QUELLA GITA SUL PASSO DELLA SAMBUCA, MERITAVA DAVVERO UNA “FORCA”
Quando io era ancora adolescente, mio fratello maggiore, che aveva interessi nella zona di Palazzuolo, mi parlava spesso di un “passo”, detto Passo della Sambuca, che a suo dire abbreviava di molto il tragitto per andare a Palazzuolo. Tuttavia, secondo quanto mi diceva lui, questa strada, pur essendo affascinante, era tuttavia pericolosa, specialmente in inverno, in modo particolare quando c’era la neve e il ghiaccio, poiché la strada non era asfaltata e in certi punti era stretta e precipite. Inoltre, mancava di qualsiasi protezione, tipo muretto o altra cosa, per cui se uno avesse commesso un errore in quei tornanti, sicuramente non sarebbe tornato a casa a raccontarlo, in altre parole l’avrebbe pagata cara. E poi c’era il pericolo costante della caduta dei massi sulla strada, anche questo un inconveniente non trascurabile, da non sottovaltare. Però non c’era alternativa. Quando d’inverno la neve era alta e il passo era impraticabile, gioco forza, si doveva passare da Marradi, oppure da Coniale percorrendo il Passo della Faggiola. Ma, sicuramente, la prima di queste due soluzioni era la migliore. A quell’epoca ero studente e fare, come si diceva allora, “forca” per andare una volta con mio fratello su quei monti, mi affascinava molto. E poi Alberto, così si chiama mio fratello, mi parlava spesso di quei luoghi, di Quadalto, per esempio, dove c’era un Santuario della Madonna e dove, nei pressi c’era una trattoria dove facevano dei tortelli emiliani veramente deliziosi. Quella volta mio fratello cedette alle mie richieste e fui felice di partire con lui per affrontare questa bellissima avventura. La strada era veramente bruttina, sterrata, tutta poggi e buche, con tornanti spettacolari e da brivido, che giravano, giravano ed eri sempre lì, magari 20 o 30 metri più sotto e dappertutto vedevi panorami mozzafiato. Però, Palazzuolo, lo vedevi sempre in basso, e nonostante che ti avvicinassi gradatamente, avevi l’impressione di non arrivarci mai. Nella mia ingenuità di allora mi chiedevo se non fosse stato meglio, una strada tutta diritta, tutta in discesa, che ti avrebbe permesso di raggiungere subito Palazzuolo. Invece niente di tutto questo: una diritta, una curva a gomito a destra, un’altra diritta, un’altra curva a gomito a sinistra e ogni tanto qualche bel ciottolo, se non addirittura qualche masso sul fondo stradale, da scansare con cura, pena il ruzzolamento nella valle. Quello che mi stimolava molto, e mi faceva venire qualche brivido lungo la schiena era il fatto che la strada non avesse protezione alcuna, come lo hanno le strade di oggi che sono protette da guard-rails e questa cosa un po’ mi intimoriva, ma anche mi divertiva. E poi il ghiaccio, che mio fratello temeva molto perché era molto insidioso. Magari trovavi dietro una curva un bel lastrone, che se le ruote avessero scivolato in quel punto, ti saresti ritrovato direttamente molto più in basso, magari di fronte al bivio per la strada che va a Piedimonte, in un mucchietto di ossicini. Ma il panorama era troppo bello, mio fratello, che possedeva allora una delle poche auto con il mangidischi, mettava uno dietro l’altro i dischi delle canzoni degli anni ’60 (il periodo era quello): Rita Pavone si avvicendava a Gianni Meccia, Gianni Morandi, Domenico Modugno, ecc. ecc. La musica ci allietava e l’unico pensiero che avevamo in mente era quello di andare alla trattoria di Quadalto dove ci avrebbe atteso un bel piatto di tortelli fumanti. Nel frattempo, guardando dal finestrino, mi chiedevo cosa ci facessero quelle casine in cima ai monti che ci stavano di fronte e in modo particolare, quella chiesetta posta proprio sul crinale, in una posizione che dominava la Valle del Senio e del Lamione.
“E’ la chiesina di Lozzole” – diceva mio fratello – “Ma adesso ti interessano anche le chiesine?”
“Non ci pensavo neppure lontanamente” – Risposi, e che anzi pensavo a quando saremmo arrivati a Quadalto, con l’appetito che avevo!
Arrivati alla trattoria di Quadalto, mi accorsi che mio fratello era un po’ di casa, come si usa dire, e che conosceva anche molto bene la “Mirandolina” della trattoria del luogo, in quanto si davano del “tu” e lui e lei scherzavano piacevolmente.
“Ma non eri fidanzato con un’altra?” – Chiesi a mio fratello
“Si, però questa è un’amica” – Mi rispose
“Ma, sarà anche così…, però a me la cosa non riguarda” – Replicai
“Giura che non racconterai nulla” disse mio fratello, aggrottando le ciglia
“Ti giuro che non racconterò nulla” e incrociando le dita feci il segno del giuramento.
“Non sarai mica Giuda eh?” disse stizzito mio fratello. Poi scoppiò in una risata.
Il locale era ben riscaldato, vi era il caminetto acceso e un po’ più in là una grossa stufa a carbone che emanava un caldo quasi insopportabile.
“Cosa prenti te?” – Chiese mio fratello
“Tortelli, naturalmente” – Gli risposi
A questo piatto seguì della salciccia fatta sulla gratella e dolcetti fatti naturalmente in casa.
“Ma lo sai che la cucina palazzuolese è davvero forte” – Dissi rivolgendomi a mio fratello
“La cucina quadaltese, vorrai dire….” mi rispose simpaticamente “Mirandolina”
“Perché – chiesi – c’è differenza fra la cucina quadaltese e la cucina palazzuolese?”
“Eccome se ce n’è” e mostrandomi le mani si mise a ridere.
“Non mi vorrai dire che qui il mangiare lo fanno con le mani e a Palazzuolo con i piedi?” – Dissi io
“In un certo qualmodo è così” – Rispose lei. E tutti e tre ci mettemmmo a ridere. Dentro di me pensai che avevo passato veramente una bella giornata, anche se fredda, con la neve e il ghiaccio, ma una di quelle giornate che valeva la pena aver fatto una bella “forca” a scuola!
Paolo Campidori