IL PIOVANO ARLOTTO E L’EQUIVOCO DEL PORRO

Tempo fa sentii ad una radio cattolica una lezione di Don Alessandro Pronzato, sacerdote italiano che abita in Svizzera, ottimo scrittore e ricercatore. Di lui posso dire che ha scritto “solamente” qualcosa come un centinaio di libri, che è un appassionato e ottimo commentatore dei romanzi di Guareschi, il celebre autore che ha dato vita a quei capolavori di Don Camillo e Peppone. Parlando di una virtù, penso l’ottimismo, che dovrebbe allignare in ogni buon cattolico che si rispetti, esortava i preti a vivere e a mostrarsi ai parrocchiani e alla gente con un animo pervaso da una certa positività e con un pizzico di allegria. Non avrebbero dovuto, insomma, essere tristi, nebulosi, come una giornata piovosa invernale. Proprio da questo termine “piovoso” (triste), diceva Don Pronzato, sarebbe derivato il termine toscano “piovano”, un prete appunto che ha costantemente dentro di sé un’uggiosa giornata invernale carica di nubi, nebbia e pioviggine. A Firenze esisteva un Oratorio, fondato nel 1602 dalla Congregazione della Dottrina Cristiana, i cui membri si riunivano in cupe e piagnucolose riunioni, battendosi il petto e flagellandosi le carni. Per il loro andare in giro circospetti, a testa bassa, silenziosi, fu coniato per loro un termine, dagli arguti fiorentini di allora: “vanchetoni”, vale a dire “quelli che vanno chetoni”, in altre parole, coloro che vanno quieti, silenziosi, tristi, e forse anche un po’ assonnati. Tutto ciò che abbiamo detto fin’ora, non calzava assolutamente con il Piovano Arlotto, che a Macioli, a Firenze, e un po’ dappertutto, era sinonimo di allegria, spensieratezza, ma anche e soprattutto di furbizia. Il pievano sapeva cavarsela in ogni occasione e a chi lo insultava sapeva rispondere per il verso giusto, “per le rime”, come diciamo oggi. Un giorno, i suoi parrocchiani, forse “montati” ad arte da qualche estraneo, si erano fatta l’idea, che nella festività da poco trascorsa, il piovano avrebbe dovuto distribuire loro un porro ciascuno. Questo perché nel brano del Vangelo, secondo San Luca, quando Cristo rimase a cena in casa di Lazzaro, con Maria Maddalena e Marta, disse a Marta: “Marta, Marta, sollicita es te turbaris erga plurima: porro unum est necessarium” (Marta, Marta, tu ti preoccupi di molte cose, ma una sola cosa è necessaria). Il Piovano Arlotto che, come si dice, “aveva già mangiato la foglia”, cioè si era accorto dell’equivoco nel quale erano incorsi i suoi parrocchiani, aveva cercato di spiegare loro che erano caduti in un tranello. Con ogni argomento aveva tentato di far loro capire che “porro” in latino non significa affatto il porro commestibile, ma “porro” in questo contesto aveva il significato di “invero, ma”, ecc. A questo punto però i parrocchiani si erano talmente intestarditi, che non si fidavano neanche più del loro Piovano, e insistevano per ricevere in chiesa, durante la successiva cerimonia domenicale, quel porro ciascuno che il pievano aveva loro negato nella festività passata. Il Piovano si dovette arrendere a tanta testardaggine, e, giunta la domenica, fece trovare in chiesa un gran mazzo di porri freschi e “profumati” da distribuire ai fedeli. I parrocchiani, quando fu il momento si avvicinarono all’altare, e con grande devozione baciarono il porro e si fecero il segno della croce, da buoni cristiani quali pensavano di essere. Purtroppo, alla messa aveva assistito, un uomo istruito, e quando vide questa “bestialità” commessa dal Piovano di Macioli, pensò che il piovano fosse talmente caduto in basso tanto da essere ritornato ai tempi del paganesimo. Quando la messa finì, davanti alla chiesa si radunarono i parrocchiani, tutti contenti, di aver ottenuto quel porro ciascuno, che il piovano “furbacchione”, per risparmiare i soldi (secondo loro), non voleva dare. L’uomo istruito chiese ai parrocchiani il perché il Piovano, che sapeva uomo dabbene, aveva commesso tale bestialità e cominciò a contestarlo e a dir male di lui. I contadini e i paesani, che erano stati ad ascoltarlo fino a quel momento, credettero che quell’uomo fosse un eretico, e, dopo avergli detto tante villanie, cominciarono a picchiarlo di santa ragione con i porri che avevano in mano, fino a quando non restò loro neppure un pezzettino. Inoltre, se l’uomo “sapientone” non fuggiva, l’avrebbero forse ucciso con le botte e con i sassi, poiché costui si ostinava a non voler credere alla cerimonia “religiosa” dei porri.