IL MUGELLO ERA SICURAMENTE ABITATO ED EVOLUTO GIA’ DAL III MILLENNIO A.C.


Non dovrebbe meravigliarci il fatto che la costruzione ciclopica di Bivigliano-Polcanto (una cugina di Stonehenge) possa risalire al Neolitico, mentre le pitture rupestri (in realtà sono degli ometti che potrebbero essere disegnati oggi da dei bambini delle scuole elementari; i Giotto, Botticelli verranno dopo!) potrebbero risalire ad un periodo successivo, mettiamo, verso la fine del II Millennio a.C.). Se si trattasse di un tempio megalitico o di una tomba principesca è chiaro che esso, con tutte le tradizioni, feste , etc. che vi si facevano, può avere avuto la durata di qualche millennio, considerando la solidità dovuta alle enormi pietre usate (un po’ come il menhir Stonehenge, solo che questo era realizzato in circolo, anziché in lunghezza come quello di Montesenario Polcanto).

Tutti l’hanno visto: c’è chi l’ha paragonato ad un ‘fuso’ (forse una ‘fuseruola’ antica?) e, difatti, lo chiamavano “Masso del Fuso”; altri hanno parlato di strane e buffe ‘casette’. Solo io, non per farmene un merito, ma per dire le cose come stanno, l’ho individuato casualmente e subito ho pensato a qualcosa che aveva una lunga storia da raccontare. Per prima cosa mi sono concentrato sulla copertura della cella, che era l’elemento architettonico più vistoso: una specie di guscio di una chiocciola a tre ripiani ‘degradanti’, cioè quello a contatto con la colonna (dolmen) più grande e poi altre due enormi pietre di forma circolare, che andavano a restringersi.

La mia meraviglia è stata molta, e subito mi sono reso conto che ero davanti ad un complesso architettonico, che non poteva essere né una casina, né un capriccio della natura (I fatti poi mi hanno dato ragione). Mi sono avvicinato con una certa titubanza e mi sono accorto che un lungo ambulacro, di cui rimanevano il piano di capestro e una lunga fila di pietre addossate al muro. Quasi sicuramente, a giudicare dalle pietre rotolate e dagli incastri, tale corridoio ciclopico doveva essere al coperto. Inoltre i massi rotolati (in epoca imprecisata) presentano delle finestrelle quadrate, che potevano servire (nella parte che guarda verso Est, Monte Falterona) a vedere la catena montuosa, dove esisteva (come dice il none “Fal-thruna” (in etrusco “Trono degli dei”), e verso il quale i devoti si inginocchiavano a pregare i loro idoli che, all’epoca del neolitico dovevano essere il dio Sole, la dea Luna, e Ishtar (la stella del mattino).

Quindi collegando questi elementi, alcuni giorni dopo feci l’ipotesi che poteva trattarsi o di un punto di osservazione privilegiato per vedere a adorare gli astri. Intorno al complesso megalitico, ho trovato delle figurine (ometti) come si trovano nelle urne villanoviane del X-IX sec. a.C., identiche a quelle che avevo trovato nel percorso, la strada etrusca antica, che da Polcanto e la Valle del Faltona (anche questo toponimo etrusco), porta a Montesenario e da qui la strada discende verso la Badia benedettina del Buon Sollazzo alla Tassaia (Borgo San Lorenzo).

Tuttavia, tornando a casa, cercando, frugando fra libri, testi antichi, manoscritti, cercavo la cosiddetta “prova regina”, un qualcosa che come si usa dire “tagliasse la testa al toro” (espressione popolare molto antica). Ecco che alcuni giorni dopo, torno, come si dice “sul luogo del delitto”. Il terreno e il sentiero erano molto sdrucciolevoli e, non poche volte planai con il sedere sulle fresche foglie di castagno che senz’altro attutirono il colpo. Mi recai all’interno della cella, ma non scorsi nessuna scritta, nessun elemento che mi potesse aiutare.

Guidato dalla ‘fortuna’ scorsi in uno dei lastroni dei segni che subito non interpretai. Poi ad un esame più attento mi resi conto che si trattava di tre ometti disegnati con una tinta nera e che rappresentavano se-stessi (selfie), in un momento di adorazione. Infatti, i personaggi disegnati erano inginocchiati, le braccia aperte e le mani rivolte verso l’alto, proprio davanti a loro era disegnato il dio Sole. Non ebbi dubbi questa era la “prova regina” che cercavo.

Il menhir di Montesenario-Polcanto, poteva risalire al III-II Millennio a.C., mentre i disegni potevano risalire a mille (forse di più) anni a.C. In altre parole se il ‘menhir’ poteva risalire III-II millennio a.C., i disegni degli ‘ornati’ potevano essere più recenti ascrivibili dal XII sec. a.C al X sec. a.C. Questo è quanto io posso dire sul tempio? tomba? osservatorio astronomico? da me identificato in zona Montesenario Polcanto. Paolo Campidori, Copyright Testo da rileggere e correggere
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