A BELMONTE DALLA NONNA “CHICCHINA”
Con la bricca al Paretaio
Una volta all’anno, nel periodo della buona stagione, andavamo a trovare i parenti che abitavano a Belmonte. Questo era un paesino, se così si può chiamare, che mi ricorda molto la poesia che studiavamo alle elementari, Rio Bo. Tre o quattro casette, più di un verde praticello, mancava il rio che scorreva a valle, la Diaterna. un fiumetto dalle acque limpidissime. Per quei tempi raggiungere Belmonte non era cosa semplicissima. Si doveva prendere la “corriera” che andando a Piancaldoli, ti scaricava al Paretaio. Qui ad attenderci c’ero lo zio con la “bricca” (la ciuca) che docilmente acconsentiva a trasportare le nostre valigie e sopra le valigie, lo zio mi metteva a cavalcioni, poiché, essendo piccolo, e la strada lunga da percorrere….Lo zio e la mamma venivano a piedi.
Una notte su un materasso di foglie di granturco
La prima notte che dormii su un materasso riempito di foglie di granturco, provai una sensazione a dir poco stranissima. Questa abitudine di riempire i materassi con le foglie di granturco derivava dal fatto che le famiglie erano povere e la lana era preziosa per fare un mucchio di cose: camiciole, calzini, calzettoni e non si poteva sprecare per riempire i materassi degli ospiti. Naturalmente queste foglie venivano sostituite ogni anno, poiché diventavano troppo secche. La prima notte non riuscii quasi a dormire per gli scricchiolii delle foglie. Mi giravo da una parte e sentivi il rumore delle foglie che si frantumavano sotto di te, ti giravi dall’altra parte e il loro cric-croc si faceva più insistente. Finché il materasso non si afflosciava definitivamente e allora anche se diventava duro, il rumore scompariva.
il brodo di galèna (gallina) e i nodini fatti a mano dalla nonna conditi con cacio secco
Sull’aia fortunatamente c’erano diversi animali che zampettavano tranquilli, or beccando qualcosa che trovavano nel terreno or attendendo una manciata di grano o di formentone che periodicamente veniva loro lanciata. Fra questi c’erano anche delle belle galline e a una di queste quando arrivavamo noi toccava la triste sorte di finire in una bella pentola con le zampe all’insù. La galèna vecia (gallina vecchia) faceva un brodo eccezionale. La zia, tirava la spoglia con il matterello e preparava dei tagliolini finissimi, oppure dei nodini, sempre fatti di pasta. Per completare la genuinità e la bontà dei piatti, una bella grattugiata di formaggio secco fatto di latte di mucca o misto con latte di pecora.
il gabinetto all’aperto
La prima volta che chiesi allo zio dove fosse il gabinetto, mi indicò, fuori, nei campi. Io non capivo, rimasi sconcertato, cosa voleva dire? Voleva dire proprio quello. Allora nelle case contadine i “bagni” era situati in posizioni strategiche, molto spesso accanto alle concimaie. Il concetto era semplicissimo, si trattava di uno stabbiolo in legno posto a cavallo di una fossa, la quale scaricava nella concimaia. Sul pavimento di questo stabbiolo, vi era una buca di circa 30×30 centimetri ed a questa ti dovevi abituare.
la sera a veglia con il lume ad acetilene
le sere erano più o meno lunghe, a seconda della stagione. Tuttavia questa durava dalle cinque del pomeriggio fino all’otto, in estate, oppure durava pochissimo in primavera. Si mangiava prestissimo, mi sembra verso le sei, poi dopo, un po’ di veglia. Alle otto faceva buio, allora non c’era l’ora legale, e dopo quest’ora, si accendeva la lampada ad acetilene, oppure un lumino a petrolio. La corrente elettrica quassù non ce l’aveva nessuno. Il tempo di parlare un po’ con gli zii e con la nonna, qualche orazione in comune e poi via a letto di corsa
il profumo del pane cotto nel forno
Il pane veniva fatto una volta ogni dieci-quindici giorni. Insieme al pane spesso venivan cotte delle schiacciatine, delle torte, e anche della frutta, pere mele. Quando il forno era ben caldo la zia con una specie di pala con lungo manico adagiava i pani, che aveva preventivamente preparato, uno accanto all’altro e poi chiudeva bene la bocca del forno con una lastra dimodoché il calore non uscisse. Dopo pochi minuti si sprigionava nell’aria un profumo buono e intensissimo del pane cotto in forno. Era una gioia assaggiare un cantuccino di quel pane ancora caldo.
i personaggi del posto: il postino, il maestro
in questo piccolissimo paese abitavano solo agricoltori. Unica eccezione erano il postino, che aveva la casa al limitare del paese, e il maestro che allora era un personaggio veramente importante.
le scale di legno
le scale che conducevano al piano superiore erano immancabilmente di legno. Le case contadine di allora, avevano gli interni quasi completamente in legno, solo le pareti esterne erano fatte di sassi. Anche i solai erano in legno e quando ci camminavi sopra sentivi quel classico rumore, quasi come una cassa armonica. Quel legno delle scale e dei solai, delle finestre ti dava una sensazione di caldo, di intimità, che non ti danno i solai e le scale in muratura.
la nonna che fila la lana al telaio
la nonna era quasi perennemente intenta a filare la lana. Usava un vecchio attrezzo in legno che azionava con una gamba e con le mani dipanava la lana che via via veniva attorcigliata a una specie di rocchetto girevole. Quando la lana era bella attorcigliata e raccolta in gomitoli la nonna faceva la calza con i ferri. Spesse volte, i ferri che non usava, li infilava nella crocchia di capelli. La nonna era quasi sempre vestita di scuro. Un giorno le domandai perché vestisse sempre scuro. “Perché sono vecchia”, mi rispose. Portava un vestito lungo, un grembiule sopra, una pezzuola le copriva quasi sempre i capelli, per non far vedere che erano in disordine.
la ‘spoglia’ (sfoglia) tirata con il matterello
una massaia, una donna di casa di allora non valeva niente se non sapeva almeno tirare la spoglia con il matterello. Gli ingredienti erano semplici: farina, uova, e pochi altri ingredienti. Il difficile era far diventare la spoglia fine fine, come un foglio di carta o poco più. Mia nonna e mia zia erano abilissime e poi la tagliavano fine fine per fare delle ottime minestrine, ma anche per fare i tortelli di patate o i cappelletti
il risveglio all’alba con il canto del gallo
la mattina presto, quando ancora albeggiava, sentivi cantare a squarciagola il galletto che col suo maledetto chicchirichì finiva immancabilmente per svegliarti. Anzi i galletti, perché ce n’era sempre più di uno e poi si sentivano anche quelli delle famiglie vicine. Contemporaneamente al suono del gallo sentivi lo zio, che smuoveva carri, accudiva le mucche, preparava gli arnesi per il lavoro dei campi
il Rosario e le preghiere della sera
il mese di maggio era il mese dedicato alla Madonna. La nonna preparava un piccolo altarino su una sedia, metteva una immaginetta della Madonna, qualche fiore di campo, e si inginocchiava con la corona fra le dita, guardando l’immagine. Noi rispondevamo in coro.
i solai di legno e gli arredi con l’acquamanile e la caraffa
anche gli arredi delle camere erano di una semplicità assoluta. Fra questi il “necessaire” per la pulizia personale. Esso consisteva in una catinella, in una caraffa piena di acqua fresca che la nonna ci faceva trovare sempre in ordine e un asciugamano che profumava di pulito
le finestrine piccole piccole
la casa aveva delle finestrine piccole piccole. Forse erano fatte per ripararsi meglio dal freddo.
la chiesa di Caburaccia
Belmonte si trova a metà strada fra la chiesa di Caburaccia e la Pieve di Bordignano. Ambedue le chiese avevano un passato illustre, in quanto avevano, tra l’altro, ricevuto la visita di San Zanobi. A ricordo di questo nelle vicinanze esiste una grande roccia di origine vulcanica alla quale è stato dato il nome Sasso di San Zanobi.
le strade fangose di melta (fango) degli inverni rigidi e piovosi
d’inverno era impossibile andare a trovare la nonna, tanto le strade erano impraticabili dal fango, che la gente di quassù chiamava “melta”. L’unica volta che sono andato lassù in inverno è quando la nonna è morta. Sul Passo del Giogo, la neve in certi punti arrivava a due metri e con la macchina si passava sotto un tunnel di neve.
la colazione con l’orzo tostato
il caffè era un lusso che da queste parti non si conosceva. la mattina appena alzati ci aspettava una buona colazione a base di latte e caffè d’orzo macinato con il macinino a mano, che immancabilmente stava sul caminetto. Qualche volta la zia faceva gli “zuccherini”, una specie di dolcetti di pasta frolla, cosparsi di zucchero e bagnati con un liquore rosso che si chiama “alkermes” o “archemusse”, come dicono in Toscana.
le vacche e l’odore della cacca delle vacche
ricordo ancora le strade polverose, percorse dalla gente, dalle pecore, dalle mucche, che al loro passare lasciavano una scia “odorosa” che ancora oggi “sento” nelle narici del mio naso. Ma non era un odore cattivo, era un odore che sapeva di natura, di erba appena tagliata, di buon fieno secco; molto meglio dei tubi di scappamento delle nostre auto di oggi
i tetti con le lastre di pietra
non c’è casa da queste parti che non avesse avuto il tetto in lastre di pietra. Oggi, molti di questi tetti, ormai cadenti vengono sostituiti con il laterizio, che non è assolutamente la stessa cosa.
la povertà assoluta ma anche la grande generosità
la gente di queste parti, in quegli anni, viveva ancora un po’ allo stato medievale. I contadini erano veramente i “servi della gleba” tanto erano asserviti ai padroni, tuttavia questi contadini erano di una generosità assoluta, pur essendo poveri, ti avrebbero messo, come si dice, la casa in capo. Erano persone semplici, di animo buono, timorati di Dio, accoglienti al massimo. Quando capitavi in una famiglia era “obbligo” prendere da loro qualcosa da mangiare o da bere.
servi della gleba…eppure trovavano il coraggio di sorridere
pur nella loro miseria, quando questa povera gente tornava dal duro lavoro dei campi, stanchi morti, eppure avevano la forza e la volontà di sorriderti, di dirti una parola buona, perfino capaci di scherzare con quel loro dialetto “balzarott” che allora io non capivo, o capivo solo qualche parola. Lo zio mi chiedeva sempre cosa facevo. Io gli rispondevo che studiavo. Lo zio mi rispondeva: “Bravo Paolo astugia tè”, che non significava “Bravo Paolo, studia tu”, ma significava “Bravo Paolo perdi del tempo tu”!
il mercato a Firenzuola il londé (lunedì)
il vero giorno di festa per questa gente era il lunedì, giorno di mercato, a Firenzuola. Ci si vestiva a festa, immancabilmente con il cappello in testa, anche d’estate, ben rasati a dovere e via a Firenzuola a vivere. Si scambiavano le merci, le bestie, si andava all’osteria a bere qualche buon bicchiere di vino, oppure a mangiare un boccone alla trattoria. Il pomeriggio si trascorreva al gioco delle carte con gli amici o sotto i portici di Firenzuola a parlottare del più e del meno.
Questa era la vita della gente di Belmonte, paesino del Comune di Firenzuola, in quegli anni ormai lontani dei quali rimane solo un bel ricordo, ma un ricordo che vivrà perennemente nella mia memoria e in quella di tutte le persone che hanno amato e amano questi luoghi.
Paolo Campidori