I RACCONTI DI PAOLO

Il mio paese si chiama Fontebuona e si trova in mezzo fra il Mugello e la città di Firenze. Due sono i paesi confinanti: Vaglia che è il Comune e Pratolino che sorge su un poggiolo, dove si ‘respira’ già aria fiorentina. La chiesa del paese si trova su un altro poggiolo che si chiama Ferraglia. Questa era la vecchia chiesa intitolata a San Niccolo’ un santo molto antico di nazionalità Armena, per questo caro ai Longobardi e ai Franchi che erano di religione ariana. A Fontebuona scendeva una antica strada che proveniva da Ceppeto (*), Starniano, San Michele alle Macchie, Fontebuona. Qui la strada superava un ponticello medievale “a schiena d’asino”. L’antica strada risaliva  a Ferraglia, la cui chiesa originaria  sorgeva a lato di una torre o di un castello, situata proprio in cima al poggio (**) e da qui, forse passando da Pietramensola (***) scendeva alla Pieve di Vaglia. Sembra strano che le strade antiche facessero questi giri tortuosi, ma allora, nell’alto medioevo si preferiva percorrere strade sicure (possibilmente di crinale) e attraversare i fiumi e ruscelli, dove esisteva un ponte, oppure un ‘guado’ formato da enormi massi che affioravano dall’acqua.

1984 -JPEG Fontebuona - Sotto l'Arco (seppia)

Fontebuona – Via Sotto l’Arco in una mia vecchia foto del 1984

Fontebuona allora era un paese, come si dice: “due case e una svolta” e proprio in mezzo al paese passava la vecchia strada, che, come ho detto saliva a Ferraglia e da qui si dirigeva in varie direzioni; Bivigliano (****), Monte Ronzoli (Montesenario), Polcanto (****) e Mugello, e, come ho già detto Pietramensola e Vaglia. A Fontebuona, rimonomata per esservi sempre stata una sorgente ‘deliziosa’, che sgorgava dalla viva roccia del Monte Conca (*****), monte che si trova proprio sopra Fontebuona ed è quello che per fortuna assicura a questo paesino un clima fresco e ventilato, anzi possiamo dire un clima ideale.

Il paese, dicevamo, si è formato lungo questa importante strada altomedievale, ma non doveva essere un ‘mercatale’ (******). La vocazione invece di questo paesetto era ‘ricettiva’, di ‘abbeveramento’ e cambio dei cavalli, ma anche delle mandrie di buoi, vacche, pecore e maiali. Però questi ultimi non dovevano fermarsi nel paese ma poco più a nord in una località che ancora oggi si chiama “Salto della vacca” o “Saltalavacca”. Qui le mandrie, prima di risalire verso Ferraglia, da una stradina secondaria, molto ripida, si fermavano un po’ nell’acqua del torrente Carza, bevevano, e si rinfrescavano dalla calura estiva.

Fontebuona aveva, come abbiamo detto una vocazione ‘ricettiva’, qui sorgevano Locande, trattorie, punti di ristoro, fabbri, riparatori di carri, e doveva essere anche un punto di carico e scarico delle merci, nonché posto di Gabella per la riscossione dei vari tributi: ‘erbatico’, ‘pontatico’, ‘polveratico’, etc. che avviamento andavano a finire nelle casse dei più grandi Signori del Mugello e dell’Alto Mugello: gli Ubaldini (*******). Qui a Fontebuona gli Ubaldini possedevano una loro ‘magione’, però non doveva essere proprio nel paese, ma con molta probabilità a Ferraglia, dove abbiamo detto che esisteva una chiesa e un castello, rasi al suolo dai Fiorentini, ma degli stessi restano ancora molte tracce. In questa loro torre o castello gli Ubaldini: una certa Gisla di Ridolfo, vedova di Azzone Pagano , firmarono importantissimi documenti di donazioni di terre, castelli, uomini, fiumi, rive, etc. Montesenario, allora, nell’alto medievo, doveva essere un ‘castellare’ (cioè un castello Romano distrutto dai ‘barbari’) del quale rimanevano dritte solo alcune pareti e parte del piano terreno e sottosuolo, diventando così ‘ricetto’ di ladri, banditi, ‘fuoriusciti’, etc.

Il paese, come tutti i paesini che si rispettino, era composto di alcuni ‘quartieri’: La Fora, il Cecioni, la Delia, la Piazzetta, Sottolarco (antica strada che passava in mezzo al paese, dove c’era un arco che univa la due file di case del paese), La Fonte del pruno, Bicchi, Saltalavacca, Canapaio, Ferraglia.

GOSTO E I’ “CISTRONCA” (Racconto in vernacolo mugellano con traduzione in italiano)

Ritratto di Gosto – Disegno a matita di Paolo Campidori

 

I’ Cistronca lo conosceano tutti in Mugello. Era un omo grande e grosso e’ gl’avea du’ bicipiti che pareano du’ colonne di’ tempio di Fiesole, gli garbaa un po’ i’ vino ma unn’era violento come ingiustamente diceano certe persone. Quando gl’avea beuto due o tre calici di vino, un li reggeva e’ dientaa la burletta di tutti. Ni’ barre si riuniano un po’ tutti la sera Gosto, Foresto, i’Triga, Guliermo, Pazzino e tutti ‘un vedeano l’ora di pagagli qualche calice di vino per divertirsi un po alle su’ spalle. I’ Cistronca unn’era un omo come tutti, gl’era un po’ buffo. Quando uscìa fora si porta’a dreco sempre la su’ cagnolina che ellera uno spasso a vedella. Una barboncina tutto ripicchiettata, con un pelo lungo lungo su i’ muso e tutta rileccata a i’ beaty salon e’ gl’aveano messo persino i’ rossetto come alle donne. Quasi sempre i’ Cistronca si portaa dreco anche la su’ moglie, che ‘la sembraa più una barboncina lei che la cagnolina. La chiamano la Cistronca. L’avea du’ occhi dipinti con de’ ciglioni lunghi e poi l’avea i’ rossetto che gli straborda’a dalla bocca, ‘la parea che la fusse passata prima dall’imbianchino. La gente ‘la si sbellica’a dalle risate, perché la parea una rificolana. Eppoi ‘la volea parlar fino, ma siccome l’era una contadina smessa, ‘la facea ridere tutti a crepapelle. Da un po’ di tempo ‘la s’era messa in testa di far parte di una setta e per questa ragione, la si chiudea in casa a fare le meditazioni. Urtimamente la medita’a la realizzazione di’ federalismo di coppia, icché volesse dire poi unno sa nessuno. I’ Cistronca, issù marito, anche lui voleva fare la persona fine, ma puzza’a di lezzo e di vino a mezzo chilometro di distanza. Qualche vorta i’ Cistronca l’era un po’ disorientato, specialmente quando s’avvicinaano le elezioni. Ell’era sempre a dire: “sono contro la violenza, ma se la ci ‘ole la ci ‘ole”. Ma l’era tutta una farsa perché un’arebbe ammazzato una formicola. Però l’era un gran mangiatore. Gli garbaa’ano i conigloli, i’ cignale, le pappardelle sulla lepre, i biscottini uso Prato, e alla fine di’ pasto, quando gl’avea tirato giù un fiaschetto di chello bono, si facea portare un bei calice di Sgancia e un bicchierino di Archemusse. Il caffè ‘un gli garbaa, e’ si sentia a disagio con la chicchera, perchene gli trena’ano le mani e l’avea paura di buttare la chicchera in tera. A i’ Cistronca gli garba’a la musica e i’ treatro. Gli garba’a parecchio la musica crassica come i’ “Funerale in Re maggiore” di Betovenne o i’ “Sogno d’una notte di mezza estate” di Sciacchespeare, che facevano tutti gli anni a Fiesole ni’ treatro romano. Nonostante che predicasse bene e’ razzola’a male. Dinanzi a casa sua v’erano i cassonetti della nettezza, ma i’ Cistronca ‘un butta’a mai i sacchi di’ sudicio drentro, gli facea fatica arzare i’ coperchio e allora li buttava fora. Attro che “raccolta differenziata” dinanzi alla casa di’ Cistronca la spazzatura la sarà stata differenziata, ma l’era tanto puzzolente. I’ Cistronca dicea a tutti che quello unn’era casino, ma gl’era semmai come dicea lui, un casino organizzato. Che a i’ Cistronca ‘un gli parlassero di carcio. Tutti gli diceano: “Cistronca ‘un ti garba i’ carcio?” Pe’ tutti e’ parea che i’ Cistronca fusse una mosca bianca. D’estate si mettea un paio di carzoni di lino bianco, pieni di frittelle, e un cappello di Panama, tutto sbrindellato. Quando passa’a dinanzi alla maestra, si gongolava tutto e leandosi i’ cappello, gli dicea, Buongiorno Mademosielle, ma la maestrina e’ lo scansa’a perché puzzaa di piscio e di borotalco. La moglie di’ Cistronca l’era un po’ gelosa, anche se più geloso dovea essere prioprio i’ Cistronca. E n’avea ripassati più lei che le porte di Domo di Firenze. Ora però ‘la facea la santarellina e quando gli diceano quarcosa sulla su’ gioventù ‘la doventa’a rossa come un peperone. Questo l’era i’ Cistronca uno de’ tanti personaggi mugellani.
Paolo Campidori

Traduzione dall’antico ‘vernacolo’ mugellano e toscano in lingua italiana

Il ‘Cistronca’ lo conoscevano tutti in Mugello. Era un uomo grande e grosso e aveva due bicipiti che parevano due colonne del tempio di Fiesole; gli piaceva un po’ il vino ma non era violento come ingiustamente dicevano alcune persone. Quando aveva bevuto due o tre ‘calici’ di vino, non li reggeva e diventava la ‘burletta’ di tutti. Nel bar si riunivano un po’ tutti la sera: Gosto, Foresto, il Triga, Guglielmo, Pazzino e, tutti, non vedevano l’ora di pagargli qualche ‘calice’ di vino per divertirsi un po’ alle sue spalle. Il Cistronca non era un uomo come tutti, era un po’ buffo. Quando usciva fuori si portava sempre  dietro la sua cagnolina che era uno spasso a vederla. Una barboncina tutta ripicchettata, con un pelo lungo sul muso e tutta rileccata “alla beauty salon” e le avevano messo perfino il rossetto come alle donne. Quasi sempre il Cistronca si portava dietro anche sua moglie, che sembrava più una barboncina lei della cagnolina. La chiamavano “la Cistronca”. Aveva due occhi dipinti con due ciglioni lunghi e poi aveva il rossetto che le ‘straboccava’ dalla bocca, e sembrava che  fosse passata prima dall’imbianchino. La gente si sbellicava dalle risate, perché pareva una ‘rificolona’. Eppoi, voleva parlar fino, ma siccome era una “contadina smessa” (1), faceva ridere tutti a crepapelle. Da tempo si era messa in testa di far parte di una setta e per questa ragione, si chiudeva in casa a fare delle meditazioni. Ultimamente meditava la realizzazione del “federalismo di coppia” (2), cosa volesse dire poi non lo sa nessuno. Il ‘Cistronca’, suo marito anche lui voleva fare la persona fine, ma puzzava di ‘lezzo’ (3) e di vino a mezzo chilometro di distanza. Qualche volta il Cistronca era un po’ disorientato, specialmente quando si avvicinavano le elezioni. Diceva sempre: “Siamo contro la violenza, ma se ci vuole, ci vuole”. Ma era tutta una farsa  perché non avrebbe ammazzato una formica. Però era un gran mangiatore. Gli piacevano i conigli, il cinghiale, le “pappardelle sulla lepre” (4), i biscottino “uso Prato”(5), e alla fine del pasto quando aveva tirato giù un fiaschetto di quello buono, si faceva portare un bel calice di Gancia e un bicchierino di Alkermess (6).Il caffè non gli piaceva, si sentiva a disagio con la ‘chicchera’ (7), perché gli tremavano le mani e aveva paura di buttare la tazzina in terra. Al Cistronca gli piacevano la musica e il teatro. Gli piaceva molto la musica classica,  come (diceva lui) il “Funerale in Re Maggiore” di Beethoven o il “Sogno di una notte di mezz’estate” Sheakespire che facevano tutti gli anni a Fiesole nel teatro romano. Nonostante che “predicasse bene, razzolava male”. Davanti a casa sua c’erano i cassonetti della nettezza ma il Cistronca non buttava mai i sacchi del ‘sudicio’ (8) dentro, gli faceva fatica alzare il coperchio e allora li buttava fuori. Altro che “raccolta differenziata” davanti alla casa del Cistronca  la ‘spazzatura’ sarà anche stata ‘differenziata’ , ma era tanto puzzolente! Cistronca diceva a tutti che quello (davanti a casa sua) non era ‘casino’, ma semmai, come diceva lui, era un “casino organizzato” (9). Che al Cistronca non gli parlassero di calcio. Tutti gli dicevano Cistonca “non ti piace il calcio”? Per tutti il Cistronca sembrava un “mosca bianca” (10). D’estate si metteva un paio di calzoni di lino bianco, pieni di frittelle, e un cappello di Panama, tutto ‘sbrindellato’ (11). Quando passava davanti alla maestra, di ‘gongolava’ (12) tutto e levandosi il cappello, le diceva: “Buongiorno Mademoiselle , ma la maestrina lo scansava perché puzzava di pipì e di borotalco. La moglie del Cistronca era un po’ gelosa, anche se più geloso doveva essere proprio il Cistroca. Ne aveva ‘ripassati’ più lei che le porte del Duomo di Firenze. Ora però faceva la ‘santerellina’ e quando le dicevano qualcosa sulla sua gioventù diventava rossa come un peperone. Questo era il Cistronca uno dei tanti personaggi ‘mugellani’

(1) In Mugello quando uno smetteva di fare il contadino si diceva “contadino smesso”

(2) Una cosa assurda, che non esiste

(3) di sporco

(4) Espressione toscana per dire ‘pappardelle’ al sugo di lepre

(5) Altra espressione toscana per dire “biscottini (o ‘cantuccini’) secondo la ricetta pratese (da Prato, Toscana)

(6) L’Alkermess è un liquore dolcissimo usato per confezionare dolci; nella zona di Firenze è notissimo quello dei Frati di Montesenario, che detengono la ricetta ‘segreta’ e viene fatto con alcool e diverse spezie orientali e locali. A Montesenario molto buona è anche la “Gemma d’abeto”, anche questa una ricetta ‘segreta’ dei Frati Servi di Maria di Montesenario. Speciale è il caffè ‘corretto’ con “Gemma d’abeto” (“Gemma d’abeto”) è un marchio depositato

(7) la ‘chicchera’ è la tazzina del caffè

(8) della nettezza; della spazzatura, etc.

(9) Espressione usata da un notissimo allenatore di calcio, che prevedeva un cambio improvviso e continuo (o quasi) dei ruoli dei giocatori durante le partite di calcio, per disorientare gli avversari

(10) Una mosca rara

(11) Sgualcito, rotto, rattoppato, etc.

(12) Tipico di chi vuole ‘rimorchiare’ una donna; fare “il gigione”, etc.

 

GOSTO E I’ TIFO PE’ I’ CARCIO

L’era inevitabile che dopo tutto questo parlare di carcio e della Fiorentina, anche Gosto si lasciasse contaminare. Pe’ la verità di carcio ‘un se ne intendea, una ‘orta, tanto tempo fa, lo portonno allo stadio e alla fine della partita, quando gli dissero – Gosto t’è garbato i’ carcio? – Gosto senza nenche fassi aspettare gli rispose. “A me mi pareano tanti maialini che correano dreto a una zucca”. Questa vorta però Gosto si mise di buzzo bono, cominciò a leggere i giornali sportivi, anche se leggere sapea proprio pochino, e alla fine prese la giusta decisione. Siccome sono toscano, e siccome e soprattutto sono mugellano, farò i’ tifo pe’ la Fiorentina.
La domenica seguente, con Puzzino, l’Omero, i’ Cistronca fissò con loro per andare ai grande stadio della Fiorentina. Gosto s’era attrezzato bene bene: la bandiera della Fiore, l’avea messa in vetta a un manico della vecchia vanga, quando ancora questo attrezzo gli servia, quando gli stea a contadino, poi prese i beretto, quello più sportivo, che si mettea quando dea il ramato alle viti, che gl’era doventato un po’ di tutti i colori, ma c’era anche di viola, che l’era i’ colore della su’ squadra.
Quando Gosto gl’entrò allo stadio cominciò a bociare come un forsennato, e a agitare i’ manico della vanga con la bandiera viola. Puzzino che l’era accanto a lui prese tre o quattro ‘orte i’ manico nella testa, e quarche botta ‘la toccò anche a i’ Cistronca. Dopo i richiami di Puzzino i’ Gosto si carmò un pochinino e cominciò a fassi largo per arriare alla Fiesole. Lassue sugli sparti c’era un casino della miseria, tutti bocia’ano pe’ quanto fiano l’aveano in gola. Forza viola! Forza viola!
A Gosto però questo “Forza viola” ‘un gli garba’a mica tanto, perchene, questo colore, i’ viola, sino da’ tempi che gli stea a contadino ell’era un colore mica tanto allegro, come l’era su ricordanza l’era prioprio i’ colore de’ morti. Lo sai icchene escramò Gosto, bisogna essere più originali, e, subito dopo cominciò a urlare “Forza lillà”, “Forza lillà”. Accanto a Gosto v’era un tifoso della Fiore di quelli sfegatati e appena sentì “Forza lillà” riferito alla su’ Fiorentina, bellina, gli rispose subito pe’ le rime “E la troia di tumà” e, non contento gli vergò subito un pedatone in uno stinco. Unnaesse mai fatto! Gosto l’era bono e caro, ma dato che l’avea beuto tre o quattro calici di vin bono, unn’aspettò neanche un secondo, prese la bandiera fatta con i manico della vanga e glielo stroncò ni’ groppone di questo tifoso fiorentino. T’aessi a dire e’ successe un putiferio, anche Puzzino, che l’era stato bono fino a qui’ momento, cominciò e snocciolare resie e a menà stiaffi, cazzotti a i’ primo che gli capita’a. E’ peggio di tutti però gli stiede i’ Cistronca, che ripetea “un semo pe’ la violenza”, “un semo pe’ la violenza”, quando tutt’a un tratto gli rivogarono un cazzotto in un occhio che doventò tutto viola. Fu proprio in questo momento che i’ Cistronca si sentì tutt’uno con la squadra di’ core, la Fiore.
La partita intanto gl’andea innanzi ma i’ pallone e’ gl’entraa sempre dalla parte di quell’attri. Pe’ forza e’ disse quello che gl’avea tirato un carcione nello stinco a Gosto “l’arbitro l’è cornuto”. Gosto questa sottigliezza ‘unna capì mica subito. Allora cominciò a pigliare le parti dell’arbitro e cominciò a dire “ichhè c’entra l’arbitro?” Lui l’è una persona perbene, semmai sell’è cornuto la su’ moglie la sarà una troia. A queste parole i’ tifoso un ci vedette più e’ l’avea belle arzato la mano per rifilare un sommommolo a i’ poero Gosto. Quando tutt’a un tratto tutti comincionno a bociare: Golle! Golle! E tutti unne steano più nella pelle. Solo Gosto unn’avea capito “golle”, ma icché vorrà dire, per me positivo l’è una parola foresta.
L’allenatore, riautosi per i’ golle fatto, cominciò a stramutare un po’ la squadra, perché arcuni giocatori oramai l’erano un po’ sciaborditi. Picchia e mena, picchia e mena i viola si feciono sotto porta avversaria, e un difensore di quell’attri sbucciò i’ pallone e fece l’autogolle! Lo stadio l’era come impazzito, le persone sembraano ‘le venissero giù a grappoli e tutti gl’andonno alla rete a bociare: “Viola”, “Viola”, Vittoria, Vittoria. Fu inevitabile che quarcuno di loro gl’entrò in contatto con la tifoseria avversaria. E’ comincionno a volà botte da orbi. Gosto e Puzzino un’aspettonno tempo, gl’andettero a aiutare questi “viola”, che l’erano doventati ancora più viola dalle legnate. Gosto che quando gli stea a contadino gl’avea una forza sovrumana, tant’è vero che gl’arza’a l’aratolo come un fuscello, e gl’avea più forza lui de’ boi. Ma qui l’era tutta un’attra questione, la tifoseria avversaria, l’era venuta attrezzata bene, con spranghe, curtellacci, e catene. Gosto, nella lotta prese una catenata tra capo e collo che gl’andette subito a KO. Puzzino che l’era rimasto solo in tutto qui’ bailamme, se la cavò con un be’ bernoccolo sulla testa.
Finalmente l’arbitro fistiò la fine. I viola l’aveano pareggiato pe’ i’ rotto della cuffia. I’ poro Gosto e Puzzino invece un’avean pareggiato pe’ nulla, loro n’aveano prese tante e sode. Una vorta che Gosto tornò ni’ su Mugello un gli venne più la voglia ne’ di’ carcio, né de’ viola, e né de’ lillà. L’ebbe tarmente un brutto ricordo che la partita unna vide più neanco alla televisione.
Paolo Campidori

DA I’ PITTORE DI’ PAESE

Una volta c’era l’usanza di andare nello studio di un pittore, e con la scusa di essergli amico, o approfittando del fatto che gli Artisti “sono sempre in bulletta”, si cercava di portare a casa sotto braccio una bella opera d’arte. Questo è capitato anche a “fior fiore” di artisti, basterebbe ricordare Modigliani, Van Gogh, e un po’ tutti i ‘Macchiaioli che sono rimasti incompresi per molti anni dopo la loro morte. Ecco che questa mia poesia diventata ormai un ‘classico’ ormai la è di moda e, spesso e volentieri, la vedo appesa negli  studi di amici pittori o scultori. Ve la propongo sempre in vernacolo mugolano, sperando che sia di vostro gradimento

Da i’ pittore di’ paese

Questo quadro l’è bellino/Sì, ma ‘un tu tiri fora un quattrino/Quanto costa ‘sto paesaggetto?/E’ costa men che una puttana a letto!/Che è olio o acquerello?/O ‘un tu lo vedi bischerello?/Che è di tela o cartoncino?/L’è taola di chercio , pirulino!/Trenta EURI gl’enno abbastanza?/Sì, pe’ anda’ a letto con la tu’ ganza/Che me lo faresti un ritrattino?/T’ha i’ muso brutto da cretino/Che dipingi anche fora a cavalletto?/Sì, tutte le ‘orte che piscio a letto/Tu se’ un ganzo, un artistone/E tene tu se’ un gran coglione/Se potessi comprerei tutta la paranza/Ma gira i’ culo e leati da questa stanza!  Paolo Campidori

SCARPERIA E SANT’AGATA
Un nuovo articolo di Paolo Campidori

Scarperia, detta così, perché sorge alla ‘scarpa’ dell’Appennino che una volta si chiamava ‘Alpe’ (Non esisteva distinzioni fra Alpi ed Appennini, ma era considerata un’unica catena). ‘Scarpa si chiama anche la parte delle mura che emerge dalle fondamenta delle torri o dei castelli, che generalmente è costruita in forma obliqua (un ostacolo in più per gli assalitori). Qui a Scarperia, come in altre parti strategiche, quasi sempre posti sulle maggiori strade di transito (allora esisteva solo il Passo del Giogo) la Repubblica Fiorentina aveva costruito una “terra nuova”, che, in genere, era anche un ‘mercatale’, ma in particolari modo, era una risposta esplicita al potere Feudale, specialmente a quello degli Ubaldini, i quali si avvalevano di ‘masnadieri’ per ostacolare i traffici commerciali dei Fiorentini, allora grande potenza economica. Dall’altro lato delle “Alpi degli Ubaldini” i quali si vantavano di avere più di cento castelli, sui monti e al piano, fra Scarperia e Cornacchiaia (Firenbzuola), c’era la “terra nuova” di Firenzuola. Per arrivarci, quando ancora il Passo del Giogo non esisteva , c’era una strada, abbastanza buona, ma devastata dal tempo e dalla tracotanza dei Signorotti Feudali la quale, passando per Scarperia, Sant’Agata, Montepoli valicava i monti in località Osteria Bruciata (o Brucciata), dove il ‘passo’ fa una specie di conca, un avvallamento che favoriva il passaggio delle carovane, per lo più mulattiere. Una volta saliti cominciava la discesa che portava, seguendo un percorso di crinale alla località Roncopiano, sede di borgo medievale e infine si arrivava a Cornacchiaia, guardata a vista dal potente castello della Giandolea (Ubaldini) i quali, ancora nel sec. XIII esigevano le famigerate imposte di ebraico, polveratico, pontatico, etc. C’è da tener conto che questo non era l’unico itinerario, ma esistevano itinerari diversi a seconda delle località in cui i mercanti, i pellegrini, o semplici visitatori dovevano andare. Tanta per fare un esempio, per andare in Romagna la strada proseguiva per San Piero Santerno, se invece si doveva andare in Emilia (Scaricalasino, oggi Monghidoro, etc.) la strada passava dalle Valli, Peglio, Culcedra (presso Pietrramala), Sasso di San Zanobi, Cavrenno, etc. Però vorrei ribadire che esistevano più strade, ma quella più ‘battuta’, anche perché vi era una Locanda ed uno ‘Spedale’ per i pellegrini, era senz’altro quella della Osteria Bruciata.

Ritornando a Scarperia, dobbiamo però dire che i ‘nuclei più antichi erano Fagna e Sant’Agata. Quest’ultima è davvero una delle ‘perle’ più preziose che esistano in Mugello. La Pieve di Sant’Agata, forse, una delle chiese più antiche del Mugello ha una storia unica. Sembra sorgesse su un piccolo tempio etrusco, che però non se ne ha la

certezza. La chiesa di Sant’Agata, che è ‘gemella’ della chiesa di Cornacchiaia, è di una bellezza straordinaria, ed ha delle particolarità (riscontrate anche nella Pieve di Cornacchia, molto rimaneggiata), e cioè, quella che le ‘capriate’, che sono quei ‘triangoli’ di legno che sorreggono il tetto, che poggiano direttamente sui capitelli delle colonne. Una particolarità unica nel suo genere. La chiesa ha subito almeno tre importanti rimaneggiamenti: da chiesa proto-cristiana (ex tempio etrusco?), a chiesa del Mille (anno più, anno meno), a chiesa Romanica. E’ presumibile che questa strada che passando da Sant’Agata per l’Osteria Bruciata, fino ad arrivare a Cornacchiaia (Firenzuola), fosse anche il percorso etrusco. Sant’Agata è un paesino assolutamente da visitare. C’è un bel Museo Archeologico territoriale, un Museo di Arte Sacra, e una ‘chicca’ il Museo del ‘grande’ Leprino, che ha voluto riprodurre ambienti e personaggi del suo tempo, rifacendosi alla vita dei contadini mugellani degli anni prima e dopo la Guerra Mondiale. Sono tutti personaggi riuscitissimo, in movimento: l’arrotino, il fattore, il contadino che porta la ‘serqua’ delle uova, la ‘battitura’ del grano, l’ubiaco sorretto dagli Agenti dell’Arma dei Carabinieri, insomma andate a vistare la Pieve, i Musei, il bellissimo paese di Sant’Agata.

PAOLO CAMPIDORI, COPYRIGHT

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