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via IL ‘NUOVO’ “PADRE NOSTRO” ESEGESI A CURA DI UNO ‘STORICO’ CATTOLICO E “CULTORE ETRUSCOLOGICO”non ci abbandonare nella tentazione (meglio prova);
La traduzione ‘letterale’ di questa frase, anche nella nuova versione, che la Chiesa decreterà a breve, non è quella giusta, e, tantomeno: “non ci indurre in tentazioni”. La vera traduzione di questa frase sarebbe: “non ci abbandonare nella prova”. Dio, inutile illudersi, ci prova. Quando? Quando ci ammaliamo, quando ci muore un figlio, una figlia, la madre, il padre; queste non sono prove? Ma di prove nella vita ne esistono a migliaia. Ha detto Cristo: “Chi mi ama prenda la sua croce e mi segua”. Certo anche la tentazione a fare il male è una prova, una delle prove maggiori, specialmente oggi dove sono di moda i “luoghi comuni”: “Che c’è di male?” oppure: “Carpe diem”, oppure si fraintende una famosa frase di Sant’Agostino: “Ama (Dio) e fai ciò che ti pare” (le cose lecite, è sottinteso……)

IL ‘NUOVO’ “PADRE NOSTRO” ESEGESI A CURA DI UNO ‘STORICO’ CATTOLICO E “CULTORE ETRUSCOLOGICO”.

I famosi rotoli ritrovati a Qumran in grotte presso il Mar Morto, essi combaciano perfettamente con la Bibbia e ci confermano quindi l’originalità e l’affidabilità della stessa.

 

IL ‘NUOVO’ “PADRE NOSTRO” ESEGESI A CURA DI UNO ‘STORICO’ CATTOLICO E “CULTORE ETRUSCOLOGICO”.

 

“Padre nostro;
Due parole importantissime: Dio è nostro Padre, ciò significa anche che noi siamo i suoi Figli
che sei nei cieli;
significa che Dio è in cielo, in terra, in ogni luogo (*)
sia santificato il nome tuo nome;
‘santificare’ nella lingua semitica significa ‘purificare’ “fare bianco come le neve”; ad esempio, per gli Etruschi il “Vin Santo” era il vino bianco non quello che intendiamo noi “Il vin santo del nonno”, “il Gottino”, etc.
venga il tuo Regno;
Alla “fine dei tempi” si concretizzerà “il Regno” e tutti “gli uomini di buona volontà” (attenzione non dice cattolici, protestanti, buddisti, musulmani, etc. dice semplicemente “uomini di buona volontà”, ragion per cui…..conviene fare i ‘buoni’ in questa vita, adoperarsi per il nostro prossimo, e lavorare per far trionfare “il Regno di Dio”. Per fare questo abbiamo un libro bellissimo, al quale possiamo ispirarci giorno e notte: il Vangelo (“La buona novella”) e l’Antico Testamento (alcune parti ‘ispirate’ dell’Antico Testamento);
sia fatta la tua volontà;
Se Dio è il Re, noi siamo i suoi ‘sudditi’, anzi siamo i suoi Figli. La parola ‘sudditi’ però non significa che siamo i suoi ‘servi’, tutti i Cristiani e tutti “gli uomini di buona volontà” delle altre religioni sono suoi ‘fratelli’ , fratelli nostri. Per fare un esempio i ‘sudditi’ della Regina d’Inghilterra, non sono i suoi ‘servi’ ma ‘sudditi’ (liberi cittadini)
come in cielo, così in terra;
Anche se il mondo, il creato è grande, per la nostra ‘visione’ di esseri umani, esso POTREBBE, in teoria,  stare, come un gioco, in una scatolina di 10×15 cm. Per fare un esempio, un ‘virus’ è capace di attraversare anche i filtri di porcellana, quindi estremamente piccolo, ed è visibile solo con microscopi sofisticatissimi, eppure per questi un essere umano rappresenta il loro ‘cosmo’ (infinito)
Dacci oggi il nostro pane, quotidiano;
Dacci oggi il nostro pane, e si ribadisce, QUOTIDIANO, cioè ‘fresco’ e profumato (che è più buono di certi pani che fanno oggi, non tutti), levato d’allora dal forno. Un “uomo di buona volontà” non dovrebbe aspirare ad avere molto nella vita, ma solo il necessario. “E’ cosa buona e giusta” che uno debba anche risparmiare qualcosa in vista della vecchiaia
rimetti a noi i nostri debiti;
Dice San Paolo in una delle sue ‘lettere’: “Noi saremo debitori dei nostri fratelli, finché non li ameremo come Dio ci ha amati”; quindi amore per i fratelli e amore per Dio
come noi li rimettiamo ai nostri debitori;
Questa frase è consequenziale a quella sopra. I nostri debiti saranno rimessi (perdonati) solo se noi ci riconcilieremo con i fratelli e li perdoneremo
non ci abbandonare nella tentazione (meglio prova);
La traduzione ‘letterale’ di questa frase, anche nella nuova versione, che la Chiesa decreterà a breve, non è quella giusta, e, tantomeno: “non ci indurre in tentazioni”. La vera traduzione di questa frase sarebbe:  “non ci abbandonare nella prova”. Dio, inutile illudersi, ci prova. Quando? Quando ci ammaliamo, quando ci muore un figlio, una figlia, la madre, il padre; queste non sono prove? Ma di prove nella vita ne esistono a migliaia. Ha detto Cristo: “Chi mi ama prenda la sua croce e mi segua”. Certo anche la tentazione a fare il male è una prova, una delle prove maggiori, specialmente oggi dove sono di moda i “luoghi comuni”: “Che c’è di male?” oppure: “Carpe diem”, oppure si fraintende una famosa frase di Sant’Agostino: “Ama (Dio) e fai ciò che ti pare” (le cose lecite, è sottinteso……)
ma liberaci dal male; 
La traduzione originale dall’aramaico era: “Liberaci dal ‘maligno’, cioè liberaci da Satana, il quale come dice l’etimologia del nome ‘satana’,  egli, come un leone ruggente vuole ‘dividerci’, staccarci da Dio”.

Amen

Così sia (1)

(1) Dio vuole che sia così e anche noi dobbiamo volerlo,  anche se ci costa molto
PAOLO CAMPIDORI COPYRIGHT
NB Bozza provvisoria da rileggere e correggere
http://www.culturaetrusca.blog
paolocampidoriarte@gmail.com
(*) (come ci insegnava il bellissimo Catechismo della Chiesa Cattolica, che qualcuno “non sapientemente” ha tolto dalle scuole

IN MONGOLIA IMPORTANTISSIMI RITROVAMENTI (PROF. JEROME MAGAIL) (*), FRA QUESTI UNA STELE DECORATA, MOLTO SIMILE AI MONOLITI (CON FIGURINE PROTO-VILLANOVIANE) DA ME RITROVATI A MONTESENARIO-POLCANTO (FIRENZE) DEL PERIODO NEOLITICO

I ‘tholos’, che ritroviamo più tardi nelle tombe principesche (a ‘tholos’) di Vetulonia, di Quinto (Firenze), di Populonia, etc. (VII sec. a.C.), avevano anche funzioni scaramantiche e divinatorie e quella di protezione dei raccolti dalle intemperie, ma anche dai saccheggiatori. Una specie delle ‘Gorgoni’ etrusco-greche che con le loro facce orripilanti dovevano tenere lontano gli spiriti maligni, ma non solo quelli, anche i nemici. I ‘tholos’ non avevano una forma ben definita (non erano certo colonne greche o etrusche), erano generalmente dei pilastri quadrangolari, di pietra durissima, spesso smussati ai lati (come quello di Montesenario-Polcanto).

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Foto tratta dal Web e quindi di proprietà ‘altrui’ (*)

Ma non è finita qui. I ‘Tholos’, come questo che vediamo in fotografia, potevano essere allineati, uno accanto all’altro, oppure disposti in circolo (cromlech) come quello, famosissimo di Stonehenge in Inghilterra. Inoltre i ‘tholos’ fungevano anche da orologio e da ‘gnomone’ (principio della meridiana), che con l’ombra proiettata sul suolo indicava l’ora esatta (certamente non i secondi; non era un cronometro) proiettata dalla luce del sole (diurna) e da quella notturna della luna (‘gnomone’) (pale , paleo, che ha significato di ‘chiaro’, ‘pallido’ etc.). I ‘tholos’ spesso erano circondati da un ‘circolo’, una specie di bassa collinetta, che doveva essere una specie di “circolo sacro”, inaccessibile solo ai sacerdoti per celebrare i riti propiziatori.

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Stonehenge inghilterra:  Cromlech (di forma circolare)

Dobbiamo dire che ‘tholos’ come questo nella foto si trovano un po’ ovunque, ma l’origine di questa lontana ‘spia’ ancestrale, dovrebbe essere orientale, con nomi e forme diverse da paese a paese, da continente a continente. In Europa i ‘tholos’ devono avere fatto la loro prima presenza nel Neolitico (circa III Millennio a.C.). Quello di Montesenario-Polcanto (menhir con ‘tholos’), da me identificato, è di rara bellezza. Forse possiamo dire che si tratta del “menhir con tholos” più bello in assoluto (escludendo Stonehenge che è un ‘cromlech’ (cioè tanti ‘tholos’ disposti a circolo), ma questa è solo una mia opinione. …Un po’ di ‘partigianeria’ non fa male……

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Paolo Campidori, Copyright

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(*) Un bellissimo servizio su questo argomento è stato realizzato da un archeologo di fama e postato su Facebook il 7 agosto 2018 alle ore 16,44. Non voglio minimamente sottrarre i meriti a questo bravo archeologo e soprattutto gli va riconosciuto notevoli meriti, dopo tante fatiche;  si tratta del Prof. Jérome Magail. Le foto del suo servizio ritraggono la fine della campagna della missione congiunta Monaco-Mongolia. Le foto sono state realizzate grazie a un ‘drone’ e sono di ottima qualità. Il prof. Jérome Magail definisce questo monolito una ‘stele’ ornata; io l’ho invece chiamato ‘Tholos’. Le due cose sono simili all’aspetto, ma  credo che sia più giusta la definizione di Jérome Magail, essendo una stele caratterizzata di ornamenti o scrittura in varie lingue antiche.

Tengo a precisare che questo Blog culturaetrusca.blog  (WordPress) non ha scopi di lucro ma  benefici, infatti questo blog pubblicizza un logo gratuitaadotta un nonnino.jpgmente “Adotta un nonnino” per sensibilizzare l’opinione pubblica al rispetto e alla valorizzazione delle persone anziane e soprattutto a non sottovalutarle e a non abbandonarle al loro destino.

NB. L’ARTICOLO E’ STATO SCRITTO DAL SOTTOSCRITTO, E RIGUARDA LA FUNZIONE E L’UTILIZZO A SCOPO RELIGIOSO DEI ‘THOLOS’. IL ‘THOLOS’,  CHE HA ALTRA ORIGINE DALLA ‘STELE, ‘ E’ STATO MESSO A CONFRONTO CON QUEST’ULTIME, PROPRIO PER STABILIRNE LE CARATTERISTICHE SPECIFICHE DI CIASCUNO DEI DUE MANUFATTI. INSOMMA GLI ACCENNI ALLA STELE DEL PROF. JERONE MAGAIL E’ PURAMENTE CASUALE, POICHE’ BISOGNA TENER CONTO CHE L’ARGOMENTO CENTRALE E’ IL MENHIR CON ‘THOLOS’ DA ME RITROVATO A MONTESENARIO-POLCANTO (FIRENZE).

 

“RASENNA”: QUAL’E’ IL SIGNIFICATO DELLA PAROLA CON LA QUALE GLI ETRUSCHI DEFINIVANO SE STESSI? Chi erano in realtà i “rasenna”?

“RASENNA”: QUAL’E’ IL SIGNIFICATO DELLA PAROLA CON LA QUALE GLI ETRUSCHI DEFINIVANO SE STESSI? Chi erano in realtà i “rasenna”?


“Rasna”, secondo il “Dizionario della lingua etrusca” (DLE) del Prof. Massimo Pittau (ma anche secondo la maggior parte degli altri illustri studiosi etruscologi) ha il significato di “Rasennio, Etrusco-a. Ma questa traduzione non ci conduce a niente. Ancora sul DLE, poco sopra, troviamo Rasenna (Rhasénna) e si specifica che si tratta di una glossa greco-etrusca (ThLE 418). Questo sarebbe il nome secondo cui Dionisio di Alicarnasso (I 30, 3) gli Etruschi chiamavano se stessi (nel tradurre – specifica Pittau  nel DLE– faccio riferimento al gentilizio latino Rasennius. “Rasnal”, poi viene tradotto: “dello (Stato) Rasennio ed Etrusco opp. della Federazione Rasennia o Etrusca”; in genitivo “Tular Rasnal” equivarrebbe a “confine della (città) rasennia”).

Ma questo ci dice ancora poco e niente e, in particolar modo, la parola definisce gli Etruschi con un vocabolo che a noi resta ignoto. Se io dico, ad esempio, “sono italiano” significherà che sono un cittadino che abita in Italia, ma non l’etimo della parola Italia la quale deriverebbe dal greco ιταλος,  ma secondo altri studiosi  anche questa parola sarebbe di origine etrusca.

Sempre su DLE, troviamo il vocabolo “RAS” e il Pittau definisce questo vocabolo di significato ignoto. (LLX.12). Eppure la parola “ras” esiste anche in italiano, ad esempio, quando diciamo che Tizio (o Caio) è il “ras” del quartiere, per intendere colui che comanda nel quartiere o nella città. In altre parole il “ras” è colui che esercita il potere entro un determinato spazio e questo potere può essere sottinteso: secondo lo “stato di diritto”, oppure, un potere “arbitrario”, cioè non riconosciuto dalla legge. Ma ciò ha poca importanza ai fini di questa ricerca.

Mi sembra che siamo giunti a una svolta importante del problema “rasenna”. Vediamo adesso come i Romani definivano il vocabolo italiano “rasoio”: con  due parole che ci allontanano molto e queste sono: “novacula” e “culter”. Esiste tuttavia in  latino la parola “rasura” che ha significato di “rasatura”.  (QUEST’ULTIMA DI PROBABILE ORIGINE ETRUSCA)

Siamo giunti al nocciolo del problema: nella lingua italiana (Vocabolario  Nicola Zingarelli, Bologna, 1958) troviamo le seguenti parole: “rasente”, che significa molto vicino (quasi a toccare), “rasare” e “raso”, tutte parole che riconducono a “tagliare” (la barba, l’erba, ecc.) e poi “raso” (rasus, lisciato). In tutti questi vocaboli manca l’origine della parola stessa. Allora, cosa dobbiamo pensare? Se l’etimo della parola “rasenna” non è latino e neppure greco, dovremmo fare altre ipotesi e cioè che la parola, oggetto del nostro studio, derivi proprio da “ras” etrusco (che è molto usato anche nell’Italia settentrionale) la quale potrebbe avere vari significati, ma cito solo due di quelli che mi sembrano  essere più probabili:

1 – “Rasenna” popolo (o tribù) al quale appartengono “coloro che si radono” ed hanno come simbolo di appartenenza un rasoio ‘lunato’. Nel dire ciò non faccio riferimento, ovviamente, al periodo ellenistico, periodo in cui le barbe ‘colte’ andavano di moda, ma al periodo precedente “villanoviano” (IX-VII secolo a.C.), gli etruschi “veri”, coloro cioè che abitavano e dominavano il suolo italiano, probabilmente anche anteriormente al sec. X a.C.  quando queste popolazioni guerriere (rasenta), ancora non avevano subito “invasioni” da parte di altre civiltà o “trasformazioni”  con conseguente rilassatezza dei costumi dovute a “contaminazioni” “mode”o a vere e proprie “sottomissioni” (da parte di greci e romani). E’ un’ipotesi che i guerrieri villanoviani usassero andare in  battaglia completamente nudi e rasati, senza abbigliamento di sorta, con l’unica eccezione di un copricapo e attrezzati solo di una lancia. Questo era il vero popolo etrusco! Non quello rilassato e debosciato delle tombe dipinte dei sec. V-II, dove ritraggono una popolazione “schiava” di greci (prima) e  dei romani (poi).
2 –“Rasenna” popolo o tribù di coloro che si radono usando il rasoio (metallico, che essi stessi fabbricavano (Bellissimi sono i rasoi “villanoviani” a forma di “mezzaluna”, secc. X-IX, che si trovano nel Museo Civico di Bologna, ma anche a Tarquinia a Vulci, ecc).
Ma citerei anche un’altra possibilità, che mi sembra tuttavia molto interessante e cioè quella secondo la quale  “rasenna” significherebbe “IL POPOLO DI COLORO CHE HANNO PER CAPO  ovvero per “RAS” UN UOMO (O UNA DIVINITA’) RASATA”: che, solo come ipotesi, potremmo ravvisare in Tinia (Jupiter)

Queste mi sembrano tre possibili e ipotetiche traduzioni coerenti con le abitudini di questo popolo. Un popolo che metteva nelle proprie tombe la cenere dei corpi dei guerrieri morti in  battaglia, in ossuari biconici e deposti con altrettanta semplicità in pozzetti scavati nella roccia o nel terreno (Si vedano ad esempio le interessantissime tombe a pozzetto di Palastreto, sopra Quinto (Firenze) o quelle  “ricostruite” nel museo di Volterra, oppure a Tarquinia, Vulci, ecc. Insieme alle ceneri, nella tomba spesso veniva messo un rasoio lunato, per simboleggiare l’appartenenza al “popolo dei rasati”. E’ bellissima la foto nel libro a cura di Mario Cristofani “Etruschi, una nuova immagine – Giunti Editore, 2006, pag 12) in cui si vede un guerriero completamente nudo e completamente rasato, che indossa solo un elmo (o un copricapo in metallo) il quale, lancia in mano, si avvia a passi giganteschi verso la battaglia, deciso alla vita o alla morte, senza esitazione alcuna, in altre parole senza paura. Gli Etruschi del IX-VII secolo a.C, non sono gli stessi degli Etruschi del VII-V secolo a.C. (greco) o, peggio ancora degli Etruschi del III-I sec. a.C (romano). I Villanoviani (Rasenna) persero la loro battaglia   verso la metà del sec. VII con popolazioni che venivano dall’Oriente ( forse i LIDI ?), non per viltà o altre cause ma perché si trovarono davanti a un nemico che non era né più intelligente, e nemmeno più valoroso in battaglia, SI SONO TROVATI DI FRONTE A UN  ESERCITO MOLTO PIU’  NUMEROSO DI QUELLO  CUI I “RASENNA” (RASATI) DISPONEVANO.

La storia dei “rasenna” (rasato-i), quella dei veri “Rasenna”,  non è più quella dei ‘rasenna’ verso la metà del VII secolo. Da questo periodo in poi si parlerà solo di “FUSIONE” IN ETRUSCHI” delle popolazioni autoctone con altre “popolazioni”  orientali e del Mediterraneo, che non hanno niente  a che vedere con i “rasenna”  ORIGINALI.
Paolo Campidori
©Copyright: Paolo Campidori

Nota: Ovviamente siamo nel campo delle ipotesi. Nessun documento può documentarci in maniera definitiva quanto ho sopra affermato. La storia etrusca è questa: fatta di tanti interrogativi che, piano piano, con il tempo si andranno diradando, o almeno, si spera.

IL MUGELLO ERA SICURAMENTE ABITATO ED EVOLUTO GIA’ DAL III MILLENNIO A.C.

IL MUGELLO ERA SICURAMENTE ABITATO ED EVOLUTO GIA’ DAL III MILLENNIO A.C.


Non dovrebbe meravigliarci il fatto che la costruzione ciclopica di Bivigliano-Polcanto (una cugina di Stonehenge) possa risalire al Neolitico, mentre le pitture rupestri (in realtà sono degli ometti che potrebbero essere disegnati oggi da dei bambini delle scuole elementari; i Giotto, Botticelli verranno dopo!) potrebbero risalire ad un periodo successivo, mettiamo, verso la fine del II Millennio a.C.). Se si trattasse di un tempio megalitico o di una tomba principesca è chiaro che esso, con tutte le tradizioni, feste , etc. che vi si facevano, può avere avuto la durata di qualche millennio, considerando la solidità dovuta alle enormi pietre usate (un po’ come il menhir Stonehenge, solo che questo era realizzato in circolo, anziché in lunghezza come quello di Montesenario Polcanto).

Tutti l’hanno visto: c’è chi l’ha paragonato ad un ‘fuso’ (forse una ‘fuseruola’ antica?) e, difatti, lo chiamavano “Masso del Fuso”; altri hanno parlato di strane e buffe ‘casette’. Solo io, non per farmene un merito, ma per dire le cose come stanno, l’ho individuato casualmente e subito ho pensato a qualcosa che aveva una lunga storia da raccontare. Per prima cosa mi sono concentrato sulla copertura della cella, che era l’elemento architettonico più vistoso: una specie di guscio di una chiocciola a tre ripiani ‘degradanti’, cioè quello a contatto con la colonna (dolmen) più grande e poi altre due enormi pietre di forma circolare, che andavano a restringersi.

La mia meraviglia è stata molta, e subito mi sono reso conto che ero davanti ad un complesso architettonico, che non poteva essere né una casina, né un capriccio della natura (I fatti poi mi hanno dato ragione). Mi sono avvicinato con una certa titubanza e mi sono accorto che un lungo ambulacro, di cui rimanevano il piano di capestro e una lunga fila di pietre addossate al muro. Quasi sicuramente, a giudicare dalle pietre rotolate e dagli incastri, tale corridoio ciclopico doveva essere al coperto. Inoltre i massi rotolati (in epoca imprecisata) presentano delle finestrelle quadrate, che potevano servire (nella parte che guarda verso Est, Monte Falterona) a vedere la catena montuosa, dove esisteva (come dice il none “Fal-thruna” (in etrusco “Trono degli dei”), e verso il quale i devoti si inginocchiavano a pregare i loro idoli che, all’epoca del neolitico dovevano essere il dio Sole, la dea Luna, e Ishtar (la stella del mattino).

Quindi collegando questi elementi, alcuni giorni dopo feci l’ipotesi che poteva trattarsi o di un punto di osservazione privilegiato per vedere a adorare gli astri. Intorno al complesso megalitico, ho trovato delle figurine (ometti) come si trovano nelle urne villanoviane del X-IX sec. a.C., identiche a quelle che avevo trovato nel percorso, la strada etrusca antica, che da Polcanto e la Valle del Faltona (anche questo toponimo etrusco), porta a Montesenario e da qui la strada discende verso la Badia benedettina del Buon Sollazzo alla Tassaia (Borgo San Lorenzo).

Tuttavia, tornando a casa, cercando, frugando fra libri, testi antichi, manoscritti, cercavo la cosiddetta “prova regina”, un qualcosa che come si usa dire “tagliasse la testa al toro” (espressione popolare molto antica). Ecco che alcuni giorni dopo, torno, come si dice “sul luogo del delitto”. Il terreno e il sentiero erano molto sdrucciolevoli e, non poche volte planai con il sedere sulle fresche foglie di castagno che senz’altro attutirono il colpo. Mi recai all’interno della cella, ma non scorsi nessuna scritta, nessun elemento che mi potesse aiutare.

Guidato dalla ‘fortuna’ scorsi in uno dei lastroni dei segni che subito non interpretai. Poi ad un esame più attento mi resi conto che si trattava di tre ometti disegnati con una tinta nera e che rappresentavano se-stessi (selfie), in un momento di adorazione. Infatti, i personaggi disegnati erano inginocchiati, le braccia aperte e le mani rivolte verso l’alto, proprio davanti a loro era disegnato il dio Sole. Non ebbi dubbi questa era la “prova regina” che cercavo.

Il menhir di Montesenario-Polcanto, poteva risalire al III-II Millennio a.C., mentre i disegni potevano risalire a mille (forse di più) anni a.C. In altre parole se il ‘menhir’ poteva risalire III-II millennio a.C., i disegni degli ‘ornati’ potevano essere più recenti ascrivibili dal XII sec. a.C al X sec. a.C. Questo è quanto io posso dire sul tempio? tomba? osservatorio astronomico? da me identificato in zona Montesenario Polcanto. Paolo Campidori, Copyright Testo da rileggere e correggere
paolocampidoriarte@gmail.com
TROVERETE L’ARTICOLO ANCHE SU: http://www.academia.edu; http://www.culturaetrusca.blog e sul mio Profilo Facebook

IL TEMPIO PROTO-VILLANOVIANO DI MONTESENARIO: UNA STORIA IMPORTANTE

IL TEMPIO PROTO-VILLANOVIANO DI MONTESENARIO: UNA STORIA IMPORTANTE

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Un’altro disegno antropomorfo “ometto villanoviano” ritrovato
nell’ultima mia visita al sito. Non è chiaro come gli altri ma si notano distintamente testa, braccia e gambe
La visita, l’ultima in ordine di tempo, che io ho fatto ieri all’edificio megalitico di Montesenario, ha avuto dei successi insperati che mi hanno permesso di capire ancora un po’ di più l’origine e la funzione di questo ‘monumento’.
Sintetizzando ho scoperto alcune novità importanti:
a) il ritrovamento del disegno di un altro ‘ometto’ villanoviano (o proto-villanoviano) eseguito alla stessa maniera degli altri, con una vernice nera;
b) il ritrovamento di un muro ad angolo realizzato con la tecnica “a incastro”, come veniva usato per le mura villanoviano-etrusche, cioè non con sassi squadrati, ma per la maggior parte trapezoidali, con rincalzi, come si vede dalle foto
c) la consapevolezza che il presunto tempio doveva essere molto più grande e che la parte che vediamo oggi, con una specie di cupola sormontanti, doveva essere la parte terminale.

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Un particolare di un ‘terrazzo’ che doveva essere l’inizio della scala che conduceva al ‘tempio’ collocato sopra a una decina di metri. Da notare nei muri lo stile tipico “villanoviano-etrusco”
Detto questo cercherò di analizzare punto per punto le novità che solo
ieri ho potuto analizzare meglio.
L’ometto di cui al punto a) non è facilmente identificabile poiché è stato disegnato su un grosso masso, il quale, rotolando, si è fermato su un piccolo pianoro, lasciando però il disegno dell’ometto a testa in giù. Dello stesso sono ben riconoscibili, la testa, un poco inclinata, le braccia leggermente piegate, le gambe piegate (inginocchiato?), e al centro il membro virile.
E’ difficile dare una datazione precisa a questi disegni, che tuttavia sarebbero collocabili in un vasti o arco di tempo che può andare dall’XI sec. a.C al VIII sec. a.C. Questi ometti, mi permettono di fare anche un’altra considerazione, e cioè quella che queste genti (popoli) villanoviani e proto-villanoviani non conoscevano un sistema di scrittura, ma comunicavano esclusivamente con i simboli.

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Il tempio, foto realizzata “in campo lungo” dimostra le reali
dimensioni del ‘tempio’ e la parte sorretta da tholos è solo la parte terminale, adibita come cella-osservatorio
Fra questi simboli che io ho ritrovato nel territorio di Montesenario- Polcanto-Sassaia gli “ometti villanoviani” sono di gran lunga quelli più usati. Si trovano infatti, specialmente nelle strade che collegano Polcanto con Montesenario e Sassaia (Luogo di antico Convento Benedettino). Questi si trovano spesso ‘graffiti’ o disegnati su piccoli sassi (ma anche sassi più grandi) e, la particolarità di questi è che sembra vogliano ‘comunicare’ la presenza di un luogo, oppure lo stato d’animo degli stessi. Alcuni di questi saltano dalla gioia, alcuni, stranamente, si coprono gli occhi con le mani, come in segno di disperazione, altri saltano, ballano, corrono, insomma, sono proprio un vero mistero! M allora ci chiediamo: cosa veramente significano, cosa vogliono trasmettere, comunicare, ai loro contemporanei, o ai loro posteri? Questo, può darsi fosse il loro linguaggio. Oltre a questi ritratti antropomorfi, si trovano delle ‘crocelline’, moltissime frecce e, un simbolo formato da un punto centrale con quattro o sei punti che lo circondano. Quasi sicuramente è il simbolo del sole, che gli stessi adoravano, lo stesso simbolo che ritroviamo all’interno della cella, dove su una lastra sono disegnati gli ‘ornati’ (Vedi articoli precedenti). Questi stessi simboli, con qualche variante si trovata anche nelle urne cinerarie del villanoviano (Vedi Giovannangelo Camporeale – Gli Etruschi – Storia e civiltà, UTET 2008, pag. 105-107). Solo più tardi si sentì la necessità di adottare un sistema di comunicazione fatto con le lettere dell’alfabeto.

Il ‘tempio’ visto da sotto, all’interno della cella i disegni antropomorfi (“ometti”)
Per quanto riguarda il punto b) cioè il muro ad angolo, realizzato con la tecnica “a incastro” (o villanoviano-etrusca), esso potrebbe essere il muro che circondava un pianerottolo, e poteva essere il punto dove iniziava una scala che portava al Tempio, posto a circa dieci metri sopra di esso. E’ interessante vedere come i massi, non squadrati, sono incastrati fra di loro con la tecnica che potremmo dire (solo per definizione) etrusca. Essi sono ‘rincalzati’ o fermati da piccole pietre che ne garantiscono la stabilità.
Infine, per quanto riguarda il punto c) nella nella visita al “monumento megalitico”, guardando le enormi pietre che facevano parte delle stesso e che sono rotolate giù a valle, mi sono reso conto che il tempio originale aveva forme ben più ampie di quelle che vediamo adesso. Questo ci da l’idea dell’importanza che il ‘monumento’ avesse non solo per le popolazioni del luogo, ma anche per le popolazioni circonvicine.

Paolo Campidori, Copyright

BLOG “MUGELLANDO” http://www.culturaetrusca.blog

UNA SCOPERTA DAVVERO IMPORTANTE: A MONTESENARIO HO RITROVATO UN BELLISSIMO MEGALITO (DOLMEN) CHE HO BATTEZZATO CON IL NOME: “LA CASA DELLA PRINCIPESSA”

 

UNA SCOPERTA DAVVERO IMPORTANTE: A MONTESENARIO HO RITROVATO UN BELLISSIMO MEGALITO (DOLMEN) CHE HO BATTEZZATO CON IL NOME: “LA CASA DELLA PRINCIPESSA”

La straordinaria bellezza di questo edificio megalitico, composto da un lungo ambulacro coperto, terminante in una cella sormontata da una cupola a forma di chiocciola
Che tutta la montagna dell’Appennino Tosco-Emiliano-Romagnolo  fino comprendere  i nostri monti in prossimità  di Firenze fossero ‘antropizzati’ (popolati) da popolazioni ‘indigene già  a partire dal XII secolo (e oltre) è cosa risaputa, e, molte sono le ‘risultanze’ trovate fino ad oggi che ce lo confermano.
In modo particolare verso il II Millennio a.C. si ha, non dico la matematica sicurezza, ma almeno la  consapevolezza acquisita   di popolazioni appenniniche definite genericamente ‘primitive’ che vivevano allo stato primordiale nelle grotte, più¹ o meno artificiali dell’Appennino, costituendo così la popolazione Appenninica, definita genericamente ‘primordiale’, se non addirittura additate con nomi specifici che si rifanno ad altre civiltà .

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Tale è il caso dei Ligures Magelli che, secondo Strabone o Dionigi di Alicarnasso abitarono i monti sulla destra dell’Arno. Alla cultura Ligure (o Celtica), sembra che si soprapponesse, successivamente, la cultura Villanoviano-Etrusca, durante tutto l’arco di tempo del I Millennio a.C. Ho l’impressione, ma non la certezza assoluta, che queste genti (autoctone), appartenessero a culture fluviali, che usavano i fiumi per lavorare i loro utensili, esercitare la caccia e la pesca, ma che, tuttavia, abitassero in alto sui monti, dove probabilmente esercitavano attività  la caccia, l’allevamento, la pastorizia, etc.
Una civiltà  quindi dal doppio aspetto abitativo: uno fluviale (temporale), forse invernale ed uno montano (estivo).

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Queste culture (seminomadi) fluviali e allo stesso tempo montane seguivano, nel loro peregrinare la direzione dei fiumi, cioè da Nord-Sud e viceversa. Le stesse, risalivano i fiumi dell’Appennino Toso-Emiliano-Romagnolo del Santerno, della Diaterna, del Senio, dell’Idice,del Savena,  etc. , come abbiamo detto, per cacciare la selvaggina o effettuare la pesca lungo i fiumi e per praticare l’allevamento. Le loro abitazioni erano probabilmente fatte di capanne (per lo più di legna e frasche), oppure si servivano di ‘abituri’ ricavati nelle rocce (grotte). Sulla montagna, durante la stagione buona si svolgeva la loro vita , la vita di comunità , gli aggregamenti religiosi, come le feste in onore alle loro divinità.
Le grotte montane, servivano loro sia come rifugio contro il freddo e le intemperie, sia come difesa dalle bestie feroci, ma anche come depositi di armi, pelli, prodotti caseari, etc. . Tracce di vita primordiale sono state rilevate, tempo fa, anche in alcuni villaggi della Valle dell’Inferno, che si trova presso l’attuale Badia di Moscheta, in modo particolare nelle località  di Osteto, dove ancora si possono notare alcuni resti di queste primitive abitazioni inglobati nelle nuove  abitazioni. Altre realtà dello stesso genere l’ho io ritrovate presso in Mugello, principalmente nella zona pedemontana di Vicchio.

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Tali abituri, formati da lastroni posti in pendio e sorretti lateralmente da grossi massi (pilastri) si trovano anche sui declivi del Monte Senario, che più volte ho avuto l’opportunità  di segnalare. Ma anche in altre occasioni ho avuto l’opportunità  di segnalare la presenza in loco della presenza di popolazioni villanoviane-etrusche in tutta quella zona, in modo particolare sul versante est che guarda Polcanto (Borgo San Lorenzo) e sul versante Ovest che guarda Buonsollazzo. Infatti, in tutta la zona sono presenti moltissimi segni (simboli) graffiti sui massi; si tratta di piccole croci, freccette, serie di punti che formano dei cerchi, lettere, e, numerosissimi ‘ometti’, in varie posture, simili a quelli che si trovano sulle urnette cinerarie a forma di casa del periodo Villanoviano, di Vulci e altri siti.

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Ma tornando alla scoperta del megalite, un complesso litico, di grandi proporzioni, in parte distrutto e non si sa per quali ragioni, possiamo parlare di un ‘ritrovamento’ veramente importante, forse un tempio, forse una tomba risalente approssimativamente al XII secolo a.C.?Devo dire, per onor del vero, che questo complesso megalitico era segnalato nelle carte sentieristiche di quei luoghi come un masso naturalistico, al quale era stato dato il nome di “Masso del Fuso”, vale a dire come uno dei tanti massi ‘creati’ dalla natura, come potrebbero essere altri massi che si trovano nella zona o in zone come questa. Debbo dire con franchezza che non furono le carte sentieristiche del luogo a condurmi al “Masso del Fuso”, ma fu casualmente, percorrendo il sentiero che conduce a Polcanto, dove ero alla ricerca di graffiti, dei quali ho parlato sopra

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Ad un certo punto il sentiero biforcava sulla destra, e ad una cinquantina di metri c’era questo ‘manufatto’ gigantesco, formato da enormi pietre, lavorate grossolanamente. Mi resi conto di trovarmi davanti ad un grande ‘edificio’ costruito anticamente, composto da un lungo ambulacro fatto di lastroni di pietra e da una specie di ‘cappella’ con una cupola fatta di lastroni rotondeggianti, che assomigliavano al guscio di una chiocciola. Questa cupola, era sorretta da un enorme colonna litica (dolmen), il tutto di straordinaria bellezza. Lo chiamai subito la “Casa della Principessa”, poiché, un graffito (o forse un disegno naturale della pietra) mostrava una figurina di una giovane con una treccia che lanciava in aria una specie di palla.

La bellezza del luogo, la posizione, la grandiosità dei manufatti, mi fecero pensare che ciò non fosse una abitazione, ma piuttosto un tempio, una tomba principesca o altro edificio a carattere religioso. Sono ritornato sul luogo e mi sono reso conto, anche dalle grosse pietre che componevano tale ‘manufatto’ che sono rotolate più in basso, che lo stesso potesse essere davvero una tomba principesca del periodo Villanoviano o precedente. Per quanto riguarda la parte centrale, un ambiente sovrastato da una specie di cupola rotonda fatta di grossi massi, mi sembra di poter azzardare una certa somiglianza con la Tanella di Pitagora di Cortona, anche se questa mi sembrerebbe appartenere ad un periodo più recente. Dai ritrovamenti archeologici fatti a Fiorenzuola, al Peglio, e un po’ in tutto l’Appennino Tosco-Emiliano-Romagnolo, cioè della presenza etrusca in tali luoghi (lo confermerebbero la statuetta bronzea del Peglio (*) e la targhetta con l’epigrafe di Culsans ritrovata a Fiorenzuola) che doveva esserci un trait-d’union, un fil-rouge importante che univa le popolazioni appenniniche accennate con quelle di Cortona. Ma questa è solo un’ipotesi.
(*) Guarda caso:  il bronzetto di Tinia ritrovato al Peglio (Fiorenzuola-Firenze) si trova conservato nel Museo di Cortona…!
Paolo Campidori, Copyright

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