ci vorrebbe un punto interrogativo) nelle scuole, viene veramente da ridere. Dalla storia che si insegna nelle scuole noi veniamo a conoscenza di una piccola parte di storia che riguarda l’Italia dalle origini fino agli ultimi tragici eventi del Fascismo. Tuttavia bisogna tener conto che quella che ci viene insegnata è storia per così dire “ufficiale”, un excursus storico dalle Alpi alla Sicilia, uniforme, e che non tiene conto di quella diversità storica cui sono state soggette nei tempi le nostre “regioni “ italiane. Basta pensare alla nostra Toscana del Medioevo, divisa in Feudi, Contee, ecc, e alla stessa al tempo dei Comuni: basta ricordare Firenze, Siena, Pisa, Lucca ecc.; alla Repubblica, alla Signoria medicea, al Granducato toscano, al governo austriaco dei Lorena, al Governo Francese, etc. etc. Ogni Regione italiana ha avuto le sue vicissitudini, molto, molto diverse dalla realtà toscana. Diventa dunque difficile parlare di storia nazionale, uniformando il tutto e tutti in un “unico” libro di testo valido dal Piemonte alla punta estrema della Sicilia. E allora nei libri di testo impari la storia delle grandi guerre: le guerre dei romani, le invasioni barbariche e le relative battaglie, i Franchi, le guerre delle investiture. In poche parole la storia equivale a storia delle guerre. Ma la realtà non è questa. Se si pensa che in un Archivio importante come quello di Firenze è concentrata la storia, ma la vera storia, di Firenze e della Toscana e per contenere tutti questi documenti non bastano chilometri di scaffalature, ti rendi conto dell’enormità e della complessità della materia storica. Ma non esiste solo Firenze: Siena ha il proprio archivio, e così lo hanno pure tutte le altre città toscane, ognuna di queste specializzata nella storia del proprio territorio. Ma non è finita qui poiché anche i comuni più piccoli hanno propri archivi. In Mugello non esiste Comune che non abbia un proprio archivio, talora importante, come Borgo San Lorenzo, Scarperia, Vicchio, Dicomano, ecc. Siamo arrivati al nocciolo della questione. Quanta storia del proprio territorio viene insegnata ai giovani delle scuole? Anche ammettendo che in questi ultimi tempi si faccia abbastanza per far conoscere la storia del territorio mugellano, si veda ad esempio l’istituzione di musei che trattano di archeologia, arte, artigianato, costume; pur tuttavia bisogna riconoscere che tutto ciò non è sufficiente. Anche se si sono realizzate, con grandi sacrifici, istituzioni museali, percorsi archeologici, manifestazioni culturali popolari, la diffusione di libri d’arte o di cultura in genere, (spesso ad opera di privati cittadini), bisogna dire che queste istituzioni, anche se condotte da volontari, spesso hanno il fine del lucro. E questo mi dispiace molto dirlo. Mi sono trovato in alcuni dei musei “diffusi” di fronte alla sorpresa di dover sostenere un biglietto d’ingresso talvolta “sostenuto”. Dico questo non per tirchieria, ma per il semplice motivo che sono stato sempre contrario a far pagare “cara” la cultura. Questo io lo sostenevo anche quando ero agli Uffizi. Mi controbattevano dicendo che se non si fosse fatto pagare il biglietto d’ingresso un poco salato, la Galleria si sarebbe riempita di “barboni” o pensionati che sarebbero venuti in quel posto unicamente per riscaldarsi. Trovo giusto che per la cultura si paghi qualcosa, ma che questa non debba diventare una tassa esosa o uno dei tanti balzelli tanto di moda in questo periodo. Forse, per limitare in certi musei l’enorme affluenza, sarebbe più giusto istituire un numero chiuso. Aberrante, a dir poco, è invece la tassa d’ingresso che si paga per entrare nelle chiese. Se dobbiamo pagare cara la cultura, quanto si dovrebbe pagare per entrare nell’Archivio di Stato di Firenze, dove la cultura, letteralmente, strabocca. E si tratta di cultura vera, non “ufficiale” come quella che studi sui libri di testo. Pergamene, incunaboli, manoscritti del Tre e Quattrocento, i primi libri stampati a Firenze, a Venezia, una raccolta incredibile di documenti notarili a cominciare dal Mille, tutto questo lo trovi all’Archivio. E’ vero, è difficile districarsi in questa selva di cultura, ma, è anche vero che il materiale a disposizione è così cospicuo e interessante che ti ripaga da qualsiasi fatica. Io consiglierei non solo a chi ha interessi di studio di recarsi almeno una volta all’Archivio di Stato di Firenze, proporrei questa esperienza a ogni singolo cittadino. In particolare gli studenti, già dalla tenera età dovrebbero rendersi conto di queste realtà, parlo anche degli Archivi comunali cosiddetti “minori”. Ma non voglio terminare questo articolo senza prima aver cercato di “leggere” un manoscritto dei primi anni del ‘400 relativo agli statuti di Palazzuolo. Si tratta di un volume rilegato e restaurato nel 1976. Questo libro contiene documenti che vanno dal 1406 al 1615. E’ rilegato in mezza pelle, secondo la maniera antica, vale a dire con la cucitura eseguita su “nervetti” (strisce di cuoio), i quali sono uniti alle tavole del libro per mezzo di fori. Le tavole sono in legno stagionato e sono ricoperte per circa la metà, come pure il dorso, da cuoio marrone. I “nervetti” compresi quelli alle estremità del dorso sono sei. Aprendo il libro, sulla tavola interna si notano tre etichette. Quella centrale indica la segnatura, cioè il titolo del libro e la sua collocazione, quella superiore indica il lavoro di restauro eseguito. In questo caso il manoscritto, ha subito un lavaggio in acqua e Lissapol, seguito da una deacidificazione con il metodo Barrow. La pagine sono state successivamente trattate con Glutofix, che è una sostanza collante e gli strappi e le lacune sono state colmate con l’ausilio di metilcellulosa. Il manoscritto è stato poi ricucito usando refe di lino. Il volume-manoscritto si compone di quattro libri riuniti insieme, scritti a penna con inchiostro di colore seppia. La carta antica è stata fabbricata da stracci di cotone ed è vergata e filigranata. Il disegno della filigrana è composto da tre cerchi con croce sottostante, oppure da tre cerchi con elsa di spada soprastante. Gli statuti di Palazzuolo comprendono un frontespizio scritto a penna e quattro libri che trattano: il primo di norme di carattere generale e statutario quale: “il giuramento del vicario, del salario da corrispondersi allo stesso, del modo di radunare i popoli del Vicariato del Podere (così era chiamato Palazzuolo), della pena di chi manca al consiglio”. Il secondo libro tratta: “della proprietà e del possesso dei beni, delle eredità, delle doti maritali, ecc”. Il terzo libro detta norme in materia di ordine pubblico che vanno da: “Del modo di punire i malefizi, della pena di chi assalisce con fatti e parole, della pena di chi gioca a dadi, della pena di chi spergiura, della pena del figliolo che non obbedisce al padre, della pena di chi non vada a spegnere il fuoco, della pena di colui che fa rumore presso la Chiesa, in tempo che si celebrano i Divini Uffizi, ecc. ecc.” Il quarto e ultimo libro tratta norme varie ad es.: “De beccaj (i macellai), della pena di chi ingombra il mercatale di Palazzuolo, della pena di chi entra in casa altrui, ecc”.
Spero di aver acceso abbastanza la curiosità del gentile lettore e spero che questi si rechi all’Archivio di Stato di Firenze per esaminare di persona il manoscritto e possibilmente studiarlo in ogni minimo particolare. Per facilitarlo lo informo sulla sua collocazione e cioè: Statuti delle Comunità Autonome e Soggette, Vicariato del Podere Fiorentino, Pezzo 624.
Paolo Campidori
Fontebuona, 25 gennaio 2002

DONATO DONATINI: UN PERSONAGGIO ‘STRAMBO’, MA, A DIR POCO, GENIALE; UN “ARCHIMEDE PITAGORICO” E UN POETA, DI PALAZZUOLO SUL SENIO

DONATO DONATINI: UN PERSONAGGIO ‘STRAMBO’, MA, A DIR POCO, GENIALE; UN “ARCHIMEDE PITAGORICO” E UN POETA, DI PALAZZUOLO SUL SENIO

Donato Donatini, poeta, valente fabbro artigiano, e perché no, Archimede Pitagorico: a lui si deve l’invenzione della trebbiatrice scomponibile e altri marchingegni. La maggior parte delle persone, specialmente i contadini e i vecchi mugellani, lo conoscono appunto e soprattutto per quella sua invenzione della trebbiatrice brevettata “modello Donatini”, che ben presto doveva essere però soppiantata da invenzioni più moderne. Pochi invece lo conoscono invece come poeta, e ancora meno lo conoscono come uomo. Sentiamo come Donatini dà una definizione di se stesso in una sua poesia, o meglio in una sua stramberia, scritta nel 1946, per Santa Lucia, scritta a suo nipote Giuseppe Alpigiani, avendogli mandato una paletta per sbraciare il fuoco del suo calderone: “la fece un pazzerel ch’era mio zio”. Si definiva quindi un “pazzerello”, ma nel senso buono del termine, come è di moda dire da quelle parti della Romagna Toscana. E’ poi chi si definisce pazzerello sa benissimo di non esserlo. In effetti, però, Donato aveva un carattere poliedrico, un po’ irascibile, un po’ alla Braccio di Ferro dei fumetti. Tempo fa ebbi modo di parlare con la nipote Donatella Donatini, che abita a Firenze e che gentilmente mi fece avere un dattiloscritto di molte pagine con le poesie del nonno; e fu lei appunto a dirmi che: “mio nonno ce l’aveva un po’ per tutti”. In effetti è proprio così. Ce l’aveva perfino con il suo amatissimo cugino sacerdote, parroco di una chiesa del Mugello, presso il Monte Giovi, che gli aveva fatto una promessa, non mantenuta, e cioè quella di mandargli l’olio nuovo del raccolto del suo podere:
Se ancora aspetto ad unger i fagioletti nuovi
con l’olio squisitissimo del Monte Giovi,
cugino compatiscimi se te la dico bella
non prenderò con quei la ca…..la.
Ma Donatini sa anche essere cortese, galante, soprattutto con la signorina O.N., insegnante a Piedimonte, verso la quale nutre stima e simpatia. A lei dedica una piccola poesia nella quale si dice piacevolmente sorpreso di aver ricevuto una sua cartolina:
…nulla si potrà paragonare
alla sorpresa mia di ier mattina
allor che un fatto dovei constatare.
Verso le dieci mi chiamò Begné
e consegnandomi quella cartolina
ch’ella scriveva indirizzata a me…
Ma non solo alla maestrina di Piedimonte Donatini doveva pensare mentre era accalorato nel battere con il suo maglio il ferro rovente, nella sua bottega di fabbro. E’ del 1928 una quartina indirizzata alla signorina G.S. in risposta ad una cartolina illustrata con la scritta: “Saluti freshi freshi (sic)”:
Io di saluti gliene mando mille
caldi come il mio ferro quando bolle
e sotto al maglio quai filanti stelle
di notturno seren sprizza faville
Sempre alla stessa Signorina G.S., nel 1930, Donato invia 6 uccelletti arrosto, in dono, e li accompagna con una sua poesia:
Signorina carissima – ricambio come posso
con 5 uccelli piccoli – ed uno un po’ più grosso
le cortesie molteplici – che sua madre mi fa.
Sono quasi certissimo – ch’ella fra se dirà:
“Che offerta meschinissima – sei miseri uccellini
per tre donne ed un uomo – e poi così piccini,
esser almen dovevano – una buona dozzina
per saporir com’erano” – Si calmi signorina.
L’ottobre è qui a due passi – un mese non c’è più
allor crescerò il numero – ne manderò di più.
Gradisca intanto questi – benché cosa piccina
e se più ne desidera – mia bella Signorina,
salga con me al capanno – il mese che verrà,
allor potrà scegliere – numero e qualità.
In questa poesia noi scopriamo le passioni ardenti di Donato, vale a dire: le belle signorine del luogo e la caccia. Egli praticava soprattutto la caccia al capanno, con il richiamo, usando fucili che egli stesso si costruiva. Quest’arte, in particolare, quella di costruire armi da caccia, l’aveva appresa lavorando in gioventù e per un breve tempo, tormentato da mille passioni, presso un Mastro armaiolo, a Casaglia, un paesino in cima al Passo della Colla, sulla strada per andare a Marradi. In una poesia dedicata la figlio del 1930, lo ragguaglia di come sta andando la caccia, elencandogli il numero e le specie degli uccelli catturati:
…Non ti numero i frusoni
animal così minchioni
che si buttan poverini
come fosser lucherini
tant’è vero che ieri all’otto
ne avevo presi digià otto…
Ma Donatini non ama solo le donne e la caccia, quando egli è nella propria casa ama la famiglia ed è tenero con i nipoti. Alla nipotina Donatella dedica una poesia:
Donatella è una bambina
bianca, rossa e ricciolina
che sta dentro quella gabbia
rassegnata e senza rabbia….
Ma Donato qualche volta è anche un po’ sbarazzino, un po’ curiosone e se la prende con le signorine civettuole interessandosi, ad esempio, di quello che fa la mestrina di Piedimonte (sulla quale pure lui aveva gettato un’occhiata interessata), con il Daziere, i quali stanno spesso e volentieri un po’ nascosti in un angolo del paese:
…. Che cosa pensa o signorina
col rettor del daziario movimento?
Sogna forse venir la sua sposina?
o cerca con lui l’abbonamento
per poter sdaziar quella cosina
e cederla poi dopo a piacimento?
Ma gli anni passano, anche per Donatini, e gli acciacchi arrivano inevitabili, ma egli non perde tuttavia quella “verve”, quel suo modo scanzonato di interpretare la vita, che lo ha caratterizzato in tutti quegli anni:
Le gambe fan fatica a camminare
e gli occhi si rifiutan di vedere
e le orecchie non voglion più ascoltare.
Tali difetti ormai manderei giù
ma una cosa mi pesa e pesa assai
che certa molla mia non tiri più.
In una poesia scritta all’amico G. redattore del giornale “I piò cazzaz” di Ravenna, che avrebbe dovuto pubblicare nel suo giornale uno scherzetto poetico:
…Se a pubblicar la mia strampaleria
fo cosa grata e scevra d’ogni male,
sarebbe però gran scortesia
non mandarmi una copia del giornale
Sicchè spero che si ricorderà di me
quando il giornale stampato avrà.
Concludiamo con una poesia intitolata “Atto di fede” che il Donatini aveva dedicato a suo cugino Don Giuseppe, Pievano di San Martino a Scopeto in Mugello, il quale gli aveva dato certe pasticche che lo guarirono dalla tosse:
Io credo in Dio padre onnipotente
Creatore del cielo e della terra;
ma credo più quando la tosse afferra
della pasticca alle virtù possenti.
Paolo Campidori

STORIA DI ABBANDONO E SOLITUDINE DI UN ‘COMPAGNO’ CONVINTO

STORIA DI ABBANDONO E SOLITUDINE DI UN ‘COMPAGNO’ CONVINTO

IL ”SOLO” 24 ORE
Storia di un “compagno” convinto
Vorrei tranquillizzare gli amici lettori del Galletto che nel titolo con c’è un errore, nel senso che ho voluto proprio scrivere il “solo” e non il “sole”, giornale economico, che ogni tanto mi capita di leggere. Lo leggo volentieri, in modo particolare, quando nella politica italiana non ci si capisce più nulla ed allora, essendo la politica, quasi sempre una conseguenza immediata dell’economia, ecco che, leggendo questo giornale spesso e volentieri si riesce a capire il perché di tanti atteggiamenti che alla luce del sole ci sembrano paradossali e assurdi. Se vuoi capire fino in fondo, il perché di tanta ostinazione a voler fare questa guerra all’Iraq, sarà bene forse che tu vada a leggere un po’ di economia e allora tu capirai, per esempio, come mai gli americani in USA viaggiano tranquillamente sulle loro grosse autovetture con la “gasoline” (benzina) a 0,25 euro al litro o poco più, e perché questo privilegio, che gli americani hannonon se lo vogliono far sfuggire di mano. E allora è necessario, secondo gli americani, “controllare” e sfruttare altri giacimenti petroliferi, e si sa l’Iraq è il terzo produttore mondiale di petrolio. Ma questa è una mia idea? O forse la pensano così anche diversi “pink journal”, tipo il Financial Times oppure il nostro italiano “Sole 24 Ore”. E’ vero, il terrorismo esiste, è una cosa che tutti gli stati devono combattere, ma non basta, bisogna anche risalire all’origine del terrorismo, bisogna analizzare le cause che lo hanno determinato. Non si può far sempre guerra, bisogna anche sedersi a un tavolo e discutere, e bisogna soprattutto attuare quella “giustizia sociale” di cui tanto si parla, ma che nessuno poi vuol mettere in pratica. Oggi il mondo conta, se non erro, ben 7 miliardi di abitanti, metà dei quali vivono nell’agiatezza o ad un livello di benessere accettabile. L’altra metà, invece, vive nella miseria più assoluta, e addirittura, c’è una buona percentuale di persone (e purtroppo fra questi molti bambini) che muoiono di fame. Bisogna finalmente metterselo in testa, che il mondo non appartiene solo ad una nazione o ad una élite molta ristretta di stati. Il mondo appartiene a tutti, nessuno escluso. Questo se lo dovrebbero mettere bene in testa certi governanti, che si comportano da autentici “padroni del mondo”. Se non mi sbaglio, Dio ci ha creato tutti nella stessa maniera e quando veniamo al mondo tutti abbiamo diritto di respirare l’aria pura (e non inquinata), di correre per i prati, di avere cibo ed acqua sufficienti e di dividere equamente le risorse che la natura ci ha messo a disposizione. Oggi si dice che siamo in troppi e non c’è cibo per tutti. Magari per ridurre di un po’ la popolazione si vorrebbe ricorrere a quei mezzi sbrigativi, vedi bomba atomica, che in poche ore risoverebbero, dicono loro, il problema della fame. E’ come se si dicesse che in una famiglia a basso reddito non c’è da mangiare per tutti e si optasse per sterminare la metà dei componenti. Oggi nessuno, ma veramente nessuno, può dire di essere il padrone, neppure in casa propria, oppure nella propria nazione. Viviamo in una realtà globalizzata nella quale non possiamo dire come si diceva in un programma di A. Celentano “francamente me ne infischio” degli altri. Poi lo vediamo, tutti i giorni, le “carrette” che viaggiano in mezzo al mare di “disperati” in cerca di fortuna. E’ veramente il momento di cominciare a ragionare in un altro modo. Ho conosciuto, tempo fa, in Alto Mugello, un certo Virgilio, un vecchietto arzillo (per fortuna), che ha 93 anni. Vive, si fa per dire, con una pensione, almeno fino a poco tempo fa, di circa 350 euro al mese. Purtroppo a Virgilio non è rimasto nessuno nella vita, aveva un fratello più giovane, infermo, che lui“curava” a tempo pieno e che purtroppo era morto due o tre anni fa. In questo paese dell’Alto Mugello, il nostro Virgilio, 93enne, doveva occuparsi di sé con la paura di dover un giorno o l’altro tirare i remi in barca, per il sopravvenire di una malattia. Morto questo fratello a Virgilio non era rimasto più nessuno, neppure un parente, neppure un cugino. Ma come si fa a vivere a quell’età con 350 euro al mese, dovendo pagare l’affitto della casa, l’energia elettrica per quelle due o tre lampadine che aveva in casa e non accendeva quasi mai, e un telefono con il quale sperava sempre di ricevere qualche telefonata, ma purtroppo non squillava mai. Aveva ancora in paese, per la verità, due o tre amici, che come lui erano stati “partigiani” sui monti dell’Osteria Bruciata, ma questi erano infermi, semiparalizzati, e non potevano certo andarlo a trovare. Virgilio, non aveva mai rinunciato alla propria idea di “rivoluzionario” e di “compagno” convinto. Il partito era tutto per lui. Qundo c’erano le elezioni politiche o amministrative che fossero, si faceva accompagnare volentieri al seggio, poiché, diceva lui: “il mio voto non deve mancare”. Il nostro Virgilio, era un tipo un po’ speciale, ma veramente, in tutti i sensi. Intanto era stato in gioventù un cacciatore convinto, e quell’”archibugio” che teneva appeso presso il caminetto ne avrebbe potuto raccontare delle belle, specialmente quando andava a cacciare sopra i monti del Faeto, di Riateri, sul Monte Gemoli. Quante lepri, e quanti fagiani aveva messo nel proprio “carniere”. Ma Virgilio, aveva anche un’altra dote, era una specie di rabdomante, ma forse qualcosa di più. Era una specie di “sensitivo” e quando lui passava presso un sito di un castello o di una rocca, tirava fuori la sua bacchetta “magica”, un semplice salcio, e facendola roteare, diceva, qui sotto c’è qualcosa, e immancabilente, scavando trovava monete, spade, antiche ceramiche. Si potrebbe dire che Virgilio fosse quasi un archeologo, però un archeologo nato, e si intendeva anche molto di archeologia, di Etruschi, di Celti. Quando parlava, se non fosse stato per quelle non infrequenti “resie” che snocciolava secche come un colpo di fulmine, sarebbe sembrato un libro scritto. Era talmente conosciuto, che di lui se ne era servito persino la Soprintendenza di Firenze, per itrovare certe cose antiche. Tempo fa lo andai a trovare, mi piace sempre andare a trovare certe persone anziane, simpatiche e affascinanti come lui. Purtroppo, mi raccontava, che lui è “solo 24 ore” al giorno, nessuno lo va a trovare. Ma Virgilio è un vecchietto di spirito, cammina ancora molto e quando gli arrivano le bollette della luce o del gas, si reca alla posta del paese, a piedi, per chilometri e chilometri. Pensate a 93 anni! Alcune volte si lamenta e inveisce contro il Comune che non fa questo o non fa quell’altro. “Perchè gli dai, allora sempre il voto?” – gli dico io. Ma lui su questo non vuole neppure parlarne, e, l’altro giorno mi dice: “Ora mettiti qui a sedere e accendiamo un pò il riscaldamento”. Rimasi un po’ stupefatto da quello che disse, poiché, guardandomi intorno non vidi né radiatori, né pezzi di legna da poter bruciare. Anzi, su quello che era una volta il “canto del fuoco” c’erano delle belle ragnatele. Tuttavia, Virgilio si alza, mette una bella pentolina piena d’acqua sul gas, e dopo va nel ripostiglio a prendere la borsa di gomma dell’acqua calda. Poi si riavvicina al fornello versa l’acqua bollente nella borsa e la tappa bene bene, poi mi dice: “Ecco il riscaldamento, ora – mettendomela sulle gambe – ti riscaldi un poco tu, quando ti sarai riscaldato bene bene, me la passerai a me, così mi riscalderò io”. Risi, compiaciuto di questa trovata del nostro Virgilio e dentro di me fui contendo per un mucchio di motivi. Prima di tutto poiché Virgilio è una persona che, nonostante i suoi 93 anni, non si da certo per vinto, e affronta quel poco di vita che gli rimane con l’ottimismo di un ventenne; secondariamente poiché sa cavarsela, con semplici espedienti, a quelle che sono le ristrettezze della sua situazione sociale; infine poiché essendo egli, suo malgrado, un “solo 24 ore”, sa riempire la sua vita molto meglio di noi che viviamo negli agi, e spesso nel lusso, pieni di amicizie spesso “di convenienza”. Virgilio sa vivere la sua vita semplicemente, così, come il Signore gliel’ha donata.
Paolo Campidori