IL GONCHIA E LE “LEZIONCINE” COL SALCIO

Molte volte mi piace tornare indietro nel tempo con la mente, quando il mio paesello natale, Fontebuona, era ancora una zona a vocazione agricola. Ricordo in modo particolare un contadino, detto il “Gonchia”, un uomo rude, come allora se ne trovava molti nelle campagne mugellane. Vestiva con dei pantaloni, tutti rattoppati, legati alla vita da uno spago, o, in mancanza di questo, da un salcio. In ogni podere che si rispettasse c’erano almeno tre o quattro di questi alberelli dal caratteristico colore giallo dei suoi rami, che davano un po’ di tono alle grigie campagne invernali. Il salcio o “saccio”, come lo chiamavano i contadini, serviva per fare un sacco di cose. La funzione “primaria” di questi salci era quella di legare le viti ai carpini, affinché queste, nella buona stagione, reggessero, senza far cadere i bei grappoloni di uva, nera e bianca. Il salcio o salice serviva anche per altri usi, come ad esempio, quello di fare i cesti o i canestri o i panieri, che i contadini chiamavano “pianeri”, oppure per fare il “piano” delle “tregge”. Quest’ultime (erano dei carri) che venivano tirate dai buoi, però erano simili a delle slitte, in quanto avevano, al posto delle ruote, due pali che “pattinavano” sulla superficie del terreno, producendo un forte cigolìo. Ancora con i salci si facevano i rivestimenti delle damigiane, e gli stessi venivano usati per chiudere le balle, ovvero i sacchi, che contenevano il grano, l’avena, le fave, ecc. Con i salci si chiudevano i “manatelli” di grano, di paglia, di fieno, ecc. Già i salci (parlo dei rametti di colore giallo oro, che venivano tagliati da queste piante) erano flessibili di loro natura, ma per renderli ancora più elastici e resistenti, i contadini, li raccoglievano in fasci e li mettevano in una conca con un po’ d’acqua a macerare per alcuni giorni. Così i rami di salcio potevano essere “avvitorcolati”, come dicevano i contadini, più volte, senza rompersi. Il Gonchia, era uomo inselvatichito, portava i pantaloni, legati con un salcio, ma il più delle volte gli cadevano giù, lasciando in bella vista una buona parte del groppone. Indosso, portava sempre, nei mesi più freddi, un maglione pesante, tutto rattoppato, di lana grezza e pesante, che, si può dire, non avesse un colore ben definito. I suoi piedi, che non erano certo piedi da “signorina”, ma callosi, bitorzoluti, del colore della terra, calzavano gli zoccoli di legno. Erano questi degli zoccoloni che servivano per andare nei campi. Questi, avevano una suola di legno resistente e la pelle del tomaio era durissima, quasi un cuoio, che si chiamava “vacchetta”. Il tomaio era fissato al legno, giro giro, con dei chiodi. Il Gonchia li calzava così, sciolti, o appena legati con una cordicina di filo di stoppa. Sulla testa, poi, il Gonchia portava un cappello sul quale avevano “sedimentato” sostanze di ogni genere, come il colore del verde rame, il giallo della “pula” o il marrone della terra e della polvere. Il Gonchia era gelosissimo del suo podere, delle sue viti, dei suoi frutti. Noi ragazzi lo sapevamo e lo temevamo. Quando, ci rincorreva nella sua vigna, dopo che noi avevamo fatto una bella scorpacciata di uva, il Gonchia, ai suoi piedi pareva che non avesse gli zoccolacci di legno, ma avesse due ali, da tanto correva veloce. Se non rimaneva in “corto di ossigeno”, per l’età non più giovanissima, il suo salcio, ben sbucciato, arrivava secco e pungente sui nostri poveri polpacci, sui quali restavano i segni rossi e blu delle cicatrici. Quelle erano delle vere e proprie “lezioncine”, come le chiamava lui, e, per la contentezza, andava in paese a raccontare a tutti che, come diceva lui, “’e’ l’ho a’uti co i’ saccio”. Per noi, quelle “lezioncine” erano dei veri e propri moniti che ci invitavano alla prudenza, poiché il Gonchia con “i’ saccio” in mano, che brandiva come un fioretto o una sciabola, non scherzava affatto!