Mese: maggio 2018

FRA REZZANO E GAGLIANO: I LUOGHI DA DOVE VENIVANO (PRIMA DI GIUNGERE IN ALTO MUGELLO) GLI UBALDINI, PROPRIETARI DI PIU’ DI 100 CASTELLI

FRA REZZANO E GAGLIANO: I LUOGHI DA DOVE VENIVANO (PRIMA DI GIUNGERE IN ALTO MUGELLO) GLI UBALDINI, PROPRIETARI DI PIU’ DI 100 CASTELLI
In una mappa tardo-cinquecentesca da me rintracciata all’Archivio di Stato di Firenze, è riportata con semplicità e chiarezza quella che doveva essere la principale via di comunicazione che attraversava il Mugello, in direzione N-S: Vale a dire il Mugello era un luogo intermedio fra Firenze e le città dell’Emilia Romagna. Il tracciato nel punto che ci interessa ed è oggetto della nostra ricerca è quello fra il Castello di Cafaggiolo e il Passo Appenninico. In questa mappa antica noi notiamo che la strada tocca il castello di Cafaggiolo, attraversa la Sieve in località Croce e all’altezza del Castello di Villanova la strada biforca in due tronconi: uno che va alla Pieve di San Gavino Adimari, Montecarelli e attraversa la Futa, l’altra si dirige verso la chiesa di Collebarucci, lambisce la Villa Ubaldini e punta diritta verso Santo Stefano a Rezzano, Panna, Pardibecco (sull’Appennino) fino ad arrivare a Roncopiano nei pressi dell’Osteria Bruciata. Ritengo che questo sia uno dei tracciati più antichi a disposizione di coloro che dalla Toscana andavano in Romagna. Questo ce lo fa supporre una serie di motivi: le strade nel Cinquecento non avevano subito una nuova rivoluzione stradale come era avvenuta nel 1200 (Vedi J. Plesner: Una rivoluzione stradale nel 1200), più o meno le strade nel ‘500 erano ancora quelle medievali e alto medievali. Un altro indizio ci fa capire che questo fosse un tracciato molto antico: la strada tocca le località di Cafaggiolo, Villanova, Rezzano, Gagliano, tutte località sedi di castelli. Inoltre nei pressi di Gagliano sul fiume Sorcella si trova, e, ancora in discreto stato di conservazione, un ponte medievale molto antico, ponte che per la sua importanza storica e per la bellezza delle sue linee, meriterebbe, anzi è auspicabile che subisca un intervento di restauro. Da questo ponte ad andare al Castello di Gagliano il passo è veramente breve, anche se lo si facesse a dorso di mulo, come nel medioevo. Qui a Gagliano, allora detto castello, poiché circondato da mura difensive, entriamo nel dominio degli Ubaldini. Una bella veduta del paese, dove ancora sono riconoscibili le mura antiche del castello, la si può godere dal cosiddetto Palazzaccio di Rezzano, che era la dimora originaria degli Ubaldini, del ramo più antico, quelli appunto da Gagliano. Io ho avuto la fortuna, circa 20 anni orsono, di recarmi presso questo palazzo antico, prima che fosse restaurato dagli attuali proprietari. Debbo dire che, nonostante il palazzo fosse caduto in stato di semi-abbandono, tuttavia la mia emozione fu grande, pensando che quella, e proprio quella, era la casa antica degli Ubaldini, signori del Mugello, che vantavano avere 120 castelli in Mugello! E’ impossibile per noi oggi capire quanto questa famiglia, di origine longobarda, fosse grande e potente. Una volta arrivato al Palazzo, dove già allora fervevano lavori di restauro, sbirciai subito il grande scalone, che portava ai piani superiori. Chiusi un attimo gli occhi e immaginai, quei signori, le dame, i paggi, i servi, salire e scendere lo scalone. Per un attimo mi sembrò di sentire lo scalpitìo dei cavalli, il rumore dei ferri delle armature e delle spade. Per un attimo immaginai di vedere Messer Ubaldino scendere le scale del Palazzo in grande pompa, con aria arrogante. Riaprendo gli occhi vidi che ai muri del palazzo c’erano ancora gli antichi capitelli, e poi gli archi a tutto tondo, i soffitti con le travi antiche. Fuori, davanti al Palazzo, un antico pozzo, e sulla facciata ancora qualche residuo di finestra antica e di portale dell’epoca. Passata l’emozione chiesi ai proprietari se avessero trovato qualche cimelio: delle terracotte, delle monete o quanto altro potesse interessare la mia ricerca. La proprietaria mi disse allora che avevano rinvenuto dei frammenti di ceramica molto piccoli che io allora esaminai e mi parvero però di epoca più tarda, forse quattro-cinquecentesca. Inoltre la signora Mara, proprietaria, mi disse che i muratori avevano rinvenuto una data in un intonaco risalente al 1292. Il Palazzo nel Cinquecento era ancora abitato dagli Ubaldini, poiché il Varchi, proprio qui a Rezzano compose una parte delle sue Storie Fiorentine. Poi si sa che gli Ubaldini si trasferirono da qui, nella vicina Villa del Monte. Oggi, il Palazzo è stato restaurato in ogni sua parte e devo dire che è stato un restauro intelligente, che ha rispettato in pieno le caratteristiche medievali e rinascimentali dello stesso. Oltre ai portali sono stati restaurati i capitelli, il pozzo, le finestre, ecc. Il Salone, al piano terreno, è stato interamente recuperato ed è ora un salone bellissimo. Bellissima è pure la vecchia cucina con l’antico caminetto. Da nove anni questo ambiente, fra le sue mura millenarie, ed essendo diventato Agriturismo di classe, ospita turisti che vengono per lo più dalla Germania e dal Nord Europa, affascinati dalla bella conca mugellana e per godersi una bella vacanza a contatto con la natura. A una mia domanda se ai turisti piace il Mugello, la signora Mara proprietaria mi risponde: “Debbo dire la verità, all’inizio era difficile. Ora il Mugello piace soprattutto a coloro che amano la natura un po’ più selvaggia, e qui a Rezzano si esce di casa e si va subito nei boschi a fare trekking, a raccogliere le more e altri frutti del bosco”. Alla mia domanda se i turisti si recano al lago di Bilancino la signora risponde: “Non ne hanno bisogno poiché qui hanno una bellissima piscina”. Inoltre possono fare l’equitazione, il tennis e vicino ci sono i campi da golf”. Inoltre l’Azienda Agrituristica Il Palazzaccio ha saputo dotarsi di strutture idonee per valorizzare certi suoi prodotti, tipici della zona, quali il miele e l’olio di oliva, buonissimo in questa collina. Sono dunque contento che il Palazzo degli Ubaldini sia tornato a rivivere e nel migliore dei modi. Anzi io sono dell’idea che quel dispregiativo “Palazzaccio” non gli calzi affatto. Chissà che in futuro non gli venga dato un nome più soddisfacente, ad esempio Palazzo, poiché se lo merita.
Paolo Campidori

RAZZUOLO (BORGO SAN LORENZO) CELEBRE PER UNA ABBAZIA BENEDETTINA, MA ANCHE PER AVERCI TRASCORSO GLI ANNI SPENSIERATI DELLA MIA GIOVENTU’

RAZZUOLO (BORGO SAN LORENZO) CELEBRE PER UNA ABBAZIA BENEDETTINA, MA ANCHE PER AVERCI TRASCORSO GLI ANNI SPENSIERATI DELLA MIA GIOVENTU’

Una vecchia canzone popolare dice: “E prima San Frediano l’era un fiore, e ora l’è un castello abbandonato, e prima c’era lo mio amore ….ecc. ecc.”. In questi versi un innamorato ricorda, quando ancora San Frediano a Firenze era un quartiere popoloso, un po’ fuori città, ma era una quartiere “vivo”, con i bottegai, le vecchie trattorie, i personaggi caratteristici che parlavano un dialetto tutto particolare e un po’ sboccato. Tant’è che quando un fiorentino parlava un po’ “sbracato” si diceva allora: “Di do’ tu vieni, che se’ di San Frediano? Ritornando ai versi e all’innamorato, si dice che, purtroppo, ora l’è un castello abbandonato e che prima c’era lo suo amore e ora non c’è più. Tutto è andato perduto proprio come a Razzuolo. Nella mia gioventù ho frequentato, e per un tempo abbastanza lungo, questa località che si trova ai piedi della Colla, poiché proprio in questo piccolo paese, che era una volta un antico castello, abitava un vecchio “mio amore”. Cose giovanili, beninteso! Insomma in quei famosi anni ’60, che erano un po’ anche i miei, mentre stavo facendo il servizio militare, nientedimeno che a Firenze, facevo la spola su e giù: estate, inverno, con la neve, con il ghiaccio. Anzi, allora, il ghiaccio non ci faceva affatto paura. Mi ricordo che per essere a Firenze alla mezzanotte, scadenza del permesso, partivo da Razzuolo alle 23,30, e con la mia Diane “Deux chevaux”, vi ricordate quell’auto tutta molleggiata? Insomma, una curva a destra e una a sinistra, in ripetizione costante riuscivo ad arrivare alla caserma con quei cinque minuti di ritardo, che si chiamavano i cinque minuti di comporto, e ti evitavano la ‘consegna’. Ma perché tutto questo prologo? Perché allora che avevo 20, e come me tante altre persone, anni non pensavo certo nè alla storia, né all’arte, né al folklore. Pensavo a tutt’altre cose! Cioè? Beh, immaginate voi…E’ proprio vero quel detto che dice “Tira più un pelo di …..che un carro di buoi”. Poi si è visto anche, nella trasmissione di Panariello, che è un trattore quello che tira più di un carro di buoi. La compagnia era piacevole, in quel piccolo borghetto di campagna, dall’aria così salubre, si trascorrevano delle ore felici, e si stava allegri con del buon vinello toscano. Mi ricordo che all’Osteria, ancora si è mantenuta tale e quale, si beveva un “vinsantino” mica male. E poi le cene, la danza a Razzuolo e a Casaglia. E niente ci fermava. Ma chi se lo immaginava allora che quel paesino di montagna una volta era molto importante? Io non mi sono mai accorto di nulla, né nessuno mai del posto mi ha detto qualcosa del passato illustre del paese. Qualcosa che c’era ma ora non c’era più, proprio come nella canzone. Poi la vita cambia, da giovane “latin lover”, o “vitellone” che dir si voglia, si passa nella categoria “persone serie”, si diventa insomma intellettuali. Si va a frugare negli Archivi, si esaminano manoscritti e pergamene, si consultano libri moderni e antichi….Che cambiamento! Mio figlio dice cambiamento da “choc”. Sara vero? Insomma, prendiamola come vogliamo, si viene a sapere che in quel borghetto chiamato Razzuolo, in passato, era un Castello, menzionato da Matteo Villani, nel libro VIII della sua Cronaca, ma anche dal prestigioso borghigiano Brocchi nella sua Descrizione del Mugello della metà del ‘700. Ma non è finita, cari amici. Razzuolo era sede di una delle più prestigiose Abbazie Vallombrosane sorte intorno ai primi decenni dell’anno 1000. Questa Abbazia voluta proprio da San Giovanni Gualberto, fu eretta nello stile vallombrosano, ed è, addirittura, quasi gemella dell’Abbazia di Rio Cesare a Susinana, presso Palazzuolo, I vallombrosani, non dimentichiamolo, nella zona mugellana avevano anche l’Abbazia di Moscheta. Si erano estesi un po’ a macchia di leopardo nel territorio del Mugello e Alto Mugello. La cosa interessante è che queste abbazie furono costruite in punti strategici, quali vie di comunicazione di importanza notevolissima. Anche a Crespino e a Marradi troviamo abbazie dello stesso ordine. Uno studio approfondito di questi insediamenti, allora detti eremitici, chiarirà il ruolo religioso e politico di queste strutture. L’abbazia di Razzuolo, una volta terminata fu affidata alla guida del monaco, poi Abate Teuzzone, che era anche il biografo di San Giovanni Gualberto. A Teuzzone, divenuto poi anch’egli Beato, furono affidati otto monaci, che, forse per la loro vita esemplare e la loro santità furono chiamati “le otto stelle di Razzuolo”. I monaci oltre alla preghiera, oltre alla salmodia, avevano anche il compito del lavoro, glielo imponeva la regola. Questi monaci quindi disboscavano e dissodavano terreni, si occupavano di agricoltura, di pastorizia, di costruzione di strade e di piccoli ponti ed avevano il compito dell’accoglienza dei pellegrini. In nome di Dio, davano, a chi glieli avesse chiesti, legna, pane, latte, lana ecc.Questa abbazia ha avuto una vita molto lunga, circa sette secoli, prima di trasferirsi a Ronta nella nuova sede. In sette secoli quanti monaci sono stati accolti nell’eremo di Razzuolo? Da “otto stelle” iniziali, le stelle sono diventate centinaia, mille e forse più. Ecco perché a Razzuolo, castello abbandonato (e distrutto), Abbazia secolare ora irriconoscibile, nelle sere d’inverno e d’estate brillano alte nel cielo mille stelle. Sono le stelle dei monaci dell’Abbazia di Razzuolo, che sono volate così in alto e brilleranno per secoli e secoli.
Paolo Campidori
Fontebuona, 19 gennaio 2002

SUL PASSO DELLA SAMBUCA (MT 1150), ANTICA STRADA MEDIEVALE PER PALAZZUOLO SUL SENIO, SEDE DI CASTELLI DEGLI UBALDINI, FRA ALTE RIPE TAGLIATE NELLA ROCCIA E STRAPIOMBI VERTIGINOSI

SUL PASSO DELLA SAMBUCA (MT 1150), ANTICA STRADA MEDIEVALE PER PALAZZUOLO SUL SENIO, SEDE DI CASTELLI DEGLI UBALDINI, FRA ALTE RIPE TAGLIATE NELLA ROCCIA E STRAPIOMBI VERTIGINOSI

Quando io era ancora adolescente, mio fratello maggiore, che aveva interessi nella zona di Palazzuolo, mi parlava spesso di un “passo”, detto Passo della Sambuca, che a suo dire abbreviava di molto il tragitto per andare a Palazzuolo. Tuttavia, secondo quanto mi diceva lui, questa strada, pur essendo affascinante, era tuttavia pericolosa, specialmente in inverno, in modo particolare quando c’era la neve e il ghiaccio, poiché la strada non era asfaltata e in certi punti era stretta e precipite. Inoltre, mancava di qualsiasi protezione, tipo muretto o altra cosa, per cui se uno avesse commesso un errore in quei tornanti, sicuramente non sarebbe tornato a casa a raccontarlo, in altre parole l’avrebbe pagata cara. E poi c’era il pericolo costante della caduta dei massi sulla strada, anche questo un inconveniente non trascurabile, da non sottovaltare. Però non c’era alternativa. Quando d’inverno la neve era alta e il passo era impraticabile, gioco forza, si doveva passare da Marradi, oppure da Coniale percorrendo il Passo della Faggiola. Ma, sicuramente, la prima di queste due soluzioni era la migliore. A quell’epoca ero studente e fare, come si diceva allora, “forca” per andare una volta con mio fratello su quei monti, mi affascinava molto. E poi Alberto, così si chiama mio fratello, mi parlava spesso di quei luoghi, di Quadalto, per esempio, dove c’era un Santuario della Madonna e dove, nei pressi c’era una trattoria dove facevano dei tortelli emiliani veramente deliziosi. Quella volta mio fratello cedette alle mie richieste e fui felice di partire con lui per affrontare questa bellissima avventura. La strada era veramente bruttina, sterrata, tutta poggi e buche, con tornanti spettacolari e da brivido, che giravano, giravano ed eri sempre lì, magari 20 o 30 metri più sotto e dappertutto vedevi panorami mozzafiato. Però, Palazzuolo, lo vedevi sempre in basso, e nonostante che ti avvicinassi gradatamente, avevi l’impressione di non arrivarci mai. Nella mia ingenuità di allora mi chiedevo se non fosse stato meglio, una strada tutta diritta, tutta in discesa, che ti avrebbe permesso di raggiungere subito Palazzuolo. Invece niente di tutto questo: una diritta, una curva a gomito a destra, un’altra diritta, un’altra curva a gomito a sinistra e ogni tanto qualche bel ciottolo, se non addirittura qualche masso sul fondo stradale, da scansare con cura, pena il ruzzolamento nella valle. Quello che mi stimolava molto, e mi faceva venire qualche brivido lungo la schiena era il fatto che la strada non avesse protezione alcuna, come lo hanno le strade di oggi che sono protette da guard-rails e questa cosa un po’ mi intimoriva, ma anche mi divertiva. E poi il ghiaccio, che mio fratello temeva molto perché era molto insidioso. Magari trovavi dietro una curva un bel lastrone, che se le ruote avessero scivolato in quel punto, ti saresti ritrovato direttamente molto più in basso, magari di fronte al bivio per la strada che va a Piedimonte, in un mucchietto di ossicini. Ma il panorama era troppo bello, mio fratello, che possedeva allora una delle poche auto con il mangidischi, mettava uno dietro l’altro i dischi delle canzoni degli anni ’60 (il periodo era quello): Rita Pavone si avvicendava a Gianni Meccia, Gianni Morandi, Domenico Modugno, ecc. ecc. La musica ci allietava e l’unico pensiero che avevamo in mente era quello di andare alla trattoria di Quadalto dove ci avrebbe atteso un bel piatto di tortelli fumanti. Nel frattempo, guardando dal finestrino, mi chiedevo cosa ci facessero quelle casine in cima ai monti che ci stavano di fronte e in modo particolare, quella chiesetta posta proprio sul crinale, in una posizione che dominava la Valle del Senio e del Lamione.
“E’ la chiesina di Lozzole” – diceva mio fratello – “Ma adesso ti interessano anche le chiesine?”
“Non ci pensavo neppure lontanamente” – Risposi, e che anzi pensavo a quando saremmo arrivati a Quadalto, con l’appetito che avevo!
Arrivati alla trattoria di Quadalto, mi accorsi che mio fratello era un po’ di casa, come si usa dire, e che conosceva anche molto bene la “Mirandolina” della trattoria del luogo, in quanto si davano del “tu” e lui e lei scherzavano piacevolmente.
“Ma non eri fidanzato con un’altra?” – Chiesi a mio fratello
“Si, però questa è un’amica” – Mi rispose
“Ma, sarà anche così…, però a me la cosa non riguarda” – Replicai
“Giura che non racconterai nulla” disse mio fratello, aggrottando le ciglia
“Ti giuro che non racconterò nulla” e incrociando le dita feci il segno del giuramento.
“Non sarai mica Giuda eh?” disse stizzito mio fratello. Poi scoppiò in una risata.
Il locale era ben riscaldato, vi era il caminetto acceso e un po’ più in là una grossa stufa a carbone che emanava un caldo quasi insopportabile.
“Cosa prenti te?” – Chiese mio fratello
“Tortelli, naturalmente” – Gli risposi
A questo piatto seguì della salciccia fatta sulla gratella e dolcetti fatti naturalmente in casa.
“Ma lo sai che la cucina palazzuolese è davvero forte” – Dissi rivolgendomi a mio fratello
“La cucina quadaltese, vorrai dire….” mi rispose simpaticamente “Mirandolina”
“Perché – chiesi – c’è differenza fra la cucina quadaltese e la cucina palazzuolese?”
“Eccome se ce n’è” e mostrandomi le mani si mise a ridere.
“Non mi vorrai dire che qui il mangiare lo fanno con le mani e a Palazzuolo con i piedi?” – Dissi io
“In un certo qualmodo è così” – Rispose lei. E tutti e tre ci mettemmmo a ridere. Dentro di me pensai che avevo passato veramente una bella giornata, anche se fredda, con la neve e il ghiaccio, ma una di quelle giornate che valeva la pena aver fatto una bella “forca” a scuola!
Paolo Campidori

POLCANTO (BORGO SAN LORENZO): LUOGO DOVE IO HO RITROVATO UN TEMPIO NEOLITICO (II MILLENNIO A.C.), ERA UN LUOGO FORTEMENTE ANTROPIZZATO ANCHE NELL’ALTO E BASSO MEDIOEVO

POLCANTO (BORGO SAN LORENZO): LUOGO DOVE IO HO RITROVATO UN TEMPIO NEOLITICO (II MILLENNIO A.C.), ERA UN LUOGO FORTEMENTE ANTROPIZZATO ANCHE NELL’ALTO E BASSO MEDIOEVO

FRA I BOSCHI DI POLCANTO IN MUGELLO CON GLI UBALDINI DA PILA E L’IMPERATORE FEDERICO

Q.D.A. e ancora: A.D.U. I lettori si chiederanno meravigliati il significato
di queste sigle o ‘rebus’ che dir si vogliano. Sveliamo subito il segreto:
Q.D.A sta per: QUIS DOMINUS APPENNINI?, cioè: ‘Chi è il padrone
degli Appennini?’; e l’altra A.D.U. sta per: ALMA DOMINUS UBALDINI e, cioè, ‘L’alma casa di Ubaldino’.
Chi ha pronunciato queste frasi? E quando? Sia alla prima che alla seconda
domanda non possiamo rispondere in maniera certa e documentata. Possiamo però fare riferimento a delle circostanze che avallerebbero la
possibilità che Federico stesso, l’Imperatore, le abbia pronunciate durante
un banchetto in suo onore nel Castello in Mugello degli Ubaldini da Pila,
situato nei monti fra Polcanto e Borgo San Lorenzo.
Veniamo ai fatti. Sappiamo per certo che Federico nel 1185 fu in Toscana
e si trattenne, dicono le fonti antiche, per restituire il contado ai suoi devoti
vassalli, riprendendolo agli ‘usurpatori’ fiorentini, che oramai erano diven-tati troppo forti e miravano ad estendere il loro territorio molto oltre le
loro mura cittadine.
Narra la storia non ‘ufficiale’, cioè quella che si tramanda oralmente e che
non è supportata da documenti scritti, ma non per questo, certe volte, non
meno attendibile, che, nel 1185, l’Imperatore Federico era in Mugello e
più precisamente era ospite di Ubaldino da Pila presso il suo castello
omonimo. La storia tradizionale, e quella narrata da un suo discendente,
narra che, per rendere omaggio a un così illustre personaggio gli Ubaldini
da Pila, oltre ai numerosi e sontuosi festeggiamenti, organizzarono una
caccia eccezionale nei boschi intorno al castello. Pare che il coraggioso
Ubaldino da Pila abbia trattenuto per le corna un cervo di taglia eccezionale in attesa che l’Imperatore Federico lo trafiggesse da parte
a parte con la sua lancia. Federico avrebbe poi donato la testa del cervo a Ubaldino autorizzandolo per questo nobile gesto (per quei tempi) a dotare
il loro stemma con tale insegna.
Niente sappiamo più dalla storia al di fuori di scarne notizie tratte da
documenti notarili relative a donazioni, acquisti e vendite di immobili,
testamenti, ecc.
Sappiamo per certo dalla storia che i Fiorentini, ormai diventati forti
economicamente e militarmente, ebbero la meglio sugli Ubaldini e sul
potere feudale che si esercitava soprattutto nel contado.
Verso la metà del sec XVIII, narra il Brocchi, gli Ubaldini da Pila tornano
a far parlare di sè. Presso i ruderi del Castello di Ottaviano Ubaldini a
Montaccianico, presso Scarperia, viene ritrovato un reperto importantissimo e cioè il sigillo degli Ubaldini da Pila. In questo sigillo
è raffigurato un cavaliere, armato di tutto punto in sella al suo veloce
destriero e tutt’intorno la scritta: UBALDINI DA PILA.
Alcuni giorni fa sono salito, insieme a due simpatici giovani accompagnatori: Paola di 12 anni e Giorgio di 15 anni, attuali proprietari
del luogo, sulla sommità della collina per accertarmi quello che resta di
un castello così importante. Vi posso assicurare che la gioia e l’emozione
è stata grande, e il panorama stupendo. A parte un poco di disagio causato
dalla strada che si inerpica con una pendenza notevole, debbo dire che
la passeggiata è stata piacevole, anche perchè il bosco del pendio della
collina è in fase di taglio boschivo. Si arriva dopo circa 20 minuti di
cammino su un pianoro, dove prima esisteva, oltre un villaggio, anche
la chiesa di San Niccolò alla Pila, la cui Pieve era Santa Felicita a Larciano
poi spostata in Val di Faltona, presso il fiume.
La vista spazia a 360 gradi: a Nord la vallata del Mugello, a Est la vallata
del Carza e la Badia di Buon Sollazzo, a Sud i Monti di Polcanto, a Ovest
sul cucuzzolo il monte Asinario il cui nome deriva dall’etrusco ‘aisn’ che
significa luogo di preghiera. Qui gli Etruschi, forse avevano un loro tempio e forse una fortezza e che visivamente collegava buona parte della
Toscana. Successivamente, nel Medioevo un Giuliano da Bivigliano, degli
Ubaldini , risulta proprietario di questo castello, che si collegava al Castello della Pila con una strada di crinale.
Lasciato questo Pianoro si sale ancora un poco e fra la folta vegetazione
incominciamo a vedere le prime muraglie diroccate. Più avanti in mezzo
alla folta vegetazione ancora ruderi: una cisterna con tubi di raccolta per
l’acqua piovana, con la volta crollata e , ancora, avanzi di muri con tracce
di decorazioni affrescate con motivi geometrici e con colori tenui dal rosso al celestino, ma ormai quasi illeggibili. Si narra che alcuni cercatori,
non autorizzati, abbiano ritrovato calandosi pericolosamente fra questi
ruderi, delle armature, dei frammenti di lancia e altre armi dell’epoca.
Ancora un attimo a respirare con Giorgio e Paola l’aria salubre dove
per secoli da queste vette hanno dominato gli Ubaldini, e forse dire
‘dominato’ è ancora un pò poco.
Lasciamo con un poco di rimpianto questa altura e ci incamminiamo
verso la valle dove ci attende la Signora Edvige, originaria di Marradi,
nonna dei giovani accompagnatori. Questi Signori abitano questo luogo
che si chiama podere Pila da circa 30 anni. Quando acquistarono la casa,
sopra l’arco dell loggia c’era ancora uno stemma con il cervo degli Ubaldini. Inoltre sulla casa è stata posta una lapide che ricorda l’episodio
riportato da Dante nella Divina Commedia quello del Conte Ugolino (da Pila) e dell’Arcivescovo Ruggieri.
L’episodio raccapricciante riportato da Dante ha prevalso sulla caccia al cervo degli Ubaldini con l’Imperatore Federico e sulla storia di questo
importantissimo castello!

Girone – Fiesole, 23 maggio 2001
Paolo Campidori

9 giugno  2001

PIETRAMENSOLA (VAGLIA) UN CASTELLO MEDIEVALE DEGLI UBALDINI, ORIGINARI DELLA GERMANIA (VALLE DEL RENO) UBBIDIVANO ALLE LORO ORIGINARIE DETTE “RIPUARIE” (RIVE DEL FIUME RENO)

PIETRAMENSOLA (VAGLIA) UN CASTELLO MEDIEVALE DEGLI UBALDINI, ORIGINARI DELLA GERMANIA (VALLE DEL RENO) UBBIDIVANO ALLE LORO ORIGINARIE DETTE “RIPUARIE” (RIVE DEL FIUME RENO)
Verso la seconda metà del sec. XI il notaio Rolando si trova a redigere un documento relativo alla donazione fatta da parte di una nobile signora, di stirpe longobarda, di una quota di un castello che si trovava a Vaglia, in località Pietramensola, beni che le erano pervenuti per “morgincap” o “morgengabe”. I nostri cari amici e lettori del Galletto, diranno tanto piacere! E questo “morgincap” da dove salta fuori? Questo particolare istituto del diritto longobardo ora menzionato, ci dà la possibilità di approfondire un po’ questo argomento e di vedere qual’era la condizione giuridica della donna in quel particolare periodo storico: secc. VI-VIII e anche oltre. Ma sentiamo cosa riferisce il Niccolai su questa donazione: “donna Gisla, la quale era rimasta vedova di Azzo Pagano, col consenso del figlio Rolandino, donò alla chiesa di San Pier Maggiore, presso Firenze, la quarta parte dei beni pervenutile per MORGINCAP , fra i quali le assegnò anche la quarta parte della corte, castello e torre con la chiesa di Sant’Andrea “de loco Petra-Mensula”. Il Francovich, nel suo libro “I castelli del contado fiorentino” è ancora più preciso. Egli ci dice che la donazione fu fatta dai fratelli di Donna Gisla, in suo nome, che si chiamavano Rodolfo e Faro, detto Azzo. Qui notiamo alcuni particolari importanti: il primo è quello che Donna Gisla effettua questa donazione col consenso del figlio Rolandino, l’altra annotazione riguarda i donatori che figurano essere i fratelli di Donna Gisla. Perche? Bisogna fare un passo indietro nel tempo e ritornare al 22 novembre 643 quando Rotari, Re dei Longobardi emana il famoso Editto, vale a dire la sistemazione scritta del diritto longobardo consuetudinario. Vediamo, in forza di tale diritto, qual’era la condizione giuridica della donna a tale epoca. La donna nel diritto longobardo è perennemente minore. Prego le femministe di stare calme, adesso spiegherò cosa significa questo essere “minore”. Minore non ha il significato che le si potrebbe dare in una ipotetica scala di valori: l’uomo vale di più, la donna vale di meno. Niente di tutto questo. Anzi, dobbiamo dire, che dal punto di vista umano, la donna era tenuta molto in considerazione e il suo giudizio pesava molto nelle decisioni familiari. Bisogna però tener presente che la donna si doveva occupare di una prole numerosissima, che talvolta arrivava a dieci figli e anche più. Per questa ragione era considerata come un soggetto perennemente “tutelato” e quindi equiparato a un soggetto “minore” o non “emancipato”. Ma questo solo dal punto di vista del diritto. In realtà la donna contava, e contava molto. Questa specie di tutela, nel diritto longobardo, si chiamava “mundio”. Questo “mundio” spettava al padre, se vivente, o al fratello, se il padre era deceduto, fino ad arrivare al marito, quando la donna contraeva il matrimonio. Ma vediamo com’era questo istituto del matrimonio nel diritto longobardo. Prima di tutto il “mondualdo”, cioè colui che deteneva il “mundio” (tutela) faceva la richiesta ufficiale che si concretizzava in una “strumento”, vale a dire un documento nuziale che prendeva il nome di “fabula”, questo serviva per la stipulazione del matrimonio. Una volta iniziato l’iter si dovevano stabilire due cose: la “meta” che era il dono dello sposo alla famiglia della sposa e il “faderfio” che era il dono della famiglia alla sposa. Una volta che il matrimonio era consumato, vale a dire la mattina del giorno dopo, il “day after”, come si direbbe oggi, lo sposo fa una donazione alla consorte, che può consistere in case, terreni, torri, castelli, ecc. Questo dono è detto “morgincap” o “morgengabe”, che in germanico antico significa “dono del mattino”. Eccoci arrivati al punto. Donna Gisla, dona questa quarta parte del Castello di Pietramensola, che lei aveva ricevuto dal proprio marito Azzo Pagano come “dono del mattino”. Però nell’atto di donazione sono i fratelli di lei Rodolfo e Faro, in quanto “mundualdi” (tutori) della donna ad apparire quali donatori, mentre si sa bene che l’”animus donandi” è proprio di Donna Gisla. Ma a questo punto interviene un altro particolare del diritto longobardo che riguarda le donazioni e alienazioni. Queste vengono sottoposte a delle “gairethings”, cioè a delle guarentigie, che erano delle clausole di riserva per i propri figli. Ecco perché si dice nel documento che Donna Gisla effettua questa donazione col consenso del figlio Rolandino. Il Castello di Pietramensola, le cui rovine si trovano su un poggio ad Est di Vaglia, domina tutta la vallata e il corso del fiume Carza. Sul poggio dove sorgeva il castello, doveva esistere un insediamento etrusco dato che il toponimo Petra-Mesula o Mescula ha proprio una derivazione etrusca. Pietramensola era ubicato sulla antichissima strada che Sesto saliva al Poggio di Pescina e da lì scendeva verso la Pieve di Vaglia, per risalire a Pietramensola, Tassaia, e per poi ridiscendere in Mugello. Probabilmente in tempi antichi sul poggio di Pietramensola vi saranno state delle fortificazioni e anche un nucleo abitativo, prima etrusco e poi romano. Nell’alto medioevo, prima che i Vescovi vi estendessero il loro dominio, il Castello di Pietramensola era il vero centro di potere dove risiedeva un castellano giusdicente che aveva la giurisdizione su tutta la vallata. Successivamente vi si sono installati i Vescovi, i quali poi hanno eretto un proprio castello, come dice il Brocchi “a cavaliere della Pieve di Vaglia”. Sempre il Francovich, riporta un altro documento del 1231, mediante il quale l’abate della Badia di Buonsollazzo allivella la torre, resedii, ecc e quanto altro apparteneva relativo al castello di Pietramensola. Nel 1269 i Ghibellini distruggono o danneggiano alcune case poste nel castello. Forse questo è l’inizio della decadenza poiché nel 1299, la chiesa di Sant’Andrea a Pietramensola viene affidata al parroco della vicina chiesa di Sant’Alessandro a Signano. Il Brocchi che visita Pietramensola verso la metà del ‘700 dice che la chiesa del posto, cioè Sant’Andrea, già cura, è quasi del tutto rovinata, e che dell’altissima torre che una volta svettava sul colle, a quell’epoca non rimanevano che pochi ruderi. Io ebbi modo di visitare questa località alcuni anni addietro ed ebbi modo di fotografare anche le rovine di questo castello e di questa torre. Recentemente volevo tornare sul luogo per una ricognizione fotografica e aggiornata dello stesso, ma la strada veramente disagiata mi ha impedito di farlo, proprio quando mancavano solo poche centinaia di metri. Mi prometto di farlo in futuro, strada permettendo.
Paolo Campidori
14 aprile 2003

PIETRAMALA, TERRA DI POETI, VIENE QUI IDEALIZZATA COME UNA BELLA DONNA E, FRA QUESTA E IL POETA, SCATURISCE UN ‘FLIRT’ AMOROSO. E’ ANCHE LA STORIA IMPOSSIBILE DI DUE GIOVANI AMANTI

PIETRAMALA, TERRA DI POETI, VIENE QUI IDEALIZZATA COME UNA BELLA DONNA E, FRA QUESTA E IL POETA, SCATURISCE UN ‘FLIRT’ AMOROSO. E’ ANCHE LA STORIA IMPOSSIBILE DI DUE GIOVANI AMANTI

PROLOGO
Questa è una piccola storia di due innamorati che si amano alla follia, i loro nomi sono Covigliaio e Pietramala, come i due paesi che si trovano sull’Appennino. Qualcuno, però, invidioso del loro amore vorrebbe dividerli. E’ una storia semi-seria che ha un risvolto allegorico. Questo invidioso che li ha divisi, è il Comune, che ha frapposto una barriera. Ora le mani dei due innamorati non possono più toccarsi; gli innamorati non possono scambiare più i profumi delle loro valli, dei loro boschi e dell’aria fresca che scende già dal Monte Beni e dal Canda. Pietramala è preoccupata ha paura che questa divisione sia definitiva e per questo propone a Covigliaio un incontro notturno verso la mezzanotte: “Sarà bellissimo stare ancora insieme”. Ma Covigliaio rifiuta di incontrarsi in quel posto chiamato Baccanella, in quanto popolato da Elfi, draghi, bestie feroci. Incontrarsi in quel luogo sarebbe una pura follia. Nonostante questo Pietramala vuole correre il rischio: “Mi piacciono le avventure”. Ma Covigliaio rifiuta sdegnosamente, egli vuole riabbracciare la sua bella Pietramala proprio su quella strada di crinale che ha fatto innamorare poeti e artisti. E’ talmente fiducioso di questo futuro incontro fino al punto che dichiara: “Dalla nostra unione nascerà un erede, lo chiameremo: Futuro. Pietramala si accontenta di questa promessa dell’amato e gli sussurra: “Ti amo, non vedo l’ora di riabbracciarti”.L’amore impossibile di due giovani: Covigliaio e Pietramala
Covigliaio: lascia che stenda un braccio su di te e ti avvolga con iprofumi del mio parco naturale fino a inebriarti.
Pietramala: tu sai quanto amo il porufumo dei tuoi boschi, la freschezza dei tuoi ruscelli, ma permettimi di accarezzarti con l’aria fresca che scende giù da Montebeni e da Monte Canda
Covigliaio: vorrei tanto abbracciarti come abbiamo fatto per lungo tempo, ma qualcuno ha rotto questa nostra unione. Una ruspa del Comune e degli operai cattivi hanno piantato una barriera fra te e me.
Pietramala: E’ vero non sento più il tuo abbraccio. Il mio lungo braccio che si snodava sinuoso sul crinale del monte non sente più la tua mano. Perché ci hanno divisi Covigliaio?
Covigliaio: è stata l’invidia delle persone che ci ha divisi. Esse non vedono di buon occhio due persone che si amano.
Pietramala: allora vuol dire che resteremo per sempre divisi? E il nostro amore che è durato anni e anni?
Covigliaio: non permetteremo a nessuno di dividerci così. Il nostro amore non sarà vano. Il nostro abbraccio tornerà a farsi sentire più forte che mai. La brezza delle nostre colline e dei nostri monti tornerà a mescolarsi e a inebriarci, come sempre.
Pietramala: perché non ci incontriamo stanotte verso la mezzanotte? Sarà bellissimo stare ancora insieme…
Covigliaio: Sei impazzita? Ma non sai che ci dovremmo incontrare in un bosco buio e nero popolato di Elfi, draghi e animali feroci, chiamato Baccanella? Sarebbe una follia.
Pietramala: Sarà una follia, però io lo voglio fare. Mi piacciono le avventure, specialmente di notte. Gli Elfi non ci daranno fastidio e neppure i draghi e le bestie feroci.
Covigliaio: no, le tue parole non hanno senso. Torneremo sì a incontrarci e ad abbracciarci ancora, ma non in quel luogo sinistro della Baccanella. Ti vorrò riabbracciare su quel crinale tanto bello, che ha fatto sognare Granduchi, scrittori, poeti e artisti di ogni genere. Ti ricordi quando veniva Telemaco Signorini a ritrarre i nostri prati, i nostri monti, le nostre mucche, sulle sue tele? Ma questi tempi ritorneranno. Dalla nostra unione nascerà un erede, lo chiameremo: FUTURO.
Pietramala: Ti amo, non vedo l’ora di riabbracciarti.
Paolo Campidori

 

PIETRAMALA: GLI ULTIMI POETI DEL MUGELLO? NON E’ DETTO….

PIETRAMALA: GLI ULTIMI POETI DEL MUGELLO? NON E’ DETTO….
Vi sembrerà strano, ma nella Romagna Toscana di cosiddetti “poeti” ce n’erano molti. Forse sarà stato il vino, bevanda nazionale, ma per quei tempi anche qualcosa in più. Il rischio che corre oggi l’uomo, quello di ingerire durante la giornata troppi cibi iper-calorici, allora non esisteva, semmai il contrario. Prima di tutto perché la cucina era “povera”, ma nel vero senso del termine. Quando a tavola, così almeno mi raccontavamo i miei, c’era una bella pulendina di farina gialla o di farina dolce, accompagnata da un ovino, da un pezzetto di formaggio o di salciccia, si era già fatto un terno all’otto. Di hors-d’oeuvres (antipasti), dolcino finale, caffè e ammazza-caffé, allora non se ne parlava nemmeno. Non c’era bisogno nemmeno degli stuzzichini, poiché lo stomaco era già stuzzicato abbastanza dalla fame. Magari a tavola non mancava un bicchierozzo di vino, poiché quello si diceva faceva buon sangue e rinforzava le ossa. Ma un bicchierozzo di vino consumato anche nei vari momenti della giornata non guastava affatto, anche perché la vita nei campi e nelle campagne era faticosa, e poi si percorrevano lunghi tratti a piedi su e giù per quei monti. L’obesità allora non era un problema. Li vedevi questi contadini con delle facce talmente stirate che sembravano pancette attaccate alla trave del soffitto. Ma ritornando al vino, dobbiamo dire che era un fedele compagno anche durante il cammino. Allora non c’era, come oggi, l’auto sotto il sedere. C’era invece il carro trainato dai buoi che serviva da auto, da camioncino e il contadino se ne serviva tutti giorni per portare gli attrezzi necessari per lavorare i campi, per portare il fieno, il letame, oppure i tronchi d’albero per riscaldare la casa. Tutte le volte che il contadino lasciava con le bestie la casa per andare al lavoro nei campi, metteva nell’angolino del carro, un bel fiaschetto di quello buono, e …quando la fatica si faceva sentire, un buon bicchiere levava la stanchezza e metteva anche un po’ di allegria. Sappiamo che quando l’uomo è allegro, spesse volte canta oppure si mette a declamare versi, poesie o strambotti che dir si voglia. Ma da qui a dire che tutti erano poeti c’è una bella differenza. L’estro della poesia, forse uno lo possiede fino dalla nascita; in altre parole si può dire che poeti si nasce. Ma non basta, per essere poeti, come lo erano da queste parti, bisogna essere anche un po’ burloni, ci vuole insomma il “fisique du role” (il fisico o la figura adatta a quel personaggio). Non può godere di una certa fama un poeta, anche bravo, dalla bella voce, ma che per esempio sia antipatico, oppure abbbia una faccia triste, di quelle da funerale, come per esempio l’aveva il nostro Sommo Poeta, a giudicare da come ce lo hanno tramandato i pittori dell’epoca. No, qui nella Romagna Toscana (e montanara) il poeta deve essere una persona estrosa, con il volto rubizzo dal buo vino, che sia insomma un po’ “mat” (matto), nel senso buono del termine, inoltre deve avere la capacità di verseggiare o cantare in versi già da subito, dopo il secondo o il terzo bicchiere di vino. E, si sa, il proverbio dice “in vino veritas” e, pertanto, la Musa poetica si libera dal poeta e non si sa dove andrà a parare. Ne consegue che il poeta, già dai primi bicchieri, dovrà esser capace di tirar su il morale della compagnia. E i versi, si sa, sono ironici, canzonatori, ma qualche volta sono anche tristi, per esempio quando ricordano la morte di un amico caro. Nei versi, si prendono in giro, si “maneggiano” come si dice in gergo balzarottino, questa o quella persona, questo o quel difetto fisico, oppure l’ignoranza madornale o l’aspetto trasandato di un villano. E da questa parte della Romagna Toscana tipi che corrispondono a questi requisiti ce ne sono molti. Li troviamo soprattutto il lunedì mattina al mercato di Firenzuola, rivestiti a festa e con il cappello a larga tesa, calcato bene sulla fronte. I tipi presi di mira da questi “poeti” erano quasi sempre gli stessi: Bargiulòn e Basuccòn, per esempio, che passano una notte intera a cantare e a ripetersi sempre gli stessi versi. Bargiulòn dice a Basuccòn (in dialetto naturalmente): “Sei uno zuccone”, e l’altro gli risponde: “Se io sono uno zuccone tu mi devi rispettare”. Immaginate questa scena e questi versi che si ripetono per una notte intera, con i due protagonisti che tracannano un bicchiere di vino dietro l’altro, tanto da non reggerlo più e da non riuscire a stare più attaccati alla sedia. Questi tuttavia sono “poeti” per modo di dire, sono solo degli ubriachi che fanno ridere le persone che hanno intorno, le quali, a turno, offrono loro dei calici di vino per prolungare la comica. Il “poeta” invece, quello che canta in rime, nei vari eventi popolari, religiosi o laici, è più evoluto, diciamo che è ispirato dalla Musa poetica e sa comporre, rispettando la metrica, terzine, quartine, ottave e via dicendo. In Toscana questo modo di cantare in versi è detto stornellare, qui invece, nella Romagna Toscana, si parla più di “Stramberie o strambotti”, “Zirudele”, ecc. Spesse volte il “poeta” si accompagna o si fa accompagnare da uno strumento musicale: un organetto, una fisarmonica, una chitarra. Il poeta, il versificatore della Romagna Toscana ricopre un po’ il ruolo che avevano i “giullari” o i “trovatori”, veri e propri saltimbanchi, che si guadagnavano da vivere, allietanto con la loro poesia, il loro canto e la loro comicità le corti dei signori, che si trovavano nei castelli di tutta Europa. A questa forma giullaresca, tanto per fare un paio di esempi, appartengono Nedo di Pietramala e Donato Donatini di Palazzuolo, vissuto però quest’ultimo nella prima metà del 1900. Di Nedo abbiamo scelto una poesia non giullaresca, non comica, proprio per dimostrare che questi componimenti potevano essere allegri e tristi. Si intitola “Il poro Otello” (dove “poro” sta, naturalmente per povero):
Ripensando ora al poro Otello
ribattezzato chiamavan Restone
a Pietramala in questo paesello
lo credevan pastore col bastone.
Nutriva sì la pecora e l’agnello
e benvoluto da tante persone
ma il meglio ancor si doveva svelare
una famiglia ha lasciato esemplare.
Non più con noi a ridere e giocare
non più con noi a farci compagnia
morte improvvisa ce lo fe’ mancare
morte improvvisa ce lo portò via.
Nessun di noi lo può dimenticare
a Pietramala il bar e l’osteria
è veramente il fiore all’occhiello
gestito dalle figlie del fu Otello.
(Nedo Domenicali, 3 luglio 2002)
L’altro è Donato Donatini di Palazzuolo del quale parleremo in un prossimo articolo intitolato: “Le stramberie di Donato Donatini”, naturalmente sul Galletto.
(Paolo Campidori)