Ho raccolto in questo “Zibaldone” una serie di vecchi articoli che riguardano varie discipline, come arte, storia,  ma anche umorismo, giornalismo in genere. Non mancano articoli che riguardano il vernacolo mugellano, vale a dire la lingua che parlavano i nostri nonni, e poi i ‘personaggi’ tipici delle nostre zone del Mugello, come Leprino, Gosto, Maso, etc., fino ai racconti stra-paesani, interessantissimi e utili per capire la vita e le usanze di determinati popoli.

LO “ZIBALDONE”  DI PAOLO CAMPIDORI

RITRATTO DI GOSTO

COME E’ NATA FIRENZE?
 
“VERSO LA FINE DEL X SECOLO a. C. C’E’ SICURAMENTE DOCUMENTATO IL PRIMO STANZIAMENTO DI GENTI ITALICHE NELLA ZONA ORIENTALE DELLA PIANURA FIORENTINA. ESSE PROVENGONO DALL’APPENNINO TOSCO-EMILIANO E COSTITUISCONO L’AVANGUARDIA DI QUELLA CORRENTE MIGRATORIA CHE DALLA VALLE PADANA SCENDE A POCO A POCO FIN SULLE RIVE TIRRENE: SONO GLI INDOEUROPEI PORTATORI DELLA CIVILTA’ DEL FERRO PRATICANTI, A DIFFERENZA DEI LIGURI INUMATORI, IL RITO FUNEBRE DELLA CREMAZIONE. LA PERFETTA CORRISPONDENZA CHE PRESENTA LA SUPPELLETTILE DELLE TOMBE ARCAICHE FIORENTINE CON GLI OGGETTI COSTITUENTI IL CORREDO FUNEBRE DELLE NECROPOLI “VILLANOVIANE” DELL’AGRO DI BOLOGNA (BENACCI I E II), FA SUPPORRE CHE LO SCAVALCAMENTO DELL’APPENNINO SIA STATO EFFETTUATO ATTRAVERSO LA VALLE DELL’IDICE, IL COLLE DI CANDA E IL PASSO DEL GIOGO, DONDE DISCESERO PER IL MUGELLO E LE VALLI DEI TORRENTI FISTONA E MUGNONE FIN SULLA OSPITALE SPONDA DELL’ARNO” (Mario Lopes Pegna – Firenze dalle origini al Medioevo – Del Re Editore, pag 19-20)
 
Secondo la teoria dello storico M. L. Pegna le genti “villanoviane” avrebbero fatto un percorso diverso da quello che oggi è più accreditato, sarebbero quindi i “villanoviani” del nord (Felsina) a ‘colonizzare’ la vallata fiorentina, verso la fine del IX secolo passando per la Valle dell’Idice (dove sono stati recentemente trovati importanti stanziamenti “villanoviami-etruschi-celtici), il Colle di Canda (che si trova ad est dell’attuale Passo della Raticosa, alle cui pendici sorge il paese di Pietramala) e scendendo verso il Peglio (ritrovamento di un idoletto etrusco, ora a Cortona) risaliva il Giogo fino al Passo dell’Ospedaletto (poi Osteria Bruciata), scendendo in Mugello e da qui a Firenze. A me sembra che questa ipotesi, formulata dallo storico Mario Lopes Pegna nel 1974, sia affidabile. Poi lo storico prosegue con la trattazione dei primi abitatori di Firenze:
 
“….DI QUESTE GENTI ITALICHE VENNE IN LUCE VERSO LA FINE DEL SECOLO SCORSO, DURANTE I LAVORI DI RIORDINAMENTO DEL CENTRO DI FIRENZE UNA PARTE DELLA NECROPOLI, COSTITUITA DA UN’AREA DI OLTRE 4000 MQ E CHE SI ESTENDEVA DA VIA PELLICCERIA A VIA DEL CAMPIDOGLIO, PROLUNGANDOSI VERSO OVEST FINO A VIA VECCHIETTI. FURONO CASUALMENTE SCAVATE UNA VENTINA DI TOMBE, QUASI TUTTE RAPPRESENTATE DAI COSIDDETTI OSSUARI VILLANOVIANI…
 
Noi abbiamo la documentazione di questi ritrovamenti archeologici, di importanza estrema, in una serie di foto (fine Ottocento – primi Novecento) che sono visibili nel libro del Lopes Pegna. Io stesso, ebbi modo di vedere gli originali  di tali foto (che poi furono inserite nel libro del Pegna) all’Opificio delle Pietre Dure, in Via degli Alfani a Firenze (Ministero Beni Culturali), verso gli anni ’80, dove io prestavo servizio come segretario; si trattava di fotografie bianco nero, planimetrie e disegni vari, riguardanti tali scavi, che io stesso inventariai in un Registro che dovrebbe trovarsi ancora (lo spero) presso Archivio di detto Opificio P.Dure.
Prosegue poi Lopes Pegna riferendosi alle tombe villanoviane:
 
“….NON SI TRATTAVA DI UN SEPPELLIMENTO OCCASIONALE (necropoli fiorentina n.d.r.) MA BENSI’ DI UN’AREA CIMITERIALE BEN DEFINITA E PERTINENTE AD UN VILLAGGIO DI PRISCHE POPOLAZIONI ITALICHE, LA CUI SEDE NON POTEVA ESSERE MOLTO LONTANA DALLA NECROPOLI”.
 
E’ chiarissimo che si trattava della primitiva città (o villaggio) “VILLANOVIANO” sorto nell’area che poi diventerà la sede della Colonia Romana. Però bisogna notare un particolare molto interessante: il villaggio villanoviano si trovava ad una profondità variabile da 5 a 7 metri dal piano stradale e circa UN METRO SOTTO DI QUELLA CHE POI DIVENTERA’ LA CITTA’ ROMANA.
Prprio qui sta il “mistero” della sparizione di questo grande villaggio “villanoviano”, esistito dalla fine del X secolo a.C.  agli inizi dell’VIII sec, a.C., IN QUESTO METRO DI TERRENO ALLUVIONALE che celava appunto il precedente insediamento.
Riportiamo queste significative conclusioni di M. L. Pegna al II capitolo del suo libro :
 
“…CONSIDERANDO CHE LO STRATO IMMEDIATAMENTE SOPRASTANTE AGLI OSSUARI ‘VILLANOVIANI’ ERA COSTITUITO DA TERRENO ALLUVIONALE, ATTESTANTE UN LUNGO PERIODO DI ABBANDONO, FU ACUTAMENTE RILEVATO ‘CHE LA CITTA’ ROMANA SORSE SU DI UN TERRENO CHE DA TEMPO ERA STATO ABBANDONATO E CHE AI PRIMI COLONI POTEVA APPARIRE COME VERGINE, E  NON EBBE A SUBIRE ADATTAMENTI AD UN CENTRO PREROMANO’”.
 
E’ fin troppo chiaro a questo punto che l’origine di Firenze NON E’ ROMANA, bensì VILLANOVIANA (ed etrusca) ad iniziare dal sec. X a.C. E’ chiaro inoltre che la zona del villaggio fu ripetutamente sommersa dalle piene dell’Arno, che costrinsero i suoi abitatori ‘I Villanoviani’ a costruirsi un’altra città sulle alture delle colline che guardano Firenze e l’Arno. Quindi l’ipotesi che Fiesole sia più antica di Firenze E’ FALSA. SI TRATTA DI UNA TEORIA CHE NON E’ SORRETTA DA ALCUNA DOCUMENTAZIONE, NE DA ALCUN RAGIONAMENTO LOGICO. (Fine prima parte – Segue)
 
Paolo Campidori
© Paolo Campidori
 
Bibliografia:
Mario Lopes Pegna – Firenze dalle origini al Medioevo – Del Re Editore, Firenze 1974
Daniele Vitali – Guida al Museo Archeologico di Monterenzio “Luigi Fantini” – Archeologia e storia nelle Valli dell’Idice e dello Zena – Bologna 2006
Paolo Campidori – Mugello, Romagna Toscana e Val di Sieve – Borgo San Lorenzo 2006

GLI ETRUSCHI CI PARLANO
 
Gli Etruschi, popolo antichissimo e civilissimo, ci parlano e per fare questo hanno usato metodi diversificati, a seconda dell’epoca, e delle circostanze ambientali. Gli Etruschi Villanoviani ci hanno parlato con la simbologia, la quale attraverso simboli come l’uovo, il sole, la luna, le stelle, la cosiddetta “svastica”, ecc., ci hanno detto moltissime cose e al contrario del linguaggio, questi si conservno immutati attraverso i millenni. Infatti le lingue cambiano e, spesse volte, cambiano così in fretta da essere costretti a cambiare i nostri vocabolari o ad aggiornarli in tempi brevissimi. Gli Etruschi del VII sec. A.C. ci hanno ‘parlato’ con la scrittura. Le prime forme, arcaiche, sono distinguibili da quelle più recenti per diversi motivi, uno fra questi è la forma dell’alfabeto variabile nel tempo e in stretta connessione con la lingua parlata in un detrminato momento e luogo. Un’altra forma di comunicazione si è rivelata quella degli affreschi, che si sono appalesati come una vera miniera di informazioni. C’è da dire: “Grazie Etruschi, le vostre scene dipinte ci hanno permesso di conoscere un po’ della vostra vita” (anche se tanto ancora c’è da capire),
 
Per renderci conto di quanto sia difficile capire gli Etruschi potrei fare un  esempio convincente, anche se mi auguro con tutto il cuore che ciò non avvenga mai. Ammettiamo (qui lo dico, qui lo scongiuro) che sulla terra incomba una disastrosa nuova guerra mondiale nucleare. Tutto ciò che si trova sulla terra diventa distruzione, macerie, e, ammettiamo che si salvino solo una sparuta schiera di uomini, donne e bambini. A causa di questo sfacelo la civiltà verrebbe cancellata. Gli uomini superstiti sarebbero costretti a ricominciare tutto la capo: niente tecnologia, niente fonti scritte, insomma niente che apparteneva alla civiltà distrutta. Ammettiamo poi che trascorrano un paio di millenni, e che tutto venga ricoperto da uno strato di terreno, alto cinque, sei metri. Supponiamo infine che verso il 4000 d.C. qui in Toscana avvengano eclatanti scoperte archeologiche, ad esempio che venga titrovato il sito della necropoli di Firenze, Trespiano per interderci. Gli archeologi del 4000 d.C. scoprirebbero migliaia e migliaia di croci, di Cristi lacerati, di Madonne piangenti, di Angeli, di Santi, con scritte più o meno varie, dalle più semplici alle più complesse: “Qui giace Tizio”, “Qui riposa in pace Caio”, ecc. fino alle forme di epigrafia più complesse, ma sempre riferite all’ambito cimiteriale.
 
 Ipotizziamo, ma certamente non sarà così, che la religione cattolica venga del tutto dimenticata a causa dell’ecatombe. Gli archeologi futuri potrebbero far risalire tali figure, sicuramente alla religione degli abitanti vissuti nel XXI secolo, ma si dovrebbero chiedere qual’era per essi il significato della Croce, dell’Uomo in croce, della Donna che piange sul corpo morente di Cristo, degli angeli, della miriade di Santi, Pietro, Paolo, Francesco, Padre Pio, ecc. ecc. Ripeto, si tratta solamente di una ipotesi, che io, non solo mi sento di escludere, ma essendo credente mi vengono in mente le parole di Cristo: “I cieli e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno mai”. I futuri archeologi del quarantesimo secolo analizzando i reperti della nostra civiltà potrebbero pensare tantissime cose, alle più svariate,  e, difficilmente riuscirebbero a capire la storia dell’Uomo crocifisso (che per noi cristiani è Dio). Ancora più difficlmente riuscirebbero a capire la simbologia cristiana: il sole sul calice, le colombe, i nimbi, le aureole, i vari simboli come IHS,  e tutti gli altri simboli eucaristici. Difficile sarebbe per essi capire il perché di tante figure raccapriccianti, di uomini ai quali viene mozzata la testa, di donne alle quali vengono strappati i seni, a giovani legati alle colonne e uccisi con le frecce, a uomini che vengono arrostiti sulle gratelle (toscano per ‘graticola’), ecc. Sicuramente l’idea che si formerebbero questi archeologi del futuro sarebbe quella che la società nostra, odierna, era una società barbarica, sanguinaria e cattiva (e non avrebbero tutti i torti!). Se poi andassero a analizzare le scritte, i linguisti del futuro farebbero mille supposizioni, la prima riguarderebbe senz’altro la loro origine: “Da dove provenivano gli Italiani”. E giù sopposizioni su supposizioni. Gli italiani venivano dagli Stati Uniti, poiché, ammenniamo, vengano ritrovati  dei pezzi di jeans, uguali a quelli che portavano gli americani. Altri potrebbero dire: gli italiani provenivano dalla Romania, poiché sono state trovate molte tombe con nomi simili o uguali a quelli ritrovati nel territorio rumeno. Sicuramente gli archeologi riuscirebbero a fatica a capire il perché tante donne rumene sono qui in Italia a fare le “badanti”.
 
Altri potrebbero dire, per le stesse ragioni, che gli Italiani provenivano dall’Albania, dalla Tunisia, dal Senegal e chi più ce n’ha più ne metta. Allora alcuni futuri archeologi potrebbero obbiettare: “Sicuramente gli Italiani erano una Federazione di popoli, di razze, di etnie diverse, come a suo tempo lo erano stati gli Etruschi?” E poi la lingua, gli Italiani parlavano una lingua propria oppure imparentata con altre, ad esempio con l’inglese: vedi ‘OK’, vedi ‘bye bye’, vedi ‘joke-box’, ecc. Altri potrebbero pensare che la lingua italiana derivasse dal francese, vedi ‘cheri’, ‘non-chalance’, ‘merci’, ecc. Vedete in che razza di confusione si troverebbero invischiati i nostri eroici archeologi del sec. quarantesimo? E poi, le cappelle di famiglia, ritrovate semi distrutte, ma ancora “leggibili”, sotto il punto di vista architettonico, mi immagino che i “futurarcheologi” direbbero: “Le case degli italiani erano piccole, formate da un solo ambiente, con il tetto a capanna ricperto di tegole o lastre di rame e con i muri ricoperti di marmi pregiati e suppellettili varie”. Questo per i ricchi, i poveri invece, non potendosi permettere la tomba signorile, venivano seppelliti in fosse di circa due metri di profondità.
Vedete quanto sarebbe difficile ricostruire dopo duemila anni il tipo di vita, la religione, larte, il lavoro, l’architettura e le conquiste scientifiche degli italiani, se questa  nostra società venisse cancellata dalla storia dell’umanità. Se i futuri archeologi non venissero in possesso di un ‘vocabolario’ della lingua italiana, si troverebbero nelle stesse difficoltà che ci troviamo oggi con la civiltà etrusca. Ma torniamo al tema di come gli Etruschi ‘comunicano’ con la nostra società attuale.
 
Nonostante i molteplici modi di forme di ‘comunicazione’ mi è parso giusto analizzare ciò che i nostri avi Etruschi ci tramandano con la scrittura. Noi possediamo migliaia di epigrafi, pochissime di queste sono arcaiche e semplicissime nei loro concetti, ad esempio: “Mi Mamarce Asklaie” (Io sono Marco di Ascoli, oppure io sono il donatore Marco di Ascoli); ancora: “Mi culixna Velthura Venelus” (io sono la coppetta di Venel Volturio).
 
Queste due iscrizioni, rinvenute a Capua (Campania) nel V sec. A.C. sono due frasi semplici, che da un lato vogliono affermare la proprietà delle cose a certe persone, e di conseguenza vengono ammoniti i contemporanei etruschi che esse non vanno toccate da nessuno e tantomeno rubate; dall’altro lato, implicitamente, si riconosce che tali tombe appartengono a Tizio o a Caio. Sempre rimanendo nello stesso periodo riporto una iscrizione trovata in Campania a Suessula, e questa dice: “Mi xulixna cupes althnas ei minipi capi mini thanu”. L’iscrizione è appena un po’ più complessa delle altre, ma niente di trascendentale: “io (sono) la coppetta di Cupio della città si Alatri, non mi prendere”. Perché gli etruschi avevano così timore che un oggetto, se vogliamo di poco valore (per allora), venisse trafugato dalle tombe dei loro cari? E’ probabile che gli oggetti lasciati nelle tombe del defunto fossero una specie di offerta da regalare al ‘traghettatore’ Charun, affinché questo conducesse l’anima del defunto senza pericoli nel regno dell’Ade, cioè nel regno dei morti. Il concetto di “aldilà” differiva molto dal nostro concetto cristiano.  Altre iscrizioni sono ancora più semplici, ad esempio questa: “Tula Tetula Surate” rinvenuta a Capena (Lazio) e significa: “io sono Tullio della città di Sorano”. Pochi discorsi, ma buoni. Osservate come sono semplici: nome cognome e provenienza, una specie di carta d’identità in formato ridotto (chissà che il cimitero non funzionasse come un’arcaica Anagrafe del tempo?).  Un’altra epigrafe dal contenuto un po’ curioso: “Mi Squrias Thina mlax mlakas”. Certo, di primo acchito, la frase sembra incomprensibile, ma se facciamo un po’ di attenzione notiamo che “Mi” equivale a “io sono” (opp. “Mi ma” – io sono), il verbo quindi, in questo caso è sottinteso. Per “squrias” ci viene in aiuto in latino con  “scurra”  che significa: fannullone, buffone, adulatore, parassita. Tuttavia l’origine di questo nome di persona sembra etrusco. Da qui deriverebbero gli aggettivi italiani “scurrile”, che ha significato di osceno, maleducato, ecc, “thina” potrebbe significare “olla”, parola da cui deriverebbe anche l’italiano “tino” e il nome di persona Tino-a. Dunque: “io sono la olla di Scurreia che scioglie un voto”. Gli Etruschi erano molto religiosi (ciò non toglie che ci fossero anche degli atei!) e la loro religione spesso e volentieri si tramutava in superstizione: guai seri sarebbero accaduti all’eventuale ladro della ‘olla’ (pentolina) di Scurreia. Ancora una epigrafe facile da comprendere: “Mi mulvanice Mamarce Velxanas”, semplicemente mi ha donato (mulvanice), Marco (Mamarce), Velxanas (di Vulci o vulcente). Ora esaminiamo due epigrafi, facili, facili da Tarquinia ed esattamente dalla Tomba Bruschi, forse una delle tombe che abbiamo recentemente visitato con i soci di Archeoclub Mugello. “Ati nacna Velus”. Ati significa madre e “nacna” significa “grande”, dunque le due parole messe insieme significano “grande madre” ovvero grand-mère (Nonna in francese) e Grossmutter (nonna in tedesco). Siccome la tomba è recente e risale al II sec. a.C., è probile che questa parola derivi dalla lingua celtica. I celti infatti invasero l’Italia settemtrionale verso il VI-V secolo a.C. Testimonianze molto interessanti della cultura celtica, appena fuori la Toscana, le troviamo a Monerenzio, appena scollinato il Passo della Raticosa, in provincia di Bologna. L’altra iscrizione è formulata così: “Papa  Velus”, dove “papa” non sta per papà (né per pappa), ma per nonno. E il nostro “babbo”? Da dove deriva? Si tratta forse di una voce onomatopeica? Potrebbe esserlo: il bambino piccolo quando riesce a pronunciare le prime sillabe dice: “ba-ba” e da qui ad arrivare a “babbo” il commino mi sembra breve.
 
L’altra epigrafe interessante proviene ancora da Tarquinia: “Mi ma Mamarce Spuriiazas”. La traduzione è la seguente “Io sono Marco Spurillio”. C’è da notare qui che “spurio” ha anche il significato di “illegittimo, bastardo, adulterino”, oppure “spur”, in etrusco significa “città”. Perche queste somiglianze? Non mi sentirei certo di confermare che “spuriazas” significhi “figlio naturale”, poiché mi mancano gli elementi per dimostrarlo, sarei più propenso a tradurre tale parola con “abitante di questa città”.  Aucora, “Eca mutana Cutus Velus”, iscrizione in una trave di tufo, rinvenuta a Tarquinia nel II sec. a.C. significa: “Questa è la tomba di Vel C….” Su un’altra iscrizione, rinvenuta a Tarquinia in un cippo funerario del II-III sec. a.C troviamo scritto:   “Lucer Latherna svalce avil XXVI”. “Lucer” deriva molto probabilmente da “luce” e quindi “Locer” potrebbe significare “Luciano”. Questo Luciano è vissuto (svalce), “avil” (fino a, anni), XXVI (ventisei). Mi sembra che questo giovane sia vissuto troppo poco anche per quei tempi, in cui le guerre, le malattie, le pestilenze, ecc. erano pane di tutti i giorni.
Abbiamo imparato dagli stessi Etruschi, alcuni nomi propri, alcune forme verbali semplicissime come ad esempio “mi ma”, o semplicemente “mi”, che significa “io sono”; poi abbiamo conosciuto come questo popolo chiamava  la mamma, il ‘babbo’, la nonna, il nonno, ecc. E’ solo una piccolissima parte di ciò che potremo scoprire analizzando le singole iscrizioni rinvenute nelle necropoli etrusche.
 
Paolo Campidori
©Paolo Campidori

 

GOSTO E I’ CISTRONCA
 
I’ Cistronca lo conosceano tutti in Mugello. Gl’era un omo grande e grosso e’ gl’avea du’ bicipiti che pareano du’ colonne di’ tempio di Fiesole, gli garbaa un po’ i’ vino ma unn’era violento come ingiustamente diceano certe persone. Quando gl’avea beuto due o tre calici di vino, un li reggeva e’ dientaa la burletta di tutti. Ni’ barre si riuniano un po’ tutti la sera Gosto, Foresto, i’Triga, Guliermo, Pazzino e tutti ‘un vedeano l’ora di pagagli qualche calice di vino per divertirsi un po alle su’ spalle. I’ Cistronca unn’era un omo come tutti, gl’era un po’ buffo. Quando uscìa fora si porta’a dreco sempre la su’ cagnolina che ellera uno spasso a vedella. Una barboncina tutto ripicchiettata, con un pelo lungo lungo su i’ muso e tutta rileccata a i’ beaty salon e’ gl’aveano messo persino i’ rossetto come alle donne. Quasi sempre i’ Cistronca si portaa dreco anche la su’ moglie, che ‘la sembraa più una barboncina lei che la cagnolina. La chiamano la Cistronca. L’avea du’ occhi dipinti con de’ ciglioni lunghi e poi l’avea i’ rossetto che gli straborda’a dalla bocca, ‘la parea che la fusse passata prima dall’imbianchino. La gente ‘la si sbellica’a dalle risate, perché la parea una rificolana. Eppoi  ‘la volea parlar fino, ma siccome l’era una contadina smessa, ‘la facea ridere tutti a crepapelle. Da un po’ di tempo ‘la s’era messa in testa di far parte di una setta e per questa ragione, la si chiudea in casa a fare le meditazioni. Urtimamente la medita’a la realizzazione di’ federalismo di coppia, icché volesse dire poi unno sa nessuno. I’ Cistronca, issù marito, anche lui voleva fare la persona fine, ma puzza’a di lezzo e di vino a mezzo chilometro di distanza. Qualche vorta i’ Cistronca l’era un po’ disorientato, specialmente quando s’avvicinaano le elezioni. Ell’era sempre a dire: “sono contro la violenza, ma se la ci ‘ole la ci ‘ole”. Ma l’era tutta una farsa perché un’arebbe ammazzato  una formicola. Però l’era un gran mangiatore. Gli garbaa’ano i conigloli, i’ cignale, le pappardelle sulla lepre, i biscottini uso Prato, e alla fine di’ pasto, quando gl’avea tirato giù un fiaschetto di chello bono, si facea portare un bei calice di Sgancia e un bicchierino di Archemusse. Il caffè ‘un gli garbaa, e’ si sentia a disagio con la chicchera, perchene gli trena’ano le mani e l’avea paura di buttare la chicchera in tera. A i’ Cistronca gli garba’a la musica e i’ treatro. Gli garba’a parecchio la musica crassica come i’ “Funerale in Re maggiore” di Betovenne o i’ “Sogno d’una notte di mezza estate” di Sciacchespeare, che facevano tutti gli anni a Fiesole ni’ treatro romano. Nonostante che predicasse bene e’ razzola’a male. Dinanzi a casa sua v’erano i cassonetti della nettezza, ma i’ Cistronca ‘un butta’a mai i sacchi di’ sudicio drentro, gli facea fatica arzare i’ coperchio e allora li buttava fora. Attro che “raccolta differenziata” dinanzi alla casa di’ Cistronca la spazzatura la sarà stata differenziata, ma l’era tanto puzzolente.  I’ Cistronca dicea a tutti che quello unn’era casino, ma gl’era semmai come dicea lui, un casino organizzato. Che a i’ Cistronca ‘un gli parlassero di carcio. Tutti gli diceano: “Cistronca ‘un ti garba i’ carcio?” Pe’ tutti e’ parea che i’ Cistronca fusse una mosca bianca. D’estate si mettea un paio di carzoni di lino bianco, pieni di frittelle, e un  cappello di Panama, tutto sbrindellato. Quando passa’a dinanzi alla maestra, si gongolava tutto e leandosi i’ cappello, gli dicea, Buongiorno Mademosielle, ma la maestrina e’ lo scansa’a perché puzzaa di piscio e di borotalco. La moglie di’ Cistronca l’era un po’ gelosa, anche se più geloso dovea essere prioprio i’ Cistronca. E n’avea ripassati più lei che le porte di Domo di Firenze. Ora però ‘la facea la santarellina e quando gli diceano quarcosa sulla su’ gioventù ‘la doventa’a rossa come un peperone. Questo l’era i’ Cistronca uno de’ tanti personaggi mugellani.
Paolo Campidori

 

GONFIENTI E FIESOLE: DUE CITTA’ ETRUSCHE RIVALI?
 
Gli addetti ai lavori, e non solo, sapranno dell’importantissimo ritrovamento di una città etrusca, di ragguardevoli dimensioni, nell’hinterland di Prato, nella zona oggi chiamata Gonfienti-Pizzidimonte. Di questa importante scoperta archeologica ne hanno parlato i giornali di tutto il mondo, dando  specialmente risalto al fatto che Prato già 2500 anni fa era città etrusca, molto industriosa, come quella di oggi; che urbanisticamente assomigliava molto alla città di Marzabotto; che, contrariamente a quanto si credeva, Prato era di gran lunga più antica di Firenze.
Dobbiamo però tener conto di un’altra  città etrusca, molto antica, sorgeva su una delle colline che dominano Firenze: la città di Fiesole (Visul o Vipsl), cinta di mura ciclopiche, una vera e propria città- fortezza (di ciò se ne dovranno accorgere, molto più tardi, nel  primo medioevo, i Fiorentini allorché la espugnarono e la sottomisero) che oltre ad appartenere alla Lega Etrusca (Rasnàl methlum), aveva rapporti commerciali consolidati con le altre città-stato più vicine, tra queste Volterra, Arezzo, Chiusi, Cortona, Pisa, ecc.
Riguardo a  Fiesole, la storia archeologica – prima della scoperta di Gonfienti – asseriva che essa era l’avamposto, ovvero la città etrusca più a nord (al di qua degli Appennini), che fungeva da trait-d’union fra le città dell’Etruria occidentale e le città del nord, prime fra tutte Marzabotto (Misa?) e Bologna (Felsina). Di fatto Fiesole doveva essere  un importante crocevia nelle direzioni W-E (vedi l’importante tratto stradale ritrovato recentemente presso Capannori-Lucca, strada che conduceva, secondo testimonianze greche del V sec. a. C. nientemeno che al porto adriatico di Spina, in soli tra giorni di viaggio) e N-S per quanto attiene al traffico commerciale che si svolgeva fra l’Etruria meridionale e il nord, in genere.
Fin qui abbiamo riportato quello che la storia era a conoscenza fino a pochissimi anni fa. La scoperta della città di Gonfienti-Pizzidimonte (non sappiamo quale fosse il nome etrusco della stessa) è stata per gli archeologi (in particolare per quagli archeologi che sostengono che la storia e la lingua etrusca non sia più un mistero) come un fulmine a ciel sereno; di fatto, rivoluziona la storia e verrebbe anche da pensare che essa vada riscritta di sana pianta. Ma quali erano i rapporti fra le due città etrusche: Fiesole e Gonfienti che si trovavano a brevissima distanza l’una dall’altra? Perché due città etrusche così vicine tra di loro?
 
Non è dato sapere allo stato attuale delle conoscenze se Gonfienti (Prato) e Fiesole fossero due città rivali. Sicuramente erano due città concorrenti con due identità diverse: Fiesole, forse più potente sotto l’aspetto difensivo-militare, giocava un ruolo politico più importante; Gonfienti, città carovaniera, importante centro commerciale, forse anche città industriale, svolgeva un ruolo nella Lega Rasenna più legato al commercio e all’economia.
Fino a poco tempo fa le nostre conoscenze sugli etruschi della Toscana settentrionale erano concentrate esclusivamente sulla città di Fiesole, avamposto al di qua degli Appennini, dove era situata su una delle alture che circondano Firenze, quando ancora quest’ultima era appena un porto fluviale, usato dagli etruschi fiesolani per il carico e lo scarico delle merci dirette verso il porto pisano e viceversa. Con l’eccezionale scoperta che risale a qualche anno fa, di una città etrusca di notevoli dimensioni, presso Prato, in località Gonfienti, la storia etrusca di questa parte dell’Etruria settentrionale, pone gli studiosi etruscologi  di fronte a grandissime difficoltà dovute ad una nuova valutazione per quanto riguarda l’aspetto storico di quei luoghi (si diceva che Firenze fosse più antica di Prato), della viabilità, dell’economia, ecc. Tutto porterebbe a pensare che la storia degli Etruschi, specialmente nella zona di Firenze e Prato, debba essere riscritta da capo. Il problema è il seguente: minimizzare l’importanza di questo grande nuovo centro presso Prato (cosa praticamente impossibile), o dare a questa scoperta un’importanza che potrebbe essere anche superiore a quelle reali? Non esistono allo stato attuale sufficienti conoscenze (parlo di quelle che sono state divulgate dagli archeologi, addetti ai lavori) per trarre delle valutazioni precise.
Nell’analizzare questa situazione partiamo da due elementi concreti: nella storia della Tuscia settentrionale eravamo abituati ad un unico polo etrusco: Fiesole. La cosa non sta più in questi termini. I poli, ovvero le città etrusche nelle immediate vicinanze di quella che sarà la futura Firenze erano due: Fiesole e Gonfienti. Sicuramente le due città erano collegate fra di loro per mezzo di strade importanti. Ma certamente le due città erano fra di loro autonome, indipendenti. Ognuna di queste città svolgeva un ruolo vitale nella federazione etrusca. Pare addirittura che Gonfienti, in seguito al ritrovamento di alcuni reperti fittili, fosse già a quei tempi una importante città laniera, ma non ci sono sicurezze su questo punto, in quanto non è sufficiente il ritrovamento di alcuni rocchetti, fuseruole e pesi per telaio, in quanto tali ritrovamenti si sono avuti un po’ dappertutto negli scavi della maggior parte dei siti etruschi (A Verucchio addirittura sono stati ritrovati dei pezzi di tessuto risalenti al VI-V secolo perfettamente conservati). 
Le città erano collegate fra di loro per mezzo di strade importanti una di queste doveva seguire il tracciato che passava da Calenzano, Quinto, Castello e da qui di dirigeva verso Fiesole passando nei pressi di Careggi. Ma altre strade dovevano essere importanti, e Gonfianti-Pizzidimonte si trovava appunto nel centro nevralgico di queste confluenze stradali, che portavano a Pisa da una parte, ad Artimino, e poi al nord verso Marzabotto (Misa), Bologna (Felsina), ecc. Un’altra strada importante doveva collegare Gonfienti con il bacino mugellano attraverso la Val di Marina, passando per Legri, Poggio Cupo, Petroio, verso Galliano attraversando il ponte a Cappiano (scomparso da tempo) presso il Castello di Cafaggiolo, per risalire la Futa attraverso il Passo dell’Ospedaletto, poi divenuto Passo dell’Osteria Bruciata. Mentre una strada che si collegava con il territorio aretino doveva passare per Fiesole o nelle vicinanze.
Gli anni che verranno, con le nuove scoperte, chiariranno molte cose e diraderanno le folti nebbie che per ora avvolgono il passato di queste due grandi città.
 
Paolo Campidori
@ Paolo Campidori

 

GOSTO E I’ TIFO PE’ I’ CARCIO
 
L’era inevitabile che dopo tutto questo parlare di carcio e della Fiorentina, anche Gosto si lasciasse contaminare. Pe’ la verità di carcio ‘un se ne intendea, una ‘orta, tanto tempo fa, lo portonno allo stadio e alla fine della partita, quando gli dissero – Gosto t’è garbato i’ carcio? – Gosto senza nenche fassi aspettare gli rispose. “A me mi pareano tanti maialini che correano dreto a una zucca”. Questa vorta però Gosto si mise di buzzo bono, cominciò a leggere i giornali sportivi, anche se leggere sapea proprio pochino, e alla fine prese la giusta decisione. Siccome sono toscano, e siccome e soprattutto sono mugellano, farò i’ tifo pe’ la Fiorentina.
La domenica seguente, con Puzzino, l’Omero, i’ Cistronca fissò con loro per andare ai grande stadio della Fiorentina. Gosto s’era attrezzato bene bene: la bandiera della Fiore, l’avea messa in vetta a un manico della vecchia vanga, quando ancora questo attrezzo gli servia, quando gli stea a contadino, poi prese i beretto, quello più sportivo, che si mettea quando dea il ramato alle viti, che gl’era doventato un po’ di tutti i colori, ma c’era anche di viola, che l’era i’ colore della su’ squadra.
Quando Gosto gl’entrò allo stadio cominciò a bociare come un forsennato, e a agitare i’ manico della vanga con la bandiera viola. Puzzino che l’era accanto a lui prese tre o quattro ‘orte i’ manico nella testa, e quarche botta ‘la toccò anche a i’ Cistronca. Dopo i richiami di Puzzino i’ Gosto si carmò un pochinino e cominciò a fassi largo per arriare alla Fiesole. Lassue sugli sparti c’era un casino della miseria, tutti bocia’ano pe’ quanto fiano l’aveano in gola. Forza viola! Forza viola!
A Gosto però questo “Forza viola” ‘un gli garba’a mica tanto, perchene, questo colore, i’ viola, sino da’ tempi che gli stea a contadino ell’era un colore mica tanto allegro, come l’era su ricordanza l’era prioprio i’ colore de’ morti. Lo sai icchene escramò Gosto, bisogna essere più originali, e, subito dopo cominciò a urlare “Forza lillà”, “Forza lillà”. Accanto a Gosto v’era un tifoso della Fiore di quelli sfegatati e appena sentì “Forza lillà” riferito alla su’ Fiorentina, bellina, gli rispose subito pe’ le rime “E la troia di tumà” e, non contento gli vergò subito un pedatone in uno stinco. Unnaesse mai fatto! Gosto l’era bono e caro, ma dato che l’avea beuto tre o quattro calici di vin bono, unn’aspettò neanche un secondo, prese la bandiera fatta con i manico della vanga e glielo stroncò ni’ groppone di questo tifoso fiorentino. T’aessi a dire e’ successe un putiferio, anche Puzzino, che l’era stato bono fino a qui’ momento, cominciò e snocciolare resie e a menà stiaffi, cazzotti a i’ primo che gli capita’a. E’ peggio di tutti però gli stiede i’ Cistronca, che ripetea “un semo pe’ la violenza”, “un semo pe’ la violenza”, quando tutt’a un tratto gli rivogarono un cazzotto in un occhio che doventò tutto viola. Fu proprio in questo momento che i’ Cistronca si sentì tutt’uno con la squadra di’ core, la Fiore.
La partita intanto gl’andea innanzi ma i’ pallone e’ gl’entraa sempre dalla parte di quell’attri. Pe’ forza e’ disse quello che gl’avea tirato un carcione nello stinco a Gosto “l’arbitro l’è cornuto”. Gosto questa sottigliezza ‘unna capì mica subito. Allora cominciò a pigliare le parti dell’arbitro e cominciò a dire “ichhè c’entra l’arbitro?” Lui l’è una persona perbene, semmai sell’è cornuto la su’  moglie la sarà una troia. A queste parole i’ tifoso un ci vedette più e’ l’avea belle arzato la mano per rifilare un sommommolo a i’ poero Gosto. Quando tutt’a un tratto tutti comincionno a bociare: Golle! Golle! E tutti unne steano più nella pelle. Solo Gosto unn’avea capito “golle”, ma icché vorrà dire, per me positivo l’è una parola foresta.
L’allenatore, riautosi per i’ golle fatto, cominciò a stramutare un po’ la squadra, perché arcuni giocatori oramai l’erano un po’ sciaborditi. Picchia e mena, picchia e mena i viola si feciono sotto porta avversaria, e un difensore di quell’attri sbucciò i’ pallone e fece l’autogolle! Lo stadio l’era come impazzito, le persone sembraano ‘le venissero giù a grappoli e tutti gl’andonno alla rete a bociare: “Viola”, “Viola”, Vittoria, Vittoria. Fu inevitabile che quarcuno di loro gl’entrò in contatto con la tifoseria avversaria. E’ comincionno a volà botte da orbi. Gosto e Puzzino un’aspettonno tempo, gl’andettero a aiutare questi “viola”, che l’erano doventati ancora più viola dalle legnate. Gosto che quando gli stea a contadino gl’avea una forza sovrumana, tant’è vero che gl’arza’a l’aratolo come un fuscello, e gl’avea più forza lui de’ boi. Ma qui l’era tutta un’attra questione, la tifoseria avversaria, l’era venuta attrezzata bene, con spranghe, curtellacci, e catene. Gosto, nella lotta prese una catenata  tra capo e collo che gl’andette subito a KO. Puzzino che l’era rimasto solo  in tutto qui’ bailamme, se la cavò con un be’ bernoccolo sulla testa.
Finalmente l’arbitro fistiò la fine. I viola l’aveano pareggiato pe’ i’ rotto della cuffia. I’ poro Gosto e Puzzino invece un’avean pareggiato pe’ nulla, loro n’aveano prese tante e  sode. Una vorta che Gosto tornò ni’ su Mugello un gli venne più la voglia ne’ di’ carcio, né de’ viola, e né de’ lillà. L’ebbe tarmente un brutto ricordo che la partita unna vide più neanco alla televisione.
Paolo Campidori

 

IL MUSEO ARCHEOLOGICO DI CECINA
 
Dico subito che il Museo Archeologico di Cecina, dipendente dal Ministero peri Beni Culturali e Ambientali non è di facilissima reperibilità, poiché si trova un po’ fuori mano, in località San Piero in Palazzi, in direzione nord, ed ubicato in una struttura storica, plurifunzionale della Villa dei Guerrazzi. Il museo, apre dalle 18 pomeridiane e la sua apertura si protrae fino alle 22,00. Il Museo raccoglie i reperti archeologici provenienti dal territorio circostante della Valle del fiume Cecina. Vale veramente la pena visitare questa realtà museale, i cui reperti sono ordinati in ordine cronologico ed esposti in vetrine realizzate con criteri moderni e illuminate sapientemente con moderna tecnologia.
Come ogni altro museo archeologico della Maremma, anche questo di Cecina si caratterizza per alcuni pezzi di straordinaria importanza, come ad esempio il cinerario di Montescudaio, i bronzi della necropoli di Casa Nocera, il calice in bronzo di Casaglia, il tavolino in bronzo proveniente dalla necropoli di Casa Nocera, come pure l’ascia proveniente dallo stesso sito. Ma su tutti, primeggia, per l’effetto dirompente che ha sul visitatore, la corona aurea proveniente dalla necropoli di Belora.
 
Il primo impatto, o meglio la prima piacevole impressione il visitatore l’ottiene davanti al Cinerario di Montescudaio. Al riguardo di questo importante reperto c’è da notare che un successivo restauro, rispetto alla foto riportata in catalogo, ha ripristinato una lacuna della statuetta, inserendogli nella mano destra una specie di martellone, con il quale la divinità intende colpire il defunto (?) che si appresta a consumare la cena dei defunti. Questo cinerario differisce dagli altri cinerari, forse più antichi, per queste statuette inserite sul coperchio a forma di ciotola e per una ulteriore statuetta seduta sull’ansa del cinerario. La decorazione dello stesso è caratterizzata da grandi croci solari realizzate in rilievo.
Altri reperti di notevole interesse sono rappresentati dai bronzi provenienti dalla necropoli di casa Nocera. Stupisce di questi manufatti in bronzo, in modo particolare, l’alta qualità della fabbricazione degli stessi. I pezzi sono infatti realizzati con la tecnica della martellatura a sbalzo in rilievo, creando decorazioni a baccellature di straordinario interesse artistico. Bellissima e interessantissima è anche una pisside cilindrica realizzata in lamina di bronzo, sempre sbalzata, con dei piccoli pendagli, forse dei sonaglietti, appesi a delle catenelle sempre in bronzo. Bellissimi anche due calici bronzei, l’uno a forma di tazza cilindrica e l’altro a forma di coppa, sempre cilindrica.
 
Un tavolino sempre in bronzo con il piano cilindrico e la base a forma di treppiede ci testimonia dell’ alto risultato raggiunto dagli etruschi nella lavorazione dei metalli e del bronzo in particolar modo.
Un altro reperto che mi sembra di una importanza davvero  notevole è l’ascia in bronzo con manico ricurvo, sul quale sono sistemate una serie di paperelle stilizzate. Questa ascia mi sembra molto simile ad un reperto ritrovato nell’isola di Lemno. Ciò testimonierebbe in favore di una certa ‘liaison’ esistente fra le genti abitanti in questa parte dell’ Etruria e le genti delle isole del Mare Egeo e delle coste anatoliche. Ma un reperto su tutti accende la nostra fantasia di appassionati d’archeologia e d’etruschi. Si tratta di una corona aurea, forse appartenente una famiglia regale o di alto lignaggio.
 
Di questo reperto formato da foglia d’oro finissima ottenuta tramite martellamento, stupisce l’alto grado di conservazione e soprattutto la lucentezza davvero abbagliante. Questo popolo davvero era maestro nella lavorazione dei metalli di ogni genere che proprio in questa parte della Toscana erano abbondantissimi: rame, ferro, piombo, argento, ecc. Vorrei infine menzionare una bellissima statuetta in bronzo raffigurante un cervo. Si tratta di uno dei reperti con un livello artistico notevole a dimostrazione, se ancora ce ne fosse di bisogno, della maestria raggiunta da questi antichi popoli dell’Etruria, nel forgiare e nel modellare a loro piacimento i metalli, tanto da diventare esportatori in tutto il bacino del Mediterraneo.
 
 Questo di Cecina è davvero un museo importante e particolare, poiché come in ogni realtà museale, si trovano dei reperti unici. Il museo apre la sera dalle 18 alle ore 20.
Paolo Campidori
© Paolo Campidori

 

LA FORTUNA “IMPROVVISA” DEGLI ETRUSCHI*
Ricerca di Paolo Campidori
(*con aggiunta di note esplicative)
 
La fortuna “improvvisa” degli Etruschi, o per lo meno di quei popoli che abitavano la Toscana e il Lazio, fra il fiume Arno e il fiume e il fiume Tevere, è da ravvisarsi sicuramente nell’estrazione e nella lavorazione dei minerali che si trovavano in abbondanza all’Elba, come sulle colline metallifere dell’entroterra toscano-laziale.
Fra l’VIII e il VII secolo si assiste ad un cambiamento “improvviso” del modo di vivere di queste popolazioni, che noi, per semplificare le cose chiamiamo “Etruschi”. Questo cambiamento nella vita di queste popolazioni tosco-laziali, almeno ai nostri occhi o secondo le nostre conoscenze (ma, non è così) cambia in modo radicale, con una certa rapidità. La civiltà cosiddetta “villanoviana” viveva in grosse capanne, seppelliva i loro morti in pozzetti, scavati nel terreno e nella roccia, entro vasi di terracotta, dopo averli cremati; adorava gli dei e li rappresentava con simboli e graffiti su vasi, utensili,  come la cosidetta svastica; costruivano gli  utensili per il fabbisogno domestico con materiali quali l’argilla, il legno, l’osso, l’avorio, ecc., ma conoscevano bene anche l’estrazione e la lavorazione dei metalli, la quale non avveniva a carattere, come diremmo noi, “industriale”, ma solo ARTIGIANALE, ossia, per il loro bisogno personale e del gruppo familiare. Non esisteva ancora in quei popoli, molto intelligenti, ma ancora un po’ primitivi, l’idea di arricchimento, come la concepiamo noi oggi. L’arricchimento semmai, era dovuto all’accentramento dei capi di bestiame, e, forse, più tardi, con la concentrazione delle proprietà terriere.
 
Se noi ammettiamo, dunque, che i popoli definiti da noi “villanoviani” da Villanova, presso Bologna (il nome è quanto meno restrittivo, poiché va considerato che questa “multi-etnìa” viveva sia sulle sponde dell’Adriatico, sia nel centro delle regioni Appenniniche, sia sulla costiera tirenica) erano bravissimi nella modellazione e nella cottura delle terrecotte, dei buccheri, ecc. ma anche, come abbiamo detto, nella fusione e nella lavorazione dei metalli, anche preziosi. E’ opinione certa che queste popolazioni avessero raggiunto una tecnologia avanzatissima  (anche se artigianale) per quanto riguarda la costruzione di forni fusori in grado di raggiungere temperature elevate, che permettevano loro di separare la roccia e il minerale terroso, dal metallo (ferro, rame, argento, ecc.).
 
Dobbiamo però fare un punto sull’origine di questa popolazione. Dobbiamo chiederci: chi erano questi villanoviani? Chi erano i popoli che abitavano da tanto tempo questi luoghi? Sicuramente dobbiamo dar credito anche a un origine autoctona  di una parte di questo popolo, cioè di coloro che sono nati e cresciuti in questi luoghi, la cui origine si perde nella notte dei tempi. Però non possiamo fermarci qui, dobbiamo cercare di conoscere quali altri popoli formavano quella “multi-etnia”, che noi per semplificare le cose chiamiamo “villanoviano-etrusca”.
Dobbiamo chiederci allora, quali documenti abbiamo per affermare questa cosa? Non possiamo certo risalire all’origine di questo popolo dai reperti archeologici, questi tutt’al più potranno rivelarci a chi sono appertenuti e tutta un’altra serie di informazioni e la loro databilità compresa fra il IX-XIII sec. a-C. e il II sec. a.C.
 
Questi simboli, queste croci uncinate, mezzelune, stelle, ecc. che si trovano graffite nei recipienti di terracotta, nelle tombe a pozzetto, segnalate esternamente con simboli che si rifanno al passagio dell’aldilà a forma di uovo, oppure simboli che definivano il sesso del defunto, come simboli fallici, ecc., non ci danno un indizio sicuro, ma ci dicono soltanto che essi si rifanno a popolazioni probabilmente semitiche molto antiche provenienti dai territori della Mesopotamia.
 
Perche possiamo ipotizzare questa cosa? Popoli semiti, hittiti, cassiti, dei territori di Babilonia, della Siria, hanno in comune con i cosiddetti “villanoviani” certi tipi di credenze, certi simboli come la stella, la luna (1),  rasoi A FORMA DI MEZZALUNA ecc. ecc. Sono solo mode importate? Questa cosa mi sembra improbabile. Dobbiamo invece pensare, con una certa serietà, che la Toscana, in epoche imprecisate, è stata “occupata”, ovvero “invasa” (probabilmente anche amichevomente, ma la cosa mi sembra improbabile) da popolazioni medio-orientali e dell’Asia. Non abbiamo, tuttavia, nessuna certezza di questo. Dobbiamo chiederci allora, cosa potrebbe venirci in aiuto per dare una certa consistenza a questa teoria?
 
La risposta sarebbe la scrittura. Se in Etruria nell’IX-VIII i villanoviani avessero avuto una scrittura uguale o simile, ad esempio a quella di antichi popoli orientali ed avessero parlato le relative lingue, questo ci avrebbe dato un sicuro indizio che i “Villanoviani” (non ancora definiti Etruschi) potrebbero essere originari di quei luoghi.
 
Purtroppo, però, la scrittura, inizia nel periodo fine VII secolo, quando i “villanoviani” non sono chiamati più con quel nome, ma con il nome “Etruschi”. Questo nome, come quello per i villanoviani, lo abbiamo ‘coniato’ noi, essi (etruschi), in realtà, si definivano “Rasena” o “Rasenna” (nome del quale io ho ipotizzato, tempo fa, in un’altra mia ricerca, la sua traduzione in: “popolo che si radeva col rasoio”, o, in sub-ordine, popolo che adorava “la luna” (*), oppure, ancora “il popolo del Capo, dalla radice semitica Ras”)
 
 Cioè la scrittura sulle urne, negli affreschi tombali, ecc. nel periodo di quel cambiamento che a noi pare “repentino”, ma, in realtà,  non lo è più di tanto. Che tipo di lingua è? Si tratta di un alfabeto greco, mutuato dai greci della città antica di Cuma (città campana già colonizzata dagli Etruschi) con una particolarità importante: la scrittura è sinistrorsa. Mi domando allora: perché mutuare un alfabeto da una lingua straniera come il greco antico e poi scrivere da destra verso sinistra (con le dovute eccezioni) e non da sinistra verso destra, come usavano i greci antichi? Posso, per questa ragione, essere autorizzato a pensare che ci sia stato un apporto medio orientale di popolazioni, semite (2) (in modo particolare) e altre dei territori della Mesopotamia, verso il XII-XI secolo a.C o precedenti? A me questa cosa sembra del tutto possibile, anche perché in Toscana sono sempre esistite (ed esistono tutt’ora) numerose comunità di origine semita, che vivono proprio come vivevano i villanoviani e gli Etruschi e i popoli orientali con i quali  hanno in comune moltissimi usi e tradizioni. Questi usi e caratteristiche sono, ad esempio, il pane insipido toscano, la scrittura sinistrorsa (cha abbiamo già detto), il modo di vivere in comunità organizzate in paesi arroccati sulle colline, paesi che hanno tutti le stesse caratteristiche, basti pensare a Pitigliano, Sorano, Campiglia, Suvereto, Castagneto Carducci, Populonia, Talamone ecc. ecc. dove tuttora vivono comunità, oggi dette di ebrei, oppure sono discendenti dalle stesse; alla stessa “c” toscana gutturale, detta “gorgia toscana”, alla superstizioni e ai gesti scaramantici, ecc., come l’uso delle corna, fatto con l’indice e l’anulare della mano, le cosiddette “fiche”, ecc.
 
 
 Ma tantissime altre sono le caratteristiche che legano la civiltà villanoviano-etrusca, ai popoli di origine Semita, bisognerebbe fare un elenco lunghissimo. Dunque “villanoviani “autoctoni” (mi si perdoni questa definizione alquanto riduttiva del popolo etrusco) ma mescolati con popolazioni di origine orientale e forse (solo più tardi, con i Fenici) africane. Gli stessi etruschi definivano la loro etnia “Mexlum Rasneàs” e non ci vuole molto a capire che si tratta di una “mescola”, di un insieme di razze, riunite sotto un unico Capo (Ras). Inoltre  la cosa non ci dovrebbe meravigliare più di tanto, specialmente oggi, che arrivano migliaia e migliaia di questi profughi da località del medio ed estremo Oriente, per fortuna con intenzioni pacifiche e non come in passato, periodo in cui si registrano invasioni e razzie davvero devastanti, subite dalle popolazioni italiche. (*)
 
Visto e considerato che la scrittura può essere un aiuto(ma non più di tanto),  per capire l’origine dei villanoviani-etruschi, poiché non basta ritrovare un numero molto limitato di epigrafi (come è stato ritrovatonella piccola isola di Lemno nel Mar Egeo) per definire con sicurezza che una lingua e una scrittura (della quale noi possediamo invece decine di migliaia di epigrafi) assomigliano all’Etrusco (dobbiamo, in questo caso, definire e limitarci per forza al termine “etrusco” poiché non sappiamo con sicurezza assoluta quale lingua parlassero i villanoviani). Certo, per conoscere l’origine della lingua etrusca, bisognerà considerare un apporto notevole anche  di certe popolazioni popolazioni dell’area dell’Egeo, come ad esempio i Lidi.
 
Ritornando all’argomento. Il cambio di certi costumi, l’adozione della scrittura, non sono elementi fondanti per affermare che il trapasso dal villanoviano all’etrusco sia stato repentino. Ciò proverebbe invece che alla popolazione multi-etnica “villanoviana” si sono aggiunte verso il VII sec. a.C. altre popolazioni, forse anche più progredite, di origine ORIENTALE (3).
 
Noi possiamo dunque affermare, con sufficiente certezza, che non vi sia stato un passaggio repentino delle lavorazioni dei metalli da forme artigianali e forme “industriali” ma sia stato un passaggio graduale nel tempo. (Questo termine industriale, riferito ai villanoviani-etruschi è un po’ ingenuo. Basti pensare che i popoli da noi considerati estraevano dai minerali solo una piccola parte dei metali che variava dal 30 al 50%). Un “industria” quindi ancora primitiva, ma senz’altro ottima per quei tempi.
 
E’ probabile che i villanoviani-etruschi, con l’apporto di certe popolazioni, specialmente (potrei ipotizzare anche) gli Hittiti, che erano “specialisti” nella lavorazione dei metalli, abbiamo dato un apporto decisivo per le tecniche di estrazione del minerale nelle miniere toscane e laziali e per la loro trasformazione in metalli e in armi, in modo particolare. A questo deve aggiungersi il perfezionamento dei mezzi di trasporto, delle navi, in particolare, per i trasporti via mare, e la costruzione di una rete viaria che collegava  fra di loro le città tosco-laziali, di antica tradizione, e città cosiddette più moderne (circa V-IV sec. a.C.), dette “carovaniere”, situate in punti strategici, come Misa (Marzabotto), in provincia di Bologna e Gonfienti (Prato).
 
Per far capire meglio questo aspetto del cosiddetto “improvviso benessere” degli Etruschi, si potrebbe, ad esempio, fare un grafico, secondo i dettami della moderna statistica. Questo grafico del “benessere” Etrusco, è ipotizzabile, che abbia avuto un andamento crescente ma regolare all’inizio,  dall’VIII al VII secolo, per poi avere una forte impennata nei secoli VII-VI a.Ce una rapida discesa nel sec. V a.C. Questo cambiamento è senz’altro dovuto allo sfruttamento dei minerali così ricchi nei territori tosco-laziali,i Monti della Tolfa, e in Toscana,  in particolare, Elba, Campiglia, Populonia,ecc.
 
 Non è ipotizzabile poter  attribuire questo cambiamento di abitudini e questo benessere esclusivamente all’agricoltura, alla forestazione, all’allevamento e all’artigianato, che sono tipiche di una società agricola, come lo era la cosiddetta società villanoviana.
 
Dunque gli etruschi debbono ai minerali tosco-laziali e alla estrazione e lavorazione dei metalli quel cambiamento economico, che li fa passare da popolazione semi-nomade a popolazione stanziale; che dalle capanne li fa risiedere in città-stato organizzate con case costruite in pietre murate; che da una religione primitiva, li porta a costruire templi in muratura sempre più belli e complessi; che dalla forma funeraria della cremazione dei suoi morti, si trasforma in inumazione in tombe a tumulo, alcune di queste ricchissime e monumentali, proprio come quelle orientali; che da una forma di baratto, passa ad una forma di monetazione; che da un linguaggio simbolico sacrale passa ad una forma di espressione alfabetica, ecc.ecc.
 
Si potrebbe fare una equazione, forse un po’ azzardata ma efficace: la società moderna (la  Occidentale nostra per capirsi) si trasforma con l’industrializzazione avvenuta ad iniziare dal XVIII sec. e l’estrazione e lo sfruttamento delle materie prime e del petrolio iniziata agli inizi del sec. XX (energia quest’ultima,  che ha permesso alla società odierna un progresso industriale e scientifico senza pari) come, la società antica villanoviano-etrusca si trasforma con lo sfruttamento intensivo delle miniere e la lavorazione dei metalli.
 
Paolo Campidori
© Copyright Paolo Campidori
Fiesole, 13 settembre 2009 

 

 GOSTO E LA MANIA DI’ LISCIO
 
Ni’ paese oramai l’era scoppiata la pandemia di’ liscio. E’ ‘un se ne potea piùe, chi balla’a i’ liscio chi gl’era fanatico per i’ latino-amari’ano. E poi e’ c’erano balli novi, come il ballo della lampada, indoe le coppie di sposini le s’attorcigliaano tutte intondo che ‘le pareano indemoniate. Anche la perpetua ‘la ‘unnera dai meno. Qundo in paese c’era la festa e ‘la comincia’a a sentire i’ sono della fisarminichina, ‘la scendeva giue piano piano a i’ paese, tutta vestita in ghingheri e co’ tacchi arti la parea che ‘la camminasse sull’ova. Ora, che le elezioni l’erano finite, ‘un po’ male a dir la verità, ma per i’ soppriore e’ parea che le fussano finite bene perchene un facea attro che strusciassi le mani e poi gl’avea un sorrisino di soddisfazione che l’era tutto un programma. Non per questo evento i programmi culturali e musicali di paese si poteano fermare. A i’ circolo l’era belle stata ripristinata la pista e un par d’orchestrine bone gl’erano digià vienute. Tutti gl’aveano fatto la su’ presenza e anche la su’ figura. Puzzino, si sa, l’era un veterano di’ ballo liscio, i’ Cistronca, poveraccio l’era tutto stroncolo, un potea dare i’ meglio di sene, ma in gioventù l’era i’ meglio ni’ rocchenrolle. Tarolle, che gl’era un forzuto, e’ pigliaa la partnerre con uno de su’ braccioni e la facea riortolare come una trottola. Solamente Gosto ancora, testone come gl’era, ugn’era riuscito di imparare un balluccio come si dee. La perpetua, la s’era un po’ indispettita perchene qualche varzerino gli garbaa fallo, ma un lo potea  mica fare co i’ soppriore! Sicchene una domeni’a sera qundo gli occhestrali comincionno i’ pirulì, pirulà, la perpetua ‘la smise di cincistiare e gl’andette diritta, diritta alla casa di Gosto. La ‘unnaspettò neanche che Gosto l’aprisse, l’entrò drento come una saetta. A i’ Gosto la gni disse: “Senti Gosto te’ tu fa’ schifo, e’ bisogna che to lo di’a chiaro e tondo. Tutti sanno ballare i’ liscio: Puzzino, Tarolle, Stinchi, Mero, i’ Cistronca che e’ sono tutti anche più anziani che di tene. O ‘un tu ti vergogni a sta’ sempre quie rimpiattato come una marmotta? O ‘un tu lo sai che se ‘un tu balli i’ liscio e tu sei tagliato fora da ogni ‘osa?” Gosto a queste parole di rimproero della perpetua  rispose con una sola parola: ”Gnamo!”. “Gnamo, un accidente! – la disse la perpetua – e’ bisogna che tu ti metta anche in ghingheri” Questa per Gosto l’era la fati’ca più grossa. Le scarpe e’ se le mettea una ‘orta l’anno e finchè unn’erano tutte rotte ‘un se le cambiaa. Per questo motivo quando Gosto sali’a sull’autobusse ‘e se n’accorgeano tutti a causa dell’odore sopraffino che gl’emanaa. “Gl’è salito Gosto” Tutti ghl’escrama’ano. Le mani poi ‘un se le lavaa mai. A’ i’ Circolo curturale, con annesso barre e alimentari, Gosto quando partia i prosciutto, e’ l’avea le mani più nere di’ pepe e della salamoia.E’ poi gl’escrama’a:”senti come l’è picchente questo presciuttino”. Ma nessuno gl’avea i’ coraggio di digni quarcosa perchene l’era i’ biscazziere regolare di’ Circolo, e poi l’era intrufolato negli interessi di’ partito, e sotto, sotto, facea anche un po’ le liste di vole’ bene a i’ prete. In realtà gli garba’a la Teresina, la perpetua di piovano. Pe’ di’ la verità, ‘la unnera tanto bella. Anzi, ‘la parea una manza chianina. L’avea un naso con du buchi che pareano du tubi di’ cammino. Eppoi, quando la si mettea i’ rossetto, in quella boccona ‘la parea un semafero co’ i rosso. Pe’ i denti poverina l’era stata sfortuna’ca dalla gioventù. L’avea la dentina di sopra e di sotto. Quando la starnutiva quella di sotto quarche vorta la schizza’a via e la dovea correre a ripiglialla. A parte questi piccoli inconvenienti ‘la unnnera proprio da buttar via. Anzi! Gosto e’ dicea che la Teresina, se la un fusse stata la perpetua di prete, e la fusse un po’ più moderna ‘la potrebbe benissimo essere stata la su donna. “Gnamo, Gnamo” e i due si ritroarono ni’ mezzo della pista. Prima e’ sonarono qualche ballo latino ameri’ano come la Culita, Movendo la scalera, la lambada e sin qui Gosto si comportò abbastanza bene, perché le coppie le steano a distanza di sicurezza. I Cistronca e i’ Puzzino in questi balli gli strapparono gli applausi. A  i’ Cistronca la Lambada la gli veni’a naturale, perchene gl’era tutto sganasciato, e i’ movimento obbrigatorio l’era anco naturale. Finiti i balli latino ameri’ani e’ comincionno co i’ liscio. Quando l’orchestra la cominciò i varsere della capinera, Gosto, l’agguantò la Teresina a mezza vita, e gli disse piano piano: “S’aire Nanni?” “Indo’ s’aire” ‘la rispose con voce fioca la Teresina. “A fare questo be’ varserino”. Appena le coppie le comincionno a girare pe’ la pista, Gosto ‘un volle essere da i meno. E’ cominciò prima a ondeggiare, poi sbilanciassi, anche perché poco innanzi l’avea beuto qualche gotttino di vino di chello bono, poi conciò a arzare que’ su piedoni che pareano du pale dell’elica di una nave. Dopo che gl’ebbe cozzato tre o quattro coppie che frullaano nelle vicinanze, Gosto, ni’ centro della pista volle far vedere quello che l’era capace di fare. Fece una piroetta poi un bei sarto in verticale. Quando ricascò giue gl’andò proprio a planare sui piedi della Teresina: “Ohi! Ohi!” La Teresina la si mise a urlare come un’ossessa. “Ohi, tu m’ha’ stiacciato i calli, e’ vedo le stelle, e’ vedo le stelle!” A’ senti’ queste parole “E’ vedo le stelle, e’ vedo le stelle”, i curatolo e’ riconobbe che l’era la voce della su’ perpetua. E chissà icchè s’era messo in testa? “Positivo l’è la Teresina che unn’ha resistito alla tentazione della concupiscenza”. Prese i’ bastone, quello co’ nodi, che l’era destinato ai topi della canonica e visto i Gosto ai piedi della perpetua, i curatolo unn’aspettò un istante, e cominciò a menare botte da orbi. I’ poro Gosto, gl’ebbe trenta giorni di ricovero, sarve complicazioni, e un par di mesetti con la condizionale, perché gl’avea attentato alla salute fisi’a e mentale della perpetua. Poero Gosto, ‘le gli capitano tutte a lui!
Paolo Campidori

 

MA QUANTO ERANO INTELLIGENTI I NOSTRI ANTENATI “GORILLONI”!
 
Mi ha interessato molto l’ultimo articolo pubblicato sul supplemento di “Archeo” anno XXI, numero 10 (260) dell’ottobre 2006, edito dalla De Agostini Periodici, articolo “Le grotte di Lascaux” di Giovanna Quattrocchi. Dico subito che si tratta di un articolo ben fatto, misurato nell’esposizione del racconto, insomma un risultato che somma alla notevole cultura dell’Autore anche un giornalismo d’élite.
Detto questo l’articolo della Quattrocchi, mi ha incuriosito anche per un altro motivo. Io, mi interesso, da sempre, degli Etruschi e della loro lingua nonché della loro scrittura. Per essere sincero, mai o quasi mai, nelle mie ricerche sono andato oltre l’anno Mille a.C., anché perché, i miei interessi storici si erano incentrati su arte, storia e, cultura in genere, del Mugello, Alto Mugello, Val di Sieve, ecc., appunto dal Mille a.C. all’incirca fino alla fine dell’anno 1800 della nostra era.
La storia, o meglio la preistoria, per la sua nebulosità nel reperire informazioni sicure l’ho ritenuta, sempre, poco interessante. Però sfogliando il “Supplemento” citato, alle pagg. 17-18-19, ho visto quelle fotografie, mi sono ricreduto.
Cerco di spiegarvi con poche parole l’articolo di questa brava scrittrice. Nelle grotte di Lescaux nella Francia Sud Occidentale, nell’anno 1940, degli studenti, in cerca di avventure, si sono imbattuti in una grotta ben articolata, dove hanno rinvenuto degli affreschi parietali davvero splendidi. Fino a qui niente di particolare, niente di trascendentale, anche nelle grotte, o meglio nelle tombe degli Etruschi si trovano affreschi stupenti, così come in Egitto si trovano bassorilievi incredibili per la loro bellezza.
Quello che più mi ha stupito, per uno come me, che ha passato una vita nelle gallerie e pinacoteche fiorentine come Uffizi, Pitti, ecc., che ha toccato (nel vero senso della parola) opere di Botticelli, di Leonardo da Vinci, di Giotto, di Cimabue, ecc., che ha passato anni presso il Gabinetto Restauri della Fortezza da Basso, come segretario dei Soprintendenti Baldini e Paolucci, che ha continuato per conto proprio lo studio di storia e arte, vedere questi capolavori dell’intelligenza umana della preistoria mi ha per così dire “spiazzato”  (per usare un eufemismo).
In questi lavori fatti dai nostri antenati “gorilloni”, trovo una grande capacità di espressione, indice di una intelligenza notevole, anche superiore alla nostra, una capacità di “raccontare” elevato, il senso dell’arte e del bello, come dote innata, la capacità di proporzionare le figure, la capacità di dare plasticità e profondità al disegno.
Debbo dire la verità, di tutte le opere d’arte che mi sono capitate sotto mano, queste, per me, sono le più belle, poiché si tratta di arte vera; i nostri antenati “gorilloni”, hanno espresso  con le loro mani, ma soprattutto con il loro intelletto, cose meravigliose, cose degne di una civiltà superiore alla nostra.
Vi dico subito che si tratta di “gorilloni” che sono vissuti fra i 10 e i 30 mila anni fa. “Gorila”, che conoscevano già gli impasti rossi di ceramica, che sapevano intrecciare corde con la capacità dei mastri cordai fiorentini del Trecento, che usavano minerali per dipingere le loro opere d’arte, che dipingevano alla luce di lucerne. Tutto questo trenta mila anni fa. O forse più?
Non posso anticiparvi l’articolo della brava Quattrocchi su Archeo, Vi consiglio di acquistarlo e legervelo con attenzione.
Certo, posso fare una considerazione? I gorilla di oggi, che sanno solo fare un bastoncino per tirare su formiche e vermi dai formicai, ci farebbero una pessima figura di fronte a questi “gorilloni” di trentamila anni fa. Come si chiamavano questi “gorilla” veri e propri pittori che dipingevano su impalcature, al lune di lucerne di impasto rosso? Ognuno dia la risposta che vuole.
Paolo Campidori
© Copyright Paolo Campidori

 

FRASCOLE (Dicomano): UNA TORRE
LONGOBARDA SUL SITO ETRUSCO
DI FRASCOLE?
 
 
 
Tutta la zona di Frascole, Castel di Poggio, ecc. rientrava nella giurisdizione di Castel del Pozzo, i cui proprietari, nel Medioevo, erano i potenti feudatari Conti Guidi da Porciano (in Casentino), un ramo della famiglia dei Guidi da Modigliana.
 Con la fine dell’età feudale e dopo aspre vicissitudini e battaglie i Guidi alienarono la Contea del Pozzo alla ‘novella’ aristocrazia fiorentina quella dei Conti Bardi, che la tennero per circa quant’anni e dopo la alienarono alla Repubblica Fiorentina che acquistò tutto il contado, fortezze comprese, per la modica cifra di 2500 fiorni, nell’anno 1378. Faceva parte della Contea di Castel del Pozzo, anche la fortificazione e la piccola chiesa che sorgevano su un importante snodo viario medievale, già etrusco, sul Castello di Poggio, ubicato a monte, direzione Est della pieve di Frascole. Accanto alla torre, facente parte della fortificazione di castel di Poggio, ubicata in posizione particolarmente strategica, era stata costruita, o meglio, ‘ricostruita’ dopo l’abbattimento del castello, sui ruderi della fortificazione la piccola chiesetta di san Martino in  Poggio, la quale era diposta su un piano longitudinale est-ovest, con un piccolo sagrato in pietra e con pavimento in lastre sempre in  pietra. La Fortezza di San Martino in Poggio fu espugnata e, in seguito abbattuta, forse ad opera dei Fiorentini, durante la loro maggiore fase di espansione nel contado, probabilmente verso la fine del XIII secolo, inizi XIV sec.
Che tutta la zona intorno a Dicomano e, in modo particolare Frascole e Castel di Poggio, fossero in origine etruschi non esiste ombra di dubbio, infatti gli Etruschi abitavano le alture dei monti sulle sponde destra e sinistra del fiume Sieve e tanti reperti, appartenenti a questo antico pololo, sono stati ritrovati in strati più o meno profondi in tutte queste zone, non esclusa la zona di cui stiamo trattando.
Accanto alla chiesa di San Martino in Poggio (cura di anime fino a che la zona non perse importanza per una serie di cause tutte legate al cambiamento della condizione economica  e sociale degli abitanti che abitavano quelle zone collinari) scavi più o meno recenti hanno ritrovato le fondamenta di quella che era la torre (il ‘mastio’) della fortezza dei Guidi da Porciano (Casentino), signori della zona. Essa si trovava  proprio accanto alla chiesetta, sotto la coltre di terra formante una specie di tumulo o collina a forma di cono tronco alla sommità. Qui si celavano le strutture della torre del fortilizio dei Guidi e, proprio sulla sommità un  po’ spianata fu allogato, in seguito, il piccolo cimitero ad uso dei defunti che avevano abitato nella cura di detta chiesa. La torre della fortificazione aveva una base di circa diceci metri (largh.) per trenta (lungh.) ed era divisa, a livello basale, in tre parti da tre solidi muri interni. Lo spessore dei muri esterni misura circa mt. 1,50. La torre, che, ripeto, doveva essere il ‘mastio’ della fortificazione doveva avere un’altezza variabile dai 25 ai 30 metri, con un  probabile coronamento superiore a merli. E’ probabile inoltre che l’ingresso della torre, per ragioni difensive, fosse non al piano terreno (o seminterrato) dove probabilmente esistevano locali che potevano servire da cisterne per la raccolta delle acque o anche per il deposito di armi, di cibo, ecc, ma al primo piano della stessa, ingresso al quale si accedeva per mezzo di una scala di legno, rimovibile, in caso di pericolo. Analoghe scale in legno dovevano esistere per raggiungere i piani intermedi e superiori della torre.
Siccome la zona intorno a Castel di Poggio e Frascole era sicuramente abitata da Etruschi è probabile, ma non è sicuro, che la fortificazione medievale dei conti Guidi sorgesse sui ruderi di un precedente stanziamento etrusco. Mi spiego meglio, la torre potrebbe essere stata eretta sulle fondamenta di una grande tomba a tumulo, come ad esempio la Tomba a tumulo di Pian di Palma, Campo delle Caldane nella zona di Saturnia. Si tratta però solamente di una ipotesi che solo scavi, condotti in maniera scientifica, potranno svelare questo, che oramai è diventato un ‘mistero’.
In zona, abbiamo detto sono stati ritrovati molti reperti, soprattutto materiale fittile (terracotte), ma anche ex-voto, e un cippo funerario. Inoltre, mi hanno detto, che uno di questi reperti fittili porta il nome di una famiglia facoltosa etrusca: i VELASNA (di ceto paragonabile ai Guidi del Medioeveo). Tutto il materiale ritrovato andrà ad arricchire il nuovo museo Archeologico di Dicomano (Firenze) che aprirà i battenti, dopo tanti rinvii, il 6 dicembre 2008, se ovviamente non ci sarà un ulteriore rinvio.
Ci auguriamo che anche sul Poggio di San Martino, gli scavi, che procedono un po’ a rilento, a causa della cronica carenza di fondi da parte della Soprintendenza Archeologica di Firenze, ci riserbino delle autentiche e piacevoli sorprese.
 
Paolo Campidori
© PAOLO CAMPIDORI
 
Bibliografia essenziale:
Francesco Niccolai – Mugello, ecc, opera citata
R. Francovich – I castelli del contado fiorentino nei secc. XII-XIII – Ed. Clusf
M. Pittau – Dizionario della lingua Etrusca – Dessì Sassari
Paolo Campidori – Mugello – Altomugello –Valdisieve – Toccafondi Editore 2006

 

Ancient Ostia: a Christian crypt (IV century AD?)
 
with an image of Christ giving a blessing has been found
 
 
Rome, center of the world. Rome is more important than any other city in the world because it houses the relics of the Christian martyrs. The Imperial Rome of luxury and spectacle, with its famous monuments, has its counterpart in the underground world of the catacombs, the refuge of the persecuted, martyred Christians and their secret burial ground.
 
I would like to compare this crypt (my view differs from that of Maria Stella Arena, renowned expert and author of the article “OSTIA, L’Opus sectile di Porta Marina” in Archeologia Viva n. 128 March-April 2008) to one discovered in the 1940s-50s, which bears a panel with a mosaic image containing the Christian symbolism of a lion attacking prey (v. bibliography). This discovery was made at the start of an excavation that revealed a building composed of a room or exedra and a rectangular apse.
 
The restoration of this mosaic took years of careful, laborious effort. By painstakingly fitting together the pieces of the mosaic, the expert restorers were able to reconstruct, panel by panel, a room that the Romans called an “exedra”, at the end of which was the rectangular crypt mentioned above.
 
All the evidence would seem to point to a tomb so far impossible to date accurately, and which at first glance would suggest one of the many, extremely elegant tombs of the patrician pagans. But this interpretation is misleading, and in my opinion Dr. Maria Stella Arena’s hypothesis (mentioned above) is incorrect.
 
The “tomb” would suggest a structure difficult to date precisely (though probably dating from the beginning to the end of the IV century), one very similar to the “Crypt of the Popes” in the Catacombs of San Callisto in Ostia (RM). This tomb is a family tomb built at the end of the II century. Like the Ostia/Porta Marina tomb, it is composed of a room and a rectangular apse. It was donated to the Church and transformed into the Crypt of the Popes in the IV century BC.
 
During the difficult work of restoration of the Ostia/Porta Marina crypt, the expert restorers were able to reconstruct the inlaid work with its geometric and floral patterns, all formed with costly marble coming from every part of the Empire. The chromatic effects of this inlaid work (opus sectile) are truly surprising. The natural veins in the marble were exploited by the artisans of the time in order to create the realistic effect of rocks, trees, animals, etc. 
 
Even more surprising and truly wonderful is that there are also “human” figures on these panels, among which we find one with a “nimbo” (literally “cloud”), giving a blessing.
 
One needn’t be an expert in the field to recognize in this figure Christ giving His blessing. There is no need to hazard other interpretations, which I consider absurd. The face of Christ, as always in “opus sectile”, is portrayed in the traditional manner, i.e. with long hair and beard, with eyes wide open, and with black hair, beard, eyebrows and pupils, in the typical mid-eastern fashion.
 
Around Christ’s head there is a white nimbo. This symbol is not of Christian origin; however, it does appear, beginning probably in the IV century, around Christ’s head in the frescos of the Roman catacombs (San Callisto). Thereafter, the use of the nimbo around Christ’s head became standard.
 
Significantly in this portrayal, Christ’s right hand, with three lifted fingers denoting the Holy Trinity, is raised in blessing. Is further explanation necessary?
 
In a lower panel, there is the figure of a boy who, because he lacks the traditional symbols of the Saints, must be the Roman patrician for whom the crypt was built.
 
There are also various scenes in various panels of lions and tigers in the act of sinking their teeth into deer. Again, these are Christian symbols originating in the First Epistle of St. Peter: “Your adversary the devil prowls around like a roaring lion, seeking some one to devour.” (1 Peter 5:8)
 
© Copyright Paolo Campidori
Paolo Campidori
 
Bibliography:
G. Heinz-Mohr – Lessico di Iconografia Cristiana Istituto di Propaganda Libraria, Milano, 1995

 

GOSTO E LE STRANE AMICIZIE
 
Dai e ridai Mero, Cotenne e i’ Ciettone convinsero Gosto d’andà a i’ mare. A Gosto l’idea ‘un gli andea pe’ nulla, perché, come l’avea sempre asserito l’era un omo di terraferma e gli garba’a solo i campi e la campagna.  “Tu se’ un beco”, gl’avea detto Mero, “te ‘un tu sai quante amicizie e’ si possano fare ni’ periodo barneare”. Picchia e mena, lo convinsero d’andà con loro a Cecina. Come gl’arrivonno alla stazione di’ paese, subito gl’andonno incontro du’ signorine, arte, belle, con degli occhioni neri e a di’ la verità a Gosto le gli garbonno subito. Peroe l’erano d’una bellezza parti’colare, l’aeano de’ porpacci muscolosi, e un viso che parea quello d’un omo che s’era fatto appena la barba! Mero gni fece subito l’occhiolino, ma i’ Cotenne disse: “Ragazzi, ‘un si po’ ari’are e andare subito a i’ divertimento. Gnamo, prima s’arìa all’hotel, si deposita le valige e poi, dopo che s’è fatto uno spuntino si va a fare un giretto ni’ centro di Cecina”. Appena e’ furono ni’  centro di Cecina, e’ furono avvicinati subito da uno con una coda di dreto che e’ parea un cavallo. “Ragazzi”, e gli disse, “se v’aessi bisogno di passare una seratina come intendo io, vi procuro tre o quattro donnine di chelle che le vi fanno diertire e le vi fanno spendere poco”. Cotenne unne stea più nella pelle, se le cose le steano in qui’ mo’ ‘un gni sarebbe parso i’ vero.   I’ Ciettone però vorse subito sapere chi fusse questo signore così gentile che gli aveva fatto la proposta. “Come ‘un vu’ mi conoscete? E’ mi conoscano tutti come i’ puttaniere di Cecina”. “Grazie, signor puttaniere, d’aecci fatto una proposta così bella”, gli disse Mero, che già gl’era venuta l’acquolina in bocca. “Ragazzi”, gli disse i’ puttaniere di Cecina, “voattri ‘un vu’ dovete fa’ attro che andare a letto all’arbergo e quando vu’ sete a letto vu’ avrete una sorpresina di chelle ganze”. Gosto un fece a tempo a sdrairsi su’ i’ letto, quando sente alla porta, una vociona, che di femminile sinceramente l’avea pochino. Gosto la fece entrare e dopo i convenevoli, la signorina con i polpacci da bagnino la gni disse a Gosto di chiamarsi Marcella. Gosto, ormai tutto ringalluzzito, gli disse che venìa da i’ Mugello e l’era un regolare laoratore iscritto a i’ partito e a i’ sindacato. La Marcella però l’avea certi pelacci a i’ porpacci, che ‘la parea un ciclista di Giro d’Italia. Per questo Gosto l’era un po’ titubante e ‘un se la sentia di partire all’attacco. La Marcella la gni disse: “O Gosto, via ‘un fare tanti comprimenti, ‘un tu se’ mai stato con un omo?” Gosto quando sentiede questa frase stranulò gli occhi e cominciò a dire fra sé e sé: vatti a fidare delle persone, a modino, come i’ puttaniere di Cecina, invece di mandacci delle signorine e cià mandato un omaccio muscoloso e peloso come uno scaricatore di porto. Poi Gosto, essendo regolare ni’ partito, e’ ripensò a quello che gl’aveano detto sempre i su’ compagni, che un c’era nulla di male, che anzi e’ sarebbe stato un onore, insomma pe’ capissi un orgoglio. Si però più Gosto pensaa in questo mo’ e più guardaa la Marcella, che la l’avea du bicipipiti che sembraano du’ salami toscani. Quando la Marcella la fece le liste di avvicinassi a Gosto con que’ braccioni e que’ polpacci da marinaio, Gosto, disse: “ne pe’ scherzo ne pe’ burla, intorno a i culo ’un ci vo nulla!”. Detto questo con du sarti fu fora della stanza dell’hotel, indò c’era Mero e Cotenne che a loro vorta gl’aspettaano i’ loro turno pe’ entrare. “Ragazzi, l’è’ meglio che questa vacanza barneare la si faccia da un’attra parte. Qui le cose ‘un mi sembra le si mettano bene, i’ puttaniere di Cecina, fa parte di un giro che ‘un mi garba pe’ nulla. Ci promette delle donnine in gamba poi ci manda la Marcella. Vatti a fidare de’ puttanieri”. Detto questo unn’aspettarono nemmeno un momento, rifeciono le valigie e alla stazione di Cecina e’ presano i’ primo treno in partenza per Firenze. O la perpetua la ‘un venne a sapere di questa brutta avventura barneare di Gosto, Mero, Cotenne e i’ Ciettone, e subito la spifferò tutto ai soppriore iqquale si sganasciò dalle risate. E Gosto? Di vacanze barneari unne volle più sapere e tutte le ‘orte che balla’ano in paese, gl’era i’ primo a comincià un varzerino con una donnetta di’ posto e fra queste un mancaa la perpetua!
Paolo Campidori
© Paolo Campidori

 

“RASENNA”: FINALMENTE RISOLTO L’ENIGMA DELLA PAROLA ETRUSCA
 
CON LA QUALE GLI ETRUSCHI DEFINIVANO SE STESSI?
Chi erano in realtà i “rasenna”?
 
“Rasna”, secondo il “Dizionario della lingua etrusca” (DLE) del Prof. Massimo Pittau (ma anche secondo la maggior parte degli altri illustri studiosi etruscologi) ha il significato di “Rasennio, Etrusco-a. Ma questa traduzione non ci conduce a niente. Ancora sul DLE, poco sopra, troviamo Rasenna (Rhasénna) e si specifica che si tratta di una glossa greco-etrusca (ThLE 418). Questo sarebbe il nome secondo cui Dionisio di Alicarnasso (I 30, 3) gli Etruschi chiamavano se stessi (nel tradurre – specifica Pittau  nel DLE– faccio riferimento al gentilizio latino Rasennius. “Rasnal”, poi viene tradotto: “dello (Stato) Rasennio ed Etrusco opp. della Federazione Rasennia o Etrusca”; in genitivo “Tular Rasnal” equivarrebbe a “confine della (città) rasennia”).   (Vedi  abnche articolo di Paolo Campidori pubblicato dal giornale mugellano “Il Galletto” “L’Idolo di bronzo ritrovato al Peglio) e da alcuni portali Internet, fra i quali Archeogate e Archeomedia).
 
Ma questo ci dice ancora poco e niente e, in particolar modo, la parola definisce gli Etruschi con un vocabolo che a noi resta ignoto. Se io dico, ad esempio, “sono italiano” significherà che sono un cittadino che abita in Italia, ma non l’étimo della parola Italia deriverebbe dal greco ιταλος,  ma secondo il Pittau anche questa parola sarebbe di origine etrusca (Massimo Pittau – Toponimi Italiani di Origine Etrusca – Magnum Edizioni, Sassari 2006) Esistono tuttavia varie traduzioni riguardo all’étimo di questa parola, da parte di altrettanti illustri studiosi italiani e stranieri.
 
Sempre su DLE, troviamo il vocabolo “RAS” e il Pittau definisce questo vocabolo di significato ignoto. (LLX.12). Eppure la parola “ras” esiste anche in italiano, ad esempio, quando diciamo che Tizio (o Caio) è il “ras” del quartiere, per intendere colui che comanda nel quartiere o nella città. In altre parole il “ras” è colui che esercita il potere entro un determinato spazio e questo potere può essere sottointeso: secondo lo “stato di diritto”, oppure, un potere “arbitrario”, cioè non riconosciuto dalla legge. Ma ciò ha poca importanza ai fini di questa ricerca.
 
Mi sembra che siamo giunti a una svolta importante del problema “rasenna”. Vediamo adesso come i Romani definivano il vocabolo italiano “rasoio”: con  due parole che ci allontanano molto e queste sono: “novacula” e “culter”. Esiste tuttavia in  latino la parola “rasura” che ha significato di “rasatura”.  (QUEST’ULTIMA DI PROBABILE ORIGINE ETRUSCA)
 
Siamo giunti al nocciolo del problema: nella lingua italiana (Vocabolario  Nicola Zingarelli, Bologna, 1958) troviamo le seguenti parole: “rasente”, che significa molto vicino (quasi a toccare), “rasare” e “raso”, tutte parole che riconducono a “tagliare” (la barba, l’erba, ecc.) e poi “raso” (rasus, lisciato). In tutti questi vocaboli manca l’origine della parola stessa. Allora, cosa dobbiamo pensare? Se l’étimo della parola “rasenna” non è latino e neppure greco, dovremmo fare altre ipotesi e cioè che la parola, oggetto del nostro studio, derivi proprio da “ras” etrusco (che è molto usato anche nell’Italia settentrionale) la quale potrebbe avere vari significati, ma cito solo due di quelli che mi sembrano  essere più probabili:
 
1 – “Rasenna” popolo (o tribù) al quale appartengono “coloro che si radono”. Nel dire ciò non faccio riferimento, ovviamente, al periodo ellenistico, periodo in cui le barbe andavano di moda, ma al periodo precedente “villanoviano” (IX-VII secolo a.C.), gli etruschi “veri”, coloro cioè che abitavano il suolo italiano, probabilmente anche anteriormente al sec. X a.C. Queste popolazioni guerriere (rasenna), quando ancora non avevano subito “invasioni” da parte di altre civiltà o “trasformazioni”  con conseguente rilassatezza dei costumi dovute a “contaminazioni” “mode”o a vere e proprie “sottomissioni” (da parte di greci e romani), usavano andare in  battaglia completamente nudi e rasati, senza abbigliamento di sorta, con l’unica eccezione di un copricapo e attrezzati solo di una lancia. Questo era il vero popolo etrusco! Non quello rilassato e debosciato delle tombe dipinte dei sec. V-II, dove ritraggono una popolazione “schiava” di greci (prima) e  dei romani (poi).
2 –“Rasenna” popolo o tribù di coloro che si radono usando il rasoio (metallico, che essi stessi fabbricavano (Bellissimi sono i rasoi “villanoviani” a forma di “mezzaluna”, secc. X-IX, che si trovano nel Museo Civico di Bologna, ma anche a Tarquinia a Vulci, ecc).
Ma citerei anche un’altra possibilità, che mi sembra tuttavia molto interessante e cioè quella secondo la quale  “rasenna” significherebbe “IL POPOLO DI COLORO CHE HANNO PER CAPO  ovvero per “RAS” UN UOMO (O UNA DIVINITA’) RASATA”
 
Queste mi sembrano tre possibili traduzioni coerenti con le abitudini di questo popolo. Un popolo che metteva nelle proprie tombe, semplici e “maschie”, la cenere dei corpi dei guerrieri morti in  battaglia, in ossuari biconici e deposti con altrettanta semplicità in pozzetti scavati nella roccia o nel terreno (Si vedano ad esempio le interessantissime tombe a pozzetto di Palastreto, sopra Quinto (Firenze) o quelle  “ricostruite” nel museo di Volterra, oppure a Tarquinia, Vulci, ecc. Insieme alle ceneri, nella tomba spesso veniva messo un rasoio lunato, per simboleggiare l’appartenenza al “popolo dei rasati”. E’ bellissima la foto nel libro a cura di Mario Cristofani “Etruschi, una nuova immagine – Giunti Editore, 2006, pag 12) in cui si vede un guerriero completamente nudo e completamente rasato, che indossa solo un elmo (o un copricapo in metallo) il quale, lancia in mano, si avvia a passi giganteschi verso la battaglia, deciso, senza esitazione alcuna, in altre parole senza paura. Gli Etruschi del IX-VII secolo a.C, non sono gli stessi degli Etruschi del VII-V secolo a.C. (greco) o, peggio ancora degli Etruschi del III-I sec. a.C (romano). I Villanoviani (Rasenna) persero la loro battaglia   verso la metà del sec. VII con popolazioni che venivano dall’Oriente ( forse i LIDI ?), non per viltà o altre cause ma perché si trovarono davanti a un nemico che non era né più intelligente, e nemmeno più valoroso in battaglia, SI SONO TROVATI DI FRONTE A UN  ESERCITO MOLTO PIU’  NUMEROSO DI QUELLO  CUI I “RASENNA” (RASATI) DISPONEVANO.
 
La storia dei “rasenna” (rasato-i), quella dei veri “Rasenna”,  TERMINA verso la metà del VII secolo. Da questo periodo in poi si parlerà solo di “FUSIONE” IN ETRUSCHI” delle popolazioni autoctone con altre “popolazioni”  orientali e del Mediterraneo, che non hanno niente  a che vedere con i “rasenna”  ORIGINALI.
Paolo Campidori
©Copyright: Paolo Campidori
 
 
 
 
Bibliografia:
Paolo Campidori – Mugello, Romagna Toscana e Valdisieve – Toccafondi editore – Borgo San Lorenzo 2006
Massimo Pittau – Dizionario della Lingua Etrusca – Libreria Editrice Dessì – Sassari  2005

 

A PAGNOLLE (PONTASSIEVE) SBOCCIA L’AMORE DI DANTE E BEATRICE?
La “Divina Commedia” è opera “laica”?
RICERCA DI PAOLO CAMPIDORI
 
A Benigni va dato il merito di aver “riscoperto” (come appassionato) la Divina Commedia, ma, credo, non abbia fatto un piacere né a Dante né alla Divina Commedia. Perché dico questo? Le sue interpretazioni sono dettate dalla passionalità più che dall’ingegno. Secondo me, bisogna considerare Dante prima di tutto un poeta e un verseggiatore e, credo, che questo sia “il biglietto da visita” al quale Dante teneva maggiormente. Se lo si sposta da questa ottica credo sia molto difficile capire il “personaggio” Dante e la stessa Divina Commedia.
Dante, oltre a questo suo pregio personale, fu anche, come affermò Francesco De Sanctis, amante tenero, combattente per i propri ideali e per la propria Città, ed infine, fu credente (“a modo suo”, questo lo aggiungo io).
Io mi domando, se risponde a realtà il ritratto che l’iconografia e l’iconologia fanno di lui e cioè: espressione arcigna, naso aquilino, bocca  a “mezzaluna” rovesciata, l’occhio sgranato con la pupilla “feroce”, la fronte corrugata, e, poi (mi sembra un controsenso) cinto da una corona d’alloro, sopra un copricapo, quasi sempre, un “mazzocchio” fiorentino.
Forse, bisogna inquadrare Dante sotto la scorza dell’esteriorità e vedere più il personaggio, come un uomo, come uno dei tanti che nel sec. XIII-XIV esistevano a Firenze, con i propri pregi e propri difetti, passionale, come lo era la gente di allora, tenero e amante del bel vivere in una città che cresceva a vista d’occhio, non solo per dimensione ma anche per importanza. In quella società, che “sgomitava” per affrancarsi dal “giogo” medievale, Dante aveva ricevuto l’imprinting dalla sua fanciullezza, e ne era diventato un “figlio del suo tempo”., come si usa dire oggi.
Però, credo, che la figura di Dante, vada ridimensionata, non certo per importanza, ma per quanto riguarda certi luoghi comuni, che, sinceramente, oggi ci fanno un po’ sorridere.
Io credo che la personalità di Dante si sia formata non solo nella città medievale di Firenze, ma anche, e soprattutto, nella campagna dei dintorni di Firenze, in particolare alla Radola dove il padre aveva un ‘resede’ con dei terreni e dove, da notare bene questo particolare, a Montecchi, a neppure un chilometro in linea d’aria, c’era la villa di campagna dei Portinari, vale a dire “la maison des plaisirs” del padre dell’amata Beatrice. Sia la Radola che Montecchi, si trovano nel Comune di Pontassive sulla strada per Monteloro, e presso la chiesina di Pagnolle.
Io conosco molto bene questi luoghi, conosco bene la chiesa di San Miniato a Pagnolle, mi sono recato alla Villa di Montecchi dei Portinari, ho visto la casa di campagna del “divino” (espressione che a me non garba) poeta Dante. Queste tre unità (casa degli Alighieri, villa dei Portinari e chiesa di Pagnolle) formano quasi un triangolo, e sono vicine l’una all’altra. Ora bisogna dire che i Portinari erano molto più ricchi degli Alighieri, il loro nome è legato indissolubilmente nella storia di Firenze come magnati e mecenati (fondatori, tra l’altro dell’ospedale di santa Maria Nuova) della città del Fiore; e la tomba di Folco, padre di Beatrice, di trova all’interno della chiesa dell’Ospedale da lui fondato. Forse è più giusto dire che i Portinari, più che dei nobili, erano degli arricchiti, come lo erano tanta parte della nuova nobiltà fiorentina, i “neo-capitalisti”, come si definirebbero oggi. Gli Alighieri che ereditarono il nome della loro casata, da un avo Alighiero, forse longobardo, facevano parte di un altro tipo di nobiltà, più antica, forse, ma meno danarosa. Sappiamo che i longobardi, seguivano la legge Longobarda detta anche “Ripuaria” e, per quanto riguarda le eredità, il patrimonio veniva diviso in parti uguali fra tutti i figli. Quindi i patrimoni dei nobili longobardi con il tempo, sono andati via via frazionandosi, diventanto così inconsistenti.
Ora bisogna fare un altro punto: la chiesa di San Miniato a Pagnolle è ubicata a circa trecento metri dalla Villa dei Portinari e a circa cinquecento metri (circa) dal “resede” degli Alighieri. Siccome è probabile, è ipotizzabile, è verosimile che la campana del campanile della chiesina di Pagnolle suonasse sia per i Portinari che per gli Alighieri, mi sembra altrettanto realistico pensare che le famiglie Alighieri, le famiglie Portinari e tutte le altre famiglie della zona si ritrovassero per la Santa Messa Domenicale a San Miniato di Pagnolle. E’ ipotizzabile, pure, che Dante e Beatrice, si siano incontrati in quella chiesa di Pagnolle, si siano guardati, si siano scambiati un sorriso e che questo sorriso, come capita molte volte per i fanciulli e per gli adolescenti si sia trasformato in un amore precoce, molto difficile da dimenticare nel corso della vita di un uomo.
Poi bisogna aggiungere che le famiglie benestanti fiorentine, durante l’estate, andavano a villeggiare nelle campagne, nei dintorni di Firenze, anche perché l’aria delle città, a causa della sporcizia, era irrespirabile. I Portinari si recavano nella loro villa di Pagnolle, gli Alighieri nel loro resede della Radola. E’ ancora ippotizzabile che Dante e Beatrice, si siano visti più volte, abbiano corso insieme nelle stradine polerose di quelle campagne, abbiano giocato sui prati in fiore, ed è probabile che proprio qui a Pagnolle sia sbocciato il loro amore.
Ma allora, la tradizione storica che ha ipotizzato fino ad oggi il loro primo incontro presso il Ponte a Santa Trinita a Firenze, oppure nella famosa chiesa del centro fiorentino detta appunto “di Dante e Beatrice”, deve considerarsi falsa? No, assulutamente no, i due, secondo me possono essersi incontrati sia in città che in campagna a Pagnolle, però penso che il loro amore sia “sbocciato” e maturato lontano da occhi indiscreti, come era d’uso nelle famiglie nobili, appunto a Pagnolle.
Tornando alla figura di Dante, voglio riaffermare, che Dante era assolutamente un poeta; la Divina Commedia in origine si chiamava solo “Commedia”, quel “divino” lo hanno aggiunto altri. Dante voleva proprio rappresentare, come verseggiatore, la “Commedia” i cui attori fossero i personaggi, anche illustri dei suoi tempi, e levarsi il “vezzo” di spedire in paradiso, tutti coloro che a lui fossero “garbati” e all’inferno coloro verso i quali aveva provato un odio più o meno profondo.
La “Commedia” poi chiamata da altri “divina” è opera “LAICA”. Dante non sceglie per “vate” un santo del suo tempo come San Francesco, oppure altri Santi famosi vissuti prima di lui, come Sant’Agostino o Benedetto, il Santo di Montecassino, ecc. Egli sceglie per suo “vate”, per suo “accompagnatore”, un poeta come lui e neanche uno “stinco di santo”: Virgilio, si ipotizza, tra l’altro, che fosse di origine Etrusca ed avesse anche certi gusti sessuali non troppo consoni per la mentalità della maggioranza delle persone dei tempi di Dante. Marone che è il gentilizio di Virgilio, corrispondebbe ai “maroni” etruschi che erano i primi magistrati delle città etrusche.
Quindi mi sembra del tutto opinabile pensare che Dante, abbia “mosso” i personaggi della sua “Commedia” con lo scopo di farne un’opera religiosa. Non credo questo fosse l’obbiettivo dell’Alighieri, Dante voleva invece fare il “cronista” del suo tempo e come lo popteva fare se non facendolo nella maniera che gli era più consona, e cioè,  in versi, come poeta?
Quindi la “Commedia” di Dante, nonostante le “estasi”, le “trasposizioni pseudo- spirituali”, gli “scioglimenti mistici” di Benigni, resta un’opera POETICA E STORICA CHE, PER TALE MOTIVO ANDREBBE STUDIATA MAGGIORMENTE NELLE SCUOLE, E NON LASCIATA ALLE INTERPRETAZIONI E ALLE “ELUCUBRAZIONI”  TROPPO PERSONALI DEL SIMPATICO COMICO BENIGNI.
Ritengo, e non sono l’unico a pensarlo, che il ruolo GIUSTO di questo ormai “mitico” personaggio, sia quello di fare l’attore, sia ANCHE quello anche di declamare i versi di Dante, ma non sia quello di “interpretare” le opere dantesche.
CON TUTTO IL RISPETTO E TUTTA LA SIMPATIA CHE NUTRO PER BENIGNI.
Paolo Campidori
© Copyright Paolo Campidori
Fiesole, 1 ottobre 09

 

A PAGNOLLE (PONTASSIEVE) SBOCCIA L’AMORE DI DANTE E BEATRICE?
La “Divina Commedia” è opera “laica”?
RICERCA DI PAOLO CAMPIDORI
 
A Benigni va dato il merito di aver “riscoperto” (come appassionato) la Divina Commedia, ma, credo, non abbia fatto un piacere né a Dante né alla Divina Commedia. Perché dico questo? Le sue interpretazioni sono dettate dalla passionalità più che dall’ingegno. Secondo me, bisogna considerare Dante prima di tutto un poeta e un verseggiatore e, credo, che questo sia “il biglietto da visita” al quale Dante teneva maggiormente. Se lo si sposta da questa ottica credo sia molto difficile capire il “personaggio” Dante e la stessa Divina Commedia.
Dante, oltre a questo suo pregio personale, fu anche, come affermò Francesco De Sanctis, amante tenero, combattente per i propri ideali e per la propria Città, ed infine, fu credente (“a modo suo”, questo lo aggiungo io).
Io mi domando, se risponde a realtà il ritratto che l’iconografia e l’iconologia fanno di lui e cioè: espressione arcigna, naso aquilino, bocca  a “mezzaluna” rovesciata, l’occhio sgranato con la pupilla “feroce”, la fronte corrugata, e, poi (mi sembra un controsenso) cinto da una corona d’alloro, sopra un copricapo, quasi sempre, un “mazzocchio” fiorentino.
Forse, bisogna inquadrare Dante sotto la scorza dell’esteriorità e vedere più il personaggio, come un uomo, come uno dei tanti che nel sec. XIII-XIV esistevano a Firenze, con i propri pregi e propri difetti, passionale, come lo era la gente di allora, tenero e amante del bel vivere in una città che cresceva a vista d’occhio, non solo per dimensione ma anche per importanza. In quella società, che “sgomitava” per affrancarsi dal “giogo” medievale, Dante aveva ricevuto l’imprinting dalla sua fanciullezza, e ne era diventato un “figlio del suo tempo”., come si usa dire oggi.
Però, credo, che la figura di Dante, vada ridimensionata, non certo per importanza, ma per quanto riguarda certi luoghi comuni, che, sinceramente, oggi ci fanno un po’ sorridere.
Io credo che la personalità di Dante si sia formata non solo nella città medievale di Firenze, ma anche, e soprattutto, nella campagna dei dintorni di Firenze, in particolare alla Radola dove il padre aveva un ‘resede’ con dei terreni e dove, da notare bene questo particolare, a Montecchi, a neppure un chilometro in linea d’aria, c’era la villa di campagna dei Portinari, vale a dire “la maison des plaisirs” del padre dell’amata Beatrice. Sia la Radola che Montecchi, si trovano nel Comune di Pontassive sulla strada per Monteloro, e presso la chiesina di Pagnolle.
Io conosco molto bene questi luoghi, conosco bene la chiesa di San Miniato a Pagnolle, mi sono recato alla Villa di Montecchi dei Portinari, ho visto la casa di campagna del “divino” (espressione che a me non garba) poeta Dante. Queste tre unità (casa degli Alighieri, villa dei Portinari e chiesa di Pagnolle) formano quasi un triangolo, e sono vicine l’una all’altra. Ora bisogna dire che i Portinari erano molto più ricchi degli Alighieri, il loro nome è legato indissolubilmente nella storia di Firenze come magnati e mecenati (fondatori, tra l’altro dell’ospedale di santa Maria Nuova) della città del Fiore; e la tomba di Folco, padre di Beatrice, di trova all’interno della chiesa dell’Ospedale da lui fondato. Forse è più giusto dire che i Portinari, più che dei nobili, erano degli arricchiti, come lo erano tanta parte della nuova nobiltà fiorentina, i “neo-capitalisti”, come si definirebbero oggi. Gli Alighieri che ereditarono il nome della loro casata, da un avo Alighiero, forse longobardo, facevano parte di un altro tipo di nobiltà, più antica, forse, ma meno danarosa. Sappiamo che i longobardi, seguivano la legge Longobarda detta anche “Ripuaria” e, per quanto riguarda le eredità, il patrimonio veniva diviso in parti uguali fra tutti i figli. Quindi i patrimoni dei nobili longobardi con il tempo, sono andati via via frazionandosi, diventanto così inconsistenti.
Ora bisogna fare un altro punto: la chiesa di San Miniato a Pagnolle è ubicata a circa trecento metri dalla Villa dei Portinari e a circa cinquecento metri (circa) dal “resede” degli Alighieri. Siccome è probabile, è ipotizzabile, è verosimile che la campana del campanile della chiesina di Pagnolle suonasse sia per i Portinari che per gli Alighieri, mi sembra altrettanto realistico pensare che le famiglie Alighieri, le famiglie Portinari e tutte le altre famiglie della zona si ritrovassero per la Santa Messa Domenicale a San Miniato di Pagnolle. E’ ipotizzabile, pure, che Dante e Beatrice, si siano incontrati in quella chiesa di Pagnolle, si siano guardati, si siano scambiati un sorriso e che questo sorriso, come capita molte volte per i fanciulli e per gli adolescenti si sia trasformato in un amore precoce, molto difficile da dimenticare nel corso della vita di un uomo.
Poi bisogna aggiungere che le famiglie benestanti fiorentine, durante l’estate, andavano a villeggiare nelle campagne, nei dintorni di Firenze, anche perché l’aria delle città, a causa della sporcizia, era irrespirabile. I Portinari si recavano nella loro villa di Pagnolle, gli Alighieri nel loro resede della Radola. E’ ancora ippotizzabile che Dante e Beatrice, si siano visti più volte, abbiano corso insieme nelle stradine polerose di quelle campagne, abbiano giocato sui prati in fiore, ed è probabile che proprio qui a Pagnolle sia sbocciato il loro amore.
Ma allora, la tradizione storica che ha ipotizzato fino ad oggi il loro primo incontro presso il Ponte a Santa Trinita a Firenze, oppure nella famosa chiesa del centro fiorentino detta appunto “di Dante e Beatrice”, deve considerarsi falsa? No, assulutamente no, i due, secondo me possono essersi incontrati sia in città che in campagna a Pagnolle, però penso che il loro amore sia “sbocciato” e maturato lontano da occhi indiscreti, come era d’uso nelle famiglie nobili, appunto a Pagnolle.
Tornando alla figura di Dante, voglio riaffermare, che Dante era assolutamente un poeta; la Divina Commedia in origine si chiamava solo “Commedia”, quel “divino” lo hanno aggiunto altri. Dante voleva proprio rappresentare, come verseggiatore, la “Commedia” i cui attori fossero i personaggi, anche illustri dei suoi tempi, e levarsi il “vezzo” di spedire in paradiso, tutti coloro che a lui fossero “garbati” e all’inferno coloro verso i quali aveva provato un odio più o meno profondo.
La “Commedia” poi chiamata da altri “divina” è opera “LAICA”. Dante non sceglie per “vate” un santo del suo tempo come San Francesco, oppure altri Santi famosi vissuti prima di lui, come Sant’Agostino o Benedetto, il Santo di Montecassino, ecc. Egli sceglie per suo “vate”, per suo “accompagnatore”, un poeta come lui e neanche uno “stinco di santo”: Virgilio, si ipotizza, tra l’altro, che fosse di origine Etrusca ed avesse anche certi gusti sessuali non troppo consoni per la mentalità della maggioranza delle persone dei tempi di Dante. Marone che è il gentilizio di Virgilio, corrispondebbe ai “maroni” etruschi che erano i primi magistrati delle città etrusche.
Quindi mi sembra del tutto opinabile pensare che Dante, abbia “mosso” i personaggi della sua “Commedia” con lo scopo di farne un’opera religiosa. Non credo questo fosse l’obbiettivo dell’Alighieri, Dante voleva invece fare il “cronista” del suo tempo e come lo popteva fare se non facendolo nella maniera che gli era più consona, e cioè,  in versi, come poeta?
Quindi la “Commedia” di Dante, nonostante le “estasi”, le “trasposizioni pseudo- spirituali”, gli “scioglimenti mistici” di Benigni, resta un’opera POETICA E STORICA CHE, PER TALE MOTIVO ANDREBBE STUDIATA MAGGIORMENTE NELLE SCUOLE, E NON LASCIATA ALLE INTERPRETAZIONI E ALLE “ELUCUBRAZIONI”  TROPPO PERSONALI DEL SIMPATICO COMICO BENIGNI.
Ritengo, e non sono l’unico a pensarlo, che il ruolo GIUSTO di questo ormai “mitico” personaggio, sia quello di fare l’attore, sia ANCHE quello anche di declamare i versi di Dante, ma non sia quello di “interpretare” le opere dantesche.
CON TUTTO IL RISPETTO E TUTTA LA SIMPATIA CHE NUTRO PER BENIGNI.
Paolo Campidori
© Copyright Paolo Campidori
Fiesole, 1 ottobre 09

 

GOSTO GL’HA DETTO FINARMENTE D’AVERE LE IDEE CHIARE E VOTERA’…
 
 
Gosto, cittadino mugellano, non solo gli ha rotto gli indugi ma l’arebbe rotto anche quarcos’attro!  Lui  l’ ha detto di avere finarmente l’ idee chiare, ma  iI’ su’ paroco scote un po’ la testa, ‘un si fida compretamente di Gosto e, soprattutto ‘un crede che i’ lavaggio di’ cervello che gli fece quarche giorno innanzi gli sia servito a quarcosa. “La stia tranquillo soppriore, la stia tranquillo”, ma i’ paroco l’è su i’ chi va là. In notta’a son vienuti in casa di Gosto certi dirigenti di’ partito, mandati prioprio dalla Sede Centrale di’ Roma. L’hanno discusso in segretezza, e anche se i paroco, s’era messo sotto la finestra, in segreto, a origliare, l’avea capito ben poche parole. Anche la perpetua ‘la dicea: “Soppriore Gosto l’è un traditore”. La mattina appena arzato Gosto l’avea incrociato i’ paroco nella strada e pe’ non mettessi ni’ fo’co de’ rifrettore di’ curato, Gosto l’avea sviottolato in una viuzza, quasi di pedina, come fanno i fagiani.
Arri’ato a casa Gosto l’avea detto alla su’ moglie, Crara (o Craretta) ‘unne posso più. Chi mi tira di quae chi mi tira di lae, insomma e ‘un so’ più a chi dallo questo voto. Lo darei anche a Cincistioni, perché e’  mi garba e’ ce lo invidiano in tutto i’ mondo e poi icché unnà fatto lui so sa solo quello lassue!  E’ di’cano che l’abbia fatto anche un par di mira’coli. Uno in Sicilia, quando  fece tornare i’ sereno mentre v’era i’ temporale, l’attro che l’è riuscito a dare a noi laoratori regolari una bella manciatina di sordi. E’ saranno pochi, ma quegl’attri ‘un ci hanno dato nemmen quelli. Aimmeno lui l’elemosina ce l’ha fatta! E poi Cincistioni l’è un tipo dirmorto simpatico, ogni tanto ne dice quarcheduna delle sue. Però se do i’ voto  a Cincistioni, dopo icché gli dico ai compagni di partito, laoratori come mene? Anche se gli di’co una bugia, loro e’ se n’accorgano, speciarmente i’ Cistronca e Puzzino, son du’ pissicologhi nati. E’  mi farebbano l’interrogatorio di terzo grado e poi  e’ bisognerebbe che confessassi tutto. Positivo,  mi leerebbero da fare i’ biscaziere a i’ circolo curturale. No, un posso ristiare in questo mo’.
Ho deciso voterò….
sinistra, centro sinistra….centro, centro destra, così gli accontento tutti: Cincistioni, Franchettini, Casotti, Pianella, Di Preto,
Finetti, ecc. ecc. Detto questo Gosto gl’andò verso la taola indo’ v’erano una saccata di giornali, li prese e li portò tutti ni’
gabinetto (o studiolo) che Gosto gl’avea fatto fare da quando gl’era doventato un tipo curturalee un pezzo grosso ni’ partito.
E i’ paroco? E’ gira intondo alla parocchia con un manico di granata in mano…..poro Gosto e gli sta fresco!
Paolo Campidori

 

GOSTO GL’HA DETTO FINARMENTE D’AVERE LE IDEE CHIARE E VOTERA’…
 
 
Gosto, cittadino mugellano, non solo gli ha rotto gli indugi ma l’arebbe rotto anche quarcos’attro!  Lui  l’ ha detto di avere finarmente l’ idee chiare, ma  iI’ su’ paroco scote un po’ la testa, ‘un si fida compretamente di Gosto e, soprattutto ‘un crede che i’ lavaggio di’ cervello che gli fece quarche giorno innanzi gli sia servito a quarcosa. “La stia tranquillo soppriore, la stia tranquillo”, ma i’ paroco l’è su i’ chi va là. In notta’a son vienuti in casa di Gosto certi dirigenti di’ partito, mandati prioprio dalla Sede Centrale di’ Roma. L’hanno discusso in segretezza, e anche se i paroco, s’era messo sotto la finestra, in segreto, a origliare, l’avea capito ben poche parole. Anche la perpetua ‘la dicea: “Soppriore Gosto l’è un traditore”. La mattina appena arzato Gosto l’avea incrociato i’ paroco nella strada e pe’ non mettessi ni’ fo’co de’ rifrettore di’ curato, Gosto l’avea sviottolato in una viuzza, quasi di pedina, come fanno i fagiani.
Arri’ato a casa Gosto l’avea detto alla su’ moglie, Crara (o Craretta) ‘unne posso più. Chi mi tira di quae chi mi tira di lae, insomma e ‘un so’ più a chi dallo questo voto. Lo darei anche a Cincistioni, perché e’  mi garba e’ ce lo invidiano in tutto i’ mondo e poi icché unnà fatto lui so sa solo quello lassue!  E’ di’cano che l’abbia fatto anche un par di mira’coli. Uno in Sicilia, quando  fece tornare i’ sereno mentre v’era i’ temporale, l’attro che l’è riuscito a dare a noi laoratori regolari una bella manciatina di sordi. E’ saranno pochi, ma quegl’attri ‘un ci hanno dato nemmen quelli. Aimmeno lui l’elemosina ce l’ha fatta! E poi Cincistioni l’è un tipo dirmorto simpatico, ogni tanto ne dice quarcheduna delle sue. Però se do i’ voto  a Cincistioni, dopo icché gli dico ai compagni di partito, laoratori come mene? Anche se gli di’co una bugia, loro e’ se n’accorgano, speciarmente i’ Cistronca e Puzzino, son du’ pissicologhi nati. E’  mi farebbano l’interrogatorio di terzo grado e poi  e’ bisognerebbe che confessassi tutto. Positivo,  mi leerebbero da fare i’ biscaziere a i’ circolo curturale. No, un posso ristiare in questo mo’.
Ho deciso voterò….
sinistra, centro sinistra….centro, centro destra, così gli accontento tutti: Cincistioni, Franchettini, Casotti, Pianella, Di Preto,
Finetti, ecc. ecc. Detto questo Gosto gl’andò verso la taola indo’ v’erano una saccata di giornali, li prese e li portò tutti ni’
gabinetto (o studiolo) che Gosto gl’avea fatto fare da quando gl’era doventato un tipo curturalee un pezzo grosso ni’ partito.
E i’ paroco? E’ gira intondo alla parocchia con un manico di granata in mano…..poro Gosto e gli sta fresco!
Paolo Campidori

 

IL “MISTERO” DELLA LINGUA ETRUSCA E’ STATO SVELATO?
 
Il problema investe anche le origini degli Etruschi
 
 
E’ in corso una diatriba fra linguisti e archeologi italiani e internazionali che dura da più di cinquant’anni e che riguarda l’origine della lingua etrusca e di conseguenza l’origine stessa di questo popolo. L’archeologia moderna italiana (che segue la scuola di uno dei massimi etruscologi, Massimo Pallottino) sostiene la “autoctonia” del popolo etrusco, vale a dire la “formazione in loco” (suolo italico), ipotesi dalla quale deriverebbe, come ovvia conseguenza, che la lingua etrusca “non sarebbe accostabile o comparabile con nessun altra lingua dell’area del Mediterraneo”.
Tale posizione sostenuta, già dal 1947, dal grande etruscologo Massimo Pallottino (e dalle relative scuole che egli ha creato a Roma e a Firenze), deriverebbe dall’avere fatto propria la tesi dello storiografo greco, vissuto in Italia, Dionisio di Alicarnasso (I 30,2) il quale sostenne, per primo, che il popolo etrusco, che si definiva “rasenna”, fosse un antichissimo popolo formatosi in Italia. Questa tesi è stata sempre controbattuta dalla maggior parte dei linguisti (in modo particolare da Massimo Pittau), che sostengono, senza mezzi termini, che “Pallottino e i suoi allievi siano fondamentalmente archeologi e che nessuno di loro avrebbe acquisito una analoga ed almeno sufficiente preparazione linguistica”.  In effetti la preparazione scientifica di un archeologo è molto distante e differente da quella linguistica, per cui un archeologo sicuramente può essere anche un grande studioso nella sua disciplina, tuttavia “se non si è fatta anche un’adeguata preparazione linguistica, in quest’ultimo settore, sarà niente più che un orecchiante” (Pittau). Inoltre la tesi “autoctonista” del Pallottino (e dei suoi allievi), molto affascinante sotto il profilo della formazione etnica e storica dell’Italia, sarebbe fondata (sempre secondo il Pittau) se gli archeologi italiani avessero dimostrato di conoscere tutte le lingue di tutti i popoli che sono vissuti nel passato nelle terre che gravitano intorno al Mediterraneo. I linguisti inoltre affermano che la tesi “autoctonista” di Dionisio di Alicarnasso non sia stata sostenuta da nessun altro autore antico, mentre quella “migrazionista” di Erodoto, che affermava che gli Etruschi fossero migrati dalla Lidia (Anatolia), fu sostenuta da almeno trenta autori dell’antichità. Oltre a Erodoto essi sono: Ellenico, Timeo di Taormina, Anticle di Atene, Scimmo di Chio, Scoliaste di Platone, Diodoro Siculo, Licofrone, Strabone, Plutarco, Appiano, Catullo, Virgilio, Orazio, Ovidio, Silio Italico, Stazio, Cicerone, ecc.
 Albert Einstein affermava che i preconcetti, proprio perché tali, siano più duri a disintegrarsi degli atomi, ed aveva ragione. Per i linguisti, questo preconcetto o “peccato originale”, secondo il quale “LA LINGUA ETRUSCA NON SIA ACCOSTABILE A NESSUN’ALTRA LINGUA DEL MEDITERRANEO” (Pallottino), ha nociuto non poco alla ermeneutica, cioè all’arte (o alla scienza) di decifrare antichi testi e documenti. E’ cosa risaputa che per i linguisti il primo e fondamentale strumento della linguistica storica e glottologica stia proprio nella comparazione e che “togliendo questa possibilità al linguista gli si toglie ogni possibilità di lavoro scientifico” (Pittau).
Con il metodo comparativo sono state classificate lingue come il sumerico, l’hittito, il licio, ecc.  Purtroppo per l’etrusco si sono avuti risultati appena percettibili, nonostante il ricco materiale a disposizione degli archeologi.
Ma questa affermazione dei linguisti è del tutto veritiera?
In massima parte lo è. La lingua etrusca, avendo “mutuato” l’alfabeto greco dalla Grecia è perfettamente leggibile e pronunciabile, ma solo in piccolissima parte è comprensibile. Faccio un piccolo esempio. Se io decidessi di studiare la lingua tedesca acquisirei delle conoscenze per leggere e pronunciare bene questa lingua, ma se per ipotesi io non avessi a disposizione come “bagaglio” un adeguato vocabolario sarei in grado solo di leggere e pronunciare bene la lingua tedesca, ma non a decifrare il significato delle parole. E’ quanto avviene con l’etrusco. Di questa lingua adesso si conoscono alcune migliaia di parole (per la maggior parte nomi di persone), ma siamo capaci di decifrarne solo alcune centinaia di esse e molte di queste ultime hanno inoltre una traduzione incerta. Veramente poco per poter affermare di aver svelato il  “mistero” della lingua etrusca. Questo perché noi conosciamo un vocabolario limitato all’ambito religioso, rituale, funerario, e, in pochi casi, relativo alle ripartizioni e ai confini delle proprietà terriere, come ad esempio la Tavola di Cortona. Il testo più lungo che conosciamo, il Liber Linteus della mummia di Zagrabria, è composto da circa 500 vocaboli, diversi tra di loro e quelli tradotti in modo assolutamente certo sono solo una ventina. Questo per dire che il problema della comprensione della lingua etrusca esiste tuttora e in larghissima misura.
Per quanto riguarda l’origine della lingua etrusca la maggior parte dei linguisti è orientata decisamente, per la tesi “migrazionista” a causa delle strettissime somiglianze dell’etrusco al lidio. Essi ritengono, avallando quindi la tesi di Edodoto e altri, che tale popolo sia migrato, proprio da questi territori, verso il sec. VII, in Italia, nelle coste tirreniche del Lazio e della Toscana, per poi espandersi al nord, al sud e sulle coste dell’Adriatico. Anche l’etruscologo Pallottino, in “Etruscologia” (Hoepli, 1° Ediz. 1942) scriveva a tal proposito: “in verità i rapporti fra la lingua etrusca e il dialetto pre-ellenico parlato nell’isola di Lemno, anteriormente alla conquista ateniese avvenuta per opera di Milziade, nella seconda metà del sec. VI a.C., sono, nonostante le contrarie obiezioni del Lattes, del Paretti e di altri STRETTISSIME”.
Detto ciò, mi sembra superfluo sostenere che niente vieti ad uno studioso di porsi il problema della “ORIGINE DELL’ELEMENTO ORIENTALE” che è così presente in ogni forma di vita del popolo etrusco. Mi sembra doveroso accennare che anche nel caso in cui un popolo antico abbia voluto “mutuare” da altri popoli più evoluti lo strumento base della scrittura che è l’alfabeto, sia del tutto improbabile che lo stesso popolo abbia fatto propria la lingua dello medesimo popolo, diversa dalla propria. Ciò, sinceramente, mi sembra un po’ esagerato.
 Concludo  dicendo che in etruscologia (ma penso valga come regola generale in  ogni branca dell’archeologia) sia molto saggio usare la prudenza, poiché ciò che oggi può sembrarci sicuro, domani, grazie a nuove scoperte archeologiche, linguistiche e a nuove tecnologie di ricerca, potrebbe non esserlo più. Quindi che dire?…
Ma la diatriba continua….
 
Paolo Campidori
© Paolo Campidori
 
Bibliografia:
Paolo Campidori – Mugello, Romagna Toscana, Valdisieve. Borgo S. Lorenzo (Fi), 2005
Massimo Pallottino – Etruscologia – Edizioni Hoepli
Massimo Pittau – Vocabolario della lingua italiana Ed.
Massimo Pittau – La grammatica etrusca (?) – Ed.
ecc. ecc.

 

GOSTO ROMPE GLI INDUGI E SI BUTTA IN POLITI’A
Chi l’arebbe mai creduto Gosto, regolare a tutti gli effetti ni’ partito e ni’ sindacato de’ laoratori e ovviamente, frequentatore della parocchia (a tempo perso), s’era messo in combutta con i’ paroco pe’ tradire i compagni di’ partito e della parocchietta di su’ paese. Alcuni de’ su’ compagni, quelli più impegnati nella lotta politica, e’ l’aveano belle avvisato da tempo. Gosto stai attento a frequentare la parocchia, perché un giorno e l’attro tu ci caschi drentro. L’era ormai cosa risaputa che i’ paroco, anche se si definiva impegnato co’ lavoratori, tanto che i su’ parrocchiani veniano definiti da tutti “compagnucci della parocchietta”, ell’era sempre uno di’ Vaticano, quindi e’ ci ‘olea poco a definillo un sobillatore dell’opinione pubblica.
I’ paroco dicea sempre a Gosto: “Gosto gli è ariato i’ momento, gli è ariato i’ nostro momento, e’ bisogna dare una sterza’ca da quell’attra parte”. Poi gl’insistea: “e ci s’ha ora a i’ governo un omo che ci invidiano in tutto i mondo”. Sinceramente a Gosto i’ paroco gli  parea un po’ sciabordito. Secondo lui Gosto, regolare gestore della Casa di’ Popolo, e regolare anche nell’ideologia de’ laoratori, l’arebbe dovuto tradire i su’ compagni, lasciare lì tutto e ire da quell’attra parte solo perché Cincistioni, i’ capo di’ governo attuale ce lo invidia’ano in tutto i’ mondo? “Ma che se lo piglino loro se l’è tanto brao”, l’arebbe escrama’to Gosto. Poi Gosto, unn’arebbe mai lasciato la Casa di’ Popolo, indò gliera gestore e, tra un caffaeino, un frognacchino e un archemusse, dato a’ compagni, e’ l’arrotondaa parecchio lo stipendio.
Ma i “sobillatore” unne smettea di fare politi’a contro i’ partito. A Gosto gli dicea sempre: “icché tu credi Gosto se Voattri vu’ fossi come noattri e noattri si fosse come voattri, tu pensi che i’ mondo gl’anderebbe innanzi?” A queste parole di’ paroco Gosto, si convinse, e gl’ebbero un impatto tarmente grande su Gosto, che ‘un gli rimase che dire: “L’è inutile che di’cano, i’ nostro paroco, anche se l’è stato istruito con le menzogne di’ Vati’cano, ell’è una persona istruita e dimorto”.
Gosto allora, l’andò in canonica, e’ baipassò la perpetua e s’incammino’ verso l’Archivio parrocchiale indo’ i paroco, gl’avea i’ registro di tutti i paesani e una ‘orta davanti a qui’ brindellone di’ parroco gli disse. Soppriore, i partito lo lascio, per venire indo’ l’ha detto lei, con noattri…con voattri, insomma con Cincistioni, che lei l’ha m’ha garantito chellè una persona a modino.
La notizia, comprice la perpetua, in un secondo la fece i’ giro di’ paese. Gosto, biscazziere, gestore, regolare nell’ideologia di’ partito, e’ lascerebbe i compagni di’ partito, per andare da Cincistioni? Ci fu una mezza sommossa popolare davanti alla parocchia. I’ prete che l’era ancora in mutande, perché l’avea auto degli strizzoni di pancia, insomma gl’era dorsuto la pancia, e’ corse subito fora, e a voce arta disse: “Gosto, ha deciso questo per libera scerta!”
I compagni ‘un se lo fecero dire du’ vorte: “Assembra prenaria, assembra prenaria, alla Casa di Popolo”.
In termine d’una mezz’oretta e’ c’erano tutti i compagni di’ partito e anche un po’ di quelli della parocchietta. E’ presano posto dinanzi alla bandiera de’ laoratori e tutti comincionno a di’ la sua. ”Positivo, a Gosto glha dato di barta i’ cervello”, “A Gosto g’hanno fatto i’ lavaggio di’ cervello”, oppure “che i’ prete l’era un sobillatore della bra’a gente, e’ si sapea”.
Insomma e’ decisero di fare a Gosto un vero e proprio processo in piena regola. E’ c’erano tutti, però un basta dire tutti, bisogna elencalli pe’ rendisi conto dell’importanza dell’assembrea prenaria. In ordine di ingresso ni’ partito: Perule, Razzino, Mero, Bozzolo, Cotenne, i’ Cocco,,i’ Cicca, Mede, i’ Gallione, lo Scagnetto, Panzanella, i’ Raspa, Chiaino, Sghio, Taminuccio, Sputicchi, Farda, Nacche, Pecchia, Pizzicore, Giubba, None, Cugge, Tarolle, Trombino, la Baccana. La Tafana, Caicchio, Sghimbe, i’ Civettone, ottre ovviamente a Puzzino, i’ Cistronca e Gosto, chell’era la persona incrimina’a.
Non pe’ campanellismo, ma la prima cosa che dissero fu che in questa faccenda ‘un c’entra’a l’onore di’ paese che s’era distinto tanto da meritare una medaglia a i’ valore. La corpa invece l’era tutta di Gosto e di paroco, che l’avea sobillato Gosto e gl’avea anche fatto i lavaggio di cervello. Nell’assembrea v’era anche uno della parte di Cincistioni, che l’era mandato in segreto dai i’  paroco, che tutte le orte che rammentaaano Cincistioni, e’ ridea sotto i baffi, tutto soddisfatto.
L’assembrea la decise che Gosto ’unn’era andato via da i’ partito de’ laoratori, ma siccome questo Cincistioni e’ diceano che facea anche pe’ loro, e’ deliberonno di permettere a Gosto di andare in “avanscoperta” per rendisi conto che le cose che dicea i’ paroco le fussano vere. Fu anche deliberato che se le cose le fusseno state cosie, attri di’ partito, con i’ permesso ovviamente dell’assembrea de’ laoratori, sarebbero iti in “avanscoperta”, ed eventualmente sarebbe anche loro andati da Cincistioni. Per questa ragione Gosto sarebbe rimasto biscazziere e gestore regolare della casa di’ popolo, ma sarebbe passato, “in avanscoperta”  ni’ partito si Cincistioni, un omo questo, che di’cano, ci invidia tutto i’ mondo.
Insomma, tra ninnole e nannole l’ebbe vinta i’ soppriore!
Paolo Campidori

 

INTERVISTA A M.P.
LINGUISTA
 
 
Nel suo «Dizionario della L. E.» (2005), una fascetta sulla copertina riporta la dizione: “LA LINGUA ETRUSCA NON E’ UN MISTERO”. Nella parte introduttiva del vocabolario Lei scrive: “…dizionario della lingua etrusca, nella sua caratteristica di lingua molto parzialmente e molto sparsamente documentata ed inoltre ancora poco conosciuta”: Mi potrebbe spiegare meglio quale significato dobbiamo dare a “lingua…poco conosciuta”?
 
«L’etrusco è una lingua del tutto sconosciuta per il grosso pubblico, anche per quello fornito di una buona cultura umanistica, il quale anzi continua a ritenerla un autentico e totale “mistero”; ed è una lingua pochissimo conosciuta perfino dai linguisti, i quali, soprattutto nell’ultimo cinquantennio, non le hanno dedicato quasi alcuna attenzione. La colpa di questa stranissima circostanza sta nel fatto che i linguisti hanno accettato acriticamente la tesi di alcuni archeologi, i quali per 50 anni hanno detto e proclamato che “l’etrusco è una lingua non comparabile con alcun’altra”».
 
Oltre ad essere un noto etruscologo Lei è uno dei massimi studiosi e conoscitori della lingua sarda, la lingua della sua terra d’origine. In una nota, a pag 30,  del suo interessantissimo libro “La lingua etrusca – grammatica e lessico” (1997, Libreria Koinè, Sassari) troviamo che “anche i Sardi provenivano dalla Lidia, dalla cui capitale Sardis essi avevano perfino derivato il loro nome e quello della loro isola”. Alcuni studiosi (e mi sembra, anche Lei) sostengono che gli Etruschi di Toscana abbiano origine dalla popolazionie lidia, stabilitesi anche in Sardegna alla fine del secondo millennio a.C.. Le ultimissime scoperte archeologiche e linguistiche (se ce ne sono state) hanno confermato questa ipotesi?
 
«Intanto la tesi della venuta degli Etruschi dalla Lidia nell’Anatolia od Asia Minore è stata sostenuta da Erodoto e da altri 30 autori antichi, greci e latini, contraddetta da un solo autore, Dionigi di Alicarnasso. Inoltre è recentissima la notizia che il genetista Alberto Piazza, dell’Università di Torino, ha comunicato in un convegno scientifico che, in base all’analisi del DNA da lui fatta, realmente i Toscani odierni mostrano di essere originari dell’Asia Minore.”
 
 “Rasenna” è il nome con il quale gli Etruschi definivano il loro popolo di appartenenza. Qual’è, secondo Lei, il vero significato di “Rasenna”? La somiglianza di questo nome con alcune località come Ravenna in Romagna o Rassina in Toscana, è del tutto casuale?
 
“Non siamo ancora riusciti a chiarire l’esatto significato di Rasenna, col quale gli Etruschi chiamavano se stessi. Comunque la connessione col toponimo toscano Rassina è stata già effettuata e sembra anche in maniera pertinente.
In virtù del suo suffisso è quasi certo che anche Ravenna è un toponimo di origine etrusca, ma finora non è stato chiarito in maniera convincente il suo significato originario.”
 
 
I nomi di persona etruschi, più comuni, tipo Larzia, Tania, Velia, Aruntia, Aule,   Larth,  Marce, Velca, Velthur, ecc. sono nomi che si ritrovavano in abbondanza, al tempo degli etruschi, anche in altre parti del bacino del Mediterraneo, ad esempio in Lidia o a Lemno?
 
“Che l’etrusco non possa essere ritenuto una lingua del tutto sconosciuta, cioè un totale “mistero”, è dimostrato dal fatto che ormai abbiamo circa 11 mila iscrizioni etrusche, che in massima parte risultano ormai tradotte e comprese. Invece della lingua lidia abbiamo solamente una sessantina di iscrizioni, per di più piuttosto recenti, le quali pertanto non consentono una proficua comparazione con la lingua etrusca.
Nell’isola di Lemno, nel Mar Egeo, invece è stata rinvenuta una iscrizione, che sicuramente è composta in una lingua strettamente affine con quella etrusca; ed inoltre alcuni altri frustoli di iscrizioni. Ma anche in questo caso non è possibile approfondire la comparazione. In ogni modo anche questi rinvenimenti epigrafici dell’isola di Lemno danno una buona conferma della tesi della origine orientale ed anatolica degli Etruschi.
 
Nella sua “Grammatica Etrusca”, a pag 68, Lei parla di un “originario sistema matrilineare esistente fra gli Etruschi, o meglio, fra i loro antichi antenati Lidi”. Quali popolazioni esistevano in Toscana prima dell’arrivo dei Lidi-Etruschi?
 
“In Toscana esistevano i cosiddetti “Villanoviani”, popolazione preistorica che aveva un livello culturale molto inferiore a quello dei nuovi arrivati Lidi-Etruschi. Lo dimostra in maniera evidentissima il grande divario che si constata fra le tombe dei Villanoviani, costuite da due ciotole coperchiate l’una sull’altra e le grandiose e lussuose tombe ipogeiche etrusche, gia quelle più antiche, ad es, quelle di Vetulonia”.
 
Cerretani  erano una nobile famiglia fiorentina stabilitasi a Firenze verso il sec. XII e che aveva il proprio feudo fra Cerreto Maggio (Vaglia) e Legri (Calenzano) in provincia di Firenze. Le chiedo se tale cognome potrebbe derivare da Caisr, Ceizra, Xaire, corrispondente al latino Caere (Cerveteri).
 
“Cerreto significa «luogo di cerri» e deriva dal lat. cerrus «cerro» (sorta di quercia). Siccome però questo nome di pianta è dato come preindoeuropeo e propriamente come “mediterraneo”, la sua connessione con l’etrusco Xaire è allettante ed io mi impegno ad approfondirla. Ma a Lei faccio i miei complimenti e ringraziamenti per questa connessione ipotizzata e suggerita.”
 
Vicino a Firenze, nella zona di Quinto dove è ubicata la celebre tomba della Montagnola (e altre tombe principesche etrusche) scorre un torrente: lo Zambre. Un altro torrente con lo stesso nome o simile, il Sambre, scorre nella zona di Fiesole (Val di Sambre), attraversa l’abitato di Compiobbi e si riversa nell’Arno. Nella zona poi dell’Alto Mugello, nel Comune di Firenzuola, troviamo un fiume chiamato Santerno, che scorre appunto nella Valle del Santerno e che nasce presso il Passo della Futa. Questi nomi di fiumi Sambre o Zambre, Santerno derivano dall’etrusco?
Il monte, che guarda Fiesole e Firenze, altro circa 900 metri, già sede di un potentissimo castello degli Ubaldini e divenuto poi verso la metà del sec. XIII, la dimora dei frati dell’ordine dei Servi di Maria, da sempre è chiamato Monte Senario o Monte Asinario. Dato che esiste in etrusco le parole “eis”, “eiser”, che significano rispettivamente “dio” e “dei”, è possibile che Monte Senario significasse in epoca etrusca “monte del dio” o “monte degli dei”?
 
“ Io ho pubblicato di recente un libretto intitolato «Toponimi italiani di origine etrusca» (Sassari, 2006, Libreria Koinè), ma non mi sono interessato di toponimi, anzi di microtoponimi della Toscana. Per questi Silvio Pieri aveva pubblicato due importanti opere: Toponomastica della Toscana meridionale (valli della Fiora, dell’Ombrone, della Cècina e fiumi minori) e dell’Arcipelago toscano, Siena 1969 (Accademia Senese degli Intronati); Toponomastica della valle dell’Arno, in «R. Accademia dei Lincei», appendice al vol. XXVII, 1918, Roma (1919).
 
Nella zona di Vicchio di Mugello, a Poggio Colla, dove nelle vicinanze è stato ritrovato un importante  insediamento etrusco del VI-V sec. a.C. fino a poco tempo fa, gli abitanti di quella zona usavano la parola “vocolo” per designare una persona scialba, insignificante. Quali origini questa parola potrebbe avere secondo Lei?
 
“Vòcolo deriva da avòcolo «cieco», a sua volta dal lat. medioevale aboculis «senza occhi».
 
Presso la zona di Monteloro, vicino a Fiesole, esistono due località chiamate rispettivamente Monte Trini e Lubaco (o Lobaco). Sembra che la prima derivi dall’etrusco e significhi: “Monte dell’invocazione” o “Monte della preghiera”. Più problematica mi sembra invece l’etimologia del toponimo Lubaco. E’ possibile che derivi da “lo Bacco”, e che probabilmente esistesse un tempio dedicato a quella divinità?
 
“Sull’argomento provi a consultare le citate opere di Silvio Pieri, che potrà trovare in qualche importante biblioteca pubblica.”
 
Quale aiuto potrà dare lo studio e la comprensione  della lingua etrusca alla lingua italiana?
 
“Non pochi vocaboli toscani e italiani sono ancora privi di etimologia. Essi potrebbero derivare appunto dalla lingua etrusca. Veda nel mio «Dizionario della Lingua Etrusca» l’Indice Tosco/Italiano-Etrusco, che sicuramente è assai lontano dall’essere completo.
 
Paolo Campidori
© Paolo Campidori
 

 

LA PRESENZA ETRUSCA NELL’APPENNINO TOSCO-EMILIANO-ROMAGNOLO
 
FRA RITROVAMENTI ARCHEOLOGICI E SIMBOLOGIA
L’Idolo in bronzo ritrovato al Peglio di Firenzuola (Firenze)
 
Mi diceva, tempo fa, un noto archeologo toscano che nell’Appennino Tosco-Emiliano e Romagnolo, non sono stati ritrovati, al momento, segni “tangibili” della presenza etrusca, se si eccettua il rinvenimento al Peglio (Firenzuola) di un idoletto in bronzo che si trova (e chissà perché) al Museo di Cortona. Questo idoletto in bronzo fu donato al Museo di Cortona sel sec. XVIII e faceva parte di una donazione composta da reperti provenienti da diverse parti dell’Etruria. Non esistono notizie precise in merito a questa statuetta. Si sa solo che essa fu ritrovata nella zona del Peglio, zona in cui era attivo un “vulcanello”, detto altrimenti “fuoco di legno”,che emetteva esalazioni di metano, le quali, al contatto con l’aria, prendevano fuoco illuminando la zona con un bagliore sinistro. La zona, per il suo interesse scientifico, fu visitata, allora, anche da un illustre scienziato italiano, inventore della pila: Alessandro Volta. Fu probabilmente in occasione di tali ricerche scientifiche che venne alla luce tale statuetta, della quale non sappiamo con esattezza chi fu il ritrovatore. Si tratta di una statuetta fusa in bronzo, di un dio, molto probabilmente Tinia, raffigurato secondo l’iconologia etrusca e, cioè: un giovane atletico nudo, imberbe, che tiene serrato nella mano un oggetto che potrebbe rappresentare un fulmine o uno scettro.
Pochissime sono le notizie che il Museo di Cortona mette a disposizione degli studiosi, e cioè: che si tratta di una divinità, uno Zeus (Tinia per gli Etruschi), che proviene dal Peglio di Firenzuola (Firenze), che è stato ritrovato  in un santuario (tempio? edicola? pozzo?) e fa parte di una importante collezione. Tutto qui. Ho provato a chiedere informazioni alla Soprintendenza Archeologica di Firenze e alla Direzione del Museo di Cortona, ma purtroppo mi hanno detto che non esistono altre informazioni riguardo all’idoletto in bronzo.
Molti, specie gli addetti ai lavori, negano che la zona dell’Alto Mugello (o Appennino Tosco-Romagnolo), sia zana etrusca, in quanto, al momento, non esiterebbero risultanze  tali da ammettere la presenza di villaggi etruschi, anche se rinvenimenti (oltre all’idoletto) ce ne sono stati in abbondanza. Nella prima metà dello scorso secolo, fu trovato un altro idoletto (andato disperso?) sempre nella zona del Firenzuolino, presso Frena, una località in cui passava una derivazione di una importante strada che portava in Emilia Romagna. Ma non è tutto fra queste due strade, quella montana del Peglio, che si dirigeva verso Marzabotto (Misa), e quella a mezza costa, lungo il fiume Santerno, esisteva un’altra strada di fondo valle che conduceva nella Valle dell’Idice e a Monterenzio dirigendosi verso Claterna. Proprio in quest’ultime due località sono stati ritrovati importantissimi reperti etruschi nel sito di Monte Bibele, reperti che si trovano attualmente nel locale museo di Monterenzio. Altri “risultanze” etrusche sono affiorate nel palazzuolese, i cui scavi sono tuttora in corso sotto la direzione del Dr.  Luca Fedeli della Soprintendenza Archeologica di Firenze.
Tutti questi ritrovamenti, a sud e a nord dell’Appennino Tosco-Emiliano-Romagnolo, sono qualcosa di tangibile e che non fanno pensare a oggetti lasciati casualmente da commercianti etruschi durante i viaggi verso il nord (Emilia-Romagna) o dal nord verso il sud delle città dellEtruria meridionale. Ciò può anche essere vero, ma in parte. L’ipotesi più probabile è che la zona appenninica fra Senio (Palazzuolo), Santerno (Firenzuola), Monterenzio (Idice), Reno (Marzabotto), doveva essere ben più popolata da genti etrusche di quanto si è finora creduto. Lo testimonierebbero oltre ai rinvenimenti, i toponimi di derivazione etrusca e, non ultimo, la simbologia.
La “tangibilità” della presenza etrusca, via via che passa il tempo e che si approfondiscono gli studi, diventa sempre più marcata, se si tiene conto anche del simbolismo, fortemente diffuso, in quei luoghi. Il simbolo, da sempre, presso tutte le civiltà antiche, è stato il segno, o meglio, il sigillo o la figura rappresentativa di un’idea, di un concetto, ma anche della qualità delle cose, o del rango sociale di un personaggio. Possiamo tranquillamente affermare che il simbolismo ha preceduto la scrittura (che pure è autentico simbolismo), ha convissuto con essa per secoli, forse millenni. I simboli hanno avuto sempre grande considerazione presso le popolazioni antiche, le quali, hanno pensato ad essi come “portatori” di valenza magica, esoterica e religiosa. Basti pensare alle “rune” celtiche, ai segni della cabala, ai segni zodiacali, all’astronomia, e, non ultima, l’alchimia. Il Medioevo, in particolare, per far riferimento a un’epoca non troppo lontana da noi, ha tenuto molto in considerazione la simbologia, dei colori, dei numeri, ecc. Basta recarsi in una delle nostre belle chiese romaniche italiane (o francesi) per trovare nelle icone, negli affreschi, nelle sculture e nell’architettura una sovrabbondanza di simboli laici e religiosi, che l’uomo moderno, superficiale, fa fatica a comprendere.
La simbologia è stata da sempre un riferimento, una regola fissa, ma, talvolta, anche una necessità. Dobbiamo tornare per questo al tempo dei primi cristiani e al diffuso simbolismo delle Catacombe, dove il Cristo veniva presentato con il simbolo del pesce, per indicare la lettera greca, iniziale del Cristo, oppure con l’Alfa e l’Omega, due lettere greche indicanti l’inizio e la fine , cioè la vita e la morte, oppure nella forma rovesciata, morte-vita per indicare il fine escatologico dell’essere vivente e, ancora, per indicare il Dio, l’Essere supremo e superiore, insomma “Colui-che-è”.
Il Rinascimento, periodo caratterizzato dalla riscoperta dei valori dell’uomo e del suo mondo, dalla riscoperta della classicità e del paganesimo, ma anche periodo di forti contrasti materialistico-religiosi metterà in second’ordine (per usare un eufemismo) il simbolismo, sostituendolo con l’allegoria paganeggiante, che è tutt’altra cosa.
A Frassineta di Piedimonte presso Palazzuolo (Firenze), in un antico resedio rurale, su una finestra arcaica, è raffigurato un personaggio, una donna che lancia in aria una ruota, entro la quale è iscritta una croce polare. La ruota, secondo l’antica simbologia, rappresenterebbe il cielo o l’universo, mentre la croce polare l’unione di due principi, cioè il cielo (principio attivo) e la terra (principio passivo). Questo simbolismo, che forse però è anche una allegoria (simbolismo e allegoria, pur nella loro definizione concettuale ben precisa, sono concetti astratti, e molte volte si fondono l’uno nell’altro: il simbolismo nell’allegoria e viceversa), starebbero a significare che la donna (principio passivo), regge nelle sue mani la terra (ancora principio passivo) e il genere umano (principio attivo e passivo). La donna è anche simbolo della spiritualità sacerdotale, colei che ha generato il genere umano: la fattrice, la Madre. Questa simbologia donna-ruota (terra) è comunissima nell’antichità e, in particolare, la donna che lancia in aria la ruota si ritrova su vasi attici e nella simbologia etrusca. Ciò non vuol dire però che ci sia un legame diretto fra la raffigurazione di Frassineta di Piedimonte di Palazzuolo e i Greci o gli Etruschi. In altre parole, non è detto che per via di quella raffigurazione di Frassineta (che è una derivazione diretta della cultura greco-etrusca), o per altre risultanze simili, si possa affermare con sicurezza assoluta che gli etruschi abbiano abitato massicciamente, con numerosi villaggi, queste zone montane fra Toscana e Emilia-Romagna. Anche se scavi abbastanza recenti, condotti dalla Soprintendenza Archeologica per l’Emilia Romagna, hanno accertato la “presenza” di insediamenti etruschi a Monte Bibele (Idice), che non dista molto da Frassineta di Piedimonte. Un altro esempio di come attraverso la simbologia presente nellAppennino, nelle sue forme più svariate, si possono fare ipotesi circa la discendenza di quelle popolazioni da una civiltà piuttosto che da un’altra.
 
Paolo Campidori
©Copyright Paolo Campidori

 

MONTOVOLO “OMBELICO DEL MONDO”?
 
L’IPOTESI DI UN TEMPIO ETRUSCO SU MONTOVOLO NELLA VALLE DEL RENO.
 
La storia della chiesa di Montovolo (Bo), dedicata alla Madonna (Santa Maria della Consolazione), inizia nel 1054.  Sto parlando della storia basata sui documenti, vale a dire la storia cosiddetta ‘sicura’.
Proprio nel 1054 Adalfredo, che era il Vescovo di Bologna, donò ai suoi canonici alcuni possedimenti e fra questi anche Montovolo situato nella Valle del Reno, Vent’anni dopo, esattamente nel 1074, Gregtorio VII confermò alla Chiesa bolognese il “Monastero” di Montovolo, e tale possedimento, viene precisato nel documento, fu donato alla Chiesa Bolognese dall’Imperatore Gioviano (Joanninus) nel 363 d.C.
Nel 1219 vi furono dispute fra vescovi e canonici e, per dirimere le controversie, si ricorse a Papa Onorio III. Nel 1241 la chiesa subì un incendio doloso e fu quasi completamente distrutta. Rimasero in piedi, a malapena, pochi tratti di mura, la cripta, la lunetta che sovrastava (e dove è posta tutt’ora) il portale romanico e alcuni capitelli protoromanici che abbellivano la chiesa antica, costruita probabilmente verso la metà del sec. XI.
Nel 1265 l’arciprete di San Lorenzo in Collina affidò, ‘motu proprio’, la chiesa di Santa Maria della Consolazione (Santuario Mariano) a Giacomo, figlio del Conte Maghinardo (o Mainardo), signore della zona e proprietario della Rocca di Cantalia, che sorgeva a nord del Santuario.
Agli inizi del sec. XIV, nel 1307, Maghinardo, dopo aver resistito, inutilmente, ad un assedio dei Bolognesi, durato nove mesi, cedette la rocca e territori di Montovolo al Comune di Bologna. La Chiesa e il suo territorio, quindi, tornarono ad essere sotto la giurisdizione della Curia bolognese, come in effetti lo erano stati, per donazione, a partire dal secolo IV d.C.
Questa, in sintesi, è la storia che riguarda la chiesa e Santuario di Montovolo, nel medioevo, nell’arco temporale di circa tre secoli, con un unico aggancio storico precedente e, cioè, all’anno 363 d.C. Dal 363 d.C. al 1054, periodo in cui manca qualsiasi forma di documentazione storica ‘sicura’ (documentata), dovremo ovviamente far ricorso alla tradizione storica delle fonti orali e, per deduzione, a fatti storici che hanno coinvolto l’Italia di quel periodo.  
Proprio nel 363, secondo alcune fonti avviene a Montovolo un fatto terribile e drammatico. Questo fatto è narrato nel libro del Rubbiani “Montovolo in Val di Reno” – Bologna 1908 – e si tratta della strage di abitanti della zona che praticavano la religione pagana, fatta ad opera dell’Imperatore romano Gioviano. Il Rubbiani nel suo libro narra che: “Montovolo in Val di Reno….vi fu lassù un (sic) gran strage di pagani. Acasio guidava i cristiani che assalirono il pago dall’altipiano e la lancia di Acasio, che fulminava i pagani, era ancora, fino al 1908, appesa presso l’altare di Santa Caterina (un Oratorio nelle vicinanze del Santuario).
Ma dobbiamo porci una domanda. Chi erano questi pagani, abitanti nel territorio di Montovolo, che professavano, ancora nel IV secolo d.C., la religione pagana? Si tratta ovviamente di coloni romani, insediatisi su quei monti, i quali, dopo aver assoggettato le popolazioni locali, gli etruschi, convissero a fianco di questi. Montovolo fu quasi sicuramente centro pagano e, forse, ‘santuario’, dedicato alla Dea Pale, dea dei pastori che proteggeva e assicurava la fecondità delle greggi. La chiesa di Santa Maria della Consolazione, secondo la tradizione orale, sarebbe stata eretta proprio sui basamenti di un’ara sacrificale o di un tempietto, edificato in onore della dea. L’ipotesi sarebbe avvalorata, secondo il Palmieri, dal ritrovamento, in località vicine, di un sepolcro romano e di due statuette etrusche, inviate dall’Ing. Bettini al Museo di Bologna. Presenze etrusche e romane sono riscontrabili, in questi ultimi tempi un po’ ovunque, nella Valle del Reno e dell’Idice. Cito per fare un esempio i ritrovamenti etruschi e celti avvenuti a Monte Bibele e a Monterenzio. La presenza etrusca e romana sarebbe testimoniata anche dai toponimi, Monte Palese, Vimignano, Savigno, ecc.
L’idea che Montovolo possa essere stata la sede di un importantissimo santuario etrusco, da cui sarebbero provenute, in pellegrinaggio, le genti della Lega etrusca del Nord  e da ogni parte dell’Etruria centrale, mi sembrerebbe molto approssimativa e discutibile o, perlomeno, non provata da risultanze archeologiche sufficienti.
Le testimonianze archeologiche superstiti della chiesa paleocristiana, formata da un’aula e da una cripta semi-ipogeica consistono in alcuni capitelli decorati con rami intrecciati, alle estremità dei quali sono rappresentati due uccelli dal becco ricurvo, che, per questa loro caratteristica, non farebbero pensare a due colombe. In altro capitello sono raffigurati sempre gli stessi ‘volatili’, che bevono ad un calice, la cui base è a forma di giglio rovesciato. Si tratta ovviamente di simbologia cristiana legata alla passione di Cristo. Una simbologia analoga e, cioè, due colombe che devono al calice della Passione, si trovano sulla facciata vallombrosana della Badia a Roti in Val d’Ambra in provincia di Arezzo. Ciò spiegherebbe poiché la chiesa veniva definita, in epoca medievale un ‘monastero’. Altre circostanze architettoniche rimandano al periodo paleocristiano, in particolar modo, la cripta semi-ipogeica, formata da tre absidi semicircolari, di cui quella laterale destra è l’unica che conserva la copertura originale, realizzata con volta a crociera e costituita di “mattoni” di arenaria, messi di taglio. Nessuno di questi elementi ci induce però ad affermare  che l’attuale chiesa, ricostruita, in forme romaniche, nella metà del sec. XIII, sia sorta sopra i ruderi di un precedente santuario romano e, tanto meno, etrusco.
Resta da esaminare il toponimo “Montovolo”. E’ sicuro che tale nome derivi dalla forma della sommità del monte che assomiglia ad un uovo. Sappiamo che l’uovo per gli etruschi (ma anche per tantissime altre civiltà del passato) rappresentava l’immagine del mondo e corrispose all’ideogramma del cerchio e significò il principio della genesi. Per questa ragione l’uovo si trova nelle tombe di Marzabotto, di Tarquinia, di Montelupo e di tantissime altre località etrusche poiché, per questo popolo, l’istante della fine del corpo significò la Rinascita, e, lo spaccarsi dell’uovo, la creazione di una nuova esistenza.
Per quanto riguarda gli altri simboli presenti nella lunetta del protiro, troviamo la data scolpita in numeri romani MCCXI, data a cui succedono le lettere R.O.I.O; vi è pure una croce lobata, o croce di Malta, con lo stemma dei Pepoli e due colombe laterali.
Molto si è fantasticato sulle probabili origini di questa località, che senz’altro ci parla di “frequentazioni” romane ed etrusche (e forse anche precedenti). Sarei tuttavia un po’ restio a riconoscere questo luogo come un gemello oracolare del tempio di Delfi, poiché, mi sembra, non esitano i presupposti. Le risultanze e le conoscenze attuali, che possediamo circa il Santuario di Montovolo, ci parlano di un luogo frequentato da devoti fino dall’antichità, ma non potremmo affermare l’esistenza, sotto l’attuale Santuario, di un tempio etrusco. Sognare è bello e fa bene alla salute, ma, in archeologia, dobbiamo restare con i piedi per terra.
 
Paolo Campidori
© Copyright Paolo Campidori
 
 
 
Bibliografia:
[if !supportLists]A.      [endif]Palmieri – La montagna bolognese del Medioevo – Bologna 1929
A. Palmieri – Montovolo nel bolognese e sue leggende – Bologna 1985
A. Rubbiani _ Montovolo in Val di Reno – Bologna 1908
M.P.I. – Una strada nella storia – Soprintendenza Gallerie di Bologna, 1970

 

L’ACROPOLI DI POPULONIA
 
Populonia è una città etrusca tutta da scavare e tutta da scoprire. Gli scavi condotti attualmente sulla sommità del colle hanno riportato in luce tre templi, definiti semplicemente tempio A, B e C. Ancora ne sappiamo troppo poco per definire a quali divinità essi fossero stati eretti.
I templi erano rivolti ad oriente, ad eccezione del tempio B la cui facciata guardava a mezzogiorno. Gli edifici sacri, secondo le ricostruzioni, poggiavano su podi in pietra, ciascuno con una breve scalinata che conduceva ai sovrastanti portici, realizzati con una o due file di colonne. Il tetto a capanna era fatto di travi di legno e coperto con embrici in cotto. Oltre ai templi, prospicienti il mare, gli scavi hanno riportato alla luce altri edifici, le cui ricostruzioni sono e restano ipotetiche. Una breve strada basolata lunga circa cinquecento passava in mezzo agli edifici e collegava questi ultimi con i templi.
Sempre negli scavi dell’Acropoli sono emerse fondamenta di edifici che risalgono al periodo romano della città, edifici caratterizzati da pavimenti in mosaico con scene marine, una delle quali raffigura il naufragio di una nave. Sappiamo che solo una piccola parte del sito è stata riportata alla luce e ci sarà da lavorare molto in quanto la città etrusca era molto grande.
Lasciato lo scavo archeologico ci si incammina per un anello, una stradina sterrata, fino ad arrivare ad un punto panoramico. In questo luogo la vista si apre e, come per un miraggio, si scopre uno dei paesaggi più incantevoli della costa etrusca. Proprio davanti a noi l’Isola d’Elba, che nei giorni sereni è visibile in tutta la sua grandezza e bellezza. E’ questa l’antica isola di Aithalia (la fumosa), chiamata così dai greci a causa dei molti forni estrattivi che si trovavano allora sull’isola. Sulla sinistra si distende la costa rocciosa del promontorio di Populonia. E’ un paesaggio meraviglioso, che nessuna fotografia, nessuna tela, anche del migliore artista, può, non dico uguagliare ma nemmeno imitare in maniera convincente.
Lasciando a malincuore questa bellissima postazione, in mezzo alle piante odorose della macchia mediterranea, si prosegue per un sentiero che conduce presso un sito dove sono state ritrovate testimonianze archeologiche riconducibili a un insediamento di epoca villanoviana e sul quale sorgevano capanne etrusche.
Poco prima però la macchia mediterranea si apre regalandoti un altro bellissimo scorcio paesaggistico, si tratta del Golfo di Baratti, una sorta di piccola insenatura, una distesa di acqua azzurrina, non  paragonabile per la sua bellezza a nessun altro panorama. Sempre in questo punto, prima di arrivare al sito delle capanne, sono visibili i resti di un tratto delle antiche mura etrusche. Da qui ti rendi conto in maniera tangibile di quanto fosse grande e importante questa città-stato etrusca,e quanto grande fosse estesa e imponente la sua cinta muraria.
Una brevissima deviazione della strada e siamo davanti al sito delle capanne, del villaggio villanoviano, il primitivo villaggio dal quale  si formerà l’importante città-stato di Popluna (o Pufluna), tanto importante da battere moneta propria.
Per quanto riguarda la cosiddetta area delle capanne, nella quale sono evidentissimi grandi buche sul terreno roccioso, ammesso (e non concesso) che si voglia escludere l’esistenza in quel luogo di una necropoli, sarei più propenso a ritenere, semmai, quei pozzetti dei luoghi per la raccolta delle acque piovane. Io sono del parere, tuttavia, che si tratti di tombe a pozzetto, come ne esistono di simili sulle alture di Quinto, presso Firenze, in in località Palastreto, necropoli molto simile a questa, con buche dello stesso diametro, anche lì scavate in terreno galestroso. Riterrei comunque di escludere queste buche come i luoghi dove venivano allogati i pali delle capanne per le seguenti ragioni:
 
1- le buche hanno un diametro di circa 70-80 cm, veramente troppo grandi per dei pali destinati a reggere una capanna, le cui pareti erano fatte di materiali leggeri. Ritengo che il diametro di tali pali potesse raggiungere, al massimo, il diametro di 20-30 cm.
2 – il terreno, o meglio il piccolo pianoro sul quale sarebbero state costruite le capanne, una ovoidale e una rettangolare, non è in posizione orizzontale, ma su un pendio piuttosto inclinato. Ora mi sembra davvero improbabile che popolazioni villanoviane, seppur primitive, piantassero le loro tende in un terreno non orizzontale, ma addirittura caratterizzato da una certa pendenza.
 
Finito il percorso dell’acropoli merita una visita il museo di Populonia che si trova all’interno delle mura del paese, vicino alla Rocca. Si tratta di un piccolo ma interessantissimo museo che raccoglie le testimonianze archeologiche del territorio. Fra queste una bellissima testa scolpita etrusca del V-IV secolo a.C. Il museo inoltre ospita interessantissimi pezzi in terracotta e in bucchero oltre a reperti in bronzo.
E’ una giornata questa, dedicata alla visita dell’acropoli di Popolunia, spesa molto bene, che ne vale veramente la pena e che mi sento di raccomandare a tutti.
 
Paolo Campidori
© Paolo Campidori

 

PRESUNTA LASTRA TOMBALE DEGLI ALBERTI A SAN GAVINO ADIMARI
“A proposito di emblemi, in chiesa (San Gavino Adimari n.d.R.)…è incastrato nel muro un marmo con arme e senza lettere, cosa molto antica. La tradizione lo ritiene dei Conti Alberti”. Così lo studioso Carlo Calzolai in Chiesa Fiorentina a pag 146 ci descrive questo lastrone marmoreo. A parte l’ubicazione che il Calzolai ci da dello stesso, “nella facciata a mano destra” che non corrispomde più perché lo stesso si trova sulla parete sinistra all’interno della chiesa, guardando l’altare. Anche il Brocchi (1747) ne riferisce questa ubicazione, mentre il Niccolai (1914) ci da l’ubicazione attuale. Io posso confermare di aver visitato la chiesa, circa 20 anni fa e di averlo trovato e fotografato sulla parete e non sulla facciata interna della chiesa. Ma veniamo adesso a parlare di questo lastrone marmoreo che ci parla a distanza di circa 800 anni con il suo linguaggio universale che è rappresentato dai simboli. Questi sono molto importanti, nel medioevo, ma anche nell’antichità cristiana e perfino etrusca. I simboli trascendono la parola, sono qualcosa di più del linguaggio, poiché il linguaggio cambia con il tempo e con i luoghi, ma i simboli invece rimangono immutabili e universali. Ma cerchiamo di descrivere questo lastrone marmoreo. Il Brocchi ci informa: ”lastrone di pietra (e già qui c’è una divergenza  con il Calzolai in Chiesa Fiorentina che parla di lastrone marmoreo) largo braccia quattro e alto un braccio e due terzi”. Per capire le dimensioni esatte con il sistema metrico decimale attuale, ci da una mano il Niccolai, che riferisce: “simbolico lastrone lapideo sepolcrale in altorilievo (direi meglio un bassorilievo, se ben ricordo). Esso è di forma rettangolare e misura mt. 2,10×0,88. Le misure corrispondono con quelle del Brocchi, quindi si ha la certezza che il lastrone di cui parla il Brocchi è quello visto dal Niccolai, e non altri. Ma parliamo ora della ricca simbologia che è raffigurata in questo lastrone. Al centro di esso si trova uno scudo o emblema araldico, che dir si voglia, composto da uno scudo fasciato (tre fasce o quattro fasce se si considera la fascia che compone la croce), con la croce sovrastante. Come dicevamo, questo scudo fasciato, ha una forma semplice, facile da distinguere, facile da dipingere e anche facile da riconoscere a distanza e da ricordare. Rifacendosi all’araldica dobbiamo dire qualcosa su questa. Il nome deriva da “araldo”. Incontriamo questi  primi personaggi  negli utlimi decenni del XII secolo, in occasione dei tornei, nei quali i cavalieri provavano la loro abilità in battaglia. Gli araldi adumavano i combattenti nei tornei, li annunciavano entrando in campo e proclamavano il vincitore. Sia lo scudo che l’elmo appartenevano alla parte difensiva dell’equipaggiamento di un guerriero medievale ed entrambi sono adatti per essere decorati e questo serviva per riconoscere in battaglia un guerriero dall’altro. L’emblema del lastrone di San Gavino sembra, ma con una certa sicurezza, appartenere all’antica famiglia degli Alberti, signori di questo territorio e il cui castello (Castel Migliari) si trovava su un poggio, alla destra del torrente Stura, dalla parte della chiesa, e dall’altra parte strapiomba sul torrente Navale. Adesso, dove c’era il Castello, c’è una spianata prativa, i cui ruderi sono stati da tempo inglobati nel terreno e nella vegetazione che li hanno occultati del tutto. A questo posto rimane il nome di Castellaccio. Bisogna dire che questo castello rimase agli Alberti fino al 1325 e quindi fu venduto alla Repubblica Fiorentina. Solo nel 1359 il Conte Tano se ne impadronì illegittimamente, durante il suo ultimo asilo, essendo egli ghibellino e fieramente avverso alla Repubblica. Questo purtroppo gli costò la vita, anzi gli costò la testa, poiché il 14 settembre del 1360  fu decapitato a Firenze. Il suo corpo riposa nella chiesa di Santa Croce, quindi non c’è alcun dubbio che il lastrone di cui stiamo parlando gli appartenga. Torniamo alla descrizione. Lo stemma è sostenuto da due leoni, e qui su queste figure di animali, mi sembra ci sia molta confusione. Il Brocchi parla di due leoni rampanti. Bisogna dir subito, per la precisione, che si tratta di due leoni “passanti”, nell’araldica francese detti anche “lion léopardé”, con le teste rivolte in avanti verso l’emblema araldico. Altri studiosi parlano di “draghi alati”, come lo studioso Niccolai o il Becattini e Granchi. Io sono dell’idea che si tratti proprio di leoni, dotati di una ricca criniera, e non di ali, come è stato detto. In basso, agli angoli destro e sinistro troviamo questa volta, veramente due piccoli draghi alati o basilischi che sostengono nelle loro bocche, semi aperte, delle fronde o racemi che dir si voglia, di quercia. Foglie di quercia le troviamo anche alla base dello scudo. Tutto intorno a  fare cornice al lastrone, una dietro l’altra per un totale di 43 più 3, troviamo una fila di anatre, che farebbero pensare all’età dell’occupante il sacello, se davvero questa fosse una lastra tombale. Tutti gli studiosi asseriscono che le bestioline che fanno da cornice non siano altro che colombe.Io sono di parere contrario. A ma sembrano più delle anatre, anche perché queste quando camminano, lo fanno stando una dietro all’altra, in fila indiana, e dirò anche che queste anatre non sono state poste lì a caso. Nella simbologia antica, anche etrusca, le anatre hanno rappresentato la vittoria e alludono all’impossibilità che queste hanno di affondare e allo stesso tempo alla possibilità di traghettare o meglio di passare all’altra sponda, senza pericolo. Esse alludono alla vittoria sulle forze telluriche, oscure e titaniche. L’emblema del lastrone di San Gavino sembra, ma con una certa sicurezza, appartenere all’antica famiglia degli Alberti, signori di questo territorio e il cui castello (Castel Migliari) si trovava su un poggio, alla destra del torrente Stura, dalla parte della chiesa, e dall’altra parte strapiomba sul torrente Navale. Adesso, dove c’era il Castello, c’è una spianata prativa, i cui ruderi sono stati da tempo inglobati nel terreno e nella vegetazione che li hanno occultati del tutto. A questo posto rimane il nome di Castellaccio. Bisogna dire che questo castello rimase agli Alberti fino al 1325 e quindi fu venduto alla Repubblica Fiorentina. Solo nel 1359 il Conte Tano se ne impadronì illegittimamente, durante il suo ultimo asilo, essendo egli ghibellino e fieramente avverso alla Repubblica. Questo purtroppo gli costò la vita, anzi gli costò la testa, poiché il 14 settembre del 1360  fu decapitato a Firenze. Il suo corpo riposa nella chiesa di Santa Croce, quindi non c’è alcun dubbio che il lastrone di cui stiamo parlando gli appartenga. Torniamo alla descrizione. Lo stemma è sostenuto da due leoni, e qui su queste figure di animali, mi sembra ci sia molta confusione. Il Brocchi parla di due leoni rampanti. Bisogna dir subito, per la precisione, che si tratta di due leoni “passanti”, nell’araldica francese detti anche “lion léopardé”, con le teste rivolte in avanti verso l’emblema araldico. Altri studiosi parlano di “draghi alati”, come lo studioso Niccolai o il Becattini e Granchi. Io sono dell’idea che si tratti proprio di leoni, dotati di una ricca criniera, e non di ali, come è stato detto. In basso, agli angoli destro e sinistro troviamo questa volta, veramente due piccoli draghi alati o basilischi che sostengono nelle loro bocche, semi aperte, delle fronde o racemi che dir si voglia, di quercia. Foglie di quercia le troviamo anche alla base dello scudo. Tutto intorno a  fare cornice al lastrone, una dietro l’altra per un totale di 43 più 3, troviamo una fila di anatre, che farebbero pensare all’età dell’occupante il sacello, se davvero questa fosse una lastra tombale. Tutti gli studiosi asseriscono che le bestioline che fanno da cornice non siano altro che colombe.Io sono di parere contrario. A ma sembrano più delle anatre, anche perché queste quando camminano, lo fanno stando una dietro all’altra, in fila indiana, e dirò anche che queste anatre non sono state poste lì a caso. Nella simbologia antica, anche etrusca, le anatre hanno rappresentato la vittoria e alludono all’impossibilità che queste hanno di affondare e allo stesso tempo alla possibilità di traghettare o meglio di passare all’altra sponda, senza pericolo. Esse alludono alla vittoria sulle forze telluriche, oscure e titaniche.
Tutto il lastrone è impregnato di questo concetto, di questo messaggio, oscuro a chi non conosce il linguaggio dei simboli. Anche le fronde di quercia hanno il medesimo significato. Nell’antichità l’iniziato per raggiungere l’altezza luminosa del cielo e gustare la bevanda dell’immortalità veniva inghirlandato di foglie d’ulivo, d’alloro o di quercia.  La quercia poi è il simbolo dell’immortalità, poiché il suo legno nel mondo antico e nel medioevo era considerato incorruttibile. Alle foglie di quercia poi era attribuito il potere di incantare i leoni. Il leone ha sempre rappresentato la vittoria. Nell’araldica è sempre stato il  più popolare quadrupede. Lo troviamo in innumerevoli armi con stemma e anche come cimiero (la parte che sovrasta l’elmo). I serpenti, o basilischi o piccoli dragoni alati, che si trovano agli angoli in basso del lastrone, nella mitologia dell’antica Grecia e dei paesi nordici, il dragone era un guardiano di oracoli, vergini e tesori. Anche la croce, che è il simbolo cristiano per eccellenza, la ritroviamo anche nell’antichità etrusca, questo simbolo rappresenta il superamento o la vittoria. Come abbiamo visto, tutti questi simboli, diversi fra loro, hanno tutti lo stesso significato, cioè la Vittoria, il passaggio da una vita terrena a una vita immortale, cioè la vittoria della vita sulla morte, in una dimensione escatologica. Anche se io non mi sono espresso in maniera proprio decisa, data la sua ricca simbologia che richiama alla vita ultraterrena, il lastrone in oggetto potrebbe proprio trattarsi di un lastrone tombale del sec. XIII-XIV. Tuttavia, non escluderei in maniera assoluta, che possa trattarsi anche qualcosa di diverso, ad esempio, nei Castelli di Poppi (sec XIV) o nel Castello di Cantagallo presso Castel del Rio (Imola) esistono lastroni simili che sormontano i portoni di ingresso di tali castelli. Ma esistono anche numerosi altri esempi. Se compariamo questi con una lastra tombale, tipica di questi tempi e di questi luoghi, ad esempio la piccola lastra tombale del sec, XIII murata nel chiostro della chiesa di Gagliano, noi vediamo che è completamente diversa. Inoltre una scritta della stessa in caratteri onciali, dice che questa lastra appartiene a un membro degli Ubaldini e ai suoi figli. Sopra la scritta compare il teschio del cervo che connota questa illustre famiglia mugellana. Nel lastrone del castello di Poppi un leone dalla folta chioma è sistemato nel riquadro centrale e in una cornice esterna sono sistemati vari stemmi e ghirlande (festoni) di foglie, fiori. E’ quindi possibile, ma non certo, che il lastrone di San Gavino fosse originariamente situato sul portone di ingresso di Castel Migliari a Montecarelli e salvato dalla distruzione dello stesso e portato quindi nella vicina Pieve di San Gavino a ricordo dei posteri. Purtroppo in tempi lontani, forse nel ‘700 al lastrone fu data una mano di colore, giallognalo, per adattarlo ai restauri della chiesa avvenuti in tale periodo. Sarebbe opportuno quindi un recupero, un restauro fatto a regola d’arte, poiché l’opera in questione riveste un’importanza storico-artistica veramente notevole.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

LETTERE D’AMORE FRA DINO CAMPANA E SIBILLA ALLERAMO
Sibilla, una “femminista” ante-litteram. Dino, un uomo, un poeta, discriminato nel proprio paese d’origine: Marradi.
Come l’assassino torna spesso sul luogo del delitto, così chi ama intensamente una cosa, una persona, una poesia, sente il richiamo del ritorno. Ammetto che il paragone è un po’ forzato poiché in questo caso l’assassino non c’è, anzi, proprio il contrario. Se d’assassinio si vuol parlare, dobbiamo parlare allora di uccisione di un amore, o meglio eutanasia di un rapporto amoroso, talmente intenso e breve che ha condotto un uomo alla pazzia. Mi riferisco a Sibilla Alleramo, giornalista, scrittrice, donna impegnata, anzi una delle prime femministe del secolo che ci ha preceduto, e, naturalmente, del poeta marradese Dino Campana. Di lui ci affascina la sua poesia, i suoi racconti, brevi ma intensi, che hanno la forza dei  nostri dipinti più famosi del periodo dei Macchiaioli, ma anche degli Impressionisti. Quando Campana ci descrive la città, le strade, le case, le terrazze, le balaustrate, le “cocottes”, subito pensi a Signorini a Lega a Fattori ma anche a Toulouse Lautrec a Manet e ai loro quadri che sono esposti nei maggiori musei del mondo. Ma chi era Sibilla Alleramo? Diciamo subito che il suo vero nome era Rina Faccio proveniente da una famiglia benestante del Nord Italia, caduta in disgrazia. Rina Faccio era di idee socialiste, e religiosa, anche se alla sua maniera. Era una donna di idee molto libere: ha vissuto storie d’amore con più amanti, senza per questo sentirsi minimamente in colpa. L’amore per lei valeva più di qualsiasi cosa e per questo, lei, donna fragile e raffinata, era pronta ad andare a cercarlo anche nei monti più sperduti dell’Appennino mugellano, nei pressi di Rifredo, di Casetta di Tiara, di Palazzuolo. In lei prevaleva il sentimento e non può essere considerata una donna di facili costumi. Dopo un attimo di titubanza e di scetticismo, decide di incontrare Dino, proprio su quei monti a lui tanto cari. L’amore che sboccia fra i due è stato raccontato ormai in moltissime pagine si storia letteraria: è stato un amore travolgente, passionale, talmente intenso che è finito in breve tempo, nel giro di un anno, ma in questo anno si è condensato tutto l’amore di una vita. Analizziamo ancora più da vicino Rina Faccio in arte Sibilla Alleramo. In una lettera a Campana Sibilla dice: “Caro Campana, sono vicina a San Francesco perché, nata signora, mi son spogliata via via di  molte cose, felice d’esser povera ignuda”. Questo “francescanesimo” di Sibilla ci aiuta a capire meglio anche le sue idee politiche. Essa, alla sua morte, lasciò in testamento tutto il suo archivio al Partito Comunista Italiano, che troverà poi posto presso L’Istituto di Studi Gramsciani. Dicevamo, Sibilla, è anche giornalista, ma, un po’ per modestia, un po’ per insicurezza di sé, non dà troppa importanza ai suoi articoli e a quello che scrive in genere. Sempre nella stessa lettera Sibilla dice: “Vi mando (a Campana, si rivolge ancora con il voi) qualche mio vecchio articolo: giornalismo, non altro….Volevate il mio ritratto, e invece vi mando delle parole, stampate!”. In realtà, in cuor suo, Sibilla dà un’importanza enorme a questi scritti che lei definisce “giornalismo, non altro”. E’ probabile che essa cerchi un modo di stimolare Campana, anch’egli poeta e letterato, a dare un giudizio sincero sui  suoi scritti. Campana risponde a Sibilla e la invita a raggiungerlo al Barco presso il Giogo di Scarperia (o di Firenzuola): “Qui, è la vera montagna, la vera campagna dei solitari….sarei felice se potessi farvi partecipe di questa mia ammirazione per questa linea severa e musicale degli Appennini….” Sibilla crede più nell’amore, nei rapporti interpersonali, che nei panorami, tanto cari a Dino. In una breve nota, verso la fine della storia d’amore, che Dino scrive a Cecchi da Casetta di Tiara, Sibilla telegraficamente verga di suo pugno la seguente nota, a fine pagina: “Tra i falchi, Sibilla”.  Ancora Sibilla che scrive in una lettera del 1916 a Dino:  “La solitudine ed io siamo buone compagne (è una bugia)…la malattia mi fa orrore, la mia santità non arriva fino ad accettare l’infermità…”. Nella lettera di risposta, Dino, che scrive in francese, un po’ per “sciccheria” e per ostentare la sua erudizione, ma un po’ anche per diffidenza postale, ci dice una cosa interessante: “Mia buona Sibilla…..Marradi è un paese dove ho troppo sofferto, e un po’ del mio sangue è rimasto incollato sulle rocce lassù in alto”. Allude all’incomprensione familiare, e a certi suoi concittadini marradesi che lo giudicano un po’ lo “scemo del villaggio”. Allude anche al trattamento di favore e di preferenza che i suoi genitori accordavano al fratello. Proprio questo atteggiamento gli causerà amarezza e forse gelosia e un senso di risentimento nei confronti dei genitori. Piano, piano, questa discriminazione farà di Campana un disadattato, fino a farlo diventare nevrotico. Questi saranno i prodromi di quella terribile malattia che lo porterà, prima, a girovagare come un “clochard” in Italia e all’estero, poi a morire, ormai dimenticato da tutti, nel manicomio di Castel Pulci. Quando “esplode” l’amore fra Dino e Sibilla, quest’ultima scrive: “I nostri corpi su le zolle dure, le spighe che frusciano sopra la fronte, mentre le stelle incupiscono il cielo…..Dino, Dino! Ti amo. Ho visto i miei occhi stamane, c’è tutto il cupe bagliore del miracolo”. Ma Sibilla teme. Sente che questo amore sta per finire: “Non so, ho paura. E’ vero che mi hai detto amore?…Sono felice. Tremo per te, ma di me son sicura”. Ma il cielo si addensa di nubi. Già Campana, presago del suo avvenire, quasi un profeta scrive nella sua prima lettera a Sibilla: “Finita la guerra non esisterò più ammesso che esista ancora”. Qui c’è da tener conto, anche, che Dino voleva partecipare alla guerra come volontario, anche per dimostrare ai  suoi concittadini il suo valore  e riscattare così la pessima considerazione che godeva ad opera di alcuni nel suo paese: Marradi. Sibilla, in una lettera dell’agosto 1916, scrive a Dino: “Ho il terrore che tu non tu senta bene…Quei giorni sono stati troppo belli”. Ancora, in una lettera del 9 agosto 1916: “Saremo soli sulla terra, bruceremo….”  E Campana: “ Ti amo…Sibilla mia…piango e sorrido ti adoro”. Campana in una lettera del 17 agosto da Firenzuola, scrive a Sibilla: “Come amo la povertà delle  cose quassù che meglio ci farà sentire la nostra ricchezza” E, ancora: “Mi contento di poco come vedete. La felicità è fatta delle cose più leggere. In un delle ultime lettere Dino, apoteosi finale, Dino scrive a Sibilla: “Sono realmente ammalato….parto domattina per la Casetta (di Tiara ndr)…Ti porto come il mio ricordo di gloria….L’ultimo bacio dal tuo Dino che ti adora”.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

UNA BELLA STORIA DI AMICIZIA
Due anni fa, esattamente nel 2001, ebbi modo di passare le vacanze sulla Riviera dell’Argentario, nella nostra Maremma Toscana. Ero tranquillamente sdaiato al sole e discutevo del più e del meno con mia moglie. Probabilmente l’argomento era uno di quelli futili, di quelli per capirsi che si leggono su certe riviste un po’ scandalistiche. Mi sembra che l’argomento, messo in ballo da mia moglie, fosse quello di un Tizio attore che (ormai la cosa non fa neppure più notizia) che cornificava la moglie, e appunto veniva mostrato in abiti un  po’ discinti, con una giovane donna sotto braccio. “Ma quello – dissi io a mia moglie – (alla toscana, anzi con inflessione dialettale mugellana) – non dicevano che era “bu’o” (per dire buco). Sentendomi parlare toscano, e non solo, mugellano, sento una voce che, a dir la verità non mi sembrava né toscana, né mugellana, né straniera, ma una via di mezzo di queste tre insieme. Mi volto e vedo dietro di me una faccia nerissima, troppo abbronzata per essere quella di un italiano. Lo squadro meglio e vedo che appese al collo e alle spalle ha delle grosse borse: era un “Vu-cumprà”, che con fare amichevole mi dice, in perfetto toscano: “Senti Nini ‘un tu sarai mica mugellano?”. A sentire queste parole e dire che mi meravigliai, mi sembra troppo poco. Il nostro “Vu-cumprà” che io avevo visto e rivisto decine di volte passarmi davanti e al quale avevo sempre rimadato l’acquisto, si chiamava Mamadou, era, sentite bene questa, un medico, e veniva sulle spiagge italiane a fare il venditore di jeans, occhiali, radioline, accendisigari, ecc. “Non ti preoccupare – mi disse – non ti voglio vendere niente. Dal tuo accento, io sento che tu sei mugellano”. “E come lo fai a sapere” – gli replicai. “Semplice – mi rispose lui – anch’io abito in Mugello”. Fui oltremodo felice di aver trovato in terra maremmana un concittadino. Mi raccontò molte cose di lui, della sua famiglia, della sua vita. Viveva in una città senegalese, della quale io ho dimenticato il nome. Non aveva figli a carico, ma aveva due mogli “a carico”, delle quali mi parlò con dovizia. “Come fai a mantenere due mogli – gli dicevo – che per me è difficile farlo con una?” Lui rideva, udendo queste cose e con gentilezza rispondeva. “Voi italiani non capite, ma è meglio avere due mogli che una, come fate voi”. “E perché?” Gli chiedevo io. “Perché quando uno ha due mogli, in casa c’è una certa concorrenza, e ognuna delle mogli cerca di dare il massimo per non essere superata dall’altra”. “Mah!, sarà anche così – dissi io – ma quando uno ha due mogli ha anche due suocere, e la cosa non mi alletta davvero più di tanto”. Si mise a ridere. “Domani – mi disse – ti porto la foto di mia moglie, l’ultima che ho sposato, ci sei in spiaggia domani?” Con la testa annuii e gli dissi “Non sarà questa una scusa per vendermi della roba eh?” “Stai tranquillo, niente vendite” – Replicò. Intanto io e mia moglie facevamo dello spirito, dell’umorismo su come fosse stato l’aspetto della moglie di Mamadou. Un amico nostro, un po’ malignetto, avanzava l’idea che fosse stata, una di quelle “selvagge” con tanto di anelli alla bocca e al naso. La mattina seguente, Mamadou, puntuale come un orologio svizzero si avvicina verso di noi, con una bustina di plastica, nella quale, si vedeva, che dentro c’erano delle foto. A me scappava un po’ da ridere e non sapevo se sarei riuscito a trattenere le risate. Mamadou apre la busta e tira fuori una delle foto della moglie. Sorpresa! Avete visto Naomi Campbell? Vi piace? Ecco, la moglie di Mamadou non aveva niente da invidiare a Naomi, era bellissima, semplice, vestita con abiti moderni, sembrava una indossatrice. Rimanemmo di stucco, non credevamo ai nostri occhi. Da lì  è cominciata la nostra amicizia con Mamadou, senegalese, ma mugellano di adozione, con uno schianto di moglie, che prudentemente lascia in Senegal. “Ma perché non porti anche tua moglie in Italia”, gli chiedemmo. Neanche a parlarne, Mamadou, non fa mistero è geloso e la tiene nel proprio paese d’origine, sotto chiave (si fa per dire). Mamadou, è anche una persona generosa, avendo saputo da me, dei mei dolori reumatici, regolarmente, mi manda piccoli pacchetti di medicine “empiriche”, erbe, scaglie di corteccia di piante del suo paese d’origine. Però quelle medicine sono ancora tutte lì, avvolte nei loro pacchettini. Non so dove abita, o se abita ancora in Mugello, forse me lo disse, Mamadou, ma non ricordo Se leggesse questo articolo, non si sa mai, mi piacerebbe mettermi in contatto con lui. Bisogna tenere sempre in molta considerazione gli amici che hanno delle mogli, come quella di Mamadou! Non vi pare?
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

“AUTOBALZELLOMETROX”
Vorrei esprimere il mio modestissimo parere su questi Autovelox, che stanno prendendo sempre più quattrini, anzi mi correggo, che stanno prendendo sempre più piede nelle nostre strade mugellane ed extra-mugellane. Gli unici entusiasti mi sembra, almeno fino a questo momento, siano gli amministratori comunali, che, come si legge nei notiziari dei loro comuni, hanno al loro attivo una serie innumerevoli di multe (da riscuotere). Questi tanto decantati “vigili di ferro” che a differenza dei loro colleghi “vigili mobili” se ne stanno  disciplinatamente appostati notte e giorno,  vere e proprie “spie” vigili e inossidabili (non temono raffreddori o polmoniti e non hanno bisogno di ricorrere alla mutua), sono pronti a “inchiodare in croce” chiunque superi anche di pochissimo i limiti di velocità. Si sente parlare di multe per chi va a 55 o 57 km orari. La cosa è veramente ridicola se si pensa al fatto che la pubblicità delle automobili in radio e televisione è concentrata per l’80% sulla velocità delle stesse. Che senso ha fare delle auto sempre più veloci, quando nelle strade si è costretti ad andare sempre più piano? Non sarebbe meglio fare delle auto meno veloci e più sicure? E non sarebbe meglio che si rendessero più sicure anche le strade? Invece, queste sono tutto fuori che delle strade: poggi, avvallamenti, buche. Siamo costretti a fare lo slalom, come sugli sci. E poi ci sono mille intoppi nelle strade: i mezzi agricoli , le “Apine” a tre ruote che vanno a 40 all’ora, i ciclisti che vanno sempre in gruppo (tipo Giro d’Italia) invece che andare in fila, i motociclisti che fanno i pazzi e nessuno li sta a controllare, i pedoni che attraversano in tutti i posti all’infuori che sulle strisce pedonali, quelli che se ne fottono dei semafori e passano sempre col rosso,  per non parlare del traffico pesante ingombrante dei lavori TAV che lascia cadere i propri “escrementi” sull’asfalto, (acqua, fango e detriti di ogni genere).   Per questa specie di macchinette infernali amate e odiate allo stesso tempo i comuni hanno fatto investimenti  notevoli, ma anche hanno avuto un ritorno economico, almeno sembra, che supera le più ottimistiche previsioni (insomma c’è da stropicciarsi le mani e da leccarsi i baffi). Si dice che qualche comune è riuscito perfino a far “tornare” i propri bilanci in pareggio, e anche…anche… Si è data loro tanta importanza, che per la loro installazione, in certi casi, si sono perfino ingombrati i marciapiedi, costringendo i pedoni a scendere sul piano stradale, con grave pericolo per la loro incolumità. Sappiamo benissimo che se un cittadino occupa un marciapiede, specialmente se lo fa in modo definitivo, commette un reato. Se però chi lo fa è un’amministrazione comunale, allora il discorso cambia, questa diventa una occupazione necessaria, fatta insomma per pubblica utilità. In altri casi si sono sfruttati dei punti “buoni”, dove la macchina per esempio anche senza dare gas, raggiunge per forza d’inerzia i 70-80 all’ora. Tutto calcolato. Ma cosa sono in realtà questi autovelox? Sembra che questi facciano da deterrente alla velocità degli automobilisti. Ma ci sono altre forme riuscire a questo scopo? Tempo fa mi trovavo in Germania, e avvicinandomi ai vari paesi, venivamo avvisati delle presenza di una serie di dossi artificiali (parlo di strade importanti), oppure di fondi stradali che emettevano un rumore fastidioso che ti costringeva a diminuire la velocità. Ma non si può fare un paragone con la Germania, dove per esempio un lavoro stradale, anche di minima importanza viene segnalato almeno due chilometri avanti con cartelli, segnali luminosi, notte e giorno. Qui in Italia, il più delle volte ti trovi un lavoro stradale dietro una curva, segnalato soltanto da un semaforo che te lo trovi all’improvviso, senza neanche essere stato segnalato un centinaio di metri più avanti. E allora? Il commento solito è questo: “Siamo in Italia”. Che dire di questi autovelox? A me ricordano i “balzellometri” di medievale memoria, quelli, per capirsi, che corrispondevano al “pontatico”, “erbatico”, “polveratico”, insomma tutta una serie di balzelli che i signorotti feudali si erano inventati, per vuotare le…..tasche alla gente. Ma qui l’ideale è più nobile. Gli autovelox sono installati, dicono i Comuni, (anche sui marciapiedi, come in località Anchetta, sulla strada di Pontassieve) per ridurre gli incidenti. Cosa nobile. Però al posto di questi si potrebbe avere sulle strade una presenza più massiccia di vigili o carabinieri o polizia e questi sicuramente farebbero da deterrente agli automobilisti indisciplinati. Vi ricordate le strade di una volta? Dove ogni mezzo chilometro trovavi uno stradino che riassettava il fondo stradale? Ma non solo, lo stradino ripuliva le “zanelle”, liberava le fogne dai detriti, spazzava le strade, tagliava le erbacce sui cigli delle stesse, insomma lo stradino era il vero angelo custode delle nostre strade.  E ve li ricordate i poliziotti della “Stradale”, sempre sulle strade, sempre vigilanti, sempre pronti a farti la multa, quando questa era giusta e necessaria?  Ma quanti vigili, quanti poliziotti, quanti carabinieri si vedono sulle strade? A voi la risposta. Ma allora le cose andavano meglio…. E poi sono giuste le multe che vengono comminate da questi autovelox? Se è vero che l’introito di questi viene incamerato nei bilanci dei comuni, queste mi sembrano sempre più delle tasse. Ora, siccome recita un articolo della nostra Costituzione che le tasse devono essere pagate in base al reddito di ciascuno, qui siamo fuori della legalità. Se il multato è un pensionato che prende 500 euro al mese (e ce ne sono tanti), e gli viene fatta una multa di 125 euro, questo significa che gli viene sottratto ¼ del suo reddito, e questo significa che gli verranno a mancare fondi vitali per pagare il gas, la luce, il telefono, e spesse volte l’affitto di casa.  Se invece il multato è un  facoltoso imprenditore da 50.000 euro al mese, ciò significherà che gli verrà sottratto soltanto un duecentesimo del suo reddito. E la giustizia contributiva dove va a finire? A farsi fott….come al solito. Però io ho la vaga sensazione, che approssimandosi le elezioni comunali, molti di questi “balzellometri” verranno rimossi, e come giustificazione si dirà alla gente che gli incidenti sono diminuiti. Tutte bal……
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

…E LA SERA AL BAR A  SENTIRE RACCONTAR BALLE!
Certo la nostra gioventù o meglio la nostra fanciullezza e adolescenza è stata molto spensierata, molto divertente. Gli unici doveri, se così li possiamo chiamare, erano la scuola e, personalmente, quello di annaffiare un po’ le zucchine, i fagiolini e altre piantine dell’orto, compito però inderogabile che dovevo espletare prima che giungesse il babbo dal lavoro. Tutto il resto del tempo lo passavamo a giro per i campi, spesse volte con un pallone in mano, altre volte con una fionda, che noi chiamavamo archetto, il cui proiettile era un semplice sassolino. Altre volte trascorrevamo il tempo costruendo dei carrettini con i cuscinetti che il meccanico, nostro amico, ci forniva per una cifra molto modesta. Si trattava di cuscinetti vecchi che il meccanico aveva sostituito ai motorini e che noi impiegavamo per farne delle ruote, un po’ rumorose se si vuole, ma sempre ruote. Spesso, sia con il carretto a 4 ruote che con quello a due partivamo da metà “Miglio” (località fra Fontebuona e Pratolino) per poter usufruire di quella bella discesa, nella quale il nostro carretto scendeva a una velocità, per noi allora, vertiginosa. Ma siccome, si sa, questi telai fatti da noi con delle assi, fatti con tanta cura quanto si vuole, non potevano essere i telai della Ferrari, e allora spesse volte, il carretto, proprio sul più bello, si sfasciava e noi tornavamo a casa con le ginocchia e i gomiti sbucciati, quando andava bene. Altre volte girovagavamo per i campi, spesso con un  pallone di cuoio, accuratamente spalmato di sugna,  sotto il braccio per cercare un angolino dove poter giocare. Ma siccome allora, tutti i campi erano arati e coltivati, era difficile trovarlo. Spesse volte, anzi il più delle volte. andavamo scalzi e tanta era l’abitudine di camminare in questo modo, che i nostri piedi si erano abituati ai sassi e alle asperità del terreno che non li sentivamo più. Spesse volte, in mancanza di un bel praticello con l’erba, andavamo a giocare a pallone proprio nei campi dove avevano tagliato il grano e vi erano rimasti quegli “spunzoni” come li chiamavano noi, ma dopo cinque minuti che vi avevamo corso sopra i nostri piedi scalzi non li sentivano più. Altre volte andavamo nei Campini, a Vigna Vecchia a “raccapezzare” un po’ di uva fresca, direttamente dalla pianta. Mi ricordo che le vigne che privilegiavamo, il più sovente, erano quelle di proprietà della canonica, di cui mio zio era sacerdote. Ma spesso era il fiume, la Carza, che accoglieva i  nostri giochi, i nostri passatempi. Il bagno era un “obbligo”, visto anche il caldo che faceva, e una volta finito, mettevamo ad asciugare al sole le mutandine per non farsi accorgere dalla mamma, la quale poi l’avrebbe raccontato al babbo, la sera al ritorno dal lavoro. Fontebuona, per noi ragazzi, era tutto, era un microcosmo, un universo in miniatura, conoscevamo solo quello. I nostri confini erano Vaglia e Pratolino, oltre quelli non sapevamo quale mondo esistesse. La sera, poi, una volta cenato, il divertimento non terminava. Andavamo al bar, l’unico in paese, dove ci ritrovavamo tutti, piccoli e grandi. E quello era davvero uno spasso a sentire raccontare frottole: una più grossa dell’altra. Gli argomenti  che le persone adulte tiravano fuori, erano più o meno gli stessi: la caccia (in paese erano quasi tutti cacciatori), lo sport, il ciclismo, in particolar modo: Bartali e Coppi, raramente si parlava di calcio. Ma la caccia, ripeto era l’argomento “principe”. Li sentivi parlare con accanimento di coppiole, di “spadellamenti”, del cane che aveva “scagnato” la lepre, ma che il fucile aveva fatto “cilecca”, insomma ognuno decantava la sua bravura di cacciatore e ognuno di loro raccontava di aver “morto” animali sempre più grandi. Ce n’era uno che raccontava delle “balle” talmente grosse, che faceva perfino ridere noi ragazzi, che, pur non essendo smaliziati come i grandi, tuttavia riuscivamo a intuire fino a dove arrivava la realtà e dove iniziava la fantasia. Questo Tizio era un contadino, che per raccontare queste balle, si metteva in mezzo della stanza, un po’ ricurvo, con le braccia penzoloni, con il berretto, tutto macchiato di “verde rame”, la sostanza che i contadini davano alle viti contro i parassiti. Tra un bicchiere e l’altro questo diceva: “L’altro giorno ho visto un leprone così (e con le braccia indicava un’apertura di un metro, un metro e mezzo), sarà stato di 25-30 chili”. Avendo intuito la balla, gli chiedevano come aveva fatto a ucciderlo. Lui diceva, che prima caricava il fucile con una cartuccia a formentone e poi quando il leprone si era fermato a mangiare, con un’altra cartuccia caricata ben bene l’aveva ammazzato”. Ma di questi tipi strani e buffi al bar ce n’erano in abbondanza. Masino, altro contadino, che possedeva una forza da gigante, amava talmente il vino, che lo tracannava tutto di un sorso. E un calice tira l’altro, quando aveva fatto il pieno, cominciava a raccontare di quando, da militare, era salito sulla “motopiana”, come chiamava lui, del suo capitano e non sapendola guidare, non riusciva più a fermarla. Allora, agli inviti del capitano che gli intimavano di fermarsi, lui replicava: “Un altro giro signor tenente”. Finché la moto andò a urtare un pagliaio, finendo la corsa in maniera piuttosto tragica. E poi raccontava le “gesta” di quando era in guerra, molto probabilmente racconti di fantasia, nei quali Masino diceva di aver affrontato le mitragliatrici nemiche, e nel racconto si immedesimava così tanto che cominciava a imitare il “Ta-ra-ta-ta”, delle mitragliatici stesse, che sembrava davvero essere lì. E a quel punto il Capitano, raccontava Masino, gli diceva: “Forza ragazzi, a corponi come le serpi”. Tutti ridevano, e Masino ci provava piacere, perché sapeva che a quel punto gli avrebbero offerto altri calici di buon vino, che lui avrebbe tracannato tutti di un sorso. Ma i racconti erano veramente i più disparati e i più impossibili. C’era chi raccontava di aver visto il Regolo, un animale fantastico, a forma di serpente, ma con gli orecchi di uomo, il becco come un uccello, animale pericolosissimo che riusciva anche a incantare le prede e anche le persone. Altri avevano visto il lupo mannaro aggirarsi per i monti di Starniano, Ceppeto, Pescina. Non mancavano i racconti del curato tale o tal’altro che aveva lasciato l’ombrello nelle allora “case chiuse”; oppure del curato della tale parrocchia che ci aveva rimesso un bel gruzzoletto al gioco della “bestia”, naturalmente con le carte truccate da parte di buontemponi che erano riusciti ad aggirarlo. Così passavano le sere al bar fra le frottole, il gioco delle carte, il gioco del biliardo e la saletta contigua che ospitava uno dei primissimi televisori, ma che non funzionava quali mai. Mi ricordo l’Alviero, il barista, che quando questo non funzionava, con della stagnola, frizionava la “piattina” dell’antenna, e qualche volta questo metodo funzionava. Ma quando questo non bastava, dopo alcune volte passava alle maniere energiche, fino a rifilargli dei robusti cazzottoni nella parte laterale del televisore, allora in legno. A quei tempi, bisogna dire, che la gente si divertiva con poco, però con quel poco si divertiva davvero, al contrario di oggi, che la gente non si diverte pur avendo molto.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

CULTURA A BARBERINO: QUASI UN “PORTA A PORTA”
Puntuale come un orologio svizzero, alle 15 sono arrivato nella saletta del Comune di Barberino dove già mi attendevano l’Assessore alla Cultura, Prof.ssa Anna Borgini e il responsabile dell’Ufficio Cultura, Dr. Galgani. Mancavano ancora all’appello la Dr.ssa Cantini e la Dr.ssa Cristina Sali, stagista. Queste due sarebbero arrivate un po’ dopo come ad un vero “Porta a Porta”. In attesa di iniziare l’intervista mi sono affacciato alla finestra della saletta, ben illuminata dai raggi del sole, e con lo sguardo ho fatto un giro a 180 gradi. Subito si è avvicinata la Prof.ssa Borgini, la quale, con un certo orgoglio di chi si sente  “barberinese DOC”, mi ha descritto il panorama sottostante e le colline circostanti. “Vede quella vasca della fontana in basso? L’abbiamo recentemente restaurata e abbiamo posto delle belle luci all’interno, così la notte viene tutta illuminata e fa un bellissimo effetto”. La Prof.ssa Borgini è una bella signora, occhi castano scuri, molto espressivi, è simpatica e sa cogliere al volo tutte le battute, insomma è una di quelle donne che sa il fatto suo. Mi spiega, puntando il dito verso le colline che su una di quelle c’è la famosa Badia di Vigesimo, un luogo carico di storia e di religiosità. Poi mi prega di abbassare gli occhi sul giardino della piazza e mi dice, quasi accarezzando le parole: “Lo dovrebbe vedere d’estate come è bello, quando gli alberi sono tutti carichi di foglie”. Mi parla poi, con fierezza, delle sue origini barberinesi: “Sono nata proprio qui a Barberino, nel Corso, e  i miei genitori e i miei nonni, pure erano barberinesi”. Poi mi parla della sua professione e come ha fatto a diventare Assessore alla Cultura. “E’ la prima volta che faccio l’Assessore ed è la prima volta che entro in politica. La mia elezione ad Assessore è stata causale ed abbastanza improvvisa. Sono un Assessore esterno e sono stata nominata dal Sindaco su base fiduciaria, per amicizia e per fiducia, io e il Sindaco siamo stati compagni di Università”. Poi mi parla del Liceo Scientifico dove insegna. Alla mia domanda un po’ curiosa se i suoi allievi la temano mi risponde che non solo non la temono ma, al contrario, ha con essi un bel rapporto di amicizia. Poi è la volta del Dr. Galgani, persona semplice, con il sorriso sempre sulle labbra, e con il viso da ragazzino che non nasconde un po’ di timidezza. Mi parla un po’ di lui, che non è barberinese di nascita in quanto è nato a Firenze e risiede a Sesto Fiorentino. Tuttavia, se possiamo dirlo, ha il sangue barberinese nelle vene. “Sono un funzionario dell’Ufficio Cultura, e non sono un politico, faccio parte del personale di ruolo del Comune”. Ma il Dr. Galgani è telegrafico, io lo conosco ormai da tempo, so che è una brava persona e quindi gli risparmio una fila di domande che riserverò alla loquace e simpatica Professoressa Borgini, Assessore. Ma proprio come nelle trasmissioni di Bruno Vespa “Porta a Porta”, suona un campanellino: Dlinn Dlonn, si apre la porta ed entra una bella signorina. Mi saluta cordialmente e si va a sedere alla estrema sinistra del tavolo. “Mi chiamo Cristina Sali – dice un po’ impacciata – sono una “stagista”, e mi occupo del nuovo “Centro Culturale” del quale parleremo più avanti. Cristina, come dicevo, è una giovane signorina, ha i capelli neri, occhi nerissimi, sguardo intelligente e labbra dipinte di un bel colore fucsia-violaceo. Ha indosso un “cardigan”, color verde borraccina  indossato su una maglietta nera. Nel frattempo rivolgo alcune domande all’Assessore, che riguardano Barberino, e, in particolare: “Quali sono stati i cambiamenti più evidenti che hanno interessato il paese negli ultimi trenta anni e in qual modo esso risente, in misura maggiore degli altri paesi mugellani, della cultura metropolitana, essendo situato presso l’Autostrada del Sole, tanto da essere definito “la porta del Mugello”?.  “Lei ha colto proprio una caratteristica di Barberino – afferma da Professoressa Borgini – che,se nei decenni, in passato, era un po’ penalizzato trovandosi isolato  e ai margini del Mugello, oggi, anche grazie all’Autostrada non lo è più. Questa posizione di Barberino ha portato un grosso afflusso da fuori, si è avuta una grossa emigrazione  negli anni ’60 dal Sud che ha creato degli squilibri o dei disequilibri nella popolazione originaria del paese, io che li ho vissuti – prosegue l’Assessore – lo so bene, e ora, a questo tipo di immigrazione, si aggiunge quella estera: slava, rumena, ecc. Bisogna quindi salvaguardare l’identità e per salvaguardare l’identità di un luogo non c’è altro mezzo che quello culturale, sia per conservare le  sue tradizioni culturali e anche per far in modo di portare questa gente che arriva da fuori ad essere attirata in questa conoscenza, per farne parte, per condividerla, per acquisire una identità”.  Il campanello suono di nuovo: Dlinn, Dlonn, la porta si spalanca. Entra una bella signora, ha i capelli lunghi o occhi scuri, forse un po’ timida. “Sono la Dr.ssa Cantini – mi dice – e sono responsabile del settore che comprende l’Ufficio Cultura, l’Ufficio Istruzione e i Servizi Sociali (mentre il Dr. Galgani ha la responsabilità specifica dell’Ufficio Cultura). Mi sembra una donna molto dolce, ma anche molto determinata. Nel frattempo ha ripreso a parlare la Prof:ssa Borgini, sollecitata da una mia domanda sul Lago di Bilancino: “Il lago è una cosa importante anche dal punto di vista culturale. Quali interventi prevedete per il lago?”. “Stiamo portando avanti – replica la Prof.ssa Borgini – un “progetto direttore” (si chiama così) che riguarda il parco del lago. Un progetto a cui lavorano degli esperti: si individuano le soluzioni migliori per le varie zone del lago – soluzioni da un punto di vista naturalistico – lei pensi all’Oasi di Gabbianello; soluzioni da un punto di vista turistico che possono portare a un campeggio; dei percorsi storico culturali e naturalistici. Sempre sul lago, nel “progetto direttore”, è previsto un anfiteatro, poiché c’è un punto del lago che si presta per realizzare questa cosa”. “L’anno scorso – prosegue l’Assessore – sono stati fatti sul lago spettacoli di estremo valore, nel mese di luglio, oltre naturalmente alle varie manifestazioni fieristiche. Il teatro di Fiesole portò al Lago di Bilancino le stesse opere che erano state proposte al Piazzale Michelangelo e in Piazza Duomo a Pistoia, con grandi compagnie e una soprano famosissima. Facemmo due grandi opere liriche: la Carmen e il Rigoletto e veramente ebbero un grande successo. Poi un’altra manifestazione bellissima, una compagnia di ballo “Flamenco”, anche quella a livello mondiale. Nella prossima estate vorremmo riportare la lirica, però aspireremmo a affiancare almeno un concerto di musica leggera, però di grande livello”. Per alleggerire un po’ la cosa rivolgo alla Dr.ssa Cantini, la più seriosa, una di quelle domande impossibili che piacciono tanto a me, poiché mi piace vedere la reazione degli intervistati: “Dr.ssa Cantini, restando al lago di Bilancino, secondo Lei, questo mostro “il Regolo” c’è o non c’è? “C’è un mostro al Lago? Non lo sapevo” – dice frettolosa la dr.ssa Cantini. “Certo aggiungo io – il “Regolo” che scende dalla Fortezza di San Piero, in estate, e viene a rinfrescarsi nel lago di Bilancino” “Proprio come a Lochness? “– chiede l’Assesore – non sapendo trattenere una sana risata. “Si – rispondo io  sarcasticamente – e fareste bene, a incrementare questa leggenda a fini turistici”. Lasciato il “Regolo” parliamo di questa grande novità barberinese, vale a dire la creazione di un “Centro Culturale”. “L’Amministrazione – sostiene la Dr.ssa Cantini – pensa di utilizzare uno spazio a favore dei cittadini per realizzare iniziative di carattere culturale e anche sociale. Questo spazio sarà fruibile da tutti i barberinesi e sarà collocato nella zona Via Vespucci. Vi saranno dei locali destinati ai bambini (ludoteca), spazi destinati all’Associazionismo, un  piccolo ambiente polifunzionale per piccole rappresentazioni (auditorium), sale prove musicali e un locale bar, quindi un centro di aggregazione di carattere generale”. Alla Prof.ssa Borgini rivolgo questa domanda: “Per quanto riguarda Barberino “nuova”, cosa si potrebbe fare?” “Manca una piscina e bisognerebbe potenziare la zona sportiva. Due cose però sono urgentissime: una è quella della riqualificazione del centro storico e l’altra la ristrutturazione del Palazzo Pretorio, quello in piazza con la torretta, per farne una sala di rappresentanza per il Sindaco e per ospitare nostre mostre nel periodo invernale, ma anche concerti, incontri con scrittori, ecc:” “E per le zone di Gagliano, Cavallina, Montecarelli?” “A Gagliano stiamo lavorando per l’acquisto dei locali “Ex farmacia” per creare un centro sociale e culturale; per Montecarelli è stato attrezzato un ambiente nuovissimo, che dovrà servire anche per Santa Lucia (località  situata sopra Montecarelli), un ambiente di ritrovo; a Cavallina ci sono tre stanze attrezzate per i giovani, con computers e animatori che stanno lavorando benissimo”. Un’ultima domanda riguardo il Sindaco: “Come si pone nei vostri confronti, cioè nei confronti della cultura, è disponibile?” La risposta è stata corale, unanime: “Il nostro Sindaco dimostra un notevole interesse per la cultura e per tutti gli altri aspetti che riguardano il Comune e la vita dei Barberinesi”. Meglio di così…..!
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

BARBERINO: SOLO UNA “PORTA DEL MUGELLO”?
Un “Porta a Porta” con i responsabili della cultura del Comune di Barberino
Come prima domanda volevo farvi questa, magari si comincia la Lei Assessore, Lei è?
Mi chiamo Anna Borgini e sono Assessore alla Cultura e alla scuola
Siete tutti e tre barberinesi?
Assessore Borgini: Sì io sono proprio barberinese, sono nata qui in Corso e figlia di gente barberinese, papà, mamma, bisnonni
E in dott. Galgani?
Sono nato a Firenze, e quindi sono a Barberino per lavoro
Dlinn…Dlonn…..Si apre la porta entra una bella signorina: capelli neri, occhi nerissimi, golf verde borraccina su maglietta nera, labbra fucsia, sguardi intelligente. E’ la stagista. Ma la Dr.ssa Borgini non è da meno. Simpatica, sa cogliere al volo tutte le battute, è una bella donna, occhi castano scuri molto espressivi, è una di quelle che sa il fatto suo.  
Dopo aver salutato la nuova entrata, la stagista, chiedo che si presenti
Sono Cristina Sali, e sono una stagista, sono laureata in scienza dell’educazione, sono qui a fare il tirocinio post-laurea e mi occupo del progetto e mi occupo del progetto per questo centro culturale
Lei dottoressa Borgini è la prima volta che fa l’Assessore?
Si è la prima volta che faccio l’assessore ed è anche la prima volta che entro in politica.
Come è avvenuta questa cosa casualmente?
Si, è stata una cosa casuale e abbastanza improvvisa. Io sono un Assessore esterno, sono stata nominata dal Sindaco, diamo, su base fiduciaria, siamo stati compagni di università
Quindi è stata nominata per amicizia, o per fiducia?
Si per queste cose e anche perché io sono insegnante delle scuole superiori e insegno a Borgo, al Liceo Scientifico
Mentre il Dr. Galgani non è un politico?
No, non sono un politico, faccio parte di quella che si chiamerebbe la parte “fissa”.  Sono un funzionario dell’Ufficio Cultura
Una domanda curiosa alla Dr.ssa Borgini, i suoi allievi le danno retta? La temono?
Questa non è curiosa è cattiva.  No,  spero che non mi temano, e questo mi sembra anche.
Mi ha detto che è professoressa di lettere, in particolare cpsa insegna?
Io sono insegnante di lettere e di latino nel triennio dello scientifico,  quest’anno ho la quarta e per l’italiano siamo già al Macchiavelli, l’Ariosto, il Cinquecento il Seicento fino ad arrivare al Settecento.
Essendo scuole mugellane, fate anche autori mugellani? Mi riferisco ad esempio a Corsini con Il Torracchione desolato,  insomma fate conoscere anche questi autori locali?
Fino ad ora abbiamo trattato l’Umanesimo, l’Umanesimo civile e l’Umanesimo di Lorenzo dei Medici e trattando Lorenzo abbiamo trattato la Nencia da Barberino, il Pulci con la Beca da Dicomano, piacciono queste cose in quanto nominano i posti che conoscono, gli si da  vita
Dr. Galgani, Lei quali compiti specifici ha?
Il mio ufficio ha come competenza la cultura…..
Nel frattempo come nella trasmissione di Bruno Vespa “Porta a Porta”…Dlinn Dlonn entra un altro ospite. E’ una bella signora, che però non ama farsi riprendere, forse un po’ di timidezza, ha capelli lunghi e occhi scuri
Si accomodi, si accomodi, questa è la Signora…?
Cantini. Ma riprende subito la parola il Dr. Galgani: termino di rispondere alla sua domanda. Il mio ufficio ha competenza su cultura, sport e biblioteca, di questo ultimo settore si interessa una bibliotecaria
A Cristina Sali, stagista, pongo la seguente domanda. In cosa consiste il suo stage?
Consiste nello studio e nella progettazione del Centro Culturale che verrà costruito
Lei signora Cantini di che cosa si occupa in particolare?
Sono responsabile del settore  che comprende l’ufficio cultura, più l’ufficio istruzione e i servizi sociali, mentre il Dr. Galgani è responsabile dell’Ufficio cultura, specifico
Barberino mi sembra dotato per quanto riguarda il settore cultura di uno staff maggiore che negli altri Comuni? E’ un fatto positivo. A cosa è dovuto ciò a un maggior interesse verso la cultura.
Dr.ssa Borgini. Se è dotato più degli altri posti, non glielo so dire
Barberino è un comune grande in espansione e siete il Comune più occidentale del Mugello, per questa sua posizione risente di più della cultura metropolitana?
Dr.ssa Borgini: Lei ha colto proprio una caratteristica di Barberino, che se nei decenni in passato era un po’ penalizzato, quando Barberino era un po’ isolato rispetto agli altri, anche grazie all’autostrada, non è più ai margini del Mugello come lo era una volta e si è ripopolato anche con quella emigrazione, che è stata caratteristica di questo territorio nell’ultimo dopoguerra.
Qui a Barberino avete molti emigranti?
Si, abbastanza
E in percentuale quanti sono?
Poco più del 5%
Questa domanda riguarda Lei Dr. Galgani che ha il compito proprio specifico della cultura. Lei viene da Sesto Fiorentino, alle porte della città di Firenze, Lei sa che questo paese è un paese fortunato, perché non solo è un paese ricco di storia e di tradizioni ed è un paese circondato da cose di importanza enorme: a cominciare dalla Badia di Vigesimo, dalla Pieve di Camoggiano, dalla a Pieve di Petrolio, dal Castello dei Cattani, dal Castello del Trebbio dei Medici, quindi una zona  che è stata degli Ubaldini e poi è diventata dei Medici, zona quindi importantissima voi riguardo a questi monumenti di importanza storica grandissima, qual è la vostra posizione? Poiché ce ne sono alcuni che meriterebbero un restauro. Ad esempio facciamo un caso l’ultimo che mi è capitato l’altra sera, rientrando dall’Alto Mugello, ho visto il Castello di Cafaggliolo  illuminato con luci radenti, che davano un aspetto bellissimo al castello, però queste stesse luci, così intense e radenti mettevano in evidenza una miriade di sbollature dell’intonaco. La domanda è questo in che modo voi potete intervenire, oppure non avete potere alcuno?
Il castello di Cafaggiolo è una struttura privata quindi non è facilissimo intervenire però si possono trovare le modalità di finanziamento, anche di tipo comunitario
Tanto più che adesso avete anche questa bellissima cosa che è il lago di Bilancino che è veramente stupendo, è veramente una cosa azzeccatissima per il Mugello. Io devo dire solo bene del Lago di Bilancino, pèrché una volta non sono potuto andare al maree ho fatto le mie vacanze lì. Questo lago dovrebbe in qualche modo incrementare il turismo e di conseguenza le entrate e quindi darvi il modo di occuparvi di più di questi grandi monumenti….
Dr. Galgani, anche quello è certamente un modo per ottenere risorse
Il lago di Bilancino è una cosa importante anche dal punto di vista culturale. Quali interventi prevedete per il lago?
Dr. Borgini: stiamo portando avanti un progetto “direttore” che riguarda il parco del lago. Un progetto a cui lavorano degli esperti si individuano le soluzioni migliori per le varie zone del lago, soluzioni da un punto di vista naturalistico, lei pensi all’Oasi di Gabbianello, soluzioni da un punto di vista turistico che possono portare a un campeggio, dei percorsi storico-culturali e naturalistici
E’ quindi la domanda che volevo fare il collegamento fra turismo e arte e cultura
Viene immediato perché c’è e quindi va proprio sfruttato
Ora ho una domanda strana ma non so a chi la posso rivolgere. La rivolgerò alla Dr. Cantini, Proprio restando al la go di Bilancino, secondo Lei, questo mostro il “Regolo” c’è o non c’è?
Dr.ssa Borgini: c’è un mostro? Non lo sapevo
Certo, il “Regolo” che scende dalla Fortezza, in estate, e viene a rinfrescarsi nel lago di Bilancino
Dr.ssa Borgini: mancava una leggenda
Si, e fate bene a incrementarla
Dr.ssa Borgini: certo, visto Lochness
Torniamo alle cose serie. I problemi di Barberino legati alla cultura, e quali sono i progetti per il presente e per il futuro?
Dr.ssa Borgini: I problemi ci sono e sono notevoli
Quindi non tutte rose e fiori
Dr.ssa Borgini: Questa posizione di Barberino ha portato un grosso afflusso di popolazione da fuori, si è avuto una grossa emigrazione negli anni ’60 dal Sud che ha creato che ha creato degli squilibri nella popolazione originaria del paese, io che li ho vissuti lo so e ora  a questo tipo di immigrazione si aggiunge quella estera: slava, rumena. Bisogna evitare che questa situazione porti ad essere Barberino una porta del Mugello e basta, cioè che non ha più una sua identità una sua caratteristica ecc. Bisogna quindi salvaguardare l’identità e per salvaguardare l’identità di un luogo non c’è altro mezzo che quello culturale, sia per conservare le tradizioni culturali di un luogo e anche per far sì di portare questa gente che arriva venga attirata in questa conoscenza per farne parte per condividerla per acquisire una identità.
Quindi Lei ritiene che l’ospite non dico abbia l’educazione, ma almeno il buon senso di adeguarsi a quelle che sono…
Dr. Borgini: più che adeguarsi, di integrarsi e noi facciamo in modo che conosca le nostre tradizioni. Ad esempio il primo passo che stiamo affrontando con la scuola è il problema linguistico che va affrontato in maniera sistematica
A Barberino cosa convive ancora delle antiche tradizioni?
I canti del Maggio, questi esistono ancora. L’anno prossimo questa sarà una delle manifestazioni punta. C’è un magnifico gruppo che si rinnova e si accresce. Uomini e donne si vestono con costumi dell’epoca, le donne si vestono da Nencia e cantano in piazza, con  le bancarelle, ecc.
Sul lago di Barberino verrà fatta qualche manifestazione di carattere culturale?
Dr. Galgani: l’anno scorso fu una grande stagione operistica proprio sul lago
Dr. Borgini L’anno scorso sono stati fatti molti spettacoli di estremo valore, nel mese di luglio, oltre naturalmente alle varie manifestazioni fieristiche. Il teatro di Fiesole portò al lago di Bilancino le stesse opere che erano state proposte al piazzale Michelangelo e in piazza Duomo a Pistoia, quindi con grandi compagnie, una soprano famosissima, insomma facemmo queste due grandi opere liriche la Carmen e il Rigoletto e veramente ebbero un grande successo.Poi un’altra grande manifestazione bellissima, una compagnia di ballo “Flamenco”, anche quella a livello mondiale.
Prevedete di fare anche della musica leggera, ma di un certo pregio?
Stiamo lavorando  anche in questo senso, proprio per i giovani. In piazza a Barberino, due anni fa, facemmo venire i Nomadi ed ebbero un grande successo.
Pensate ad esempio anche ad un grande revival degli anni ’60?
Nella prossima estate noi vorremmo riportare la lirica, però vorremmo affiancare almeno un concerto di musica leggera, però di grande livello. Stiamo già esaminando varie proposte
Per quanto riguarda il teatro avete previsto qualcosa, ad esempio sul lago..
Dr.ssa Borgini: nel progetto “direttore” c’è proprio un anfiteatro sul lago, poiché c’è un punto del lago che proprio si presta per fare questa cosa
Dr. Galgani, Lei pensa che il lago abbia sotterrato qualcosa di antico? Mi sembra di aver sentito dire che è stato ritrovato qualcosa di romano…
Dr.ssa Borgini: non mi risulta sia rimasto sotterrato niente di romano. C’è un ponte molto antico detto Sorcella, ma è dalle parti di Gagliano, e non è assolutamente sommerso
Dott.ssa Cantini, secondo Lei aver trasferito quel cancello di Ghiereto, da tutta un’altra parte, che valore culturale possiamo attribuire?
E’ un modo per salvare un qualcosa di un certo rilievo, che comunque non si è perso
A proposito della Villa Gerini. Cosa è previsto per questa grande bellissima costruzione, una delle più belle ville del Mugello nel Settecento
Dr.ssa Borgini: Sicuramente la più bella. L’altro giorno andai alle Maschere e andai a visitare il Castello di Villanova che è del Mille che è stato restaurato in modo esemplare dalla Soprintendenza
Cosa ci faranno in quell’edificio?
E’ gestito dalla Signora Milleri e lei lo mette a disposizione per eventi cultrurali. Io andai per concordare un concerto nella sala che è molto bella l’otto di gennaio con due cantanti liriche
Quell’ambiente si presterebbe per fare anche qualcosa di carattere medievale
Anche la proprietaria è del parere, che essendo stato il luogo restaurato, è bene che venga usato
Veniamo adesso a parlare di questa grossa novità il “Centro Culturale” di Barberino
Dr.ssa Cantini: L’amministrazione pensa di utilizzare uno spazio a favore dei cittadini per realizzare iniziative di carattere culturale e anche sociale. Questo spazio sarà fruibile da tutti i barberinesi e sarà collocato nella zona Via Vespucci
Cosa significa “spazio”
Ha il significato di locali destinati ai bambini (ludoteca), spazi destinati all’associazionismo, un piccolo ambiente polifunzionale per piccole rappresentazioni (auditorium), sale prove musicali e un locale bar, quindi un centro di aggregazione di carattere generale. Lo scopo è quello di creare dei servizi all’interno di questo centro che attualmente non ci sono
Questo centro verrà a integrare un qualcosa che esiste già in parte
Per quanto riguarda alcune attività, sì. Per i bambini abbiamo già un asilo nido. Lo stesso dicasi per la ludoteca. Mancano del tutto gli spazi per le sale musicali dei giovani, come mancano spazi messi a disposizione dell’associazionismo culturale. Questa cosa rappresenta tuttavia una novità per il Mugello
Per quanto riguarda “Barberino nuova” cosa si potrebbe fare. Cosa manca secondo voi?
Secondo quanto hanno espresso i nostri giovani, mancherebbe una piscina e magari vorrebbero potenziare anche la zona sportina, ci sono ad esempio dei campi da tennis un po’ da sistemare. Due cose sono urgentissime: una è quella della riqualificazione del centro storico  che è un’opera grossa ma necessaria, ristrutturare il palazzo pretorio, quello con la torretta in piazza, per farne un salone, per il palazzo comunale, per il Sindaco, ecc. pianterreno fare una zona espositiva per ospitare le nostre mostre nel periodo invernale, ma anche concerti, incontri con scrittori, ecc. Ora ad esempio abbiamo in programma un incontro con un grande scrittore, che per il momento resta anonimo.
Voi avete dei concorsi a carattere letterario?
Abbiamo un premio di poesia, a giugno lo facciamo, che è intitolato a Don Raffaello Cioni
Dr. Galgani che domanda farebbe all’assessore?
Per il momento non ne ho
Dr.ssa Cantini Lei ha una domanda da fare al suo assessore?
Se io fossi in lei farei all’Assessore questa domanda: L’attuale biblioteca ha spazi un po’ ristretti, poco vivibili per i barberinesi. Quali sono i progetti dell’Amministrazione per renderla più accessibile a tutti?
Dr. Ssa Cantini: C’è un progetto grosso, addirittura di costruire una nuova biblioteca nella zona Sotto Castello. Una biblioteca a pianta rotonda, molto suggestiva con un piano interrato e due piani fuori terra
E per le zone di Gagliano, Cavallina Montecarelli?
Per la prima volta sono stati nominati i consigli di frazione, proprio per portare le loro esigenze. Poi nelle frazioni si sono creati dei locali: a Cavallina tre stanze per un centro giovani,  con computer, animatori che stanno lavorando benissimo, a Gagliano stiamo trattando l’acquisto dei locali della farmacia, si sta trattando, anche lì per creare un centro sociale e culturale, per Montecarelli è stato attrezzato un ambiente nuovissimo, che dovrà servire anche per Santa Lucia, un ambiente di ritrovo
Cosa si può ancora dire su questo “Centro Culturale”?
Cristina: E’ partita un’indagine con dei questionari che è stata suddivisa per fasce d’età, quindi verranno interpellati i genitori dei bambini da zero ai sei anni, da sei a undici, i giovani gli adulti e le associazioni per capire le esigenze della popolazione rispetto alla costruzione di questo nuovo Centro, così da partire con l’elaborazione di un progetto specifico che vada incontro alle reali esigenze della popolazione
Riguardo al Vostro Sindaco. Avete un sindaco che ha già fatto una legislatura, quindi un sindaco con esperienza, come si pone nei vostri confronti, cioè nei confronti della cultura, in maniera disponibile?
Dr.ssa Borgini: il nostro Sindaco dimostra un notevole interesse per la cultura
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

LA BECA DA DICOMANO
Il celebre sonetto,vita e altre opere del “mugnaio mugellano” Luigi Pulci
Luigi Pulci nasce a Firenze nell’anno 1432, da una famiglia di origine francese. Ha la possibilità di coltivare gli studi grazie a un impiego di domestico o segretario presso la famiglia dei Castellani, amici dei Medici. Grazie a questo impiego, che tuttavia gli procura un magro guadagno, il Pulci riesce a coltivare gli studi, nonostante anche i dissesti economici cronici che affliggono la sua famiglia. Anche il maggiore dei fratelli, Luca, nato nel 1431, aveva composto un poema mitologico in ottave, il Driadeo d’amore e altri componimenti in rima. Morirà in prigione per debiti. Ma solo Luigi dimostrerà di possedere autentiche doti di fantasia e di impegno. Grazie all’amicizia con i Castellani, amici dei Medici, il Pulci diventa dal ’61 un assiduo frequentatore  di Casa Medici. Alla Corte Medicea, il poeta esercita una sorte di amabile magistero su Lorenzo che egli definisce con affetto il cucco suo e il suo compagnuzzo. Anche se il Pulci non fu mai un vero dipendente dei Medici, egli tuttavia, con il loro aiuto poté esercitare la propria mercatura a Firenze, a Foligno e a Napoli. In casa Medici egli godeva la simpatia e la protezione di Lucrezia Tornabuoni, madre di Lorenzo, e di Clarice Orsini, moglie dello stesso. Fu la Tornabuoni stessa a incitare il Pulci, lui che era di origini francesi, a cantare in versi le gesta di Carlo Magno, proprio in vista di un programma di riavvicinamento di Firenze e della corte medicea alla Francia. Intanto Lorenzo cresceva, ascoltava le lezioni del Ficino e di altri dotti maestri. Il Pulci che non osava mettersi al pari di questi dotti, tuttavia era stato lui a insegnare a Lorenzo a scrivere versi. Da questa passione per la poesia e l’arte Lorenzo protesse e fece fiorire presso la sua Corte le lettere e le arti. Suoi sono i celebri poemetti: I Beoni, I Canti Carnacialeschi e celebre è il poemetto per La Nencia da Barberino, che, altro non è che un lamento d’amore di un certo Vallera per una giovane contadina mugellana. Dicevamo che se il Pulci non era un dotto, un uomo di studi, egli tuttavia aveva fatto le sue letture come poteva: conosceva bene Dante e Petrarca e altre opere, per lo più, testi volgari. Nelle sue composizioni non usava molto i latinismi o vocaboli rari, come pure termini del  cosiddetto “gergo furbesco”. La sua era una poesia comica e familiare. Nel Morgante, la sua opera principale, egli dimostra, non tanto la sua cultura enciclopedica, quanto la sua forza di scoperta e tutto il peso dell’esperienza burchiellesca, oltre la conoscenza della parlata del Mugello e del Valdarno. In Mugello, il Pulci, possedeva un mulino e a questo proposito scriveva: “…E la mia patria sarà dove lo staio della farina vagli pochi soldi; e dove s’infarinino i pesci e’ funghi secchi e le zucche, e non gli uomini….Io mi voglio intanare nel mio Mugello, e starvi tanto che voi non mi ricognosciate in Firenze….Io mi farò mugnaio; per certo io porterò in dosso un sacco a rovescio, et un burattello in capo, e dormirò nella madia….Ma la grande passione per il Pulci è stata sempre quella di scrivere sonetti. Questo era un modo per lui di partecipare agli eventi  fiorentini e del contado e alla vita familiare della Corte Medicea. Uno di questi sonetti fu composto in onore di una donna mugellana (da contrapporre all’altra mugellana Nencia da Barberino, composizione di Lorenzo il Magnifico) con il nome di Beca da Dicomano. Beca sarebbe il diminutivo di Domenica. In questo sonetto Pulci si lamenta per la celebrità della Nencia e nessuno si ricorda della sua Beca:
Ognun la Nencia tutta notte canta
e della Beca non se ne ragiona
……….
La Beca mia ch’è bella tutta quanta
Guardate ben come in sulla persona
Gli stanno ben le gambe, e par un fiore
Da fare altrui sollucherare il cuore.
Poi prosegue:
Tu sei più bianca che non è il bucato,
Più colorita che non è il colore,
Più sollazzevol che non è il mercato,
Più rigogliosa che lo ‘mperatore.
Cosa si potrebbe dire di più, oggi che siamo nel terzo Millennio, in onore delle donne dicomanesi?
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

L’ANTICA PIEVE DI BOTENA
Questa località si trova indicata nell’antichità con il nome di Potèna. In documenti precedenti (1124) è indicata con il nome attuale Botèna. Nelle carte sei-settecentesche viene indicata Boterna (toponimo molto simile a Paterno). Dal Libro di Montaperti, registro nel quale venivano elencate le quantità di grano “promesse” dai popoli e dagli Enti ecclesiastici del contado fiorentino per fronteggiare la guerra contro Siena emerge che la Pieve di Botèna non doveva essere molto ricca. Infatti, la Pieve, antichissima, era stata “tassata” per una modestissima quantità di grano, vale a dire solo 3 staia, imposizione equivalente ad una piccola chiesetta. Alcune chiese “suffraganee”, cioè dipendenti dalla Pieve, erano state “tassate” per una quantità maggiore, in  staia di grano. Ad esempio, le chiese di San Niccolò alla Torricella, San Martino di Corella, San Michele di Rupecanina avevano conosciuto la mannaia del fisco, che per loro ammontava a quantità maggiori delle 10 staia di grano. Sempre dal Libro di Montaperti del 1260 si deduce che la Pieve, era importantissima, territorialmente parlando, infatti aveva sotto la sua giurisdizione 11 chiese. Esse erano: San Pietro a Pimaggiore, San Niccolò alla Torricella, San Michele a Ampinana, San Martino a Rasoio (Rossoio),  San Donato a Paterno, San Martino a Corella, San Lorenzo al Corniolo, San Michele e Santa Maria a Rabbiacanina (Rupecanina), San Bartolo a Farneto, Santa Maria a Rostolena, San Cristofano a Casole. La località, come ci informa Riccardo Francovich ne “I castelli del Contado Fiorentino nei secc. XII-XIII” è una piccola frazione del Comune di Vicchio, posta ad altitudine collinare di mt. 266. Il toponimo Botèna, come altre località poste nelle vicinanze, ad esempio Rostolena, Pescina, è sicuramente di origine etrusca.  (cfr. Pieri, Repetti, Francovich). Dobbiamo distinguere almeno tre fasi importanti  che concernono la storia di questa Pieve. Una si riferisce alla Pieve originaria, anichissima, che sorgeva vicino al fiume Botèna, in località Ginestra, oggi casa colonica semi-diroccata, da me rintracciata recentemente. Nella parte che guarda ad Ovest della colonica è rintracciabile l’antica facciata con i grossi conci squadrati ad angolo, con il tondo che ospitava il roson, completamente tappato da una muratura di mattoni e la parte superiore della parete sinistra in cui è possibile scorgere l’antico filaretto. Da un primo sommario esame, data anche la pericolosità del luogo, non ho notato traccia alcuna del campanile, che suppongo dovesse essere a torre. In una mappa tardo-cinquecentesca (ASF) si nota l’interessante tracciato stradale. Una strada collega direttamente Vicchio, per via obliqua,  alla Pieve di Botèna, però è certo che si tratti della Pieve costruita successivamente proprio in località Botèna.
Infatti come afferma il Calzolai in Chiesa Fiorentina: “La gloria e l’importanza di Botèna cominciarono a declinare allorché sorse il Castello di Vicchio: 20 ottobre 1324”. Dell’antichissima Pieve, che pare sorgesse in località Ginestra, cioè alla confluenza del Botèna con la Sieve, abbiamo i primi documenti nel 1224, questo non significa che la Pieve fosse di molto più antica. Questo documento riguarda una locazione di un podere e un resedio posti nel Castello detto “Castrum Novum positum prope Sanctum Stephanum in Botèna” (Lami, 168). Lo stesso castello, fatto costruire dal Vescovo di Firenze Ardingo, come dice Niccolai: “ci induce a credere che il dominio vescovile vi avesse in tal epoca prevalso”. Il Castello poi è rikcordato in un altro documento del 1232. Per deduzione dobbiamo ammettere che se un Castrum Novum era stato costruito, un altro Castello “vetus”, di proprietà (forse) dei Conti Guidi, non doveva esistere più o tutt’al più doveva coesistere con il Castrum Novum. Ma dove sorgessero esattamente questi castelli non ci è dato sapere. Una seconda fase di questa Pieve, vede l’abbandono della stessa, in quanto come già ci conferma Luigi Gravina in “Vicchio di Mugello, 1943”: “….la Pieve, pur solidamente costruita con pietre scarpellate (leggi: filaretto), ma per difetto del terreno, il tempo rovinò”. Una terza fase della Pieve vede la ricostruzione della stessa, in zona collinare, in località Botèna, allontanandosi dall’”influenza” giurisdizionale della nuova chiesa di Vicchio, che assumeva, entro le mura del Castello, sempre maggiore importanza. Il Brocchi a tale riguardo ci dice: “La Pieve di santo Stefano in Botèna (nell’anno 1747 ndR) è di Patronato della Mensa Archiepiscopale Fiorentina; ed è situata tra il fiume detto l’Arsella, e il fiume Botèna, in distanza di circa un miglio e mezzo da Vicchio”.  Quindi al tempo del Brocchi la Pieve era viva e vegeta. E’ probabile che la chiesa “cessò di esistere” con il passaggio del fonte battesimale, e tutti i diritti, nella nuova chiesa di Vicchio eretta e consacrata nel 1785, circa 40 anni dopo che Brocchi pubblicava la sua “Descrizione del Mugello”. Ebbi occasione, circa 10 anni fa, di recarmi a Botèna e sul luogo esiste ancora a tutt’oggi ciò che rimane dell’antica Pieve: quattro antichi muri in filaretto che costituiscono una cappellina o chiesupola. Purtroppo non ho la documentazione fotografica di questa, in quanto mi fu severamente vietato di fotografare senza il permesso della Curia. Vi risparmio ogni mio commento.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

I PODERI E LA FORNACE DI CAFAGGIOLO NEL 1625
Tempo fa ho avuto modo di consultare presso l’Archivio di Stato di Firenze una serie di disegni che documentano il Castello di Cafaggiolo, gli annessi e i poderi nell’anno 1625. Questi documenti sono molto importanti poiché ci fissano la situazione in un anno preciso, 1625, il palazzo di Cafaggiolo e gli annessi in questo preciso momento. Ma non solo, in uno di questi disegni è raffigurata la tenuta e il Convento di Bosco ai Frati e in un altro quella che doveva essere la famosa fabbrica delle ceramiche di Cafaggiolo. Iniziamo dal Palazzo mediceo di Cafaggiolo. Di questo esistono due disegni. Uno riproduce il Palazzo visto di fronte, inserito nella campagna, sullo sfondo le colline, fra le quali si scorge il Castello del Trebbio. Ma vediamo come era fatto il castello nel 1625. Bisogna dire che esso conservava ancora i caratteri di una rocca fortificata, che ricorda molto i castelli tre-quattrocenteschi. Il castello si erge su una piattaforma  sopraelevata e merlata ed ha tutto intorno una fossa (fovea) piuttosto larga e profonda. Proprio davanti questa piattaforma merlata, si vede nel fossato una slargo, e proprio in questo punto si eleva la prima torre, con la porta munita di ponte levatoio. Passando questa porta ci si trova di fronte il voluminoso palazzo, che ha quasi nel centro, un po’ spostata a destra, un’altra bellissima torre. La porta per entrare nel palazzo si trova proprio in corrispondenza di questa torre o Mastio, come lo si vuole chiamare. In cima alle torri, proprio sotto i beccatelli si notano due grandi stemmi. Proprio di fronte al palazzo si vede un bellissimo prato, recinto da uno stecconato, e agli angoli di questo si notano delle fontane e forse dei gruppi scultorei. Dietro il palazzo si estende, a forma trapezoidale, il bellissimo giardino all’italiana, in fondo al quale si vede una costruzione, o “Casino”, come veniva definito allora. Tutto il giardino è mirabilmente disegnato  con aiuole e camminamenti in forme geometriche ed è tutto circondato da alte siepi. In un’altra pianta, si vede il castello di lato con tutti gli annessi e i poderi. Questa pianta è interessante poiché ci permette di scoprire alcune cose interessanti. Per prima cosa essa ci permette di vedere come era esattamente il lato sud del castello e il lungo edificio che lo costeggiava, che doveva essere più alto dell’attuale, e al cui fianco era appoggiato una specie di portico. La strada principale, sembra che passasse lungo questo lato (proveniente da Campiano) e si immettesse nello stradone,di fronte al castello, affiancando il fiume Sieve in direzione nord. Qui ci sono altre cose interessanti da notare, vale a dire, l’esistenza di una piccola chiesa intitolata a San Jacopo, posta fra lo stradone e il fiume Sieve. Di questa chiesetta, l’unico che ce ne parla è il Brocchi a pag 166 suo libro dice: “Dirimpetto alla suddetta villa vi è una chiesa edificata in onore dell’Apostolo S. Jacopo Maggiore, la quale è di dominio del nostro Augustissimo Imperatore, ed è fabbricata per comodo degli abitanti intorno alla soprannominata Villa di Cafaggiolo, non essendoci memoria alcuna, che ella sia stata chiesa con cura d’anime”. Un’altra cosa interessante di questa pianta è che si vedono due ponti, proprio in prossimità del Castello. Uno di questi, che attraversa la Sieve, è detto Ponte a Cappiano o a Campiano. Di lì passava forse la vecchia strada che saliva a Campiano. Il ponte è di antica costruzione, a schiena d’asino probabilmente, con tre archi sottostanti. L’altro, invece, ad unico arco, si trova sulla strada principale ed attraversa il fiume Tavaiano, proprio quasi nel punto in cui si immette nella Sieve. Un’altra pianta interessante è quella che rappresenta la “Cerreta di Bosco ai Frati”. In questa pianta si ha la situazione precisa del Convento di Bosco ai Frati nel 1625. Il Monastero, inserito in un grande recinto rettangolare, boschivo, e a lato di esso, ed è raffigurato nella parte laterale, che guarda a nord, con il campanile posto sul fianco, alcuni annessi che coprono una porzione della parte laterale e il portico che appoggia sulla facciata. Dall’altra parte  si vedono gli orti dei fraticelli e il giardino. Tutto intorno al Convento sta la “Cerreta”, che doveva essere molto ricca di selvaggina, a giudicare dagli animali selvatici che vi sono rappresentati. Poi c’è la Pianta delle abitazioni delle Guardie edegli Stozzieri. Questi ultimi erano i falconieri incaricati di ammaestrare gli uccelli rapaci per la caccia. Questo nome “strozziere” deriva da “astour”, che nel francese antico significa astore, rapace. Nella tenuta di Cafaggiolo non potevano mancare i mulini ed infatti ce ne sono due: uno sulla Sieve, detto il Mulino della Sieve, l’altro sul Tavaiano, proprio vicino al ponte che scavalca il Tavaiano. L’altra pianta interessantissima è quella che riguarda la “Fornace”. Noi sappiamo benissimo che a Cafaggiolo fu avviata  una fabbrica di ceramica da Pierfrancesco dei Medici, verso la fine del sec. XV e che fu affidata ai ceramisti di Montelupo, Stefano e Pietro di Filippo,  detti Fattorini. Sappiamo che questa fabbrica fu attiva nella prima metà del Cinqucento, ma è probabile che abbia continuato la sua attività, anche se non a quei livelli altissimi, anche successivamente, nel secolo XVII. Lo testimonierebbe uno di questi disegni che raffigura la “Fornace”, composta da tre edifici principali e due accessori. In di questi edifici, entro un vano è inserito il forno per cuocere le ceramiche. Addossate poi su un lato di questo stesso edificio si  vedono brocche o vasi ammucchiati per l’asciugatura. L’ubicazione di detta fornace, almeno da quanto risulta dal “Ristretto della Pianta” era al di là della Sieve, non distante dal ponte di Campiano. Per quanto riguarda le piante dei poderi, possiamo dire esse sono alquanto interessanti. In esse sono rappresentate graficamente le case dei contadini, che sono tutte in muratura e quasi tutte composte da un edificio principale e da uno o due annessi che servono da fienili o per il rimessaggio degli attrezzi. Una di queste case coloniche, detta podere Ponte, è situata proprio nelle vicinanze del Ponte a Campiano e ci permette di vedere in maniera precisa come era fatto il ponte, vale a dire a schiena d’asino, con tre arcatelle. Non c’è una tipologia ben precisa che possa contraddistinguere queste case coloniche o case da lavoratore. Alcune di queste sembrano appartenere alla tipologia più antica, vale a dire quelle con scala esterna, altre sono di tipo abbastanza rudimentale, espressione di quella architettura spontanea che caratterizza l’edilizia agricola del Mugello. L’arco non è molto presente nelle aperture, nelle porte, nelle finestre, salvo poche eccezioni. Quasi tutte le case hanno una specie di porticato o loggia, le cui aperture però sono rettangolari, non centinate, e sovrapposte spesso da balcone con aperture rettangolari molto allungate. Tutti i poderi, senza eccezione sono formati da una porzione di terreno arativo e da una parte di terreno boschivo, detto “Pastura”. Alcune di queste coloniche sembrano molto antiche, e fra di esse ci sono dei veri e propri resedi signorili diventati con il tempo case da lavoratore. Coloro, fra i lettori, che fossero interessati ad approfondire l’argomento presso l’Archivio si Stato di Firenze, faccio presente che la Segnatura è la seguente: “Piante dello Scrittoio delle RR. Possessioni” –  Descrizione dei poderi e fornace di Cafaggiolo – Tomi – Bobina 2 (anno 1625).
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

CAFAGGIOLO: STORIA DI UN PRESUNTO OMICIDIO
La tragica storia di un amore impossibile fra Eleonora di Toledo e Bernardino Antinori
Nell’estate del 1576, il secondo anno del regno di Francesco, successe una terribile tragedia che fece cadere un nero manto di lutto sul Palazzo ducale. La famiglia a quel tempo consisteva in Francesco, con la sua moglie Giovanna e i loro figli, il suo fratello più giovane Pietro (sposato due anni prima con una nipotina della loro madre, chiamata come lei Eleonora di Toledo, figlia di Don Garzia di Toledo) e sua sorella Isabella. Pietro, il più giovane degli otto figli di Cosimo ed Eleonora, fu privato della madre all’età di otto anni, e preso in antipatia dai fratelli, crebbe passionale, geloso, dissoluto, con nessuna buona qualità e adesso aveva 22 anni. La sua giovane moglie Eleonora, aveva a quel tempo quasi venti anni; quando venne a Firenze era quindicenne e  tutti ebbero compassione di lei, una giovane ragazza bella e innocente, per andare in sposa a Pietro. Questa coppia, così male assortita viveva nel Palazzo dei Medici in Via Larga (attuale Via Martelli). Pietro completamente dedicato alla sua vita dissipata (si parla anche di pederastìa), aveva in odio il matrimonio e  dal primo momento trattò Eleonora nel peggior modo possibile. Egli scandalizzava perfino la società di quel tempo con le sue disgraziate orge, mentre la sua sposa veniva come dimenticata e trattata come un oggetto di pietà. I risultati non tardarono ad arrivare.  Eleonora, fatta per l’amore, ma lasciata da una parte e dimenticata si innamorò di un giovane della sua stessa età, Bernardino Antinori. Non molto tempo dopo, uno dei suoi amici attaccò lite con Bernardino e lo assalì nello stretto passaggio che va lungo il lato sud di Palazzo Strozzi e Bernardino per difendere la sua vita uccise il suo assalitore. Egli fu consegnato subito alle autorità e fu confinato, come prigioniero, nel palazzo della sua famiglia fintanto che non fosse stata detta in merito la volontà del Granduca. Eleonora temendo per la sua vita e, fuori di sé dalla rabbia, andò girando intorno al palazzo Antinori nella speranza di vederlo e parlare con lui ad una delle finestre, ma non ci riuscì. Bernardo fu esiliato all’isola d’Elba, da lì mandò una lettera a Eleonora, supponendo di averla data in mani sicure, ma per un caso la lettera fu consegnata a Francesco e subito causò la condanna a morte di Bernardo. Egli fu riportato a Firenze, consegnato al Bargello e gli fu dato solo un’ora per prepararsi alla morte, che fu eseguita il 20 giugno (meditiamo gente, meditiamo!). Il destino di Eleonora seguì velocemente. Il giorno 11 luglio ella ricevette una convocazione da Pietro di incontrarlo alla Villa di Cafaggiolo, lasciando il suo figlio Cosimo di quattro anni a Firenze. Supponendo il peggio Eleonora abbracciò il suo piccolo tante volte in un fiume di lacrime e poi si accinse a partire per Cafaggiolo immersa nell’angoscia e con cuore trepidante. Essa raggiunse Cafaggiolo sulla sera. Pietro cenò con lei, e poi sguainando la sua spada la uccise. Il corpo fu subito sistemato in una cassa e portato la stessa notte a Firenze. Si è detto che questo omicidio di Eleonora, che era la cognata del Duca Francesco fosse stato eseguito proprio  su ordine di Francesco. Trentadue anni dopo, cioè nel 1608, fu eseguito il lavoro per il nuovo mausoleo. Francesco Settimanni, addetto ai lavori (che era un accanito anti-Mediceo)  nel suo diario dice: “L’autore di questa relazione ha preso atto che nell’anno 1608 egli vide il corpo della suddetta Eleonora in occasione della riesumazione e della traslazione del corpo dalla nuova Sacrestia alla Cappella; e che essa era ancora bella come da viva, senza che il corpo fosse minimamente corrotto o danneggiato e appariva esattamente come se dormisse, ed era tutta vestita di candido”. Avendola egli vista 32 anni dopo in uno stato così perfetto di conservazione e non avendo egli visto tracce di ferite, questo potrebbe far propendere per la  versione, come del resto fu dichiarato al momento della sua morte, che Eleonora non fosse stata uccisa da Pietro ma che la stessa fosse morta per altre cause; forse il suo cuore  non resse all’emozione di quell’incontro. Questa incorruttibilità della salma inoltre dimostrerebbe che non ci sia stata fretta nel fare il funerale, e inoltre dimostrerebbe che ci sia stato tempo sufficiente per fare l’imbalsamazione del corpo. Il figlioletto di Eleonora, Cosimo, morì alcuni mesi dopo la sua mamma, ed è sepolto in un angolo del mausoleo. Quando nel 1857 la cassa del piccolo Cosimo fu aperta il corpo fu trovato vestito di velluto bianco ricamato con fili d’oro, e aveva sul capo una piccola cuffia di velluto nero circondato da un cerchio di fiori in oro filigranato. In una tavoletta d’argento fissata dietro il capo c’era una iscrizione che diceva: “Cosimo figlio di Pietro, e nipote del Duca  Cosimo I, deceduto all’età di anni 4. Strappato da una grande fortuna. Venuto al mondo nel febbraio 1571. Purtroppo chiamato velocemente a lasciarlo nel settembre 1576”. Dopo questo episodio Pietro fu mandato alla corte di Spagna e lì rimase per il resto della sua vita odiato come lo era a Firenze. Morì in Spagna nel 1604. Il Niccolai pur trattando del fatto in maniera più succinta e, direi quasi telegrafica, dice in proposito: “Ivi (a Cafaggiolo), Don Pietro, vile e svergognato, fattosi sicario del fratello Granduca, che l’aveva comprato per 40.000 ducati alla tutela di un falso onore, ripudiato per la vergogna di cinedi (atti contro natura) l’affabile sua sposa Eleonora di Toledo la pugnalava il dì 11 luglio 1576, di sera tarda, nella camera di lei al secondo piano della villa”. Come possiamo vedere anche la storia si presta a molteplici interpretazioni. Ma la verità dove sta? Dobbiamo credere più al grande studioso C. F. Young che nel 1912 ha scritto due grossi volumi sui Medici, o forse è più veritiera la versione dello storico locale mugellano Francesco Niccolai nella sua “Descrizione del Mugello” del 1914?  Vorrei concludere con una battuta, ma è solo una battuta, dello scrittore Oscar Wilde: “Dare una descrizione precisa di quello che non è mai successo è il mestiere proprio dello storico”. Ma questo non è il caso.
Girone, 4 aprile 2003

Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

CARLO CALZOLARI: UN MUGELLANO “HONORIS CAUSA”
Pinocchio: traduzione dall’originale in dialetto monghidorese 
“Uj’era una vòlta …. Un Re! i deren subétt i mé letur. No raghèz, avi sbaglié. Uj’era una vòlta un pèz ed lègn” (Traduzione: “C’era una volta…..Un Re! diranno subito i miei lettori. No ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno”) Di sicuro avrete riconosciuto che si tratta dell’inizio del libro di Pinocchio si C. Collodi, tradotto in una lingua un po’ difficile per gli amici mugellani, i quali diranno subito: “Ma che lingua è questa, è forse goto?” Se vi siete posti questa domanda, siete andati molto vicini. In che senso, direte voi? Nel senso che il posto in cui si parla questo dialetto è proprio ai confini del nostro Mugello e della Toscana con l’Emilia: si chiama Monghidoro e il nome sembra derivi da “Mons Gothorum” (Monte dei Goti). Ma Monghidoro, tra l’altro è il paese di persone illustri del passato e del presente. Basti ricordare Ramazzotto di Scaricalasino (un altro nome antico per designare Monghidoro), eroe per la gente di queste parti, e gran figlio di….samaritana per i toscani, vissuto nel sec XV. Mentre, per quanto riguarda il presente, il Gianni nazionale, ma chi altro se non il Gianni Morandi, l’”inossidabile” cantante degli anni ’60, ’70 fino ad arrivare a noi. Monghidoro, pur essendo in Emilia, è molto vicino al confine con la Toscana. Per farvi capire, quando siamo alle Filigare, ex dogana granducale, se percorriamo ancora 100 metri ci troviamo in territorio bolognese. Subito dopo troviamo la Ca’, un posticino di villeggiatura. Qui una volta si ballava con la fisarmonica; anch’io ci sono stato molte volte. Quanta allegria ci metteva addosso quella musica che usciva da quell’organetto! E che spettacolo vedere quelle persone che piroettavano leggere come delle piume! Ma tornerò su questo argomento. Dopo la Ca’ si trova Ca’ del Costa, anche qui l’estate ballavano all’aperto. Subito dopo c’è Monghidoro, luogo di villeggiatura, sui 900 mt di altitudine, punto di incontro di bolognesi, che hanno qui le loro villette, ma anche di toscani. Proprio questa vicinanza al Mugello e alla Toscana, e il grande amore per il proprio dialetto, spingono Carlo Calzolari a tradurre Pinocchio nel suo dialetto. La sua è proprio una mania, traduce tutto ciò che gli capita, in dialetto monghidorese. Da ragazzo ha tradotto perfino il sillabario. Da Pinocchio prendo alcune frasi fra le più caratteristiche da lui tradotte: “Birbòn d’un fiol, ta ni incòra fini ed fer e tecminz bele a mancher ed respet a tu peder. Ma et fe mel; dimondi mel, cher ei mi ragazòl” (Traduzione: “Birbone di un ragazzo, non ti ho ancora finito di fare che tu cominci già a mancare di rispetto a tuo padre. Ma tu fai male; dimolto male, caro il mio ragazzuolo). Un’altra frase, questa esce dalla bocca di Pinocchio: “Fra i mistir dei mond ungn’è soltent un che verament um va a geni”. Gli va invece un altro mestiere: “Quell ed magner, ber, durmir, divertim e fer de la matenna a la sira la vétta dei vagabond” (Traduz.: “Fra i mestieri del mondo non ce n’è neppure uno che mi va a genio”. Gli va invece “Quello di mangiare, bere, dormire, divertirsi e fare dalla mattina alla sera la vita del vagabondo”). Sempre Pinocchio che parla: “Incò. andrò a sintir i peffer, edmen a scòla : per ander ascòla ui’è semper temp” (“Oggi andrò a sentire i pifferi, e domani andrò a scuola, per andare a scuola c’è sempre tempo”). Di Mangiafuoco: “in fond un’era brisa un’omen cativ” (“In fondo non era un uomo cattivo”. Mangiafuoco alla fine si intenerisce e dice a Pinocchio: “te ti un brev ragazòl” (“Tu sei un bravo ragazzo”) e poi gli domanda: “Cum’us’ciamel tu peder?” (“Come si chiama tuo padre?”). Pinocchio gli dice si chiama Geppetto e Mangiafuoco gli domanda ancora: “E che mister ei fal?” (“Che mestiere fa?”) “Ei puvrett” (“Il povero”). “Ei guadagnel dimondi?” (“Guadagna molto?”). “Ei guadagna quent ui vòl pr’an’aver mai un zentesum in bisaca” (“ Guadagna quanto ci vuole per non aver mai un centesimo in tasca”). Poi la volpe che dice a Pinocchio: “Per la pasiòn sciòca ed studier ai’ho pers una gamba” (“Per la passione sciocca di studiare ho perso una gamba”). E così il libro prosegue fra uno spasso e l’altro. Già Pinocchio, di per sé, è un capolavoro internazionale della letteratura dell’infanzia, e il libro diventa ancora più divertente a leggerlo tenendo accanto l’originale in italiano. Ma Carlo Calzolari, che è nato nel 1918 a Monghidoro, e di lì non si è mai mosso, ha altre “passioni”: quello della pittura, della musica. Tutto quello che di creativo viene pensato a Manghidoro passa attraverso il suo vaglio, la sua consulenza, la sua approvazione. Insomma è un “ragazòl” (ragazzo, si fa per dire) in gamba. Scrive delle poesie e “zirudele” che sarebbero delle filastrocche. Insomma un monghidorese, un emiliano, che se lo senti parlare in dialetto ti fa venire in mente i Goti, e ti sembra tanto lontano da noi toscani e mugellani. Tuttavia, al di là di quelle che sono le impressioni Carlo Calzolai, in arte Mazzi, è un uomo con il cuore tanto vicino a noi mugellani e toscani, da considerarlo quasi “uno dei  nostri”, un mugellano “honoris causa”. Il suo libro in dialetto monghidorese è stato catalogato ed inserito nella Biblioteca Collodiana della Fondazione Nazionale “Carlo Collodi” dove va ad aggiungersi alle edizioni integrali di Pinocchio in 60 lingue europee ed extraeuropee. Il libro è intitolato Pinocchio, e non “Pinoch” (che sarebbe l’equivalente in dialetto) ed è edito da: Editrice “Lo Scarabeo” di Bologna.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

HO QUASI MILLE ANNI MA NON LI PORTO BENE
Camoggiano: eutanasia di una chiesa mugellana
Se fosse possibile chiedere alla vetusta chiesa di Camoggiano la sua età, la risposta sarebbe più o meno questa: “Ho quasi 1000 anni ma non li porto bene”. Allora immaginiamoci che la nostra chiesa sia come una vecchietta, un po’ ricurva sulla schiena, con le mani un po’ tremolanti che reggono un bastone. Lasciamo che questa cara vecchietta ci racconti un po’ della sua storia. Ecco il racconto: “Sono nata, forse nel 1200, la bellezza di 800 anni fa, ma sapete come andavano le cose a quei tempi, quando uno nasceva, non era come oggi che lo iscrivono subito all’anagrafe del comune. Quando nacqui io nessuno si preoccupò di redigere un atto notarile, o meglio una pergamena, poiché allora i documenti erano fatti di pelle di pecora. Da una piccola chiesetta che ero, di poca importanza, piano piano crebbi e divenni una bella chiesa romanica. L’architeto che mi costruì fu davvero bravo; mi fece con dei muri in pietre squadrate, in filaretto, con una bella abside semicircolare e mi mi corredarono di bellissimi arredi. Furono dei signori molto importanti della zona che mi diedero questo bellissimo e nuovo look, si chiamavano Cattani. Io non posso negarlo, a loro piacevo, specialmente a quel rampollo della loro famiglia, che veniva spesso a trovarmi la domenica, mi sembra si chiamasse….M…Che smemorata, non me lo ricordo. A dire la verità anche a me piaceva quel giovane Cattani. Ah, se fossi stata più ricca….non me lo sarei lasciato scappare. Era, un bel giovane, alto, biondo, di origine germanica, e parlava un accento straniero, però con me era carino. Quanti rampolli di quella famiglia ho visto passare sotto il mio portale e sedersi sulle panche con i loro abiti eleganti per assistere alle funzioni religiose. Spesso e volentieri anche i preti provenivano dalla loro famiglia. Proprio così, evidentemente a me ci tenevano e molto. Nel 1300, il Signore della Famiglia Cattani, fece ordinare a Firenze, forse a Puccio Fiorentino, forse a un altro artigiano, delle nuove campane per il mio campanile. Quando le portarono lassù in cima sulla torre campanaria, erano nuove di zecca, brillanti, e suonavano come il migliore dei bronzi può sonare. Tutti i popolani si radunarono per l’occasione, e  molti si mettevano a guardare in sù, per ore ore, e quando le campane cominciavano a muoversi la loro contentezza era incontenibile. Ma forse queste campane non erano adatte per un campanile così modesto come quello della mia chiesa. Fu, allora, che nel 1400, gli stessi signori mi rifecero un bel campanile a torre, tutto in pietra e misero le vecchie campane sul nuovo campanile.Verso il 1470 arricchirono la mia facciata con una bella loggetta con archi e colonne. Io andavo fiera di questa loggetta, a Firenze una simile ce l’aveva soltanto una mia consorella più illustre: Santa Croce, la cosiddetta cappella dei Pazzi. Da allora vissi una vita abbastanza modesta, da chiesa di campagna qual’ero, anzi, non vorrei dequalificarmi troppo, da antica prioria quale ero sempre stata. Nel 1496, se non ricordo male, mandarono come priore a Camoggiano un bel giovane, e volete sapere a quale famiglia apparteneva? Ebbene, si ve lo voglio dire. Era uno dei Cattani. Pensate questo bellissimo giovane, era un canonico della metropolitana fiorentina e io mi chiesi che cosa ci venisse a fare questo nobile in una chiesina di campagna, con tante belle chiese che c’erano a Firenze. Mi ricordo anche il primo giorno, quando arrivò nella canonica. Aveva proprio l’aspetto del gran signore. Aveva una bellissima tunica di color porpora, e nelle mani teneva un berretto quasi dello stesso colore. Si chiamava Pandolfo ed era figlio di Urbano Cattani. I suoi capelli erano lunghi ed aveva una piccola chierica dietro la testa. I suoi occhi erano grandi e scuri e il suo aspetto fiero e nobile. Con questo nobile signore le cose cambiarono veramente tanto. Era uno generoso, che faceva le cose in grande. Un giorno fece venire un talento di pittore da Firenze, un certo Bartolomeo di Giovanni, che lavorava nella bottega del Verrocchio, per fare un dipinto importante. Pandolfo, non per immodestia, ma si era fatto dipingere da questo bravissimo pittore accanto alla Maddalena e ai piedi della croce di nostro Signor Gesù Cristo. Inoltre alle sue spalle aveva fatto dipingere Sant’Andrea, il patrono, il quale appoggiva delicatamente la sua mano sinistra sulla sua spalla. Ai piedi, ricordo, poi Pandolfo aveva fatto mettere un piccolo stemma di famiglia. Lo stesso pittore aveva dipinto anche due predelle, che pensate, ora non sono più qui, mi sembra, addirittura una in Canada e l’altra in Inghilterra. Da quando Pandolfo prese in mano le redini della chiesa, la vita qui si movimentò molto. Questo Signore fece fare cose stupende per me. Prima di tutto ordinò alla bottega dei Della Robbia, grandi artisti fiorentini, e in particolare a uno di loro, un certo Benedetto Buglioni di fare un bellissimo Fonte Battesimale ottagonale, tutto in terracotta, con formelle fatte dallo stesso Buglioni. Pensate, una di queste formelle, molto più tardi, eravamo, se non erro, nel 1906 e questa fu rubata. Io, che ero lì, il ladro lo vidi e lo vidi bene, però era un uomaccio, tutto coperto da un mantello scuro, e poi….era buio…Questo ladrone non si accontentò solo della formella, mi volle rubare anche il Bassorilievo con la Vergine con il Bambino, che pure aveva fatto fare Pandolfo nei primi anni del 1500. Fu a seguito di questo brutto episodio che la vita per me si fece difficile. Tutte le mie opere più importanti vennero portate a Firenze, dissero allora, per sicurezza. Va bene, ma io intanto le mie opere non ce l’avevo più. Ora, il mio bel Fonte Battesimale robbiano l’hanno messo nel Museo Diocesano di Vicchio; il dipinto con la Crocifissione, (meno male) è rimasto qui a Barberino, ma non qui da me, ma nella vicina Pieve di San Silvestro. Ora, mi fanno ridere…. tutti parlano che ci vogliono aiutare, tutti dicono che le opere d’arte devono stare nei loro luoghi d’origine e poi guardate qui a Camoggiano, dove sono andate le opere d’arte? Un po’ in qua un po’ in là.. Si riempiono la bocca con dei paroloni difficili e fanno a chi le spara più grosse. Ma io, sia ben chiaro, rivoglio la mia tavola con la Crocifissione, rivoglio il mio Fonte battesimale e possibilmente tutte le altre cose. Sono stufa delle promesse. Tutti dicono che vogliono proteggere le chiese, intanto guardate me. Guardate il mio bellissimo loggiatino, le mie colonne che si stanno sbriciolando, perché nessuno fa niente e si divertono a fare lo scaricabarile. E poi, lo volete sapere, la mia bellissima canonica, lo sapesse Pandolfo……con il bellissimo loggiato, l’hanno dato in affitto a degli extra comunitari a degli albanesi…….Dicono che li vogliono aiutare. Ma perché non li aiutano nel loro paese d’origine, bisogna proprio dar loro le nostre chiese più belle? Anche le mie consorelle non sono da meno. Soffrono di questa situazione, anch’esse sono diventate vecchie e decadenti. E poi mi dicono che non portiamo bene gli anni! Ma la colpa di chi è? Mah! La colpa morì fanciulla, invece io sono vecchia….molto vecchia!”
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

CANTICO DI SAN FRANCESCO LIBERA TRADUZIONE E COMMENTO
Altissimo, onnipotente e buon Signore
a te spettano le lodi, la gloria e ogni benedizione,
solo a te, Signore, si addicono queste cose
poiché nessun uomo è degno di pronunciare
neppure il tuo nome.
Che tu sia lodato, Signore, con tutte le
tue creature, specialmente il sole, nostro fratello
e signore, il quale ci dà luce durante il giorno
e per mezzo di lui tu ci illumini. Inoltre, egli è
raggiante, dotato di grande splendore: egli ci dona
il significato della tua presenza.
Che tu sia lodato, mio Signore, per la luna,
nostra sorella, e per le stelle, tu le hai create in cielo
belle, splendenti e preziose.
Che tu sia lodato, Signore, per fratello vento
e per l’aria e le nubi, il sereno e ogni tempo,
poiché per mezzo di queste cose tu sostieni
le tue creature.
Che tu sia lodato, mio Signore, per l’acqua,
nostra sorella, che è molto serena, preziosa,
limpida e umile.
Che tu sia lodato, Signore, per fratello fuoco,
per mezzo di lui tu rischiari la notte e egli è bello,
sfavillante, gagliardo e allegro.
Che tu sia lodato, mio Signore, per la terra,
nostra sorella e nostra madre, la quale nutre e sostiene
gli uomini e produce svariati frutti, erbe e
fiori colorati.
Che tu sia lodato, Signore, per il sacrificio di tutti
coloro che perdonano e sopportano dolori e malattie.
Beati coloro che le sopporteranno con pazienza poiché
essi saranno da te premiati.
Che tu sia lodato, Signore, per la morte del corpo,
nostra sorella, dalla quale nessun vivente può scappare.
Guai a coloro che cadranno nell’abisso del peccato;
beati coloro che avranno fatto la tua volontà,
poiche non subiranno la morte dell’anima.
Lodatelo e beneditelo il mio Signore,
servitelo e rendetegli grazie, con grande umiltà.

(Libera traduzione di Paolo Campidori)
Non sipuò dire che Francesco avesse rinunciato alle ricchezze, egli aveva rinunciato a tutto. Ma non per questo egli era povero, ce lo dimostra questo cantico, egli era l’uomo più ricco del mondo perché “possedeva”, pienamente, completamente le “creature” del Signore che sono l’aria, il vento, l’acqua, il sole, la luna, il fuoco.
Per capire San Francesco bisogna immedesimarsi nella povertà della sua vita. Camminava scalzo, anche con il ghiaccio e la neve, negli inverni più rigidi, elemosinava il mangiare, aveva un saio tutto rattoppato. Ma non per questo era triste, anzi, era allegro: cantava le lodi del Signore, ballava, tanta era la sua contentezza di creatura “piccolissima” del Signore. Il Santo si considerava una “pianticella del Signore”, e anche Chiara definiva San Francesco così. Ma Francesco  non era solo il “poverello del Signore” egli era anche l’umile “pecorella” del Signore. Mi piace ricordare nei Fioretti quando Francesco tornava, camminando a piedi scalzi, da Perugia a Santa Maria degli Agnoli (Angeli) “tormentato dal freddo e dalla piova”, stanco e affamato ad un tratto si rivolge a Frate Lione, che lo accompagnava, quale fosse stata la cosa più degna e più grande per un frate poverello del suo Ordine. Non certo saper parlare tutte le lingue, non certo la sapienza, o mille altre cose. Allora Lione, cortesemente ma decisamente, vuole sapere a tutti i costi dove sta la vera grandezza. La risposta è che l’uomo è veramente grande quando sopporta con pazienza sciagure, martirii, dolore, per amore di Cristo. E fa l’esempio che una volta arrivati a Santa Maria degli Agnoli, il portiere fingendo di non conoscerli, li respinga brutalmente e li lasci per tutta la notte al freddo e al gelo. Non solo, ma indispettito dalle richieste dei frati di lasciarli entrare nel convento, il portinaio esca con un randello e li colpisca “ad nodo ad nodo” e li lasci tramortiti e sanguinanti sulla neve.”Ecco, se noi sapremo, sopportare tutte queste ingiustizie per amore di Dio, qui sta la vera grandezza”,replica il Santo.
San Francesco dunque aveva rinunciato a ricchezze “effimere”, viveva la sua povertà in modo totale. Proprio per questa ragione egli possedeva totalmente tutte le ricchezze della natura che sono nell’universo. Anzi, lui era tutt’uno con la natura: la terra che germoglia le messi, i fiori che sbocciano nei prati, i fiumi che scendono fragorosi nelle gole delle montagne, il fuoco che lo risparmia dal gelo invernale, il cielo stellato (immaginiamoci come questo doveva apparire a San Francesco|) con le stelline “clarite et belle” come gemme. Infine gli animali verso i quali nutre un amore e una simpatia particolare, anzi fratellanza. Fratello lupo, sorelle tortore; Francesco predica la parola del Signore anche a loro e queste dimostrano amore e riconoscenza verso San Francesco. Tutto quello che Dio ha creato è meritevole dell’amore di San Francesco. Anche i lebbrosi meritano amore, e Francesco bacia uno di questi, come il più caro dei fratelli, perché più bisognoso. Il creato è l’espressione più diretta di Dio. Così fratello sole, che riscalda e illumina la terra e permette alle creature di esistere. Francesco ripete instancabile: Che tu sia lodato Signore…Che tu sia lodato Signore…Francesco, non ama solo la natura, è in contatto continuo con il Signore, prega in continuazione. Questo rapporto così stretto con il Creatore è la sua vera “ricchezza”. Egli non brama altro, se non quello di una vita di povertà assoluta. E Chiara. “pianticella di San Francesco, a sua volta”, ribadisce: “nella lotta un uomo vestito non può competere con un uomo nudo, in quanto quest’ultimo non ha appigli da offrire all’avversario”. Naturalmente la lotta è la lotta con il demonio e gli appigli sono le ricchezze terrene. Francesco non è distratto da niente. Mi viene in mente il film di Zeffirelli “Fratello sole e sorella luna” quando San Francesco e San Bernardo sono intenti nella ricostruzione della chiesetta di San Damiano, momento in cui sembrano talmente assorti nell’opera del Signore quasi da apparire, come si direbbe oggi, “poco normali”. Ma Francesco tira dritto per la sua strada, neppure la morte lo impaurisce. Anzi per lui la morte è “sorella morte”, una cosa essa stessa del creato, come tutti gli altri elementi della natura. Francesco ha, invece, molta paura della morte “seconda”, cioè della morte spirituale, della morte dell’anima.  A sera Francesco, stanco della giornata, dei lunghi viaggi percorsi a piedi nudi, stanco delle veglie, delle interminabili preghiere, si addormenta su un giaciglio sulla nuda roccia con unica coperta il suo saio bigio rattoppato (Questa reliquia è conservata a Assisi). Alla Verna, dove Francesco ha ricevuto le stimmate, è visibile in un antro fra le rocce il giaciglio di pietra dove dormiva il Santo.
Questo piccolo apporto al Santo “poverello” è un invito ai mugellani ad andare a riscoprire i luoghi francescani come la chiesa di San Francesco a Borgo San Lorenzo. In questa città del Mugello, tra l’altro, San Francesco c’è sicuramente stato ed ha predicato alla popolazione “su la piazza del castello” che era accorsa da ogni luogo del Mugello. San Francesco non li deludeva mai, sprizzava allegria da tutti i pori, ballava e cantava e lodava il Signore. Poi c’è il Convento di Bosco ai Frati, anche questo ricco di testimonianze e d’arte, munificato nel ‘400 anche dai Medici, riedificato su disegno di Michelozzo, architetto personale di Lorenzo il Magnifico. Questo convento merita veramente una visita per i ricordi francescani ma anche perché qui si registra un altro fatto importante. Un Santo importante, San Bonaventura da Bagnoregio, ricevette in questo convento la porpora e il cappello cardinalizio da un messo del Vaticano, ma essendo il Santo impegnato nell’orazione nell’orticello del convento, appense il cappello cardinalizio ad un albero, un corniolo. Come dire: prima viene l’Ufficio Divino poi tutte le altre cose.
 
Paolo Campidori                     
(Copyright P. Campidori)

 

LASSU’ DOVE OSANO LE CAPRE 
Giovanni, 93 anni e Natalina, 92 anni, abitano al Marzocco di Firenzuola, nei pressi di San Pellegrino. Li ho trovati per puro caso. Ho seguito un cartello che indicava questa località Il Marzocco: mi ha attirato soprattutto il nome. Però fatto un breve tratto di strada ho pensato che sarei dovuto tornare indietro, poiché davanti a me si parava la muraglia delle montagne aspre e maestose, accessibili solo alle capre. Con grande meraviglia ho visto invece che la stradina proseguiva, costeggiando imponenti cave di pietra serena e un torrente che scorreva giù a fondo valle. La mia auto ha dei sussulti, quasi non ne voglia sapere di andare avanti, proprio come fanno i muli quando si impuntano e non hanno voglia di procedere. Invece di dare una bella frustata, metto la prima, e la mia auto ricomincia a scorrere silenziosa fra boschi e precipizi. Arrivo ad un certo punto e sulla mia destra, vedo uno di quei capannotti che servivano ai pastori per ripararsi dalle intemperie quando portavano le greggi di pecore a pascolare su questi monti. La strada si inerpica sempre di più e dal basso vedi lo snodarsi della strada che porta fino alla cima della montagna. Ogni tanto si sentono forti boati seguiti da un rumore assordante di rotolamento di pietre. Sono gli unici rumori che riesci a percepire in questa vallata ai quali seguono lunghi intervalli di silenzio. Ma a un certo punto il silenzio è rotto da un canto di un pastore. che, con molta tranquillità, scende la strada a piedi. Mi rinfranco da questa presenza umana e arrivato a un bivio, vedo una sorgente di acqua ed una casa poco più distante. Voglio vedere se la casa è abitata e con mia grande meraviglia mi viene incontro un vecchio signore, appoggiandosi appena su un bastone. E’, appunto, Giovanni, che ha accanto a se un simpatico canino. Poco dopo arriva anche la moglie, Natalina. Tutti e due dimostrano una grande vitalità nello sguardo, ma non solo. Di lì a poco mi raccontano una di quelle storie che io andrei anche in Cina per sentirmele raccontare. Mi reputo fortunato di aver preso “per i capelli” uno spaccato di vita così importante che sta per sparire definitivamente da questo territorio. Giovanni e Natalina si sono amati e si sono amati tanto e per tanto tempo. Mentre Natalina mi dice questo, Giovanni senza inibizione le accarezza la mano appoggiata sul suo bastone. La casa dove abitano era anche la casa del babbo che di mestiere faceva il fabbro e il mugnaio, ma faceva anche l’agricoltore. Mi fa vedere dove era la sua bottega. Ci sono ancora gli attrezzi che lui usava per forgiare utensili, aratri e quanto altro serviva per le conduzione del podere e del molino. Questo molino si trovava sotto Prosezzo, una località nella zona, e fu venduto negli anni ’40 per 1000 lire. Le risorse della famiglia arrivavano anche dai marroni. Ma come si sono conosciuti Giovanni e Natalina? Si sono conosciuti frequentando a San Pellegrino la scuola elementare, fino alla terza classe, negli anni 1915-1920 circa. Da allora non si sono più persi di vista. E’ sbocciato poi l’amore e nel 1936 si sono sposati, e ci tengono a dirlo, sia amano ancora. Hanno avuto dei figli. Ma Natalina non si è limitata ad accudire i figli. Alla mia domanda se ha lavorato anche lei si è messa a ridere. “Certo che ho lavorato! Tante volte con un bambino in collo a badare le bestie, e, durante il fronte ero rimasta da sola”. In questa zona la guerra è stata molto dura. Queste montagne erano battute sia dai partigiani che dai nazi-fascisti che erano posizionati in località Bastia, in cima al monte, al confine con Palazzuolo. Ma il signor Giovanni non ama parlare di questo periodo: “E’ stato un periodo troppo brutto” – mi dice.  Poi mi fa vedere la sua casa e gli annessi. Prima il seccatoio dei marroni. Questo piccolo edificio in muratura, con il tetto a lastre, è composto dalla parte inferiore dove fanno il fuoco. La legna da ardere deve essere di castagno, altrimenti la farina di castagne diventa amara. Sopra c’è un graticcio o una rete dove vengono distesi i marroni. Il fuoco va coperto con la “lolla”, che sarebbero i gusci dei marroni e va fatto ardere notte e giorno per 40 giorni. Anche la notte, prima di andare a letto, bisognava controllare il fuoco. Il signor Giovanni possieede una delle prime macchine per la battitura dei marroni, questa serve per separare la buccia dal marrone. Le castagne vengono così “spulate”, cioè  vengono fuori belle e pulite. Poi mi fa vedere il forno. Questo è di forma circolare all’interno, rivestito di mattoni, e anche il piano è di mattoni. Il coperchio di chiusura è in pietra e andava stretto bene altrimenti il pane non si cuoceva. Sopra lo sportello del forno un camino convoglia il fumo in uscita. C’è,su un angolo della casa, una meridiana antica, molto interessante, con i numeri romani e questa era il loro orologio. La casa dove abitano ha ancora i pavimenti in lastre, come pure il tetto. Sia la casa che gli annessi si aprono ad arco e, a lato della strada, una mulattiera che conduceva a Palazzuolo, c’è una chiesina, che probabilmente è molto antica. All’interno vi è una copia della Madonna di Boccadirio. Questo era un  tratto di strada molto antico e molto importante, che univa San Pellegrino a Palazzuolo passando per la Valle del Ceppeto. Ma le sorprese non finiscono. A circa 100 metri dalla chiesina c’era un antico Convento che si chiamava “Casa del Solano”, adesso in quel posto ci sono dei ruderi e una prunaia. Purtroppo di questo convento non  sono riuscito ad avere notizie. Giovanni mi fa infine vedere la legnaia. Questo annesso in muratura ha come caratteristica una porta centinata, cioè ad arco, fatto di legno di castagno. Lasciando quel posto, affido alla Madonna di Boccadirio, titolare della chiesetta, Giovanni e Natalina, augurando loro di vivere ancora a lungo, amandosi teneramente.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

TITO CASINI ATTRAVERSO I SUOI SCRITTI E LE TESTIMONIANZE DEI PARENTI E AMICI
Tito Casini è sicuramente uno dei “grandi” del nostro Mugello. Dicendo Mugello intendo questa parola e nessun altra. Potevo usare la parola Alto Mugello o Romagna Toscana ma non l’ho fatto volutamente. Tito Casini è sicuramente nato e vissuto in quel lembo di territorio che oggi chiamiamo Alto Mugello, volendo indicare la “Romagna toscana”; però lui essendo nato e vissuto fra le borgate di Cornacchiaia, Faeto, Le Latre, ha “respirato” in senso figurativo, ma non solo, la brezza mugellana che, in un primo percorso, sale i monti di Sant’Agata e successivamente discende dal varco di quello che una volta si chiamava Osteria Bruciata. Questo passo nei tempi antichi era il trait-d’union fra Toscana e Romagna. Chi dunque meglio degli abitanti di questo bel paesino firenzuolese può aver respirato l’aria del Mugello e della Toscana? A conferma di quanto dico, il nostro scrittore fiorentino Papini chiamava il Casini il suo “segretario mugellano”. Ma cerchiamo di capire la personalità di questo grande scrittore attraverso le testimonianze di amici e parenti e anche attraverso i suoi scritti. Diciamo subito che Tito Casini nacque all’ombra della grande quercia, non inteso nel senso politico moderno. Si può tranquillamente dire che Casini ideologicamente apparteneva a quel grande partito che ha governato l’Italia per un cinquantennio, anche se la politica non lo entusiasmava affatto. Era contro le dittature di destra e di sinistra, ovvero avversava, lui uomo libero per eccellenza, tutte quelle idee che negavano la libertà e gli altri diritti civili. Era un cattolico convinto, molto tradizionalista, non approvava le aperture operate durante il concilio ai cattolici di sinistra e in particolar modo disapprovava la riforma liturgica con conseguente abolizione della lingua latina, da lui tanto amata. A parte queste sue idee che uno può condividere o meno il Casini era un poeta e cantore delle cose umili e semplici. E’ sempre viva in lui la nostalgia di quel mondo che sta per scomparire o perlomeno avverte i prodromi della imminente scomparsa. Ma chi era in effetti il “toscano” Tito Casini?  Lo vediamo ritratto in una bella foto d’epoca, appena “sbozzolato” da Cornacchiaia, dice la didascalia, in compagnia di Papini, Nicola Lisi, Bargellini e altri scrittori meno noti, che scrivevano per una rivista cattolica chiamata il Frontespizio. Da buon cristiano non amava le divisioni, anzi su questo scrive: “divisioni allora non ce n’erano”. Il linguaggio dei suoi racconti è quello mugellano, con degli influssi romagnoli. Si potrebbe dire anche che la parlata di questa parte del firenzuolino è una via di mezzo fra il “balzarott” e il mugellano. E’ un linguaggio un po’ goffo, grottesco, come ad esempio “scorbacchiatura”, “alleghiscono i denti”. Nei racconti dei personaggi più umili il suo linguaggio si adegua diventando la parlata del “villan fottuto”.  Usa dei vocaboli tutti particolari, forse parole mutuate dal parlare paesano. Si potrebbero fare degli esempi, ma sono numerosissimi. Alcuni di questi sembrano coniati dall’autore stesso. Era un patito della lingua latina. Amava i versi di Virgilio di  Tacito, ma amava soprattutto la Bibbia nella versione latina. C’è un mondo interiore talmente grande dentro questo scrittore che sconfina di molto lo spazio angusto del paesino di nascita. La grandezza del Casini sta nella semplicità del racconto, della narrazione delle cose umili e semplici. Tutti dovrebbero leggere le opere di Casini. I suoi racconti sono una grande lezione di umiltà.  Non ama il proprio lavoro di avvocato, anzi quella professione non l’ha mai fatta. Al codice penale preferisce “stare sull’aia con Virgilio” e prosegue “i cui esametri mi rimettevan lo stomaco  dal barbaro latino delle Pandette”. Sostanzialmente è una persona buona: “la bontà ama la bontà, vuole la bontà, non c’è da rifarsela se dopo aver fatto per tutto l’anno i cattivi…..”. Ancora, bisogna essere buoni ma non ostentare questa bontà perché “la bontà ama nascondere le sue opere”. Ma cosa dicono di lui gli amici? Geroni Rino, nato a Cornacchiaia nel 1914, ora ha 88 anni, faceva parte del coro dei cantori di Cornacchiaia, di cui Casini faceva parte, anzi era un po’ il maestro. Il nostro coro dice Geroni veniva definito canto “a fermo”, una musica che si avvicina al gregoriano. Una volta andai da Casini e gli chiesi di insegnarmi il latino, poiché mi serviva per le funzioni religiose. Mi rispose che per imparare il latino ci vogliono 12 anni, allora rinunciai. Poi parla il nipote Ferdinando Casini, nato a Cornacchiaia nel 1929. Dello zio mi dice: “Non amava fare l’avvocato poiché bisognava difendere buoni e cattivi, e lui non aveva nessuna intenzione di difendere i cattivi. Il suo unico lavoro era quello di fare lo scrittore. Questo lavoro gli fruttava, sì, ma lui era un tipo che non voleva appartenere a nessuna parte, fazione, partito politico, non ha mai voluto chiedere un piacere a nessuno. Non era un opportunista. Aveva una ferita di guerra e non ha mai chiesto una pensione, insomma niente a nessuno.Durante la guerra fu anche preso e messo al muro e l’avrebbero fucilato se i nazisti non avessero scoperto chi aveva ucciso un ufficiale tedesco. Fu rilasciato all’ultimo momento. Era andato a stare a Sommaia, presso Calenzano, poiché la moglie insegnava in quel posto. Veniva per Natale, per Pasqua e l’estate dove ritrovava tutti i cugini. Con noi nipoti era scherzoso, ci teneva sempre in collo, era un tipo allegro. Lui era molto religioso, aveva un coro nel quale anche lui cantava. La parrocchia per lui era tutto. I suoi racconti corrispondono alla verità, sono fatti veri, realmente accaduti. Aveva un fratello sacerdote, non di questa parrocchia però. Il Concilio Vaticano che cambiò la liturgia fu molto avversata dallo zio. Quando il prete diceva la messa in italiano, lui rispondeva in latino. Gli piaceva tanto la cultura latina, ma amava anche Dante e gli altri grandi poeti italiani. A noi ragazzi, intorno al fuoco ci raccontava la Divina Commedia e le altre poesie epiche e non. Diceva: Quando la mora è nera, un canto per sera, quando è nera affatto, uno, due, tre, quattro. Significava che quando la mora è matura le serate sono più corte e quindi si faceva un solo canto, mentre nelle giornate di ottobre le serate erano più lunghe, ne faceva di più. Finita l’estate, a ottobre, andavano via poiché la moglie doveva andare a scuola a insegnare.Nel 1946, fu candidato “forzato” alle elezioni comunali, in quando la maggior parte delle persone erano analfabeti e nelle liste ci volevano persone istruite. I patti erano che lui anche se eletto non accettava. Difatti, rinunciò alla carica con un espediente: dichiarò che era analfabeta! Questo per dire che non amava cariche di nessun genere. La sua aspirazione maggiore era la libertà”. Concludo con una frase di un suo racconto: “Fermati, gettati in terra, rimani dove Dio t’ha posto, ama il tuo stato”. Questo era Tito Casini, e di lui se ne parlerà ancora molto.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

MEGLIO SE NUDA (LA CASTAGNA) 
Anche se il titolo può far incuriosire qualche lettore un po’ birboncello, voglio subito precisare che non intendo parlare di quegli argomenti tanto di moda oggi, che li ritrovi sui rotocalchi, alla tv, ecc. Niente di tutto ciò, cari amici. Io voglio parlare di una ghiottoneria sì, ma non esattamente quella. Spero non rimaniate delusi, voglio parlare della castagna (Penso che l’audience sia arrivata a zero!). E’ evidente, la castagna, come le grandi attrici o le grandi modelle, è migliore quando viene spogliata dal riccio, dalla buccia, insomma da tutte quelle strutture che la ricoprono. Non vi preoccupate troppo però, le castagne sono una cosa, e fortunatamente le attrici e le modelle sono un’altra: non hanno il riccio! Scherzi a parte, si potrebbe fare un’equazione: la castagna sta all’Alto Mugello, come il vino sta al Chianti; oppure la castagna sta a Palazzuolo, Firenzuola e Marradi come gli agrumi stanno alla Sicilia (sono in vena di esagerare un po’). Ma abbiamo detto tutto dicendo questo? Assolutamente no. Studiosi di fama, professori universitari hanno fatto sulla castagna studi qualificatissimi, tanto da definire un certo periodo del Medio Evo: la Civiltà della castagna. Ora se sia giusto tutto questo, non sta a me dirlo, anche perché non mi sono addentrato tanto con gli studi fino ad arrivare al Medioevo. Tuttavia gli esperti non sbagliano. Arrivati a un certo punto della civiltà (si fa per dire) le nostre campagne del Mugello e della Romagna Toscana (alias Alto Mugello) sono state invase ripetutamente da orde barbariche che hanno disseminato distruzione, saccheggio, rapine e omicidi dappertutto. La popolazione di conseguenza è stata costretta a scegliere luoghi più appartati e  sicuri per andare a vivere. E così ha scelto di spostare la propria casa, i propri armenti, la propria vita sui monti. Una specie di transumanza o alpeggio di massa. E cambiando ambiente, dalla pianura alla montagna, si cambiano anche le abitudini! Se nella pianura o nella collina era predominante la coltura del leccio e della querce per l’ingrasso dei maialini, salendo sui 600-1000 metri, in cima a cocuzzoli, la vegetazione e le colture in genere cambiano. L’uomo si adegua e inserisce nelle proprie abitudini di vita un nuovo tipo di coltura: quella del castagno che attecchisce bene a queste quote. Dico del castagno e non della castagna poiché l’albero, al pari del frutto, diventa il protagonista, la “star” per eccellenza per quelle popolazioni. Vediamo perché. Dal legno di castagno si ricavavano molti oggetti per l’uso di ogni giorno. Vogliamo fare qualche esempio? La “vassura”, una specie  di vassoio, tenuto a due mani, mediante la quale si “spulavamo” le granaglie; lo “staio” che era un contenitore e veniva usato come unità di misura; gli alveari rustici, per le api, che si ottenevano da un tronco di castagno svuotato, e sul quale si praticavano alcuni forellini per il passaggio delle api; i panchetti per mungere, anche questi si trovavano in tutte le stalle ed erano fatti in legno di castagno. Anche i contenitori di farina dolce erano dei semplici tronchi di castagno, svuotati all’interno. Questo per fare un esempio di come il legno di questo albero fosse utile. Ma adesso parliamo di lei, la castagna vera e propria. Si potrebbe fare un’altra equazione: la castagna stava all’alimentazione di quelle popolazioni come il pane e la carne stanno alla civiltà di oggigiorno. Mi ricordavano i miei vecchi, che allora, in quei monti della Romagna Toscana, di miseria ce n’era tanta, forse un po’ troppa. E allora, quando andavi a tavola,  spesso e volentieri, era polenta o “ pulenda” come la si vuol definire qui in Mugello. Se non era quella di formentone, ti ritrovavi scodellata una bella polenta di castagne dolci, che, parliamoci chiaro, per una volta la mangeresti anche volentieri, ma quando te la ritrovi oggi, domani, domani l’altro, accompagnata qualche volta con un ovetto (fresco s’intende), un pezzetto di caciotta o raramente con della carne di maiale salata…..Bé, insomma, la cosa non è poi molto allegra. Fortunatamente la farina di castagne, come pure quella di mais, è molto nutriente e questo serviva non solo a sfamare ma anche a far diventare grandi e grossi quei numerosi ragazzotti che circondavano la tavola. Queste castagne poi, grazie anche all’inventiva della massaia (“arsdora” per la Romagna) le potevi fare in vari modi e quindi non ti potevi lamentare se un giorno ti presentavano le castagne secche sotto forma di zuppa, bella fumante, un altro giorno sotto forma di castagne bollite, cioè le ballotte, un altro giorno ancora castagne messe sulla brace che diventavano bruciate. Poi nei giorni di festa, tanto per cambiare, con la farina dolce, di castagne, venivano fatti i tortelli: una vera sciccheria e che richiedeva anche una preparazione non indifferente. Però si trattava sempre di castagne! Quello che era un piatto di tutti i giorni col il mondo d’oggi la castagna è diventata una prelibatezza, una ghiottoneria, che attira folle di cittadini a Marradi a Pietramala a Palazzuolo. La puoi gustare sulla brace, in tenere e gustose frittelline, sotto forma di prelibati marrons glacés e a servirti, sempre negli stessi luoghi, sono proprio quei ragazzotti che di castagne ne hanno mangiate tante e poi tante che ora non ne vogliono neppur sentir parlare.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

IN ANTEPRIMA IL CAPOLAVORO DI PISTOLESI A CASTAGNO D’ANDREA
Nostra intervista con il Maestro Silvestro Pistolesi
Come se non bastasse al capolavoro di Annigoni nella chiesa di San Martino a Castagno, vale a dire la grande crocifissione  con a lato le due figure sempre in affresco realizzata dal Maestro circa trenta anni orsono, ora si aggiunge al altro capolavoro terminato proprio in questi giorni dal Maestro ed allievo di Annigoni Silvestro Pistolesi. L’opera in via di ultimazione si trova in una nicchia dalla parte destra della chiesa. L’effetto scenografico che assume adesso la chiesa con questa nuova opera è davvero mirabile. Campeggia al centro il grande Crocifisso con a lato le due figure, più indietro e di lato si trova l’affresco di Pistolesi con le figure che sono tutte rivolte verso il Crocifisso, quasi a voler far da spettatori a quel tragico e tremendo sacrificio di nostro Signore Gesù Cristo. Quest’opera di Pistolesi è come il completamento di questo grande evento nel quale c’erano sì gli attori principali, ma mancavano gli spettatori che in questo caso (e chi meglio di loro poteva rappresentarli) sono i dimenticati, gli emarginati, i poveri, proprio le peersone per le quali, in modo speciale si è sacrificato Gesù Cristo. L’opera di Pistolesi è geniale e appena la vedi rimani subito incantato per la bellezza delle figure, per i colori accesi e vellutati e per una ricerca prospettica davvero degna dei migliori artisti del Rinascimento. Se vogliamo questa è una pittura “laica” nel senso che non compaiono né Santi, né ecclesiastici, ma solo gente della strada: poveri ed emarginati. E’ una pittura moderna e allo stesso tempo classica ed originalissima. Nei volti e nelle espressioni dei personaggi vedi sì i caratteri del grande maestro Annigoni, ma vedi anche i tratti dei maestri del passato. L’affresco è composto da nove personaggi, i quali sono attratti da una luce intensa, la luce del Crocifisso, vale a dire la luce di Cristo. “Beati i poveri, poiché di essi è il Regno dei Cieli”, così in un passo di San Matteo si esprime il Vangelo. I “poveri” di Pistolesi sono vestiti in maniera originale, con grandi mantelli, con sciarpe dal colore vistoso e come non potrebbe essere altrimenti se solo immaginiamo i poveri derelitti della strada i cosiddetti “barboni”. Però questi poveri sia nell’abbigliamento sia nella espressione possiedono una grande dignità, quella dignità che spetta loro per essere poveri di sostanze, ma ricchi di virtù, come diceva Chiara di Assisi. Lo sfondo colpisce per la vegetazione di un bel verde cobalto che mette in luce e risalta lo sforzo espressivo delle figure. Un capolavoro questo davvero da andare a vedere. Quest’opera Pistolesi l’ha realizzata in soli 15 giorni, questo ti dice chiaramente che le opere d’arte stanno o meglio albergano per tanto tempo nell’immaginario mondo dell’artista e la realizzazione delle stesse è solo l’atto finale di questo lungo travaglio che certe volte dura mesi anni e talvolta una vita intera. Ho incontrato Pistolesi subito dopo aver visto l’affresco e dopo aver chiesto alcune informazioni al parroco Don Bruno Brizzi al quale va il merito di “aggregare” artisti di così grande livello, non solo nel campo delle arti figurative, ma anche della musica e di molte altre attività. Silvestro Pistolesi, come tutti i grandi artisti, è una persona semplice, di quelli che quasi quasi non si rendono conto della loro genialità di artista. Sembra quasi che ti vogliano dire: “Si, si tratta di una cosetta, che ho fatto in pochi giorni, che chiunque altro potrebbe fare, basta impegnarsi un po’”. Questa è la modestia di Silvestro il quale arriva con una Jeep americana autentica ultima guerra mondiale, accessoriata di antenna radio originale, tanica, borraccia, tutti pezzi originali un vero capolavoro di antiquariato. Il personaggio è di quelli semplici, come ho detto, pantaloni alla “paramilitare”, barba, un bel sorriso, un braccialetto d’oro al polso sinistro. Ha la casa a Castagno di Andrea da 42 anni, e questo potrebbe spiegare anche perché l’Annigoni ha qui dipinto la sua Crocifissione. Gli faccio subito una domanda cattiva: Maestro Pistolesi, non ha paura con il suo affresco appena terminato di mettere in ombra l’opera del suo Maestro? Con molta semplicità mi risponde che l’affresco è solo un coronamento o un completamento della Crocifissione. In quale anno è diventato allievo di Annigoni? Dal lontano 1963. I volti dei suoi personaggi, sono reali, nel senso che ha rappresentato delle persone, dei personaggi di spicco, e fra questi c’è il suo autoritratto? Non c’è il mio autoritratto e le persone corrispondono in realtà a dei personaggi reali. Quattro di questi sono dei frati vecchi altri sono persone da me conosciute ma nessuna di queste abita a Castagno. Come Le è venuta in mente l’idea di fare questo affresco a Castagno? A Castagno come ho detto vengo in villeggiatura da 42 anni, ed ho sempre avuto il desiderio di fare qualcosa per la chiesa. Ho manifestato la mia intenzione a Don Bruno che l’ha accolta con molta gioia. Poi siamo andati dal Vescovo di Fiesole Mons. Giovannetti, al quale abbiamo sottoposto bozzetti, disegni, ecc. Lui ci ha dato l’autorizzazione ecclesiastica e subito abbiamo cominciato il lavoro. Oltre gli affreschi Lei dipinge anche quadri? Si, dipingo soprattutto delle tavole in legno alle quali viene incollata una tela molto fine detta “cencio della nonna” e su questa viene incollata della carta. Poi il lavoro viene dipinto a tempera. Oltre a questa chiesa ha affrescato altre chiese o conventi? Sto lavorando nell’Abbazia di Vallombrosa, nel Chiostro, dove sto realizzando delle tavole. Ho lavorato anche nel Convento benedettino di Montecassino. Attualmente sto facendo un grosso lavoro in una chiesa americana che terminerò solo nel 2011. Altri lavori ho fatto nella Cappella del Convento dei Cappuccini di Pisa. Naturalmente è inutile dire che Pistolesi ha suoi dipinti nei maggiori musei del mondo. Ci lasciamo molto cordialmente, con l’idea di risentirci più avanti. L’artista parte rombando sulla sua Jeep militare, per la discesa del quartiere cosiddetto “La Ruota” non curante di questa lunga e afosa giornata estiva, tanto lui ha la jeep scoperta che gli assicura una buona ventilazione, e lo fa apparire come un personaggio estroso, un vero artista.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

LA FINE DEI CASTELLI IN MUGELLO  E ALTO MUGELLO
Già verso il 1000 la città di Firenze assume un ruolo di primaria importanza. Questa si ingrandisce e si abbellisce di superbi monumenti. A far data dal 570, anno in cui i Longobardi occuparono la Toscana, ma sembra che Firenze ne rimanesse esclusa, i Vescovi fiorentini avevano acquistato sempre maggiore importanza. Nell’874 il Vescovo fiorentino ottiene dall’Imperatore l’autorità temporale sugli abitanti della propria Diocesi. In virtù di questi ampi poteri i Vescovi si erano fatti superbi, violenti, avidi e lussuriosi. Nel 1068 San Giovanni Gualberto accusa di simonia il nuovo vescovo Pietro Mezzabarba. Nel 1076 Matilde diviene erede di vasti domini. Firenze e la classe artigiana, ligia al Pontefice, sta con la gran Contessa e per Gregorio VII, e chiude le porte in faccia ad Arrigo VII, iniziando così il proprio destino guelfo. Firenze tuttavia ostenta indipendenza dai Pontefici, i quali, beneficiando delle donazioni fatti a questi dalla Contessa Matilde, pretendevano di ingerirsi sempre di più negli affari della città. Firenze, come segno di maggior libertà, vuole che Matilde ponga la sua abitazione fuori delle mura. Inizia così la conquista del contado da parte dei fiorentini contro i feudatari prepotenti. Nel contado, intanto, per le rivolte dei villani e per le ingiunzioni della nascente Repubblica, la nobiltà è costretta a inurbarsi. Nel 1115 muore Matilde e il Comune virtualmente già costituito inizia la sua vita fortunata e gloriosa. Nel 1119 la città è già potente  e prestigiosa. Nel 1119 viene preso e distrutto Montecascioli nonostante che fosse difeso dal Vicario imperiale e marchese di Toscana. Nel 1125 Fiesole, acerrima nemica di Firenze, viene occupata e distrutta. Per tutto il secolo XII Firenze è impegnata a distruggere i castelli del contado, obbligando i feudatari più piccoli a inurbarsi. Nel 1185 l’Imperatore Federigo è a Firenze ma non ottiene neppure che siano restituiti i possessi ai feudatari del Contado. Nel 1197, alla morte di Enrico IV , Firenze si pone a capo della Lega di San Genesio, stando con tutta la Toscana, contro l’Impero e affermando una completa indipendenza dalla Chiesa. Con le guerre intanto i nobili avevano acquistato maggiore importanza e intervenivano con propri consoli negli atti più importanti del Governo. Nel 1202 Firenze vuole dare un segnale forte al dominio feudale e distrugge Semifonte, forte borgata degli Alberti in Val d’Elsa.  Nel 1215 l’uccisione di Buondelmonte de’ Buondelmonti fa nascere i partiti Guelfo e Ghibellino, i quali sono mossi più da interessi particolari che da interessi della Chiesa o dell’Impero. Iniziano le lotte fra Guelfi e Ghibellini. Nel 1249, dopo aver resistito tre giorn,i i capi guelfi prendono segretamente la via dell’esilio. Nel 1250 i Ghibellini vengono sopraffatti presso Firenze e gli esuli Guelfi , sia nobili sia popolani tornano in patria. Per quanto riguarda il Mugello, il Plesner, che è uno dei più originali studiosi  medievali del contado fiorentino scrive in proposito: “…a nord di Firenze, le lotte di queste piccole dinastie, a lungo andare, nessuna di esse avrebbe potuto sostenere senza appoggiarsi alla città e alla sua potenza…Tutte quelle grandi famiglie dovettero legarsi sempre più alla città, dal momento che quelle che lo fecero per ultime dovettero entrare a forza nella grande federazione che era il Comune.” Ma ecco come alcuni castelli del Mugello e dell’Alto Mugello, piano piano,  con le buone maniere e al suon di suonanti  fiorini d’oro, o con le cattive maniere e a colpi d’alabarda cedettero la loro autonomia ai fiorentini:
1283 – Pietrasanta di Canaglia – i fiorentini consapevoli dell’importanza del borgo di Pietrasanta detto Casaglia iniziarono le pratiche per comprarlo e il contratto fu firmato il 3 agosto 1284
1330 – Montecarelli – Il castello dei Conti Cadolingi passò nell’XI secolo ai Conti Alberti di Mangona che fu sottomesso il 30 aprile di quell’anno
1330 – Castro o Traversa – Furono proprietari del “castrum” gli Ubaldini e i fiorentini ne vennero in possesso in quell’anno.
1332 – Cornacchiaia – Il castello di Cornacchiaia è ceduto dagli Ubaldini alla Repubblica fiorentina.
1341 – Mangona – Il castello degli Alberti, che si denominarono “da Mangona” venne in possesso dei fiorentini e lo fortificarono. Tano del Conte Ugolino si ribellò e pagò con la sua vita, nel cortile del Bargello a Firenze
1351 – Barberino – per tradimento di Niccolò da Barberino, il castello raccoglie le soldatesche dell’Oleggio, condottiero dei Visconti, poi fatto diroccare in quell’anno per “cattivo consiglio e mala provvidenza di alcuni ministri  della Repubblica”, come scrive il Villani.
1352 – Marcoiano – La rocca di Marcoiano fu nel numero di quelle che la Signoria fece atterrare. Gli Ubaldini conservarono però la Signoria delle terre.
1362 – Mantigno – era uno dei castelli più importanti degli Ubaldini e fu ceduto al Comune di Firenze in eredità da Giovacchino di Maghinardo.
1362 – Misileo – La zona, possesso dei Conti Guidi di Modigliana, passò in seguito agli Ubaldini da Susinana, fino a che Giovacchino di Maghinardo lasciò il castello in eredità alla Repubblica Fiorentina.
1371 – Palazzuolo sul Senio – Il castello degli Ubaldini fu acquistato dal Gonfaloniere Soderini a nome della Repubblica per il prezzo di 5250 fiorini d’oro.
1372 – Brentosanico – Gli Ubaldini in Brento tenevano un loro Vicario per la riscossione delle tasse, il fortilizio si ergeva sulla vetta del Caprile e fu venduto ai fiorentini in quell’anno.
1373 – Camaggiore – Il fortilizio di questa località si trovava a Pignole o Piagnole e fu ceduto ai Fiorentini dopo l’uccisione di Maghinardo.
1384 – Salecchio e Frassine – erano due antichi castelli degli Ubaldini che furono occupati dalla Repubblica Fiorentina. Nel castello del Frassine Maghinardo lasciò la testa sul ceppo
1387 – Susinana – Il famoso castello degli Ubaldini sorgeva vicino al Monastero. Venne atterrato dalla Repubblica in quell’anno
1403 – Pietramala – viene in possesso dei fiorentini in quell’anno.
1488 – Piancaldoli – Uno dei più antichi castelli degli Ubaldini da Susinana. La vicinanza al territorio imolese fece sorgere tra Bologna e Firenze lotte e battaglie per il suo possesso. Le capitolazione definitiva alla Repubblica Fiorentina avvenne il 27 aprile 1488.
Così andava il mondo allora, e così va il mondo oggi. I fiorentini hanno lottato per quasi quattro secoli per ottenere la loro definitiva libertà nella città di Firenze e nel contado Fiorentino. Non è una cosa da poco. Chi ha orecchi da intendere…..
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

LA PRIMA CHIESA CRISTIANA IN MUGELLO
Simbologia di un martirio nella Pieve di Sant’Agata
Parlare della chiesa più importante, per storia e arte, del Mugello non è facile. Ancor più difficile è parlare della stessa nel suo primo millennio di vita che va dal sec III- IV d.C al sec XIV.
Eh sì, contrariamente a quanto si crede la chiesa è molto più antica di quella data 1175, scritta “a scalpello” sulla cornice superiore della balaustrata decorata in marmo del Battistero. Per capire qualcosa di più concreto dobbiamo risalire al nome della
Santa protettrice: Sant’Agata. Questo grande personaggio della cristianità è vissuta
Nel III secolo d.C. ed esattamente fu martirizzata nell’anno 251 a Catania, in Sicilia, per non aver voluto abiurare la religione cristiana. Dice testualmente il Martirologio Romano di Papa Gregorio VIII (Roma, 1646), alla data 5 febbraio: “A Catania in Sicilia il natale di Sant’Agata Vergine; la quale al tempo di Decio Imperatore sotto Quintino Giudice, dopo le guanciate (sberle n.d.R), dopo l’eculeo, e strati et dopo esserle tagliate le mammelle, et esser rozzolata sopra rottani, e bragie, all’ultimo in prigione orando rese lo spirito a Dio”. Immaginiamo, ma con un certo realismo, che la notizia del martirio di Sant’Agata si sia diffusa rapidamente, certamente non con la celerità di oggi, era dei massmedia, ma tuttavia non sarà passato molto tempo, forse neppure un anno , per diventare dominio di tutti. Certo a quell’epoca i martiri cristiani erano tantissimi! Sicuramente nel paese di Sant’Agata in Mugello passava la strada romana  che collegava Firenze all’Emilia Romagna (Regio Aemilia e Regio Flaminia). Qualche secolo addietro, sicuramente, sempre per Sant’Agata, passava la strada etrusca che collegava Fiesole a Felsina (Bologna), passando per Marzabotto (forse Misa), prima di aver superato gli abitati di Montepoli e oltrepassato l’Appennino di quello che è poi diventato il Passo dello Spedaletto altrimenti detto dell’Osteria Bruciata. In questa zona, poi, c’è una circostanza particolare  da tenere in debito conto. Oltre la chiesa di Sant’Agata nel paese omonimo esiste, nelle vicinanze, in località Cornocchio, un’altra chiesa sempre intitolata a Sant’Agata detta al Cornocchio. Agli inizi del III sec d.C sec III inizia la cristianizzazione in Mugello, e questo  è verosimile considerando il martirio di San Cresci in Valcava, che avviene in quel lasso di tempo. Anche la Pieve di Valcava è una delle primissime chiese cristiane del Mugello. Per questa strada, che attraversava Sant’Agata transitavano
tante persone, e tante di queste persone, si suppone, saranno state ormai battezzate e diventate cristiane. Prima di iniziare la tappa di attraversamento dell’Appennino,che conduce a un’altra chiesa, anch’essa molto antica, i cristiani di allora avranno ricercato qui in Sant’Agata il proprio “tempio”, prima di affrontare un viaggio così pericoloso, quale era quello dell’Appennino. E’ supponibile che in paese ci sarà stato un primo edificio, che non chiamo neppure chiesa, con dei segni o simboli particolari che dovevano ricondurre al martirio di questa Santa e al Cristianesimo. In un’epoca come quella, nella quale si dava la caccia al cristiano (si andava addirittura a scovarlo come fanno i cacciatori con il cinghiale), non sarebbe stato prudente; anzi sarebbe stato stupido, intitolare quel primo edificio a una Santa cristiana. Probabilmente quella prima chiesa segreta ufficialmente sarà stato un posto di sosta, un ospizio o un albergo per i viandanti, il quale tuttavia, anche senza una scritta specifica, sarà stato riconoscibile ai primi e “segreti” cristiani e, sicuramente, l’avranno saputo riconoscere in mezzo agli altri edifici, allora esistenti in Sant’Agata: Ma come direte voi? Noi, uomini d’oggi, “smaliziati”, nell’epoca della scrittura, della televisione, del telefono non conosciamo più il linguaggio dei simboli. I simboli invece allora erano tutto. Parlare qui della simbologia è impossibile, e quindi  tralasciamo tanti particolari. Si può dire che gli antichi comunicavano attraverso i simboli, anzi quello, era la loro scrittura e il loro linguaggio per eccellenza, ma non solo qui in Toscana, ma nell’Italia intera, nell’Europa e nel mondo. Un cristiano, si sa, veniva ucciso se dichiarava il proprio credo e i simboli, anche i questo caso (casi precedenti, vedi Catacombe, ecc) sono sono stati un mezzo per comunicare segretamente. Il cristianesimo veniva allora considerato una setta pericolosa poiché minava le basi stesse della società romana (i cristiani predicavano la bontà, la giustizia, avversavano la schiavitù, le ricchezze illecite e non ultima l’immoralità nella quale era piombata la società romana). Il segno, trovato anche nelle Catacombe, sulla tomba si San Pietro, formato da una P maiuscola sovrastante una X equivaleva a Cristo. Ma i simboli della cristologia sono molteplici, non è possibile elencarli tutti, specie in questa sede. Dunque, ritornando a Sant’Agata e al nostro primitivo edificio, supponiamo che in una parete, probabilmente nella facciata, vi fosse stata una pietra, scolpita un poco alla maniera etrusca che, raffigurante tre cerchi, uno dei quali più grande, ai cristiani significava qualcosa e lo stesso simbolo era invece completamente indifferente ai soldati romani. Questo era il simbolo del martirio di Sant’Agata: un vassoio circolare con due mammelle ai lati. Questa stessa pietra con il simbolo di Sant’Agata, che adornava quel primo edificio, ci è stata tramandata e si trova oggi sulla facciata della Pieve. I cristiani d’allora si soffermavano in quella prima chiesa segreta e chiedevano l’aiuto della Santa martire prima di affrontare il lungo e pericoloso cammino attraverso l’Appennino, allora infestato di briganti, ladri e ogni sorta di persone poco per bene. Lo stesso simbolo, con stesso significato, lo troviamo anche su un’architrave, o meglio una porta centinata con architrave che conduce al Chiostro, dove si vede chiaramente che l’architrave non armonizza con il portale. La centina è in serpentino, una specie di marmo verde, e l’architrave e le decorazioni contrastano con l’insieme del portale. E’ supponibile che le maestranze abbiano usato questa grossa pietra per ricordo, o per documentare l’esistenza di una chiesa più antica, molto più antica della data 1175, data di costruzione della chiesa attuale. Questo è certo poiché si sono ritrovati i resti di una chiesa intermedia, molto più piccola dell’attuale, dotata di abside semicircolare, orientata di qualche grado in più a NW rispetto all’attuale, e probabilmente risalente al V-VI secolo, quando già il cristianesimo si era affermato in Toscana e in tutta la penisola. Ma ritorniamo alla prima chiesa “segreta”, quella sorta nel III-IV sec d.C.
Perché asserisco questo con una certa convinzione? Il simbolo della mammella o della mammelle è molto antico e quasi sempre ha rappresentato la fecondità (escluso i tempi attuali nei quali il simbolo delle mammelle ha assunto un significato molto diverso). Sul significato di questo antico simbolo si potrebbe  scrivere molto. Diciamo che anche i greci attribuivano ai seni il significato di fecondità, basti pensare alla Diana di Efeso (Artemide polimastòs) con i seni a grappolo; gli etruschi, i romani ecc. Nella Diana di Efeso il petto materno aveva un’importanza simbolica: la madre universale che allattava l’intera umanità. Ora si sa bene che i romani avevano accettato qualsiasi religione, anche dèi stranieri quali Mitra, dio indiano, insomma tutti all’infuorii del cristianesimo. Quindi agli occhi dei romani questo simbolo delle mammelle, non significava il martirio della Santa, tutt’al più poteva significare la dea della fecondità. In questo modo i cristiani del tempo “fregarono” i romani. La simbologia non è scomparsa con i bizantini e neppure nel medioevo e allegorie simboliche sono frequenti nelle opere del Rinascimento italiano e europeo.
Tralasciavo di dire che nella lunetta della porta che conduce al chiostro ci sono altri due simboli importanti, sempre legati al martirio di Sant’Agata, si tratta di un’ascia, simbolo antichissimo, e di un uncino o tenaglie con le quali sono state strappate le mammelle della santa. Ai lati del portale ci sono altri due simboli: una croce e un fiore a sei petali; ma di questi e altri simboli, nella chiesa di Sant’Agata parlerò in una ricerca successiva, su questo stesso giornale “Il Galletto”, intitolata: “Leggiamo” una chiesa.
Per il momento usciamo da questo importante monumento della cristianità, del quale gli abitanti di Sant’Agata e del Mugello devono andare fieri,  in silenzio e in punta di piedi.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

UNA CHIESA IN STILE “SOPRINTENDENZA AI MONUMENTI”
Storia delle Chiese e del Cristianesimo in Mugello e Alto Mugello
La storia del Mugello è strettamente legata alla storia di Firenze per diversi motivi di ordine storico, sociologico, culturale ed economico. Gli avvenimenti infatti che hanno caratterizzato la storia della città di Firenze hanno coinvolto il Mugello e la maggior parte del contado fiorentino. Ciò è dimostrato dal fatto che la Repubblica  e il Capitolo fiorentino già dal XIII secolo avevano giurisdizione su buona parte del Mugello. A testimonianza di ciò possiamo citare due documenti importantissimi per la storia di questo periodo e cioè il Libro di Montaperti del 1260, che era un po’ l’Archivio dell’esercito fiorentino, e, in esso venivano registrate le parti di derrate e di uomini armati che ciascuna Lega avrebbe dovuto fornire per la battaglia contro Siena, nella quale i fiorentini subirono una sconfitta umiliante. L’altro, le Rationes Decimarum, non erano altro che le quote di beni in natura che i vari popoli, che formavano i Plebati (questi ultimi facevano capo ai Pivieri), dovevano pagare al Capitolo Fiorentino, essondovi soggette.
Si può dunque dire che la storia civile mugellana è strettamente legata a Firenze, anche perchè la Repubblica dal XIII secolo ha iniziato quella fase espansionistica verso il contado e per motivi di conquista di mercato e per motivi di difesa. Non meno si può dire della storia del Cristianesimo. Dunque se a Firenze è difficile stabilire se il Cristianesimo abbia messo radici nel II o III secolo, altrettanto si potrà dire per il Mugello. Tuttavia abbiamo un fatto importantissimo che ci testimonia in  modo inequivocabile del momento in cui un seme del Cristianesimo può aver attecchito nella società pagana del Mugello di quei secoli. Si tratta del martirio tradizionalmente noto dei Santi Cresci, Enzo, Onnione e Panfila nel 250 sotto il governo dell’Imperatore Decio. Il Santi Cresci e Enzo dopo essere stati imprigionati nella città di “Florentia” ed essersi successivamente liberati, stavano raggiungendo per l’antica strada etrusca, poi romana che portava in Emilia la “Annejanum”, cioè la città di Borgo San Lorenzo romana. Senonchè furono raggiunti dai soldati romani, che li braccavano, e martirizzati con chi aveva dato loro rifugio, cioè i due neo battezzati Onnione e Panfila, che abitavano in quel di Valcava. Sul luogo del martirio cominciarono ad andare a pregare i primi cristiani convertiti, e da questo luogo probabilmente il Cristianesimo si diffuse nel Mugello. Inizialmente sul luogo sorse una piccola cappella, divenuta poi chiesa proto-cristiana ed infine verso l’anno Mille una chiesa molto importante e una delle più venerate, conservandosi in essa i corpi dei Santi Martiri del Mugello. Fra le altre chiese importantissime che sorsero in Mugello possiamo ricordare la chiesa di San Niccolò a Spugnole, San Bartolomeo a Ricavata (Gagliano) e Santo Stefano a Botèna (Vicchio) andate distrutte, e le tuttora esistenti chiese di Sant’Agata di San Lorenzo a Borgo San Lorenzo, Santa Maria a Olmi, San Giovanni Maggiore, San Gavino Adimari, Santa Maria a Fagna, Santa Felicita a Faltona, San Pietro a Vaglia, ecc.Tuttavia l’epoca precisa della loro costruzione è difficile dirlo. I primi documenti risalgono per alcune chiese anteriormente al Mille (una di queste è la Pieve di San Pietro a Vaglia), per altre invece si deve attendere i secc. XI-XII e perfino XIII; anche se si sa per certo che esse esistevano in epoche anteriori. Scaduto il primo millennio ci fu un nuovo fervore religioso che invase il Mugello e portò alla costruzione di nuove chiese ed abbazie e il riadattamento di chiese già esistenti a nuovi stili. Infatti, si hanno diversi esempi di chiese romaniche che conservano la loro struttura originaria, altre che la conservano intatta sotto rifacimenti più tardi, rinascimentali o barocchi. E’ il caso ad esempio della Pieve di San Gavino Adimari, romanica, ma ricostruita nel 1500, e adattata in seguito allo stile Barocco nel 1700. Un altro periodo di fervore religioso i  Mugello si realizza nel sec. XIII con la predicazione di San Francesco e l’arrivo dei grandi ordini Mendicanti (anche i Servi di Maria di Montesenario, per fare un’esempio). Ma quello dei francescani esplode come una bomba e si irradia in tutta Italia e in Europa. Sembra certo che anche a Borgo San Lorenzo abbia predicato San Francesco. A tale periodo risalgono le costruzioni di chiese e conventi francescani, come, appunto, l’antica chiesa di San Francesco a Borgo San Lorenzo, poi abbandonata dell’Ottocento, vittima della sconsiderata politica del governo francese napoleonico.
Con i Medici, ormai signori del Mugello, si ha forse il periodo di maggior floridezza delle chiese mugellane. Alcune di esse appartengono al patronato diretto di questa famiglia, che in virtù di questo fatto vengono abbellite o ricostruite secondo il gusto del Rinascimento. Ne è il caso del Convento di Bosco ai Frati, vicino a San Piero a Sieve, in cui viene dato ordine a Michelozzo di ristrutturare la chiesa e di dotarla di arredi ricchissimi. Tale è il caso anche della chiesa di Camoggiano (Barberino). il cui patronato apparteneva “ab immemorabili” ai Cattani, che viene abbellita nel 1470 di una loggetta elegantissima, che ricorda un po’ la Cappella Pazzi a Firenze.
I secoli XVI-XVII vedono il sorgere di nuove Badie e Conventi in Mugello, e le costruzioni pre-esistenti vengono ampliate secondo le esigenze e le regole dei Monasteri, tale è l’esempio della Badia di Visegimo (Barberino) nella quale dal 1591 vi si stabilì un monastero di Vallombrosani. Altro esempio è il Santuario della Madonna dei Tre Fiumi presso Ronta, costruito nel 1579.
Con la civiltà del Barocco, che è un po’ liberazione spaziale, liberazione dagli ordini precostituiti del Rinascimento, molte chiese vengono adattate a tale gusto artistico. Ne seguono l’esempio tra l’altro gli interni della Badia di Vigesimo (un barocco bellissimo, in attesa di restauro, che ci auguriamo sia all’altezza dell’importanza della chiesa), la Chiesa di Fagna, dove si scopre un barocco più ingentilito, il Convento di Montesenario dominato da un rococò elegante e non troppo pesante. Ma l’elenco potrebbe continuare per molto.
Sotto il governo napoleonico si ebbe la soppressione degli Istituti religiosi e l’incameramento dei loro beni da parte dello Stato. Questa sconsiderata operazione fece più danni dei terremoti, delle guerre, e di altri cataclismi, poiché vibrò un colpo mortale a tante istituzioni che si erano consolidate nei secoli. Fu quello, a partire dalla rivoluzione francese, uno dei periodi più bui e catastrofici per la storia delle nostre chiese e dei nostri ordini religiosi. A proposito di Napoleone il Manzoni disse: “Fu vera gloria la sua? Ai posteri l’ardua sentenza”. Ma noi che siamo i posteri diciamo che la sua non fu vera gloria ma vera vergogna.
Con il terremoto del 1919 molti edifici religiosi sono andati distrutti, altri danneggiati seriamente. Citiamo ad esempio la Pieve di san Cresci in Valcava che il terremoto ha distrutto completamente salvando solo il bel campanile romanico, a monofore.  Un ulteriore danno incalcolabile è stato subìto dalle chiese mugellane con l’ultima guerra mondiale ad opera dei bombardamenti americani (un esempio su tutti: la bellissima chiesa rinascimentale di San Giovanni a Firenzuola).
Con gli anni ’50 è seguita la sistematica ricostruzione e il restauro delle chiese. Molte chiese hanno subito interventi determinanti, altre sono state riportate alle loro strutture originarie, altre hanno subito interventi discutibili e non sappiamo più a quale stile appartengano (Alcuni “maligni” le definiscono in stile “Soprintendenza ai Monumenti”, cioè né romaniche, né rinascimentali, né barocche, ma uno stile ibrido che compendia tutti e tre gli stili e nessuno di essi) Speriamo che gli intervanti siano più mirati e più qualificati altrimenti chissà quale stile creeremo per il futuro delle nostre chiese del Mugello e dell’Alto Mugello.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

I CIPRESSI CHE A GAGLIANO ALTI E SCHIETTI…..
L’arte come imitazione della natura
Se noi non possiamo definire il “bello assoluto” della natura se non attraverso il suo Autore, così noi non possiamo definire l’opera d’arte se non attaverso la mente dell’artista, che è sempre e inevitabilmente imitatore delle cose create. In che cosa consiste l’opera d’arte? Noi definiamo opera d’arte ogni espressione della mente dell’artista che si traduce sul piano pratico in un manufatto: pittura, scultura, architettura, ecc., che si caratterizza con l’interpretazione, spesso personalizzata, del “bello assoluto”. In altre parole, è la mente, la genialità dell’artista, che si avvicina a quella dell’Essere superiore, che è il Creatore. Prendiamo ad esempio l’interno della Biblioteca dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore presso Siena oppure l’interno della Biblioteca del Convento di San Marco a Firenze. Le lunghe file di colonne, che si accorciano sempre più in prospettiva, fino a congiungersi  idealmente in un punto fisso nello spazio, non assomigliano forse a una lunga fila di cipressi, che noi troviamo frequentemente nelle strade del nostro Mugello? Mi viene in mente, ad esempio, la lunga fila di cipressi che si trova sulla antica strada della Futa, che da Gagliano porta a Panna. Oppure l’arco a tutto tondo di un portale di un palazzo antico (ce ne sono di bellissimi in Mugello) non assomiglia forse all’arco di un multicolore arcobaleno, o all’arco della volta celeste? Oppure una sfera, una losanga, una spirale, un motivo floreale stilizzato non son tutte forme che si trovano in natura? E i colori? Il blu è il colore del cielo e del mare, l’oro delle tavole tre-quattrocemtesche è il colore del sole e della luce, il rosso è il colore del fuoco, il verde è il colore dei prati e delle piante. E la musica? Non deriva anch’essa dal sibilo del vento, dal cinguettìo degli uccelli, dal gorgogliare di un ruscello, dal “ritmo” della pioggia che batte sui vetri, sui tetti? E i materiali per realizzare l’opera d’arte non sono anch’essi presi dalla natura? Anticamente, in pittura, i colori si ottenevano macinando minerali quali il lapislazzuli, il diaspro o certi metalli quali l’oro e l’argento. E per modellare e per fare la ceramica, non si usa forse l’argilla? Ma anche l’arte moderna è strettamente legata alla natura e alle sue leggi. Il divisionismo di Seurat accosta vari colori fra loro in modo da farli sembrare più brillanti. Ma anche l’arte astratta o la pop art, in fondo, sono interpretazioni e imitazioni della natura. Questo vale anche quando l’arte è assolutamente nuova e controcorrente, Prendiamo ad esempio l’artista Mario Schifano. Il suo cromatismo, il suo dinamismo, il suo omaggio alla tecnologia  contribuiscono a fare  un’arte innovativa. Ma pur essendo innovativa c’è tutta l’esperienza della grande pittura, che come si diceva, è arte che deriva dall’osservazione della natura. Insomma, nessuno è esente, grandi artisti compresi, dall’imitare questo grande bene che ci circonda e che si chiama natura.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

IL CONVENTO DI BOSCO AI FRATI
Intervista al superiore del convento
Rimangono solo due conventi francescani in Mugello questo e il convento di San Carlo, ordine francescano dei cappuccini. Il convento di Bosco ai Frati ha origini molto antiche risale al 700. Dove sorge ora il convento di Bosco ai Frati c’era un precedente convento di monaci basiliani fatto erigere dagli Ubaldini. I monaci basiliani si ritirarono verso la fine del 1100 inizi 1200. Questo convento fu costruito per loro, in quanto questi avevano una casetta dietro al Trebbio, che fungeva da conventino, però era piuttosto fatiscente. La parte più antica del convento  di Bosco ai frati, che risale ai basiliani, è l’ala Nord-Sud che parte dalla sacrestia. Mentre la chiesa era orientata Est-Ovest ed è tutt’ora così. I Basiliani erano romiti quindi andavano nei posti più nascosti. Qui in questo luogo di Bosco ai Frati c’era un folto bosco. Quindi non amavano molto i conventi? Anche San Francesco non amava tanto i conventi. I francescani avevano bisogno di capanne e più che altro andavano a predicare. L’ordine dei mendicanti al quale appartenevano era detto così solo perché vivevano di elemosine. Ora è cambiato un po’ il tempo, non viviamo più di questua. Essa consisteva per lo più in pane, ortaggi, legumi. E i soldi? No, San Francesco non amava il danaro. Ma san Francesco è passato davvero dal Mugello? San Francesco passò sicuramente da Borgo San Lorenzo, è un fatto storico. A lui fu donato questo convento dagli Ubaldini. In questo Convento soggiornò anche San Bonaventura, per un periodo breve, in attesa dell’arrivo del Papa che andava al Concilio di Lione. San Bonaventura, che insegnava anche alla Sorbona di Parigi, era uno dei cardinali che dirigeva il Concilio di Lione. Cosa c’è di vero della nomina cardinalizia di San Bonaventura al Bosco? La nomina cardinalizia qui al Bosco ai Frati è storia documentata. Qual’è la storia del Convento nei secoli successivi? Leopoldo, granduca, quando incamerò certi beni dei conventi prese tra l’altro i codici miniati, che si trovano ora alla Biblioteca Laurenziana. Portò via anche un trittico del Beato Angelico, che faceva da sfondo al Crocifisso di Donatello. Questo trittico si trova al Museo di San Marco. E il retablo? (altare in legno) E’ un contentino che fu dato al Convento, è di epoca seicentesca. E la storia del Crocifisso di Donatello? Nel 1450 subentrarono i Medici. Essi rifecero nuovamente la chiesa e l’abbellirono del Crocifisso di Donatello. Nel 1540 venne un forte terremoto che rovinò la chiesa e il crocifisso cadde e si rovinò. Con il Michelozzo sparì l’antico convento basiliano e assunse l’aspetto rinascimentale odierno. La parte bassa, al disotto delle volte, è ancora dell’antico convento. Quello stemma che c’è accanto alla porta sulla facciata, risalirebbe alla costruzione iniziale dei monaci basiliani. La parte laterale di sinistra é pure del 1400. Il Convento è tornato di proprietà della Provincia di San Francesco stigmatizzato che sarebbe la provincia toscana religiosa. Com’è la vostra struttura? I conventi sono associati e i religiosi sono ospiti e pellegrini. Al monaco non è dato possedere niente. Per quanto riguarda la regola? Della regola c’è ancora tutto, solo ci sono delle “Costituzioni” che sono delle modifiche o interpretazioni aggiornate, ma che tutt’ora devono essere approvate dalla chiesa, dalla Santa Sede. Come si gestisce il Convento? Per quanto riguarda le necessità del Convento i frati, che sono in numero ridotto, riescono a far fronte autonomamente alla gestione e manutenzione ordinaria. I lavori di manutenzione straordinaria, che sono ancora in corso, riguardano il rafforzamento delle basi del convento, in quanto questo poggia su un terreno galestroso di uno spessore di circa sei metri e una zona cedeva per infiltrazioni d’acqua. Cosa rappresenta il Convento per San Piero a Sieve e la zona del Mugello?  La presenza del Convento è molto sentita. La domenica e nei giorni festivi la chiesa si riempie di fedeli, pur essendo la stessa ubicata in disparte, a metà strada fra San Piero e Gagliano. Per quanto riguarda le vocazioni? E’ indubbio che queste si fanno un po’ desiderare. La colpa è un po’ di questa società che è basata tutta sulle ricchezze. Il progresso qualche volta distrugge se stesso.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

VERRANNO “COOPERATIVIZZATI” I MUSEI MUGELLANI E ALTO-MUGELLANI?
Ho proprio qui davanti ai miei occhi il catalogo della mostra organizzata all’interno della Limonaia di Palazzo Medici-Riccardi del maggio-luglio 2003, che ha per titolo “La collana di Perle” e come sottotitolo “ Genio, spiritualità, Arte, Lavoro nei musei della provincia di Firenze”. Dopo aver sfogliato il catalogo, che comprende, tra l’altro anche i musei del Mugello e dell’Alto Mugello, mi sono “imbattuto” in uno degli “interventi” di presentazione al catalogo, ed esattamente, quello di Cristina Acidini, responsabile dell’Opificio delle Pietre Dure, avente per titolo: “Dai ricordi all’attualità: ‘La collana di Perle’, oggi”. Per dire la verità quello che mi ha sorpreso più di tutto, non è stato il fatto che chi ha scritto quell’articolo, sia il responsabile dell’Opificio delle Pietre Dure, dove io ho passato sette anni della mia vita, ma una piccola parola, quella con cui terminava il suo titolo: “oggi”. Questo “oggi” ha destato la mia curiosità. Perché se io dico di voler parlare della “Collana di Perle” (alludendo ai musei territoriali, in altre parole al “Museo Diffuso”) oggi, quell’oggi, quel voler fissare un riferimento a un periodo di tempo ben specificato, mi suona come un qualcosa che, in bene o in male, è mutato rispetto a un periodo precedente. “La Collana di Perle – scrive C. A. –  resta infatti a mio avviso una metafora assai calzante per evocare un prezioso e flessibile circuito, che collega gli splendidi elementi di una presenza museale varia e onnipresente”. “Certo – prosegue Cristina Acidini – l’elemento problematico e rischioso (come del resto nelle collane autentiche) STAVA E STA NEL “FILO”: FUOR DI METAFORA NEL COLLEGAMENTO, NELLE SUE MODALITA’, TENUTA, EFFICACIA”. Come dire, il problema “stava” (mi piace questo imperfetto) e sta (rimane) nel trovare un “filo” resistente e capace di collegare queste Perle (musei), nella  sua tenuta, e, non ultimo, la sua “efficacia”. Quest’ultima parola, poi, mi fa strabuzzare gli occhi: forse non si era convinti della sua “efficacia”? Probabilmente la Dr.ssa Acidini, già allora, riconosceva che questa “collana di perle”, da infilare pazientemente, una ad una, presentava un certo grado di problematicità, di rischio di insuccesso, che si è rivelato tale in tutta la sua interezza. Come ci si è mossi, dice la Dr.ssa Acidini, per far conoscere queste realtà museali mugellane ed extra mugellane? Con “palliativi”, tipo pubblicazioni di mini-guide, che hanno contribuito, (lo fa capire quasi con un velo di tristezza) a “diffondere la consapevolezza e l’apprezzamento dei musei della provincia fiorentina”. “Tutto questo – dice ancora C. Acidini – per ‘dirottare’  una fetta del turismo fiorentino versi i musei e verso le strutture ricettive della provincia. Ci siamo riusciti? Si chiede C. Acidini. No, assolutamente. Cito le sue testuali parole: “lo scopo di tali iniziative era di ‘dirottare’ parte del turismo di massa dai musei del capoluogo, alleggerendo così la pressione antropica sul fitto tessuto viario del centro storico e sul delicato sistema dei musei d’arte statali, esso non è stato raggiunto, e probabilmente non lo sarà mai” – conclude amaramente il funzionario O.P.D. “Proporre mete alternative – prosegue la Acidini – si è rivelato (per chi ci credeva) un’illusione….” Ammette quindi che “qualcuno” ha commesso un forte sbaglio di valutazione. Un fallimento quindi? Almeno per quel tipo di aspettativa (dirottamento dei turisti) sembra di sì. Resta il fatto del “filo”  che avrebbe dovuto collegare le “Perle”, nelle sue modalità, tenuta ed efficacia. Sembra che anche qui qualcosa abbia fatto “cilecca”. Naturalmente, per la Dr.ssa Acidini, (è ovvio) lo sbaglio o gli sbagli sono imputabili all’Amministrazione Beni Culturali, non si capisce bene se si vuol sottintendere la Soprintendenza fiorentina o il Ministero Beni Culturali che ha sede a Roma. “E qui – prosegue la responsabile O.P.D. – alludo all’Atto di indirizzo sui criteri tecnico scientifici e standard di funzionamento e sviluppo dei musei, pubblicato come supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 244 del 19 ottobre 2001. C’è chi ha notato (non lei, altri) – prosegue Acidini – come l’Amministrazione dei Beni Culturali mostri sintomi di strabismo (per non  ricorrere al termine forte di schizofrenia)….allorché, con l’Istituzione delle Soprintendenze Speciali per i Poli Museali, reseca il secolare legame tra il museo e il suo contesto, tra la conservazione/valorizzazione e la tutela”. Come si può dunque risolvere il problema dei “musei locali”? Collegandoli in “rete”. Ciò significa in altre parole “cooperativizzare” i musei? Sembra di si. Come? “Mettersi in ‘rete’ – afferma C. Acidini – potrà significare rientrare in una linea promozionale riconoscibile (a partire dalla grafica, dal logo, dall’editoria), ottimizzare gli aspetti funzionali (orari, prenotazioni, bigliettazione), condividere professionalità adeguate quali direttore, curatore, restauratore, esperto scientifico, che nessuno di essi (musei) può permettersi da solo”. Chi sarà la persona o l’Ente che potrà farsi carico di tutto questo? Cristina Acidini non ha dubbi: “Nessun ente meglio della Provincia di Firenze, il cui Assessorato alla Cultura ha mostrato su questo forte coerenza di visione e continuità d’impegno esemplari, potrà farsi carico di questo progetto…..”. Mi viene da pensare al Museo della Vita e del Lavoro delle Genti di Montagna di Palazzuolo sul Senio, di proprietà dei cittadini palazzuolesi, come altri del resto. Saranno anch’essi messi “in rete”, vale a dire “cooperativizzati”?
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

DICOMANO MAGICO
Autunno alla Badia di Agnano
E’ ormai autunno, l’aria settembrina si fa sentire carica di nebbie e gocciole di pioggerellina fine fine. Le nuvole bianche e lattiginose accarezzano i valloni e le creste delle montagne. E’ una esplosione di colori, rosso ruggine come i pampini delle viti, nero ceruleo come i succolenti chicchi d’uva in attesa della raccolta, giallo-verde come i limoni che fanno a nascondino dietro le larghe foglie verdi, giallo come le puzzoline roride di rugiada, rosso come i secchi della raccolta delle uve, verde cupo come il colore degli alberi che circondano le montagne, rosa shoking come i fiorellini che si trovano sul muro davanti alla porta della badia, e poi i colori indescrivibili delle bocche di leone, l’azzurrino increspato dell’acqua della piscina, il rosso fiamma del ciocco che sta ardendo nel caminetto, scintillando e scoppiettando. L’autunno è una festa di colori, di suoni. Il galletto ripete per due volte il chichirichì, poi si riposa; le galline zampettano sull’aia in cerca di qualche granellino, le mucche, con il loro pacato movimento, sempre seguite dai vitellini, ruminano il fieno e le biade che in questa stagione trovano in abbondanza. Sui monti si sente un belare di pecore, un andare delle mucche con il loro caratteristico scampanìo. E settembre è qui che ci chiama. La vite che si appoggia al pioppo prosperoso è carica di grappoli d’uva bianca e nera, e sembra che ci chiami e che ci dica sono qua, vieni a cogliermi. Il contadino ormai attende gli ultimi raggi di sole e tutta quest’uva si trasformerà in dolce e profumato mosto. Ma anche gli olivi mostrano dietro le foglie argentee le succulente bacche che si trasformeranno, a, novembre però, in verdognolo e amarognolo succo, l’olio extra vergine delle nostre colline mugellane. Ma settembre è tempo anche di fichi, i più belli, i più maturi sono quelli che stanno lassù in alto, quelli più difficili a raccogliere, poiché quasi irraggiungibili. Dopo le piogge abbondanti di quest’anno i fontanelli sgorgano acqua genuina, non importa se la cannella gocciola l’acqua è abbondante. Proprio l’altro giorno mi trovavo quassù alla Badia di Agnano, proprio nel bel mezzo di uno dei frequenti acquazzoni che ormai quest’estate ci ha abituato a vedere. L’acqua aveva ripulito le foglie, i fiori, i pampini, i grappoli d’uva, le bocche di leone, dei fiori gialli con un bellissimo pistillo, i pomodorini che avevano tirato fuori quel rosso intenso, i limoni pregni d’acqua che di tanto in tanto lasciavano cadere una gocciolina. Sono stato testimone di tutto questo spettacolo qui all’Agriturismo La Badia di Agnano, posto bellissimo, in mezzo a panorami di sogno, vicino a Pievi illustri quale la Pieve di San Bavello e l’importantissima Badia benedettina, ai piedi dell’Alpe, di San Godenzo. Ma la Badia  di Agnano, che nel medioevo doveva essere un punto di riferimento della Abbazia di Sant’Ellero, si trovava proprio sulla vecchia strada che proveniva da Frascole e raggiungeva San Godenzo. La chiesa, rifatta a seguito di terremoto, è romanica con i muri in filaretto e abside semicircolare. All’interno della chiesa si trova un bellissimo crocifisso, alcuni affreschi e un tabernacoletto del Cinquecento. Un bel campanile a torre ospita due belle campane che una volta dovevano allietare non poco gli abitanti della zona con il loro rintocchi: l’Ave Maria, il Vespro e gli ultimi rintocchi della sera quando greggi e contadini si ritiravano nei poderi, illuminati da un fioco lume di candela. Purtroppo queste campagne hanno conosciuto negli ultimi tempi un devastante allontanamento delle persone, degli armenti, perfino dei sacerdoti che sono andati a “curare” le anime nei paesi che sono cresciuti a dismisura. Per queste campagne sono stati tempi duri: è come se il cielo si fosse oscurato per l’avvicinarsi di un forte temporale, con nuvole nere cariche di acqua grandine e fulmini. Ma si sa, il cielo come cambia, se si ha un po’ di pazienza, il cielo a poco a poco ritorna sereno e già ci siamo scordati del temporale. Qualche volta il sereno in queste campagne ritorna, anche per merito di persone brave, amanti della campagna, che investono capitali e la loro vita stessa per far “rivivere” queste belle campagne. Uno di questi è il Signor Gabellini Giuseppe che abita a Dicomano. Sono stato loro ospite in occasione della vendemmia, una vera festa “consumata” in compagnia di amici parenti e conoscenti. Verso le 12,30, dopo il lavoro, le donne hanno preparato una bel pranzetto. Merito della Sig.ra Bruna e Tina, che hanno preparato un stufato che sanno fare solo qui in Mugello, di Concetta e della moglie di Giuseppe, Marcella. Il pranzo è stato veramente   eccellente, una vera tavolata sullo stile “Linea Verde” televisivo. Ma torniamo all’azienda agrituristica. Giuseppe, come ormai mi sono abituato a chiamarlo amichevolmente, ha “tirato su” un’azienda che ha una capacità ricettiva non grande, ma di qualità. Ho visitato i loro appartamenti, che il sig. Giuseppe, alloca soprattutto a turisti, che vengono apposta dall’estero attratti dalla magnificenza di questi posti. Quassù la vita ha davvero qualcosa di magico. Si gira lo sguardo e lo spazio si apre davanti ai tuoi occhi come una scena incantata. Dicomano magico, si dovrebbe dire. Quassù la vita riprende il suo “upper style”, diventa trend, moda, davvero questo è Mugello in.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

DONATO DONATINI: UN POETA E UN “ARCHIMEDE PITAGORICO” DI PALAZZUOLO SUL SENIO
Donatini si può definire l’Archimede pitagorico dell’Alto Mugello ed è vissuto a cavallo fra Ottocento e Novecento. Poeta, autore di “Stramberie poetiche”, ancora inedite (esiste una raccolta dattiloscritta curata dai figli Ivo, Elvio, Vasco e Giannina), a volte fin troppo pungenti e satire pervase del più genuino umorismo.Nasce nel 1878 da Carlo Donatini e Elisabetta Barbarassi a Palazzuolo.  Studente salesiano presso l’Immacolata a Firenze, non porta a termine gli studi poiché insofferente alla disciplina del collegio. Fugge per i monti del Mugello e dell’Alto Mugello, un po’ come farà in seguito il poeta Dino Campana. Il bosco, le montagne aguzze e aspre, ispirano a Donatini, ciò che egli diventerà in futuro. Pensa ai suoi marchingegni da tradurre in realtà e alla condotta di vita che di lì a poco dovrà sostenere. La sua “verve” poetica è prorompente. Quante poesie scaturiranno da quel vulcano in ebollizione che è il suo cervello! Ma intanto bisogna che Donatini trovi il modo di guadagnarsi la vita, magari con un lavoro a lui congeniale. Non gli piace oziare, ciò contrasta fortemente con il suo carattere. Decide di aprire una bottega di fabbro nel suo paese nel quale svolgerà anche il lavoro di armaiolo. Donatini aveva già appreso quest’arte, perché di arte si tratta, in quanto era stato allievo di Modesto Tagliaferri a Casaglia presso Borgo San Lorenzo. Donatini è anche e, direi soprattutto, inventore di marchingegni e di attrezzi tecnologici,  per quel tempo avanzatissimi, un vero e proprio Archimede.  Fra le sue invenzioni più importanti annoveriamo il maglio con carico  a balestra. Non è un caso che il  nostro inventore abbia utilizzato un congegno così antico quale la balestra in un luogo che vanta memorie medievali notevoli. Basti pensare alle rievocazioni medievali che si tengono ogni anno. Questo attrezzo è nato dall’esigenza, a seguito del terremoto del 1919, anno in cui la zona dell’Appennino tosco-romagnolo fu colpita duramente  e molti edifici andarono distrutti e lesionati gravemente. A seguito di ciò, nacque la necessità di costruire delle catene (chiavarde-tiranti) per ancorare i muri delle case danneggiate. Questo attrezzo, che in un certo senso sostituisce il pesante martello del fabbro, è capace di dare, sul ferro rovente, dei colpi più potenti e veloci, che permettono la saldatura, ad esempio, di occhielli di ferro a delle barre, in maniera più sicura e duratura nel tempo, sfruttando appunto questa velocità di esecuzione del lavoro nel momento in cui il ferro è allo stato di fusione. Non era una invenzione da poco. Quest’attrezzo è tutt’oggi largamente usato, naturalmente usando macchine e sistemi più meccanizzati. Ma il nostro Donatini era anche “patito” cacciatore e un amante dei fucili da caccia. Durante la stagione venatoria chiudeva bottega e appendeva sull’uscio un cartello: “CHIUSO PER CACCIA”. Donatini era anche l’unico palazzuolese che durante il periodo fascista, quando arrivava il 1° maggio, chiudeva il negozio e apponeva la scritta: “VIVA IL PRIMO MAGGIO FESTA DEI LAVORATORI”. Poi, si vestiva a festa, si metteva un garofano rosso all’occhiello, e noncurante del difficile periodo politico, andava a passeggiare per il paese, e a tutti quelli che incontrava diceva: “SONO ROSSO MA NON RUSSO”. Ma a Palazzuolo e fuori paese egli era conosciuto soprattutto per la sua poesia estemporanea, e per questo, veniva invitato a ogni festa per declamare le sue poesie ed era benvoluto e capito da tutti. In una di queste declamò: “Per far un brindisi agli sposini, centi kilometri fé Donatini”. Doveva essere un personaggio veramente simpatico, questo lo si può notare  anche guardando un suo ritratto dove sfoggia una giacca da cacciatore e al collo ha una pezzuola annodata alla garibaldina, come usava portare a quei tempi, e  sempre con quel suo sorrisino, di chi la sa lunga in fatto di umorismo e di furbizia. Donatini, per venire incontro agli agricoltori, aveva inventato una trebbiatrice smontabile. Questa si era resa necessaria poiché le vecchie trebbiatrici erano troppo alte e  pesanti, e , date le strade sconnesse e in salita, di quei monti, spesse volte, neppure i buoi più vigorosi riuscivano a trainarle e spesso capitava che ribaltassero. La trebbiatrice di Donatini, essendo smontabile in più pezzi la si poteva trasportare agilmente e ricomporre in pochi minuti. Non era una invenzione da poco! Oltre a questo Donatini aveva inventato altri mille marchingegni, tanto per citarne qualcuno: la trasformazione di un tornio parallelo  in una macchina utensile universale capace di eseguire molteplici operazioni; un fucile a retrocarica a forma di bastone, per la difesa personale; il marchingegno per fare le doppiette al capanno azionando due fucili con una sola persona, ecc. Oltre a ciò, Donatini che era anche un abile fabbro, egli eseguì la cancellata nella Cappella Votiva, su disegno dell’artista Tito Chini di Borgo San Lorenzo. Molte sono le invenzioni di questo simpatico palazzuolese che visse fino all’età di 74 anni. Tuttavia, prima di morire ebbe la forza di dire la sua ultima poesia:
“E’ una grande fatica stare a letto
specie per chi non fu giammai poltrone
e dire che ci sono tante persone
che ci stanno dì e notte per diletto”.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

“EBBREZZA” DA MUSEO
 
Alcune considerazioni sui musei mugellani
 
Musei, pinacoteche, gallerie d’arte, raccolte pubbliche e private, musei grandi, musei piccoli, musei diffusi, tutte parole che, in fin dei conti, hanno lo stesso significato di togliere l’opera d’arte dal suo contesto originario per porla in raccolte d’arte. sistematicamente suddivise per autori, per correnti artistiche, per periodi storici, ecc. Oggi “museizzare” è diventato di moda. Non c’è paese, anche il più piccolo, che non possieda il suo museo, bello o brutto che sia, interessante o meno interessante. Oggi fare museo è anche diventato un grande “business”, oltreché una grossa operazione culturale. Grandi flussi di danaro arrivano dalla Comunità Europea, dal Ministero, dalle Soprintendenze (che avallano operazioni culturali spesso discutibili), dalle Regioni, dalle Provincie, dai privati cittadini ai Comuni che li gestiscono (spesso male), in un settore, dove una volta, nessuno avrebbe investito. Oggi, vuoi per il turismo sempre crescente, vuoi per motivi politici e d’immagine, tutti si prodigano, volontariato o meno, in questo “boom” delle raccolte artistiche. Tutto ciò, naturalmente, è una cosa lodevole: è bello che i Comuni, le Curie Arcivescovili, ecc. sottraggano i loro tesori d’arte all’azione distruttiva dei ladri, del commercio antiquario poco serio, all’esportazione clandestina delle stesse. Però museo non è sempre sinonimo di bellezza, di positività, ecc. Ci sono in giro dei musei che quando li visiti, al massimo, riescono a darti un forte stimolo intestinale. Non mi riferisco solo ai musei locali, parlo anche dei grandi musei (talvolta statali). Allora, come diceva un proverbio,  i musei sono veramente gli “obitori del bello” o il “bello degli obitori”, che dir si voglia?  Ma davvero il museo è il raggiungimento massimo per un’opera d’arte? Io, che nei musei, nelle pinacoteche, nelle Soprintendenze, vi ho trascorso quasi una vita non ne sono abbastanza convinto. A me, certe volte, i musei, nella loro freddezza, nel loro modo di esporre le opere d’arte in maniera sistematica e noiosa, mi fanno venire, come si dice, il “latte ai ginocchi”, oppure mi fanno venire in mente gli zoo, dove gli animali se ne stanno rinchiusi dentro le gabbie, sonnacchiosi, annoiati, che ti guardano con quell’aria mesta che sembrano dirti: “Hai mai provato a metterti dalla nostra parte? Vuoi venire tu, visitatore, a provare come si sta in queste gabbie?” Però, tante persone, dicono che anche gli zoo sono utili, poiché, questo permette di salvare tante specie in pericolo di estinzione. Proprio come le opere d’arte? Per salvarle dal pericolo di estinzione, le sistemiamo nei musei, dove spesse volte entrano nell’anonimato  più assoluto, e spesso, anche in condizioni di conservazione tutt’altro che favorevoli. I grandi artisti di una volta, le grandi botteghe, erano orgogliosi che le loro opere venissero destinate a luoghi e sedi importanti. Questi grandi artisti ambivano che le loro opere continuassero a “vibrare”,  a “vivere” come quando l’opera si formava nelle loro mani. E queste opere potevano “vivere” solo se esse venivano poste nei luoghi dove erano state destinate: chiese, palazzi, arredi, ecc. Si facevano addirittura dei concorsi, ai quali partecipavano artisti importantissimi: si pensi alle porte del Battistero “il bel San Giovanni” al quale hanno partceipato Brunelleschi, Ghiberti, ecc. Se a un grande artista del Rinascimento, poniamo, Paolo Uccello, Piero della Francesca, Masaccio gli avessero potuto chiedere, una volta finito il capolavoro: “Lo sai che la tua opera, che è destinata al palazzo tale, alla chiesa tale, un giorno andrà a finire nell’anonimato di qualche museo, dove in un cartellino di pochi centimetri, verrà schedata e messo il tuo nome e cognome? Forse sarebbero stati contenti? No, di certo. L’opera destinata al culto di una determinata chiesa, o una scultura destinata ad abbellire un palazzo signorile, avrebbe dovuto mantenere questa destinazione e non  altre. Essi non avrebbero certamente dato il meglio del loro talento se avessero pensato che le loro opere, in un giorno lontano, avessero preso il triste cammino del “ricovero”, nella mestizia di un museo, o peggio ancora in un deposito o in uno scantinato di chissà quale palazzo. Essi sicuramente non avrebbero nemmeno gradito lo sguardo frettoloso di migliaia e migliaia di turisti provenienti da ogni parte del mondo, alcuni dei quali sottoposti a dei veri e propri “tour de force”, come dei veri e propri “stakanovisti” dei viaggi organizzati. Questi “turisti”, spesso, in un solo giorno, visitano due o tre città d’arte, una mezza dozzina di musei, alcune chiese e monumenti e ai quali resta anche il tempo di fare un po’ di “shopping” e mangiare qualche panino o un gelato sotto una torre o all’ombra di un campanile della città. Lo chiamano turismo “mordi e fuggi”, io lo chiamerei turismo per deficienti mentali. Purtroppo, e se dico purtroppo, spiegherò anche il perché, anche il Mugello si è lasciato contagiare da questo miraggio del turismo a “tutti i costi”, tanto di moda oggi, e di conseguenza si è lasciato investire dalla moda del “museizzare” le opere d’arte e creare musei a ritmo vertiginoso e di primato. Purtroppo, qui le cose vanno peggio che altrove. Qui si registra una vera e propria “ebbrezza da museo” e da miraggio turistico. E siccome, i mugellani sono campanilisti, si è cercato di creare un museo per ogni singolo paesino. Ci mancava poco che anche Rabatta avesse il suo museo (mi scusino gli abitanti di Rabatta). E allora, in un territorio, vasto come si vuole, come il Mugello e l’Alto Mugello, si creano una dozzina di musei locali, di realtà museali alle quali si dà il nome di Museo Diffuso, nel senso che diverse sono le raccolte museali e unica è l’istituzione. Una trovata ingegnosa che accontenta tutti: amministratori locali e cittadini. Non credo che si debba ragionare così: una piccola raccolta qua, una raccolta là, una raccolta più grande nel Capoluogo del Mugello. Si è di fronte a una vera e propria “proliferazione” che non trova una giustificazione razionale in nessuna maniera. Purtroppo, questa lista di musei è destinata ad aumentare: ho sentito parlare di un nuovo museo a Firenzuola, di un nuovo museo nel Mugello orientale che dovrebbe ospitare l’archeologia. E, forse, verrà fuori anche il museo di Tagliaferro, di Fontebuona, di Casaglia, ecc. Demagogia? Chissà! Alla fine si crea solo della confusione, tanto che qualcuno parla, a ragione, di Museo Confuso. A conferma di ciò, se non erro, la civiltà contadina la trovi a Erci, a Palazzuolo, a Bruscoli, a Sant’Agata; l’archeologia la trovi a Sant’Agata, a Palzzuolo (poi anche a Dicomano); l’arte sacra a Sant’Agata, a Vicchio,ecc, ecc: E poi c’è il Museo di Moscheta, chiamato, mi sembra, il museo del paesaggio dell’Appennino, sistemato nella gloriosa e secolare abbazia vallombrosana e che invece di documentare la storia e la vita della stessa nei secoli, raccoglie e cataloga le “cacchette” di volpi, lupi, marmotte, ecc. Ma si può ragionare così? Molti dicono, ed io sono d’accordo con loro, che per quanto riguarda la realtà del Mugello e dell’Alto Mugello, sarebbero stati sufficienti due grandi musei, uno in Mugello, l’altro nell’Alto Mugello.  Un museo diffuso, concepito nella maniera attuale rischierà di diventare, come qualcuno afferma, un “Museo Disperso” e questo non gioverà né alle opere d’arte, né alla cultura e nemmeno al turismo, né alla gestione degli stessi che col tempo diventerà impossibile. Ora io vorrei precisare che non sono un nemico giurato dei musei, anzi. Voglio solo dire che, per quanto riguarda le realtà locali, si dovrebbe dare più impulso ad altre forme di tutela e valorizzazione delle opere d’arte, ad esempio mostre temporanee o permanenti, ecc. nelle quali la collocazione delle opere non è definitiva e l’opera d’arte svolge ancora quel  ruolo “vivo” che le compete. Questo è come la penso io, che non sono né un “esimio storico dell’arte”, né un “sedicente critico d’arte”, come qualcuno mi ha definito. Non sono neppure un “abile artigliere” che si diverte a “bombardare i poveri musei mugellani”. Non sono neppure un “delegato” da Enti, quali Soprintendenze, ecc. Sono un semplice cittadino che ama la propria terra, nella quale è nato, che è il Mugello, e che ama i suoi abitanti. Un cittadino che, sapendo di andare “controcorrente” esprime le proprie opinioni con verità e coraggio, a tutto vantaggio del Mugello e dei suoi abitanti. Se poi sbaglio “corriggitemi”, come disse uno che sta in alto, molto più in alto di me.

Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

QUANDO L’ECCEZIONALE E’ DI MODA A FIRENZUOLA
Intervista a 360° con il sindaco Dr. Renzo Mascherini
Come ti rigiri a Firenzuola trovi qualcosa di “eccezionale” e non intendo affatto scherzare. Disponevo in questo week-end un pomeriggio assolutamente libero e il richiamo della montagna ormai si faceva sentire con una certa impellenza, ho puntato dritto verso Firenzuola con la sicurezza di non rimaner deluso. Ho fatto una visita alla Pieve dove ho avuto modo di vedere qualcosa di eccezionale. Nella chiesa è esposto, ben protetto da una teca, il Crocifisso ligneo del sec XII, sfuggito fortuitamente a un saccheggio da parte dei ladri alla Pieve di Camaggiore. Il Crocifisso è stato mirabilmente restaurato dalla Soprintendenza di Firenze ed è stato riportato alle forme originarie. L’interno della scultura in legno custodiva anche delle preziose reliquie, anche queste esposte. Finita questa breve ma interessante visita, mi sono recato al Palazzo del  Comune dove mi attendeva un’altra cosa eccezionale. Ho avuto il piacere e l’onore di visitare, in anteprima, con il Sindaco di Firenzuola, Dr Mascherini, gli scavi riportati alla luce e, ormai in via di ultimazione, delle fortificazioni e del fossato che si trovavano davanti al castello. Tanto per capirci si tratta di un circuito di mura protette da fossato e della porta munita di ponte levatoio. Questa opera difensiva sicuramente è da attribuire al disegno del Sangallo e risale al 1400. L’interessante è che nessuno sapeva di queste mura poiché erano interrate e furono scoperte fortuitamente in una buca scavata da una bomba durante l’ultima guerra. Seguendo il marcapiano si è venuto a scoprire tutto questo ben di Dio. Poi, in seguito, è stata ritrovata anche la documentazione antica che confermava l’esistenza di queste mura e ponte levatoio. Oltre alle mura sono visibili due cisterne che servivano agli abitanti del castello per vuotare gli orinali. Inoltre è stato scoperto un pozzo, medievale, quindi probabilmente preesistente al Castello, che sarà oggetto di scavo non appena le pastoie burocratiche lo permetteranno (forse riserverà molte sorprese). Ma la cosa più importante è che tutti questi scavi saranno visitabili, non solo, ma protetti da una vetrata entreranno a far parte del Museo della Pietra serena e vi si accederà lungo un bellissimo percorso, in parte nuovo, in parte antico, direttamente dal Museo attualmente esistente. I lavori di questi scavi fervono di buona lena. “Siamo alle fasi finali” Mi dice soddisfatto il Dr Mascherini e aggiunge: “E’ stata dura, ma ce l’abbiamo fatta”, e con un sorriso aggiunge: “Faremo una grande festa quando l’inaugureremo”. Poi, tornando nel suo ufficio, nel Palazzo del Comune, da dove si gode di una bellissima veduta su tutta la piazza, il Dr. Mascherini acconsente a rilasciarmi una eccezionale intervista a 360°.
“Dr Mascherini mi parli un po’ della sua vita”. Seduto alla poltrona della sua scivania ha iniziato il suo racconto: “Ho fatto i miei studi, come privatista, presso un insegnante Alberto Ceccarelli, tutte le materie delle prime tre scuole medie. Eravamo in tre. Era norma per i ragazzi di Firenzuola che volevano fare gli studi superiori prendere la terza media con questo Ceccarelli. Poi andammo a fare l’esame d’ammissione a Borgo San Lorenzo, lì io scoprii di essere adatto per gli studi e continuare. Poi sono stato in collegio a Fermo in provincia di Ascoli Piceno, dove c’è un grande istituto statale dove preparano i quadri intermedi dell’industria di Stato. Una scuola grandissima, circa 3000 studenti che provenivano da tutta Italia. In pratica corrisponde, questa,  a un Istituto Tecnico Industriale. Proprio in quegli anni fu liberalizzato l’accesso all’Università anche per i diplomati non liceali. Quindi mi iscrissi all’Università nel 1963, indirizzo chimica, e mi so no laureato nel 1969, esattamente il 19 luglio, giorno in cui gli astronauti americani misero il primo piede sulla luna. Ho fatto l’assistente universitario per circa un anno, beneficiando di una borsa di studio. Poco dopo essermi laureato, come assistente universitario, ho fatto ricerche che furono pubblicate su riviste inglesi. Dopo andai a insegnare all’ITI di Firenze, dove ho insegnato chimica fino a due anni fa quando sono andato in pensione. Ho insegnato dal 1971 fino al 2000, cioè circa 30 anni. In questi 30 anni dobbiamo calcolare un periodo di aspettativa, è cioè presidente della Comunità Montana del Mugello. Ho invece fatto il vice-sindaco di Firenzuola dal 1975 al 1980, insegnando contemporaneamente. Ho fatto il Presidente della Comunità Montana  del Mugello dal 1980 al 1995, cioè tre legislature. Attualmente sto ricoprendo la carica di Sindaco dal 1995. Di fatto ho 26 anni di esperienza come pubblico amministratore. A partire dall’anno 1997 sono stato direttore editoriale della Rivista nazionale UNCEM, Montagna Oggi. Purtroppo, questa rivista chiuderà i battenti con l’anno in corso, per motivi finanziari. La rivista ha dato un contributo importante a far conoscere la montagna e la sua specificità, a far capire che la montagna non è solo un problema nazionale, ma che è anche una grande risorsa da tutelare e valorizzare con politiche di sviluppo, anche per arrestare lo spopolamento e per riavviare un processo di sviluppo nella montagna. Ormai quindi la montagna svolge un ruolo strategico per le sue qualità ambientali, per le sue produzioni”. Alla mia domanda: “Quando lei si è scoperto ambientalista?” – “Quando ero presidente della Comunità Montana, anche per difendere il Mugello. Domando: “Quali sono ora le sue aspirazioni più grandi come sindaco?” Risponde: “Le aspirazioni più grandi, essendo  stato il nostro territorio attraversato dall’Alta Velocità ed essendo ora interessato al raddoppio dell’Autostrada del Sole, noi chiediamo che contestualmente all’adeguamento delle opere infrastrutturali, fra Firenze e Bologna, sia costruita la bretella autostradale che colleghi il Comune di Firenzuola con la variante di valico, con la costruzione di un tunnel sotto il Passo della Futa di circa 3 Km, che consentirebbe agli abitanti di Firenzuola di recarsi a Firenze o Bologna in un tempo di circa 30-35 minuti. Questo cambierebbe la storia del nostro Comune in quanto permetterebbe di lavorare e studiare nelle due città facendo i pendolari, con tutti i benefici che apporterebbe”. Dicendo questo il Dr. Mascherini sorride compiaciuto. “Quindi – aggiunge – non chiediamo solo opere pubbliche importanti ma dobbiamo anche essere consapevoli che il nostro sviluppo non può incardinarsi che sulla tutela e valorizzazione delle risorse, a cominciare dall’agricoltura di qualità, latte, agriturismo e carne genuina del Mugello, prodotti biologici, e per questo abbiamo un programma per la certificazione territoriale EMAS 2”. – “Veniamo alla tutela artistica Dr. Mascherini” – “Siamo inseriti nel sistema museale del Mugello, con due musei e cioè il Museo del Paesaggio storico dell’Appennino a Moscheta e il Museo della Pietra Serena nel capoluogo, e abbiamo buone speranze di ottenere finanziamenti DOPUP europeo 2000-2006 per realizzare il Museo di Arte Sacra nella chiesa della SS. Annunziata a Firenzuola che ci consentirebbe di valorizzare i beni, non solo quelli ancora conservati nel territorio, ma anche per far tornare le opere che sono state portate a Firenze a Santo Stefano al Ponte (Museo Diocesano di Firenze). Ancora, il recupero di un’antica cava di pietra serena a Bagnatoio” – “Si sente realizzato in questa sua professione di sindaco?” – “Non mi sono mai pentito di fare quello che faccio e nemmeno ho rimpianti di aver non fatto una scelta diversa. Questa esperienza di sindaco, che mi ha portato vicino alla gente, mi ha consentito di fare molte cose importanti e concrete”. – “Quale è stato un suo momento importante nella vita?” – “Un mio momento importante è stato quando dopo aver fatto 15 anni di Comunità, fui chiamato da un gruppo di giovani di Firenzuola, del mio Comune, che mi offrirono di fare il capolista di un progetto” – “E per quanto riguarda la sua vita familiare?” – “Sono sposato con due figlie Laura e Michela di anni 26 e 23. Sono legalmente separato dalla prima moglie e attualmente vivo con una nuova compagna”. Auguri e complimenti Dr. Renzo Mascherini.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori

 

UN MUSEO DOC A TUTTI GLI EFFETTI
Dopo la man bassa culinaria del Natale, mi è capitato di visitare il Museo d’Arte Sacra di Sant’Agata di Mugello. La giornata, meteorologicamente parlando, era delle peggiori: pioveva e faceva un freddo cane. In serata poi è nevicato sui rilievi appenninici. Dopo aver visitato la chiesa di Sant’Agata, splendida e ben tenuta, come sempre, ho voluto rivedere il piccolo museo annesso, la raccolta di Arte Sacra, che avevo già visitato lo scorso luglio o agosto in una giornata caldissima e afosissima. Evidentemente, quando vado per musei la fortuna “metereologica” non mi accompagna. Già. dicevo, un museo D.O.C., di quelli Da Organizzarsi in Casa, vorrà dire questo? Faccio un esempio, quando in una casa si deve ‘organizzare’ un salotto o una cucina, cosa si fa? Si prendono le misure della stanza, oppure si fanno quattro passi in largo e in lungo, e si comincia a dire: qui ci sta bene questo, là ci sta bene quello, la credenza è meglio metterla davanti alla porta, il televisore davanti alle poltrone ecc. Ma un museo non si organizza così, non è una cosa che si può fare ‘fatta in casa’ come si fa la sfoglia con il matterello. Fare un museo è una cosa molto seria per l’organizzazione del quale bisogna tener conto di numero di fattori elevatissimo, a iniziare dalla sicurezza, alla climatologia, all’illuminazione, alla posizione delle opere rispetto alla luce, in quanto queste devono essere ‘leggibili’ al massimo. Però, premetto una cosa, io non intendo dare lezioni a nessuno, esprimo un mio giudizio come libero cittadino e come mugellano. Nei vent’anni e passa che io ho trascorso alla Soprintendenza Beni Artistici di Firenze, prima, alla Soprintendenza Beni artistici di Bologna,poi, e, infine, al Gabinetto di Restauro della Fortezza da Basso, sono venuto a conoscenza di cognizioni relative alle opere d’arte, pur non essendo uno specialista in materia di climatologia o di museologia. Certo, devo dire che sono stato a contatto con museologi e climatogi, oltrechè restauratori di fama internazionale, essendo un collaboratore, e ho avuto modo di apprendere e di leggere loro ‘esperienze’ su restauro, climatologia, museologia ecc. So, per esempio, e per dire questo mi sono basato su studi pubblicati dal CNR, dall’Opificio delle Pietre Dure, dal Gabinetto di Restauri (Vedi cataloghi Mostre di Restauro), che le opere d’arte, finchè restano nelle chiese, godono di quel microclima ‘ideale’ che ha permesso loro di vivere, e vivere bene, per secoli, insomma per arrivare fino a noi in buona salute. Se un’opera d’arte, dal suo posto originario dove gode di questo favorevole microclima, viene esposta in un luogo, come nel caso di Sant’Agata, sottoposte al freddo più rigido, al caldo più afoso e alla polvere (non esiste un diaframma che isoli l’ambiente museale dall’esterno, se si eccettua una porta che rimane sempre aperta) questo, secondo il parere, non mio, ma degli esperti causerà un trauma irreversibile alle opere d’arte. In particolare, queste forti escursioni termiche di caldo-freddo causeranno alle tavole tre-quattrocentesche delle forti ‘tensioni’che agiranno sui legni nella maniera più deleteria. Le tavole cominceranno a imbarcarsi e la pittura che è stesa su un supporto di gesso comincerà a crettarsi, provocando dei sollevamenti di colore e di vernice. Che dire poi dell’umidità? Un piccolo deumidificatore posto nella stanza dell’arte sacra minore non credo sia sufficiente a garantire un clima ideale alle opere d’arte nei due ambienti. Si dovrebbe, forse, oltre alla installazione di un ‘diaframma’ fra l’esterno e l’interno, ricreare con mezzi tecnici moderni, n microclima il più possibile vicino a quello che avevano le opere nella loro collocazione naturale, storica. L’eccessiva umidità accompagnata da un caldo intenso, invitano a nozze i  tarli e altri parassiti, a fare un bel pranzetto delle tavole e delle tele. Ma oltre ai tarli esistono anche le muffe, causate in modo particolare dall’umidità, che sono agglomerati di microorganismi che ‘digeriscono’ le opere d’arte dal loro interno. E poi la polvere. Trattandosi di un museo ‘quasi all’aperto’, ed essendoci un parcheggio vicinissimo, dove le auto arrivano e partono, questo fa sì che le opere d’arte vengano irrorate continuamente da nuvole di polvere e altro (anche se noi non ce ne accorgiamo). Che dire poi dell’illuminazione: insufficiente, inadeguata. E della collocazione delle stesse? Alcune sono ‘illeggibili’, nel senso di non fruibili o perché sono troppo in alto o troppo in basso rispetto a chi le guarda. Cosa dire poi del biglietto di ingresso? Mi sembra un pò caro considerando il fatto che si tratta di un piccolo museo. Quanto si dovrebbe pagare agli Uffizi in proporzione. Forse dieci o venti volte tanto. E poi, in fatto di far pagare cara la cultura io ho un’idea tutta personale, che non esprimo e tengo per me, non voglio sollevare altri vespai. Le opere d’arte della raccolta di arte sacra, ripeto, sono tutte molto importanti, forse anche troppo. Sulla sicurezza delle stesse, e sugli impianti antifurto, non sono competente, anche perché in questo campo, mese dopo mese, ci sono nuove invenzioni, impianti più sicuri, ma lascio agli esperti questo compito (spero di non lasciarlo ai ladri, che sono così frequenti nelle nostre campagne nugellane!)
Vorrei infine spendere due parole su alcune opere d’arte che si conservavano nel Museo ed e, fino a non molto tempo fa, si trovavano nella Chiesa di Sant’Agata. Queste opere, quando furono fatte, furono donate alla chiesa, da magnati o dal sacrificio di povera gente verso le quali, il popolo, ha sempre riposto una speranza di fede, da secoli e secoli. Queste opere, quindi, loro appartengono, e, mi sembra un errore sottrarle al culto dei parrocchiani e amici santagatesi. Io non vorrei, e spero proprio di no, che un parrocchiano per andare a dire un’Ave Maria alla Madonna, della quale era devoto, debba pagare il biglietto d’ingresso! Robe da matti. Tuttavia, non sono pessimista. Credo che il ‘piccolo’ museo d’arte sacra diventerà rapidamente adulto, anche perché  ho visto  tante persone di buona volontà che si sono presi cura di questa nascente istituzione, a cominciare da tanti giovani che svolgono un servizio di volontariato veramente meritevole.
Il Museo in oggetto non è bocciato definitivamente, diciamo che è solo rimandato a settembre. Spero che non si leverà un coro di proteste, la mia vuole essere una critica costruttiva, il giornale in fondo è fatto anche per questo e cioè per informare nel bene, nel meno bene e, se necessario, nel male. Non è questo il caso. Un giudizio molto più positivo mi sento di esprimerlo per la contigua Esposizione Archeologica. Ma di questa parlerò in una prossima occasione.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

MA CHE CAVOLO DI LINGUA PARLAVANO I NOSTRI ANTENATI ETRUSCHI?
Un viaggio immaginario alla scoperta dell’idioma etrusco
“Mi spanti Nuzinaia”: Io sono il piatto di Nuzinai. Fino qui niente di trascendentale. Già perché gli etruschi personalizzavano ogni cosa, anche i piatti. Era un po’ come dire: “se non  ti dispiace posa questo piatto poiché non appartiene a te, ma a Nuzinai. Questa Nuzinai, sarebbe la nostra Nunziatina, almeno si avvicina come fonetica. Ancora “Mini muluvanice Mamarce”. Qui anche se la cosa sembra un po’ più difficile, non dobbiamo per niente spaventarci. Semplicemente: “Mamarche” – che potrebbe essere un po’ il nostro Marco – l’ha dedicato a me (forse a una divinità). Ma qui già vediamo una differenza fra “mi” uguale a  “io” e “mini” che significa “a me”. Questo “mini” è molto simile a quel “mene” che si sentiva, fino a non molto tempo fa, nella parlata di certi contadini toscani. Per esempio, in Mugello, si poteva sentir dire una frase come questa: “l’ha detto a mene” (l’ha detto a me).
Ed ecco dimostrato come la lingua etrusca abbia avuto una continuità nel tempo, per secoli e secoli, fino ad arrivare ai nostri giorni. Però se io esamino la frase seguente: “partunus vel velthurus satnalc ramthas clan avils lupu XXIIX”, cosa vi viene in mente? Buio assoluto? Forse che quel “lupu” significa lupo? No, qui le cose si complicano un pochino. Ci sono molti nomi di persone in questa frase, come Partunu, Velthur e Satlnei. Notate il primo nome con quella “u” finale, sembra sardo, no? Velthur, invece assomiglia a Valter, ma è una pura congettura. Allora la frase etrusca dice: Partunu Vel (Vel sarebbe il cognome), figlio di Velthur e di Satlnei, morto (lupu) a 28 anni. Purtroppo per il nostro Partunu, o Partuno se lo vogliamo italianizzare, la vita non fu generosa con lui, infatti l’iscrizione dice morto a 28 anni, troppo giovane anche per quei tempi. Quel “lupu” etrusco che ha il significato di “morto”, assomiglia al nostro lupo, è vero. Chi sa, se gli etruschi chiamassero questi animali davvero “lupu” e se il sostantivo significasse anche l’equivalente di “pericolo”, oppure “morte”. Certo i lupi allora dovevano essere molto pericolosi, molto affamati, e quando si avvicinavano a un gregge di pecore a qualcuna di loro toccava la mala sorte di diventare “lupu”, cioè uccise, morte. Solo ipotesi. Ma guardiamo ancora un’altra frase: “Alethnas Arnth larisal tarchnalthi amce”. Qui veramente non sappiamo che pesci prendere. Ma non c’è tutta quella difficoltà come appare ad un primo esame. Intanto Alethnas Arnth sono un nome e cognome, come io dicessi, ad esempio Mario Rossi. Poi “larisal” va scomposta in due paroline “Laris” e “al”, dove Laris è un nome e “al” sta per “figlio di”. Poi troviamo un’altra parolina “zilath” o “zilche” che significa “magistrato”. Non impressioniamoci, eh! Questa parola non è proprio estranea all’italiano, poiché in un dialetto italiano, l’umbro, lo “zicche” di un paese, di una città, ancora oggi, sarebbe colui che ha in mano il potere. Il “bosse”, come diremmo noi umoristicamente in Mugello, insomma colui che comanda. Poi un’altra parola che sembra davvero intraducibile “tarchnalthi”, anche questa è una parola composta da “tarchna” e il suffisso “lthi”. Quindi,Tarch(u)na, avete capito? Esattamente. Gli Etruschi, a partire dal VI secolo a.C. (per renderci ancora più difficili le cose) introdussero la sincope in  mezzo alla parola, vale a dire, nella scrittura tolsero la vocale. Una specie di abbreviazione della scrittura, se vogliamo. Ma allora, niente di impossibile: le cose si facilitano e capiamo subito che Tarchna  (Tarchuna) non è altro che l’antica città etrusca: Tarquinia. Manca ancora una parolina all’appello, quell’”amce”. Voce del verbo? Essere. Anzi, passato remoto del verbo essere e quindi “amce” è uguale a “fu”. Ora, con facilità possiamo ricomporre la frase: “Alethna Arnth figlio di Laris, fu magistrato a Tarquinia”. Una frase comunissima, scritta con un alfabeto che è simile al nostro, con la sola differenza che la scrittura va da destra verso sinistra, al contrario della nostra scrittura. Allora sembrerebbe tutto chiaro? Magari! Sarebbe tutto chiaro se conoscessimo il vocabolario etrusco, vale a dire se fossimo in possesso, di diecimila, ventimila parole, come troviamo, ad esempio nel nostro vocabolario della lingua italiana. Purtroppo, e qui sta la difficoltà, noi conosciamo un vocabolario molto limitato, vale a dire un  vocabolario “cimiteriale”, di frasi molto semplici come questa: “Qui giace Pinco Pallino”, “Qui riposa Caio o Sempronio che ha vissuto per 70 anni”. Tutte frasi come queste. Per far capire la cosa è come se noi dovessimo compilare un vocabolario di italiano, avendo a disposizione, facciamo un caso, solo le lapidi del cimitero di Trespiano.  Un vocabolario, quindi, che possiamo definire senza ombra di dubbio “limitato”. Facciamo un altro caso per capire: “Lethamsul ci tartiria cim cleva acari…calus zusleve pavinaith acas aphes ci tartiria ci turza”. Vi dico subito che si tratta di prescrizioni relative ad offerte rituali. Qui troviamo un numero “ci”, che significa “tre”. Ma se in questa frase capiamo all’incirca il significato vale a dire: “al dio Letham si debbono offrire tre “tartiria” e tre “cleva”, non sappiamo cosa significano queste parole “tartiria” e “cleva”. Senza traduzione inoltre rimangono le parole “zusleva” e “turza”. E dire che noi possiamo leggere l’etrusco, poiché l’alfabeto è quello greco, molto vicino al nostro, e possiamo anche pronunciarlo perché l’alfabeto greco è stato “adattato” dagli etruschi per la loro lingua. Quindi anche la fonetica, supponiamo sia quella giusta, vale a dire, noi pronunciamo bene quello che leggiamo. Però, non capiamo il significato, o per lo meno lo capiamo in parte, limitatamente al linguaggio cimiteriale, ad alcune iscrizioni relative ai terreni e ai confini, oppure relative alla mitologia, insomma, poco, molto poco. Gli etruschi in definitiva erano un po’ diversi da tutti gli altri popoli italici, tanto da chiedersi chi essi fossero e da dove venissero. Un giorno Dionisio di Alicarnasso, retore e storiografo vissuto a Roma fra il 30 e l’8 a.C., disse: “Ci penso io” e incontrando uno di questi etruschi, forse per strada, gli chiese: “Chi siete e da dove venite?”. L’etrusco senza scomporsi minimamente gli rispose:  “Rasenna!”. Il povero Dionisio si allontanò in fretta credendo di essere stato offeso, o che l’etrusco avesse bestemmiato gli dei. In realtà ‘rasenna’ voleva dire “il popolo”, in un certo senso “il popolo per eccellenza”. Così si sentivano gli Etruschi!
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

ETRUSCHI: LA QUESTIONE DELLE ORIGINI
 
Eccoci arrivati a uno dei punti “dolens”, o meglio al punto più misterioso in assoluto di tutta la questione etrusca: quella delle origini, o meglio della provenienza. Esistono varie teorie su questo punto, nel senso che gli studiosi sono divisi se azzardare, avallare o dare per scontato le varie teorie avanzate nel corso della storia, oppure se non sia, più prudente parlare di una necessità, o meglio ancora non parlare di origini, ma di “formazione”. Insomma, inutile nasconderlo, se la fine della civiltà di questo popolo resta misteriosa, non di meno  lo è il suo inizio, se così si può parlare. Esistono varie teorie sulla provenienza o sulle origini, ma a me sembra, che la “teoria” che attualmente sia più “di moda” è quella dell’autoctonìa.  
Ho avuto la conferma di ciò, anche la scorsa estate, vistando vari musei dell’entroterra etrusco maremmano. Al contrario delle teorie avanzate a cominciare dall’antichità, fino ad arrivare all’età moderna, su questo spinoso problema, il grande storico ed etruscologo Massimo Pallottino, per la prima volta, ha come dire, “disconosciuto” il problema delle origini rovesciando, in un certo senso, il modo di ragionare, e di congetturare sulla provenienza di questo popolo ed ha aperto una tesi,  tutta propria, discutibile anche questa, se vogliamo, cioè quella della “formazione in loco” di un popolo. Bisogna dire a questo proposito che la scienza dell’Etruscologia, intesa in senso metodologico, moderno, della “etruscologia” è abbastanza recente, essa risale solo nel XVIII secolo, quindi verso il 1700. In passato,  è vero, erano state ipotizzate, varie tesi sulle origini di questo popolo, ma, si sa le fonti antiche, quelle greche e romane, erano un po’ troppo influenzate dalla mitologia che era la religione di quei tempi. E’ vero che un illustre studioso ha affermato che non è la storia a spiegare la mitologia, ma è quest’ultima a spiegare la storia, ma non esageriamo. Fatto sta che molti avvenimenti considerati un tempo mitologici, si rivelano veri, cioè la mitologia ci ha permesso di scoprire molte verità diventate storia. Dunque, é questo il punto importante del discorso, gli etruschi erano stati in un certo senso dimenticati. Fino a non molto tempo fa, la cultura ufficiale, la storia del nostro paese era letteralmente “intrisa” di romanicità e questo lo è stato per moltissimo tempo, per quasi due millenni. La conquista del popolo etrusco, per mano dei romani, ha cancellato del tutto o quasi il ricordo, la lingua, gli usi, la scrittura di questo popolo meraviglioso. 
L’effetto che ha avuto la civiltà romana sul popolo etrusco è simile a quella, che nei secoli passati, persone, davvero maldestre e poco illuminate, hanno steso una mano di bianco o di altro colore coprente su meravigliosi affreschi medievali, rinascimentali, barocchi, etc. Oggi, con la mano paziente del restauratore, con il suo bisturi usato sapientemente, questi capolavori, a poco a poco, vengono riscoperti in tutta la loro bellezza, quasi per magìa. Lo stessa cosa sta avvenendo per gli etruschi. Giorno dopo giorno assistiamo, alla scoperta di tombe con ricchi corredi, di siti archeologici, di fondamenta di case, di templi, ecc. La civiltà etrusca, sta affiorando prepotentemente dagli scavi, in tutta la sua bellezza e oggi, più che mai, possiamo affermare con sicurezza che  non due grandi civiltà antiche hanno influenzato la nostra Italia, ma di tre grandi civiltà: quella greca, quella etrusca e quella romana. C’è stato indubbiamente un concorso di fattori, che hanno determinato l’offuscamento di questo popolo. Senza dubbio i romani hanno avuto il ruolo maggiore di demerito, avendo assoggettato questo civilissimo popolo, quindi avendolo privato della libertà, dei loro costumi, della loro religione ed avendogli fatto accettare forzatamente la loro cultura. Poi le invasioni barbariche e il cattolicesimo hanno fatto il resto. In seguito, per tutto il medioevo, nelle università europee, lo studio della lingua latina e del diritto giustinianeo, era alla base di tutti  gli indirizzi di insegnamento di allora. Poi è venuto il Rinascimento, un movimento culturale complesso,  che aveva fra le altre caratteristiche, quella della riscoperta e lo studio degli antichi capolavori di letteratura greci e latini, della riscoperta delle bellezze classiche scultoree, architettoniche e pittoriche, sempre di queste due civiltà del passato  ma non degli etruschi, salvo poche eccezioni, come, ad esempio, la Chimera d’Arezzo, “restaurata” in  periodo rinascimentale. Bisogna arrivare, come abbiamo detto, al 1700, esattamente 1726, con la fondazione della Accademia Etrusca di Cortona, che diventerà il centro di questa attività erudita. Soprattutto nelle nostre scuole, gli etruschi, sono stati emarginati dalla nostra cultura (con il pretesto che non si trattava di un  popolo civile ma di gente dedita ai passatempi e alla vita  godereccia: un’immagine questa del tutto falsata) in favore di una romanicità esasperante, insegnata pedantemente nelle scuole fino a farcela diventare indigesta. Eppure gli etruschi ci hanno dato tanto in termini di cultura, di lingua, di costume, anche se non  si sono trovati ancora i famosi testi letterari, vale a dire gli scritti eruditi etruschi sulle varie discipline. Gli etruschi, con la loro arte, hanno riempito i musei italiani e di tutto il mondo con le loro sculture, le ceramiche, i meravigliosi gioielli o oggetti del loro vivere quotidiano. Non per ultimo  la lingua. Eppure anche questo apporto così importante è stato, per così dire, disconosciuto. Non importa risalire ai vecchi dizionari dell’Accademia della Crusca, per rendersi conto di ciò. Basta guardare un dizionario dei nostri studi giovanili, delle scuole superiori, per renderci conto di come nella derivazione delle parole si parli quasi esclusivamente di derivazioni latine e greche o arabe. Dove mancano  queste derivazioni, i vocaboli restano senza paternità, sembrano non avere storia, come usciti fuori dal nulla. Se io prendo, ad esempio la parola “olio”, il vocabolario mi dice che deriva dal latino “oleum”, lo stesso dicasi per vino. Eppure gli etruschi chiamavano quest’ultimi “eleiva” e “vinum”, molto simile al nostro italiano. Ce ne sono in abbondanza parole che derivano dall’etrusco. Prendiamo la parola “clan”. Oggi sentiamo dire Sempronio appartiene al “clan” di Tizio o di Caio, oppure per fare un esempio più terra terra, il Clan di Cementano. Per gli etruschi clan significava “figlio”. Invece, la parola “sex”, una parola  oggi tanto usata e abusata, vale a dire “sesso”, in etrusco significava “figlia”. Mi sembra ci sia un ottimo accostamento fra i due significati. E non possiamo fare ancora uno studio definitivo, poiché per ora i vocaboli etruschi conosciuti sono solo quelli relativi all’ambito tombale, cimiteriale e poc’altro ancora. Con il tempo, via via che ci saranno nuove scoperte,  vedremo sempre più l’apporto notevole della lingua etrusca sulla nostra lingua italiana. Dobbiamo renderci conto che gli Etruschi sono fra noi, sono “tornati”, anzi ci sono sempre stati, non sono mai andati via. Le genti etrusche che popolavano Fiesole e il Mugello Orientale sono sempre lì, con i loro usi, i loro costumi, la loro lingua caratterizzata da quella “c” aspirata di derivazione etrusca. I Romani li hanno vinti, li hanno assoggettati, ma non li  hanno annientati. Piano piano, i loro oggetti personali tornano in superficie: rasoi, piatti, le anfore, le “mezzine” di rame saltano fuori dal terreno e ci parlano: “Mi spanti Nuzinaia”, “Mini muluvanice Mamarce”, “Io appartengo a Nuzinai”, “Questo  Mamarce l’ha donato a me”, e così tornano a farsi “vive” le persone: Nuzinai, Mamarche, che il tempo aveva dimenticato. Poi tornano a rivivere i volti di questa gente raffigurata nei coperchi dei sarcofagi, negli affreschi parietali delle tombe, nella lamine, nelle statuine in terracotta. Tornano i loro stupendi gioielli come le fibule, gli orecchini, i bracciali. E’ un mondo che “rimpatria” ma che non era mai sparito, solamente era stato dimenticato. In uno studio recente, nel sangue degli italiani, ma in  particolare in quello dei toscani, è stata rilevata un percentuale non trascurabile di sangue etrusco, cioé di quel sangue le cui caratteristiche sono state analizzate nei reperti umani delle tombe etrusche e che corrisponde parzialmente alle caratteristiche  del sangue di noi “etruschi moderni” la cui composizione è senz’altro detrminata da elementi fornitici dal buon vino delle nostre vigne e dall’ olio extra vergine di oliva. Nei territori dove non attecchiscono queste due piante, dubito che vi abitassero gli etruschi! Non vi sembra meraviglioso tutto questo? Ma abbiamo perso di vista il tema delle “origini”, tema che riprenderemo prossimamente.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

‘RITROVATA’ L’ANTICA PIEVE DI SANTA FELICITA A LARCIANO IN VAL DI FALTONA
 
RISOLUZIONE DI UN ENIGMA CHE DURA DA SECOLI

A proposito di questa Pieve il Brocchi scrive nel suo libro Descrizione del Mugello del 1747: “Dicono che in antico fosse la medesima (Pieve ndr) fabbricata in luogo detto Larciano, distante ora dalla Pieve circa un miglio a verso Tramontana, in onore di S. Felicita Martire, e che poi essendo rovinata, fosse traslatata sotto il titolo di Santa Felicita e dei Santi Maccabei, nel luogo ove ora è di presente, asserendosi da quei paesani,che quivi fosse un Monastero di Monaci Basiliani.
Questa tesi, almeno nella sua prima parte, è avallata in tempi moderni dal Calzolari,
storico e  ricercatore della Curia Fiorentina.
Ma vediamo chi era Santa Felicita: nel Martirologio romano di Papa Gregorio XIII,stampato a Roma nel 1636 si dice in proposito: “In Roma S. Felicita, madre di sette figlioli martiri, la quale dopo loro per comandamento di M. Antonino Imperatore, fu decollata  per la fede di Cristo”.Quindi il nome della Santa Felicita ci è senz’altro di indizio della vetustà dell’antica Pieve.
Con queste brevi indicazioni mi sono proposto di andare a ricercare la vecchia Pieve.
Unico indizio sicuro era  che questa si trovava in località Larciano a circa un miglio a tramontana, che nel linguaggio settecentesco significa a Nord. Dopo varie indicazioni sono arrivato a questo paesino di ‘due case e una svolta’, anzi due case e una grande villa in restauro, che in tempi imprecisati era un Monastero per monaci.
Dopo aver superato la diffidenza di alcune signore del luogo, e dopo essermi qualificato come un ricercatore di storia antica, queste hanno acconsentito a darmi informazioni, tramandate loro dalla tradizione, sulla vecchia Pieve e dove questa si trovasse.
Queste persone di una certa età, che sono nate nel posto, e vivono lì da diverse generazioni, hanno confermato che lì a Larciano era ubicata l’antica Pieve, e che
questa, in tempi antichissimi, fu trasferita in località Faltona.
Questa località Faltona genererà poi nei secoli molta confusione per identificare le due pievi,  essendo entrambe dette a Faltona.  Il mio intento sarà quello di rendere più chiara la cosa, con argomenti, spero, convincenti.
Il Calzolai continua: “La Pieve è ricordata fin dal 1023: Rolando e Lamberto del fu
Ranieri diedero a livello terre nella zona a Recintio fu Giovanni (ASF: Diplomatico,
Monastero di Luco alla data). Sempre nel medesimo fondo è il documento di una
vendita di terre poste a LARCIANO (24 novembre 1187) ‘sub obligo ipsius potestatis
qui in ac terra dominaret. Actum Larciano’ (Ibidem alla data).
Fino qui nessuna difficoltà: si sa che si sta parlando dell’antica pieve di Santa Felicita
a Larciano. Ma ora comincia il ‘rebus’, e, cioè, dobbiamo stabilire le ragioni per le
quali l’antica pieve è stata spostata da Larciano a Faltona.
Intanto bisogna dire che Larciano era un castello e che la Pieve faceva parte di questo.Nei pressi e sotto la pieve ci sono enormi scantinati che fanno pensare che
questi servissero al vecchio castello per la sua difesa.
E’ probabile che il castello abbia perso la sua importanza strategica in un periodo
imprecisato, cioè che questo sia stato sostituito da altri castelli più importanti e
che piano piano sia stato ridotto a castellare e che anche la pieve abbia cominciato quel periodo di decadenza del quale ci parla il Brocchi. Dalle fonti non mi risulta che esso sia stato abbattuto dai fiorentini o da altri.
Un’altra ipotesi dello spostamento della chiesa a Faltona potrebbe essere la seguente e cioè: per la crescente importanza che andava assumendo Firenze anche nel contado, ci fu quasi sicuramente in quell’epoca una rivoluzione stradale, come attesta anche il Plesner nel suo libro: ‘Una rivoluzione stradale nel ‘200’ e le vecchie strade di crinale
subirono, almeno in parte importanti modidiche. Queste non risparmiarono neppure la zona di Borgo San Lorenzo, l’antica Annejanum romana edi conseguenza neppure la zona di Larciano. Le Pievi si vennero d’ora in poi costruite lungo le strade principali se non lo si trovavano e vennero loro attribuite nuove competenze amministrativa, fra le quali la manutenzione delle strade.
A conferma di quanto detto ci vengono in aiuto antiche piante della zona che io stesso  ho rintracciato presso l’Archivio di Stato di Firenze. In una di queste, troviamo una importante  strade di crinale va a Borgo San Lorenzo partendo da San Cresci a Macioli, lambendo Montesenario, San Clemente alla Tassaia, Santa Felicita a Faltona, Fontegianni e dopo aver traversato la Sieve, arriva a Borgo San Lorenzo. In questo tracciato viario Larciano non è più toccato dalla strada, mentre sulla stessa strada troviamo invece ubicata la nuova pieve di Faltona. Questa è un’altra ipotesi per la quale la pieve di Larciano sarebbe, come dire, rimasta fuori dalla strada di grande comunicazione e come avviene oggi la località avrebbe progressivamente perso la primitiva importanza,cioè ‘scansata’.
Ma a questo punto sorge la domanda: quando la vecchia pieve di Larciano ha cessato
di ‘esistere’ e quando è stata impiantata la nuova Pieve di Faltona? Non è assolutamente facile rispondere. I testi antichi non parlano di ciò, anzi, fanno molta confusione per il fatto che nei documenti della stessa epoca vengono confuse le due località Larciano e Faltona, dando a pensare che siano due località diverse. Dice il Repetti ,che due documenti rogati rispettivamente nel dicembre 1016 e nel febbraio 1085, rammentano la pieve di Santa Felicita situata sin d’allora in Faltona. Questo è stato un rebus anche per me e per disverso tempo, senonchè questo rebus non esiste affatto, e questo l’ho scoperto recandomi più volte sul posto. Si arriva in questo luogo passando dal ponte detto di Serravalle , si prende sulla sinistra la strada per San Piero a Sieve e dopo appena 30 metri ci si immette in una stradina che conduce a Larciano. E qui sta la ‘sorpresa’. Il fiume Faltona, che si crederebbe aver lasciato al ponte,  costeggia invece la stradina  e in località Larciano il fiume Faltona è vicinissimo all’abitato, e molto più vicino di dove sorge l’attuale Pieve.
Ecco svelato il ‘mistero’: l’antica pieve di Santa Felicita a Larciano viene definita anche di Faltona perchè è ubicata sulla riva del Faltona ed ecco perchè gli antichi documenti del Mille e successivi parlano indifferentemente di Santa Felicita a Larciano o Faltona.
Ma questo ancora non ci dice quando è sorta la nuova Pieve di Santa Felicita a
Faltona. Ritorniamo al Calzolai che dice: “la pieve attuale è riferibile all’XI-XII
secolo”. La cosa è possibile e spiego perchè. Anticamente solo nelle pievi vi era il
fonte battesimale e questo serviva per tutto  il territorio della loro giurisdizione.I bambini che nascevano nelle chiese suffraganee, anche lontane dalla Pieve, dovevano essere battezzati nella chiesa plebana, anche perchè questa fungeva da ‘anagrafe’ per quei tempi. Dice ancora il Niccolai: “nel fonte battesimale del Battistero di Faltona si leggeva, almeno sino all’anno 1537, la data in cui questo fu scolpito “INSCULPUM ANNO MCLVII ERECTUS EIUSDEM”. Quindi è opinabile, ma di questo non c’è assoluta certezza, che la chiesa sia stata fabbricata nel secolo XII in quanto il fonte battesimale recava la data 1157. Non è da escludere però che la chiesa fosse stata costruita nel secolo precedente e avesse ricevuto il fonte battesimale solo un secolo successivo.
Da questo periodo in poi inizierà la fioritura della nuova Pieve e la decadenza della
vecchia. Questo si deduce da un altro documento. Nelle Rationes Decimarum dell’anno 1302-3 la pieve di Santa Felicita a Faltona (l’attuale) aveva come suffra-
ganee le seguenti chiese: S. Donati de Polcanto, S. Nicolai de Pila, S. Romoli de
Biviglano, S. Clementis de Montecaroso, S. Andree de Montegiovi. Non è più
menzionata la chiesa di Santa Felicita a Larciano o Lerchano, neppure come chiesa
suffraganea.
Interessante di questo periodo è il sigillo in cui si vede incisa l’effigie di Santa
Felicita con sette teste attorno, rappresentanti i sette figli o altri sette martiri e sotto
l’effigie del pievano in ginocchio, con la scritta intorno: S. IACOPI PLEBANO
PLEBIS S. FELICITAS DE LERCHANO, cioè sigillo di Jacopo pievano della
Pieve di Santa Felicita a Larciano. La pieve conservava il nome Larciano
per ricordarne l’origine.
A conclusione, devo ammettere, che oltre ad aver avuto la fortuna  di risolvere questo piccolo enigma storico, sono stato ancora più fortunato a ritrovare l’antica pieve e fotografare quello che resta della stessa. Le fotografie sono più eloquenti della descrizione. Ho fotografato nell’abitazione di una signora, che abita nei locali dell’antica pieve, alcuni interessantissimi capitelli che ne facevano parte e inoltre un
portale con un piccolo oculo laterale e un frammento di muro antico, oltre che la facciata orientata a ovest, come tutte le chiese più antiche.
Accanto alla chiesa c’è una villa antica, ora in restauro, già appartenente alla Fam. Berretti, che la gente del luogo dice fosse stato un monastero maschile. Alcune
crocelline poste al di sotto delle ampie finestre proverebbero la destinazione
religiosa di questo edificio. Mi viene un dubbio, visto che è stata fatta tanta
confusione fra queste due pievi, non sarà forse questo l’ edificio del quale parlano le
fonti tradizionali che ospitava nei secoli passati un Monastero di Monaci Basiliani?
Tutto potrebbe essere.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

ARTE AL FEMMINILE A RUFINA
Una intervista con la pittrice Vanna Innocenti
Sono capitato per caso a Rufina, di ritorno da San Lorino e Londa, dove mi ero recato per acquisire una documentazione fotografica per i miei articoli che riguardano la Pieve di San Lorino e il paese di Londa. Mi sono quasi imbattuto davanti a quel cartello rosso, che pendeva dal palazzo Comunale e era intitolato Festa della Toscana. Mi sono incuriosito e entrando nelle sale, di solito adibite per esposizioni, ho notato un via vai di persone, che stavano portando pitture, sculture, ecc. Ho notato vecchi amici, fra i quali il nostro Manlio Nebbiai che con aria soddisfatta e dopo avermi salutato, con il suo solito sorriso sornione mi dice: “Bella roba eh Campidori?”. Io che conosco Manlio, so prima di tutto che lui è nel suo centro quando è in mezzo all’arte e agli artisti; inoltre la sua contentezza va alle stelle quando questi artisti sono validi e quando i loro lavori non sono da meno. Già, appoggiati alle pareti, ma non ancora appese sui muri c’erano alcune opere meritevoli d’attenzione, fra le quali ho apprezzato alcuni scorci, ad esempio su San Giovanni Maggiore in Mugello, un quadro raffigurante un maestro d’orchestra che dirige una grande orchestra, un tenero quadro con madre e bambino. Dopo aver detto a Manlio che ero rimasto piacevolmente sorpreso per la qualità delle opere, Manlio mi ha fatto conoscere una pittrice interessante, una rufinese doc, che si chiama Vanna Innocenti. Dopo alcuni preliminari d’uso, nella quale mi ha raccontato in breve la sua vita, mi ha parlato un po’ anche della sua attività d’artista. Dopo essermi complimentato con lei per i quadri Le ho detto: “Se non mi avessero detto che si tratta di una mostra fatta da sole donne, io certamente non me ne sarei accorto”. Infatti, come ho fatto rilevare alla Vanna Innocenti, certi tratti riscontrati in certi paesaggi, certe pennellate decise, “maschie” le si potrebbero definire, certe tonalità intense, non facevano certo pensare che l’autore fosse una donna. In un  certo senso la pittura delle donne ha acquisito quella “virilità” che gli mancava e si è in tutto equiparata agli uomini. L’arte femminile si è emancipata? Ho chiesto alla Innocenti? La risposta è stata la seguente: “Se prima la donna era costretta a fare mazzolini di fiori e gattini, ora la cosa è cambiata molto. La figura della donna non è più legata ai fornelli di casa, ma la donna, emancipata, non più schiava del marito, si è conquistata un posto importante nella società moderna”. Allora io mi sono chiesto cosa significa “emancipato”. Sono tornato ai tempi della mia gioventù, quando frequentavo la Facoltà di Giurisprudenza, in Via Laura a Firenze. Studi che poi non ho terminato. Mi ricordo, tra l’atro di aver dato un esame con Giorgio La Pira e di averlo superato brillantemente. Il nostro Giorgio La Pira era un tipo molto originale. A lui bastava capire se a noi esaminandi erano entrate nella “capoccia” alcune cose basilari e strutturali del diritto romano e giustinianeo, come per esempio l’Obligatio, che doveva essere recitata a memoria, in latino. Lui era solito dire che quando si fossero acquisite certe basi del diritto romano, con quel suo fare francescano, sempre con il sorriso in bocca, si sarebbe potuto andare in qualsiasi parte del mondo, anche in Cina, diceva il buon La Pira. E quando un esaminando non era ben preparato su queste cose basilari, invece di dirgli che era rimandato, gli chiedeva: “Sei andato alla Messa stamattina? Ecco, vai prima alla Messa e poi ritorna un’altra volta, e vedrai che sarai più preparato”. Ecco, dunque l’Emancipatio, altro chiodo fisso delle Istituzioni di Diritto Romano, se ben ricordo, era un atto mediante il quale un servo, uno schiavo veniva liberato, cioè reso libero, ancora meglio, veniva reso cittadino a tutti gli effetti. Per quanto invece può essere il significato moderno, l’emancipazione sta a significare la liberazione della donna dalla cosiddetta soggezione degli uomini e dalla inferiorità civile e politica. La domanda della Signora Innocenti non poteva non cadere su: “Ma lei è maschilista?”. Le ho risposto di no, che amo le donne nel vero senso della parola, senza finzioni, e che amo soprattutto il bene delle donne stesse. Dopo una battutaccia della Signora Vanna Innocenti, se io una donna me la porterei in casa, Le ho risposto, che: “Sì, la porterei tant’è vero che ce n’ho una che la tengo da trenta anni”. Lei invece era dell’opinione che io l’avrei portata una donna in casa solo per alcuni giorni. Si sbagliava. Ho domandato allora a Vanna Innocenti, perché prima, diverso tempo fa, le donne dipingevano, secondo lei, solo mazzolini di fiori. “Perché ci facevano fare solo quelli”, mi ha risposto. “Cosa significa allora, che la donna è più schiava adesso che nel passato?” Le ho detto. Mi vengono in mente due figure eccezionali di donne, artiste straordinarie che hanno lasciato lavori importantissimi. Parlo di Artemisia Gentileschi, romana, nata sulla fine del 1500 che lascia una Maddalena a Pitti, un Giuditta e Oloferne agli Uffizi e una Annunciazione a Capodimonte. Rosalba Carriera (1675-1757), pittrice veneziana, “guardata sempre per i suoi aspetti più facili, grazia, leziosità, morbidezza delle forme e dolcezza del colore”, riscosse un consenso universale. Prelati, principi, duchi, re, imperatori ambivano un ritratto di Rosalba. Ma l’elenco delle donne grandi artiste del passato potrebbe continuare per molto. Chiariti certi punti la Signora Vanna passa ad illustrarmi le sue tele. Devo dire che sono veramente meritevoli di attenzione e non solo, mi piacciono. Una bella veduta della Villa di Poggio a Rufina, davvero raffinata, davvero elegante, senza forzature, senza la voglia di sbalordire, ma solamente un tratto e una pennellata elegante. Poi un altro suo lavoro che rappresenta un nudo di donna che è intitolato, mi sembra, la “Solitudine”. “Ho voluto raffigurare, questa donna giovane, seminuda, inserita in un ambiente notturno, per evidenziare il senso della solitudine di certe donne”. E’ veramente un bel quadro. Questa volta la pennellata è elegante ma decisa, i colori forti, anzi drammatici, e, nel soggetto c’è una meravigliosa introspezione psicologica. Che dire di più di questa mostra, della quale io ho avuto l’onore di vederla in anteprima? Una mostra che vale la pena di visitare, di ammirare e di apprezzare. Una mostra che io ribattezzerei “Arte universale”. La mostra verrà inaugurata sabato 30 novembre alle ore 11.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

FONTEBUONA: UN IMPORTANTE BORGO MEDIEVALE
     La località Fontebuona, posta sulla via Bolognese, a circa 15 Km. da Firenze, vanta tradizioni molto antiche. Infatti, il primo documento che
la menziona risale al 1085 e questo documento viene riportato dal Repetti nel Dizionario Geografico Fisico della Toscana edito a Firenze nel
1833. Questo atto venne redatto ‘in loco qui dicitur Fonte Buona’ molto probabilmente perchè alcuni magnati di stirpe Longobarda vi risiede-
vano ed avevano  una loro corte in questo luogo. Riportiamo quanto scrive il Repetti su questa località:
     ‘Borghetto e prima posta da Firenze sulla strada bolognese….In questo borghetto, posto in pianura sulla sinistra del torrente Carza, nel sec.
XI si incontrarono i primi magnati del Mugello. Tale era quel conte Gotizio di legge Longobarda, il quale insieme alla contessa Cunizza,  sua
moglie, e figlio del fu conte Alberto, nel febbraio del 1085, mentre RISIEDEVANO in ‘loco qui dicitur Fonte Buona’  cedettero al conte Taci-
do del fu conte Pagano la loro porzione dei castelli di Luco e di Cantamerlo con tutti i beni che essi possedevano nei pivieri di San Giovanni
Maggiore, Santa Maria a Fagna e di Santa Felicita a Faltona nel Mugello.
     ‘Nello stesso mese ed annoi coniugi medesimi, dal luogo pure di Fontebuona, fecero altra donazione a favore del suddetto conte Tacido,
cui rinunziarono per un prezzo di L. 200, le proprietà e ragioni che essi avevano in tutta la Toscana, ad eccezione delle corti di Firenze, di
Campi, di Decimo, di Corella, e dei Castelli di Luco, di Cantamerlo e di Monte Aceraia. Nel tempo stesso investirono il conte Tacido di tut-
to ciò che a quei coniugi apparteneva nella villa di Monte Rinaldi e dello jus-patronato che avevano sulla chiesa di San Martino nel castel-
lo di Ricavo, su quella di Santo Stefano nel Castello di Comprato in Chianti, sulla chiesa di San Michele nel castello di Rifredo, e quello di
Santa Maria nel Castello di  Rio Cornacchiaja presso la pieve di Santa Maria e di San Giovanni Battista; come pure rinunziarono a favore
dello stesso Conte Tacido i diritti sulla loro corte di Castro e sopra quella di Frena nel fiume Santerno (Annuali Camaldolesi)’.
     Bisogna subito notare che i due atti di importanza così rilevante furono stipulati a breve distanza di tempo e nello stesso luogo. Infatti
questi magnati cedettero una buona parte delle loro sostanze al Conte Tacido, poichè gli stessi si ritirarono nell’importantissimo Monastero
di Luco di Mugello, riservandosi parte dei loro averi (i monasteri durante il medioevo avevano, fra gli altri compiti, anche quello di ricovero
di persone facoltose, e non, principalmente anziane e incapaci di accudire a loro stessi, dietro compenso al Monastero di una parte dei loro
averi).
     E’ da ritenere che tali atti di donazione rogati nello stesso luogo non siano dovuti al caso. E’ da supporre, infatti, che proprio a Fontebuona
il Conte Gotizio e la moglie Cunizza, avessero una propria ‘corte’ con palazzo annesso. Non è opinabile che i detti signori abbiano stiputato
questi contratti in una antica Osteria, che già esisteva a quei tempi, o sulla strada o altrove. Si sa solo di una Rocca di Canapajo o Canapaia,
che pure era di loro pertinenza, ma la cui ubicazione è a mezza strada fra Fontebuona e Vaglia. Altro palazzo turrito questi signori lo posse-
devano a Ferraglia, dove esistono tuttora muraglie e il basamento di una torre. Su questi ruderi fu ricostruita verso la metà del settecento
l’attuale chiesa di San Niccolò a Ferraglia (precedentemente la chiesa era ubicata nel posto dove adesso c’è il cimitero, quindi proprio
sul cocuzzolo della collina).
     E’ interessante vedere come questa collinetta a lato del torrente Carza è situata proprio all’imbocco della pianura che sfocia nel Mugello
ed era collegata visivamente con le rocche dei dintorni. Gli Ubaldini al pari degli Alberti e dei Guidi erano signori e padroni assoluti del Mu-
gello e Alto Mugello e discendevano direttamente dai Longobardi, come scrive anche un loro storico e discendente G.B. Ubaldini. Il Chini
nella sua ‘Storia del Mugello’ del 1875 riporta quanto scrive lo storico G.B. Ubaldini, cioè che il dominio degli Ubaldini si estendeva da
Fontebuona sulla Carza in Mugello, fino alla stradache due miglia sopra a Bologna porta a Verona, passando da Castel Cavrenna e che
dalle sorgenti del Santerno si estesero fino ad Imola e che da qui retrocedendo regnarono fino alla Val d’Agnello e fin sotto le mura di
Palazzuolo.
    E’ anche probabile che questi feudatari longobardi avessero, in Fontebuona, avamposto delle loro proprietà, anche delle fortificazioni
con guarnigioni militari e forse anche locali per il pagamento dei pedaggi (una specie delle dogane odierne).
    Se si esamina una vecchia foto di Fontebuona del 1903 si vedono ancora le vecchie strutture medievali fra le quali l’antico arco che
sovrastava l’antica strada bolognese che attraversava il paese, detta, ancora oggi, Via dell’Arco. Qui, esiste un nucleo centrale molto
antico, con  mura poderose, anche se i rifacimenti  sette-ottocenteschi nascondono in parte la sua vetustà.
    Il Niccolai nella sua guida del Mugello e Val di Sieve  del 1914 scrive a proposito di Fontebuona. ‘Il borghetto di Fontebuona su lo
stradale, presso una buona sorgente detta Fonte del Pruno (a 500 mt dal paese ndr). La località è ricordata in un atto di donazione fatto
dal conte Gotizio e dalla moglie sua Cunizza nel 1085 ‘in loco qui dicitur Fontebuona’. Il Niccolai ci da anche altre informazioni di questo
luogo: ‘Per essere stata in passato la prima posta da Firenze a Bologna, Fontebuona aveva un antico alloggio per i pellegrini e un
Oratorio dedicato a San Carlo’.
    Dai documenti finora ritrovati non si può stabilire con certezza se l’albergo per i pellegrini fosse ubicato nel nucleo storico suddetto.
Si sa per certo, invece, che un locale molto ampio a pian terreno della Via dell’Arco veniva usato per il cambio dei cavalli e il piano su-
periore per l’alloggio dei forestieri. L’Oratorio dedicato a San Carlo, almeno verso la metà dell’Ottocento, era ubicato nel terreno della
ex Villa Lastrucci. L’arco medievale del quale si diceva: ‘Val più di Fontebuona l’Arco che tutto Pratolino con il Barco (Parco della Villa
Demidoff ex Villa Medicea), fu smantellato nel corso di restauri di inizio ‘900.
     Concludendo questo borgo storico di Fontebuona, per l’importanza delle testimonianze medievali, ma anche per l’Ospedale per i
pellegrini e per essere stata la prima posta delle diligenze granducali, merita davvero un grande rispetto.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

LA “FORNACE” DI CAFAGGIOLO
Un importante ritrovamento grazie ai documenti  trovati all’Archivio di Stato di Firenze 
In una mia visita al Castello di giovedì 1 naggio 2003 ho avuto modo di parlare con il guardiacaccia, che fa questo servizio ed abita uno degli annessi al castello da più di 50 anni. Secondo, lui e secondo una università americana che sta conducendo le ricerche, la fabbrica di ceramiche si sarebbe trovata proprio in un annesso del Palazzo,
accanto alla sua abitazione. Mi ha riferito, che hanno scavato tanto ma che i risultati sono stati molto deludenti. Hanno trovato solo dei “coccin”i di nessun valore storico. In una mia ricerca all’Archivio di Stato di Firenze sotto la segnatura: Piante dello Scrittoio delle RR. Possessioni, in Tomi, Bobina 2, sotto l’anno 1625, ho rintracciato dei documenti che riguardano il Castello, i poderi e la Fornace di Cafaggiolo. Si tratta di un edificio complesso composto da un rustico antico con scalinata esterna a due piani, di un edificio annesso, con tettoia a spiovente, visto di fronte, con delle grandi aperture in cui si notano un forno tipico  per la cottura delle ceramiche e addossate al muro si vedono delle ceramiche, forse delle brocche. Dietro a questi due edifici c’è un capannone, come si direbbe oggi, con il tetto a due spioventi, rialzato nella parte centrale. Questo edificio ho l’impressione che dovesse servire per lo stoccaggio e per la lavorazione dei materiali ceramici. Oltre a questi ci sono altri due piccoli edifici con i tetti che poggiano direttamente su dei piloni di mattoni, aperti da tutti i lati.Questo complesso, del quale dirò la sua ubicazione, è situato su un ponticello o una specie di collinetta, accanto al quale passa una strada. Particolare interessante,  e non da sottovalutare, proprio davanti a quella che sarebbe la casa dei “fornaciai” c’è un bellissimo giardino con aiuole che formano dei disegni geometrici, quello che noi chiamiamo oggi giardino all’italiana. Siccome ogni disegno è corredato da un simbolo, quasi sempre animale, in questo caso il simbolo della fornace è un drago a più teste che sprizza fiamme da tutti i suoi pori. L’ubicazione della fornace come di tutti gli altri annessi e poderi è illustrata in una pianta chiamata: “Pianta e ristretto della descrizione”, ed è indicata al n. 21. Essa è ubicata non lungi dal castello, a circa metà dello stradone, una strada secondaria conduce verso il Ponte detto a Campiano. Questo ponte, come si vede benissimo nella illustrazione è costruito a schiena d’asino, sicuramente un ponte di età medievale con tre belle arcate. L’edificio in questione si troverebbe, appena passato il ponte, un mezzo chilometro circa a sud dello stesso. In linea d’aria si potrebbe stabilire la distanza della fornace dal Palazzo mediceo in circa un chilometro. Questo documento che riguarda il Palazzo di Cafaggiolo e le sue “aggregazioni” nell’anno 1625 non dà indicazioni che vi siano nel luogo altre fornaci. Quindi questa, e solo questa, dovrebbe essere la famosa fornace che per secoli ha sfornato le famose ceramiche che sono andate poi ad arricchire i musei e le pinacoteche di tutto il mondo. In un quadro riassuntivo dei beni appartenenti al ramo principale dei Medici (M.A.P. 87-61) possiamo vedere che i Medici possedevano più di una fornace. Infatti in questo elenco risulta: una fornace detta di Cafaggiolo,  una fornace con capanna per pentolai a San Piero a Sieve e un’altra casa con fornace a San Piero a Sieve. L’elenco continua con una lunga serie di poderi. Ma vediamo un po’ di storia di questo importantissimo centro ceramico. La sua attività inizia non in Mugello, ma a Firenze, verso la fine del sec. XIV  e fu aperta da Lorenzo di Pierfrancesco dei Medici. Pare che Luca della Robbia abbia appreso qui l’arte di applicare lo smalto tannifero alla terra. La fabbrica fu trasportata da Firenze a Cafaggiolo da Pierfancesco figlio di Lorenzo e fu ceduta poi ai fratelli Pietro e Stefano Fattorini. Soltanto con la cessione della fabbrica ai due fratelli, le ceramiche vengono marchiate con una semplice P. Morto Pietro Fattorini la direzione della fabbrica fu assunta da Stefano Fattorini. Questi variò alquanto la marca componendola con una S. Oltre a questa marca, su alcune ceramiche famose, sicuramente provenienti dalla Fabbrica di Cafaggiolo, compare un Tridente o Forcone, che dir si volglia. I caratteri generali della ceramica di Cafaggiolo sono: il predominio di un azzurro cupo, quasi nero e di un  giallo assai vivo, mentre il verde rame si presenta più trasparente, gli altri colori acquistano un’importanza secondaria. I prodotti di Cafaggiolo comprendono soggetti a grottesche, soggetti storici, piatti amatorii, vasi di farmacia, ecc. La fabbricazione delle ceramiche di Cafaggiolo dura per tutto il sec. XVI.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

SAN FRANCESCO IN MUGELLO
La sua vita di “poverello” analizzata attraverso il Cantico delle Creature e dei Fioretti
Non si può dire che Francesco avesse rinunciato alle ricchezze, è più giusto dire che egli aveva rinunciato “a tutto”. Ma non per questo egli si sentiva povero, ce lo dimostra il Cantico delle Creature, egli era l’uomo più ricco del mondo perché “possedeva” pienamente, completamente le “creature” del Signore che sono l’aria, il vento, l’acqua, il sole, la luna, il fuoco.  Per capire San Francesco bisogna immedesimarsi nella povertà della sua vita. Camminava scalzo, anche con il ghiaccio e la neve, negli inverni più rigidi, elemosinava il mangiare, aveva un saio tutto rattoppato (chi si vuol rendere conto di questo vada alla Verna a vedere i cimeli del Santo custoditi nella chiesa). Ma non per questo era triste, anzi, era allegro: cantava le lodi del Signore, ballava, tanta era la sua contentezza di creatura “piccolissima” del Signore. Il Santo si considerava un “pianticella” del Signore, e anche Chiara definiva San Francesco così. Ma San Francesco non era solo il “poverello” del Signore, egli era anche l’umile “pecorella” del Signore. Mi piace ricordare nei Fioretti quando Francesco tornando e camminando a piedi scalzi da Perugia a Santa Maria degli Agnoli (Angeli) “tormentato dal freddo e dalla piova”, stanco e affamato, ad un tratto si rivolge a Frate Lione, che lo accompagnava, chiedendogli quale fosse la cosa più degna e più grande per un poverello del suo Ordine. Non certo – dice San Francesco – saper parlare tutte le lingue del mondo, non certo la sapienza, o mille altre cose. Allora Lione, cortesemente ma decisamente vuole sapere dal Santo dove stia la vera grandezza per un monaco del suo Ordine. La risposta di Francesco è che l’uomo o il monaco è veramente grande quando sopporta, con pazienza, sciagure, offese, dolore fisico e spirituale e perfino il martirio, unicamente per amore di Cristo. Qui sta la risposta di Francesco a  tutti coloro che si chiedono e non capiscono, soprattutto nel mondo di oggi, il perché del male nel mondo. E Francesco fa l’esempio che, una volta arrivati a Santa Maria degli Agnoli, bagnati dalla “piova”, infreddoliti dalla neve, stanchi e affamati dal grande viaggio, il portinaio del convento, vedendoli arrivare, finga di non riconoscerli, li respinga brutalmente e li lasci per tutta la notte al freddo e al gelo. Non solo, ma indispettito dalle richieste insistenti dei frati di lasciarli entrare nel convento, poiché facenti parte di quella famiglia, il portinaio esca con un randello e li colpisca “ad nodo ad nodo”, lasciandoli sanguinanti e tramortiti sulla neve. “Ecco – replica il Santo – se noi sapremo sopportare tutte queste ingiustizie per amore di Dio, qui sta la vera grandezza”. San Francesco, dunque, aveva rinunciato a ricchezze “effimere”, viveva la sua povertà in modo totale. Proprio per questa ragione egli possedeva totalmente tutte le ricchezze della natura che sono nell’universo. Anzi, lui era tutt’uno con la natura: la terra che fa germogliare le messi, i fiori che sbocciano spontanei nei prati, i fiumi che scendono fragorosi nelle gole delle montagne, il fuoco che lo risparmia dal gelo invernale, il cielo stellato (immaginiamoci come doveva apparire a San Francesco!) con le stelline “clarite et belle”, come gemme, e, infine, gli animali verso i quali nutre un amore e una simpatia particolare, anzi fratellanza. Fratello lupo, sorelle tortore. Francesco, come creature del Signore, predica loro la parola del Signore e queste ricambiano amore e riconoscenza a San Francesco. Tutto quello che Dio ha creato è meritevole dell’amore dell’uomo e di San Francesco. Anche i lebbrosi meritano amore e Francesco bacia uno di questi e capisce che la vera gioia è l’amore verso il prossimo, in modo particolare verso il prossimo bisognoso. Il creato è l’espressione più diretta di Dio. Così fratello sole, che riscalda e illumina la terra e permette alle creature di esistere. Francesco ripete fino all’ebbrezza completa: Che tu sia lodato Signore…Che tu sia lodato Signore. Francesco non ama solo la natura, è in contatto continuo con il Signore, prega in continuazione. Questo rapporto così stretto con il Creatore è la sua vera “ricchezza”. Egli non brama altro, se  non una vita di povertà assoluta. E Chiara, “pianticella” di San Francesco ribadisce: “nella lotta un uomo vestito (un ricco) non può competere con un uomo nudo (il povero), in quanto quest’ultimo non avendo appigli da offrire all’avversario, non cadrà a terra”. Un bel concetto per definire che le ricchezze della vita sono un grosso ostacolo per colui che vuole intraprendere una lotta spirituale e arrivare a Dio. Anche Gesù nel Vangelo, al giovane e giusto ricco, aveva detto che se avesse voluto raggiungere la “perfezione”, avrebbe dovuto vendere le sue ricchezze e distribuirle ai poveri. Conseguentemente il giovane se ne era andato “rattristato”. La lotta di cui accenna Chiara è anche e soprattutto la lotta contro il demonio, contro i vizi, contro il peccato. Francesco, dal canto suo, non è distratto da niente. Mi viene in mente il film di Zeffirelli “Fratello sole e sorella luna” quando San Francesco e San Bernardo sono intenti nella ricostruzione della chiesetta di San Damiano, momento in cui sembrano talmente assorti nell’opera del Signore quasi da apparire, come di direbbe oggi, “poco normali”. Ma Francesco tira dritto per la sua strada, neppure la morte lo impaurisce. Anzi, per lui la morte è “sorella morte”, una cosa, essa stessa, del creato, come tutti gli altri elementi della natura. Francesco ha, invece, molta paura della morte “seconda”, cioè della morte spirituale, della morte dell’anima. A sera, Francesco, stanco della giornata, dei lunghi viaggi percorsi a piedi nudi, stanco delle veglie, delle interminabili preghiere, si addormenta sulla nuda roccia, con unica “coperta” il suo saio bigio tutto strappato e rattoppato. Alla Verna, dove Francesco ha ricevuto le stimmate, è visibile in un antro, fra le rocce, il giaciglio di pietra dove dormiva il Santo. Questo mio piccolo “apporto” al Santo poverello è un invito ai mugellani ad andare a riscoprire i luoghi francescani, come la chiesa di San Francesco a Borgo San Lorenzo. In questa città del Mugello, tra l’altro, San Francesco c’è sicuramente stato ed ha predicato, cantato e ballato alla popolazione di Borgo “su la piazza del castello”, e a tutte le altre persone che erano accorse da tutte le altri parti del Mugello per vedere San Francesco. Il Santo non li deludeva mai, quando parlava con il suo accento umbro, sprizzava allegria da tutti i pori, era difficile non rimanere contagiati da questo “piccolo-grande uomo”, vestito di stracci, scalzo, ma con una forza interiore irresistibile. Questa chiesa e convento, donata dagli Ubaldini al Santo, era divenuta talmente famosa, tanto da essere munificata dagli stessi Ubaldini e dai Portinari, della qual famiglia apparteneva Beatrice di Dante. Recentemente, questo Convento, è stato restaurato ed ha ospitato un concerto di un famoso pianista. Su questo punto io debbo muovere un appunto. Non mi sembra opportuno in un luogo così carico di spiritualità, tradizioni, ospitare un evento di mondanità, e questo vale, secondo il mio giudizio, per tutte le chiese, anche quelle sconsacrate. Ormai le chiese sono diventate musei, luoghi dove si fanno i concerti, convegni, cerimonie accompagnate da applausi scroscianti e da atteggiamenti che hanno poco a vedere con la religiosità dei luoghi. Ma “revenons à nos moutons”, dicono i francesi, (torniamo all’argomento). C’è, poi, il Convento di Bosco ai Frati. Io ho parlato recentemente di questo convento e ho riportato un’intervista con il Padre Superiore, che mi sembra sia stata accolta favorevolmente dai lettori del Galletto. Questa chiesa è un’opera straordinaria, anche sotto il profilo artistico, un vero gioiello del Mugello, su disegno del grande architetto fiorentino Michelozzo, che lavorava per i Medici. Questo Convento, anche per le straordinarie opere d’arte al suo interno, merita veramente una visita, anche perché qui, specialmente nel suo chiostro, si respira un’aria veramente particolare e il luogo ispira una religiosità intensa. Qui, proprio i n questo chiostro, San Bonaventura da Bagnoregio, ricevette la porpora e il cappello cardinalizio da un messo del Papa, ma essendo il Santo impegnato nell’orazione, lo fece appendere a un albero, un corniolo. Come dire: prima viene l’Ufficio Divino, poi tutte le altre cose.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campid

 

“GREAT, GREAT” PISTOLESI
Intervista al grande artista “allievo” di Annigoni, di ritorno dagli Stati Uniti, dove sta lavorando ad un ciclo di affreschi nella “Church of the Transfiguration” di Boston.
Nome: Silvestro; cognome: Pistolesi; professione: artista-pittore-ricercatore; DNA: allievo del grande Annigoni; segni particolari: grande. Questo in sintesi, potrebbe essere la scheda anagrafica di Silvestro Pistolesi, anche se un po’ scherzosa, come si addice a tutti i grandi che non si prendono mai sul serio. Potremmo aggiungere altri particolari: modesto (da non confondere con falsa modestia), simpatico, aperto, con un sorrisino un po’ a presa di c.., che non può e non deve mancare a nessun fiorentino, specialmente ai “grandi” come Silvestro. “Abita”, si fa per dire, lavora, ma dove lavora quella è la sua vera casa: una via di mezzo fra un negozio di antiquario, dove ci puoi trovare di tutto: dal trenino dello zio, a una vecchia fisarmonica, al ritratto insieme a Papa Giovanni Paolo II, a una vecchia e bella foto del “Maestro”: Annigoni. Dicevo dello studio, una via di mezzo fra un antiquario, un “bouquiniste” della Seine a Parigi, e un abituro evoluto di un “clochard”, del quale ha anche il “fisique du rôle”: barba nera e folta, capelli lunghi, e due occhi sbarazzini che ti scrutano da sotto le lenti. Il suo linguaggio è quello di un fiorentino arguto, colto, con una parlata elegante, che si emoziona non appena nomini Annigoni. Costui è, come diceva Mina, il “grande grande grande” nostro fiorentino illustre, mugellano di adozione, poiché da 30 anni, ogni estate lo trovi a Castagno d’Andrea, dove possiede una casa e dove nella chiesa di Don Bruno, chiesa nella quale si trova la  stupenda Crocifissione di Annigoni, lui, Silvestro, ha voluto lasciare il suo segno, e che segno! Un affresco raffigurante i poveri e i derelitti di questo mondo che guardano fiduciosi verso il Cristo in Croce, o se vogliamo, guardano ammirati l’eccezionale bravura del Maestro Annigoni (consapevoli che chi li ha ritratti non è da meno).  Riportiamo qui di seguito l’interessantissima intervista, integrale, rilasciata dal Maestro Pistolesi nel suo studio di Via della Robbia a Firenze, al sottoscritto.
Pistolesi a cosa stai lavorando adesso? Sto facendo una composizione di fantasia, un’invenzione…Un’invenzione? Questa casa-torre mi sembrava di averla vista. Probabilmente. Sono memorie, ricordi. Piano piano, come vedi, la metto sempre più a foco, per entrare nell’intimo Pistolesi, tu hai sempre dipinto nella vita, oppure è una passione..Io fin da bambino  (ho cominciato a sei anni) facevo qualche disegnetto, così, poi feci l’Istituto d’Arte di Porta Romana, perché ero “portato” appunto per il disegno; però l’idea di fare il pittore ancora non c’era, anzi addirittura, feci poi una scuola di grafica. Quando hai cominciato? Hai detto a Porta Romana? Eh, avevo 11 anni Cioè, vale a dire? In che anno? Si, vai ti tocca dire la data Nel 1954. E lì praticamente hai fatto…. Ho fatto la grafica, e pittura. Allora, Porta Romana era valida? Si, era una buona scuola. Poi, dopo frequentai una scuola privata di grafica e pubblicità, che era un po’ più specializzata, infine nel 1961 frequentando il Convento di Montughi dei Frati Cappuccini, conobbi Antonio Ciccone, allievo di Annigoni, e rimasi impressionato della sua bravura e allora in me rinacque l’idea, di una volta, di fare il pittore. Ma hai esercitato anche qualche mestiere in gioventù? Facevo il cartellonista e pubblicitario, eseguivo le scritte sui camion, eh, ho fatto di tutto. Sai, prima di trovare la propria strada… Poi, dopo questo, conoscendo il Ciccone, lui mi consigliò di frequentare la scuola della Nerina Simi, la figlia di un grande pittore dell’Ottocento,  che aveva una scuola, dove veramente si insegnava sul serio e la frequentai per due anni. In questi due anni, però, con Antonio Ciccone, conobbi anche Annigoni,  il quale, poco dopo, chiese al Maestro se avessi potuto frequentare lo studio. Mi disse di sì e allora nel 1963 cominciai a frequentare lo studio di Annigoni, e di lì sono nate tutte le cose: i primi affreschi, i viaggi e via, via. Quindi hai conosciuto anche Guarnieri? Sì anche Guarnieri, lo Stefanelli, ecc. La prima mostra poi la feci a Londra nel 1972. Poi ho cominciato con varie mostre, i vari affreschi, le chiese..Tu allora hai cominciato con Annigoni, la pittura vera e propria? Ecco, cosa facevi con Annigoni, cosa vi insegnava in modo particolare? Aveva una bottega il Maestro? No, aveva una piccola stanza dove lui ci metteva a disegnare, dalle nove a mezzogiorno, tutte la mattine..Disegnavate i classici? Si, si, facevo tutti i gessi, l’anatomia, e ogni tanto veniva a vedere, e poi, a un certo punto, ti diceva: vai avanti, oppure: distruggi tutto e ricomincia. Quindi, a volte, si pigliava da lui anche delle belle mazzate, però, voleva vedere anche la volontà della persona, cioè se uno era capace di autodisciplinarsi di sapere perdere e anche avere la forza di ricominciare,  era perciò anche un insegnamento psicologico, non solamente tecnico. Quindi per non arrendersi. Si, bravo, proprio per non arrendersi, per rafforzare proprio il carattere. Quindi era uno piuttosto esigente..Era esigente con se stesso e quindi vedere gli altri non esigenti non gli andava bene. Nell’affresco di Annigoni, la Crocifissione di Castagno, ci sono altre mani? Ci sei anche tu? No, no, io allora non conoscevo neanche Annigoni, perché quello l’ha fatto nel 1958. Ma allora l’amore per Castagno, è venuto?…Per caso, ci portò un nostro amico a fare una gita notturna, indimenticabile, da quanto fu tremendamente tragica e pesante, dopodiché, ci siamo innamorati di questo posto e ci siamo tornati tutti gli anni…E poi ci si trova bene lì con Don Bruno. Si, ora c’è Don Bruno, prima c’era Don Dino, entrambi sono state persone molto piacevoli. Ora possiedi una casa lassù? Ora possiedo una casa, che ci passo due o tre mesi l’anno.  E quest’amore che tu hai per tutte queste cose che vedo nel tuo studio (per dir la verità mi ci sono innamorato anch’io), vedo una spada, un fucile, una fisarmonica..Si, io dovevo fare il rigattiere. Sembra più il negozio di un antiquario che…è vero? E’ vero, io non butto via nulla. Sei, sotto codesto punto di vista, un conservatore di oggetti antichi. Si, è vero, mi ci affeziono e mi piacciono ..E fra queste cose – mi hai detto prima – c’è anche qualcosa che  ricorda la tua famiglia, tipo il trenino, che apparteneva a tuo zio. Si, a mio zio, quand’era bambino. Poi ho visto che qui nello studio ci sono diverse fotografie, in una ti vedo con Papa Paolo Giovanni II, mi puoi dire anche le altre persone, per cortesia, chi sono? Amici, i genitori e poi anche amici che purtroppo non ci sono più;  poi c’è quel frate, Frate Attanasio..Che hai poi riprodotto nell’affresco di Castagno? Si, anche. Con lui siamo stati tanto amici, proprio nel vero senso della parola, un uomo eccezionale, un uomo buono. Ho qui tutti quei ricordi di persone che purtroppo non ci sono più, che però rimangono nel cuore. Certo, certo, è una fetta di noi che sparisce, purtroppo. Per quanto riguarda la tua famiglia, Silvestro, tu fai parte di una famiglia numerosa? Noi siamo due fratelli e nessuna sorella. Il tuo babbo e la tua mamma erano proprio fiorentini? Si, si, il babbo era di’ Galluzzo, la mia mamma era nata ni’ viale Rosselli e io sono nato a Firenze in Via Fabbroni, dalle parti del Poggetto, ma a quei tempi non c’era il Poggetto. Il tuo babbo cosa faceva? Il mio babbo era molto bravo a disegnare, però sai da ragazzo, sì, pittori? I suoi genitori gli dicevano: macché pittore, e alla fine… Faceva, insomma, il rappresentante. Poi, ogni tanto, la domenica andava a disegnare; direi che era piuttosto bravino per certe cose. Va bene, poi lì vedo il ritratto di Annigoni, tuo maestro, ma anche tuo grande amico? Eh sì, era tutto, non era solamente un maestro. Senti, mi puoi dire qualcosa del carattere di Annigoni, magari si dice che era un carattere un po’ introverso..Ma no, non è vero, era una persona piuttosto timida, una persona buonissima, una volta entrati in amicizia…naturalmente lui non si apriva molto, però, con delle persone, con noi, insomma, era tutta un’altra cosa. Si facevano tante discussioni; un uomo intelligentissimo che si faceva tante domande, anche sul senso della vita, il perché della vita, sulla religione. E’ sempre stato un uomo profondo. Del resto per essere bravi a quel modo lì ci vuole anche l’intelligenza, non solo l’abilità. Poi accanto a quella c’è la foto del tuo babbo da piccolo. Davvero, e la mi’ nonna La tua nonna, e poi accanto la foto di tua moglie con due figli? Con tre Tua moglie come si chiama? Rossana E’ italiana? Si, si è di Bergamo Mi sembra una signora simpatica…e poi vedo dei busti e poi, soprattutto vedo delle bellissime pitture, tipo quella lì un fiume e bellissimo anche quel paesaggio là, in sanguigna. Si, quello rimane così E’ un effetto straordinario Si, in rosso, con questo cielo grigio, monocolore, diciamo. Senti, veniamo un po’ alla tua vita artistica a cominciare però dal Pistolesi già affermato.. Come ultimi lavori (ci lavoro però già da diversi anni) sto facendo nel Chiostro dell’Abbazia di Vallombrosa, una serie di affreschi che rappresentano la vita di San Giovanni Gualberto; ho fatto poi diversi affreschi, al Santuario della Verna, su San Francesco e il Cantico delle Creature E dove sono questi? Sono dentro al Convento Ma dove abitano i frati? Si, ma si possono vedere, poi alcuni affreschi sono dove mangiano i pellegrini. Poi ho lavorato nell’Abbazia di Montecassino: tutto il Refettorio, e due pale d’altare per questo cenobio. Hai fatto cose importantissime. Dopo te le faccio vedere, e ora sto facendo una grande chiesa in America vicina a Boston, a Orleans E come si chiama questa chiesa? La chiesa della Trasfigurazione Ma è una chiesa cattolica? No, sono anglicani. Si tratta di un lavoro importante: 350 metri quadri d’affreschi, e, credo, ci vorranno 10 anni per finirli. Negli U.S.A.  ci vado un trentina o quaranta giorni l’anno. Una volta preparato, qui,  tutti gli studi, parto e…In quale periodo? A settembre, sempre, verso la metà. A che punto sei con questi affreschi? Sono a metà della prima parete. Ho visto  le foto sono bellissimi. Si tratta della rappresentazione di tutta la vita di Cristo, poi ci sono… Scusa,  Silvestro, qual’è il tuo modo di lavorare? Prepari dei bozzetti su carta o su cosa? Gli studi proprio per gli affreschi sono fatti in sanguigna o a lapis su una carta preparata da noi per ottenere certi effetti, la pittura invece è su gesso a oro o su carta giapponese: anche questa una tecnica antica, per cui poi col procedimento della tempera grassa, questo è un procedimento tutto a velature, non è come l’olio che è diretto, ma si raggiungono i toni, solo, con sovrapposizioni: è una pittura di sovrapposizioni , insomma. L’affresco poi lo fate con lo spolvero. Si, certo, l’affresco come lo faceva Giotto Si, proprio come Giotto, con le giornate..Una volta eseguita la “tagliata”, decido: oggi faccio la testa, oppure faccio le spalle, insomma quella “tagliata” che mi ero prefissato di fare e che nell’arco del giorno va finita. Io noto che nella tua pittura c’è qualcosa di veramente innovativo, questi colori da sogno, che sono un contrasto fra l’antico e il moderno: c’è ultramoderno e c’è anche un richiamo all’antico, quindi una pittura di “rottura”, nel senso che rompe con ogni schema, rompe con il passato, ma, allo stesso tempo è agganciata allo stesso. In altre parole, non so spiegare, ma per esempio, questi colori si potrebbero elaborare col computer? Questo mezzo moderno, oggi tanto di moda, ti ha dato qualche idea? Proprio no! E la fotografia? Certe aberrazioni cromatiche…No, bisogna fare tanti bozzetti a olio “sul vero”, per imparare il colore; è lì che uno assimila e arricchisce la propria tavolozza, poi anche come memoria, rimangono tante cose, che poi al momento opportuno, avendone avuto la conoscenza e avendone fatto lo studio, tornano fuori. E, naturalmente, tu disegni da gran maestro. Gran maestro, no, ma insomma “fo’ icché posso” Sempre modesto, tu. Veniamo agli affreschi di Castagno d’Andrea, io sono rimasto sbalordito dalla bellezza, veramente mi sono piaciuti in una maniera incredibile e difatti appena li ho visti, con quei colori contrastanti, direi quasi psicheledici, mi sono detto: assolutamente voglio saperne di più. Ecco i tuoi affreschi di Castagno, ma te lo chiedo, eh? quelli si possono considerare il tuo capolavoro in assoluto? Ma sai, capolavoro è tutto e nulla, l’importante è cercare di capire quello che uno sente, o quello che immagina di arrivare a fare. Quando si raggiunge questo, bisogna essere contenti, poi, sai, giudicare non sta a me.. Capisco che si migliora sempre e, chiaramente, capolavori in futuro ce ne saranno ancora che supereranno quello, però, voglio dire fino ad ora… Ma sì, insomma, posso dire che lo ritengo molto importante. Però ho visto che sono bellissimi anche gli affreschi che stai facendo in America, e anche quelli lì, si potrebbe dire, che sono tuoi capolavori. Io ci metto la passione e ci metto l’anima dentro, poi non sta a me giudicare. Passione e anima…., bene, mi fa piacere. Da un certo punto di vista, così, mi sento la coscienza a posto, perché credo di fare e di dare il massimo Quello anch’io, nel mio piccolo…Appunto, l’importante è credere, no? Bene, vedo che in questo studio hai una bellissima luce, io forse te la sto parando un pochino, ti chiedo, la tavola da dipingere deve stare con questo taglio rispetto alla luce?..Ora c’è la luce a sud, la luce perfetta sarebbe il nord, perché è una luce indiretta, questa entra un po’ dentro, però, per poco tempo, quindi…Oltre a questi soggetti religiosi ho visto tu fai anche delle composizioni su tavola. Ecco, a te dà più soddisfazione, non parlo economica perché a uno come te non si dovrebbe parlare di  sola soddisfazione economica. Tu sei sicuramente un artista che una cosa la deve fare con sentimento e con il cuore, sennò….Però, dove ti senti più realizzato nell’affresco o..Ma, l’affresco è faticoso, molto faticoso, ma molto bello, anche perché ti permette di lavorare in una certa grandezza, in un certo spazio. E’ faticoso anche perché hai quell’urgenza di finire..E poi tutto il giorno in piedi, otto o nove ore, sali e scendi, per vedere gli effetti da lontano, insomma, è abbastanza faticoso. Però, anche la composizione fatta nello studio, tavola grande, o tavola piccola, anche quella ti riempie ugualmente, l’importante, ripeto, è arrivare a quello che ti sei prefisso. Senti, mi vuoi dire qualcosa di tua moglie e dei tuoi figli? Mia moglie è un architetto, che però non esercita, perché, con tre figlioli sarebbe stato molto difficile esercitare. E’ una bravissima ragazza, responsabile. Dei figlioli non mi posso lamentare, sono tutti molto buoni e quindi devo dire che sono stato fortunato. L’unica pecora nera sono io. Insomma, dai, bisogna essere anche un po’ pecore nere, non è vero? Ma poi, in fondo, non  lo siamo. E per quanto riguarda la tua cerchia di amici? Ci sono amicizie antiche e amicizie nuove, ma comunque, io non è che abbia molte amicizie. Poi ho queste persone che dipingono (allievi fortunati), come questo signore qui presente che dipinge, ora lui è tanti anni che mi conosce e c’è quindi anche un’amicizia. Quello che volevo dire, nella tua cerchia di amici, sono tutti pittori, sono tutti dell’ambiente artistico? Sì, in media è gente che ha una certa inclinazione artistica, se non è la pittura, sarà la scultura…. Tu dipingi anche all’aperto con cavalletto? Sì, anche all’aperto, ma non sul cavalletto: le famose “impressioni”; i bozzetti, sono fatti tutti “sul”  vero. Ti vorresti fare una domanda? Fatti una domanda e risponditi. Io? Che domanda mi fo? Eh, una. Per esempio, quella che ho dimenticato di fare io. “O icché tu hai dimenticato?” Non lo so Allora mi farò una domanda e una risposta. Più che una domanda è un consiglio: Silvestro lavora, cerca di lavorare bene e cerca di migliorare, di andare avanti. Bravo E io ancora mi risponderò: che cercherò di fare del mio meglio. Benissimo. Ora ne butto là una io, alla quale ci tengo molto. Tu sei un cattolico? Non un bravo cattolico. Qual’è la tua posizione rispetto alla religione? Io ho un po’ di alti e bassi, a volte mi vengono dei dubbi, a volte mi vengono dei problemi, delle domande, come tutti, più o meno Ne ho tanti anch’io. Però, diciamo, in Gesù Cristo ci credo E’ già molto. Io credo che la migliore espressione della tua fede si trovi nei toui affreschi, più bella di quella…Io sono sempre stato amico dei monaci e dei conventi, quindi la chiesa cattolica per me ha una grande importanza In te c’è sempre questo richiamo? Sì, ogni tanto faccio il figliol prodigo, scappo, ma poi ritorno. Ma sì, è bene perché sai la vita va anche un po’ vissuta, dobbiamo  anche essere uomini del nostro tempo. Ma nelle parrocchie, ad esempio quella di Castagno, tu trovi la spiritualità, la pace, tipica dei monasteri, delle Abbazie millenarie, come quelle benedettine, vallombrosane, francescane, ecc? Cosa ti affascina della vita parrocchiale, lo stare con la gente? Si, sì mi piace stare con la gente, nelle parrocchie,  anche se non trovo proprio l’identica spiritualità dei conventi,  Ecco, dì qualcosa di Castagno, per questo Galletto, Giornale del Mugello. Castagno è un paese stupendo, più che altro bellissimo per la natura che lo circonda. Ci sono dei boschi fiabeschi, boschi che veramente non si trovano da nessuna altra parte. I personaggi, le persone di Castagno, i vecchi almeno, che ora stanno scomparendo tutti, erano persone  che veramente riuscivano a comunicare, a darti la loro esperienza nei loro racconti. Quindi, bella gente. E poi i giovani d’oggi s’assomigliano un po’ tutti, anche i castagnini giovani, insomma, sono un po’ uguali a quelli della città. Ormai è entrato il computer, sono entrati i telefonini, le macchine e compagnia bella, quindi la vera caratteristica, il cuore di Castagno, se ne sta andando via coi più vecchi. Noi siamo gli ultimi testimoni che hanno visto questa generazione ormai sparita. E’ vero, i miei figlioli, un pollaio l’hanno visto solamente andando in campagna. Allora ai tuoi figli fai leggere il mio libro: Mugello-Vita di Paese – Un viaggio attraverso i ricordi, lì ci troveranno tante cose sul mondo perduto.Con questa, che vuole essere solo una battuta, mi congedo dal grande Silvestro Pistolesi. Ho riportato di lui un’impressione bellissima: quella di un uomo ricco di talenti, un uomo e un grande artista con un cuore veramente grande, anzi “grandeeee!!”, come dice un grande cantante e autore di canzoni: Renato Zero. (Segue in una prossima puntata il profilo artistico e critico del Pistolesi, con le sue ultime opere in corso di esecuzione in America e in Italia)
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

GUERRA!!!
Una volta tanto anche noi gridiamo guerra, ma sì, facciamo uno strappo alla regola. Non diamo retta al detto dei pacifisti “Facciamo l’amore, non facciamo la guerra”. Anch’io ora ho voglia di fare guerra, sono stato contagiato: WAR, sì WARRRRR!!!! Vediamo un  po’ a quante cose si potrebbe far guerra: innumerevoli. C’è una scelta talmente vasta che vi è perfino l’imbarazzo della scelta. Ma, io, a chi farei la guerra per primo? Per prima cosa mi viene in mente l’inquinamento. Pensiamo alle città soffocate dalla cappa pesante dello smog, all’aria irrespirabile che si respira nei vicoli del centro, alle persone, ai ciclisti che sono costretti a camminare e a pedalare con una mascherina sulla bocca e sul naso. Pensiamo alle migliaia e migliaia di automobili, motori, ciclomotori che ogni giorni circolano sulle nostre strade. Facciamo un rapido calcolo, se ciò fosse possibile, quante auto circolano in Italia e in Francia? E in Germania? E nell’intera Europa? E nel mondo intero? Milioni e milioni. E la povera atmosfera terrestre? Ricordiamoci che l’atmosfera è appena un velo sottile di gas quali idrogeno e ossigeno che sono vitali per la nostra sopravvivenza. Invece nessuno sembra curarsene. Quale eredità in fatto di purezza dell’aria consegneremo ai  mostri figli, ai nostri nipoti? Ogni anno, e sempre di più questo effetto serra si fa sentire, con conseguenze che possono essere disastrose. Invece nessuno sembra curarsene. Molte volte mi sono trovato in code lunghissime di auto e guardando i volti delle persone non li ho trovati per niente preoccupati, anzi, mi sembrano sereni, addirittura contenti. Mi sembra che a nessuno interessi questo argomento. Ma se per un attimo pensiamo a tutto il petrolio che viene bruciato in un giorno sulla terra, compresi gli impianti di riscaldamento domestico, la cosa mi sembra preoccupante. Invece, per la maggior parte delle persone, l’importante è avere una macchina sotto il sedere e viaggiare…viaggiare…Non ci si preoccupa minimamente dell’inquinamento e di tutte le conseguenze che esso comporta. Pensiamo alle piogge acide che ricadono sulla terra e devastano tutto il patrimonio boschivo. Mi diceva un conoscente di Palazzuolo, che la maggior parte degli alberi è seriamente malata, specie  gli abeti, in quella zona, che è assai lontana dalle città, eppure…Pensiamo all’azione corrosiva dello smog sui monumenti d’arte. Gli esperti del settore lanciano continuamente segnali d’allarme, i  nostri monumenti, le nostre testimonianze più grandi, si stanno corrodendo alla superficie e anche in profondità (Chissà i nostri polmoni!). Sempre restando sul tema piogge acide, pensiamo a quale impatto hanno sulle nostre culture, sulle sorgenti, sulle acque dei laghi e degli invasi artificiali come il nostro bellissimo lago di Bilancino. Cosa si fa in realtà di veramente efficace contro l’inquinamento. Si potrebbe fare molto. Anzi si dovrebbe fare una vera e propria guerra. Qui davvero sarebbe il caso di sganciare migliaia e migliaia di bombe intelligenti. E invece? Con tutta l’aria inquinata che c’è ci si preoccupa solamente se uno fuma una sigaretta in un ambiente chiuso o in un locale pubblico. Tuttavia, bisogna riconoscere che la lotta al fumo è una cosa lodevolissima, ma insufficiente. Si potrebbero far scioperi, cortei, assemblee, dibattiti, insegnare nelle scuole una educazione anti-inquinamento. Ma tutto questo viene fatto in maniera insufficiente. La seconda cosa che mi viene in mente sul tema della guerra è quella che si potrebbe fare ai cibi sofisticati. Anche qui, davvero, la cosa è tragica. Pensiamo a tutti i conservanti più o meno leciti che vengono aggiunti ai cibi per farli durare più nel tempo. Pensiamo agli insetticidi e alle dosi massicce con le quali i  nostri frutti più saporiti raggiungono le nostre tavole. Pensiamo agli estrogeni e altri medicinali con i quali i vitelli i polli ecc. ingrassano in maniera veloce, grazie anche al fatto che vengono allevati in spazi ristrettissimi. Animali, tenuti sempre nelle stalle, magari legati a una catena, dalla nascita alla morte. Tutto ciò è davvero angosciante. Noi non potremo mai dire di far parte di una società civile se non avremo almeno un minimo di rispetto nei riguardi degli animali. Se sia giusto o no ucciderli, lasciamo almeno che prima vivano. Percorrendo la Futa di quando in quando si vedono piccoli gruppi di mucche a pascolare, ma non dimentichiamoci che il “grosso” è nelle stalle, da gennaio a dicembre. Chiedevo a un allevatore perché non mandasse se sue bestie a pascolare. “Se io le mandassi nel campo – questa fu la risposta dell’allevatore – mi perderebbero subito 80 chili”. Moltiplichiamo 80 chili per un centinaio di bestie e vediamo che diventano 8000 chili di ciccia che l’allevatore perde, una bella somma, non c’è che dire! Ho appena toccato due argomenti ai quali si potrebbe e di dovrebbe far la guerra, ma l’elenco sarebbe lunghissimo: guerra alle malattie, guerra alla fame, guerra alla violenza in generale, ma in particolare a quella sui minori, guerra al disboscamento selvaggio, guerra alle droghe, guerra alla corruzione e infine, perché no, guerra alla guerra per far trionfare la PACE.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

In questo racconto che ha per oggetto il treno della Faentina (ricostruita di fresco), immagino le buonanime di due o tre contadini vecchio stampo, che si ritrovano nel loro paesino di Fontebuona in Mugello e che, con il loro linguaggio colorito danno vita a una macchietta, a uno spaccato di vita d’altri tempi. Il racconto si chiama:
MA ICCHENE? GL’HANNO RIMESSO I’ TRENO?
Gosto: E’ glero lì che steo aspettando l’autobusse alla fermata di Fontibona. Aspetta che t’aspetto,  e’ veggo che passan tutti ma non la SITA. Allora e’ mi son detto: Guardiam un po’ l’oriolo pe’ vedere sell’é indreco o innanzi. L’é digià i’ tocco? L’aotobusse, positivo, l’è digià passata. E steo per andà su tutte le furie quando ho visto Nanni di’ Cecioni che mi punta ben bene e poi gli escrama: O Gosto che tu se’ rimbescherio? O ‘un tu sai che gl’hanno rimesso i’ treno e’ si ferma prioprio a i’ Sartalavacca? E mi son detto: Nanni o cià i’ ruzzo o l’ha beuto un po’ di calici di quello bòno da’ i’ Fedi. Maicché, Nanni gl’insiste. Macché ruzzo e ruzzo! T’a ire a i’ Sartalavacca e tu ti rendi conto che gli è prioprio cosie come te l’ho detto innanzi. Io so che i’ Nanni gli è avvezzo a fare i trabocchetti alla gente dabbene, sicché e’ gli dio: Lo sai icché Nanni, tu ccià andà te alla stazione di’ treno. Ma icché tu credi che sia rincognioni’o? E gli è un po’ che parlano di’ treno! Tu dei sapere, che i tedeschi, quell’animacce, la feciono fòra con le grana’e, con le bombe. E’ parea l’inferno. poi viensono gli ameri’ani, boni chelli! E l’arebbono dovuta ricostruire loro, con i’ piano Marscialle. Ma icchene! Poi comincionno co’ i’ carosello della politi’a. Tutte le ‘orte che ci s’avvicinava alle votazioni pe’ prima ‘osa, e’ prometteano di rimettere i’ treno. Ormai gl’era diventata una burletta. E’ gl’eran cresciui certi arberi sulla ferovia che e’ pareano la foresta amazzonica. E poi quelle gallerie. Ma indoe? O come tu fai a stasalle? Mentre ero a fare questi riortolamenti ni’ mi’ cervello o unn’arrìa la Beppa, la donna di Maso. Anche lei la mi fà: O gosto tu se’ prioprio l’ùtimo a sapelle le ‘ose. E gl’hanno rimesso i’ treno, lo sanno anco i più bischeri. Ora si potrà dire tutto della Beppina, che ‘la sia un po’ ciattrona, un po’ chiaccherona, ma bugiarda noe! Se tu me lo dici tene, guarda e’ vo’ a i’ Sartalavacca a vedere. Poco dopo passa i’ prete di Feraglia con la Lambretta e’ mi guarda con du’ occhi stranulati che parea un marziano. O icchè gliae? Lo sai icchene? Tanto l’aotobusse l’ho persa, m’incammino, senza da’ troppo nell’occhio per non passa’ da minchione. Arrìo a Sartalavacca, guardo in giue e ti ‘edo una bella stazioncina. Se unné vero, stiantassi in questo momento. E’ la parea la casina delle fate. A un certo punto: ciuffe….ciuffe….ciuffe. O ‘un t’arrìa i’ treno. Questo gliè i’ massimo! E’ mi son preoccupa’o subito, siccome mi’ pae, bon’anima, l’ha sempre detto: Gosto, quando rimettano i’ treno e’ scoppia la terza guerra mondiale. Maremma diaola! Che sarà vero, eh? Lo sai icchene, tiro fòra da i’ corpetto una bella Nazionale semplice, senza filtro; quelle co i’ filtro le ‘un mi garbano, le fummano i signori, quelli che scialano. Di solito fummo sempre l’Arfa, quelle che ‘le sanno di cipolla. Insomma, tiro fòra anche gli zorfini e mi son messo a fare una bella fummatina e a guardarmi questo spettacolo meraviglioso di’ treno. E ho detto, tra mene e mene, lo sai icchene, se fumma i’ treno, l’è giusta che e’ fummi anch’io. E tra una tirata e l’altra ho deciso di tornare a casa. La prossima ‘orta glielo di’o anche a Foresto che c’è i’ treno a Fontibona. E’ vorrà dire, Maremma diaola, che s’andrà a i’ mercato a i’ Borgo co’ i’ ciuffe, ciuffe.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

“LEGGIAMO” UN MANOSCRITTO ORIGINALE DEL 1400
Vicariato del Podere Fiorentino (Palazzuolo, Susinana, Piedimonte 1406-1615)
E’ stata veramente una “avventura” affascinante quella di aver frequentato l’Archivio di Stato di Firenze per un periodo di tempo abbastanza lungo. Io conoscevo l’Archivio ancora quando era collocato al Palazzo degli Uffizi al piano terreno, ed ebbi modo di frequentarlo in occasione di un evento tragico: l’alluvione di Firenze. A quei tempi io prestavo servizio presso la Soprintendenza Beni Artistici, vale a dire al piano superiore e già da allora si parlava di un probabile trasferimento in altra sede, viste anche le ristrettezze dell’ambiente ormai diventate inidonee per l’Archivio, e considerate anche le mire “espansionistiche” della Galleria degli Uffizi che ambiva a diventare con in famoso progetto “Grandi Uffizi”, la galleria più grande (e importante) del mondo. Ebbi modo allora di visitare le grandi sale a pianterreno, letteralmente “stipate” di volumi, codici, documenti di ogni genere, e rimasi esterrefatto dall’abbondanza di questi documenti. Se si pensa alla storia che studiamo (e qui ci vorrebbe un punto interrogativo) nelle scuole, viene veramente da ridere. Dalla storia che si insegna nelle scuole noi veniamo a conoscenza di una piccola parte di storia che riguarda l’Italia dalle origini fino agli ultimi tragici eventi del Fascismo. Tuttavia bisogna tener conto che quella che ci viene insegnata è storia per così dire “ufficiale”, un excursus storico dalle Alpi alla Sicilia, uniforme, e che non tiene conto di quella diversità storica cui sono state soggette nei tempi le nostre “regioni “ italiane. Basta pensare alla nostra Toscana del Medioevo, divisa in Feudi, Contee, ecc, e alla stessa al tempo dei Comuni: basta ricordare Firenze, Siena, Pisa, Lucca ecc.; alla Repubblica, alla Signoria medicea, al Granducato toscano, al governo austriaco dei Lorena, al Governo Francese, etc. etc. Ogni Regione italiana ha avuto le sue vicissitudini, molto, molto diverse dalla realtà toscana. Diventa dunque difficile parlare di storia nazionale, uniformando il tutto e tutti in un “unico” libro di testo valido dal Piemonte alla punta estrema della Sicilia. E allora nei libri di testo impari la storia delle grandi guerre: le guerre dei romani, le invasioni barbariche e le relative battaglie, i Franchi, le guerre delle investiture. In poche parole la storia equivale a storia delle guerre. Ma la realtà non è questa. Se si pensa che in un Archivio importante come quello di Firenze è concentrata la storia, ma la vera storia, di Firenze e della Toscana e per contenere tutti questi documenti non bastano chilometri di scaffalature, ti rendi conto dell’enormità e della complessità della materia storica. Ma non esiste solo Firenze: Siena ha il proprio archivio, e così lo hanno pure tutte le altre città toscane, ognuna di queste specializzata nella storia del proprio territorio. Ma non è finita qui poiché anche i comuni più piccoli hanno propri archivi. In Mugello non esiste Comune che non abbia un proprio archivio, talora importante, come Borgo San Lorenzo, Scarperia, Vicchio, Dicomano, ecc. Siamo arrivati al nocciolo della questione. Quanta storia del proprio territorio viene insegnata ai giovani delle scuole? Anche ammettendo che in questi ultimi tempi si faccia abbastanza per far conoscere la storia del territorio mugellano, si veda ad esempio l’istituzione di musei che trattano di archeologia, arte, artigianato, costume; pur tuttavia bisogna riconoscere che tutto ciò non è sufficiente. Anche se si sono realizzate, con grandi sacrifici, istituzioni  museali, percorsi archeologici, manifestazioni culturali popolari, la diffusione di libri d’arte o di cultura in genere, (spesso ad opera di privati cittadini), bisogna dire che queste istituzioni, anche se condotte da volontari, spesso hanno il fine del lucro. E questo mi dispiace molto dirlo. Mi sono trovato in alcuni dei musei “diffusi” di fronte alla sorpresa di dover sostenere un biglietto d’ingresso talvolta “sostenuto”. Dico questo non per tirchieria, ma per il semplice motivo che sono stato sempre contrario a far pagare “cara” la cultura. Questo io lo sostenevo anche quando ero agli Uffizi. Mi controbattevano dicendo che se non si fosse fatto pagare il biglietto d’ingresso un poco salato, la Galleria si sarebbe riempita di “barboni” o pensionati che sarebbero venuti in quel posto unicamente per riscaldarsi. Trovo giusto che per la cultura si paghi qualcosa, ma che questa non debba diventare una tassa esosa o uno dei tanti balzelli tanto di moda in questo periodo. Forse, per limitare in certi musei l’enorme affluenza, sarebbe più giusto istituire un numero chiuso. Aberrante, a dir poco, è invece la tassa d’ingresso che si paga per entrare nelle chiese. Se dobbiamo pagare cara la cultura, quanto si dovrebbe pagare per entrare nell’Archivio di Stato di Firenze, dove la cultura, letteralmente, strabocca. E si tratta di cultura vera, non “ufficiale” come quella che studi sui libri di testo. Pergamene, incunaboli, manoscritti del Tre e Quattrocento, i primi libri stampati a Firenze, a Venezia, una raccolta incredibile di documenti notarili a cominciare dal Mille, tutto questo lo trovi all’Archivio. E’ vero, è difficile districarsi in questa selva di cultura, ma, è anche vero che il materiale a disposizione è così cospicuo e interessante che ti ripaga da qualsiasi fatica. Io consiglierei non solo a chi ha interessi di studio di recarsi almeno una volta all’Archivio di Stato di Firenze, proporrei questa esperienza a ogni singolo cittadino. In particolare gli studenti, già dalla tenera età dovrebbero rendersi conto di queste realtà, parlo anche degli Archivi comunali cosiddetti “minori”. Ma non voglio terminare questo articolo senza prima aver cercato di “leggere” un manoscritto dei primi anni del ‘400 relativo agli statuti di Palazzuolo. Si tratta di un volume rilegato e restaurato nel 1976. Questo libro contiene documenti che vanno dal 1406 al 1615. E’ rilegato in mezza pelle, secondo la maniera antica, vale a dire con la cucitura eseguita su “nervetti” (strisce di cuoio), i quali sono uniti alle tavole del libro per mezzo di fori. Le tavole sono in legno stagionato e sono ricoperte per circa la metà, come pure il dorso, da cuoio marrone. I “nervetti” compresi quelli alle estremità del dorso sono sei. Aprendo il libro, sulla tavola interna si notano tre etichette. Quella centrale indica la segnatura, cioè il titolo del libro e la sua collocazione, quella superiore indica il lavoro di restauro eseguito. In questo caso il manoscritto, ha subito un lavaggio in acqua e Lissapol, seguito da una deacidificazione con il metodo Barrow. La pagine sono state successivamente trattate con Glutofix, che è una sostanza collante e gli strappi e le lacune sono state colmate con l’ausilio di metilcellulosa. Il manoscritto è stato poi ricucito usando refe di lino. Il volume-manoscritto si compone di quattro libri riuniti insieme, scritti a penna con inchiostro di colore seppia. La carta antica è stata fabbricata da stracci di cotone ed è vergata e filigranata. Il disegno della filigrana è composto da tre cerchi con croce sottostante, oppure da tre cerchi con elsa di spada soprastante. Gli statuti di Palazzuolo comprendono un frontespizio scritto a penna e quattro libri che trattano: il primo di norme di carattere generale e statutario quale: “il giuramento del vicario, del salario da corrispondersi allo stesso, del modo di radunare i popoli del Vicariato del Podere (così era chiamato Palazzuolo), della pena di chi manca al consiglio”. Il secondo libro tratta: “della proprietà e del possesso dei beni, delle eredità, delle doti maritali, ecc”. Il terzo libro detta norme in materia di ordine pubblico che vanno da: “Del modo di punire i malefizi,  della pena di chi assalisce con fatti e parole, della pena di chi gioca a dadi, della pena di chi spergiura, della pena del figliolo che non obbedisce al padre, della pena di chi non vada a spegnere il fuoco, della pena di colui che fa rumore presso la Chiesa, in tempo che si celebrano i Divini Uffizi, ecc. ecc.” Il quarto e ultimo libro tratta norme varie ad es.: “De beccaj (i macellai),  della pena di chi ingombra il mercatale di Palazzuolo, della pena di chi entra in casa altrui, ecc”.
Spero di aver acceso abbastanza la curiosità del gentile lettore e spero che questi si rechi all’Archivio di Stato di Firenze per esaminare di persona il manoscritto e possibilmente studiarlo in ogni minimo particolare. Per facilitarlo lo informo sulla sua collocazione e cioè: Statuti delle Comunità Autonome e Soggette, Vicariato del Podere Fiorentino, Pezzo 624.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

IL MUSEO DI LEPRI FALERIO IN ARTE LEPRINO 
Proliferazione, inflazione di musei della civiltà contadina in Mugello e Alto Mugello ne conosco almeno tre (se vogliamo escludere quello di Bruscoli), uno a Casa d’Erci presso Luco di Mugello, esattamente a Grezzano, quello di Leprino a Sant’Agata e l’altro a Palazzuolo sul Senio in Alto Mugello. Voglia di ritorno alle origini? Un semplice tuffo nel passato per far affiorare i ricordi? O nostalgia di una società e di un tipo di vita che non esiste più? In questo punto il Signor Lepri Falerio, in arte Leprino, precisa: “Non ci facciamo illusioni, la vita a quell’epoca era dura non era quindi idilliaca come può sembrare guardando questo piccolo mondo in miniatura”. Tuttavia non si tratta di giocattolini, su questo punto Leprino (da ora lo chiamerò così con questo suo nomigliolo simpatico, come fanno tutti) è categorico e ha ragione. Altro che giocattolini! Si tratta di una vera e propria ricerca storica sul paese di Santagata e della vita che si conduceva tempo fa e sulla vita dei contadini, prima che disertassero in massa le nostre campagne. Per la sua realizzazione c’è voluto quel tanto di estro o quel pizzico di arte innata doti delle quali sono dotate molte persone mugellane. La tradizione ricorda Giotto, pastore in Mugello, che, fanciullo, disegnava le sue pecorine su un sasso come un bravo artista, e faceva l’O di Giotto, cioè disegnava un cerchio a mano libera meglio che con un compasso, tanto da diventare migliore del suo maestro Cimabue, sempre mugellano. Insomma artisti si diventa, ma soprattutto si nasce. Ma chi ha insegnato a Leprino la meccanica per movimentare quei personaggi? “Nessuno – mi risponde – Durante la notte mi veniva in mente un’idea e io mi alzavo da letto per fare i disegni o abbozzare un primo progetto”. E l’arte della modellazione? Anche questa non gliel’ha insegnata nessuno.Ha realizzato i volti dei personaggi in cartapesta, frugando nei propri ricordi, andando a rivedere qualche fotografia ingiallita dal tempo, ricordandosi dei personaggi, tutti in carne e ossa, non immaginari, paesani e extra-paesani. Ma come è saltato fuori il nomignolo di Leprino? Sentiamolo dal suo racconto: “Mio padre aveva un amico a Firenzuola che si chiamava appunto Leprino. A questi, per via dell’amicizia, fece una promessa che se gli fosse nato un figlio maschio, l’avrebbe chiamato come lui” (In fondo da Lepri, suo cognome, a Leprino, non c’era molta differenza). Nacque, in effetti, un bimbo maschio, e portatolo al Fonte Battesimale, il padre di Leprino intendeva mantenere la promessa fatta all’amico. Ma il prete non era di questo avviso: quel nome si addiceva più a una bestia che a un cristiano. “Ma allora, replicò il padre del bimbo, anche Papa Leone ha un nome di bestia”. Evidentemente, nel Cinquecento, il diritto canonico era un pò più flessibile su questo argomento. Sta di fatto che al bimbo fu messo nome Faliero. Ma alla gente di Sant’Agata Faliero non garba affatto e così tutti lo chiamano Leprino. Il racconto continua: “Io avevo un negozio di generi alimentari in piazza e quando ci si avvicinava alle feste natalizie, invece di mettere in vetrina l’albero di Natale, come facevano altri, o una sfilata di panettoni, panforti o torroni, io mettevo uno dei miei personaggi”. Questi personaggi in movimento nella vetrina piacevano talmente ai clienti della bottega o a coloro che passavano davanti che tutti esclamavano: “Garda che bello….ecc.” Si sa, nessuno di noi, è esente da ambizione, insomma tutti noi amiamo farci dire bravo…..ma quando ci dicono il contrario…..Siamo uomini con i nostri difetti, con le nostre passioni, le nostre ambizioni, ecc. Una volta ho sentito dire da un Cardinale famoso, naturalmente per scherzo: “Se Dio ci avesse voluto diversi, ci creava angeli”, e, se lo dice lui….Questi riconoscimenti a Leprino facevano piacere, tanto da stimolargli la fantasia e la voglia di fare. A poco a poco la sua casa, la sua bottega è diventata un piccolo laboratorio e Leprino ha cominciato a “sfornare” personaggi al posto dei filoni di pane. E’ diventato il Geppetto del paese (si fa per dire, Leprino non me ne voglia). Per il movimento dei personaggi, c’era bisogno di motorini elettrici, di ingranaggi, viti, bulloni, pulegge e allora Leprino comincia a ricercare fra le cose comuni che si gettano, perchè superate dalla tecnologia, oppure perché guaste, le ripara, le smonta e le rimonta. Anche gli amici gli portano motori di frullatori, tritacarne, insomma di tutti quegli elettrodomestici che a loro non servono più. Una volta fatti questi personaggi, intendo dire completati anche i volti in cartapesta, c’era la necessità di “vestirli” , cioè, mettere loro addosso o meglio “cucire addosso” quei vestiti nei caratteristici panni dei quali erano soliti vestirsi i nostri contadini. A questo ha pensato la moglie, a lei va un notevole merito. Molte volte si è recata presso le case dei contadini superstiti e si è fatta “regalare” qui panni che essi avevano, magari logori, nei loro cassettoni e nei loro armadi e che magari erano appartenuti agli zii, ai nonni, ecc. E, allora, tu vedi risaltare fuori come per incanto, stoffe a quadri, tipo tovaglia, con le quali i contadini ci facevano le camicie, le tele, i fustagni i velluti con i quali i contadini si confezionavano i corpetti, ecc. E poi le scarpe chiodate, gli zoccoloni con le tomaia di vacchetta, insomma tutto torna a rivivere come per incanto. Ma, non solo. “Quelli che tu vedi nella cucina – questa realizzazione risale al 1949 – sono tutti i miei parenti: mia zia, mio padre, mia nonna, ecc” Allora tu capisci che questi personaggi sono qualcosa di più di semplici macchinette in movimento. Anche l’arrotino, il magnaio, l’ombrellaio-sprangaio, ecc. corrispondono a personaggi veri, l’uno era di Scarperia, l’altro veniva dalla montagna Pistoriese, un’altro ancora veniva da San Piero a Sieve, altri ancora come gli spazzacamini venivano addirittura dall’Alto Adige. Leprino precisa: “non è che questi avessero bisogno, ma, facevano  la loro gita e tornavano a casa con qualche soldino…” Oltre ai personaggi nel museo sono rappresentate scene della vita contadina. fra queste la “battitura del grano” che si svolgeva nell’aia del podere e alla quale partecipavano un gran numero di persone. Per l’occasione e per rifocillare i battitori si ammazzava il papero e si faceva la pastasciutta a sugo di papero. E poi scene come la spremitura del vino con lo “strettoio”, la “mescita di vini” , la trattoria, il barbiere, il falegname, sarebbe troppo lungo elencarli tutti. C’è perfino la scena dei carabinieri che, uno di qua, uno di là, portano in guardina l’ubriacone che si è messo a cantare “Bandiera rossa” (un tantino “osé” per quell’epoca). Meritevoli di attenzione sono anche gli attrezzi e utensili da lavoro, fra questi citerò la roncola, il pennato, il trapano a corda, l’ascia a petto (serviva per fare le listelle dei canestri). “Sa – continua Leprino – tutto questo ben di Dio lo volevano a San Marino e mi avrebbero dato anche un sacco di soldi, ma io ho rifiutato. Ho preferito fare una donazione alle generazioni che verranno dopo di me, ai nostri figli, ai nostri nipoti i quali si ricorderanno chi erano e come vivevano i loro nonni. Per questo, ho fatto una donazione al Comune di Scarperia, con preferenza (ripetuto due volte), con preferenza Sant’Agata, il paese dove io ho vissuto da sempre. Questo significa che il paese di Sant’Agata beneficerà di questo “dono” eccezionale, e, io mi auguro che lo sappia conservare con amore. Infine il discorso cade su la trasmissione “Portobello” di Enzo Tortora, alla quale Leprino partecipò, in tempi ormai lontani. Gli ho chiesto cosa pensasse di Enzo Tortora. “Era bravo e umano”, mi risponde. Mi ha fatto piacere sentire da lui questo apprezzamento per una persona che anch’io ho stimato molto. Prima di uscire, getto un’ultima occhiata per trovare un personaggio nuovo. Ne vedo uno che mi commuove: si tratta del ciabattino, che lavora umilmente in disparte, mentre sta aggiustando una scarpa. Mi viene in mente mio padre, anche lui ciabattino a tempo pieno, prima, e a tempo perso, poi, una volta divenuto operaio in un calzaturificio. Mi sembra di vedere lui, quando io ero ragazzo, chino al suo “bischetto” (si chiamava così il tavolo da lavoro del ciabattino), che cuce, batte sulla forma, inchioda, incolla. Mio padre si chiamava Leopoldo, veniva da Firenzuola, e il mestiere lo aveva imparato in collegio a Firenze presso i Salesiani. Lui aveva preferito così, invece di fare il contadino o il prete come i suoi fratelli. Però la sua vita l’ha combattuta ugualmente, ha “tirato sù” una famiglia di quattro figli, con la moglie casalinga. Lo guardo un’ultima volta e lo saluto: “Ciao babbo”. Eh! Altri tempi quelli!
Un “ciao” anche a Leprino. Tu e il tuo museo non morirete mai.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

LOMBARDO, LONGOBARDO O ALTRO?
Ipotesi sul campanile della Pieve di Borgo San Lorenzo
Si intende per arte lombarda l’individuazione di un complesso di particolarità strutturali e decorative proprie delle architetture romaniche dell’area padana. L’espressione arte lombarda ha avuto una notevole fortuna, tanto da essere usato talvolta quale sinonimo di romanico…Date queste premesse diviene ovvio riconoscere lombarda l’architettura gotico fiorita nella regione nel passaggio dal XII al XIII secolo (Enciclopedia Architettura Garzanti). Dicesi invece arte longobarda il complesso di manifestazioni artistiche riferibili ai longobardi, popolo proveniente dall’Europa centro-settentrionale che invase l’Italia nel 568 (Enciclopedia dell’Arte Garzanti). Vedremo in seguito poiché si è resa necessaria questa distinzione. Ma vediamo come gli studiosi mugellani a partire dal Brocchi e fino ai  nostri giorni hanno ipotizzato l’epoca di costruzione del campanile della Pieve di Borgo:
“Il campanile, di epoca longobarda, è a pianta poligonale irregolare”
Chiara Amerighi – Mugello e Val di Sieve, pag 22
“Nel 1263 fu ricostruita (la Pieve ndr), a questa data potrebbe risalire la torre campanaria, impostata direttamente sull’abside semicircolare, e condotta avanti in laterizio in forma di semidodecagono”
Massimo Becattini – Andrea Granchi – Alto Mugello, Mugello, Val di Sieve, pag 54
“Al di sopra della falda circolare s’imposta una porzione continua in bozze di conci che lega l’abside alla torre campanaria, a pianta esagona, che sta impostata direttamente sul corpo absidale, unico esempio toscano nel suo genere. La torre costruita in laterizio secondo modi lombardi”.
Daniele Negri – Chiese romaniche in Toscana pag. 261
“A quanto dopo l’anno 393 (Ambrogio consacra la basilica Laurenziana di Firenze) risalga la primitiva costruzione della Pieve di Borgo San Lorenzo non conosciamo con precisione….Ma il campanile innalzato già su la base di un segmento di cerchio, cioè su l’arco della tribuna e seguitato poi a guisa di mezzo dodecagono, rimase immutato tranne l’apertura di una bifora, cui si riferisce un cartello di pietra murato nel campanile ANNO DOMINI 1263 TEMPORE PLEBANI PARENTIS”
Prof. Francesco Niccolai –Mugello e Val di Sieve pagg. 430-431
“Posteriormente al 1263 fu innalzata un’altissima torre della figura di un mezzo dodecagono tagliato da un diametro, che posa sopra l’arco della tribuna, mentre i sei lati girano intorno al segmento di cerchio che chiude il presbiterio. La quale torre ad uso  di campanile fu opera posteriore, probabilmente contemporanea ai primi risargimenti della stessa chiesa nel 1316.
Emanuele Repetti – Dizionario Geografico, Fisico, Storico della Toscana, pag 56
“E’ dunque la suddetta Pieve antichissima, essendoci memorie certe, che essa già ci fosse avanti il Mille, come appare da alcune cartapecore, che si conservano nel Monastero di Luco, da me vedute, quantunque non si sappia precisamente chi la fondasse; anzi da una scatoletta di reliquie fatta di lamina, che sembra esser d’ottone, trovata pochi anni addietro, nel disfare l’Altar maggiore, pare che possa congetturarsi, che essa fosse eretta intorno all’ottavo secolo…”
Giuseppe Maria Brocchi – Descrizione della Provincia del Mugello, pagg. 72-73
“In quel tempo (fine sec. XIII) la chiesa fu ricostruita. Sorge anche il campanile di mattoni che prende la forma di un esagono irregolare, con duplice ornamento di aperture diverse…..”
Carlo Calzolari – La Chiesa Fiorentina pag. 160
“Lo stravagante e bizzarro campanile della Pieve di Borgo San Lorenzo, che io credo e ritengo essere opera longobardica, e durante appunto il dominio dei Longobardi innalzato”
Padre Lino Chini – Storia antica e moderna del Mugello, Vol. I pagg. 214-215
“Il campanile borghigiano risale con tutta probabilità al 1263 (data incisa sopra il capitello di una bifora) e rappresenta un’importante testimonianza del trapasso dal romanico al gotico, mantenendo del primo la solida e compatta muratura e del secondo lo slancio verticale….”
Marco Pinelli – Romanico in Mugello e Val di Sieve, pagg. 47-48
Questo è quanto è stato detto, in sintesi, da storici e studiosi dell’arte, negli ultimi due secoli e mezzo. Noi notiamo però che la divergenza di valutazione degli storici menzionati circa la datazione del campanile è enorme, approssimativamente 1000 anni! Se devo dare un giudizio, mi sembra del tutto strana l’idea che nel 1263, durante la ricostruzione della Pieve, si sia deciso di costruire il campanile proprio sull’abside. Costruire un campanile poligonale di quella mole su un’abside semicircolare, comportava delle difficoltà tecniche e costruttive di notevole importanza. Lo si sarebbe potuto costruire accanto, con minori difficoltà, dandogli una forma regolare esagonale o ottagonale, come tanti altri campanili romanici. E poi, perché costruire tutta la chiesa in conci regolari di pietra (filaretto) e il campanile in materiali diversi, cioè in mattoni? E’ vero, esiste una datazione, 1263, su un capitello di una bifora, ma questo non significa con sicurezza assoluta che il campanile sia stato costruito in quella data. E’ anche vero che lo stile, sotto certi aspetti, ci può fare ricordare lo stile romanico, però i rifacimenti sono stati tanti, tante aperture sono state murate, le bifore hanno subito sostanziali rifacimenti. Ogni valutazione è possibile in un edificio che ha subito tanti rimaneggiamenti nel tempo. Dunque il campanile è longobardo come sostengono il Brocchi, il Chini e altri studiosi? E’ romanico come sostiene il Salmi, il Carzolari, il Pinelli? E’ lombardo come sostiene il Negri? Non è facile dare una risposta, anche se è possibile un’ipotesi. Borgo si trovava sulla strada romana e prima ancora etrusca che passando da San Giovanni Maggiore, Ronta e passato l’Appennino per Marradi arrivava a Ravenna, la capitale dell’Impero. Nel 535 Giustiniano, ritiene maturo il tempo per la campagna militare dell’Italia. Invia il Generale Belisario ad assediare Ravenna e la conquista nel 540. Dalla sede di Ravenna il successore, Narsete, parte per vincere definitivamente i Goti. Giustiniano provvede a riorganizzare il territorio e a rimediare i danni causati dalla sanguinosa guerra goto-bizantina,  coadiuvato dall’Arcivescovo Massimiano. Ravenna torna ad essere il più importante centro religioso e politico d’Italia. Sono dell’epoca bizantina le decorazioni di S. Vitale, Sant’Apollinare in Classe, Sant’Apollinare nuovo. Si potrebbe pensare che questa ondata di rinnovamento abbia interessato anche Borgo San Lorenzo che si trovava, non distante, sulla strada che portava alla capitale. Perché non pensare anche per la primitiva chiesa borghigiana e per il campanile ad influssi ravennati? Basti confrontare le bifore del campanile borghigiano con quelle ravennati di San Michele in Africisco del sec. VI e si noterà che la similitudine è sorprendente. Perché scartare a priori questa ipotesi? In questo caso il campanile sarebbe il residuo della chiesa primitiva e risalirebbe al VI secolo, durante l’Impero di Giustiniano, mentre si edificarono la basilica San Vitale (547) e Sant’Apollinare in Classe (549). Anche se esistono altri esempi in Italia di campanili impostati su absidi, questa di Borgo san Lorenzo mi sembra una cosa differente. Ho l’impressione che il campanile poggi su un basamento, di forma semicircolare, ancora più antica del campanile stesso. E’ probabile che la chiesa sia stata costruita su un  edificio pre-esistente, ad esempio, poteva essere una basilica della romana Annejanum, questo ce lo confermerebbero anche le dimensioni stesse della Pieve. Non si esclude che prima ancora esistesse sul luogo un edificio etrusco, sembra in effetti che ritrovamenti risalenti al periodo etrusco siano stati rinvenuti in passato in occasioni di lavori alla chiesa. Tutto ciò è affascinante la Pieve di Borgo vanta un passato illustre romano ed etrusco, come del resto tutto il Mugello. La storia di questo affascinante territorio non inizia con i  primi documenti che risalgono a poco prima del Mille!
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

QUELLA MADONNA E’ UN VERO CAPOLAVORO
 
Mi sono soffermato più volte ad ammirare la Madonna col Bambino, una tavola fondo oro, che si trova nella Pieve di Vaglia e proviene dalla Chiesa di Cerreto Maggio. Ha ragione il Pievano Don Mario Martinuzzi: “Mi ci sono affezionato a quella bella Madonna, per questo l’ho messa nella parte più importante della mia casa. Così tutte le volte che entro in casa c’è Lei ad accogliermi e tutte le volte che esco, sempre Lei che mi garantisce la Sua protezione”. Il discorso non fa una grinza. Anch’io la guardo e la riguardo e sempre più scopro in questa pittura cose magnifiche. Qualcuno vorrebbe che questa fosse una copia! “Ma si può copiare un capolavoro così?” Anch’io non trovo plausibile questa ipotesi, ma non solo io. Il grande studioso Calzolai, nel libro Chiesa Fiorentina, ne parla come di un capolavoro da ascriversi alla Scuola Senese del sec. XIV. In effetti chi potrebbe rifare un’opera così bella? Lo escludono tanti particolari, ad iniziare dalla doratura così finemente cesellata, che solo un artista di allora avrebbe potuto fare, e poi la pittura stessa: mano di un grande artista e altri particolari che esamineremo in seguito. E’ probabile invece che l’opera abbia subito delle ridipinture. Nel XVI e XVII secolo, queste avvenivano frequentemente per adeguare le pitture antiche, spesse volte ieratiche e bizantineggianti, al gusto più moderno che si chiamava Barocco. Ad altre pitture, invece, sono proprio stati cambiati i connotati per adeguarli alle esigenze delle chiese. Ad esempio, al San Niccolò che si trovava nella chiesa di Ferraglia, nonostante avesse altri attributi, per adeguarlo al  nome del Patrono, appunto San Niccolò, fu sostituito il nome. Oggi si direbbe gli hanno cambiato i connotati. Ma torniamo alla nostra meravigliosa tavola. Il Bambino stringe con la mano sinistra il dito mignolo della mano lunga e affusolata della Madonna, e con il braccio destro alzato accarezza il volto, dolce e materno, della Mamma. La mano destra accarezza dolcemente la guancia, con il ditino pollice ripiegato quasi che voglia sfiorare le sue belle labbra. La Madonna con la mano sinistra sorregge il Bimbo con la mano aperta.  Il bimbo guarda il volto tenero della Madre, ma lo sguardo di quest’ultima è rivolto verso chi la guarda. Gli occhi della Madonna sono bellissimi con la pupilla scura. Nell’occhio sinistro si nota un bagliore di oro che sembra riflettere la luce del Divin Figlio. Il volto della Madonna è roseo e le labbra sono di un bel rosso che si intona col vestito. Anche il Bimbo guarda teneramente la Madre, ha i capelli biondi e ricciuti, che terminano con un bel ricciolo d’oro sotto l’orecchio. La Madre ha un mantello, ricamato d’oro ai bordi, che Le copre la testa. Sotto questo mantello appena si scorge un velo sottostante. Il mantello, secondo la iconologia classica, ma anche secondo la simbologia dei colori, doveva essere di un bel blu lapislazzuli, scuritosi con il tempo, con delle bordature in oro. Il vestito della Madonna è di un bel colore rosso, ricamato con piccole losanghe in oro. Le aureole, solo se si osservano attentamente, scopriamo dei dettagli interessantissimi. Dietro la testa del Bimbo appaiono i tre bracci della croce, eseguiti con una specie di bulinatura in oro. Fra i bracci della croce sono inseriti quattro fiori a sei petali. Anche in questo caso il 6, cioè il numero dei petali, non è posto a caso ma corrisponde alla simbologia dei numeri. Nell’aureola della Madonna, invece, ci sono dei fiori a 6 petali contornati da altri 6 petali più grandi: 12. Nella simbologia cristiana corrisponde ai 12 Apostoli. La tavola, in origine, doveva essere cuspidata, in quanto gli angoli, come si vede chiaramente, sono aggiunte successive e anche l’oro è diverso. Il mantello della Madonna, all’altezza della spalla, presenta un ornamento a ricamo a forma di fiore a 4 petali, disposti diametralmente, con 4 pistilli, si tratta forse di un giglio stilizzato, simbolo della purezza. La veste del fanciullo è di un bel giallo-arancione, simbolo di regalità, che si intona con la capigliatura, quasi dorata dei capelli, e copre tutto il Fanciullo, lasciando scoperti solo i piedini. Nella sua piccola tunica ci sono delle bordature d’oro nel giro-collo e nell’attaccatura delle maniche. Il panneggio del vestito del Bambino è assai dolce e le pieghe non troppo goticizzanti. Le mani della Madonna sono straordinariamente eleganti, molto lunghe e affusolate. La “craquelure” si presenta in maniera omogenea sul volto della Madonna, mentre il volto del Bambino è attraversato da una fessura nella zona inferiore. Questa fessura è estesa, verticale, e probabilmente corrisponde  a una sconnessione delle tavole, che notiamo, sono state consolidate con incastri a coda di rondine. La parte inferiore della tavola presenta una curiosità. Essa infatti va assottigliandosi verso l’estremità e, proprio in questa zona, la parte è stata ridipinta in epoca successiva. E’ probabile, ma non sicuro, che in questo punto dove la tavola si assottiglia, fosse coperto da una incorniciatura. Oppure può darsi che la tavola sia stata usata, in passato, per usi non proprio decorativi o cultuali. Ad esempio, una bellissima Madonna a Montemerano, in Maremma, fu usata come porta, e a questa fu fatto anche un buco in basso per lasciar passare il gatto. Quindi non dobbiamo scandalizzarci. Con molta probabilità questa tavola faceva parte di un trittico, poi andato smembrato con il tempo. Cioè, a lato della tavola, dovevano esserci altre due tavole, con raffigurazioni di Santi. Il dipinto,che stiamo trattando, viene inserito nell’ambito della scuola senese del sec. XIV, con forti richiami alla pittura fiorentina. Ma la vera sorpresa del dipinto è, che questo, potrebbe nascondere sotto lo strato di tempera, un dipinto più antico, forse un’altra Madonna. Ce lo farebbero supporre certi saggi compiuti in epoca imprecisata. Tuttavia questa ipotesi potrà essere avvalorata solo sottoponendo il dipinto in questione ai raggi X. Mi auguro, tuttavia, che la curiosità o il “motivo di studio” non prevalga e questa bellissima Madonna col Bambino possa essere amata ed ammirata ancora per tanto, tanto tempo.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

L’ANTICA CHIESA DI CERRETO MAGGIO
 
Intervista a Don Mario Martinuzzi, parroco della chiesa dal 1943 al 1952
Sono  stato parroco a Cerreto Maggio dal 1943 al 1952. Il luogo era un castello di una celebre famiglia, quella appunto dei Cerretani. Un giorno, dopo la messa, andai nell’orto a far buche per piantare delle piante; vidi per caso una moneta di rame tutta incrostata. Lentamente la ripulii e vidi che era romana: da una parte c’era Mercurio dall’altra invece c’era l’Imperatore Costanzo II nipote di Costantino, ma non trovai altro all’infuori di quella moneta. Allora supposi che questo castello dei Cerretani fosse nell’antichità una fortificazione romana. In questo posto i Cerretani non resistettero molto perché oltre a essere un posto solitario, senza strade né acqua é un luogo molto caldo con  terreno arido e galestroso. Nel 1200 vennero già via e si installarono a Firenze a prestare servizio alla Repubblica Fiorentina. Furono benemeriti poiché la strada centrale di Firenze fu dedicata alla loro famiglia,  proprio accanto al duomo. Quando io poi venni a Vaglia, nella Pieve dove tutt’ora abito,  venne un giovane e disse di appartenere alla famiglia Cerretani che ora abitano in Emilia. Mi fece vedere un anello d’oro che era proprio della famiglia Cerretani:aveva uno stemma con tre cerri. Questo  stemma c’è anche all’altare destro della chiesa di Cerreto Maggio. Nel ‘600 infatti fu parroco a Cerreto un sacerdote appartenente alla loro famiglia. Entrando in chiesa a Cerreto Maggio subito a sinistra c’è un affresco che rappresenta Gesù Crocifisso, la Madonna Addolorata e San Giovanni con due piccoli angeli che ricevono in un vassoio il sangue di Gesù. Questo affresco dovrebbe essere, quasi sicuramente, stato dipinto da Andrea del Castagno. L’affresco però è stato rovinato poiché nel 1915 circa il parroco fece aprire una finestra proprio sull’affresco, per combattere l’umidità nella chiesa. Questa finestra tolse parte dello affresco e, cioè, la testa del Cristo e della Madonna. Ricordo che la Madonna e i santi avevano una aureola a foglia d’oro. Per riparare a questo grave inconveniente il parroco fece dipingere di bianco tutta la superficie pittorica rimasta. Era  un affresco di circa 2,50 per 3 metri e sullo sfondo si vedeva un bel paesaggio. Un altro parroco, più tardi, scortecciando l’intonaco lo scoprì tutto, naturalmente all’infuori delle parti che erano state  tagliate via della finestra. I colori purtroppo erano rovinati. Di sicuro si trattava di un affresco dei primi del 1500. Da Cerreto Maggio passava una strada importante che da Firenze andava al castello del Trebbio. Era una strada collinare per evitare la strada di fondo valle che non era sicura. I Medici quando passavano per andare alla loro villa di Careggi passavano da Cerreto Maggio poi Paterno e Starniano quindi Cappella di Ceppeto, Castiglioni, Cercina e infine Careggi presso Firenze. Probabilmente però la strada etrusca e poi romana passava da Pescina. Questa era una strada in  salita, molto ripida, quasi impossibile. Pescina si trova proprio alle falde del Monte Morello. La strada era praticabile solo a piedi, poiché col cavallo era impossibile e anche per i buoi col carro. Dell’ex castello dei Cerretani è rimasta una bella torre tutta in pietra che ora nvece fa da campanile alla chiesa. Da Cerreto c’è la deviazione per Legri e Calenzano e Firenze. Verso il Mugello la strada conduceva al Trebbio. La strada lungo la Carza non c’era era un viottoluccio ed era pericolosa per via dei ladri. Serviva soprattutto per i mulini e per macinare il grano. Da Cerreto Maggio proviene la Madonna che io ho presso la chiesa di Vaglia. Da Cerreto Maggio proviene anche un calice del 1400 che adesso è a Firenze presso il museo di Arte Sacra istituito all’interno della chiesa di Santo Stefano a Ponte. Si tratta di un bellissimo calice smaltato con formelle realizzate su disegno di Raffaello. Ho fatto richiesta poiché ritorni nella sede originaria. Ora la chiesa di Cerreto è  “gestita” dal parroco della chiesa Immacolata di Firenze, per portare i parrocchiani, e anche come luogo di ritiro per i giovani, gli scouts, etc. Recentemente a Cerreto Maggio, fu girato il film televisivo di Don Milani, e in quell’occasione fu rifatta la strada poiché quando c’ero io arrivavano solo le moto e le tregge (carri senza ruote, tipo slitte).  Ma la siccità non era un problema solo di Cerreto Maggio. A Vaglia, forse anche a causa dei lavori TAV, è sparita la polla dell’acqua sorgiva, che serviva per la vigna, l’orto, il frutteto. Per convogliare questa sorgente  feci un mutuo di 300 milioni negli anni ’60, che ho finito di pagare da poco. A Cerreto Maggio ho patito tanto la sete, ma qui rischio altrettanto. A Cerreto c’era una fontanina che buttava a gocciole, si metteva la mezzina la mattina e si andava a riprenderla piena a mezzogiorno. Durante l’ultima guerra a Cerreto Maggio i partigiani portavano di nascosto a seppellire i propri soldati uccisi, questo era un rischio per me. Nel 1950 mi fu consegnata una lettera di riconoscimento da parte del Gen Alexander, in riconoscimento dell’aiuto dato ai soldati americani, per avergli dato da mangiare con grave rischio. Umanamente parlando era impossibile non aiutarli, vedendoli in quelle condizioni. Dai tedeschi venivo accusato di essere un partigiano travestito da prete. Sempre durante l’offensiva bellica il campanile della chiesa fu bersagliato dagli americani per due o tre ore, ma fortunatamente  rimase illeso.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

IL “MAGNIFICO” MAGHINARDO DA SUSINANA, AMICO DEI FIORENTINI
Maghinardo Pagano da Susinana, alla sua morte avvenuta nel 1302, era senz’altro l’uomo più importante della Romagna Toscana, di Imola, Faenza, Forlì e anche del Mugello. Si può benissimo dire che Maghinardo rappresenta per il tardo Medioevo, quello che più tardi, nel Rinascimento rappresentò Lorenzo il Magnifico. Unica differenza che lo contraddistingue è che Maghinardo, oltre a essere un eccellente politico, come lo era Lorenzo, era anche un valoroso condottiero. Ma molti sono i punti in comune  fra i due grandi personaggi: una politica equilibrata, una forte appartenenza al popolo (lo si deduce soprattrutto dal testamento), che tuttavia veniva governato sotto la forma della tirannia; la tendenza a “lavorare” e tramare per far diventare la propria casata sempre più importante, un manovrare la politica e un far giochi di potere che gli tornassero sempre vantaggiosi; una politica saggia di alleanze e buoni rapporti, anche con la Chiesa e con le potenti città vicine; un’abile diplomazia nel combinare matrimoni con famiglie potenti, ecc. Un uomo davvero straordinario. Anche se Dante Alighieri non era dello stesso parere su Maghinardo, tanto da apostrofarlo con versi ignominosi: “Il lioncel dal nido bianco che muta parte da la state al verno”, e anche peggio, bisogna però tenere conto che Dante era un uomo come si direbbe oggi, “tutto di un pezzo” e non concepiva il fatto che un signore come Maghinardo potesse essere Guelfo con i Fiorentini e Ghibellino in Romagna. Ma si sa, questa è la politica e questo è il potere, che non guarda troppo al sottile. Penso che il personaggio Maghinardo sarebbe piaciuto di più a Macchiavelli, vissuto molto più tardi e che nel 1506 fece sosta proprio a Palazzuolo, mentre accompagnava il Papa Giulio II, e chissà che la presenza dei luoghi e i ricordi ancora vivi fra la popolazione non lo abbiano ispirato per comporre il suo Principe? Era composta – la famiglia – oltre che da Maghinardo, dalla moglie Donna Mengarda, sicuramente di origine Longobarda o Franca, a giudicare anche dal nome, che pare, fosse la figlia di un nobile arricchito fiorentino, forse un banchiere. Di lei sappiamo solo che aveva portato in dote, per unirsi in matrimonio con Maghinardo, 1400 lire di Pisa in fiorini, una somma cospicua. Da Donna Mengarda, Maghinardo, non aveva avuto quella che si dice discendenza “diretta”, cioè dal loro matrimonio non erano nati figli maschi. Erano invece nate due femmine: Andrea e Francesca. Non meravigli il fatto che il  nome Andrea fosse dato a una femmina. Tutt’oggi nelle nazioni germaniche: Austria e Germania, tale nome può essere dato sia a maschi che a femmine. All’altra figlia era stato dato il nome Francesca, un nome che fa pensare ai Franchi. Questa era la famiglia di Maghinardo, nel senso “stretto” della parola. Ma è lecito pensare che altri componenti vivessero presso di loro, ma dai documenti non ci è dato sapere chi. Dal testamento di Maghinardo sappiamo che le figlie erano sposate, e sposate molto bene e quindi è opinabile che stessero presso le auree dimore dei loro illustri mariti. Andrea era andata in sposa nientemeno che a un membro della famiglia Ubaldini, signori di buona parte del Mugello e dell’Alto Mugello, aveva sposato Ottaviano degli Ubaldini da Senni, e probabilmente viveva nella residenza mugellana. Dal matrimonio di Andrea e Ottaviano era nato Gioacchino. L’altra figlia Francesca aveva sposato Don Francesco di Don Urso di Roma, antenati degli Orsini, nobile e potente famiglia romana. Faceva parte della famiglia “allargata”, se così si può chiamare, Alberia, nipote di Maghinardo, figlia del fu Bonifacio Pagani, che forse era morto prematuramente, quando ancora la figlia era nella minore età. Il nostro Maghinardo, aveva forse ereditato in nome suo, incamerando i suoi beni, tutto il suo asse ereditario, con la clausola di restituirglielo in eredità alla sua morte. Anche Alberia aveva realizzato un matrimonio molto importante, aveva sposato nientemeno che Giovanni da Senni degli Ubaldini, un uomo molto importante di quella famiglia mugellana. Essa sicuramente doveva risiedere in quel castello di Senni, di proprietà del marito, castello del quale esiste ancora una torre nella zona di Senni. Dal matrimonio di Alberia e Giovanni da Senni era nato Maghinardo Novello. Sempre di loro appartenenza era la villa omonima, con ogni pertinenza e diritti. Ma vediamo chi erano, oltre ai familiari, coloro che erano i parenti “stretti” di Maghinardo. Oltre ad avere due fratelli “bastardi”, cioè nati fuori del matrimonio legittimo, i cui nomi erano Giovannino e Ugolino, il nostro Maghinardo aveva anche una sorella chiamata Donna Lieta, che era andata in sposa a Guidone, nobile faentino, anche questo un matrimonio molto importante. Dunque Maghinardo dei Pagani, figlio del fu Pietro Pagano da Susinana, già signore potente e ricchissimo, se non fosse bastato, con i matrimoni delle figlie Andrea e Francesca, della nipote Alberia e della sorella, si era imparentato con le famiglie più ricche della zona, e cioè con gli Ubaldini, che gestiranno poi tutto questo patrimonio dal Mugello e dalla Toscana (ecco come si sono formate le Regioni attuali, e come un pezzo della Romagna sia pututo entrare, di diritto, a far parte della Toscana, proprio in virtù di questi feudi lasciati in eredità), oppure da Roma, nel caso degli Orsini. Egli aveva, come si suole dire, allungato i “tentacoli” del proprio potere dal Mugello alla Romagna fino ad arrivare a Imola, Faenza, Forlì; non solo, ma anche a Roma e alla Corte Papale. Oltre a questi Maghinardo aveva un altro nipote, che era avviato alla carriera ecclesiastica, si chiamava Bandino ed era chierico di Popolano. Dal testamento non risulta che Maghinardo avesse altri parenti. Queste persone sono coloro che erediteranno tutti i beni immobili, cioè il patrimonio vero e proprio. Neppure una casa, eccetto limitatissime eccezioni, andranno in eredità a persone che non appartengono alla famiglia, cioè a persone che non sono legate a Maghinardo da vincoli consanguinei. Queste eccezioni sono rappresentate dal Monastero e chiesa di Rio Cesare al quale andrà la metà del molino della Rocca di Susinana con tutti i diritti e redditi, a condizione però che detta parte del molino non venga mai alienata. Altra eccezione è rappresentata dagli “Amici della città di Imola”, e “Amici fuorusciti da Tossignano” ai quali lascia la Rocchetta, costruita e posta sopra Tossignano. Un’ultima eccezione è rappresentata da Arpino di Cantagallo (Imola), del quale non sappiamo bene però se ci fosse un legame di parentela, al quale lascia la Curia di Tirli, Coniale e Bignano; le prime due nel firenzuolese. Dal testamento di Maghinardo veniamo a sapere quelli che erano i suoi collaboratori più prossimi, chiamati con il linguaggio del tempo “famigli” o “soci” e “servi”, tra questi spicca il nome di Romanuccio da Campanara. Romanuccio è il cuoco personale di Maghinardo, che lo segue dappertutto, anche in guerra, ed è un “servitore fedele”. Per la sua “fidem, servicium, ministerium” (fedeltà, servizio militare e civile), Maghinardo lo ripaga con il dono più grande che potesse capitare ad un “servo”: quello della libertà. In compenso dei servizi prestati, Maghinardo libera Romanuccio e i membri della sua famiglia da ogni debito di vassallaggio che sarebbero spettati a Maghinardo “in perpetuo”. Da qui si capisce la condizione di schiavitù, di servi comuni, e servi della gleba (contadini), cui era soggetta buona parte della popolazione. Allo stesso Romanuccio viene lasciato anche un piccolo “ronzino baio”, che egli cavalca ed infine 25 lire bolognesi per riconoscenza del servizio militare prestato. Sappiamo, inoltre, dal Testamento che Maghinardo aveva al suo servizio, almeno due Scudieri chiamati Baliscerio e Mengolino, un Palafreniere (palafreno è un cavallo grosso, usato per viaggio non per guerra) chiamato Donato di Lozzole. Dal testamento sappiamo perfino quali sono i cavalli “personali” di Maghinardo, essi sono Fanestro, Caprona e Palafredo, quest’ultimo baio e mulo. Fra le altre persone “collaboratori” un Faciolo Cacciagruerra, servitore, un Matteo di Ragnolo, diletto, fedele, segreto servitore di Maghinardo, una vera e propria spia al suo servizio. Almeno tre sono le residente “ufficiali” del Signore di Susinana: il Castello di Susinana con la Rocca, castello di famiglia, appartenuto al padre che è il bene immobile più caro verso il quale Maghinardo attribuisce anche un valore “affettivo” notevole. Lascerà questo castello e rocca, con tutti i mobili e suppellettili alla figlia Andrea, forse primogenita. Altra dimora è il Castello di Benclaro, presso Faenza, nel quale Maghinardo detterà le sue ultime volontà al notaio Martino da Cesena e dove il 27 di agosto del 1302 renderà la propria anima a Dio; castello che verrà lasciato alla figlia Francesca. Altra dimora era il Palazzo “nuovo” che Maghinardo si era fatto costruire, proprio fuori le mura di Faenza, che lascia in eredità alla figlia Francesca. Dal testamento veniamo a sapere anche che se Maghinardo aveva molti debitori, cioè persone o enti (per lo più ecclesiatici) che gli dovevano dei denari; non mancavano i creditori, cioè coloro che avevano dato somme di denaro in prestito a Maghinardo. Fra questi un Chissimo (forse sinonimo di “ricchissimo”), banchiere di Imola, al quale doveva 400 lire bolognesi, o lo stesso Ottaviano degli Ubaldini, suo genero, al quale doveva 300 fiorini d’oro. Non può mancare un notaio al servizio di un così grande Signore. A Mazolo, notaio “personale” e giudice della città di Forlì, “antico e fedelissimo servo”, Maghinardo lascia 300 lire bolognesi. Doveva essere una cifra considerevole per quei tempi, se si pensa la fatto che per la sua sepoltura, che doveva sicuramente essere all’altezza del personaggio, fatta quindi su disegno di un celebre architetto dell’epoca, con marmi pregiatissimi, sculture, ecc., aveva destinato la somma di 10 lire bolognesi. Dal testamento ricaviamo ancora che la moglie Donna Mengarda, non eredita nessun immobile o terreno. Maghinardo ordina che le vengano restituite le doti, ossia 1400 lire di Pisa in fiorini. Purtroppo non possiamo fare un raffronto con la moneta di allora con quella di oggi. Sappiamo che una lira pisana equivaleva a 29 soldi pisani e che 29 soldi pisani equivalevamo a 1 fiorino. Verso la metà del XIII secolo a Firenze l’unità monetaria era la lira d’argento che si divideva in 20 soldi e un soldo in 20 denari, questa però decadde ben presto con il pregio acquistato dall’oro del fiorino. E’ una legge economica: la moneta pregiata scaccia la moneta povera. Maghinardo non manca nel suo testamento di fare tanta beneficienza. Prime fra tutte le chiese di Imola e Bologna, i poveri di Cristo e Mendicanti ai quali lascia 400 fiorini d’oro; le opere di pietà e maritare femmine e bambini esposti e abbandonati: 1000 lire bolognesi. Maghinardo si comporta da gran sigmnore anche con i “fideles”, i Vassalli, ai quali concede che il pagamento dell’imposta dovuta avvenga ad anni alterni anziché annuale. Nel testamento c’è una clausola anche per la città di Firenze: “poiché durante la mia vita ebbi rispetto e onore per il Comune di Firenze, in egual modo esorto e prego le mie eredi sopraddette e ad esse prescrivo in virtù della mia benedizione che allo stesso Comune di Firenze esse portino riverenza e onore in perpetuo. La morte di Maghinardo, avvunuta nel 1302, come riporta l’articolo sulla rivista “Medioevo”: “Benvenuta tirannia”: “non lasciando egli eredi diretti ed avendo tenuto una linea politica fra lega guelfa e ghibellina tutt’altro che coerente, la morte di Maghinardo fu seguita a Forlì da un durissimo scontro per la conquista del potere, fra le maggiori famiglie cittadine: Ordelaffi, Calboli, Orgoglissi”. Vediamo cosa succede nello stesso anno in Mugello, ce lo racconta lo storico Villani: “Nel 1302 quando muore Maghinardo i fiorentini vengono a oste   sotto Monte Accianico, per la cui difesa gli esuli fiorentini, fra cui Dante Alighieri….I fiorentini distruggono i loro castelli di Senni, Sant’Agata, Lago e Ponte Croce. Nel 1306 verrà distrutto anche Montaccianico con alla testa Cante di Gabbrielli, dopo aver assediato per 3 mesi….”. Ma, si sa, questa è la politica per il potere di ieri, di oggi, di sempre. Firenze aspettava la morte dell’”amico” Maghinardo per sferrare una grossa “artigliata” al potere feudale, proprio come fa il gatto con il topo. Concludendo dobbiamo porci la domanda: Maghinardo era davvero amico dei fiorentini e i fiorentini erano davvero amici di Maghinardo?
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

PALAZZUOLO E IL SUO “MERCATALE”
c’è un proverbio che dice: “Tutte le strade portano a Roma”. Facendo lo stesso raffronto ma in scala sicuramente  minore, si potrebbe dire che, riferendosi al periodo medievale che: “Molte strade portano a Palazzuolo”. Non è un’esagerazione. Se si osserva con attenzione una pianta antica noi vediamo che il paese è situato al crocevia di almeno tre strade importantissime: due di queste seguivano il corso del Senio da Nord a Sud (una sulla riva sinistra, l’altra sulla riva destra), mentre un’altra strada taglia il paese in direzione Est-Ovest, che ad Est conduce  a Marradi ed a Ovest a Firenzuola. Non si tratta solo di strade medievali, ma di strade romane e anche etrusche. Recenti scavi al Nevale, in un podere, poco fuori il paese di Palazzuolo, sono stati riportati alla luce dei ruderi antichi e porzioni di impiantito, facenti parte di insediamenti etruschi. Questo ci confermerebbe l’importanza della località e della strada, anche in tempi così remoti. Sicuramente la zona è stata pure di dominio romano, questo lo confernerebbe la toponomastica di quei luoghi quali Bibbiana, Susinana, Ghizzana e altri. Ma il toponimo Palazzuolo, lo troviamo già in documenti che risalgono a prima del Mille. Forse tale nome deriva dal fatto che gli Ubaldini, antichi proprietari di questa zona, dovevano avere un loro palazzo, che non doveva essere, almeno a giudicare dal nome, troppo grande, nel quale probabilmente vi risiedeva un loro vicario per la riscossione dei pedaggi, delle gabelle, delle tasse. Ben presto tale località “Castrum Palazzuoli” divenne il centro di quello che verrà denominato, dagli Ubaldini stessi, il “Podere Ubaldino”. Il paese, data la sua struttura, di borgo con i portici delle case che prospettano sulle piazze più importanti e caratterizzato anche dalla mancanza assoluta delle opere di fortificazione a scopo di difesa, nasce essenzialmente con funzioni “mercatale”. Le caratteristiche del mercatale sono quelle di una piazza di forma oblunga, che richiama la figura di un trapezio assai allungato, e che vede sorgere lungo il suo perimetro una successione di edifici. Quando muore Maghinardo Pagano nel 1302, tutti i pedaggi della zona, cioè della strada che da Crespino e Casaglia portano a Palazzuolo, dovevano competere al  Capitolo e e al Monastero di Crespino, però, specifica il testamento, fino al Ponte di Vigliano e non oltre e qui elenca tutti i diritti ad essi spettanti, cioè: corti, fortilizi, case, “fideles2 ecc. ecc. “eccetto tuttavia il foro , ossia MERCATO e PEDAGGIO di Palazzuolo, che vogflio sia in comune e che i frutti di quelli  siano percepiti e riscossi in comune dalle dette Alberia e Andrea, figlia mia”. I monaci di Crespino erano grandi proprietari della zona di Casaglia ed esigevano per pedaggio un denaro lucchese per persona e quattro per ogni bestia carica. Casaglia, tra l’altro, ha una etimologia latina e deriva da “Casolaria” per indicare un “locus edificandis dominibus”. Ma a Casaglia aveva un suo castello il Conte di Battifolle e faceva pagare il pedaggio. Il formarsi dei mercatali rientra in un ampio fenomeno che si manifestò specie nei secc. XII e XIII, che dette luogo a una sorte si “discesa verso il basso” per la quale venne a determinarsi una crescita demografica, e un conseguente sviluppo urbanistico, nei centri che si trovavano nelle zone più pianeggianti, lungo percorsi o all’incrocio di strade” (cfr. Renato Stopani, I mercatali del Chianti). In tale destinazione venne a trovarsi anche Palazzuolo. La piazza assunse nel corso del Trecento una forma molto diffusa nei “mercatali” toscani:  quello di un imbuto, cioè una strada di accesso che si allargava, dove veniva praticato il mercato, e di una via di uscita. Il nercato a Palazzuolo aveva luogo nel paese nella attuale Piazza, cinta da ampi porticati, una volta alla settimana, al suono della campana del Palazzo dei Capitani, che veniva suonata dal “piazzaiolo”. Il piazzaiolo era colui che aveva in appalto il mercato e pagava un affitto, prima direttamente al feudatario, poi al Comune  Fiorentino, poi al Podestà, quando il Comune decise di non controllare più direttamente i mercati. Ma il “piazzaiolo” aveva altri compiti, ad esempio, quello di verificare periodicamente pesi e misure, quello di riscuotere i pedaggi per l’occupazione del suolo pubblico, ecc. Coloro che fossero  interessati ad analizzare l’argomento , con maggiori dettagli, possono consultare presso l’Archivio di Stato di Firenze, gli Statuti di Palazzuolo, al n. 25, Statuti Comunità soggette, redatti negli anni 1406-1615.  In particolare gli Statuti trattano dell’organizzazione politica, consuetudini, regolamentazione degli acquisti e delle vendite, agricoltura, ordine pubblico, eredità, ecc. ecc.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

UN CIUCO VOLA SU MONTEBENI?
Domenica scorsa, forse un po’ attratto dalle notizie della frana di Montebeni, ho puntato dritto verso la Futa, incuriosito anch’io, come molti altri, di quello che stesse succedendo da quelle parti. Arrivati alla Casetta, dopo varie segnalazioni che ci informavano della interruzione della strada, un cartello più deciso degli altri e una transenna ci indicavano che dovevamo prendere una strada alternativa per raggiungere la destinazione: Pietramala. In un primo momento ho pensato che dovessimo andare a Firenzuola e poi risalire dal Peglio. Questo non corrsipondeva al mio modo logico di pensare. Va bene che tutte le strade portano a Roma… ma non è detto che tutte le strade vadano bene per Pietramala. Poi ho saputo invece che la deviazione consisteva nel passare per le Valli, Paliana e quindi Pietramala: un allungamento del percorso non impossibile ma fastidioso soprattutto per coloro che non conoscono la strada. Nella storia della strada statale per la Futa, più volte si sono verificate delle frane, alcune anche di vaste proporzioni, come quella in prossimità delle Filigare. Chi si vuole documentare su questo argomento, consiglio di leggere il libro dello Sterpos, che parla appunto della strada Firenze-Bologna attraverso i secoli. L’argomento è trattato molto bene da uno specialista qual’era lo Sterpos, che, se non sbaglio, ricopriva una carica importante nel settore delle strade. Io ho avuto modo di incontrarlo spesse volte quando ero alla segreteria della Galleria degli Uffizi. Il suo ente sponsorizzava il restauro di alcuni quadri,  ed è stato proprio lui a regalarmi il suo libro. Leggendo questo libro, mi sono reso conto che questa strada è soggetta a questo tipo di inconvenienti, forse dovuto a un tipo di terreno franoso o un po’ ballerino a causa dei frequenti terremoti. Però, esaminando con più attenzione il libro dello Sterpos e analizzando i documenti antichi che riportano i disegni delle frane, ci si accorge  che le medesime strade, intendo le carreggiate, sono invase da una massa enorme di terra, pietre, alberi travolti, ecc. Nel caso in questione invece non è così. Mi hanno riferito, più persone, che hanno percorso quel tratto di strada, nonostante il divieto, che la strada è assolutamente sgombra. Ora io non mi permetto certo di criticare l’operato di geologi, ingegneri e altri specialisti. Se hanno deciso questo significa che ci saranno dei motivi assolutamente validi. Però, sfrattare delle famiglie, chiudere totalmente al traffico una strada così importante, sono decisioni che comportano un disagio notevole alla cittadinanza. So che a Pietramala gli esercenti non sono affatto soddisfatti di questa decisione. Quelli che non protestano sono per lo meno scettici. E’ vero, la cittadinanza è stata messa al corrente, ci sono state riunioni, anche con il Sindaco e vari ingegneri e esperti del settore, ma il cittadino non erudito continua a guardare quel monte con un pizzico di ironia. Si sa, la gente di questi posti, montagnoli quanto volete, ma sono gente pratica. Questi continuano a guardare la carreggiata della strada e …..nemmeno un sassolino. A Pietramala, fra la gente incazz…., c’era anche un buontempone, uno che prende le cose con tanta ironia, è Nedo, ve lo ricordate? Lo incontrai alla festa “Smarronando e Svinando” con il suo organino e il bicchiere di vino in mano. Mi ha detto: Senti un po’ tu che vieni dalla città, ci sono da voi i ciuchi che volano? Io l’ho guardato e ho pensato che avesse alzato un po’ il gomito. Invece no, era sobrio, anche troppo. Sentite la poesia che ha tirato fuori, proprio sulla frana di Montebeni. L’ha intitolata: “Il ciuco vola su Montebeni”
Firenzuola con pietra serena
fa la pancia piena
Pietramala con la pietra mala
tanti l’avevan piena, ora ci cala
e in mezzo a tanta gente odi e veleni
or s’aggiunge pure il Monte Beni.
Secondo i grandi della geologia
franar dovrebbe e chiudere la via.
Strada che da Firenze va a Bologna
è chiusa sì….dagli Enti, che vergogna!
Politica sporca….qui si abusa
e quella della frana è sol ‘na scusa.
Gente evacuata che male si trova,
io dico attenti, qui gatta ci cova.
Guardan la gente dalla Castellaccia
veder se crolla il monte…e cambia faccia,
ma se aspetti che scenda giù da solo
forse si vede prima un ciuco in volo.
Quindi finiamo con queste scemenze
a apriam la strada per andà a Firenze.
Con questi versi Nedo ha riportato (almeno per un momento) il buonumore fra le persone incazz….Vuoi vedere, mi sono detto che, leggendo questa poesia, il ciuco che vola su Montebeni riescono a vederlo nitidamente anche i più scettici?
Paolo Campidori
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MONTEPULICO
Un’antica strada romana attraversava il paese
Un’antica strada alto medievale, forse romana o addirittura etrusca raggiungeva Borgo San Lorenzo dalle località di Bosco, Montepulico, Condigliana, San Ansano, Gricigliano, Vitarete, Fonte e dopo aver attraversato la Sieve raggiungeva, nella pianura mugellana Borgo San Lorenzo. Non è certo che la strada fosse etrusca, ma sicuramente il tracciato veniva utilizzato dai romani. Questo percorso non si trova più nelle mappe tardo cinquecentesche. Al suo posto troviamo due tracciati uno che da Croce, per Salaiole, tocca San Michele al Monte e attraversando il torrente Fistona passa per Viaterete per arrivare a Borgo San Lorenzo. L’altro percorso, che troviamo nelle mappe antiche sec XVI-XVII, è quello che passa per Mulinaccio, Polcanto, arrivando a Fontegianni e quindi attraversa la Sieve, sempre in località Fonte. Come abbiamo detto il tracciato Montepulico, Condigliana, Sant’Ansano doveva essere molto antico, sicuramente romano e utilizzato fino a tutto il medio evo. Tante sono le testimonianze o le considerazioni che ci portano a determinare questa ipotesti. Primo, la strada propriamente etrusca, che raggiungeva il Mugello, attraversando probabilmente la Sieve in località Sagginale, proveniva da una parte da Fiesole e lambendo la Rocca di Monterotondo, anche quella sembra di origine molto remota, toccava la località di Valcava, sede di una stupenda Pieve mugellana, a ricordo del martirio avvenuto nel IV secolo, di santi cristiani Cresci, Enzo e Onnione. Altri vogliono che i tre martiri citati fosse in realtà la stessa persona con il nome di Crescenzione, ma devo dire che i martirologi cristiani citano la prima ipotesi. Un altro troncone della strada etrusca, proveniva dal Casentino e da Arezzo doveva congiungersi presso la Rocca di Monterotondo, passando per Galiga e Montebonello presso Rufina. I Romani, che avevano sottomesso da tempo gli Etruschi, nonostante la loro potenza, si guardavano bene da far passare le loro truppe in zone caratterizzate da una  forte presenza etrusca. Perciò avevano preferito questo percorso intermedio, parte di crinale, parte di fondovalle, che oltretutto era un percorso più lineare e più immediato per raggiungere la colonia romana di Annejanum, l’attuale Borgo San Lorenzo. Un’altra considerazione che ci porta a credere questa strada molto antica è la toponomastica di certe località poste lungo l’antico tracciato. Una di queste è Montepulico che deriva il proprio nome dall’essere stata una località attraversata da una via pubblica, cioè da una via di importanza statale, durante il periodo romano. L’altra località è Campomigliaio, presso il torrente Fistona. Qui, probabilmente, c’era una pietra miliare. Ma che questo percorso fosse utilizzato anche in epoca alto medievale, ce lo dimostra un antico ponte con arco a schiena d’asino che attraversa il Fistona presso la località Gricignano, anche questo paesino ha origini molto antiche. Sempre qui a Gricignano il Niccolai ci parla di: “Alcuni blocchi di pietra scavati sulla destra del fiume, proprio sotto il poggio che guarda la chiesa, costituivano la massicciata di una antica strada, forse romana”.  Il tracciato oggetto del nostro studio toccava le località Vitarete e Votanidi, con edifici  la cui origine sembrerebbe risalire al IV secolo d.C, quindi  di epoca romana. Ma vediamo come è oggi il piccolo abitato di Montepulico. La strada menzionata non esiste più, da secoli. Per arrivarci bisogna prendere la strada che attraversa il ponte, prima di arrivare a Polcanto. Pur essendo il paese ora un po’ fuori mano, tuttavia è molto vivo, un paese prevalentemente di villeggiatura che si ripopola particolarmente durante i week-end e nel periodo estivo. Ho incontrato persone gentilissime che veramente si sono adoperate per farmi capire la storia del loro paese. Fra queste, devo ringraziare l’editore Pietro Zani, della LEF che abita il palazzo dei Gondi, che erano i signori della zona e che qui avevano una loro residenza. Devo ringraziare anche l’artista Bino Bini, che ha il proprio studio in una di queste vecchie case del paese, e che mi ha fornito indicazioni e informazioni sulla zona di Salaiole. Pare che questo paese fosse chiamato così per le miniere di salgemma che venivano sfruttate nell’antichità. Un altro signore mi ha ragguagliato sull’esistenza di un’altra strada di crinale che fino a non  molti anni fa veniva detta “La maremmana”, poiché quella era la strada, forse una mulattiera di crinale, in cui transitavano le greggi per andare a pascolare in Maremma. Esiste poi a Montepulico una bella chiesetta, proprio al limitare Nord del paese, con portico antistante, che, essendo stata sconsacrata, è stata restaurata ed ora è adibita ad abitazione privata. Sono dell’opinione che è meglio che le chiese abbandonate vengano trasformate in abitazioni, che le stesse, per l’incuria o altre cause, vengano ridotte a un cumulo di macerie.
Paolo Campidori
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MONTESENARIO CULLA DELL’ORDINE DEI SERVI DI MARIA
 
Intervista con i frati decani del Convento
 
Nel coro della Chiesa dei Servi di Maria a Montesenario c’è un bellissimo affresco di Pietro Annigoni nel quale si vedono i Sette Santi Fondatori, equipaggiati di zaini edi altre poverissime cose, mentre stanno arrampicandosi per le pendici del monte, in mezzo alla selva, fra grossi macigni che ostacolano il cammino. Sono facce rudi, anche se familiari. Probabilmente il Maestro Annigoni si era stampato nella memoria e tradotti in affresco anche qualcuno dei frati, ma questo non è documentato. Dunque, questi frati, che avevano da poco lasciato gli agi e i comodi della città, stanno per guadagnare la vetta dove li attende una luce folgorante, quella della visione della Madonna. A ricordo di questa apparizione i frati erigeranno una prima chiesetta in suo onore. Questo narra la tradizione.
Nei secoli a venire, più di otto secoli, saranno centinaia le persone attratte da questo luogo di preghiera e attratte da questo cenobio in cerca di qualcosa superiore alle ricchezze effimere del “mondo”. E’ la Madonna, la Vergine Madre celeste, verso la quale sono attratte; per questo si chiameranno Servi di Maria. Con questa definizione abbracceranno il Vangelo nella sua interezza e abbracceranno il Cristo verso il quale hanno fatto i voti di povertà, obbedienza, castità. Ho avuto il piacere e l’onore di fare una piccola intervista
ai due frati decani del Convento: Padre Luciano e Padre Ermenegildo, rispettivamente di 84 e 82 anni. Inizio con l’intervista a Padre Luciano.
Alla mia domanda: “Padre Luciano perché si è fatto religioso?” Padre Luciano risponde: “Nel mio paese c’era un Servo di Maria e vedeva che io frequentavo sempre la chiesa, servivo la Messa. Ero entrato in simpatia di questo frate di nome Fra’ Guglielmo e un giorno fu lui stesso a indirizzarmi verso questa professione”. Padre Luciano proviene dalla Versilia da un paese di nome Pruno nel comune di Ponte Stazzemese. Faceva parte di una famiglia numerosa composta di 7 figli: quattro maschi e tre femmine. Decide quindi di entrare in convento, ma non si sente all’altezza, ha paura di non riuscire. “Ora – dichiara – sono un altro uomo”. Pruno è un paesino tra i montoi a 12 km da Pietrasanta. Viene da una famiglia di cavatori di marmo. Il padre era cavatore, come lo si poteva fare all’antica, non con i mezzi e le macchine che esistono oggi, una vita durissima la sua. Ma la scintilla che lo fa decidere non è la paura di affrontare una vita pericolosa come quella del padre, ma una vera e propria “chiamata” alla fede. Come prima destinazione lo mandano alla SS. Annunziata di Firenze a fare un po’ di tirocinio, mentre il noviziato lo fa a Montesenario negli anni 1937-39, in piena epoca del fascismo. Domando: “Come ha trovato l’ambiente a Montesenario?” Pacatamente e con il sorriso risponde: “Faceva molto freddo, ma allora eravamo giovani, si vinceva. Poi c’erano delle mansioni da espletare e non avevamo molto tempo per pensare. Il lavoro era essenzialmente manuale: cucina, refettori, chiesa e poi le ore di formazione spirituale. In quei tempi c’erano circa 20 0 25 frati. Quindi una bella comunità. Il Convento aveva tre poderi con i contadini, con le mucche e le vacche da lavoro. Questi erano coloro che ci davano un poco da vivere. Ci portavano il latte, il formaggio, la legna. C’era un fratello che faceva il fattore, si chiamava Fra’ Paolino. Non mi sono pentito di entrare nell’Ordine dei Servi, tant’è vero che lo rifarei. Passati 2-3 anni sono andato a Siena. Quel convento era talmente povero…..praticavano ancora la questua (l’elemosina). Anch’io quando avevo tempo andavo in campagna per racimolare qualcosa: olio, legumi, formaggi: Soldi? A Siena non se ne facevano. Io ero solito andare in periferia ma la gente del posto i soldi li tenevano stretti. Davano invece spesso da mangiare e talvolta anche da dormire. Da Siena, in occorrenza di un cambio di supriori, fui mandato a Montesenario. Da allora sono passati la bellezza di 43 anni, quasi 44 sempre nel servizio della chiesa, accoglienza ai pellegrini, e fra la gente a dire due parole di conforto. Insomma una bella vita spesa al servizio del Signore, dei Sette Santi e della Madonna. Ora il convento è più frequentato, è un luogo più aperto e anche più vivibile. Il nostro è un Santuario antico che ha il privilegio di avere avuto l’apparizione della Madonna. Però la comunità dei fratelli non è più numerosa come una volta. Abbiamo frati toscani, dell?talia del Nord e (lo dice con un pizzico di orgoglio) anche canadesi”.
Poi è la volta di Padre Ermenegildo. Per coloro che sono visitatori abituali del convento
padre Ermenegildo è colui che ha la cura delle bellissime abetìe che circondano, quasi occultano il cenobio. Padre E. ha un po’ il pallino dei cartelli, quasi tutti ti invitano ad amare e rispettare il bosco. Ce ne sono alcuni che dicono: “La natura è un libro aperto” oppure “Guarda la natura e pensa al suo creatore”. Altri ammoniscono, ma in maniera cortese, coloro che vorrebbero oltraggiarla o farle violenza. Ma quando c’è qualcosa che non va, Padre Ermenegildo, non esita a rimproverare, poiché le piante sono utili alla nostra salute. “Mi piacciono le piante – afferma candidamente – sono creature di Dio che vanno amate e rispettate”. Poi inizia a parlare della sua vita di frate, Servo di Maria. “Il mio, è stato un tirocinio un po’ prolungato. Conoscevo un certo Padre Innocenzo, Domenicano. Ma sentii dire che i domenicani erano dei grandi studiosi, e questo mi mise un po’ di timore per uno come me che veniva da Tizzana di Quarrata. Mia madre, una santa donna, una volta mi ricordò quando io, ancora molto giovane dovevo entrare nel collegio a Figline Valdarno. Ormai la cosa era fatta se non che all’ultimo momento il Direttore mi avvertì che non c’erano più posti. Mia madre mi ricordò, appunto, che a me la cosa dispiacque. Nel frattempo conobbi un Padre, molto buono, sempre con il sorriso, questo era Padre Biondi. Fu questa la scintilla che mi mise in pace. Entrai nel 1932 nei Servi di Maria, come studente e dopo aver fatto tutto il ginnasio divenni sacerdote nell’anno 1943. Fino all’anno 1961 sono stato il frate più itinerante. Nel 1960 fui mandato a Sansepolcro, provincia di Arezzo. Qui conobbi Don Francesco Campidori (altro mio zio prete) che era parroco in una parrocchia di Badia Tedalda. Fu proprio in quest’ambiente di foreste demaniali che mi innamorai della natura e degli alberi”. Padre Ermenegildo ha ora 82 anni.
Concludo queste interviste non senza essere invitato prima a degustare un sorso della famosa Gemma di Abeto, liquore a base di erbe, fabbricato dagli stessi monaci, seguendo ricette antichissime. Questo liquore, da sempre, ha effetti medicamentosi; cura tra l’altro il raffreddore se preso con il caffè o thé caldi. Questo pomeriggio a Montesenario è passato come un baleno e l’ambiente unito all’esperienza spirituale dei monaci mi ha arricchito. Torno in città, lentamente  discendo il monte con la mia auto, mi guardo un attimo allo specchietto: ho il sorriso di chi ha trascorso alcune ore felici.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

MONUMENTI “DA CANI” A BORGO SAN LORENZO
Quando i cani si prendono la rivincita 
Vi ricordate del buon Fido, l’amico dell’uomo per eccellenza, che se la memoria non mi inganna,divenne famoso, ma che dico, divenne una delle favole del Mugello. Le nonne raccontavano alle nipotine: “Sai qui a Luco di Mugello c’era un canino bravo, ma così bravo….”. Il fatto poi aveva oltrepassato i confini del Mugello, se ne parlava a Firenze e non solo. Anche i giornali facevano all’epoca i loro buoni “scoop”, su questo canino dal cuore d’oro, che sarebbe potuto stare benissimo in uno dei racconti di “Cuore” di De Amicis. Dunque, se ben ricordo, un bel giorno a Fido venne a mancare il padrone. Si sa bene che per i cani il padrone è tutto e si sa bene che in Mugello, terra di cacciatori, i cani sono trattati con più rispetto ….delle suocere (si fa per dire).
Dunque, il buon Fido era solito attendere il padroncino tutti i santi giorni alla fermata della corriera, e appena veduto il padrone, il cane si prodigava in scondinzolamenti e ogni altra forma di affetto. Di sicuro tale affetto veniva ripagato, magari con qualche cosina da mangiare, qualche piccola leccornìa. I maligni, vorrebbero insinuare che il cane andava alla corriera esclusivamente per gustare qualcosa di buono, ma queste sono voci un pò birichine.
Un bel giorno Fido, andando alla corriera, come era solito, non vede scendere il suo padrone, e, dopo una lunga attesa decide di tornarsene a casa. Questa scena pietosa, anche per la gente, che ormai si era resa conto delle sofferenze del cane, si ripete per giorni, settimane, mesi, per un lungo periodo, finchè la povera bestiola muore senza avere la soddisfazione di aver rivisto il padrone, ma anche l’amico per eccellenza.
Fido era entrato nell’animo degli abitanti di Luco e dei borghigiani, tanto che, qualcuno propose di fargli un  bel monumento con tanto di piedistallo, e a perenne memoria una bella targa con il suo nome. Il monumento fu posto nei giardini pubblici di fronte alla sede del Comune capoluogo, cioè Borgo San Lorenzo, e tante persone, anche da fuori Borgo (io compreso), un pò per curiosità, un poco per amore, venivano a rendere omaggio, come si farebbe con le persone importanti, con i VIP. Ma a “qualcuno” questo “monumento da cani” non piaceva per niente. Dimenticavo, quando dico “monumento da cani” intendo dire monumento ad un cane. Non vorrei essere frainteso, il monumento è bello, anche a me piaceva, e piace tutt’ora. Va bene, che un grande artista quale era Adriano Cecioni, che in fatto di cani se ne intendeva, avrebbe potuto fare,forse, qualcosa di meglio. Tutto sommato, però, il monumento a Fido faceva la sua figura. Ammetto che il giudizio di tali opere d’arte è anche un pò influenzato da ciò che le stesse rappresentano, nel caso in oggetto si trattava di un cane che aveva compiuto qualcosa di bello e di eroico. Ma un bel giorno, una persona cattiva che odiava i cani, o forse un branco di ragazzacci (le ragazzate le abbiamo fatte tutti in gioventù), presero il monumento del povero Fido a solenni bastonate, cosicchè il monumento fu ridotto maluccio. Cosa ci vogliamo fare? Certe persone sono fatte così. La notizia di questo atto vandalico corse in fretta, tanto in fretta che i giornali stigmatizzarono l’avvenimento con parole gravi, e con reportages dettagliati e documentati da fotografie, testimonianze e supposizioni di ogni genere. Fortunatamente l’opera fu restaurata con cura e la stessa fu risistemata al posto originario, proprio accanto al Comune, nel posto che più gli spetta Mi auguro che il povero Fido nell’aldilà (già, perchè anche i cani hanno un anima, talvolta migliore della nostra) abbia ritrovato l’amato padroncino, e sicuramente guarderà giù in terra, con orgoglio, al monumento che gli uomini hanno eretto per lui.
Spero che, lui stesso, faccia qualche capatina al Borgo per vedere il suo monumento da vicino, magari in incognito, per non farsi vedere da noi mortali, e, magari, che vada a correre e scodinzolare con gli altri cani, nei giardini pubblici, calpestando, l’erbolina fresca e verde L’altro giorno, però, a Borgo San Lorenzo, stavo camminando lungo il Viale Pecori Giraldi e prima di arrivare alla Pretura, mi sono imbattuto con un cartello che diceva “Vietato l’ingresso ai cani”. Dentro di me ho detto subito: Vuoi vedere che anche qui c’è un “monumento da cani” da tutelare, talmente importante da non lasciar passare neppure i cani? Mi sono guardato intorno e nel giardino, in effetti, un monumento c’era. Ma non si trattava di un “monumento da cani”, bensì una di quelle opere di arte moderna che con i cani non ha niente da spartire. Però, mi è dispiaciuto un pò per Fido e ho pensato: “Metti che la buona anima di Fido passi da qui e veda quel cartello: Divieto d’ingresso ai cani…..Sono sicuro che non degnerà quel giardino e quel monumento (che non è un monumento “da cani”) neppure di uno sguardo, e proseguirà la strada dicendo come il Divino Poeta: “Non ti curar di lor, ma guarda e passa…”.
Ma così sono fatti i cani: bravo Fido!
Paolo Campidori
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MUSEI MUGELLANI: TUTTO SOMMATO UN GRANDE SUCCESSO
Intervista con Alessandro Marchi, Assessore alla Cultura della Comunità Montana del Mugello
Intervista integrale 26 febbraio 2004 presso la Comunità Montana a Borgo San Lorenzo
Da quanti anni Lei è Assessore qui alla Comunità Montana?
Dal settembre del 2000, e a settembre di quest’anno sono già quattro anni
In questo periodo fra le realizzazioni che sono state fatte, quali sono quelle che Le hanno dato maggiori soddisfazioni?
Abbiamo lavorato molto, in particolare a cercare a mettere a sistema le attività culturali del comprensori, da questo punto di vista c’è la necessità che i Comuni abbiano la voglia anche di essere coordinati, quindi l’esperienza del sistema museo diffuso è stata una esperienza importantissima, anche se viene di più lontano, viene dal 1995, cioè il progetto generale che poi ottenne il finanziamento dai fondi strutturali e di lì si partì con il restauro dei contenitori, all’interno dei quali oggi sono stati realizzati i musei. Quini è stata un’idea importante che secondo me ha fatto breccia nel superamento dei “campanili”, abbiamo capito, in maniera concreta che lavorando tutti insieme si raggiungono obbiettivi importanti. Io ovviamente ho dato continuità poiché i fondi strutturali, finanziamenti, si esaurivano nel 2000, dopo questi fondi abbiamo invece gestito, da quando sono Assessore io, un accordo di programma quadro fra Stato e Regione, e successivamente fra Regione e zone della Regione Toscana, dal quale noi abbiamo ottenuto un ulteriore finanziamento 7-8 miliardi delle vecchie lire
Quanto complessivamente le risorse che avete avuto?
Complessivamente le risorse che abbiamo avuto per il sistema museale, che hanno consentito il restauro di palazzi importanti, come Villa Pecori Giraldi, il Palazzo dei Capitani a Palazzuolo, il Palazzo dei Vicari a Scarperia, Villa Poggio Reale a Rufina, complessivamente è un importo che va oltre i 23 miliardi di lire
Dove sono state più concentrate queste risorse?
Sono stati suddivisi con un criterio discusso con i Comuni e sulla base dei progetti, praticamente abbiamo dato soddisfazione a tutte le richieste del progetto originario
Si, ho capito, però dov’é che avete più concentrato queste risorse? Verso quale di questi musei, Villa Pecori Giraldi, per esempio?
No, se il progetto ad esempio, di Villa Poggio Reale costava tre miliardi abbiamo realizzato per tre miliardi
Quale di questi progetti è costato di più?
Per il restauro dei contenitori mi pare che quelli più cari sono stati il Palazzo dei Vicari, Pecori Giraldi, la Villa di Poggio Reale di Rufina, che sono contenitori importanti
Ma Rufina non ha la sua Comunità Montana?
Però, il progetto è partito nel 1995 era tutta unita, abbiamo deciso le due comunità montane, una volta avvenuta la divisione di continuare a sistema insieme questa attività, nella cultura sia per quanto riguarda il sistema museale sia per quanto riguarda il sistema di bibliotecario
Lei quindi mi sembra abbia fatto un distinguo fra quelle che cono le spese del contenitore, vale a dire del palazzo, da quello che è costato il museo vero e proprio. Fra i musei qual’è quello che ha richiesto maggiori fondi per l’allestimento museale?
Penso che sia il Museo Beato Angelico di Vicchio, per le sue caratteristiche, ci sono molte opere
Ma il palazzo esisteva già?
Era da completare, infatti è stato uno degli ultimi ad essere inaugurato, proprio perché aspettavamo che fosse adeguato alle esigenze per allestire il museo. Lì c’era già il progetto che prevedeva la biblioteca dov’è attualmente.
Questo museo diffuso che avete realizzato avrebbe dovuto avere una coordinazione che ancora non è stata attuata, e per questo mi riallaccio a questa domanda: Nel Convegno di Firenze Città Futura, la Dr.ssa Rombi, ricercatrice Universitaria, si è lamentata perché non c’è stato più coordinamento da parte di nessuno, quindi anche Soprintendenze, che ora dovrebbero essere ancora più coinvolte dopo la creazione del Polo museale. Io non c’ero, ma mi hanno chiesto di farLe questa domanda, la Dr.ssa Rombi avrebbe asserito che ognuno va per conto suo, questo coordinamento, proprio non esiste. Lei prima ha detto che si è superato il campanilisno, ma da qui non risulterebbe.
Si, ora bisogna vedere in quale contesto Carla Rombi ha rilasciato codesta dichiarazione. Lei è una che conosce molto bene il nostro sistema perché è stata responsabile scientifica di questo sistema
Appunto proprio per questo…
E’ una persona che io conosco molto bene e che stimo, sicuramente ci sono dei ritardi, ma anche perché il sistema ha avuto una sua realizzazione “allungata”, non è che tutti i musei sono stati inaugurati a febbraio del 2000, qualcuno è stato inaugurato nel 99 altri nel 2000 altri nel 2001, insomma c’è stato un processo allungato, per arrivare alla realizzazione che comunque era complessa, un investimento importante anche dal punto di vista dei soldi, finanziamenti che arrivavano da diverse direzioni, per cui anche tenerle insieme era piuttosto complesso. Noi abbiamo fatto un buon lavoro, detto da me è forse un autolodarsi, ma io mi riferisco non tanto all’attività mia ma a quello dell’Ufficio, il quale ha fatto un ottimo lavoro e sempre insieme ai comuni, tuttavia, ripeto, ancora il sistema museale non è completo, se lei pensa a Villa Pecori Giraldi, gli interventi nel parco li stiamo realizzando in questa fase, sono ancora interventi che rientrono dentro i finanziamenti ottenuti per il sistema museale. Ora noi lavoriamo molto seriamente e abbiamo cercato di individuare uno strumento di gestione unica, che era la Fondazione di partecipazione. Per questo abbiamo chiamato degli studiosi, che sono venuti ad un incontro che abbiamo fatto in tutti i Comuni in Villa Pecori Giraldi e il Prof Bellezza e il Prof Valentino, che ci hanno chiarito le idee su un percorso possibile. La Fondazione sarebbe la costituzione di un organismo formato dai diversi soggetti istituzionali, ma anche da privati, quindi banche e così via
Quindi non più “Museo Diffuso”, ma “Fondazione”
Il discorso Fondazione potrebbe essere allargato a tutte le attività culturali della Comunità Montana, però abbiamo anche verificato che la fondazione di partecipazione per un territorio come il nostro è uno strumento troppo importante, per cui la soluzione potrebbe essere quella di una gestione associata, su delega dei Comuni, e realizzare un gruppo di cooordinamento e del sistema museale e anche con la possibilità di orientare le materie della cultura del territorio, attraverso la nomina di un comitato scientifico, che assumerebbe quindi l’importanza di un comitato tecnico a supporto degli amministratori, cioè persone come la Carla Romby, potrebbero andar bene.
Una Giunta, diciamo..
Un Comitato tecnico scientifico che dovrebbe avere il compito, non solo di pensare non solo ai problemi di gestione degli eventi culturali e della proposta di eventi culturali, ma anche quello di consentire uno sviluppo nei musei. Cioè, noi abbiamo realizzato dei Musei, che però, ovviamente non possono competere con gli Uffizi
Penso che non si possa neanche fare un paragone di questo genere, poiché ogni museo ha delle caratteristiche. A me delle volte mi può interessare più un museo di arte minore, poiché in questo momento mi va quello, è un po’ come la musica, a volte mi va di sentire quella classica, a volte preferisco quella leggera….
Si, bisogna insomma saper caratterizzare gli istituti che ci sa, quindi diciamo, non vogliamo assolutamente competere con gli Uffizi, abbiamo però i nostri musei che possono essere “giocati” in un pacchetto complessivo, che per esempio Firenze non ha, Firenze ha tutto quel patrimonio d’arte che sappiamo essere un gioiello dal punto di vista mondiale, noi abbiamo un territorio, più vasto…
Anche qui ci sono delle opere importantissime..
Certo, mentre Firenze in un chilometro quadrato si trova tutto, qui per trovare e visitare il nostro patrimonio c’è da girare di più, e però, questo ci consente la bellissima opportunità di girare un territorio degli aspetti importantissimi. Quindi bisogna riuscire a “vendere” questo pacchetto territorio Mugello anche da un punto di vista della cultura, legato a tutte le altre opportunità che possiamo offrire.
E’ giusto quello che ha detto. Ne consegue che anche la tutela paesaggistica è importante, e questo fa parte anche dei vostri compiti?
La tutela paesaggistica non fa parte dei nostri compiti, questa è materia urbanistica, e anche su questo, io son portatore di una proposta, da un po’ di tempo, per quanto riguarda il paesaggio. Siccome viviamo in un periodo importante per il Mugello come per tante altre zone, dove tutti i Comuni stanno procedendo alla rielaborazione dei loro piani regolatori, e quindi si chiamano piani strutturali, per legge regionali, stanno procedendo a questo, è un momento unico, cioè tutti i Comuni stanno procedendo a questo, e allora io dico, senza ledere l’autonomia di ogni Comune di pensare lo sviluppo edilizio nel proprio territorio, che l’autonomia è conferita per legge, perché non prendere in considerazione che per le attività che hanno un’influenza territoriale più vasta e qui quindi mugellana, prendere in considerazione quello di trasferire alla Comunità Montana quello di dettare indirizzi e elaborare proposte in tal senso, cioè non si pensa Comune per Comune, ma paesaggio per l’intera zona. Le proiezioni di sviluppo turistico, non si pensano comune per comune, ma….Il problema è questo, di dice, il Mugello ha un futuro turistico, sta avanzando, sta conquistandosi consensi, ognuno fa una valutazione vasta e poi riduce le proiezioni dicendo, siccome ci sono tutte queste cose nel Mugello, nel mio Comune sviluppo…no, allora prevediamo lo sviluppo in tutto il Mugello. Però io non dispero, sono convinto che da questo punto di vista i Sindaci qualche passo saranno disposti a farlo.
Oggi si tende molto a museizzare e meno a valorizzare i luoghi d’origine da dove provengono queste opere d’arte. Anch’io spesse volte mi sono chiesto: è più importante l’opera d’arte o è più importante il contenitore? Come dire: è più importante il monile, il bracciale della donna o la donna stessa? Un esempio, questo che non calza affatto, ma vedo, mi sembra di vedere che talune chiese sono un po’ dimenticate, dico le chiese poiché queste ancora oggi sono gli scrigni dell’arte, però anche i palazzi comunali, se si potesse dire, non mi riferisco a Scarperia, non dico questo per voi, ma Lei ad esempio cosa ne pensa? Basterebbe fare un esempio per tutti, ad esempio, Petroio, ma si potrebbe continuare per molto.
Noi, ripeto, questo progetto Museo diffuso ci ha consentito di operare su molti contenitori, che erano di proprietà comunale, pubblica. Io sono d’accordo che non si può musealizzare tutto e quindi crediamo che questo progetto sia ormai arrivato alla fine. Noi dobbiamo solo mantenerlo rinnovarlo, farlo evolvere, promozionarlo e tenerlo come un’importante opportunità di conoscenza delle attività artistiche e culturali del nostro territorio. Fatto questo noi stiamo indirizzando la nostra attenzione su questi edifici che lei prima diceva, l’Oratorio della Madonna del Vivaio a Scarperia è un esempio, di restauro ed è patrimonio della Curia, ed è un esempio di restauro con la partecipazione di ingenti risorse pubbliche. La chiesa di San Francesco qui a Borgo San Lorenzo, che è di proprietà privata, è stata restaurata con risorse pubbliche tramite una convenzione tra pubblico e privato e la destinazione d’uso. Ce ne sono moltissimi. San Giovanni Maggiore è stato restaurato ma non viene mai aperto, la chiesa di Sant’Agata e la Compagnia è stata restaurata e ospita due musei, e ora l’intervento si è esteso proprio alla Pieve. La chiesa di Fagna è stata restaurata, qui con meno partecipazione del pubblico, ma soprattutto per il grande lavoro dei volontari, che lavorano per questa parrocchia, però sono riusciti a fare un intervento meritevole. C’e quindi un’attenzione anche per tutti gli altri monumenti, in particolare, credo, che la nostra attenzione futura, nel territorio del Mugello, ritengo che uno dei monumenti più importanti da valorizzare e da tenere in considerazione, oltre al Castello di Cafaggiolo, che è privato ed è di difficile contatto, per lo meno per ora con i proprietari, stiamo lavorando molto seriamente per quanto riguarda il Convento del Bosco ai Frati e che è un oggetto, credo, importantissimo. Il Convento di Bosco ai Frati è inserito nel nuovo accordo di programma quadro, per quanto riguarda la Comunità Montana, insieme al Convento Camaldolese di Luco e l’edificio Il Molinone di Marradi. Quindi c’è una attenzione anche a questo, però quando si esce dall’edificio di proprietà pubblica e dobbiamo avere a che fare con i privati, siano essi la Curia, siano privati di altro genere ci sono maggiori difficoltà, perché i soldi pubblici si danno se questi consentono che il patrimonio che si restaura sia poi fruibile al pubblico. Sennò che interesse ci può essere se non questo.
Ecco, proprio sulla fruibilità del pubblico, mi riallaccio sempre a questa domanda che mi hanno detto, vale a dire era stato progettato di fare un biglietto unico per tutti i musei mugellani, questo poteva, in un certo senso dare un incentivo. Questa cosa la state pensando?
Si, c’è già un accordo sulle tariffe da applicare all’interno dei musei, ma oancora, ripeto, la gestione dei musei, non è “a sistema”. Ancora ogni comune gestisce per conto proprio, anche condividendo però con la Comunità Montana. Noi abbiamo appaltato, ora è stato firmato il comntratto dalla ditta che ha vinto l’appalto, in questa settimana, credo martedì, e abbiamo appaltato la conclusione del progetto sistema museo diffuso. Avevamo la necessità di avere un supporto di un soggetto privato per concludere che prevede una rinfrescata dal punto di vista delle tecnologie, per esempio, i primi musei che abbiamo aperto avevano i proiettori di diapositive. Si sa che questi funzionando per ore sono superati. C’è il proiettore DVD che danno una definizione maggiore, quindi si da una rinfrescata alle tecnologie, una rinfrescata agli allestimenti, poi si lavora sulla realizzazione delle guide di ogni museo e quindi si realizzeranno le guide per ogni museo, si lavora sui cataloghi, si lavora sulla promozione e sulla cartellonistica stradale per raggiungere non solo i musei ma anche tutti i monumenti che sono presenti nel nostro territorio.
A proposito di questa cartellonistica, voi avete fatto diverse cose, siete a un buon punto? Avete già concluso?
C’è il progetto definitivo, dobbiamo registrarlo poi metterlo in appalto e procedere alla realizzazione, sia dei cartelli che della messa in opera.
Questo anche per quanto riguarda i beni archeologici?
Tutte le emergenze di tipo culturale e monumentale che ci sono nel territorio
Un’altra domanda che mi hanno pregato di farLe, ed è questa. Dare più spazio all’arte contemporanea, come vedrebbe Lei il fatto. Per esempio il Museo di Vicchio, ad esempio, che è grande, si potrebbe dare un piccolo spazio ai pittori contemporanei?
L’arte contemporanea è una materia abbastanza complessa, ora il museo di Vicchio ha una particolarità che è già pieno. So che il Sindaco, l’Amministrazione Comunale, sta pensando, poiché stanno realizzando con noi l’edificio scolastico a Vicchio, stanno pensando di trasferire successivamente la Biblioteca nell’attuale edificio scolastico, così si libererebbe il primo piano dell’attuale museo e darebbe la possibilità di ampliare sia la collezione sia di inserire dentro. Noi abbiamo fatto una riunione ieri l’altro sull’arte contemporanea con tutti i Comuni presente Lanfranco Bindi che è un dirigente della Regione Toscana dove abbiamo socializzato la possibilità di fare un progetto di territorio riferito all’arte contemporanea. Non c’è da inventare molto, si tratta di mettere insieme, iniziativeche già i Comuni stanno facendo e dargli una un’importanza a livello di territorio e quindi avere la possibilità di fare massa e sistema anche in questo caso, cioè la parola chiave per me per lo sviluppo del territorio di tutte le sue attività, compresa quelle culturali e quella di mettersi “a sistema”, ecco perché parlavo prima della cultura di superare il campanile. Se riusciamo a superare questa noi abbiamo una forza. Ci sono molti segnali positivi in questo senso. Sicuramente è un processo che avrà ancora bisogno di essere approfondito discusso. Ci sentimo scarperiesi, vicchiesi, borghigiani.
La particolarità del mugellano è appunto quella di essere molto campanilista
Dei toscani in generale
Cosa ne pensa dei Musei locali?
Ne dico bene io, sembrerebbe scontato, però noi abbiamo avuto la possibilità di misurare il Prof. Valentino, il Soprintendente di Firenze, e la Commissione Provinciale chenin qualche maniera ha favorito l’accesso ai finanziamenti che facevo riferimento prima, hanno fatto un giro di tutti i nostri museie devo dire che alla fine si sono espressi in certe situazioni anche meravigliati della ricchezza dei nostri musei. Questo non vuol dire che ci dobbiamo mettere a sedere sugli allorie che quindi siamo a posto, anzi. Se c’è un livello buono bisogna lavorare per mantenerlo e eventualmente per migliorarlo ancora.
Secondo Lei le Comunità Montane nugellane stanno operando nel modo giusto?
Questo bisognerebbe domandarlo all’opposizione. Nopi pensiamo di si, anche se non abbiamo la presunzione di dire che siamo al masssimo. Io mi metto sempre in discussione. Son sempre disposto ad accettare osservazioni che ci possano far migliorare.
In Mugello esiste una proliferazione di musei locali, più di una dozzina, Lei vede questo come una cosa positiva?
Messa a sistema si, perché ho sentito Paolucci diverse volte esprimersi in questo senso, lui sul Museo diffuso è un progetto sul quale ha lavorato molto e ha contribuito molto sull’idea, sul concetto di Museo diffuso. Io credo che nel Mugello quando sarà completato con quei dettagli che si diceva prima, credo che noi abbiamo una buona esperienza di Museo diffuso.
Però qualcosina si potrebbe dire, Lei non vede ci sia una “confusione”,  intesa nel senso tipologico, ad esempio più musei che hanno la stessa funzione, ad esempio la civiltà contadina se non mi sbaglio si trova a Erci, si trova a Palazzuolo, e a Bruscoli.
Quella di Palazzuolo è più delle genti di montagna, ha un titolo diverso, che però è analogo.
Questi musei che hanno la stessa funzione, si potrebbero riunire in un’unica entità?
Forse si perderebbe questo concetto di Museo diffuso, cioè dare la possibilità di visitare il territorio insieme a questa ricchezza delle nostre tradizioni, della nostra storia
Tante opere d’arte mugellane della storia recente e passata sono state incamerate dai musei fiorentini, quando non sono andate all’estero per varie ragioni, Lei pensa che un giorno o l’altro torneranno nei loro luoghi d’origine?
Con Paolucci abbiamo fatto un convegno a Scarperia, quando ero Sindaco, ormai qualche anno fa, Paolucci per me è una persona eccezionale, e io gli feci una proposta che se avessi trovato le risorse per restaurare delle opere d’arte, non quelle che sono nei musei, ma che sono negli scantinati dei nostri musei compresi gli Uffizi, che appartenevano al territorio mugellano, lui avrebbe assegnato in deposito queste opere d’arte al Mugello, in contenitori naturalmente dotati di allarme, ecc. ecc. Siamo riusciti a fare questo per alcune opere, per esempio le opere di Neri di Bicci che sono al Museo del Beato Angelico di Vicchio furono resurate tramite una sponsorizzazione fatta a Scarperia, siccome Vicchio non era pronto, io l’ho tenute da Sindaco per due anni in una stanza in Palazzo dei Vicari, in esposizione, poi quando è stato fatto il museo di Vicchio sono state trasferite.
Io credo molto a questo progetto, non quella  di poter riprendere la tavola di Giotto che il museo di Vicchio ce l’ha e quella se la tiene stretta però per lo meno quelle opere che oggi non sono esposte, che potrebbero essere restaurate con il concorso anche di sponsor, privati, ecc. e riassegnate a questo territorio.
Quindi Lei è abbastanza ottimista. Per quanto riguarda il futuro, cosa si propone? Quali sono i progetti più ambiziosi.
Uno ambizioso che stiamo portando in discussione e questo sull’arte contemporanea, di cui facevo riferimento e che ho socializzato con i comuni martedì scroso. Io spero che abbia una condivisione e che possa in qualche maniera diventare lavoro per il nostro futuro. Abbiamo continuità alle attività che già programmiamo, anche di quelle di cui non abbiamo parlato come il cinema sotto le stelle, tutte le attività che la Comunità Montana coordina per conto dei Comuni, e questo importante interesse che abbiamo sempre in ambito della cultura per edifici monumentali, come dicevo prima, Bosco ai Frati in primis, quindi continuare, non per musealizzare, ma per far sì che siano fruibili, non desideriamo fare altri musei, giustamente, ne abbiamo a sufficienza, però ci sono questi monumenti che rischiamo di perdere…
Manca ancora un Museo Archeologico
Quello di Dicomano però è in corso, già finanziato
E dove lo fanno?
Lì al Comune. E’ un bellissimo progetto tra l’altro che è seguito dalla Soprintendenza.
Si sa quando sarà aperto?
I finanziamenti sono a posto, quindi mancano a me i dati, poichè è il Comune direttamente che pensa alla gestione dell’appalto, e dell’inizio dei lavori, però la copertura finanziaria c’è, il che non è poco. Materiale archeologico ne abbiamo tanto..Poi c’è la presenza della Soprintendenza Archeologica. Io mi incontro mercoledì prossimo con il Prof. Fedeli
Cosa stanno facendo i musei mugellani per l’educazione artistica dei giovani e dei bambini?
Noi abbiamo un percorso, tramite l’agenzia dei ragazzi, che lavora sul territorio, per quanto riguarda le visite e i contatti, le visite dei bambini in età scolare. C’è questo lavoro fatto con le insegnanti delle diverse scuole su un progetto, poi loro decidono che museo visitare e poi c’è una sorta di visita al laboratorio nei musei che vengono visitati
Queste visite vengono coordinate con voi?
Si e con tutti i Comuni. Per poter interagire maggiormente l’idea è quella di realizzare dei veri e propri laboratori all’interno dei musei. Capire anche qual’è il processo per la realizzazione di un’opera d’arte. Su questo ci stiamo lavorando.
Avete anche una sezione didattica?
La facciamo tramite questa agenzia
Poi mi sembra effettuate visite?
Si, le scolaresche sono molto interessate a quelle di Casa d’Erci perchè poi hanno la possibilità di visitare la parte di territorio, tutte le piante…un bel contesto quello di Casa d’Erci
Non le sembra che per le chiese mugellane si sia fatto e si stia facendo troppo poco?
Mi è mancata prima la risposta per San Giovanni Petroio. Lei lo sa che lì non si accede perchè la perpetua non apre? A volte quindi l’ostacolo maggiore non è tanto la Curia, è la perpetua. La Curia ha un patrimonio enorme
Ma anche i preti ci mettono del loro. Se lei ad esempio va a San Gavino Adimari, lei non entra perché il prete che è vecchio, non apre a nessuno
E se poi io trovo qualcuno che sostiene che le chiese non devono diventare luogo di visita, ma solo luogo di culto, una volta restaurate con i soldi pubblici se non possono essere visitate…
Come vede l’idea di far pagare tutto e comunque, perfino nelle chiese, e talvolta a caro prezzo? Non pensa che essendo l’arte un bene di tutti dovrebbe essere fruibile e a basso costo?
E’ un fatto economico importante in questo momento credo che bisognerebbe fare molta attenzione al fatto economico. Però bisogna sapere differenziare. L’arte è un bene di tutti però è vero anche che l’arte costa, per mantenerla e per farla essere un bene di tutti ha un costo notevole per la società, quindi è un bene di tutti ma bisogna oltreché incentivare e fare in modo che venga apprezzato, bisogna anche fare una selezione.Per esempio se un luogo può essere visitato da tutti,m va a finire che ci va anche quello che mangia il gelato, che mangia il panino, mentre entra in una chiesa in un museo. penso che si debba entrare in luoghi particolari di arte, di cultura, è bene avere una certa disciplina
Purtroppo, avendo vissuto una vita alle Belle Arti, ho visto anche di peggio
Però a volte bisogna dire che i prezzi andrebbero concordati. Questo del biglietto unico sarebbe un bello strumento, che darebbe la possibilità di economizzare e chi volesse visitare i nostri musei potrebbe farlo in più puntate
Questa è una domanda un po’ strana. Siamo in guerra con l’Iraq e con la popolazione islamica non riterrebbe saggia la chiusura di alcuni dei musei più importanti?
Sarebbe come dire piegarsi alla paura del terrorismo. Credo che la cosa migliore sia quella di dimostrare che il terrorismo noi lo temiamo nella giusta misura ma non vogliamo chiuderci in casa e quindi bisogna anche far capire che risponderemo con forza e che saremo vincenti nei confronti di questo terrore.
Una domanda liberatoria. Se lei potesse tornare indietro quali di queste professioni sceglierebbe: pitore, regista cinematografico, collezionista, astronauta? Oppure un’altra?
Bella. L’astronauta mi piace molto. Devo dire che comunque,  per me la politica è stata una bella scuola perché mi ha consentito di conoscere molta gente e di ascoltare molta gente e quindi di avere una preparazione che a scuola non ti danno.
Bene io concluderei con una domanda che si può fare Lei. Si faccia una domanda e si risponda. Gliela faccio io. Questo successo che avete avuto con i Musei è tutto merito suo?
Assolutamente no.Me ne prendo il merito per quanto ci sono stato, prima come Sindaco, ora come Assessore per l’attività che ho potuto svolgere, ma sicuramente il merito è un patrimonio di tutto l’insieme, quindi di tutti i sindaci, di tutti gli assessori, ma in particolare di tutti i dipendenti che i  questi progetti hanno creduto e hanno saputo ben lavorare e anche per supportare appunto i politici. Questo è indiscutibile. In tutte le riunioni pubbliche in cui io parlo di qualcosa, credo di non essermi mai dimenticato di ringraziare i dipendenti che hanno lavorato per realizzarlo.
Mi sembra questo possa bastare. La ringrazio.

Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

UN MUSEO A MISURA D’UOMO 
Se nella Versilia Massa e Carrara sono conosciute nel mondo per le loro cave di marmo “statuario”, non di meno Firenzuola, vanta un “primo posto” nell’estrazione e nella lavorazione della cosiddetta “Pietra Serena”. Specialmente in questi ultimi anni le cave si sono moltiplicate, segno quindi che la domanda di pietra serena è aumentata. Le cave le vedi non appena scollini il Giogo e scorgi la catena di montagne che stanno dietro a Firenzuola. Le vedi con  nitidezza nei giorni quando l’aria è più pura, in modo particolare nelle giornate che seguono a una bella nevicata, esse intaccano appena il bel profilo delle montagne, quasi come se alle stesse fosse stato dato un morso, come si dà al pane. E allora le cave le vedi lassù, nello scintillìo delle loro pietre, nell’orogenesi delle stratificazioni, nella polvere rimossa dalle esplosioni dei cavatori. Se poi scendi a valle, a Firenzuola, nei cantieri delle ditte escavatrici, vedi grosse gru e grandi macigni di pietra serena, pronti per essere spediti in ogni parte d’Italia e del mondo. Ormai, questo materiale è entrato dappertutto nell’edilizia moderna e si “sposa” bene accanto al bel mattone rosso toscano, accanto al cotto e alla ceramica. I toscani, da tempo, se se sono accorti di questo bel materiale e si sono dati da fare a costruire bellissimi portali in pietra serena, ma anche archi, caminetti e oggettistica di arredamento. La pietra serena è usata oltre che nell’architettura anche nella scultura. Accanto alle cave moderne, esistono anche delle cave antiche, storiche diremmo, dove i vecchi cavatori estraevano la pietra con le loro mani ma soprattutto con la loro fatica. Allora non esistevano certo i macchinari moderni, che vengono usati oggi. Firenzuola vanta e ama anche questo passato di cavatori e scalpellini, che seppur minoritario rispetto agli addetti all’agricoltura, è tuttavia importante. E forse non c’è niente di meglio per ricordare il passato di questa nobile arte che istituire un Museo della Pietra Serena, come appunto ha fatto Firenzuola. Dico subito che in questo museo ti senti a tuo agio. Prima di tutto perché la pietra serena emana un fascino tutto particolare, in quanto ti parla di vicende umane, di gente che di fatica ne ha fatta tanta, ti parla di sudore, di calli nelle mani, di dita schiacciate dai mazzuoli, ti parla anche di drammi umani, sempre presenti nelle cave. Le opere che trovi in questo museo, pur essendo importanti, non ti sovrastano, ma ti stanno davanti, le godi, le fruisci, è una armonia di sensazioni. L’illuminazione  del museo è quella giusta, poiché anche grazie alla porosità della pietra serena, le opere vengono avvolte e quasi accarezzate da questa luce. Il rapporto uomo-opera d’arte è mirabilmente studiato e misurato, tant’è vero che l’opera la vivi in quel percorso ideale che va dalla cava di pietra serena all’opera finita. Insomma è un museo simpatico e non mancano le sorprese a cominciare da un leone in pietra, opera probabilmente etrusca (Questo confermerebbe, se ancora ce ne fosse  bisogno, che il territorio bagnato dal Santerno era etrusco). Fra le altre opere citiamo due architravi in pietra serena, uno del 1514, l’altro del 1655. Una curiosità: quello del 1514 , sul quale sono scolpiti due stemmi, quello di Firenzuola e una stemma familiare, fu ritrovato in un porcile, come scalino di accesso. Ci sono poi quattro interessantissimi capitelli, che appartenevano alla vecchia Pieve di san Giovanni Battista, distrutta dai bombardamenti americani del 1944. Sono esposti anche alcuni utensili usati per lavorare la pietra serena, fra questi il “bocciardo” o “bucciardo” dentellato da una parte e liscio dall’altra, che era un mazzuolo usato dagli scalpellini. Un altro utensile chiamato “schiantino” o “stiantino”, altro non era che uno scalpello corto e largo, sempre usato dagli scalpellini. Fra le opere di pregio notiamo una Madonna con Bambino, di buona fattura, che proviene dalla chiesa di San Pellegrino. Altra opera notevole è un ciborio in pietra serena eseguito da Antonio Tagliaferri, che proviene sempre da San Pellegrino.Queste opere sono esposte nella sala detta della “cannoniera”. Inseriti nei camminatoi delle mura ci sono due serie di televisori che dimostrano la lavorazione della pietra serena ad opera di una scalpellino che esegue la fase detta della “sbozzatura”. In un’altra sala troviamo due interessantissime pietre, provenienti da Rapezzo, che ci ricordano il lavoro dei contadini. Si tratta di due pietre triangolari, con un buco nell’angolo superiore, nel quale veniva inserita una corda e attaccata ai buoi e serviva per trebbiare il grano e i legumi. Come abbiamo visto la pietra serena riveste e ha rivestito un ruolo di primaria importanza anche nell’edilizia rurale antica. Esistono tutt’oggi antichi rustici con i tetti formati da lastre in pietra serena che hanno “riparato” i nostri vecchi e i nostri antenati dalle intemperie per secoli. La pietra veniva usata anche per lastroni di copertura degli antichi forni, per pavimentare le case antiche, per la fabbricazione di meridiane, per ornamenti delle chiese, quali altari e colonne. La stessa pietra serena oggi la ritrovi per gli usi più nobili, la ritrovi nelle ville più lussuose, nei giardini più prestigiosi, nelle sculture moderne. Tutto è partito dal lavoro di quei modesti scalpellini e cavatori che con umiltà e sacrificio hanno lavorato e rischiato per far evolvere la società. Grazie  anche a loro oggi Firenzuola occupa quel posto che le compete di diritto nella Toscana e anche di più.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

UN PIEVANO MUGELLANO DOTTO E CORAGGIOSO
Intervista con il nipote
Monsignor Fulvio Nardoni era un pretino asciutto, di statura media, con con il volto un po’ scavato e gli zigomi appena pronunciati. Aveva due occhi neri, grandi ed espressivi che celava un poco sotto le spesse lenti dei propri occhialini tondi. Aveva i capelli neri e a ben guardarlo sembrava più un medio orientale che un italiano, forse lo si sarebbe potuto scambiare anche per un ebreo. In realtà era nato a San Godenzo nel 1894 in Mugello al confine fra Toscana e Emilia Romagna. I suoi genitori, benché benestanti, erano di estrazione popolare, suo padre era segretario del Comune di San Godenzo e la madre casalinga originaria di Castagno d’Andrea.. Suo padre aveva avuto cinque figli: tre maschi e due femmine. La più piccola l’aveva chiamato Rosa o Rosina. Questa sorella accompagnerà Don Fulvio per tutta la vita, accudendo il sacerdote e portando avanti le faccende della canonica, della cucina, della pulizia della chiesa di Macioli, insomma gli aveva fatto da “perpetua”. Rosina era una donna semplice e buonissima. dolce di natura. Monsignor Nardoni aveva compiuto i primi studi, quelli elementari, a San Godenzo, paese natìo, poi decise di entrare nel seminario di Fiesole per farsi prete. Nel 1921 fu ordinato sacerdote proprio nella basilica fiesolana allora retta dal Vescovo Mons. Giovanni Fossà. Dal 1921 al 1933 ricoprì l’incarico di vice-rettore e di insegnante del Seminario fiesolano, e allo stesso tempo ricopriva l’incarico di mansionario della Cattedrale di Fiesole. Dal 1933, in pieno regime fascista, fu inviato, come pievano, alla Pieve di San Cresci a Macioli, presso Pratolino e ricoprì questo incarico fino al  1956 La Pieve allora era bella come è tutt’oggi, rinascimentale, a tre navate, con archi e colonne e un bellissimo arco trionfale, con un battistero protetto da una bellissima inferriata in ferro battuto, opera del Franci. Insomma la chiesa era tale e quale l’aveva lasciata il Pievano Arlotto, che l’aveva restaurata con i denari degli allora protettori e patroni della chiesa Signori Neroni, dei quali ci rimane lo stemma sulla facciata in alto della chiesa. Successivi restauri ebbero luogo, dopo il passaggio del fronte, con il patrocinio della Soprintendenza ai Monumenti di Firenze e con i denari del popolo. Finita la parentesi a Macioli il sacerdote fu nominato canonico della chiesa di Sant’Ansano a Fiesole, fino alla morte avvenuta il 22 luglio 1974. Ho raccolto queste testimonianze dal nipote, Sig. Paolo Luciano Frassineti, che ha vissuto tutta la propria gioventù con lo zio Monsignore.
Com’era il clima a Pratolino durante l’ultima guerra?
Durante l’ultima guerra Mons. Nardoni, mio zio, aveva organizzato un archivio particolare per aiutare gli ebrei. Queste persone, perseguitate dal regime, diventavano cattoliche per mezzo di una conversione fittizia.
Come riusciva a fare ciò Mons. Nardoni?
Mio zio rilasciava un certificato nel quale risultava, che a una certa data, queste persone si erano convertite al Cristianesimo. Questo era sufficiente per sfuggire alle deportazioni.
Quindi non era solo un problema di razza, ma anche di religione?
Si è vero, però bisogna tener presente che una parte degli ebrei di allora, quelli più “ortodossi”, era molto ostile nei confronti della religione cattolica e cristiana (Questo però non capitava con Mons. Nardoni con i quali aveva un dialogo vero e proprio). Per loro Cristo era un blasfemo e un malfattore giustiziato dai Romani, 2000 anni orsono. Oggi gli stessi si stanno rendendo conto che è cambiato l’atteggiamento dei cattolici nei loro confronti e quindi una parte di loro, quella più moderata e intellettuale è più “possibilista” .
I tedeschi non se ne sono mai accorti di questo “escamotage” che riguardava il cambio della l identità religiosa degli ebrei?
Questa attività fortemente illegale per quel periodo fu poi scoperta e i tedeschi lo vennero a prelevare e lo portarono alla Lupaia (una località nei pressi di Pratolino) sulla strada che conduceva al comando tedesco.
Come andò a finire?
Andò a finire che mio zio offrì dei denari e questi lo rilasciarono.
Oltre agli ebrei ha protetto altre persone?
Oltre a queste persone, sempre durante la guerra, lui teneva nascosto una trentina di paesani di Pratolino. Nel bosco c’era un rifugio. Questo rifugio dentro il bosco era abbastanza vicino alla chiesa. Questi rifugiati erano in parte famiglie di Pratolino con i propri figli e in parte erano alcuni giovani che sfuggivano al servizio  militare, perché non volevano andare al fronte. Fra questi c’era una persona molto conosciuta il famoso Beppe Bello, con la moglie, era un personaggio molto caratteristico.
Era quello che aveva un difetto fisico?
Si, il nome Beppe Bello era decisamente ironico
Quindi Mons. Nardoni era un uomo coraggioso?
Era un uomo coraggioso, però la paura era molta. La sera, per invocare la protezione Divina, mio zio mi mandava con secchiello e acqua benedetta affinché queste persone si facessero il segno della croce e dicessero le preghiere. Allora la gente era molto religiosa e praticante.
Quali erano i rapporti di Mons.Nardoni con la Principessa Demidoff?
Devo dire che mio zio era tenuto molto in considerazione dalla Principessa Demidoff. La Principessa, che abitava la Villa Medicea di Pratolino, era russa, di religione ortodossa, quindi  molto vicina al cattolicesimo. Essa era inoltre una parrocchiana. La Principessa teneva talmente in considerazione lo zio che tutte le settimane lo invitava nella sua villa. Prima di morire, avrebbe donato alla Chiesa, e – si dice – molto volentieri, un lascito notevole. Cosa che però poi non si è avverata.
Perché?
Forse perché lo zio era talmente umile e onesto che non ritenne giusto accettare un lascito o “ricompensa”, poiché in fondo si sarebbe trattato di ciò.
Come era composta la famiglia di Mons Nardoni?
Oltre la sorella, che si chiamava Rosina – come abbiamo già detto – c’eravamo noi, io e mio cugino Roberto, figlio di un fratello di Monsignore.
So che c’erano altre persone in famiglia.
Per un certo periodo, dopo il passaggio della guerra, è stato ospite della Pieve, per vari anni, un  nobile fiorentino, era un Marchese e apparteneva alla nobile famiglia dei F. Questa sua presenza è stata determinante per l’economia familiare, per un certo periodo. Era un personaggio faceto e anche un po’ burlone che per certi tratti faceva ricordare l’illustre Pievano Arlotto, che fu pievano a Macioli nella seconda metà del ‘400, ai tempi di Lorenzo il Magnifico.
Ma Mons. Nardoni era soprattutto un grande studioso.
Mio zio era un grande studioso e ricercatore di testi biblici. In particolare aveva tradotto integralmente la Bibbia, Nuovo e Vecchio Testamento, dai testi originali antichi, quali l’aramaico (lingua ebraica antica) e greco antico. Per questa sua grandissima cultura era  diventato docente del seminario di Fiesole.
Dove sono i documenti che riguardano e comprovano la vita e l’attività e le ricerche storiche di Mons. Nardoni?
Tutti i documenti che sono stati lasciati da mio zio si trovano presso gli Archivi del Vescovado di Fiesole.
Per averlo conosciuto e stimato personalmente devo dire che Mons. Nardoni era un po’ tradizionalista. Inoltre  me lasciò nel lontano 1962, una sua Bibbia tascabile con dedica.
Questo è intuibile dalla passione che aveva per il latino e le lingue greche e l’aramaico e inoltre conosceva molto bene le lingue moderne.
Conosceva molto bene anche lingua italiana, infatti la Bibbia tradotta da Mons. Nardoni è apprezzabile anche per il linguaggio caratterizzato da una semplicità estrema.
Basti pensare che un giorno fu invitato dal Presidente della Camera di Commercio, il Prof. Devoto (l’autore dei vocabolari della lingua italiana) per uno scambio e un approfondimento di certe questioni sulla lingua italiana.
In quante edizioni è uscita la sua Bibbia?
Una prima edizione dei Vangeli risale al 1948 a cura delle edizioni Paoline. La Bibbia integrale invece fu edita per la prima volta dalla LEF di Firenze, che curò la bellezza di cinque edizioni. Fino ad arrivare all’attuale ristampa, in corso di pubblicazione, a monografie, curata dalla Einaudi Edizioni.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

MANLIO NEBBIAI: MECENATE O TALENT SCOUT?
Un rufinese che ha fatto dell’arte lo scopo della sua vita 
Ho conosciuto Manlio Nebbiai in occasione di una bella mostra di pittori mugellani, di qualche anno fa, che si teneva nello spazio espositivo che mette a disposizione il Comune di Rufina per questi eventi particolari. Bisogna che dica la verità, perché io sono un po’ come Fumino, se non dico la verità mi entra il mal di testa. Ero andato appositamente per vedere i quadri di un pittore mugellano, non faccio il nome per pubblicità, quadri che io avevo osservato sedendomi con amici per un the in un bar alla moda di Borgo San Lorenzo che ha il nome, o meglio lo pseudonimo, di un artista . Fui impressionato, oltre che dal grande formato dei suoi dipinti , che ritraevano paesaggi mugellani, (e qui avrete capito), anche dal modo in cui questo artista, mugellano, rappresenta i contadini e la loro vita, le case coloniche, con le facciate sporche di verderame e con con le pergole delle viti dalle foglie ingiallite. Mi piace il modo in cui questo pittore dipingendo fa ricerca storica vera e propria e per il suo modo di “pastellare” i colori, con una maestria non comune. Quando vidi per la prima volta Manlio, in questa mostra appunto, fui colpito da alcuni particolari della sua personalità. Prima di tutto la gentilezza, direi innata di quest’uomo, una gentilezza quasi paterna, unita a un briciolo di timidezza che cerca di nascondere dietro i suoi occhiali. Ma non lasciamoci ingannare, Manlio non è un ingenuo, sa fare il suo lavoro e conosce molto bene la psicologia delle persone. In altre parole, Manlio è anche un abile “venditore” d’arte, e questo i suoi amici pittori e scultori lo sanno bene. Mi ricordo che Manlio rispondeva affabilmente alle mie domande, e si sentiva, che la persona era prima un intenditore e secondariamente un appassionato di arte in genere. Mentre io guardavo i quadri, lui da buon psicologo “venditore” guardava attentamente i miei occhi per vedere e per capire quanto io gradissi quelle opere. Precisiamo, Manlio, da buon organizzatore non vuole solo promuovere le vendite delle opere esposte, vuole anche che il pubblico gradisca l’evento espositivo, e per riuscire a questo, sicuramente ce la mette tutta.Fatto sta che mi ero recato alla mostra solo per vedere e uscii dalla stessa con due quadri sotto il braccio.  Quando io decisi di acquistare un paio di opere di questo pittore, devo dire che Manlio, non so se per questo suo agire da “pater familiae” o,  per simpatia, seppe indirizzarmi talmente bene nell’acquisto che io tengo tuttora questi due quadretti nell’angolo migliore della mia casa e me li riguardo con ammirazione. Sarà perché questi quadri rappresentano scene mugellane….forse sarò un po’ fissato per il Mugello, come dice mia moglie, che è una fiorentina convinta che passa tutto il giorno in Piazza Signoria, essendo impiegata in Palazzo Vecchio, ed è talmente amante del suo “centro” che,  forse, ci dormirebbe pure. Ma  anchManlio ama il suo paese d’origine: Rufina e l’ama talmente che è, come si dice, un po’ come il prezzemolo, sempre nel mezzo. Dove c’è una manifestazione, lì vedi Manlio. Lo trovi a Bacco Artigiano, lo trovi dove c’è una sottoscrizione per fare non so cosa a favore dei cittadini, lo trovi a Poggio Reale, dove dal primo fino al 9 giugno, espongono “I maestri italiani di pittura all’aria aperta”. Guarda caso, proprio a Poggio Reale, villa elegantissima, che pare sia stata fatta su disegno di Michelangelo e che ospita, tra l’altro il Museo della Vite e del Vino. Manlio, che è anche il Presidente del Comitato Attività Culturali e Artistiche di Rufina, si è creato un “entourage” di pittori, scultori, ceramisti, fra i migliori e fra i più promettenti e direi anche i più affermati della zona, si comporta con loro come un mecenate, come un piccolo Lorenzo il Magnifico: li coccola, direi quasi li vizia e li tratta con quel fare paterno con il quale lui è solito trattare le persone. Direi che alcuni pittori, che oggi sono già molto affermati nell’arte, lui se li è tirati sù, piano piano, dalle loro prime incerte pennellate. Poi, grazie anche al suo aiuto, il loro pennello è diventato più sicuro, la loro tavolozza si è arricchita di mille e mille colori, il loro status si trasformato da “dilettanti” a artisti professionisti. Per questa ragione Manlio Nebbiai, oltre che mecenate, nel senso della promozione artistica, può benissimo definirsi anche un “artist talent scout”. Infatti, alla sua “corte” gravitano anche artisti “promettenti” che sono all’inizio della loro carriera, ma non per questo meno interessanti degli altri. Conoscendo Manlio, e conoscendo la bellezza di Poggio Reale a Rufina, se fossi in voi non mancherei a questo appuntamento: Manlio non finisce mai di stupirci! L’evento artistico, il cui orario di apertura sarà dal lundedì al venerdì dalle 18 alle 20 e sabato e domenica dalle 10 alle 12 e dalle 16 alle 22, è promosso oltre ché  dal Comitato Attività Artistiche anche dal  Comune di Rufina, nelle persone del Sindaco, Anna Maria Bigozzi e dell’Assessore alla Cultura, Dr. Mauro Pinzani.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

IL LINGUAGGIO DEI NONNI 
Mi piace ritornare sul linguaggio dei nostri nonni, e sulle loro abitudini. Un vizio diffuso, ma anche un piacere, che i nostri nonni si concedevano in una pausa del lavoro dei campi,  e immancabilmente tiravano fuori la pipa o il sigaro toscano per farsi “la fumma’a”. Ricordo quelle pipe, di coccio, con il cannello o bocchino di legno nelle quali pigiavano il toscano preventivamente sbriciolato, da quello loro manone, dai diti possenti, e una volta messa in bocca la pipa, tiravano fuori lo “zorfino” e con delle energiche titate, che sembravano delle locomotive, attizzavano la pipa. Finita la “fummatina”, riprendeva il lavoro dei campi, il taglio del grano, del fieno, facendo attenzione a non imbattersi in qualche “zeccola”, che sarebbero state le zecche. Ma i nostri contadini erano “vispi”, erano furbi, sapevano quali erano i pericoli. Spesso nel lavoro dei campi, nelle stalle, venivano accompagnati dalle rispettive consorti. La donna era l’angelo della famiglia, elemento indispensabile in quella società per gli importanti compiti che ricopriva. L’uomo di allora, anche se schivo e rozzo sapeva farsi ben volere dalla propria donna, e ogni tanto le regalava un “vezzo” che sarebbe una collana. La donna sapeva bene come trattare il suo uomo. Spesso e volentieri lo prendeva per la gola e quando suonava “i’ tocco” lo chiamava a tavola dove gli aveva cucinato un bel piccione “teragnolo”. Natuarlmente a tavola con esisteva la finezza di oggi. Spesso i contadini avevano le “ugne” o “ugnelli” lunghi e non curati e quando mangiava non curava troppo il Galateo. Quando c’era la ciccia in umido, si poteva “ugnere”le mani, i baffi, senza che la sposa urlasse. Purtroppo allora il duro lavoro e l’essere sempre esposto a tutte le intemperie causava  la “tossa” che spesse volte era accompagnata da altri guai. Ma i guai non consistevano solo nella salute. A volte quando meno te l’aspettavi batteva il “tremoto” e di quello avevano paura tutti, anche gli animali. Quando le povere bestie erano “serrate”, quasi impazzivano, allora era necessario  “dar loro la stura” per eviatare guai maggiori. Le bestie erano troppo importanti per l’economia contadina di quei tempi. E’ vero che la “siccia” spesse volte toccava solo ai signori, ma qualcosa toccava anche al povero contadino, che qualche volta si accontentava dei “siccioli”. Ma l’alimentazione d’allora, non era come quella d’oggi, spesse volte ci si accontentava di una buona “stiaccia” condita con l’olio d’oliva. Però la vita della gente di campagna di allora era anche un po’ ingrata. Le bestie erano alla base dell’economia, ma per governarle, per pulirle sentivano molto “sito”. Ma la vita era fatta anche di qualche momento di spensieratezza, spesse volte per fare una pausa si saliva in casa a “schiccherare” qualcosa, e spesso a bere un buon bicchiere di vino, che quando lo mescevi faceva una bella “stummia”. Un goccetto di vino era necessaria anche quando nella battitura il contadino ingoiava una “resta”, che sarebbe un ago del grano. E allora erano “resipole”! A fine anno quando ormai il contadino aveva messo insieme qualche “rispiarmio”, si poteva concedere il lusso di fare qualche gioco in compagnia. Spesso si giocava alla “ruzzola”, che era una rotella di legno, che sostituiva il “cacio”, e il,gioco consisteva nel tirarla più lontano possibile. Tante persone assistevano ai giochi, anche donne e ragazze dalle belle “puppe” e anche qualche “pirulino” che faceva loro la corte. Quando era il momento si andavano a cercare i “pretaioli”, una specie di funghi molto buoni e appetitosi. Una volta raccolti si mettevano nella “pezzola” e si infilavano sotto il “pastrano”. Ma era importante trovare anche un poco di ghiande poichè il “niccio”, il maialino aveva molto appetito. Non c’era l’abbondanza di oggi, si faceva a “miccino” di tutto, cioè si faceva economia. Anche con la luce, si cercava di andare a letto presto per risparmiare il “moccolo”, la candela. Però c’era sempre qualche “mambrucco”, sciocco, che voleva vegliare. La mattina ci si alzava presto per andare nel “marucheto” a smacchiare, e per questo lavoro si usava la “pennata”. Però bisognava stare attenti perchè le “maruche”, le spine, erano insidiose e ci si poteva fare anche del male. Quando uno tornava a casa e non aveva le “marmeggiole”, si mangiava un “corteccino di pane” oppure un “grumolino” di cavolo “morvido”. Quasi tutti i contadini avevano i qualche “lillero” da parte, però facevano “le liste” di non averne affatto. E se non ce li avevano era la “listesima”, il contadino si sapeva arrangiare. Qualche volta, purtroppo veniva a mancare qualche amico, e , allora in quei casi si diceva “l’è ito”. Ogni famiglia contadina possedeva anche un pollaio, però bisognava stare attenti, il “gorpe” o “gorpino” (la volpe) era sempre in agguato. Qundo c’era tempaccio e non si poteva stare “fora” si stava “drentro” a “fiaccolare” nel camino mentre il ceppo faceva delle belle “faille” (scinbtille). Per prendere l’acqua si andava al “fontanello2, però quasi sempre si doveva camminare sulla strada “erta”. Spesso e volentieri i contadini erano senza denti, perchè si “bacavano” con facilità, e magari se non era oggi ma “domandassera” si doveva andare a tirarlo via. Spesso ci si fermava a parlare e a “cincistiare” , specie d’estate, sotto i “chercio”, e spesso nella conversazione si univa anche il “curatolo”. Le persone lontane si chiamavano con un “bercio”. Quando si faceva “bruscolo” i cacciatori andavano al “barzello” . Se chiappavano la lepre, questa si “avvitorcolava” e “stiantava” di lì a poco.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

UN PAESE TROPPO “NORMALE”
Una risposta al libro di Massimo d’Alema.
Oggi c’è perfino troppa “normalità” in giro. Come ti rigiri non vedi che “normalità”, è una cosa disarmante.  Essere omosessuale è normale e perfino naturale. Il problema –si dice – esisteva anche nell’antichità, vedi Etruschi, Romani, ecc., e, tutt’al più non c’è niente di male. “Normale” è l’aborto che uccide migliaia di bambini. “Normale” è il divorzio e “normale”, per i divorziati “cristiani”, vivere una santa vita “come fratello e sorella”, insomma guardandosi e basta. E i bambini? Si dice, lo accolgano tranquillamente, senza traumi: è naturale e perfino ovvio che babbo e mamma si separino e vadano uno da una parte e uno dall’altra. “Normale” è la prostituzione: è il mestiere più antico, del mondo. “Normale” è perfino la guerra: guerra santa, guerra giusta, guerra di difesa, ecc. “Normale” è la pornografia: non fa male a nessuno, si tratta di cose naturali, per questo i mass-media ce la propinano in continuazione. “Normale” è la violenza, ce n’è perfino nei cartoni animati dei bambini. Ma si tratta di una cosa reale, la violenza riguarda fatti che esistono e che non possono essere taciuti. Non possiamo tenere nell’ovatta i  nostri bambini. Forse l’unica cosa che non è normale è quella di appropriarsi della roba d’altri (quando non siamo noi a farlo). Ma quando gli altri ci toccano il borsellino! Allora è cosa diversa. “Normale” è quando i politici si mettono in tasca mazzette di milioni di euro e li portano nei “paradisi fiscali”, dove tra l’altro non pagano le tasse. Ma lo fanno in tutti i paesi. Anzi nel nostro paese la corruzione è ai livelli minimi. “Normale” è l’adulterio. Ma cosa c’è di male? Si sa che l’amore non è mica eterno. E giù corna! “Normale” è perfino la droga, se presa in dosi minime. Ma sì, questa piaga dilaga, e allora, legalizziamola! D’altronde ad Amsterdam è una cosa naturale, ci sono perfino le fumerie pubbliche. “Normale” è il matrimonio omosessuale, con relativa adozione di minorenni. Esiste già in tutta Europa, l’Italia è arretrata in questo settore. “Normale” è la violenza negli stadi. Dove dovrebbe uno andare a fare violenza, se non negli stadi? Meglio la facciano lì, non è vero? “Normale” è che i giovani trascorrano tutta la notte negli “sballi” più vari, questo anche in Mugello, e “normale” di conseguenza è che dormano tutto il giorno. “Normale” è il fatto che i cibi siano sofisticati e pieni di veleni. Perché ti piacerebbe una melina tutta grinze e tutta ruggine? O un pomodorino piccolo, piccolo? E allora vedi è normale. “Normale” è che le mucche diventino pazze. Se diventiamo pazzi noi è  normale che lo diventino anche loro. Pignoli! Pignoli! “Normale” è anche sfruttare i propri genitori fino a quando sono vecchi, e quando non ne possono più “parcheggiarli” in un bell’ospizio, magari uno di quelli a tante stelle. E’ normale, qui i vecchi stanno bene, e, in compagnia, si sentono molto realizzati. “Normale” è avere tante ville con altrettante piscine, tante automobili, una barrocciata di azioni ed obbligazioni, diversi conti all’estero, e “normale” è pure la vecchietta ottantenne che percepisce una pensioncina misera, misera che non basta neppure per pagare le bollette della luce e del telefono. Cosa c’è da ridire? Siamo in regime di libero mercato, quindi è normale che esistano ricchi e poveri. “Normale”, cari amici del Mugello, è diventato perfino il “balzellometro” (Autovelox), quell’arnese di medievale memoria,  che posto ormai su tutte le strade, anche in Mugello, commina la stessa multa al miliardario e al povero pensionato. E la norma costituzionale secondo la quale il cittadino deve contribuire all’Erario dello Stato e Enti pubblici in base al proprio reddito? E’ norma superata. Siamo in Europa e non possiamo farci compatire. Già, abbastanza, gli europei avrebbero da ridire su noi italiani. “Normali” sono le buche nelle strade, come già faceva rilevare, tempo fa, in un suo articolo Pietro Mercatali , qui sul Galletto. E’ il cittadino che deve scansarle. E poi via è così bello e divertente fare lo ”slalom” con la propria automobile. “Normale” è poi la mafia, la ‘ndrangheta, la barbagia, la camorra, l’invasione massiccia e indiscriminata di stranieri. Ma non vi lamentate: tutto è normale. L’altro giorno ho visto un signore uscire di casa (non scherzo!) con un maialino al guinzaglio. Dapprima l’ho guardato con un po’ di stupore, ma poi mi sono “ripreso” e ho detto: “Ma è normale!”. Insomma questo è un paese troppo normale, ci vorrebbe qualcosa di più “anormale” altrimenti finiremo per annoiarci.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

MARE NOSTRUM MUGELLANUM
Tutti al mare, tutti al mare a mostrar le chiappe chiare….Così dice la canzone. Macché, tutti a Bilancino e non a mostrar le chiappe chiare, anzi, tutti abbronzatissimi, in costume da bagno, bikini, ombrellone con cane e suocera al  seguito. Altro ché Mugello sembrava di essere a Rapallo, a Cesenatico, in una delle tantissime spiagge affollate e di moda. Ormai, va detto, la spiaggia di Bilancino è diventata “à la page”. Ma perché andare a Viareggio e rischiare di fare lunghe e lunghe ore di coda, per poi trovare quello che trovi qui? In effetti oggi la spiaggia nostrana con il suo lago azzurro, con le barchette a vela, le canoe, i surfs, non aveva niente da invidiare alle più celebri spiagge italiane. Questo specchio d’acqua azzurrina, che si increspa ad ogni folatina di vento frescolino che scende giù dalle montagne dell’Appennino, è quanto di meglio l’uomo potesse immaginare per la conca del Mugello. I commenti che ho sentito dalle persone erano entusiasmanti. Meglio che al mare, diceva un anziano signore. Un’acqua limpida così dove te la ritrovi? I pescatori, che erano tanti, li sentivi ogni tanto urlare: Ho tirato su una trota oppure Ho acchiappato una carpa specchio e ancora Guarda che bel persico ho nel mio retino. Mi è rimasto impresso un pescatore che aveva nella sua rete quattro belle carpe  e ne stava tirando su un’altra. Alla fine, mi ha detto, quando andrò via rigetterò le carpe nel lago, ridarò loro la libertà. Mi è piaciuta molto questa decisione del saggio pescatore. Senonché mentre le stava ributtando in acqua è arrivato di corsa un bimbo rumeno con il padre, i quali hanno chiesto al pescatore di dar loro le carpe, per mangiarle. A malincuore, il pescatore ha acconsentito, ma mi sembrava molto amareggiato. Due di queste, per fortuna si sono salvate, con un guizzo sono riuscite a tornare nell’acqua cristallina del lago. Fra i commenti, ne ho captati alcuni anche non troppo positivi. Un signore diceva: Quando saranno in funzione le strutture di balneazione qui a Bilancino pagheremo anche l’aria che respiriamo. Sarà vero? In effetti, ho saputo che il Comune ha appaltato i servizi, spiagge, ombrelloni, natanti a ditte che gestiranno il servizio privatamente. Però è un vero peccato che tali ditte opereranno solo a partire dall’anno prossimo. Altri commenti non troppo positivi li ho sentiti a proposito della annunciata manifestazione di mongolfiere, che invece, per ragioni che non conosco non si è tenuta. Molti davano colpa al vento, che in certi momenti soffiava gagliardo, e che, avrebbe impedito il levarsi in aria delle mongolfiere. Commenti duri, ma che ritengo giustissimi, li ho sentiti a riguardo di certi bagnanti che lasciano sulla riva del lago, bucce di cocomero, sacchettini pieni di spazzatura, favorendo così il degrado e l’inquinamento delle acque. Quando ormai il sole stava tramontando, il lago a poco a poco è rimasto deserto. Ancora  qualche ombrellone da chiudere, ancora qualche pescatore, ma ormai la giornata al lago poteva dirsi terminata. E’ stata una bella esperienza caratterizzata da un giornata calda ma non afosa, con un cielo terso che raramente vedi in  Mugello, il quale è quasi perennemente avvolto da quelle nebbioline che sfumano il paesaggio alla maniera dello “sfumato” leonardesco. Il lungo serpentone di auto, provenienti da Firenze, da Prato, da tutto il Mugello si è “snodato” lungo le rive del lago fino a raggiungere l’Autostrada del Sole o altre destinazioni. Questa è la “spiaggia” di Bilancino, il “mare nostrum mugellanum”, che ci attende per offrirci altre bellissime giornate piene di sole, di acqua fresca, di brezza dell’Appennino. Provare per credere.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

MONTESENARIO OGGI
Intervista con il priore del Convento
 
Essendo un ospite quasi abitudinario del Convento di  Montesenario, non da ora, ma fin dalla fanciullezza, posso dire di conoscere questo convento abbastanza bene e di aver veduto con il passare degli anni anche le trasformazioni (poche in verità) del complesso conventuale, i passaggi di “proprietà”, usando una iperbole, per significare i passaggi da un priore all’altro, o altre trasformazioni, questa volta più consistenti, della tipologia del visitatore o del modo di “avvicinarsi” a questo Santuario. Ritengo, che una volta, ci si “avvicinava” a questo sacro eremo con più fede, in porticolar modo in occasione di feste importanti. Mi ricordo che da ragazzo partivamo a piedi da Fontebuona, si saliva a Ferraglia, giù per Risercioni, si lambiva Bivigliano e si arrivava per la vecchia stradina al Convento. Lungo questa stradina, mi ricordo, prestavamo particolare attenzione e devozione alle stazioni della Via Matris e a ogni tabernacoletto dicevamo una preghiera e depositavamo un fiore o un sassolino. Arrivati alla vetta, il  nostro occhio scrutava meravigliato il panorama superbo che spazia a 360 gradi, Mugello, Valle della Carza, Firenze, che meraviglia! Quassù si trovava letteralmente una invasione di persone, non c’era prato, non c’era un angolo che non fosse affollato di persone. E poi le grotte! La nostra fantasia di fanciulli era messa a dura prova. Dei santi eremiti vivevano in queste grotte? Ma come facevano le nostre ancestrali paure a conciliare questa idea. E poi gli animali selvatici, e questi santi che si cibavano solo di bacche o altri frutti selvatici. Era troppo perfino per la nostra fantasia. I tempi sono cambiati. Montesenario ha subito una vera e propria “profanazione”. Più che di pellegrinaggi di fede si deve parlare di turismo, per i più svariati motivi. Motivi artistici, luogo di villeggiatura, ecc. ecc. ecc. Allora vuol dire che i tempi sono cambiati?  Ti aspetti e speri che qualcosa cambi, in meglio possibilmente. Ma questo dipende anche da noi. Per conoscere ancora meglio la realtà del Convento, ho voluto incontrare personalmente il nuovo priore, che gentilmente mi ha concesso una breve intervista. Padre Luigi è questo il suo vero nome? Si sono Luigi De Candido e provengo da una famiglia di nobiltà terriera decaduta al tempo di Napoleone. Lei è toscano, da dove proviene? Sono friulano e provengo da un villaggio della Bassa Friulana. Dove era precedentemente e quale carica occupava? Ero a Rovato, un convento del ‘400, in provincia di Brescia. Questo convento fu fondato dalla Congregazione dell’Osservanza, un gruppo di frati che volevano vivere in maniera più rigida. Lì ero il priore della comunità. Conosceva l’ambiente di Montesenario? Si, tutti i Servi di Maria lo conoscono dal periodo della formazione. Poi io sono stato a Firenze 5 anni per il Liceo e la Filosofia e durante l’estate passavamo l’estate a Montesenario come frati studenti. Successivamente, sono venuto come pellegrino e per attività culturali. La data in cui lei ha assunto la carica di priore di Montesenario? L’11 dicembre del 2000 mentre era alla conclusione il grande Giubileo. Come ha ritrovato l’ambiente? Dal punto di vista logistico è stato in fase di ristrutturazione, quindi abbellito: c’è bisogno tuttavia di ulteriori restauri dell’immobile. L’ambiente conventuale continua la solidità del lavoro che da decenni i frati stanno sostenendo, per es. il lavoro dei boschi, bar, distilleria, sacrestia, libreria, ecc. Lei è considerato un padre o un confratello? Bisognerebbe domandare agli altri come considerano il priore. Lei è severo? Si sono molto severo e questo fa parte del carattere friulano unito anche alla dolcezza e riservatezza. Quali sono i problemi più urgenti che si è ritrovato a dover risolvere qui a Montesenario?  L’imponenza dei lavori, l’onere della manutenzione di un edificio così complesso, alcune situazioni di anzianità dei fratelli, la diversificazione dei pellegrini che salgono al Monte. Quali sono i progetti che questo convento vorrà realizzare nel futuro?  Progetti sentiti e necessari sono il potenziamento della condivisione della vocazione servitana con i laici ed una loro continuità di partecipazione alla vita della comunità e di collaborazione alle sue attività. Quali sono i suoi hobbies, meglio dire, ama qualcosa in particolare ad es. arte, letteratura, ecc.?  Sarebbe il giornalismo, ad esempio: ho scritto per molte testate, saggi, interviste…. Non ho potuto proseguire con ampiezza questa attività per altri impegni di tipo conventuale “quasi claustrale”. Lei è un padre più contemplativo o d’azione? Né contemplativo, né d’azione. Non mi sento etichettabile in questo senso. Preferisco il realismo con tendenza all’ottimismo. Ama il Mugello? Quali sono i punti di vista: orografico, flora, fauna. Anch’io mi dedico al servizio nelle parrocchie. Qual’è stata la scintilla, per la quale ha deciso di farsi Servo di Maria? Scintille non esistono. Esistono continuità di luci. La maturazione di una vocazione specifica avviene lentamente con una consapevolezza motivata e acquisita. Quali sono le caratteristiche peculiari del Convento? Possibilità molto varia di incontri personali dei frati con la gente, di dialogo e d’accoglienza, di disponibilità logistica per presenze e attività di tipo culturale e spirituale, la liturgia, la preghiera, ovviamente la storia e la memoria che sono fondamentali per l’identità dell’Ordine. E soprattutto noi frati…Anzi in primo piano i Sette Fondatori!
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

CAFAGGIOLO: STORIA DI UN PRESUNTO OMICIDIO
La tragica storia di un amore impossibile fra Eleonora di Toledo e Bernardino Antinori
Nell’estate del 1576, il secondo anno del regno di Francesco, successe una terribile tragedia che fece cadere un nero manto di lutto sul Palazzo ducale. La famiglia a quel tempo consisteva in Francesco, con la sua moglie Giovanna e i loro figli, il suo fratello più giovane Pietro (sposato due anni prima con una nipotina della loro madre, chiamata come lei Eleonora di Toledo, figlia di Don Garzia di Toledo) e sua sorella Isabella. Pietro, il più giovane degli otto figli di Cosimo ed Eleonora, fu privato della madre all’età di otto anni, e preso in antipatia dai fratelli, crebbe passionale, geloso, dissoluto, con nessuna buona qualità e adesso aveva 22 anni. La sua giovane moglie Eleonora, aveva a quel tempo quasi venti anni; quando venne a Firenze era quindicenne e  tutti ebbero compassione di lei, una giovane ragazza bella e innocente, per andare in sposa a Pietro. Questa coppia, così male assortita viveva nel Palazzo dei Medici in Via Larga (attuale Via Martelli). Pietro completamente dedicato alla sua vita dissipata (si parla anche di pederastìa), aveva in odio il matrimonio e  dal primo momento trattò Eleonora nel peggior modo possibile. Egli scandalizzava perfino la società di quel tempo con le sue disgraziate orge, mentre la sua sposa veniva come dimenticata e trattata come un oggetto di pietà. I risultati non tardarono ad arrivare.  Eleonora, fatta per l’amore, ma lasciata da una parte e dimenticata si innamorò di un giovane della sua stessa età, Bernardino Antinori. Non molto tempo dopo, uno dei suoi amici attaccò lite con Bernardino e lo assalì nello stretto passaggio che va lungo il lato sud di Palazzo Strozzi e Bernardino per difendere la sua vita uccise il suo assalitore. Egli fu consegnato subito alle autorità e fu confinato, come prigioniero, nel palazzo della sua famiglia fintanto che non fosse stata detta in merito la volontà del Granduca. Eleonora temendo per la sua vita e, fuori di sé dalla rabbia, andò girando intorno al palazzo Antinori nella speranza di vederlo e parlare con lui ad una delle finestre, ma non ci riuscì. Bernardo fu esiliato all’isola d’Elba, da lì mandò una lettera a Eleonora, supponendo di averla data in mani sicure, ma per un caso la lettera fu consegnata a Francesco e subito causò la condanna a morte di Bernardo. Egli fu riportato a Firenze, consegnato al Bargello e gli fu dato solo un’ora per prepararsi alla morte, che fu eseguita il 20 giugno (meditiamo gente, meditiamo!). Il destino di Eleonora seguì velocemente. Il giorno 11 luglio ella ricevette una convocazione da Pietro di incontrarlo alla Villa di Cafaggiolo, lasciando il suo figlio Cosimo di quattro anni a Firenze. Supponendo il peggio Eleonora abbracciò il suo piccolo tante volte in un fiume di lacrime e poi si accinse a partire per Cafaggiolo immersa nell’angoscia e con cuore trepidante. Essa raggiunse Cafaggiolo sulla sera. Pietro cenò con lei, e poi sguainando la sua spada la uccise. Il corpo fu subito sistemato in una cassa e portato la stessa notte a Firenze. Si è detto che questo omicidio di Eleonora, che era la cognata del Duca Francesco fosse stato eseguito proprio  su ordine di Francesco. Trentadue anni dopo, cioè nel 1608, fu eseguito il lavoro per il nuovo mausoleo. Francesco Settimanni, addetto ai lavori (che era un accanito anti-Mediceo)  nel suo diario dice: “L’autore di questa relazione ha preso atto che nell’anno 1608 egli vide il corpo della suddetta Eleonora in occasione della riesumazione e della traslazione del corpo dalla nuova Sacrestia alla Cappella; e che essa era ancora bella come da viva, senza che il corpo fosse minimamente corrotto o danneggiato e appariva esattamente come se dormisse, ed era tutta vestita di candido”. Avendola egli vista 32 anni dopo in uno stato così perfetto di conservazione e non avendo egli visto tracce di ferite, questo potrebbe far propendere per la  versione, come del resto fu dichiarato al momento della sua morte, che Eleonora non fosse stata uccisa da Pietro ma che la stessa fosse morta per altre cause; forse il suo cuore  non resse all’emozione di quell’incontro. Questa incorruttibilità della salma inoltre dimostrerebbe che non ci sia stata fretta nel fare il funerale, e inoltre dimostrerebbe che ci sia stato tempo sufficiente per fare l’imbalsamazione del corpo. Il figlioletto di Eleonora, Cosimo, morì alcuni mesi dopo la sua mamma, ed è sepolto in un angolo del mausoleo. Quando nel 1857 la cassa del piccolo Cosimo fu aperta il corpo fu trovato vestito di velluto bianco ricamato con fili d’oro, e aveva sul capo una piccola cuffia di velluto nero circondato da un cerchio di fiori in oro filigranato. In una tavoletta d’argento fissata dietro il capo c’era una iscrizione che diceva: “Cosimo figlio di Pietro, e nipote del Duca  Cosimo I, deceduto all’età di anni 4. Strappato da una grande fortuna. Venuto al mondo nel febbraio 1571. Purtroppo chiamato velocemente a lasciarlo nel settembre 1576”. Dopo questo episodio Pietro fu mandato alla corte di Spagna e lì rimase per il resto della sua vita odiato come lo era a Firenze. Morì in Spagna nel 1604. Il Niccolai pur trattando del fatto in maniera più succinta e, direi quasi telegrafica, dice in proposito: “Ivi (a Cafaggiolo), Don Pietro, vile e svergognato, fattosi sicario del fratello Granduca, che l’aveva comprato per 40.000 ducati alla tutela di un falso onore, ripudiato per la vergogna di cinedi (atti contro natura) l’affabile sua sposa Eleonora di Toledo la pugnalava il dì 11 luglio 1576, di sera tarda, nella camera di lei al secondo piano della villa”. Come possiamo vedere anche la storia si presta a molteplici interpretazioni. Ma la verità dove sta? Dobbiamo credere più al grande studioso C. F. Young che nel 1912 ha scritto due grossi volumi sui Medici, o forse è più veritiera la versione dello storico locale mugellano Francesco Niccolai nella sua “Descrizione del Mugello” del 1914?  Vorrei concludere con una battuta, ma è solo una battuta, dello scrittore Oscar Wilde: “Dare una descrizione precisa di quello che non è mai successo è il mestiere proprio dello storico”. Ma questo non è il caso.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori

 

INTERVISTA A ANTONIO PAOLUCCI, SOPRINTENDENTE
 
E’ stata una bella emozione rivarcare la soglia di Via della Ninna numero 5. E’ stato un po’ come varcare  il famoso “ten” di Downing Street, oppure entrare nella famosa “Sala Ovale” della White House americana. Mi attendeva, per una intervista, il Soprintendente al Polo Mussale delle Gallerie Fiorentine, Prof. Antonio Paolucci. Dopo aver fatto un po’ di anticamera, che in questi casi è doverosa, sono entrato nella “sala dei bottoni” della più prestigiosa Soprintendenza. Con la solita eleganza e lo stile che lo contraddistingue, il Prof. Paolucci, mi ha salutato cordialmente. Già ci conoscevamo poiché anch’io vengo da quell’ambiente, nel quale ho passato molti anni della mia vita. Nell’ultimo periodo della mia carriera alle Belle Arti, sono stato proprio uno dei suoi collaboratori, esattamente all’Opificio delle Pietre Dure, dove il Professore ricopriva la carica di Soprintendente ed io quella di Segretario. Precedentemente ero stato collaboratore del Prof. Umberto Baldini e del Prof. Luciano Berti, due Ex Soprintendenti che ora sono andati in pensione. Per la verità non ho trovato molto di cambiato, anche se erano circa quindici anni che non ritornavo in quegli ambienti. Dentro quelle sale, in quegli uffici, si respira l’aria dell’antico, dai mobili di stile, ai quadri stra-famosi alle pareti, tutto qui parla di antichità e di “fiorentinità”. Il tema dell’intervista non era specifico, bensì, una panoramica sulle Antichità e Belle Arti del Mugello, Alto Mugello e anche di Firenze. Abbiamo trattato, con il Prof. Paolucci, molti temi, primo fra tutti quello della “critica d’arte” in rapporto a quanto era successo, anni fa, dopo il “riconoscimento” dei falsi “Modì”. Il Prof. Paolucci ha detto che, certe volte, nonostante la prudenza non sia mai abbastanza, è possibile commettere certi errori, anche da gente esperta, poiché le differenze di stile fra taluni artisti è veramente minima. Dunque, per il Prof. Paolucci, l’attribuzione delle opere d’arte è una cosa seria e ci sono sempre dei grossi margini di incertezza. Dopo aver parlato della Galleria dei  ”Nuovi Uffizi” e delle problematiche che impediscono di portare a termine la sua realizzazione, abbiamo rivolto l’interesse verso i problemi artistico-culturali che affliggono il Mugello e l’Alto Mugello. Il Soprintendente ha poi parlato dell’arte moderna. Certe opere, come quella di Pistoletto a Porta Romana, sono totalmente fuori luogo, poiché inserite in un contesto non idoneo, essendo quello di Porta Romana, un “centro storico” della massima importanza. Tali opere – ha aggiunto il Professore – potrebbero però stare benissimo nelle periferie delle città nuove. Riguardo al trasferimento dei Beni Culturali alla Regione Toscana, regione che vanta un passato storico e culturale invidiabile, Paolucci si è dimostrato del tutto contrario. Anzi, Paolucci ha parlato di una “sede distaccata” della Soprintendenza Beni Artistici che copra il territorio del Mugello e dell’Alto Mugello. Ha poi criticato il progetto di realizzare un Museo di Arte Moderna e Contemporanea nell’Ex Molinone di Marradi. Ha poi precisato le differenze  di interpretazione fra “opere d’arte”  e “beni artistici”, quest’ultimi tanto di moda nel gergo “culturalese” o “artistichese”. “Beni artistici”, a detta di Paolucci, possono essere anche le gabbie dei conigli che si trovano nei musei di Civiltà Contadina, “opere d’arte”, invece, quando si parla di capolavori, come la Nascita di Venere del Botticelli, ecc. Ha poi fatto un distinguo fra “fruire” e “godere” un’opera d’arte. Quest’ultimo termine si riscontra di fronte a un’opera d’arte, che suscita, in chi la vede, una “eccitazione cerebrale”, che altro non si può definire che “godimento”. “Fruire”, invece, è generico e si può fruire, ad esempio, anche di un gabinetto per fare i nostri bisogni. Ho trovato il Soprintendente Paolucci in perfetta forma, e con il suo “humour” ancora intatto. Riguardo ai Musei del Mugello e Alto Mugello, in altre parole, al cosiddetto “Museo Diffuso”, Paolucci trova giusto che le opere non vengano “deportate” da un paese all’altro, ma che rimangano sul  loro posto. Per quanto riguarda le acquisizioni delle Gallerie fiorentine a “scapito” del Mugello, Paolucci ha detto che adesso nei musei fiorentini c’è fin troppo. Tuttavia, non verrà restituita nessuna opera d’arte ai Mugellani e Alto Mugellani, poiché questo significherebbe far tornare indietro la “ruota” della storia. Semmai, l’ unico pezzo che potrebbe “far gola” a un museo è il Crocifisso di Donatello al Bosco ai Frati. Ma di quello ha aggiunto: “E’ bene che resti lì”. Mi sono congedato dal Prof. Paolucci, ringraziandolo per la cortesia con la quale mi ha ricevuto.
Paolo Campidori                     
(Copyright P. Campidori)

 

INTERVISTA INTEGRALE AL PROF. PAOLUCCI
SOPRINTENDENTE AL POLO MUSEALE DI FIRENZE
 
–           Dopo la famosa “beffa” dei Modigliani nella quale furono “coinvolti” critici d’arte internazionali quali: Carli, Brandi, Ragghianti, Argan, Dario e Vera Durbé, che scambiarono due paracarri per opere di Modì, mi sembra che i critici d’arte, in generale, siano diventati più prudenti. Lei cosa ne pensa?
–           La prudenza è una caratteristica irrinunciabile e fondamentale della critica. Non si è buoni critici se non si considera con attenzione quello che si guarda e quindi i giudizi che si devono dare. Quindi credo lezioni come quella di Modigliani siano per tutti provvidenziali.
 
–           Questa mia idea mi sembra confermata da ciò che Lei ha scritto nella Introduzione al libro La storia del Bargello quando dice: “Parti delle mani del Verrocchio (o di Leonardo?)….E’ così difficile, secondo Lei, attribuire con sicurezza quest’opera, o le singole parti di               essa a Leonardo anziché al Verrocchio?
 
–           L’attribuzione non è mai una scienza esatta. Ci sono sempre dei margini di incertezza, specie in una caso come questo dove noi sappiamo che Leonardo era a bottega con Verrocchio; ci sono opere fatte insieme come il Battesimo di Cristo degli Uffizi. I margini di distinzione in quella fase dell’adolescenza di Leonardo sono sottilissimi, sono proprio delle sfumature minime, quindi si può capire il dubbio, l’incertezza degli studiosi. La certezza assoluta non ci sarà mai in un caso del genere e questo aggiunge fascino alla dama Dama del Mazzolino del Bargello
–            
–           Sempre nell’Introduzione del libro “La storia del Bargello” Lei dice di amare questo Museo, più di qualunque altro e specifica anche la ragione. Vorrei sapere qual è l’opera che l’affascina maggiormente in questo museo? Vorrei inoltre sapere, fra i dipinti, di tutte le pinacoteche del mondo, quale considera il “capolavoro” assoluto?
–           Per me non esistono capolavori assoluti da nessuna parte. Ogni museo ha capolavori ed è impossibile distinguere quello che piace di più, quello che piace di meno. Uno storico dell’arte è sempre affascinato da molte cose contemporaneamente e questo è il bello del nostro mestiere.
 
–           Lei ha rivelato, sempre nell’Introduzione di questo bellissimo libro e anche recentissimo (parlo sempre della storia del Bargello a cura della Dr.ssa Paolozzi Strozzi) di essere figlio di un antiquario. Lei sa, per la molta esperienza accumulata nella sua professione, che esistono antiquari seri e antiquari senza scrupoli. Cosa ne pensa di questi ultimi?
 
–           Ne penso male. Il mestiere antiquario è un mestiere molto nobile, molto affascinante. Io ho l’orgoglio di venire da una famiglia di antiquari e quindi se faccio questo “mestiere” è perché vengo, in un certo senso, dal mestiere, nel senso che fin da piccolo ho saputo toccare e apprezzare le opere d’arte.
 
–           Prof. Paolucci Lei si sente un antiquario?
 
–           Io mi sento un “antiquario” nel senso letterario della parola, nel senso che amo le “antiquitates”, la storia che si è fatta cose, si è fatta figure, e questa è per me storia dell’arte.
 
–           Lei dice, sempre nello stesso libro, di considerare Costanza Buonarelli del Bernini la “sua fidanzata, per via della camicia da notte stropicciata come di chi si è appena alzata da letto”. Facendo un riferimento, del tutto ipotetico, qual’è la donna italiana che, secondo Lei, si avvicina di più come  aspetto e come personalità alla Costanza Buonarelli?
 
–           Questo è uno scherzo naturalmente. Però Gian Lorenzo Bernini, in questa scultura, che è un ritratto, un ritratto che raffigura la sua donna, la sua fidanzata: Costanza Bonarelli si chiamava, e lui la rappresenta con amore, con affetto, la rappresenta non in posa, non è neanche vestita, poiché è in camicia da notte, si vede la camicia aperta sul petto, i capelli ancora scompigliati, e quindi è un atto di affetto, di amore, di conoscenza profonda di questa donna e quindi questa scultura trasmette un rapporto di affetto che coinvolge. Ecco perché dico, come metafora, che la considero in un certo senso la mia fidanzata.
 
–           Mi sembra di aver capito, leggendo fra le sue righe, che Lei non ami abbastanza le parole “fruizione” e “beni culturali”, le sostituirebbe volentieri con “godimento artistico” e “opere d’arte”. Quand’è che un’opera dell’ingegno umano, e in particolare del mondo artistico, ha le caratteristiche di essere, come dice Lei, “opera d’arte” ed essere allo stesso tempo “godibile esteticamente”?
 
–           Negli ultimi venti, trenta anni ci sono state delle mutazioni linguistiche che la dicono lunga sul cambio di sensibilità e di cultura. Una volta si parlava di opere d’arte, oggi si parla di beni culturali. “Beni culturali” è un’epigrafe generica, ambigua; “beni culturali” è la gabbia dei conigli, del museo di cultura contadina e “beni culturali” è la Venere del Botticelli, stanno tutti e due sotto lo stesso nome, questo a me non va bene. Una volta si parlava di “godimento” poiché io di fronte alla Venere di Botticelli, di fronte alla Ronda di Notte di Rembrandt, provo quella forma di eccitazione intellettuale, di “godimento” sensuale proprio, che non saprei definire altrimenti che “godimento”, invece bisogna dire di “fruizione”. Fuizione: io “fruisco” del gabinetto quando ne ho bisogno, o della riduzione delle tasse di Berlusconi, supposto che ci siano, ma non “fruisco” della Ronda di notte.
 
–           L’humour non gli è venuto meno, eh, Professore.
 
–           Da Costanza Buonarelli a Alessandra Borghese (Lei senz’altro la conoscerà). In un suo recente libro “Con occhi nuovi” dice: “in alcune situazioni della vita non ci sono privilegi che tengano; la posizione sociale o il censo aiutano a poco o a nulla. Anzi talvolta possono essere di ostacolo”. Pur esulando la domanda dal contesto storico-artistico, vorrei sapere cosa ne pensa Lei?
 
–           Si, è vero, ci sono situazioni della vita, per esempio, l’amore, per esempio la relazione con gli altri, per esempio gli affetti familiari, il confronto con la propria coscienza, dove il ruolo, il rango sociale, non contano proprio nulla e quando uno è un artista, ad esempio, è un artista e non è né ricco né povero, né altolocato, né povero Cristo, è un artista, se lo è, se non lo è, non lo è
 
–           Da Alessandra Borghese a Vittorio Sgarbi. Nel suo libro “Per un partito della bellezza” nella lettera a Silvio Berlusconi, Sgarbi afferma: “Il Ministro (per i Beni e le Attività Culturali) è governato da uomini dalle idee confuse e dal pensiero fumoso”…e poi continua: “Di qui la ridicola irresolutezza sulla porta di Isozuki agli uffizi”. Cosa ne pensa Lei?
 
–           Io penso della Loggia di Isozuki, che andrebbe fatta, per la semplice ragione che c’è stato un regolare concorso e che i patti vanno rispettati. Io, personalmente, avrei preferito un’altra soluzione, il progetto dell’Architetto Gregotti, ma, una Commissione autorevolissima, ha deciso diversamente, quindi io ritengo che, quando si decide, quando si fa una scelta, vada poi rispettata, anche perché si parla non di un geometra che fa le ville al mare, ma di un grande architetto della contemporaneità. Si tratterebbe, in ogni caso, di un segno della qualità altissima della contemporaneità.
 
–           Lei pensa quindi che Sgarbi abbia affrontato questi argomenti, perché avrebbe
degli interessi personali?
–           No, no, che c’entra? E’ la sua idea, è la sua “vis polemica”, il suo modo di entrare con i piedi e con le mani….
–           Tipo kickboxing?
–           Appunto. E’ il suo stile, del resto è persona simpatica. E’ anche un mio amico, da sempre.
–           Questo grado di amicizia con lui, c’è ancora?
–           Sì, c’è ancora, certo, ci mancherebbe
–           Se Lei diventasse Ministro dei Beni Culturali, per un’altra volta, lo terrebbe come Sottosegretario?
–           Ma io sono stato Ministro dei Beni Culturali, ormai dieci anni fa, e devo dire che all’epoca ho collaborato benissimo con Sgarbi, che all’epoca era Presidente della Commissione Cultura della Camera. Abbiamo fatto tante cose importanti insieme, andavamo perfettamente d’accordo.
 
–           Scusi se mi dilungo con Sgarbi. Egli dice ancora: “la Regione Toscana, prima in Italia, chiede l’autonomia sui Beni Culturali” Sgarbi prosegue: “L’autonomia locale sui Beni Culturali è una contraddizione di termini: ci sono beni culturali che non avranno mai un valore locale”. Qual è il suo pensiero in merito a ciò?
 
–           E io qui sono totalmente d’accordo con Sgarbi. Anch’io ritengo che affidare a una Regione, anche se è una Regione come la Toscana, che ha tradizioni di civiltà, di cultura politica molto alte, affidare alla Regione la “tutela” sia PERICOLOSISSIMO. La tutela per essere efficace deve essere lontana, distaccata e disinteressata rispetto all’oggetto del contendere. Più lontana è, meglio è.
 
–           E io sono perfettamente d’accordo con Lei.
 
–           Oggi si parla sempre di più di opere alla moda, “politicamente corrette”. Cosa significa per Lei “politicamente corretto”, in arte moderna e contemporanea, naturalmente. E poi perché, secondo Lei. Firenze non ha un grande Museo di Arte Contemporanea? Perché non si istituisce in questa città un museo “specifico” per i Macchiaioli?
 
–           Il museo specifico per i Macchiaioli c’è già: è la Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti. Esiste dal 1912, è un secolo ormai che i Macchiaioli hanno a Firenze tutti gli onori che meritano. Hanno fatto la Galleria d’Arte Moderna per loro, e lì ci sono tutti: Signorini, Lega, Fattori, Borrani, ecc. ecc. L’Arte Contemporanea a Firenze. Firenze non è più una città che produce arte contemporanea. Firenze è una città che produce cultura di tipo storico-artistico. Mi spiego meglio, produce scienza del restauro, produce museografia, produce mostre d’arte antica, produce editoria d’arte, ma non ha più la creatività. Michelangelo del XXI secolo, semmai nascerà, nascerà a Shangai o a Santiago del Cile, in qualche posto così, non certo a Firenze o in Toscana.
 
–           Una domanda personale. So che Lei è nato a Rimini e quindi è un romagnolo. Rimini è una città antichissima e ricca di storia e d’arte. Inoltre è una città che ha un fascino particolare, il fascino che ci ha narrato Fellini nel suo “Amarcord”. Secondo Lei questa visione felliniana di Rimini, ha qualcosa in comune con quello di Firenze?
 
–           No, direi che non c’è nulla che accomuni Rimini a Firenze. Semmai per un riminese la “città” non è Firenze, la capitale è Roma, come lo è stato per Fellini. Sarà che Rimini è stata, come le Romagna e le Marche sotto il Papa per secoli. Insomma, per un riminese come me, l’attrazione fatale è Roma. Io sono a Firenze quasi per caso, ma da riminese sarei dovuto finire a Roma.
 
–           Una domanda che riguarda il MUGELLO e ALTO MUGELLO.  Considerato che la Galleria degli Uffizi ha nelle sue sale diversi dipinti e, opere d’arte in genere, che provengono dal Mugello, quali altre opere mugellane o alto mugellane, secondo Lei, potrebbero essere “appetibili” per la Galleria più grande e prestigiosa del mondo (mi riferisco ovviamente agli Uffizi). C’è, glielo dico, una venatura di “humour” in questa domanda.
 
–           NON C’E’ NIENTE DA PRENDERE OLTRE QUELLO CHE GIA’ C’E’, ED E’ FIN TROPPO QUELLO CHE E’ STATO PRESO CON LE SOPPRESSIONI, CON GLI INCAMERAMENTI GOVERNATIVI IN QUASI DUE SECOLI DAL TEMPO DEI LORENA FINO AD OGGI. MA NON C’E’ NEANCHE NULLA DA RESTITUIRE. NON SI PUO’ RIMANDARE INDIETRO LA RUOTA DELLA STORIA.
 
–           Sempre in MUGELLO e ALTO MUGELLO. Lei sa che è stato istituito in Mugello il “Museo Diffuso”, in pratica tanti musei quanti sono i Comuni che fanno parte di questo comprensorio. Addirittura taluni comuni posseggono più di un museo. Dr. Paolucci,  secondo Lei che è uno dei più grandi storici dell’arte a livello mondiale, che tutto il mondo ci invidia, nonché, esperto in Museologia, non sarebbe stato più giusto creare un grande museo per il Mugello e un grande Museo per l’Alto Mugello? Lei pensa che un tale “frazionamento” sparso per un vasto territorio crei dei problemi di gestione e anche di sicurezza per le opere d’arte?
 
–           La politica dei Musei nel territorio, non solo nel Mugello, ma anche nel Pistoiese, nel Chianti, nella Val di Chiana, etc. un po’ dappertutto in Toscana è quella di creare “aggregazioni” legate alle singole realtà. Piccoli paesi, piccole città, quindi la deportazione di opere d’arte in un unico luogo per farne un “grande museo” dell’Alto Mugello e del Mugello è sbagliato, secondo me, perché non si può. E’ sempre un costo sradicare l’opera d’arte dal contesto che l’ha ospitata per secoli, che l’ha vista nascere.
 
–           Era una mia opinione, tuttavia l’apprezzo per la sincerità con la quale ha risposto
 
–           Lei, ha sicuramente dei meriti grandissimi, e, credo, che Firenze, l’Italia e il mondo intero che la conoscono e l’apprezzano, dovranno, un giorno, speriamo il più tardi possibile. riconoscerLe un grande tributo, quello di essere stato una dei più grandi Soprintendenti in  assoluto. C’è tuttavia qualcosa che a Firenze, città adottiva, non è riuscito a realizzare?
 
–           Mi dispiace che ancora il progetto dei Nuovi Uffizi non abbia visto la luce. Questo sì. Ci sono responsabilità e ritardi di ogni genere, un po’ nostre, un po’ governative, un po’ di polemiche continue, vedi la storia della pensilina di Isozuki. Ma quello che in Francia, con il decisionismo tipico dei francesi, vediamo il Louvre, riescono a concepire, finanziare, realizzare nel giro di due, tre, quattro anni, cinque al massimo…. noi parliamo del progetto dei Nuovi Uffizi dal dopoguerra, dagli anni Quaranta, quando per la prima volta Ragghianti propose l’idea.
 
 
–           Recentemente mi sono recato in una zona della Val di Sieve dove ho constatato il crollo di una delle più antiche e prestigiose Pievi: quella di San Leonino o San Lorino in Montanis e, credo, appartenga alla Diocesi di Fiesole. Questa chiesa “triabsidata” sorse sul luogo, verso il sec. IV, dove fu martirizzato il Santo. Perché, secondo Lei, non si interviene prima che accadano questi fatti?
 
–           Ci sono in Italia, nell’Italia storica, CENTOMILA CHIESE STORICHE da Belluno, dalle Alpi a Lampedusa e per poterle mettere in sicurezza tutte, per poter intervenire tutte le volte che è necessario farlo non basterebbero i soldi di una intera Finanziaria. Questo è il problema dell’Italia, per quanto riguarda i Beni Culturali: l’immensa vastità del patrimonio, il costo enorme e continuamente crescente degli interventi necessari e la esiguità delle risorse.
 
–           Avete fatto il Polo Mussale, dovuto soprattutto a Lei. Pensa che ci sarà anche un Polo delle Chiese, una Soprintendenza al Polo delle Chiese Fiorentine?
 
–           E’ stata istituita e ne è Soprintendente il mio amico e collega Bruno Santi, la Soprintendenza ai Beni Artistici, quella dunque che si occupa di Beni immobili della Provincia di Firenze, Pistoia e Prato. Una sensibilità quindi per queste cose c’è. Ed è anche vero che le Diocesi meglio organizzate, per esempio Firenze, hanno un loro Ufficio Diocesano. A Firenze c’è, a Santo Stefano al Ponte, il Museo Diocesano della Curia di Firenze che raccoglie le opere d’arte che non possono più stare nel luogo di origine. Contestualmente Soprintendenza e Curia insieme stanno facendo questi Musei: Vicchio ad esempio è uno di quelli. Quindi c’è una sensibilità di questo tipo però le attese, i problemi sono talmente grandi che a volte si ha l’impressione che siano una goccia nel mare.  
 
–           In ALTO MUGELLO, luogo stupendo, che doveva essere salvaguardato, preservato da ogni “violenza” ambientale, invece, ne sono state combinate di tutti i colori. Si sta smantellando una delle più belle montagne dell’Appennino, esattamente il Sasso di Castro, per farne della ghiaia; si è creato una mega-discarica in una dei paesaggi più belli, fra Firenzuola e Bordignano; si è scavato sul Monte Beni, monte caro a Telemaco Signorini e altri artisti, fino a farlo crollare;, si sono “bucate” le montagne, fino a farle diventare un formaggio svizzero, fino a perdere tutte le sorgenti; si è creato un cantiere TAV proprio sotto il Sasso di San Zanobi, e, ancora non basta. Si lasciano cadere le case coloniche più belle e i paesini più caratteristici come Prendicino presso Monti, Castiglioncello presso Coniale, ecc. ecc. Secondo Lei questo si chiama “progresso”? Poiché in Mugello e in Alto Mugello non viene creato un Ufficio distaccato della Soprintendenza, che abbia competenza “specifica”  sui Beni Culturali, e abbia la capacità “effettiva” di “controllare” l’operato di certi politici, per i quali l’aggettivo “leggeri” è solo un complimento.
 
–           Io credo che questo si debba fare, perché il Mugello è una sub-regione che ha una identità sia storica, sia artistica, che ambientale molto netta, molto ben caratterizzata. Qui io credo che sia necessario un Ufficio distaccato  della Soprintendenza. Dove? Qui, semmai, dovranno essere i cittadini del Mugello a decidere: a Borgo San Lorenzo,  oppure a Vicchio e che copra anche l’Alto Mugello, naturalmente, cioè i Comuni di Marradi,  Palazzuolo sul Senio e Firenzuola, ci dovrebbe certamente essere, poiché ripeto il Mugello è una sub-regione che ha caratteri ben chiari, ben riconoscibili.
 
–           A Marradi pensano di fare nell’ex Molinone, mi sembra, una Galleria d’arte Moderna, d’Arte Contemporanea. Lei è d’accordo con tale idea?
 
–           No, io credo sia una stupidaggine. Non riescono a Firenze a fare la Galleria d’Arte Contemporanea nell’ex Meccano Tessile…C’è un progetto comunale di fare questo Centro di Arte Contemporanea, come il Pecci di Prato. Non si è potuto fare, ancora, e lo stesso Pecci di Prato mostra l’affanno perché la stretta finanziaria di questi ultimi anni sta prosciugando le risorse. Ci sono sempre meno quattrini in giro, insomma.
 
–           Sempre a proposito di queste opere d’arte moderna o modernissime, come vede certe esagerazioni come quella, scusi, tipo la “merda d’artista”, o l’altra che lam producono a Prato proprio in diretta?
 
–           Sì, un artista la faceva….
 
–           Ecco queste “forme d’arte” non Le sembrano un po’ al limite?
 
–           Sono provocazioni, ma neanche tanto originali, perché le “avanguardie” i “dada”, già cent’anni fa facevano queste cose. Quindi non  è che siano grandi scoperte. Bisogna dire che l’arte contemporanea ha totalmente rotto i ponti con l’arte del passato, i codici sono diversi, la lingua diversa, e quindi, che dire, prendiamola come provocazione, ma non sono “arte”, sono delle idee. Ma l’idea, non è ancora l’arte. Questa è la differenza.
 
–           Quindi anche tante opere che si chiamano d’arte che il Comune di Firenze ha messo, faccio un  esempio, Pistoletto a Porta Romana, oppure quella vicino a Rovezzano, una specie di totem con delle sacche che pendono e che, alcuni, lo chiamano umoristicamente il “monumento ai coglioni”..
 
–           Io credo che queste forme d’arte contemporanea, soprattutto della scultura, si possano certamente fare, vanno bene, ma, vanno messe nei quartieri nuovi, nei quartieri periferici poiché metterle, ad esempio a Porta Romana non funzionano, il confronto con l’antico è schiacciante per l’arte moderna ed è disturbante per chi guarda l’arte antica. Posso capire una installazione contemporanea per un tempo limitato, in un museo d’arte antica, poiché poi, finita la mostra….., ma una cosa che rimane fissa in un centro storico antico, ripeto, non funziona.
 
–           Quando ci sarà una bella mostra sui Macchiaioli?
 
–           Dunque di Mostre sui Macchiaioli, l’ultima, la più bella, è stata fatta a Forte Belvedere nel 1974, sono passati degli anni, sì, io  credo che dal punto di vista storico-critico, sui Macchiaioli è stato detto e critto tantissimo, non è che ci sia il bisogno di riscoprirli, sono stati già riscoperti, quindi si può fare una mostra spettacolare, questo sì, ma, insomma, non è che sia la cosa più urgente del nondo.
 
–           Era proprio per il piacere di vederla
 
–           Ripeto, esiste una Mostra già aperta alla GAM di Palazzo Pitti, basta andare a vederla.
 
–           E’ un po’ scomoda…
 
–           Sì, però……è così.
 
–           So che la Galleria degli Uffizi sta per cambiare o ha già cambiato il Direttore?
 
–           Sta per cambiare.
 
–           Lei mi può anticipare chi sarà?
 
–           No, perché non lo so neanche io. Potrebbe essere uno da me nominato, oppure potrei essere io stesso a tenere la Direzione.
 
–           La ringrazio Professore è stato, come al solito, molto disponibile e gentile nei miei confronti. Un ringraziamento anche da parte dei Mugellani e Alto Mugellani e del Giornale del Galletto che ospiterà il suo articolo.
 
–           INTERVISTA A CURA DI PAOLO CAMPIDORI, EX DIPENDENTE DEL
–           MINISTERO BENI CULTURALI E AMBIENTALI E EX COLLABORATORE
–           DEL PROF. ANTONIO PAOLUCCI
 
–           Copyright Paolo Campidori
 
–           http://www.paolocampidori.com

 

“UN PANE DEL PERDONO”
Già da molto tempo sentivo il desiderio di recarmi al Santuario di Boccadirio, che si trova presso Baragazza. Sono uscito dall’autostrada, come al mio solito a Roncobilaccio, qui in questa località io ha avuto una casetta quando i miei figli erano piccoli, Leonardo il più grande aveva 6-7 anni e Jacopo il più piccolo era appena nato. Nello stesso periodo io ero stato trasferito alla Soprintedenza Beni Artistici di Bologna, poiché “vincitore” di un concorso nazionale per segretario-documentalista. Mi ricordo che durante le ferie, che trascorrevo nei mesi di luglio e agosto, essendo mia moglie allora insegnante, io prendevo il treno dalla stazione del treno di San Benedetto di Val di Sambro per raggiungere quella sede, per me un poco disagiata. Ma io quei posti, e Boccadirio in particolare, li conoscevo molto prima. Mi ricordo che da fanciullo, mio zio, allora parroco di Ferraglia, organizzava le gite con i parrocchiani per andare in “pellegrinaggio” dalla Madonna, con il pulmann, il mangiare a sacco. Mi ricordo queste gite, bellissime, nelle quali durante il viaggio si cantavano inni sacri, ma non solo, anche canzoni allegre, canzoni della montagna, quali “Quel mazzolin di fiori”, “La montanara”, insomma un ricco repertorio di canti tipici della montagna. E mi ricordo che quando si arrivava lo stupore era alle stelle. L’emozione era tanta quando si entrava in chiesa e si vedeva l’altare della Madonna: bellissimo. Per noi poi che abitavamo in un paesino e non avevamo mai visto niente l’emozione era ancora maggiore. Una volta “avuta” la Messa ci si sedeva sul sagrato della chiesa e ognuno di noi tirava fuori dal panierino, dalle borse, quello che aveva portato da casa per il pranzo. E allora nell’aria si diffondeva un profumino di pollo e coniglio fritto, patatine, e un odore di vinello “arzillo”. Boccadirio non è solo il Santuario legato alla mia infanzia, esso era stato il luogo di pellegrinaggio dei miei genitori quando abitavano a Firenzuola, dei miei zii, dei miei nonni. Ma allora il “pellegrinaggio” non lo facevano con la “corriera”, ma a piedi. I miei zii mi dicevano che partivano la notte con qualche mulo o qualche asino, che portavano le persone più anziane e quelle che non godevano di ottima salute. Ma gli altri si facevano tutto quel tragitto a piedi. Il Santuario di Boccadirio, pur essendo in Emilia è un santuario “toscano” o meglio e anche un Santuario”mugellano”, essendo ai confini del Mugello, ma no solo per questa ragione. L’altra ragione importante è che i due bimbi che videro la Madonna nel lontano 1600, uno diventò parroco di Cirignano presso Barberino e l’altra, una bimbetta divenne suora in un convento di Prato. Ma veniamo alla ragione perché mi sono deciso a parlare di Boccadirio. Mentre stavo seduto in chiesa, e la messa era appena cominciata, indovinate chi mi si è seduto accanto?  In questi ultimi tempi, guardando la televisione, ho sentito parlare di un fatto brutto accaduto nel nord dell’Italia. Un fatto del quale tutta l’Italia è stata coinvolta fra innocentisti e colpevolisti e, a ragione, poiché questo fatto ha sicuramente del misterioso. Fatto per il quale una donna è stata rinchiusa in un carcere a Torino mi sembra. Ebbene, sì, avrete capito, si trattava proprio di loro. Sono stato io a riconoscerli per primo, anche perché li avevo così vicino (non più distanti di un metro)! Vi debbo dire che per un attimo è corsa dentro di me un’emozione che subito però si è andata placando. Questa giovane coppia, che aveva con sé anche il loro bimbo più grande e un’altra bimba piccolina, mi sono apparsi molto più giovani di quello che sembrava in TV. Poco dopo anche le altre persone si sono accorte della loro presenza e chi con sguardi discreti, chi con sguardi un po’ imbarazzanti, taluno mi sembrava li fissasse anche un sguardi un po’ cattivi. Debbo dire che ho provato un senso di forte pietà e di misericordia verso costoro. Mi sono immedesimato nella loro posizione e mi sono chiesto se io fossi stato lì al loro posto in quel momento sotto il fuoco di fila di tanti sguardi benevoli e meno benevoli. I loro volti di padre e di madre, nonché del fanciullo, che avevano con loro ,mi hanno ispirato tenerezza e direi simpatia. Non lo nascondo, aspettavo il momento in cui il sacerdote dice: “Offritevi la pace” per stringere loro la mia mano. Bastava che loro avessero fatto un piccolo gesto di disponibilità che io mi sarei subito rivolto verso di loro con un mio sorriso pieno di comprensione. Questo non è avvenuto poiché la mamma ha stretto di gioia il proprio bambino e l’altra piccola che era con loro. Io non mi sono sentito di interrompere un momento così bello. Poi mi sono chiesto, anch’io che mi ero posto in questa schiera di colpevolisti e innocentisti: “Che diritto abbiamo noi di giudicare?” Non dovrebbe forse ciascuno di noi guardare dentro se stesso e fare un esame di coscienza? Ma davvero gli altri sono cattivi e noi siamo i buoni? E non si uccide forse in molti modi? Non uccide forse la cattiveria quotidiana che “distrugge” giorno dopo giorno le persone e magari gli autori di questa cattiveria, che non uccide subito, e non omicida per la legge, vanno alla messa a pregare, ritenendosi buoni cristiani? E non uccide forse la calunnia, le ingiuste accuse che sono state fatte a persone risultate poi innocenti? Non abbiamo il diritto di fare i processi sui giornali e alla televisione. Non abbiamo il diritto di ”isolare” una persona, neppure se questa avesse commesso un crimine. Padre Cristoforo, nei Promessi Sposi, ci insegna una bella cosa. A colui dal quale aveva subito un grave torto, come unico rimedio, aveva chiesto un pane, “un pane del perdono”.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori) 
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LA CHIESA DI EVANGELISTA TORRICELLI A PIANCALDOLI
Nella bellissima piazzetta di Piancaldoli dove si affaccia la chiesa di Sant’Andrea Apostolo, c’è anche una bellissima fontana che a getto continuo, estate e inverno, eroga acqua freschissima e abbondantissima, che esce dalle viscere della montagna. Proprio sopra questa bella fontana monumentale si legge il cartello: “PER ONORARE EVANGELISTA DI GASPARE TORRICELLI DI PIANCALDOLI, CASTELLO DELLA ROMAGNA FIORENTINA, INVENTORE DEL BAROMETRO E DELLA MISURA DELLA CICLOIDE. N. 15 OTT. 1608 M. 25 OTT. 1643”. Il mese di ottobre deve essere stato fatale per il nostro inventore, poichè in quel mese è nato e morto. Inoltre notiamo che lo stesso è morto all’età di 35 anni. Nonostante la vita di Torricelli sia stata breve, a lui si deve una delle massime scoperte che sono andate a vantaggio dell’umanità, il barometro. Senza questo strumento, oggi, non sarebbe possibile fare previsioni del tempo con un’esattezza quasi matematica. Oggi sappiamo tutti usare il barometro e tutti sappiamo che a una calo della pressione corrisponde un afflusso di aria fredda e umida che immancabilmente porterà il cattivo tempo. Diversamente, invece succederà per un aumento della pressione. Se oggi noi dobbiamo levarci tanto di cappello di fronte a questo grande inventore, nel passato, invece, conoscendo i nostri vecchi contadini, queste invenzioni erano viste con un po’ di scetticismo. I nostri vecchi, si sa, che si affidavano a conoscenze empiriche per dire che farà bello oppure pioverà. Essi si affidavano soprattutto ai proverbi. Ne cito un paio tanto per fare un esempio: “Quando ha tonato e tonato, bisogna che piova”, “Quando il gallo beve di state, tosto piove”, oppure “Quando i nuvoli vanno in su, to’ una seggiola e siedivi su; quando i nuvoli vanno al mare, to’ una vanga e vai a vangare”, ancora: “Aria rossa da sera buon tempo mena”, ecc. Non è che questi saggi proverbi fossero da sottovalutare, tutt’altro, la loro validità derivava dall’esperienza tramandata di padre in figlio, dalla conoscenza davvero notevole che accumulavano, stando sempre in contatto con la natura, con gli animali, con le piante, ecc. Ma il mondo, si sa va avanti, e un bel giorno, un abitante piancaldolese scopre il rapporto costante fra una colonnina di mercurio e la pressione atmosferica che varia se sei a livello del mare, oppure se sei in montagna. Ecco quindi scoperto che le variazioni che avvengono tenendo il barometro nello stesso luogo daranno indicazioni sull’alta e bassa pressione e di conseguenza sull’approssimarsi di un temporale oppure di un bel tempo stabile, con cielo sereno, ecc. L’altra importante scoperta del Torricelli riguarda la misura della cicloide: possiamo dire in proposito che la cicloide è la curva descritta da un punto appartenente a un cerchio il quale ruoti su una retta. I piancaldolesi sono fieri di annoverare cotanto ingegno fra i loro popolani illustri che vissero nel passato. Supponiamo che Evagelista Torricelli fra un’invenzione e l’altra, abbia trascorso anche ore spensierate, nel proprio paese, magari a giocare a carte ai dadi, in una antichissima osteria, che esiste tutt’ora che ha, fra i suoi arredi architettonici, due bellissimi caminetti di pietra, uno di questi è rinascimentale e porta al centro un bellissimo stemma con raffigurato un galletto. Saranno contenti i  nostri amici del giornale che forse vorranno andare a vederlo. Il nostro Evangelista, dato che allora, la gente era molto religiosa sarà andato anche in chiesa, nella chiesa intitolata appunto a Sant’Andrea Apostolo. Però di quella chiesa antichissima non è rimasto che pietra su pietra, nel senso che un bel giorno nel 1922 i piancaldolesi, volendo costruire una chiesa più grande, per sopperire all’incremento della popolazione, hanno deciso di fare una nuova, questa volta non più romanica o rinascimentale ma in stile neogotico, secondo la moda d’inizio novecento dominata da un eclettismo architettonico Della chiesa vecchia rimangono poche testimonianze, doveva essere bellissima, a giudicare dai pochi reperti pervenutici, quali, due capitelli corinzi, che sono inseriti in un muro a lato della chiesa. Pur essendo “moderna” la chiesa conserva all’interno opere d’arte notevoli che provengono da chiese e oratori vicini. Una di queste è una pittura a fresco proveniente dall’Oratorio dell’antico ospedale di Sant’Antonio Abate. Raffigura la Madonna in trono col Bambino, alla sua destra Sant’Antonio e Abate e alla sua sinistra San Domenico. Si tratta di un affresco staccato, ritenuto di scuola fiorentina della seconda metà del XV secolo. Altra opera notevole è una scultura del sec. XVI che proviene dall’Oratorio di Mercurio, presso Giugnola. La statua raffigura San Domenico, che sulla fronte ha una stella a otto punte, mentre legge un libro. La stella è l’attributo del Santo. Questa doveva essere posta in alto, sulla facciata dell’Oratorio. Sempre nella chiesa è conservato il Marzocco, scultura originale del 1490, forse dono dei fiorentini a Piancaldoli, quando i paesani decisero di sottomettersi definitivamente a Firenze. E’ un leone accucciato sulle zampe posteriori, simbolo della città di Firenze. Ha la bocca spalancata. E’ un po’ rovinato in quanto la scultura era sistemata nella piazza al clima non certo facile di questa bella zona dell’Alto Mugello. Adesso nella piazza è stata sistemata una copia, che come l’originale, guarda verso Firenze, e ciò sta a significare che i piancaldolesi da quel giorno non guardano più alla Romagna ma a Firenze e alla Toscana. Noi ne dobbiamo essere orgogliosi. Altra opera notevole nella chiesa è un paliotto d’altare in scagliola con al centro uno stemma raffigurante un leone rampante sovrastato da tre piccoli gigli. Le decorazioni del paliotto sono a racemi con fiori, frutta e piccoli passerotti. Questo è Piancaldoli, un paese dell’Alto Mugello, che offre a chi lo visita sensazioni uniche: paesaggistiche, storiche, artistiche, e non ultimo, offre i suoi prodotti genuini della terra e dell’allevamento.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

LA “PICCOLA FIRENZE” D’OLTRE APPENNINO
“….ma se le porrete il nome ch’io vi dirò, il Comune ne sarà più geloso e più sollecito alla guardia: perch’io la nominerei, quando a vor piacesse, Firenzuola. A questo nome tutti in accordo senza lacun contrasto furono contenti, eil confermarono; e per più aumentare e favorare il suo stato e potenza le diedero per insegna e gonfalone mezza l’arme del comune, e mezza del popolo di Firenze….” (G. Villani, Cronica, Libr. X, cap. CXCIX). Sempre il Villani ci riferisce: “…cominciossi a fondare (Firenzuola) nel nome di Dio il dì 8 Aprile nel detto anno (1332) quasi alle otto ore del dì, provvedutamente per istrolagi, essendo ascendente il segno del Leone, acciocché la sua edificazione fosse più ferma e forte, stabile e potente”.  Poi il Villani precisa che la costruzione fu voluta “…acciocché i detti Ubaldini più non si potessero rubellare, e distrittuali contadini di Firenze d’oltre Alpe fossono liberi e franchi, ch’erano servi e fedeli de’ detti Ubaldini”. In effetti in Mugello e Alto Mugello, nei secc. XIII e XIV hanno sempre fatto causa comune con i nemici di Firenze. Nel 1258 il loro fortissimo castello di Montaccianico in Mugello fu distrutto dai Fiorentino, ma gli Ubaldini lo ricostruirono poco dopo, ancora più forte, con un doppio giro di mura. Fu durante il secondo assedio di Montaccianico nel 1306, poiché gli Ubaldini avevano ospitato dei Bianchi e dei Ghibellini fiorentini che fu deciso di costruire le “terre nuove” di Scarperia e Firenzuola. Per dire la verità la prima deliberazione per la costruzione di terre nuove da parte di Firenze fu presa nel secolo precedente, ed esattamente nel 1299. La fondazione di terre nuove è collegata al piano di unificazione politica del territorio e va considerata come l’atto decisivo della lotta di Firenze contro gli ultimi, fortissimi residui feudali. La fase della costruzione delle terre nuove costituisce dunque una svolta decisiva e innovatrice nella politica territoriale fiorentina che ha per scopo l’indebolimento della nobiltà di diritto imperiale, unitamente alla crescita della città che tra il sec. XIII e XIV  raggiunse il suo periodo più ricco e fecondo. Firenze aveva già manifestato le prime ambizioni di autonomia a partire dall’XI secolo, incoraggiata anche dalla Contessa Matilde, morta nel 1115. Con la distruzione di Fiesole avvenuta nel 1112, Firenze si era liberata di una pericolosa rivale. Poi la città aveva acquistato una certa autonomia politica, dovuto anche la fatto della lontananza dell’autorità imperiale, tuttavia il controllo del contado non era affatto una cosa semplice. Firenze tuttavia inizia la fase della conquista dei castelli già nei primi anni del XII sec. , con la conquista di Semifonte nel 1203. Ma già nel 1218 i fiorentini ottengono il giuramento di molti castelli del contado, in maggior parte tenuti sotto la signoria dei Conti Guidi. Nel 1306 si arriva a deliberare la costruzione delle terre del Mugello con la seguente causale: “ad reprimendum effrenandi superbiam Ubaldinorum et aliorum de Mucello et de ultra Alpes qui comuni et populo Florentie rebellaverunt”. (ASF. Provvisioni, IX). Cioè la decisione parte dalla necessità di difendere le strade locali dalle scorrerie degli Ubaldini. Ma quali erano le caratteristiche di queste “terre nuove”? Non si trattava di borghi sviluppati spontaneamente senza un piano preordinato, ma di nuovre realizzazioni insediative, programmate nei minimi dettagli. Nel nostro caso la “terra” di Firenzuola viene costruita proprio sul punto di intersezione delle strade più importanti per quei tempi vale a dire la strada W-E che dalla Toscana andava in Romagna, seguendo il corso del fiume Santerno e l’altra importantissima strada che seguiva il percorso S-N che dal Giogo andava a Piancaldoli verso l’Emilia e la Romagna. Era una cosa quasi impensabile per quei tempi, un affronro gravissimo, e sotto certi aspetti poteva significare una vera aggressione nei confronti dei feudatari Ubaldini, legittimati dal potere imperiale. Per fare un confronto, un po’ grossolano, se si vuole si potrebbe paragonare ad una ipotetica costruzione di una città, fa parte di una potenza straniera, imglobando, ad esempio, un nodo importante autostradale della nostra Autostrada del Sole. Ripeto, è un esempio grossolano, poiché la nascita della terra di Firenzuola era avvenuta, come testimoniano i documenti, per “reprimere e frenare la potenza degli Ubaldini”. Dunque le caratteristiche della nuova “terra” è principalmente quella di creare un borgo fortificato, un borgo “franco”, un pezzo di terra extra-territoriale, che godesse dei diritti, dei benefici, e fosse soggetto in tutto e per tutto alla città di Firenze. Una specie di Ambasciata o di Consolato se si potesse fare un paragone con la realtà odierna, con la differenza che oggi le ambasciate e i consolati si installano, quando fra due paesi corrono rapporti di amicizia e di cooperazione reciproca. Per gli Ubaldini, invece, la costruzione di questa nuova terra, era stata come un bel calcio dato nelle parti basse e nascoste della persona, ed era quindi naturale che gli stessi Signori Ubaldini reagissero in maniera del tutto adeguata. Ad occupare la nuova terra furono tenute conto delle richieste avanzate da molti abitanti dei borghi di Santerno, Cornacchiaia, Rapezzo ed altri, che volevano ottenere libertà, franchigie e protezione dalle imposizioni degli Ubaldini. In questo il Comune  non si era fatto attendere poiché ai terrazzani chiamati ad occuparle il Comune aveva promesso (e mantenuto) l’esenzione decennale da ogni tassa e la libertà. Altre erano le funzioni della “terra” oltre a quella a scopo abitativo e difensivo. La “piccola Firenze” avrebbe avuto un proprio Palazzo Comunale, che nel 1335 risultava ancora in via di edificazione. Una volta terminata la costruzione del Palazzo Comunale si sarebbe passati alla chiesa, che in un primo momento avrebbe dovuto prendere, come nome del titolare, San Firenze. Poi invece alla chiesa fu dato il nome di San Giovanni Battista Decollato. Ancora, la “terra”, fra i suoi compiti, avrebbe avuto quello di “mercatale”, quale polo di convergenza  dei prodotti agricoli per lo scambio. Questa funzione è attestata da certi particolari architetonici, come la presenza di portici, lungo le strade principali o nella piazza. Oltre il mercato si era favorito il nascre di botteghe, trattorie e alberghi. Infatti i documenti attestano la consistente presenza di albergatori a Firenzuola, e, naturalmente nonmancava la concorrenza fra gli stessi, talvolta anche sleale. In un documento che ho ritrovato all’Archivio di Stato di Firenze, del 1529, (Statuto di Firenzuola) si fa divieto a osti e albergatori e loro garzoni di danneggiarsi reciprocamente con atteggiamenti ritenuti sleali, in particolare: “nel castello di Firenzuola e nel suo Vicariato e ancora fuori di detto Vicariato, per causa delli hosti albergatori et loro garzoni a qualinon basta dalle loro osterie et alberghi invitarsi i forestieri; ma vanno e mandano i loro garzoni et chi loro pare non solo alle porte del Castello di Firenzuola ma per tutto il Vicariato ad invitarsi i forestierie condurre le cavalcate a loro osterie non senza danno e grande sdegno degli altri hosti”. Quando sul finire del sec. XVI la grande opera di fortificazione fu conclusa, essa si rivelò ben presto inutile e inutilizzata. I fossi del circuito del castello furono affittati dal comune per fare fieno e le carbonaie furono occupate da orti. Ancora oggi Firenzuola continua ad essere la “piccola Firenze” dei fiorentini, un piccolo lembo della propria città e del proprio cuore al di là degli Appennini. Tutt’oggi una “terra nuova” alla quale non mancherà l’interesse e il calore dei fiorentini.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

PIETRAMALA MI MANCHI
L’amore impossibile di due giovani: Covigliaio e Pietramala
PROLOGO
Questa è una piccola storia di due innamorati che si amano alla follia, i loro nomi sono Covigliaio e Pietramala, come i due paesi che si trovano sull’Appennino. Qualcuno, però, invidioso del loro amore vorrebbe dividerli. E’ una storia semi-seria che ha un risvolto allegorico. Questo invidioso che li ha divisi, è il Comune, che ha frapposto una barriera. Ora le mani dei due innamorati non possono più toccarsi; gli innamorati non possono scambiare più i profumi delle loro valli, dei loro boschi e dell’aria fresca che scende già dal Monte Beni e dal Canda. Pietramala è preoccupata ha paura che questa divisione sia definitiva e per questo propone a Covigliaio un incontro notturno verso la mezzanotte: “Sarà bellissimo stare ancora insieme”. Ma Covigliaio rifiuta di incontrarsi in quel posto chiamato Baccanella, in quanto popolato da Elfi, draghi, bestie feroci. Incontrarsi in quel luogo sarebbe una pura follia. Nonostante questo Pietramala vuole correre il rischio: “Mi piacciono le avventure”. Ma Covigliaio rifiuta sdegnosamente, egli vuole riabbracciare la sua bella Pietramala proprio su quella strada di crinale che ha fatto innamorare poeti e artisti. E’ talmente fiducioso di questo futuro incontro fino al punto che dichiara: “Dalla nostra unione nascerà un erede, lo chiameremo: Futuro. Pietramala si accontenta di questa promessa dell’amato e gli sussurra: “Ti amo, non vedo l’ora di riabbracciarti”.
LA BREVE STORIA
Covigliaio: lascia che stenda un braccio su di te e ti avvolga con iprofumi del mio parco naturale fino a inebriarti.
Pietramala: tu sai quanto amo il profumo dei tuoi boschi, la freschezza dei tuoi ruscelli, ma permettimi di accarezzarti con l’aria fresca che scende giù da Montebeni e da Monte Canda
Covigliaio: vorrei tanto abbracciarti come abbiamo fatto per lungo tempo, ma qualcuno ha rotto questa nostra unione. Una ruspa del Comune e degli operai cattivi hanno piantato una barriera fra te e me.
Pietramala: E’ vero non sento più il tuo abbraccio. Il mio lungo braccio che si snodava sinuoso sul crinale del monte non sente più la tua mano. Perché ci hanno divisi Covigliaio?
Covigliaio: è stata l’invidia delle persone che ci ha divisi. Esse non vedono di buon occhio due persone che si amano.
Pietramala: allora vuol dire che resteremo per sempre divisi? E il nostro amore che è durato anni e anni?
Covigliaio: non permetteremo a nessuno di dividerci così. Il nostro amore non sarà vano. Il nostro abbraccio tornerà a farsi sentire più forte che mai. La brezza delle nostre colline e dei nostri monti tornerà a mescolarsi e a inebriarci, come sempre.
Pietramala: perché non ci incontriamo stanotte verso la mezzanotte? Sarà bellissimo stare ancora insieme…
Covigliaio: Sei impazzita? Ma non sai che ci dovremmo incontrare in un bosco buio e nero popolato di Elfi, draghi e animali feroci, chiamato Baccanella? Sarebbe una follia.
Pietramala: Sarà una follia, però io lo voglio fare. Mi piacciono le avventure, specialmente di notte. Gli Elfi non ci daranno fastidio e neppure i draghi e le bestie feroci.
Covigliaio: no, le tue parole non hanno senso. Torneremo sì a incontrarci e ad abbracciarci ancora, ma non in quel luogo sinistro della Baccanella. Ti vorrò riabbracciare su quel crinale tanto bello, che ha fatto sognare Granduchi, scrittori, poeti e artisti di ogni genere. Ti ricordi quando veniva Telemaco Signorini a ritrarre i nostri prati, i nostri monti, le nostre mucche, sulle sue tele? Ma questi tempi ritorneranno. Dalla nostra unione nascerà un erede, lo chiameremo: FUTURO.
Pietramala: Ti amo, non vedo l’ora di riabbracciarti.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

IL “PODERE” DI MAGHINARDO A PALAZZUOLO
Oggi si è soliti dire: “quelli che hanno il potere in mano”, le lobbies che “detengono il potere”, oppure il “potere logora chi non ce l’ha”, ecc. In effetti podere, che è un fondo rustico destinato a coltura, di solito lavorato da una sola famiglia, deriva da potere, nel senso di avere autorità, potenza. Nel medioevo per “Podere” si intendeva una entità politica e territoriale sottoposta a un feudatario. Il Podere di Palazzuolo, originariamente era una avamposto longobardo del Ducato di Tuscia nell’Esarcato di Ravenna. Da almeno il 941 risulta appartenere alla Diocesi di Firenze, data della “Cartha Precariae” che lo dà nella Pieve di San Giovanni Maggiore a Panicaglia. Da questo avamposto longobardo nacque il feudo dei Pagani, che poi diventò il Podere degli Ubaldini. Quando nel suo testamento Maghinardo parla di Chiese del mio Podere si riferisce al feudo originario della famiglia. Tuttavia i suoi possedimenti si erano estesi alle Valli del Lamone, del Santerno e lungo la Valle del Senio fino alla bassa Romagna. Il 19 di agosto dell’anno 1302, di domenica, nel suo castello di Benclaro, presso Faenza, “sofferente nel corpo, ma sano di mente”, come recita il testamento ”Poiché nulla è più certo della morte e nulla più incerto dell’ora della morte”, per questa ragione Maghinardo fa un testamento verbale e dispone dei suoi beni. Pochi giorni dopo, alla presenza del notaio Mantino del fu Ranieri di Cesena, di alti prelati e personalità, il nobile, “munito di tutti i veri sacramenti della Chiesa”, il giorno 27 agosto 1302, “dopo le nove del mattino e dopo aver pranzato e prima delle tre del pomeriggio”, il magnifico e potente Signor Maghinardo di Pagano di Susinana, “chiuse ultimo giorno, ed ha intrapreso il cammino della carne universale e, come si crede è passato dalla fatica di questo vano mondo al riposo”. Poco prima di morire, e come ultima disposizione, rivolge un attestato di stima a Firenze: “poiché durante la mia vita ebbi rispetto e onore per il Comune di Firenze, in egual modo esorto e prego le mie eredi sopraddette e ad esse prescrivo in virtù della mia benedizione che allo stesso COMUNE DI FIRENZE esse portino REVERENZA ED ONORE IN PERPETUO”.
Maghinardo Pagano, l’abbiamo detto, era un grande Signore, non è possibile oggi fare dei paragoni con dei signori nostri contemporanei. Oggi si dice che Tizio, Caio è ricco perché possiede le azioni di industrie meccaniche, chimiche, petrolifere, ecc, oppure poiché gli stessi posseggono decine di ville sparse in tutto il mondo, ecc. Ma non si può assolutamente fare un paragone.  Si potrebbe, al massimo, azzardare di paragonare un Lorenzo il Magnifico con i “very very Vip” della finanza internazionale, ma solo sotto certi aspetti.  Bisogna considerare che i grandi feudatari, come Maghinardo, possedevano una estensione di terra che, partendo dal Mugello andava fino a Faenza, una cosa inimmaginabile per i nostri giorni! Ma non basta, feudatario significava anche essere padrone assoluto del feudo, e quindi il Signore aveva anche potere giurisdizionale sullo stesso, potere di vita e di morte sulle persone. Il testamento di Maghinardo del 1302 è un documento eccezionale, anche perché ci permette di conoscere molte informazioni su di lui, sulla sua famiglia, sui suoi collaboratori e domestici, sui suoi servi, sui debitori, sui creditori, sull’usanza di seppellire i notabili, sui denari dell’epoca, sulle usanze delle doti matrimoniali e infine ci permette di conoscere con esattezza la consistenza patrimoniale al momento del suo decesso. Dal testamento ricaviamo che Maghinardo non aveva eredi maschi, egli aveva avuto dal suo matrimonio con Mengarda due figlie chiamate Francesca e Andrea (allora questo nome si dava anche alle femmine). Queste due figlie erano andate in spose, nientemeno che, a Ottaviano degli Ubaldini e a Don Francesco di Don Urso di Roma. La sorella di Maghinardo, invece, era andata in sposa a Guidone di Faenza. Erano questi matrimoni di interesse, combinati dalle famiglie stesse, per accrescere il loro potere, ricchezza. La nipote, Alberia, che probabilmente aveva fatto parte della famiglia, aveva sposato nientemeno che un Ubaldini: Giovanni da Senni. Lascio immaginare a voi quanto questa casata fosse potente. Maghinardo fu senz’altro il più famoso dei cavalieri che dominarono il nostro Appennino e più di chiunque altro incarnò le caratteristiche del “Leone rampante” che portava nel suo scudo. Dante non lo amava per quella sua caratteristica di “mutare gabbana” a seconda delle situazioni e lo raffigura come il “Lioncel dal nido bianco che muta parte da le state al verno”. Naturalmente tutto o quasi il patrimonio viene lasciato in eredità  alle figlie Andrea e Francesca e alla nipote Alberia. Alla moglie Donna Mengarda, lascia, o meglio ordina vengano “restituite le doti che io ebbi al tempo del contratto di matrimonio” e cioè “millequattrocento  lire di Pisa in fiorini”. Sempre dal testamento veniamo a sapere che Maghinardo aveva due fratelli “bastardi”: Giovannino e Ugolino. Essi ereditano, il primo, la tenuta del Castello di Particino, fra Fantino e Lozzole; il secondo, il castello di Gamberaldi. Francesca, Andrea e Alberia ereditano un elenco di castelli, tenute, ville, palazzi, diritti di ogni genere, che a leggerli fanno rizzare i capellli. Palazzuolo, considerato il “Podere” ed è forse l’unico caso in Italia, che una entità politica e territoriale viene definita con questo nome. Nel testamento, tuttavia, si accenna a Palazzuolo come mercato e pedaggio, i cui frutti, Maghinardo vuole siano ereditati congiuntamente dalla figlia Andrea e dalla nipote Alberia. A Susinana ,Maghinardo,  possiedede uno dei Castelli di famiglia e sopra il Castello c’è la Rocca, con la guarnigione militare per la difesa del Signore, della sua famiglia, e per la difesa del territorio. Questo castello, come i suoi mobili e suppellettili, andrà in eredità a Andrea, moglie di Ottaviano Ubaldini. Gli Ubaldini quindi con Ottaviano e Gioavanni da Senni erediteranno tutto questo patrimonio della Romagna Toscana, territorio che in seguito entrerà definitivamente a far parte della Toscana. Dal testamento sappiamo anche che Maghinardo aveva un nutrito stuolo di servi, palafrenieri, cuochi, scudieri e perfino agenti segreti 007. Uno di questi, Matteo di Ragnolo, viene nominato  esplicitamente nel testamento, quale “diletto, fedele, segreto servitore”. Al fedele cuoco Romanuccio da Campanara, nonché aiutante  di campo nel servizio militare, Maghinardo “libera” lo stesso Romanuccio, i fratelli di lui e tutti gli altri parenti “da ogni debito di vassallaggio…per sempre”, e inoltre gli lascia il piccolo ronzino baio che cavalca. Sempre dallo stesso testamneto sappiamo che Maghinardo aveva tre cavalli personalissimi, Fanestro, Caprona e Palafredo, quest’ultimo baio e mulo. A Donato di Lozzole, palafreniere (il palafreno è un cavallo grosso da posta, non per guerra o per corsa), Maghinardo lascia una somma in danaro. Lo stesso dispone somme per gli scudieri (coloro che reggevano lo scudo al cavaliere e glielo porgevano al bisogno) Baliscerio e Mengolino. Il castello di Benclaro, dove muore Maghinardo, con mobili e suppellettili e il Palazzo di Faenza vengono lasciati alla figlia Francesca. Maghinardo vuole essere “Signore” di nome e di fatto, per i poveri di Cristo, mendicanti, lascia una notevole somma in fiorini d’oro. Per quanto riguarda la sua sepoltura Maghinardo dispone: “scelgo come mia sepoltura e voglio che il  mio corpo sia sepolto presso la chiesa e monastero di S. Maria di Rio Cesare secondo l’usanza e vestito dell’abito dell’ordine di Vallombrosa e non diversamente”. Questo garantiva a Maghinardo un buon biglietto da visita, una volta arrivato al cospetto dell’Eterno, e una garanzia per i discendenti, che entravano così a far parte della “famiglia” potentissima dei vallombrosani….se ce ne fosse stato bisogno!!
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

I PODERI E LA FORNACE DI CAFAGGIOLO NEL 1625
Tempo fa ho avuto modo di consultare presso l’Archivio di Stato di Firenze una serie di disegni che documentano il Castello di Cafaggiolo, gli annessi e i poderi nell’anno 1625. Questi documenti sono molto importanti poiché ci fissano la situazione in un anno preciso, 1625, il palazzo di Cafaggiolo e gli annessi in questo preciso momento. Ma non solo, in uno di questi disegni è raffigurata la tenuta e il Convento di Bosco ai Frati e in un altro quella che doveva essere la famosa fabbrica delle ceramiche di Cafaggiolo. Iniziamo dal Palazzo mediceo di Cafaggiolo. Di questo esistono due disegni. Uno riproduce il Palazzo visto di fronte, inserito nella campagna, sullo sfondo le colline, fra le quali si scorge il Castello del Trebbio. Ma vediamo come era fatto il castello nel 1625. Bisogna dire che esso conservava ancora i caratteri di una rocca fortificata, che ricorda molto i castelli tre-quattrocenteschi. Il castello si erge su una piattaforma  sopraelevata e merlata ed ha tutto intorno una fossa (fovea) piuttosto larga e profonda. Proprio davanti questa piattaforma merlata, si vede nel fossato una slargo, e proprio in questo punto si eleva la prima torre, con la porta munita di ponte levatoio. Passando questa porta ci si trova di fronte il voluminoso palazzo, che ha quasi nel centro, un po’ spostata a destra, un’altra bellissima torre. La porta per entrare nel palazzo si trova proprio in corrispondenza di questa torre o Mastio, come lo si vuole chiamare. In cima alle torri, proprio sotto i beccatelli si notano due grandi stemmi. Proprio di fronte al palazzo si vede un bellissimo prato, recinto da uno stecconato, e agli angoli di questo si notano delle fontane e forse dei gruppi scultorei. Dietro il palazzo si estende, a forma trapezoidale, il bellissimo giardino all’italiana, in fondo al quale si vede una costruzione, o “Casino”, come veniva definito allora. Tutto il giardino è mirabilmente disegnato  con aiuole e camminamenti in forme geometriche ed è tutto circondato da alte siepi. In un’altra pianta, si vede il castello di lato con tutti gli annessi e i poderi. Questa pianta è interessante poiché ci permette di scoprire alcune cose interessanti. Per prima cosa essa ci permette di vedere come era esattamente il lato sud del castello e il lungo edificio che lo costeggiava, che doveva essere più alto dell’attuale, e al cui fianco era appoggiato una specie di portico. La strada principale, sembra che passasse lungo questo lato (proveniente da Campiano) e si immettesse nello stradone,di fronte al castello, affiancando il fiume Sieve in direzione nord. Qui ci sono altre cose interessanti da notare, vale a dire, l’esistenza di una piccola chiesa intitolata a San Jacopo, posta fra lo stradone e il fiume Sieve. Di questa chiesetta, l’unico che ce ne parla è il Brocchi a pag 166 suo libro dice: “Dirimpetto alla suddetta villa vi è una chiesa edificata in onore dell’Apostolo S. Jacopo Maggiore, la quale è di dominio del nostro Augustissimo Imperatore, ed è fabbricata per comodo degli abitanti intorno alla soprannominata Villa di Cafaggiolo, non essendoci memoria alcuna, che ella sia stata chiesa con cura d’anime”. Un’altra cosa interessante di questa pianta è che si vedono due ponti, proprio in prossimità del Castello. Uno di questi, che attraversa la Sieve, è detto Ponte a Cappiano o a Campiano. Di lì passava forse la vecchia strada che saliva a Campiano. Il ponte è di antica costruzione, a schiena d’asino probabilmente, con tre archi sottostanti. L’altro, invece, ad unico arco, si trova sulla strada principale ed attraversa il fiume Tavaiano, proprio quasi nel punto in cui si immette nella Sieve. Un’altra pianta interessante è quella che rappresenta la “Cerreta di Bosco ai Frati”. In questa pianta si ha la situazione precisa del Convento di Bosco ai Frati nel 1625. Il Monastero, inserito in un grande recinto rettangolare, boschivo, e a lato di esso, ed è raffigurato nella parte laterale, che guarda a nord, con il campanile posto sul fianco, alcuni annessi che coprono una porzione della parte laterale e il portico che appoggia sulla facciata. Dall’altra parte  si vedono gli orti dei fraticelli e il giardino. Tutto intorno al Convento sta la “Cerreta”, che doveva essere molto ricca di selvaggina, a giudicare dagli animali selvatici che vi sono rappresentati. Poi c’è la Pianta delle abitazioni delle Guardie edegli Stozzieri. Questi ultimi erano i falconieri incaricati di ammaestrare gli uccelli rapaci per la caccia. Questo nome “strozziere” deriva da “astour”, che nel francese antico significa astore, rapace. Nella tenuta di Cafaggiolo non potevano mancare i mulini ed infatti ce ne sono due: uno sulla Sieve, detto il Mulino della Sieve, l’altro sul Tavaiano, proprio vicino al ponte che scavalca il Tavaiano. L’altra pianta interessantissima è quella che riguarda la “Fornace”. Noi sappiamo benissimo che a Cafaggiolo fu avviata  una fabbrica di ceramica da Pierfrancesco dei Medici, verso la fine del sec. XV e che fu affidata ai ceramisti di Montelupo, Stefano e Pietro di Filippo,  detti Fattorini. Sappiamo che questa fabbrica fu attiva nella prima metà del Cinqucento, ma è probabile che abbia continuato la sua attività, anche se non a quei livelli altissimi, anche successivamente, nel secolo XVII. Lo testimonierebbe uno di questi disegni che raffigura la “Fornace”, composta da tre edifici principali e due accessori. In di questi edifici, entro un vano è inserito il forno per cuocere le ceramiche. Addossate poi su un lato di questo stesso edificio si  vedono brocche o vasi ammucchiati per l’asciugatura. L’ubicazione di detta fornace, almeno da quanto risulta dal “Ristretto della Pianta” era al di là della Sieve, non distante dal ponte di Campiano. Per quanto riguarda le piante dei poderi, possiamo dire esse sono alquanto interessanti. In esse sono rappresentate graficamente le case dei contadini, che sono tutte in muratura e quasi tutte composte da un edificio principale e da uno o due annessi che servono da fienili o per il rimessaggio degli attrezzi. Una di queste case coloniche, detta podere Ponte, è situata proprio nelle vicinanze del Ponte a Campiano e ci permette di vedere in maniera precisa come era fatto il ponte, vale a dire a schiena d’asino, con tre arcatelle. Non c’è una tipologia ben precisa che possa contraddistinguere queste case coloniche o case da lavoratore. Alcune di queste sembrano appartenere alla tipologia più antica, vale a dire quelle con scala esterna, altre sono di tipo abbastanza rudimentale, espressione di quella architettura spontanea che caratterizza l’edilizia agricola del Mugello. L’arco non è molto presente nelle aperture, nelle porte, nelle finestre, salvo poche eccezioni. Quasi tutte le case hanno una specie di porticato o loggia, le cui aperture però sono rettangolari, non centinate, e sovrapposte spesso da balcone con aperture rettangolari molto allungate. Tutti i poderi, senza eccezione sono formati da una porzione di terreno arativo e da una parte di terreno boschivo, detto “Pastura”. Alcune di queste coloniche sembrano molto antiche, e fra di esse ci sono dei veri e propri resedi signorili diventati con il tempo case da lavoratore. Coloro, fra i lettori, che fossero interessati ad approfondire l’argomento presso l’Archivio si Stato di Firenze, faccio presente che la Segnatura è la seguente: “Piante dello Scrittoio delle RR. Possessioni” –  Descrizione dei poderi e fornace di Cafaggiolo – Tomi – Bobina 2 (anno 1625).

Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

IL “POLO” MUSEALE DIOCESANO
Intervista a Don Sergio Pacciani Direttore dell’Ufficio d’Arte Sacra della Diocesi di Firenze
Pubblichiamo integralmente l’intervista fatta a Don Sergio Pacciani, Direttore dell’Ufficio d’Arte Sacra della Diocesi di Firenze. Questa intervista non ha bisogno di commenti, in quanto si commenta bene da sola. Precisiamo solo che Don Sergio Pacciani ricopre l’incarico  di  Direttore di tale Ufficio Diocesano dal lontano 1982. Don Pacciani perché è importante l’anno 1986? Poiché in tale anno è stato istituito l’Ente Diocesano per il sostentamento del Clero, con Sede a Roma, al quale sono devoluti in proprietà tutti i beni immobili della Chiesa. Da tale anno praticamente tutti i sacerdoti diventano dei semplici stipendiati, e non viene riconosciuto loro più nessun beneficio. Questo è un Ente proprietario, che ha facoltà di vendere, affittare i beni immobili, per conto naturalmente della Chiesa, come un qualsiasi altro Ente Immobiliare privato. Questo, per dire, che chiese e canoniche, case e terreni annessi son diventate proprietà dell’Istituto, che in certi casi vende ad esempio chiese e canoniche, in altri casi, sempre ad esempio ha rifatto le canoniche. Perché è un proprietario e quindi può praticamente utilizzare la proprietà come gli pare e piace, anche nei casi delle chiese. C’è stato un bel cambiamento allora? A questo punto non conta più la chiesa, la parrocchia o il Vescovo. C’è un proprietario che attualmente adopera il patrimonio come gli pare. Mi sembra mi abbia detto che questo Istituto può anche dare in vendita o affittare.  Nel caso della chiesa di Camoggiano è vero che è stata sconsacrata? E’ bene precisare, la chiesa non è sconsacrata. La chiesa rimane sempre consacrata, poiché in qualunque momento si può celebrare messa o quqalsiasi altra cerimonia religiosa. Restando a Camoggiano, per esempio, tutti gli annessi sono stati dati in affitto o in vendita. Infatti, i migliori vengono dati in affitto. Però la chiesa di Camoggiano, mi sembra molto trascurata, talune parti necessiterebbero un restauro urgente. Se io ho una proprietà, che non serve più alla destinazione per cui è nata, è naturale che venga trascurata. Un esempio, può essere un canile, se io il cane non ce l’ho più….Il compito della chiesa è quello….Nel frattempo, cosa è successo….In questi ultimi 15-20 anni, di tutti i preti che c’erano, ne sono rimasti ben pochi. L’età media è di ben 65 anni. Anche per i monasteri è la stessa cosa? Questa è un’altra faccenda. Anche loro hanno molti anziani. D’altra parte è una realtà. La chiesa di campagna non ha più senso. La gente si è inurbata tutta quanta. Tant’è vero che i paesi che contavano 1000-2000 abitanti, le periferie, Rifredi per esempio; la chiesa di Rifredi non so quanti abitanti avrà avuto 50 anni fa, ora sono più di 20000 persone. Allora a questo punto è chiaro che lì ci sono tre preti e da atre parti non ce ne sono più. Questo fenomeno è successo anche in passato, no? A questo livello, no, però. Anche se non a questo livello è successo però anche nel Medioevo. Diciano non c’è stata questa crisi sacerdotale. No, perché una volta fare il prete era un mestiere come un altro. Oggi invece essere prete è una cosa abbastanza difficile. Quindi Don Pacciani le opere, ad esempio, sono state date ai musei del Mugello, ad esempio a quello di Vicchio o Sant’Agata, a quale titolo? Le opere mobili, non vanno in proprietà all’Istituto (Sostentamento per il Clero), poichè i beni mobili non c’entrano nulla con l’Istituto. I beni mobili hanno una caratteristica, sono proprietà della Diocesi, con la tutela dello stato; qui però, alla fine, non si capisce più chi è il proprietario, forse lo Stato, forse la Diocesi. A questo punto chi è in pratica il proprietario? In pratica lo Stato. Allora questi piccoli musei, tipo Vicchio, è diventato proprietario lo Stato? Non è proprietà dello Stato. Soltanto che loro hanno diritto di tutela, che poi tutela significa nè eliminare nè vendere. Quindi a questo punto la Curia è proprietaria a metà. Il Parroco è un enfiteuta e basta, cioè utilizza le cose che ha, però non sono sue. La situazione è questa, cioè la legge del ’39, stabilisce che i preti non siano altro che dei custodi, i quali utilizzano le cose che hanno però non sono proprietari. Se in una chiesa per spostare un dipinto del ‘200 –  ‘400 e anche dopo, la Soprintendenza mi dice tu la metti lì, non la metti là, la cosa  in effetti non è mica mia. E’ vero. C’è addirittura qualcuno che ha subito anche delle angherie, se ha fatto qualcosa che andava per il bene della chiesa. Questa situazione ambigua, ma fino a un certo punto. Come mai questi beni mobili, pitture, sculture, arti minori sono stati dati al Museo, per esempio di Vicchio? Se no li portava via qualcuno. Perché Vicchio, ad esempio, e non al Museo Diocesano?  Perchè il Museo Diocesano, purtroppo, ha degli spazi limitatissimi. Io addirittura ho roba in deposito che dovrebbe essere esposta e invece non ho posto. Tuttavia, Museo Diocesano, è tutto l’insieme. Questa è una cosa da metterci bene e chiaramente in testa. Il Museo diocesano è composto da tutti i musei realizzati. Non è soltanto quello di Firenze che io chiamo Museo Diocesano nel senso stretto. Quindi il Museo Diocesano è quello sul territorio. Quindi tutti e 10 i musei realizzati sono il Museo Diocesano. Se lei per esempio dal Museo di Vicchio volesse riprendere un’opera? Noi si è fatto una specie di contratto o concessione con il Comune con degli oggetti messi nel museo. A questo punto si affida la gestione, in questo caso anche di carattere civile, non ecclesiastico,  e dietro c’è sempre la Soprintendenza e ci sono anche i preti. Il direttore, sarebbe quindi un parroco pro-tempore. A Vicchio, no, perché non glien’é fregato nulla. A tutti e due. Questo per dire le cose come le stanno. Lì però ci sono le opere di tutto il Mugello. Certo, d’altra parte però è l’unico museo del Mugello. No, c’è anche quello piccolo di Sant’Agata. No, quello di Sant’Agata è parrocchiale. Come a San Donnino a Brozzi ce n’era un altro. Fatto benino anzi, meglio di quello di Sant’Agata, però ci sono poche cose e sono della parrocchia. Però bene o male se si contano tutti i musei sono 12 e non sono 10. Ripeto, i due che sono parrocchiali fanno parte dell’insieme. Sono 12 in tutta la Diocesi di Firenze? Sono 12. Fra cui c’è anche quello di San Casciano? Mi sembra quello di San Casciano sia un buon museo. Ma tutti, anche l’Impruneta, anche Tavarnelle, Vicchio. Si, si anche Vicchio, ci sono stato. A me è piaciuto molto. Lei come la vede questa esperienza di questi piccoli musei, disseminati un po’ in qua e un po’ in là? La si vede bene tutti, per forza, poichè il museo centrale non è mai stato fatto e nessuno ne ha parlato. Quindi ancora non è stato fatto? Ma neanche si farà più. Perchè? Non è quello a Santo Stefano a Ponte? No? Quella è una parte e basta. Non è il Museo diocesano. Il Museo Diocesano esattamente dov’è? Ripeto, allora non ci si intende, tutto l’insieme dei musei locali formano il Museo Diocesano. Si, ho capito però uno fiorentino. Sarebbe quello di Santo Stefano al Ponte. C’è anche un deposito lì? E’ anche deposito, però quello è un museo vero e proprio. Quindi il Museo Diocesano comprende tutti questi musei? Tutti i musei realizzati Da come mi dice proprietà allora è la chiesa? Anche di quello di Vicchio? Ripeto. Se si pensa a San Casciano, proprietario è addirittura il Comune e la Compagnia del Suffragio: il caso più anomalo che si possa immaginare, ed è gestito dalla Banca del Chianti fiorentino. Tre convenzioni: con Comune, con la Compagnia del Suffragio e con la Banca. Però, ecco, gli oggetti, rimangono sempre di proprietà della Diocesi e la supervisione degli Enti di tutela, che è lo Stato. E in tutti i casi i musei si sono fatti con la presenza diretta della Soprintendenza. Si è tuttavia lavorato direttamente e manualmente con le nostre mani. Non c’è il pericolo che tutte queste opere d’arte  vengano poi inglobate dalla Soprintendenza? Se non fa una legge di Stato, come ha fatto per esempio  con le chiese e con i conventi. Cioè quelle leggi di soppressione? Si, ci vuole una cosa di questo genere. Ma lo Stato non lo farà mai, poiché a questo punto gli conviene di più mantenere….Però l’ha fatto in passato. Certo che l’ha fatto, ma quando l’ha fatto è stato perché gli comodavano gli ambienti, mica le opere che c’erano dentro. Naturalmente, quando lo Stato comincia a funzionare ha bisogno di scuole, carceri, caserme…. E’ stato fatto di tutto nei conventi. Non è che allo Stato interessi le opere d’arte. I Musei sono strapieni da tutte le parti. Diciamo, previsioni di altri musei, a meno che non siano di cose moderne….per le cose antiche non ci sono. A questo punto sarebbe un aggravio che lo Stato si piglia. Lo Stato per questo ha cominciato la catalogazione perché non sparissero. Ai privati? Quello che c’era anche nelle chiese, o buttato via. Perché bene o male lo Stato rimane sempre proprietario  di queste cose, però le fa gestire da altri. Quindi qui a Firenze, quei musei sono un vanto anche per la Soprintendenza, poichè è una realizzazione che dà prestigio alla Soprintendenza stessa. Lei si riferisce a questi musei diocesani sparsi? Certo, il Paolucci l’ha detto e scritto chiaramente, anche scritto e lo dice di continuo. Lui passserà alla storia, non tanto per i musei della Sorpintendenza,  ma per quanto è stato fatto in materia di musei locali. E Chiarelli? Insomma a Vicchio fu lui….Vicchio era già un’altra cosa, era una raccolta, ma museo in senso stretto, no. E’ stato quindi Paolucci…? Paolucci?….Veramente siamo stati noi. Dico Paolucci come Soprintendente, e poi lei ha fatto la sua parte come Diocesi….Quindi anche Piovanelli è stato….Piovanelli non c’entra nulla. Che si fossero fatti o no, per lui era tutta pari. Per esser chiari è l’Ufficio per l’Arte Sacra….non la Curia di Firenze. A ciascuno il suo, perché se no….Perchè loro si occupano più di pastorale, ecc? Infatti di questo non gli è mai interessato nulla. In effetti. Se la roba non si metteva al sicuro prima, e la si metteva nei musei dopo, sarebbe andata tutta persa. Dunque questa è stata una cosa buona, poiché altrimenti  erano tutte opere che andavano perse, rubate. Chiunque sia il proprietario, che sia la chiesa o sia lo Stato, per lo meno queste cose ci sono ancora, se no sarebbero sparite tutte o comunque gran parte sarebbero sparite. Io mi trovai in tre casi almeno di portar via la roba, ad esempio, oggi, perché il prete era morto ieri e domani l’altro, naturalmente, ci sarebbero entrati i ladri. Il punto critico è proprio quello lì, nel passaggio. Infatti, io l’ho fatto sempre tempestivamente, io ho sempre portato via tutto, al momento giusto. A San Donato in Poggio c’era sempre il prete esposto, quando io portai via, da solo, con l’automobile tutta la roba. Da quanto tempo ricopre questo Ufficio, Don Pacciani? Dal ’79. Dal ’79 quindi Lei questo periodo l’ha vissuto tutto in prima persona. Si, ripeto. Il programma s’è fatto dall’’84-’85 in poi. Si era previsto tutto questo. Prima ancora dell’istituzione dell’Istituto per il Clero. Poichè le chiese vuote sono sempre parrocchie, ma fino a che sono dentro… l’unica cosa è portar via tutto, buono o poco buono. Questo è interessante, io credo che la maggior parte delle persone, non sanno. Tutte le cose che io ho fatto per il museo di Firenze l’ho scritto e articoli ne ho fatti più d’uno Lei scrive anche molto bene poichè mi fece anche la recensione al mio libro Le chiese del Mugello, ce l’ho ancora, è bellissima…Tutto sommato questo dei musei è un aspetto positivo del passaggio di queste opere d’arte della gestione dalla chiesa a una collaborazione chiesa-stato-enti. Anche perchè tutti quanti siamo convinti che queste cose non siano di uno o di un altro. Sono patrimonio conune e quindi si è salvato il patrimonio. Si è riproposto insomma una forma interessante, per cui ogni museo ha le opere più importanti; ci sono le opere del circondario, vicariali, per questo si chiamavano anche musei vicariali. Voi con l’organizzazione non c’entrate in nessuno di questi Musei? Voi non ne gestite, neppure uno? Escluso questo di Firenze, non ne gestiamo nessuno, poiché negli altri si è fatto una convenzione con i Comuni, anche perché per i finanziamenti, per fare i musei, c’è stata anche la Regione Toscana, quindi a questo punto era obbligo che ci fossero anche gli enti locali. Don Pacciani per Firenzuola è prevista qualcosa? Era previsto qualcosa, ma tanto non verrà fuori nulla. Anche perché non c’è nulla da mettere. Un altro previsto era Pontassieve, am anche lì non c’è nulla. Ci sono un po’ di cianfrusaglie. Avevo sentito che a Firenzuola l’avrebbero fatto in una certa chiesa. La chiesa della SS. Annunziata. Andrebbe rifatto tutto ed è costoso… Quando si cominciò con questi musei le spese erano piuttosto limitate. Cioè ci sono costati poco. Quello di Tavarnelle si è fatto con 80 milioni ed è un bel museo come quello di San Casciano. Però oggi le cose vengono fatte con più lusso e più spese. Certaldo è costato un miliardo e 700 milioni, mica storie. Lei pensa che la creazione di questi musei diocesani sia una tappa intermedia oppure una cosa definitiva? E’ definitivo poiché è giusto che ogni zona abbia le sue opere d’arte. E’ definitivo poiché si è fatto una convenzione alla quale poi è seguito un contratto per cui non si può ripigliare nulla da nessuna parte.  E’ bene, poichè, in fondo, le opere sono state donate dal popolo, no? E al popolo ritornano. Difatti io avevo a Firenze certe opere che sono ritornate sul territorio. Quindi c’è stato un travaso di opere d’arte che voi avevate a Firenze e sono state portate in Mugello? Si, certo, c’è stato. A Vicchio portai un mucchio di roba che avevo a Firenze. L’ho tenuta per una decina d’anni e basta. D’altra parte se non facevo così……
Paolo Campidori
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GRANDE RADUNO DI GIOVANI A MONTESENARIO
Le altre importanti manifestazioni culturali e religiose sul Monte
Montesenario, si sa, è il “monte” per eccellenza, il monte amato da tutti, fiorentini e mugellani in modo particolare, ma quando parli di Montesenario la parola è conosciuta non solo in tutta Italia ma anche all’estero. E’ arcinoto infatti che questo “umilissimo” ordine dei Servi di Maria, iniziò con un gruppetto di persone, tutti o quasi di discendenza nobile, che verso la metà del 1200, lasciarono la città per ritirarsi sul “Monte” a fare vita di preghiera e penitenza. Questo Ordine, al pari dei francescani, viene inserito fra i “mendicanti”(anche se osservano la regola agostiniana), fra coloro insomma che vivevano esclusivamente sull’elemosina. Questa forma di chiedere umilmente, casa per casa, il necessario per vivere è andata avanti per secoli, anzi, ho la testimonianza di un frate che ancora una trentina d’anni fa andava alla “cerca” presso i contadini del Mugello, raccapezzando qua e là qualche “formaggino” fresco, qualche ricottina, e quando andava bene qualche polletto per fare il brodino agli “anziani” del convento e ai confratelli malati. I Sette Santi fondatori salirono questo monte impervio sapendo che avrebbero fatto una vita molto difficile. Sapevano che si sarebbero cibati di cose semplici e umili, magari bacche e frutti dei boschi; sapevano che non avrebbero dormito in comode camere impreziosite da lussuose suppellettili, come erano abituati, essendo gli stessi ricchi, ma avrebbero dormito dentro grotte umide e in spelonche terribili, sulla nuda terra oppure su lastroni di roccia. Una rappresentazione molto attinente alla realtà la possiamo ammirare in quel bellissimo affresco di Pietro Annigoni nel coro della chiesa. I futuri sette Santi, persone dalle facce “rudi”, vestiti di abiti monacali, portano sulle spalle, alcuni rozzi bagagli, contenenti le loro misere cose, e, camminando a fatica, guardano verso la cima del Monte, dove li attende la figura della Madonna, la Mamma Celeste di ognuno di noi. Oggi, che siamo nell’anno 2002, agli inizi del terzo millennio, il “Monte” si risveglia, per così dire, si mobilita, per accogliere e invitare i giovani di tutta Italia a partecipare a un grande raduno, proprio per ripetere idealmente questa “ascensione” che fecero i Sette Santi. Ma qual’é lo scopo di questo grande raduno? Innanzitutto, i giovani partecipanti, avranno incontri di riflessione, condivisione e servizio al alcune realtà della società in difficoltà. Il tema dell’incontro è: “Dal volto ai volti”, questo tema sta a significare che il volto (e la misericordia del Signore) si rivolge ai volti delle persone. In altre parole, ritrovare i tratti di Cristo nelle persone per costruire un futuro più a misura d’uomo, quindi migliore. Questa è decisamente la manifestazione “clou” dell’estate a Montesenario. L’esperienza è offerta ai giovani dai 18 ai 25 anni e prevede l’alloggio nei locali del convento e di conseguenza richiede disponibilità da parte dei giovani ai ritmi comunitari. La manifestazione ha un nome: si chiama “Senario Giovani” e si terrà dal 4 al 10 agosto p.v. I giovani interessati potranno iscriversi o semplicemente chiedere informazioni a Padre Bruno Zanirato oppure a Padre Renzo Marcon ai numeri 055/406441-2. Oltre a questa manifestazione nel corrente mese di luglio ed esattamente dal 22 al 27 si terrà, sempre a Montesenario, la 24° Settimana di storia e spiritualità, avente per tema “La Povertà”. Questo è un tema molto attuale, specie nella società odierna che, giorno dopo giorno, subisce un processo di scristianizzazione ed è sempre più attenta a quelli che sono i miti e gli idoli della società di oggi che sono il “Dio Quattrino”, la Borsa, i Titoli, le auto di lusso, l’eleganza. Il tema dell’incontro è interessante anche perché vuole “fare il punto” sulla necessità della povertà o meno degli ordini religiosi e in modo particolare sui Servi di Maria. Ma cosa si intende oggi per povertà? E’ cambiato il modo di interpretare il significato di povertà? Fino a quanto è giusto essere ricchi? Sono questi i temi di un’attualità assoluta. Perché non calarsi per alcuni giorni, almeno, nei panni e nello spirito di San Francesco e in quelli dei Sette Santi Fondatori? Per San Francesco e Santa Chiara e per i Sette Santi la povertà rappresentava la maggior ricchezza poiché svincolandosi dall’attaccamento dai beni terreni, più facilmente si poteva “raggiungere” quel Dio che i  nostri Santi hanno dimostrato di amare in modo particolare. Questi sono alcuni temi dei convegni della Settimana di Storia e Spiritualità: Cristo povero, La povertà secondo Cristo, La povertà: pregi e limiti, La povertà tra i Servi, Evoluzione e concetto di povertà tutti temi di assoluto interesse. Coloro che fossero interessati a parteciparvi possono chiedere informazioni a Padre Luigi de Candido, Priore del Convento al numero 055/406441. Sempre a Montesenario, non manca in questa stagione l’arte. Una interessante mostra di pittura e scultura è già in corso e durerà fino alla fine di agosto. Espone l’artista Antonella Grassia, una pittrice e scultrice interessante, che ha fatto del ritratto il suo cavallo di battaglia, ma che tratta anche altri temi interessanti con un colorismo accentuato, molto originale. La mostra espone tra l’altro anche alcuni disegni. La mostra è aperta il sabato pomeriggio e la domenica (mattina e pomeriggio) con ingresso libero.
Invitiamo le persone a recarsi al “Monte”, troveranno quassù arte, storia, religiosità, refrigerio dall’afa cittadina, aria fresca e salubre delle abetìe, e perché no, anche un buon “gemmino” da degustare presso il bar del Convento.
Paolo Campidori
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UN RAGAZZO DI CAMPAGNA-Un racconto autobiografico
Da cacciatore di lucertole alla passione per l’arte e la fotografia
Sicuramente la passione per l’arte e per tutto quanto vi gravita attorno l’ho ereditata, se così si può dire, dall’essere stato dipendente del Ministero Beni Culturali a partire dal 1965, anno in cui, terminato il servizio militare, mi si presentò l’occasione di un impiego a tempo determinato. Fui dapprima distaccato ai musei di Pitti e lì ebbi modo di vedere la ricchezze di opere d’arte che vi erano esposte o immagazzinate negli sterminati depositi del palazzo. Il Palazzo già bellissimo di suo, con le sue ampie finestre che si aprivano, da una parte verso il Giardino di Boboli, e dell’altra verso lo stupendo panorama della città, con i campanili, la Cupola del Duomo, le torri, così vicine che avevi l’impressione di toccarle con un dito, non avrebbe quasi avuto bisogno di tanta ricchezza al suo interno. Mi ricordo i vasti e interminabili corridoi, le sale ricchissime di decorazioni che si susseguivano una all’altra, le innumerevoli tele e pale, alle pareti di autori quali Tiziano, Raffaello, Rubens, ecc. Forse era troppo per un semplice ragazzotto che veniva dalla campagna, in quel di Fontebuona, abituato ad una vita campagnola, che si svolgeva fra il fosso, la Carza, e i suoi borri (nei quali noi andavamo spesso a tuffarci per sfuggire un po’ alla calura estiva), le colline, Piandalecchio, Ferraglia, San Michele, oppure le frazioncine vicine al paese che avevano i nomi di Saltalavacca, Bicchi, La Fora, Starniano. Fu osservando quelle tele, quegli splendidi volti di Madonne, di dame, ma anche di splendidi paesaggi che mi resi conto di quanto gli artisti del passato e le loro botteghe avessero raggiunto un grado di perfezione tale, che io penso non sarà più possibile raggiungere nel futuro, tanto meno oggi che viviamo in una società industrializzata, dove l’arte e l’artigianato non sono davvero incoraggiate. A Pitti allora c’erano quattro musei: la Galleria Palatina che occupava il primo piano del palazzo, insieme agli Appartamenti Monumentali, che sarebbero stati la residenza dei Medici, prima, e la Residenza del Re d’Italia, quando Firenze diventò la capitale d’Italia. Al piano superiore c’era la Galleria d’arte moderna, con i dipinti dei Macchiaioli, di Signorini, Cabianca, Lega, insieme alle sculture dei nostri maggiori artisti vissuti a cavallo fra Ottocento e Novecento. Fra tutti questi quadri me ne ricordo di uno, in particolare, però non mi ricordo l’autore, che sicuramente era della seconda metà dell’Ottocento. Il quadro rappresentava un campicello con dei cardi, nella stagione invernale, con una luce mattutina, che li illuminava di una bella luce radente, e questa metteva in mostra dei piccoli ghiaccioli che nella nottata si erano attaccati alla pianta. Questo quadro mi ricordava l’orticello di mio padre a Fontebuona, che quando arrivavamo al periodo invernale, i cardi, il cavolo nero e poche altre poche piante erano gli unici ortaggi che riuscivano a sopravvivere ai rigori dell’inverno. In questo quadro di Pitti, c’era dunque tutta la poesia, il ricordo, l’amore che mio padre aveva verso il suo orticello e le sue piantine. Ma torniamo a Pitti. Al Pianterreno invece il Palazzo ospitava il Museo degli Argenti, la cui denominazione era un po’ impropria poiché oltre gli argenti c’erano avori, pietre dure, cristalli di rocca, insomma un po’ tutte le suppellettili di lusso che erano appartenute ai Medici-Lorena. Oltre a questo, a pianterreno il palazzo occupava il Museo delle Carrozze, appartenute ai Medici. Mi ricordo queste belle carrozze decorate e rifinite con legni pregiatissimi e oro che facevano spicco in dei saloni non troppo consoni al prestigio di queste Cadillacs o Limousines d’altri tempi. E poi i depositi, stracolmi di opere, che io mi domandavo chi mai ce le avesse portate e da dove venisse tutta questa grazia di Dio. Seppi poi che, parte di queste opere provenivano anche dal Mugello, il Granduca infatti, come pure gli altri membri della famiglia Medici, erano grandi collezionisti, oltre ché dei grandi mecenati. Prima di allora le uniche opere d’arte che avevo visto erano una tavola di San Niccolò, una pittura attribuita a Neri di Bicci, che si trovava nella chiesina di Ferraglia, e un’altra raffigurante l’Angelo Michele, nell’altra chiesa di Fontebuona detta di San Michele alle Macchie della quale era curato Don Luigi Visani, un bravissimo sacerdote di origine palazzuolese che è stato in quella chiesa moltissimi anni coadiuvato dalla sua Perpetua che si chiamava Teresita. Questo bravo sacerdote ebbe il merito di farsi amare da tutti i parrocchiani per la sua bontà.Mi ricordo che a questo sacerdote gli feci da chierichetto per diversi anni. A questa fase adolescenziale seguirono gli studi nella città. I miei avevano scelto per me una carriera che non mi era proprio consona e cioè decisero di farmi frequentare la scuola alberghiera, la quale, dicevano, mi avrebbe subito aperto la strada ad un lavoro. Era una scuola professionale, e d’altronde, io, figlio di un operaio, non avrei potuto fare altrimenti. Ma questa carriera, io ragazzo di campagna, vissuto in un ambiente periferico e abbastanza povero, l’ho vista subito come qualcosa che non era adatta a me. Seguirono alcuni tirocinii in Italia e all’estero e poi il servizio militare. Al termine degli studi mi liberai dall’ambiente degli alberghi, che io sotto sotto detestavo, in quanto era un ambiente troppo ricercato, troppo sofisticato, sempre “in etichetta”, sempre vestiti con l’abito scuro….insomma era una cosa che non si addiceva a un ragazzo campagnolo, che aveva sempre vissuto in un microcosmo fatto di persone (sempre le stesse), del fosso, dell’orticello del padre, del campicello di calcio. Insomma rinunciai volentieri a quel tipo di vita che ti costringeva a servire e riverire i Nababbi di tutto il mondo. Conclusi gli studi ottenendo un ambito posto di lavoro all’Hotel Excelsior di Firenze, presso la Recption dove ho avuto modo di conoscere e dare la mano a personaggi illustri: uno di questi ad esempio era Indro Montanelli che quando era a Firenze soggiornava presso quell’albergo e inviavi i suoi articoli al Corriere della Sera dalla telescrivente dell’albergo. Ma altri personaggi famosi soggiornarono durante il periodo che io ero lì: il Presidente degli Stati Uniti, Scià, Imperatori, Re del petrolio, attori e cantanti famosi, fra i quali Mina, Rita Pavone, ecc. Non ebbi neppure il tempo di abituarmi che sbarcai nei musei fiorentini e qui in questi ambienti la vita era talmente diversa dal lusso degli alberghi. Tutto qui era molto antiquato e tutto si muoveva a dei ritmi davvero lenti, statali se volgiamo o conservatori. Infatti qui non c’era da fare altro se non quello di conservare il patrimonio artistico. Ben presto la mia indole, il mio carattere si ribellarono, non potevo accettare una vita così statica e accontentarmi solo di quella. Cominciai a viaggiare per il Mugello, a visitare tutte le sue chiesine, anche quelle più solitarie, cominciai a interessarmi del paesaggio che stava cambiando da rurale in urbanizzato, mi interessai soprattutto delle case coloniche, in particolar modo di quelle abbandonate che stavano per cadere e che di lì a qualche anno non ci sarebbe stata più memoria. Con la mia reflex, dotata di grandangolo e leleobbiettivi varii, riempii rotolini e rotolini di pellicola Ilford bianco e nero che stampavo e ingrandivo per mio conto. Mi piaceva interessarmi delle piccole chiesette rurali mugellane, poiché erano trascurate, nessuno allora ne parlava. Tutti preferivano parlare delle grandi chiese, dei grandi palazzi di Firenze e proprio per questo mi sembrò giusto che si parlasse anche delle nostre campagne in via di abbandono. Era facile parlare del Duomo, di Palazzo Strozzi, del Bargello, ecc., molto più difficile era invece parlare della Pieve di Montecuccoli, della chiesa di Ampinana, della chiesa di Spugnole, di Cornetole. Riuscii a dare alle stampe il mio primo libro, Le chiese del Mugello, che ricordo, uscì contemporaneamente con il libro di Barletti e Squilloni, intitolato Mugello. A quei tempi, il Mugello, bisogna dirlo, non interessava a nessuno o quasi. Dalle foto bianco nero passai alle diapositive a colori, queste mi davano più soddisfazione poiché il Mugello è bello anche per i suoi colori. Da allora la mia vita è stata una continua ricerca di paesaggi, di scorci suggestivi, di angoli di paese sconosciuti, di case coloniche, di chiesine, di campanili, sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, sempre alla ricerca di qualche foto che “raccontasse” qualcosa. Ho collezionato ben 7000 diapositive, di cui la metà riguardano il Mugello e l’Alto Mugello. Questa è stata la mia passione che mi ha convolto e in un certo senso mi ha “travolto”. Ma l’ho fatto volentieri, in un tempo dove tutti si occupavano di altre cose ben più remunerative di questa, e quando nelle campagne mugellane tiravi fuori il cavalletto con la macchina fotografica, ti prendevano per scemo. E’ seguito poi il mio secondo libro “Folli e sapienti”, una raccolta di frasi, proverbi riflessioni ecc., e nella prefazione del quale io dico che lascio ai lettori il compito di  collocarmi fra i saggi o gli stolti.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

LE MILLE STELLE DI RAZZUOLO
Una vecchia canzone popolare dice: “E prima San Frediano l’era un fiore, e ora l’è un castello abbandonato, e prima c’era lo mio amore ….ecc. ecc.”. In questi versi un innamorato ricorda, quando ancora San Frediano a Firenze era un quartiere popoloso, un po’ fuori città, ma era una quartiere “vivo”, con i bottegai, le vecchie trattorie, i personaggi caratteristici che parlavano un dialetto tutto particolare e un po’ sboccato. Tant’è che quando un fiorentino parlava un po’ “sbracato” si diceva allora: “Di do’ tu vieni, che se’ di San Frediano? Ritornando ai versi e all’innamorato, si dice che, purtroppo, ora  l’è un castello abbandonato e che prima c’era lo suo amore e ora non c’è più. Tutto è andato perduto proprio come a Razzuolo. Nella mia gioventù ho frequentato, e per un tempo abbastanza lungo, questa località che si trova ai piedi della Colla, poiché proprio in questo piccolo paese, che era una volta un antico castello, abitava un vecchio “mio amore”. Cose giovanili, beninteso! Insomma in quei famosi anni ’60, che erano un po’ anche i miei, mentre stavo facendo il servizio militare, nientedimeno che a Firenze, facevo la spola su e giù: estate, inverno, con la neve, con il ghiaccio. Anzi, allora, il ghiaccio non ci faceva affatto paura. Mi ricordo che per essere a Firenze alla mezzanotte, scadenza del permesso, partivo da Razzuolo alle 23,30, e con la mia Diane “Deux chevaux”, vi ricordate quell’auto tutta molleggiata? Insomma, una curva a destra e una a sinistra, in ripetizione costante riuscivo ad arrivare alla caserma con quei cinque minuti di ritardo, che si chiamavano i cinque minuti di comporto, e ti evitavano la ‘consegna’. Ma perché tutto questo prologo? Perché allora che avevo 20, e come me tante altre persone, anni non pensavo certo nè alla storia, né all’arte, né al folklore. Pensavo a tutt’altre cose! Cioè? Beh, immaginate voi…E’ proprio vero quel detto che dice “Tira più un pelo di …..che un carro di buoi”. Poi si è visto anche, nella trasmissione di Panariello, che è un trattore quello che tira più di un carro di buoi. La compagnia era piacevole, in quel piccolo borghetto di campagna, dall’aria così salubre, si trascorrevano delle ore felici, e si stava allegri con del buon vinello toscano. Mi ricordo che all’Osteria, ancora si è mantenuta tale e quale, si beveva un “vinsantino” mica male. E poi le cene, la danza a Razzuolo e a Casaglia. E niente ci fermava. Ma chi se lo immaginava allora che quel paesino di montagna una volta era molto importante? Io non mi sono mai accorto di nulla, né nessuno mai del posto mi ha detto qualcosa del passato illustre del paese. Qualcosa che c’era ma ora non c’era più, proprio come nella canzone. Poi la vita cambia, da giovane “latin lover”, o “vitellone” che dir si voglia, si passa nella categoria “persone serie”, si diventa insomma intellettuali. Si va a frugare negli Archivi, si esaminano manoscritti e pergamene, si consultano libri moderni e antichi….Che cambiamento! Mio figlio dice cambiamento da “choc”. Sara vero? Insomma, prendiamola come vogliamo, si viene a sapere che in quel borghetto chiamato Razzuolo, in passato, era un Castello, menzionato da Matteo Villani, nel libro VIII della sua Cronaca, ma anche dal prestigioso borghigiano Brocchi nella sua Descrizione del Mugello della metà del ‘700. Ma non è finita, cari amici. Razzuolo era sede di una delle più prestigiose Abbazie Vallombrosane sorte intorno ai primi decenni dell’anno 1000. Questa Abbazia voluta proprio da San Giovanni Gualberto, fu eretta nello stile vallombrosano, ed è, addirittura, quasi gemella dell’Abbazia di Rio Cesare a Susinana, presso Palazzuolo, I vallombrosani, non dimentichiamolo, nella zona mugellana avevano anche l’Abbazia di Moscheta. Si erano estesi un po’ a macchia di leopardo nel territorio del Mugello e Alto Mugello. La cosa interessante è che queste abbazie furono costruite in punti strategici, quali vie di comunicazione di importanza notevolissima. Anche a Crespino e a Marradi troviamo abbazie dello stesso ordine. Uno studio approfondito di questi insediamenti, allora detti eremitici, chiarirà il ruolo religioso e politico di queste strutture. L’abbazia di Razzuolo, una volta terminata fu affidata alla guida del monaco, poi Abate Teuzzone, che era anche il biografo di San Giovanni Gualberto. A Teuzzone, divenuto poi anch’egli Beato, furono affidati otto monaci, che, forse per la loro vita esemplare e la loro santità furono chiamati “le otto stelle di Razzuolo”. I monaci oltre alla preghiera, oltre alla salmodia, avevano anche il compito del lavoro, glielo imponeva la regola. Questi monaci quindi disboscavano e dissodavano terreni, si occupavano di agricoltura, di pastorizia, di costruzione di strade e di piccoli ponti ed avevano il compito dell’accoglienza dei pellegrini. In nome di Dio, davano, a chi glieli avesse chiesti, legna, pane, latte, lana ecc.Questa abbazia ha avuto una vita molto lunga, circa sette secoli, prima di trasferirsi a Ronta nella nuova sede. In sette secoli quanti monaci sono stati accolti nell’eremo di Razzuolo? Da “otto stelle” iniziali, le stelle sono diventate centinaia, mille e forse più. Ecco perché a Razzuolo, castello abbandonato (e distrutto), Abbazia secolare ora irriconoscibile, nelle sere d’inverno e d’estate brillano alte nel cielo mille stelle. Sono le stelle dei monaci dell’Abbazia di Razzuolo, che sono volate così in alto e brilleranno per secoli e secoli.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

ONA, ONA MA CHE BELLA RIFICOLONA
Dicomano in festa esibisce la sua Rificolona più bella
Ona, ona, ma che bella Rificolona, ma mia l’é coi fiocchi la tua l’è coi pidocchi….Chi non ha cantato nell’infanzia e nella giovinezza questo bel ritornello, oppure chi non l’ha fatto cantare ai propri figli o ai propri nipotini? Sicuramente questa è un delle più belle feste che hanno luogo in Firenze e nel contado fiorentino. Probabilmente la storia di questa festa si perde nei tempi ed ha come sicuro aggancio le feste carnacialesche di fiorentina memoria, feste che si svolgevano, principalmente durante il ‘400, nei periodi di pace, quando Lorenzo il Magnifico, grande politico e grande stratega e grande paciere, riusciva a far di Firenze l’ago della bilancia nelle contese nazionali e internazionali. Lorenzo, grande diplomatico, riusciva a conciliare le aspettative dei fiorentini, coltivando le feste e le arti con quelle personali e dello Stato che erano quelle di diventar più forti e più ricchi e anche quello di far quadrare le entrate e le uscite di bilancio. Le feste dunque che si facevano a Firenze erano memorabili: si tappezzavano intere strade di tappeti, si costruivano grandi scenografie ed a queste partecipavano i grandi artisti dell’epoca, si abbellivano gli angoli delle strade con ghirlande di fiori, con racemi di olivo di alloro e di altre piante simboliche, si illuminavano i palazzi con ceri, torce e la gente scendeva in strada con il vestito più elegante: per questo basti vedere ad esempio il Cassone Adimari, che rappresenta in questo caso uno sposalizio, dove gli uomini vestono elegantissimi e variopintissimi pantaloni attillati, con giacche semplici ma di un’eleganza straordinaria, e le donne splendide nei loro vestiti lunghissimi, con eleganti cappelli e straordinari gioielli fatti dalle mani dei migliori orefici fiorentini del tempo. L’allegoria era alla base di queste feste carnacialesche, che mischiava un po’ del sacro e un po’ del profano. Ma la base, il succo, era laico, e il messaggio era quasi sempre lo stesso: quello del carpe diem. In sostanza, si cercavano di dimenticare i problemi della città, si mettevano da parte le lotte guelfe e ghibelline e si ritornava a scoprire l’uomo e i suoi valori terreni. Quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia, chi vuol esser lieto sia, del diman non
v’è certezza. Così cantava Lorenzo il Magnifico quando si incontrava con la sua “Brigata”, nelle ville di Careggi e del Mugello. Poi si sa, la vita è fatta di corsi e ricorsi e queste feste dovettero con il tempo “scadere” in qualità e moralità, tant’è che i famosi piagnoni che possiamo paragonare oggi ai cattolici e ai moralisti più ortodossi, cominciarono a dire la loro ed elessero come loro portavoce il monaco domenicano Savonarola. Ma dall’altro lato i palleschi, che erano la fazione favorevole ai Medici, non ne volevano sapere di rinunciare a queste feste e a godersi la vita con feste balli e canti, tanto da contrapporsi l’una fazione all’altra, fino a determinare l’allontanamento dei Medici da un lato e l’uccisione di Savonarola sul rogo, come “eretico” (Lui che era il “castigatore” dei vizi dei fiorentini!). Ma torniamo alla nostra bellissima festa di Dicomano, la festa della Rificolona. Vi dico subito che è stata una festa bellissima, anche se come tutti i grandi attori si è fatta un po’ attendere prima di entrare in scena. E’ giusto così, è necessario creare il “pathos” o la “souspence” che dir si voglia. Io mi ero recato lì già dalle ore 21 (il mio difetto più grande è quello di essere puntuale come un orologio svizzero, e così è mia moglie che mi accompagnava, anche lei contentissima di aver visto questa festa) con la mia telecamerina, pronto a immortalare le “vedute” più suggestive e più spettacolari. Non sapevo esattamente cosa fosse la Rificolona, se  non per sentito dire. Dalle 21 alle 21,30 ho ingannato il tempo, osservando e curiosando le persone che si avvicinavano al banchino del “croccantaio” per acquistare un croccante o un torroncino. Poi la mia attenzione si è rivolta verso un gruppo di anziani signori, che erano seduti davanti alla Casa del Popolo e attendevano disciplinati, fra una chiacchera e l’altra l’arrivo del corteo con i carri. Poi la mia attenzione si è rivolta verso i bambini, alcuni piccolissimi che passavano con la rificolona, ancora spenta, tenuti in braccio delle mamme e dei loro babbi. Era una cosa bellissima. Poi improvvisamente un grido di un bambino, dalla faccina molto sveglia, ha annunciato l’arrivo del primo carro in lontananza. Non si può definire se non lo si vede. Era un tripudio di luci  di colori e anche di allegria. Ci siamo avvicinati, io e mia moglie, all’incrocio dove i carri voltavano per dirigersi verso la stazione del treno. Abbiamo avuto la fortuna (non per i carri) di poterli vedere con un approccio ravvicinato. Più che vedere, ci siamo “tuffati” in questa festa dai mille colori, l’abbiamo “respirata” e devo dire che è stata una sensazione bellissima. Sì, questa è la festa delle “sensazioni”, una festa che, per la sua semplicità e per la sua gioia ti fa palpitare il cuore. E’ una festa “laica” e “religiosa” allo stesso tempo, per grandi e per piccini, ma soprattutto per questi ultimi. Quello che mi è piaciuto di più è stata la partecipazione “sentita” della popolazione, ma soprattutto dei bambini, bellissima, che cantavano, che urlavano e facevano il tifo per il proprio carro. Mi è piaciuta inoltre la semplicità con la quale questa festa e questi carri sono stati realizzati: sono stati sufficienti due soli carrelli da supermarket per costruire sopra una “favola”, una “mitologia”, una “fontana” di giochi e di colori. Non mi chiedete quale è stato il carro più bello. Per me lo sono stati tutti. Non so neppure chi ha vinto. So appena che il carro della Serena Pinzani, nostra Redattrice capo, aveva un soggetto mitologico realizzato in chiave Walt Disney, tutto qui. Per me non ha vinto un carro, semplicemente hanno vinto i bambini di Dicomano e coloro che, sapientemente, li hanno “seguìti”, passando giorni e notti insonni nella loro realizzazione. Hanno vinto insomma, ancora una volta le persone, l’amicizia, le buone relazioni interpersonali che fanno di una paese una famiglia allargata. Hanno vinto i bambini che con i loro canti, i loro schiamazzi di gioia hanno ricordato ai grandi di esistere e hanno ricordato al paese che essi sono il bene più prezioso, il futuro di Dicomano e no n solo.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

L’ARTE E LA PACE NEL MONDO IN MOSTRA A RUFINA
Nel giugno del 2000 una rivista italiana specializzata in archeologia riportava queste notizie: “La riapertura dell’Iraq Museum di Baghdad lo scorso 29 aprile 2000, dopo dieci anni di chiusura, del più importante museo di archeologia vicino-orientale”. Due anni prima, nel 1998, l’allora Direttore Generale delle Antichità dell’Iraq, Muayad Said Dameij, aveva concesso una intervista alla stessa rivista italiana. Alla domanda su cosa sperasse per le sorti dell’archeologia del suo Paese, martoriato da anni di guerra e da un embargo, ancora allora sussistente, egli aveva risposto: “Il mio desiderio principale è quello di poter riaprire l’Iraq Museum, insieme agli altri 33 musei archeologici del nostro Paese”. E poi spiegava questa sua priorità: “Se i musei saranno di nuovo visitabili, ciò significa che vi sarà la pace. Non credo, infatti, che li riapriremo finché c’è anche solo il minimo rischio di incursioni o bombardamenti”. L’articolo del giugno 2000 continuava: “Sono 21 le sale nuovamente aperte del Museo…per ospitare le testimonianze emerse dagli scavi archeologici condotti nell’antica Mesopotamia da équipes di tutto il mondo….Oggi vi sono esposti circa 10000 oggetti relativi all’età sumerica, accadica, assira, babilonese e islamica…..Ma non tutti i reperti del museo sono presenti all’appello: altri diecimila verranno aggiunti nei prossimi mesi, altri rimarranno nascosti nei depositi….”. Poi i fatti dell’11 settembre, vale a dire l’abbattimento delle Torri Gemelle di New York. ai quali è seguita, come prima risposta, la guerra americana al terrorismo di Bin Laden e all’Afganistan. In un primo momento si era pensato che questo atto di ritorsione fosse stato sufficiente a Bush e agli Stati Uniti, ma ben presto ci siamo accorti, anche dalle dichiarazioni dello stesso leader americano, che nel giro di pochi mesi ci sarebbe stata un’altra guerra, quella appunto all’Iraq di Saddam Hessein. Il resto è storia dei nostri giorni. Vi ricordate? La pressione americana aumentava di giorno in giorno, il presidente americano, totalmente indispettito dalle prese di posizione  dell’ONU e di alcuni paesi europei quali Francia Germania e, non ultima in ordine di importanza la Santa Sede, dava segni di impazienza e andava cercando consensi (ad ogni costo) un po’ presso tutti i capi di stato del mondo. E’ in questo contesto che è nato quel forte movimento pacifista, non solo in Italia, ma in tutte le parti del mondo, che ha osteggiato con ogni mezzo il fronte della guerra. In Italia vi sono state manifestazioni importanti, lunghi cortei di pacifisti, in quasi tutte le città italiane, e ai manifestanti si sono aggiunti anche i religiosi, preti, frati suore. Non passava sera che alle notizie angoscianti del Telegiornale, che ci prospettava la guerra come una cosa inevitabile, si contrapponevano i servizi sulle sfilate di pace e le dichiarazioni pacifiste del Santo Padre, totalmente contrario alla guerra.  Anche i partiti politici della sinistra e certi conservatori moderati, i sindacati, tante associazioni, ecc., erano tutti schierati in favore della pace e contro la guerra. E poi le nostre case si sono tappezzate con gli innumerevoli e bellissimi colori delle bandiere multicolori. Anche sul balcone di casa mia, sventolava e sventola tutt’ora la bandiera con i colori dell’arcobaleno e la scritta PACE. Però la determinatezza degli Stati Uniti, insieme a qualla dei “falchi” che si trovavano un po’ in ogni paese, ha preso il sopravvento e la macchina della guerra si è messa in movimento con più determinazione. Non sono bastate le parole del Papa e della maggioranza degli italiani che si erano schierati contro la guerra. Il pacifismo degli italiani dava fastidio a molte persone, perfino in certi ambienti cattolici. In altre nazioni come  la Spagna, il governo ha aderito alle posizioni statunitensi nonostante che, ben l’85% della popolazione fosse stato di parere contrario. E’ democrazia questa? Ma ritorniamo all’intervista del Direttore Generale delle Antichità irachene Prof. Muayad Said Damerij del 1998: “Pochi mesi fa mi sono recato nel sud della Mesopotamia, per la prima volta dopo la guerra del Golfo ed ho potuto constatare che le distruzioni vanno al di là di ogni previsione. Siti archeologici, intere città antiche di 5000 anni e che fino di recente erano ancora integre, sono oggi in massima parte distrutte. Inoltre i clandestini hanno scavato decine di migliaia di fosse e hanno ridotto queste antiche rovine in un paesaggio lunare”. Tutto questo nella storia degli ultimi 15 anni. Poi, come tutti noi abbiamo visto, la guerra fosse o non fosse giusta, che la stessa fosse o non fosse lecita, gli Stati Uniti hanno iniziato il conflitto armato. Le cosiddette “bombe intelligenti”, che poi di intelligente non so cosa abbiano, sono andate a cadere su Baghdad, e, con una precisione assoluta, sono andate a cadere anche sull’Iraq Museum di Baghdad portando distruzione e terrore. L’ottimismo manifestato dal Prof. Muayad Said nella sua intervista circa la riapertura del museo si è dimostrato purtroppo non esatto e non lungimirante. Dai notiziari siamo venuti a sapere, e, dai servizi in video, abbiamo visto cose mostruose, inenarrabili, non solo per le persone, ma anche per il patrimonio artistico. L’Iraq Museum è stato letteralmente preso d’assalto e i preziosisimmi reperti in esso ospitati sono stati trafugati o andati distrutti e con essi è andata distrutta l’intera storia della nazione irachena. Avevamo ragione noi pacifisti che temevamo, tra l’altro, la distruzione della storia di una grande civiltà? Mi rendo conto anche del dolore delle migliaia di artisti, studiosi di storia e di arte, e di cittadini in genere che amano i musei, la storia, l’arte in genere. Gli artisti in particolare, per quanto mi risulta, hanno sempre privilegiato la pace e hanno sempre aborrito la guerra. Unica eccezione il futurismo di Futurballa, il quale amava le macchine, le cose in movimento, la confusione, il “progresso” e anche la guerra. Era un movimento artistico, questo, che andava di pari passo con le follie del fascismo e del nazismo. Evidentemente questo Balla era un artista fuori dalla norma. Al di là della ideologia, debbo però ammettere che a me il futurismo, come corrente artistica, mi piace. Esso fa parte di un certo periodo storico e lo dobbiamo accettare così. Diverso è il discorso della Mostra “L’arte e la pace nel mondo” rufinese, voluta in particolare dall’amico Manlio Nebbiai e da una cerchia di artisti rufinesi e della Val di Sieve. Che l’amico Manlio, fosse un mecenate e un “talent scout”, questo lo sapevo e che fosse anche un ottimo organizzatore pure lo sapevo. Se ci fosse qualche dubbio, posso dire che lo stesso Manlio è stato capace di organizzare dall’A alla Z questa mostra a tempo di record. Io voglio molto bene a Manlio, poichè è un a persona che ha dedicato la propria vita e il proprio tempo libero a favore dei suoi concittadini rufinesi. In particolare Manlio ha organizzato mostre e concorsi artistici che hanno fatto molto onore alla cittadina e al Comune in cui abita, e per questa ragione l’amico Manlio merita tutta la nostra stima e rispetto.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

STRAORDINARI AFFRESCHI DA SALVARE A LUCO DI MUGELLO
Ho avuto modo di visitare, recentemente, l’ex monastero delle monache camaldolesi di Luco di Mugello. Mi ha accompagnato in questa visita il custode, signor Giuseppe Mengoni, che ha la cura dell’orto, che si trova di fronte al loggiato Sud. La visita si è limitata solo, e per fortuna, all’esterno dell’ex Monastero, in quando il Mengoni non ha le chiavi per entrare all’interno. Dico, per fortuna, perché immagino quante brutte sorprese mi avrebbe riservato la visita all’interno, calcolando quello che ho visto all’esterno! Moltissime le cose orripilanti che appartenevano all’ex ospedale mugellano: sporcizia e rifiuti in abbondanza, degrado, stato di totale abbandono. Per  fortuna ho notato anche cose  interessanti fra le quali una cappellina in fondo all’orto, presso il muro di cinta, che serviva alle monache per raccogliersi in preghiera, durante le processioni serali. Una specie di Stazione, come nelle processioni della “via crucis”. Esiste anche un’altra cappellina nel lato Est del Convento, molto più deteriorata, e nella quale si notano ancora dei frammenti di affreschi. Fra questi   si può riconoscere ancora un angelo, senza piedi e senza testa.  Mi sono assai meravigliato che in un così piccoli scrigni, si celassero dei tesori così importanti. Mi sono ancor di più meravigliato vedendo lo stato di degrado e di abbandono nei quali sono lasciati dei veri capolavori d’arte. Se non si interverrà in tempo, Luco e il Mugello, perderanno irrimediabilmente una parte importante della loro storia e della loro cultura, che è data appunto da questi affreschi, ma non solo. Purtroppo la piccola costruzione,situata in fondo all’orto, come si vedrà dalla fotografia, è in condizioni di conservazione, molto, molto critiche. Le due piccole finestrine ai lati della porta sono tappate con pannelli di polistirolo. La finestra grande manca di intelaiatura e di vetri;. al  loro posto sono, da tempo, stati posti dei teloni, ed è tutt’ora adibita a magazzino per riporre, durante l’inverno, i prodotti dell’orto, quali fagioli, cipolle, ecc.  Gli affreschi, quindi, sono minacciati dalle intemperie, dalla polvere, dall’umidità soprattutto e rischiano, giorno dopo giorno, la rovina completa. Questi affreschi, che si trovano all’interno, rappresentano: Gesù risorto si manifesta a Maria Maddalena e la Crocifissione. Nel primo affresco notiamo il Cristo in piedi, capelli e barba rossicci, vestito con una tunica azzurro-violacea, con la manica aperta, fa vedere al di sotto la ferita al costato. Inginocchiata, di lato, si vede Maria di Magdala, vestita di azzurro con una tunica rossa. Il Vangelo di Marco riferisce su questo punto: “Cessato il sabato Maria di Magdala, Maria di Giacomo, e Salome comprarono gli oli aromatici per andare  a imbalsamare Gesù. Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole. Esse dicevano fra loro: Chi ci rotolerà via il masso  dall’ingresso del Sepolcro? Ma guardando videro che il masso era già stato rotolato via, benché fosse molto grande” (Marco 16, 1-4) Il racconto prosegue con il Vangelo di Giovanni: “Gesù le disse: Maria! Essa, allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: Rabbunì che significa Maestro! Gesù le disse: non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre”. Nell’affresco alla base fra il Cristo e la Maddalena c’è appunto l’ unguentario, attributo della Santa. Su una delle rocce c’è un pappagallo duplice simbolo di Maria: 1) perché il suo verde manto non si bagna nella pioggia come il verde normale della vegetazione, ma resta asciutto; 2) perché il pappagallo sa dire Ave (mentre nelle immagini del Paradiso rimanda ad Eva, il rovescio del saluto a Maria, poiché Eva è l’immagine opposta di Maria e vede in questa la sua purificazione). Il Cristo tiene nella mano sinistra una scure, strumento con cui si abbattono gli alberi; dall’epoca preistorica simbolo della divinità e, in particolare, del fulmine scagliato dal dio celeste, e perciò, anche nell’arte antica, emblema di potenza assai diffuso. In questo contesto inoltre, simile alla falce di mietitura – è un simbolo di giudizio. Dietro ai personaggi, si vede una tomba scoperchiata, fra le rocce, inserita in un antro di un poggiolo, con vegetazione sulla sommità. Il monte è il luogo e il simbolo dell’incontro tra cielo e terra, dell’ascesa umana e della teofania. Sullo sfondo sulla sinistra si nota un paesaggio, forse un castello di Luco allora esistente, e che, in quanto a stile, ricorda tanto da vicino il temperamento di Andrea del Sarto, profondamente sensibile allo sfumato di Leonardo. Esso rappresenta una terra murata, dotata di una porta fortificata e, a distanze regolari, sono inserite diverse torri cilindriche. Dal tipo di fortificazione sembrerebbe trattarsi di mura e torri cinquecentesche. La torre circolare infatti, sostituisce la torre angolata per essere meno vulnerabile alle artiglierie. Queste mura nella simbologia cristiana rappresentano l’emblema della difesa e della preservazione. Le mura sorgono per questo anche a protezione dei fedeli. Alle porte delle mura si stanno avvicinando alcune persone, una donna carica di fascine, un uomo che cavalca un asino e un bambino. La porta propone l’area del passaggio, della soglia tra due zone: tra due mondi, tra noto e ignoto, il di qua e l’aldilà, la luce e le tenebre, la rinuncia e le ricchezze. Al di sopra dell’affresco del Cristo risorto, in lunetta, è affrescata la Crocifissione, con la Madonna e San Giovanni ai lati. La Madonna è vestita con abiti monacali, mentre San Giovanni indossa un abito azzurro con un mantello rosso. Sullo sfondo è dipinto un bellissimo e delicatissimo paesaggio, che ci richiama molto i paesaggi dipinti da Andrea del Sarto. Il dolce rilievo delle colline contrasta con la scena cruenta della Crocifissione. Dietro il Crocifisso fa da sfondo un’altra bellissima  città fortificata, sfumata sempre alla maniera leonardesca, tipica di Andrea del Sarto. Questi  affreschi, forse eseguiti da Andrea del Sarto, sono già stati oggetti di restauro una ventina d’anni addietro.  E’ opportuno dire a questo punto che l’artista, con il suo aiutante Raffaello, dimorò presso questo convento per tre anni dal 1521 al 1524, un po’ per sfuggire alla peste che infieriva a Firenze, un po’ per trovare altro lavoro. In un documento del 1524, Andrea del Sarto dichiara di aver ricevuto 80 fiorini d’oro per aver eseguito la tavola dell’altare grande, raffigurante la Visitazione, poi ceduta dalle monache al Granduca nel 1783 per 800 scudi. Ancora, Raffaello, suo aiutante,  riceve dalla Badessa del convento 10 scudi d’oro “per magistero della tavola di Andrea del Sarto”. Andrea, oltre al garzone, aveva portato in Mugello, la moglie tale Lucrezia di Bartolomeo del Fede, che era rimasta vedova di Domenico Berrettaio, una figliastra e la sorella di lei. A Luco l’artista trovò un ambiente favorevolissimo, era adulato e vezzeggiato, oltre che dalle monache anche dalla popolazione. Oltre la visitazione Andrea fece altre opere per il Monastero di Luco, fra queste gli affreschi delle cappelline, ma, sembra,  anche per altre chiese del Mugello. Fatalità del caso l’artista che era sfuggito alla peste, rifugiandosi in Mugello tra il 1521 e il 1524, morì, di peste, nel 1530 a Firenze e viene sepolto nella chiesa dei Servi.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

SAN VALENTINO IL GIORNO DOPO…..
La storia di Marco e Giulia
Ormai in Mugello l’aria fredda invernale, quella che scendeva gagliarda dai monti di Castel Guerrino e penetrava fin nelle ossa, aveva lasciato il passo ormai a quell’anticipo di primavera che ormai si faceva sentire in questa stagione. Ancora in Mugello qua e là, specialmente nelle strade di montagna, si vedevano piccoli accumuli di neve e di ghiaccio, ma ormai dappertutto si diceva: “L’inverno ha le ore contate, marzo, anche se pazzo è vicino”. La primavera, anche se non era percepibile,             si sentiva nell’aria come qualcosa di nuovo, quell’aria fresca che striscia sui campi di grano, accarezza le pendici e le valli mugellane, che segue le volute del corso della Sieve….. In questa brezzolina ti sembrava sentire il profumo dell’erba fresca, delle zolle di terra secca, il profumo dei primi fiori, che nonostante il freddo riescono a far capolino. Siamo ormai al 14 di febbraio e come tutti gli anni si festeggia la festa di San Valentino. Marco e Giulia, ormai fidanzati da tanto tempo, si erano preparati a questa festa:
“Andiamo a mangiare fuori io e te da soli” – aveva detto Marco a Giulia – “in un posticino tranquillo, che conosco io, soli soletti….”
Giulia invece preferiva andare con gli amici:
“ Ma perché Marco vuoi sempre andare da solo? Sei veramente un orso. A me interessa andare con gli amici, ci divertiamo di più….”
A Marco non era andata giù l’idea ed era andato avanti per la sua strada. Aveva prenotato un tavolo in un ristorantino mugellano, fra Borgo San Lorenzo e Vicchio di Mugello.
“Vedrai, staremo bene lì” – aveva detto Marco.
Come fissato, la sera verso le 9, Marco era andato a prendere Giulia a casa sua, puntuale come un orologio svizzero. Per l’occasione Marco si era comprato un paio di jeans alla moda, una maglietta “griffata”, e un giubbottino di quelli che era solito indossare lui. Marco non aveva trascurato i capelli che, come al solito, nelle grandi occasioni, non lesinava nella gelatina. Anche Giulia, del resto, si era fatta in due per apparire bella ed elegante. Giulia riusciva a trovare i suoi capi migliori, tutti di buon gusto, in un negozietto di Borgo San Lorenzo, presso la Libreria “La Vecchia Posta”, dove vendono tutti capi “griffati”.
“Eccoti, questa rosa rossa è per te” – disse Marco offrendola a Giulia.
“Ma cosa? Ti sei messo a fare il romantico? Non ti riconosco più”
“Non vorrai dire che anche tu non sei romantica” – aggiunse Marco guardando fuori dal finestrino, per vedere che non sopraggiungessero delle auto.
“Possiamo partire” – disse Marco
“OK” – rispose Giulia.
Manco a dire, la cena fu tutta un susseguirsi di sorrisi, sguardi teneri, parole dolci e….Marco a un certo punto disse:
“Non sarebbe bene andare in un posticino tranquillo….verso Molezzano?
“Ancora tranquilli? Ma sei proprio un selvaggio. Mi dispiace Marco ma devo tornare a casa, mia madre mi aspetta, e poi sai, devo percorrere a piedi quel piccolo tratto di strada ed ho anche un po’ paura”
“Come vuoi” rispose Marco, ci vedremo sabato sera al cinema, sai al Don Bosco, danno quel bellissimo film con Julia Roberts che piace a te, ci andiamo, non è vero?”
“A sabato sera” – rispose Giulia.
L’indomani mattina, Marco, come al solito si era alzato bello pimpante per andare al lavoro, e ancora nella mente gli passavano i bei ricordi della serata passata. Ma non c’era da indugiare, Marco lavorava a Firenze e Giulia pure. Spesso si ritrovavano alla stazione centrale di Santa Maria Novella. Quella mattina però Marco non vide Giulia, ma non si preoccupò più di tanto. Salì sul tram e arrivato in Piazza Duomo, vide una cosa che non avrebbe voluto mai vedere. Quella che scantonava l’angolo e si dirigeva nelle stradine del centro era lei, era proprio lei, quella era la Giulia che camminava stretta stretta, abbracciata….fra le braccia di Matteo, il suo migliore amico!
“Non è possibile” – diceva Marco. “Giulia? E poi con Matteo, il mio migliore amico!!”
Marco percorse tutta la strada in autobus dicendo dentro di sé:
“No, non può essere, non può essere Giulia. Sicuramente mi sono sbagliato”.
Ma Marco non si era sbagliato. Il sabato sera quando si sarebbero dovuti incontrare per andare la Cinema Don Bosco, Marco attendeva Giulia, in un Bar del Borgo, con un bicchire di birra fra le mani, quando sente squillare il suo cellulare:
“Ciao Marco, sono io Giulia. Sai, scusami, mi dispiace, ma non posso venire, mi ha invitato Matteo, vuole che esca una sera insieme con lui a mangiare una pizza. Sai, non c’è niente di male, usciamo solo da amici….”
Marco che non riusciva a tradire l’emozione e la rabbia aveva risposto:
“Vai tranquilla, non c’è niente di male, e poi lo sai che non sono geloso….”
Finita la telefonata, Marco, sbattè il bicchiere per terra mandandolo in frantumi.
“Ma siete tutti nervosi stasera?” – gli urlò il barista.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

L’ANTICA PIEVE DI SAN LORINO O SAN LEOLINO IN MONTANIS
 
Appartiene questa Pieve a una tipologia che si potrebbe definire della montagna orientale mugellana, proprio per quelle tre absidi che si ritrova pittorescamente impiantate sul retro e parzialmente interrate. Decisamente questa impostazione corrisponde più al cosiddetto “tipo aretino”, e proprio in questo territorio troviamo chiese con le stesse caratteristiche, almeno per quanto riguarda le tre absidi. Altre pievi o chiese triabsidate, a quanto mi risulta, oltre a san Leolino, nel Mugello orientale sono la Pieve di Santo Stefano a Castiglioni nel Comune di Rufina, la Pieve di San Bartolomeo a Pomino e, probabilmente, anche la chiesa di Santa Maria a Caiano, originariamente aveva le tre absidi. Però non dobbiamo farci ingannare dall’apparenza. E’ vero, sì, che le chiese antiche del Mugello centrale e quello del Mugello orientale, sono per la stragrande maggioranza con abside singola semicircolare, però questo  non ci dà la sicurezza assoluta che talune pievi o chiese potessero essere originariamente così. Noi dobbiamo mettere in conto tutte le vicende catastrofiche che queste chiese hanno subito nei secoli: guerre, distruzioni, terremoti, incendi e non ultimo la cossiddetta voglia di “rimodernizzare”, per cui la Pieve di Fagna diventa barocca, la Pieve di Olmi diventa addirittura neoclassica, e gli esempi potrebbero continuare per molto. Quindi, nessuno ci dà la sicurezza assoluta, a meno che non si compiano degli scavi seri e sistematici, che qualcuna di queste chiese del Mugello centrale e occidentale potesse avere in origine le tre absidi, come la Pieve di San Leolino. Quello che c’è di sicuro è che questa chiesa appartiene più a una certa tipologia piuttosto che ad un altra. Ma vediamo perché si sostiene che questa chiesa appartenga alla tipologia “aretina”. In effetti se noi la confrontiamo, ad esempio, con la Badia di San Veriano presso Arezzo o con altre nella zona noi vediamo che queste somiglianze sono per così dire tangibili. Le tre absidi della Badia di San Veriano hanno la cuspide semicircolare dei tetti un po’ più accentuata e inoltre hanno due finestre per abside, una sotto il tetto e l’altra, quasi alla base. La Pieve di San Leonino ha, all’apparenza, una sola finestrina, rettangolare, allungata per abside, ma questo non pregiudica il fatto che anche qui, come a San Veriano ci possano essere delle finestrine più piccole, alla base, essendo questa parzialmente interrata, nonostante la presenza di un canale di reflusso delle acque, che costeggia le absidi. Si è parlato per queste pievi, che risentono molto della tipologia aretina, di maestranze aretine, o maestranze comacine o lombarde che operavano nel territorio di Arezzo, nonché di maestranze d’oltralpe. Apparentemente potrebbe significare la stessa cosa di maestranze lombarde oppure potrebbe significare qualcosa di diverso che adesso vedremo. Le cosiddette maestranze comacine o Maestri Comacini, in senso lato per indicare le maestranze lombarde, se volessimo essere rigorosi, questo termine sarebbe esatto soltanto se ci riferisse all’età longobarda, solo in questo periodo si trovano infatti i “Maestri Comacini”. E’ vero però che maestranze d’oltralpe noi le ritroviamo operanti nella montagna toscana, modenese e marchigiana anche nella seconda metà del ‘300, forse dovuto alla sospensione dell’attività  edilizia a Lucca e in altre città toscane. Queste maestranze hanno lasciato le loro tracce anche nei secoli XV-XVI-XVII, in documenti scritti, ma anche in taluni simboli o particolari architettonici, tanto da poter essere definiti veri e propri marchi di fabbrica. Questi marchi consistono in lastre graffite o scolpite, lasciati sui muri delle chiese o delle case e che rappresentano spesso attrezzi di lavoro, ad esempio un martello, degli scalpelli, delle squadre e talvolta l’impronta di una mano. Altre volte i simboli sono delle rose a sei foglie iscritte in un cerchio, spirali radiate, ecc.: si tratta di simboli antichissimi che si rifanno all’arte funeraria etrusca. Altri simboli sono stati usati da queste maestranze, ad esempio, varie forme di croci, gigli, stelle a cinque punte. Se pensiamo che Londa era un pago estrusco nel VI sec. a.C. e se noi teniamo in debito conto che la strada etrusca, che proveniva da Atrezzo, divenuta poi romana e infine medievale, aveva sul suo percorso le tre potenti fortezze di Castel del Pozzo, Vicorata e San Leolino, noi possiamo bene renderci conto che quelle località, a differenza del Mugello centrale e Orientale subissero una influenza più aretina che toscana. Tuttavia bisogna capirsi cosa noi intendiamo per maestranze d’Oltralpe. Fino a tutto il Settecento e oltre, oltralpe significava, tra l’altro, Oltreappennino, infatti l’Appennino degli Ubaldini era detta Alpe degli Ubaldini. Non si faceva il distinguo come viene fatto oggi fra Alpi e Appennini. Quindi per la zona di Arezzo, maestranze che provenivano l’Oltralpe, poteva significare benissimo maestranze che provenivano dalla Romagna toscana e in modo particolare da quella zona della Romagna, tanto vicino a Ravenna dove hanno operato maestranze orientali di ogni tipo, da dove poi raggiungevano il Casentino, attraverso il passo della Calla o altri antiche strade. Maestranze che hanno, per forza di cose, assimilato i caratteri dell’arte orientale, e l’hanno trasmessa di generazione in generazione nel più assoluto dei segreti. Ecco perché parlando di queste maestranze si parla di un’origine della massoneria, in quanto queste tecniche costruttive e queste conoscenze venivano, come dire, rinchiuse in un circolo e rivelate solo a pochi adepti. Il resto degli addetti erano solo dei comuni operai. Detto questo, e per quanto riguarda la pievi triabsidate del Mugello Orientale e Casentino, io parlerei sì di un “gusto” aretino, ma di una “assimilazione” orientaleggiante delle chiese d’Oltralpe, intendendo per Oltralpe anche e soprattutto le esperienze che venivano ad esempio dalla Francia, dalla Germania e da altri paesi europei. E’ naturale che questa  chiesa con il passare dei secoli  abbia  subito molti restauri e rifacimenti. L’importanza che essa aveva nel passato è legata in parte anche al fatto che in essa vi fosse sepolto il corpo del santo Martire San Leolino o San Leonino. La lastra con tre croci che si trova all’esterno potrebbe benissimo essere stata il sacello che conteneva il corpo del Santo. Si tratta questo di un lastrone con tre croci molto particolari, una specie di croci trifogliate o croci tolosane. Però non è da escludere anche che quei simboli, possano trattarsi di “marchi” lasciati dalle maestranze che hanno operato nella costruzione o nella ricostruzione della chiesa. L’importanza di questa Pieve ancora agli inizi del 1300 era notevole, basti pensare che nelle Rationes Decimarum del 1302-3 l’estensione della pieve era vastissima tanto da arrivare nella zona di San Bavello e Castagno. Essa aveva come suffraganee ben sette chiese. Ancora il Brocchi nella metà del ‘700 ci parla di questa Pieve come una chiesa viva e attiva e ci descrive pure la notevoli opere d’arte che allora vi erano presenti, tra le quali una tavola, databile a circa la metà del 1300 con Santi tra i quali spicca la figura di San Leolino, vescovo e martire. Accanto alla Pieve c’è la notevole Rocca dei Conti Guidi, ma pare che esistesse già in epoca romana. Oggi imponenti ruderi e una cisterna, che pare di epoca romana,  esistono sul luogo, che io ebbi modo di visitare  e di fotografare circa una ventina di anni fa, per concessione della gentile proprietaria, Signora Alamanni. Tutta la zona d’intorno è etrusca, lo dimostrano i vari toponimi Varena, Rincine, ecc. e già molti reperti di questi  nostri lontani avi sono venuti alla superficie e molto ancora dovrà venire alla luce. Tornando alla Pieve di San Leolino ebbi modo di tornare a visitarla circa due o tre anni fa. Purtroppo, anche da quello che riuscii a filmare da una finestrella aperta, la situazione all’interno non era delle migliori, per usare un termine eufemistico. Io credo che una pieve così importante meriterebbe un’attenzione davvero speciale. Se noi lasciamo cadere queste che sono le testimonianze più importanti della nostra storia, noi automaticamente cancelliamo la  “nostra” storia. E cancellare la storia significa un po’ cancellare l’identità e la personalità delle persone.

Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

SAVONAROLA AVEVA RAGIONE
Le profezie savonaroliane in analogia con le profezie relative all’apparizione della Madonna del Sasso presso Santa Brigida?

Girolamo Savonarola da Ferrara, Domenico Buonvicini da Pescia e Silvestro Maruffi da Firenze, tre frati domenicani del Convento di san Marco, il 23 maggio 1498 vengono arsi vivi, come eretici, sulla pubblica piazza della Signoria di Firenze.  Chi era in realtà Girolamo Savonarola e chi erano i due frati che affrontarono con lui il martirio? Girolamo, ferrarese, deluso del “mondo” e forse amareggiato anche da una storia amorosa finita male, pare con una fanciulla fiorentina di nobile famiglia, Laudomia degli Strozzi, decise di ritirarsi in Convento. Girolamo proveniva da una famiglia benestante ferrarese che lo aveva fatto studiare e si aspettava da lui una carriera brillante, magari, come quella di Nonno Michele che era diventato medico della Casa d’Este di Ferrara. Forse per la sua non comune intelligenza, per il suo spiccato senso critico, talvolta pungente, anche apertamente, nei confronti del potere e della Chiesa, dopo alcuni “soggiorni” come “lettore” al Convento di san Marco a Firenze, il frate viene definitivamente assegnato a questo convento, nella primavera del 1482, tempo in cui nella città regnava Cosimo il Vecchio della Famiglia Medici, despota e banchiere di fama europea. Già il nome dell’Ordine “domenicani” deriva dal latino e, cioè, “I cani del Signore”, in altre parole, coloro che si opponevano con determinazione alle eresie del tempo, per difendere la Chiesa e Cristo.
Girolamo si assunse questo compito con passione e cercò nelle sue appassionate prediche di ridestare nei credenti un salutare “timore di Dio”. Ben presto viene eletto priore del Convento e Lorenzo il Magnifico, che era succeduto al governo della città di Firenze, si reca a fagli visita, in quanto “benefattore” del Convento e, in  segno di “benevolenza”, ma poco prudentemente, lascia cadere nella cassetta delle elemosine ben trecento ducati d’oro. Una cifra enorme per quei tempi. Ci chiediamo se Lorenzo con questo gesto abbia voluto saggiare le virtù del Priore e di conseguenza ingraziarselo. E’ probabile. Savonarola rifiuta con sdegno il cospicuo “obolo” e ordina ai suoi frati che quei ducati vengano distribuiti fra i poveri. Girolamo (forse indispettito da questo tentativo di corruzione da parte di Lorenzo)  decide di non incontrare nel Chiostro del proprio Convento, il Signore di Firenze che lo attendeva  impazientemente. I frati, vedendo Lorenzo attendere, si erano dati daffare, anche perché il clima stava diventando grottesco, e si rischiava di mettere in ridicolo un signore così potente. I frati, intimoriti, non soliti a situazioni imbarazzati come questa, si erano dati da fare per sollecitare il loro Priore affinché si recasse nel Chiostro, dove Lorenzo lo attendeva. Ma Savonarola ai frati aveva risposto: “Chi mi ha eletto Priore, Dio o Lorenzo?”.
Questa frase sibillina ci fa capire la personalità, tutta d’un pezzo di questo religioso, al quale mancava forse un po’ di umiltà, ma era dotato di straordinarie virtù, di coraggio e di amore per Cristo. Alle sue prediche partecipavano in massa i credenti e i suoi “seguaci” più stretti, che erano detti dal popolino i “piagnoni”. Questi ultimi amavano talmente il frate tanto da accompagnarlo sempre in ogni suo movimento, per proteggerlo dalle ire dei “compagnacci”. Ma non era solo fanatismo quello dei “piagnoni”. Essi apprezzavano le prediche del Savonarola, soprattutto per la conoscenza che aveva dei testi sacri ai quali aggiungeva suoi commenti che talvolta avevano il senso di vere e proprie  profezie bibliche. E’ probabile che a Firenze ancora non era cessato l’eco del fatto prodigioso dell’Apparizione della Madonna, qualche anno avanti, a due pastorelli di Santa Brigida presso Firenze. Apparizione questa, che secondo le cronache dell’epoca fu visibile a tutte le persone (che erano molte) che erano convenute sul luogo dell’apparizione. La Madonna in quella occasione aveva rivelato ai pastorelli alcune profezie ben precise sul futuro della città di Firenze. Può darsi che Savonarola nel fare certe profezie si riferisse anche alle rivelazioni fatte nel corso di questa Apparizione Il popolo “piagnone” però partecipava anche perché altri motivi. Il frate, la cui sua fama metteva in ombra quella  dello stesso Lorenzo, era diventato il principale fustigatore dei vizi dei fiorentini dell’epoca che erano: avarizia, superbia, invidia e, non ultimo, quel diffusissimo vizio contro natura, indicato, anche dai francesi di allora, come “vice florentin”, vale a dire “vizio fiorentino”. Nel frattempo a Roma era giunto al soglio pontificio quel Papa che in fatto di vizi e di lussuria la sapeva lunga: il catalano Alessandro VI Borgia, che era ricorso al mercato simoniaco per acquistare vescovadi, porpore cardinalizie e perfino l’elezione a Papa.Le prediche savonaroliane avevano messo in subbuglio i cosiddetti “compagnacci”, “alleati” di fatto con i francescani, (invidiosi si questa popolarità domenicana) e i Medici. I “compagnacci” erano capeggiati e “manovrati” da quel francescano, Fra Mariano da Gennazzano, amico dei Medici e del Papa, ma nemico giurato di Savonarola e dei “piagnoni”. Quest’ultimi erano chiamati con questo nome, per indicare un tipo di credente, lagnoso, sempre pronto a battersi il petto in segno di penitenza.  Ben presto però le prediche contro i vizi dei fiorentini, contro il potere tirannico dei Medici e contro l’immoralità del Clero, avevano dato i suoi frutti e tra il popolino aveva cominciato a serpeggiare un diffuso malumore che rimbalzava nelle stanze del potere di Firenze e nella Sede papale di Roma. Papa Borgia, su sollecitazione anche della famiglia Medici, “invita” a Roma più volte Savonarola, ma Girolamo rifiuta poiché sa bene, che una volta giunto a Roma verrà rinchiuso nelle prigioni papali, se non addirittura ucciso.  Per la verità Savonarola temeva che sarebbe stato avvelenato. A Firenze la situazione si complica, il Papa vuole Savonarola a tutti i costi, ed è anche disposto a scomunicare la città. Su incitazione dei “compagnacci” guidati da Fra Gennazzano, con l’appoggio di casa Medici e con il “placet” del Papa, Savonarola viene arrestato e fatto prigioniero nel famoso “Alberghetto”, una stanzetta, che poi diventerà, per questo fatto, tristemente famosa, posta alla base della torre di Palazzo Vecchio. Dopodiché con un processo-farsa e dopo essere stato torturato, Savonarola viene condannato al rogo e bruciato nella pubblica Piazza, insieme ai suoi seguaci, i frati Domenico Buonvicini e Silvestro Maruffi. Così il 23 maggio 1498, Firenze, la città della cultura, la culla del Rinascimento, la capitale economica europea, la città del fiornino d’oro commerciato in tutti i mercati,  immolava ingiustamente tre martiri e tre “santi”. Firenze ha poi riconosciuto l’errore commesso nei confronti di questi frati ed ha riconosciuto  la loro grandezza, tant’è vero, che ha dedicato in loro onore vie e piazze in questa città. Non altrettanto mi sembra abbiano fatto i francescani e, tanto meno, Santa Madre Chiesa, che li considera tutt’ora eretici, oppure, dei delinquenti qualsiasi. Ironia della sorte e della storia, Savonarola che si era “arruolato” fra i “Cani del Signore” per difendere la Chiesa dalle eresie, quasi per un contrappasso dantesco, viene, a sua volta,  messo al rogo come eretico!

Paolo Campidori                     
(Copyright P. Campidori)

 

“SGUATTERA” PER AMORE
La travagliata storia di Bianca Capello, e i soggiorni a Cafaggiolo e Olmi in Mugello.
Bianca Capello era la figlia del più illustre dei nobili veneziani Bartolomeo Capello. Bianca all’età di 17 anni si innamora di un giovane di un anno o due più vecchio di lei, appartenente ad una famiglia nobile fiorentina impoveritasi nel tempo. Questo giovane si chiamava Pietro Buonaventura e si trovava a quel tempo a Venezia a ricoprire l’incarico di impiegato presso la banca fiorentina dei Salviati, che era situata dalla parte opposta del Palazzo dei Capello. La famiglia di lei avrebbe voluto ucciderla piuttosto che accordare un tale matrimonio, e così, i due giovani si sposarono segretamente. Su Pietro Buonaventura fu messa una taglia di 2000 ducati a favore di chiunque l’avrebbe ucciso. Per sfuggire alla morte Piero e sua moglie, presero dapprima una gondola, e poi fuggirono, probabilmente con una nave, per raggiungere Firenze dove suo padre e sua madre vivevano in una grande povertà. A suo padre, date le ristrettezze, gli era rimasta solo una serva e per far quadrare il bilancio familiare, anche in vista dei due nuovi arrivati, il padre fu costretto a licenziare la serva e Bianca dovette prendere il suo posto. Durante questo tempo passato in povertà ai due giovani nacque una figlia alla quale fu dato il nome Pellegrina (che poi andò in sposa a Ulisse Bentivoglio). Nel 1563, Francesco, allora ventiduenne, il figlio maggiore del Duca di Firenze, passando un giorno da Piazza San Marco (questa storia la sanno tutti i fiorentini), alzò gli occhi e vide Bianca alla finestra e subito si innamorò di lei. Ella aveva allora venti anni ed era al massimo della  sua bellezza. Dopo un invito, Bianca accetta di incontrasi con Francesco presso il palazzo di una nobildonna fiorentina nella stessa Piazza San Marco, dove abitava lei. Bianca, in ginocchio, chiede comprensione, protezione e rispetto per la sua onestà. Francesco per un po’ di tempo obbedisce, ma poco dopo le sue attenzioni verso Bianca si fanno via via più insistenti. Ma Pietro amareggiato dal fatto che Bianca  fosse costretta a fare una vita servile a causa delle loro condizioni di povertà e anche per tutelare la sua incolumità finisce per accettare un incarico propostogli alla Corte medicea, e inoltre di andare ad abitare con la moglie in un Palazzo di proprietà del Granduca che si trovava in Via Maggio, nelle vicinanze del palazzo Ducale (Ci sapeva fare il Granduca). Pietro, a causa di questa nuova posizione sociale, divenne orgoglioso, insolente, dissoluto e detestato da tutti, e dopo un po’ di tempo fu ucciso all’angolo di Via Maggio, presso il Ponte di Santa Trinita, da uno della famiglia Ricci che Pietro aveva insultato. Francesco  allora divenne l’amante di Bianca e restò tale per tutta la vita, anche quando nel dicembre del 1564 sposò l’Arciduchessa Giovanna d’Austria, e allora, Bianca aveva solo 21 anni. Quando Francesco non era nel suo laboratorio (amava spassionatamente le ricerche alchemiche), passava la maggior parte del suo tempo da Bianca nella casa di Via Maggio. Rattristata dal comportamento fedifrago dello sposo e ammalatasi Giovanna morì nell’aprile 1578. Francesco sposò segretamente Bianca in quell’anno e l’anno successivo vi fu un matrimonio sfarzoso nella chiesa di San Lorenzo. Nel 1565 Bianca veniva accolta al Castello di Cafaggiolo dal March. Alamanno Salviati, con molti altri gentiluomini fiorentini. “Nel penultimo decennio del secolo – ci dice il Niccolai – ed anche prima, ad intervalli, vi dimorava col marito Bianca Capello, vanitosa, tenera e dispotica che ammaliava potenti e artisti”. Sempre il Niccolai descrivendo la chiesa di Olmi, presso Borgo San Lorenzo, ci dice: “Bianca Capello che ad Olmi era già stata nel 1578 (18-19 maggio) vi ritornava Granduchessa nel 1585 con sfarzoso corteo da Cafaggiolo e Alessandro Allori, detto Sandrino del Bronzino, poiché allievo e amico di Agnolo di Cosimo detto il Bronzino, che vi si trovava a dipingere due tavole d’altare (Una Maria Assunta e un San Sebastiano) la ritraeva a fresco in una parete della sala ove stava pranzando. Aveva essa allora 37 anni”. L’affresco fu poi staccato e portato alla Galleria degli Uffizi. Ma un bellissimo ritratto di Bianca all’età di 20 anni fu fatto anche da Tiziano. Questo ritratto che prima si trovava alla Torre del Gallo è scomparso. Un altro bellissimo ritratto di Bianca all’età di 30 anni fu eseguito dal Bronzino e si trova nella Galleria di Palazzo Pitti. Nel 1587 Francesco si ammalò improvvisamente, poco dopo l’arrivo del fratello Ferdinando a Firenze (futuro erede), e dopo una battuta di caccia  fatta insieme a lui, Francesco fu preso da una febbre violenta e morì poco dopo. Bianca, che anche lei si era ammalata improvvisamente, morì undici ore dopo il marito. Era inevitabile, che in questa circostanza Ferdinando fosse stato sospettato di averli avvelenati entrambi. Tutti gli storici, però, sono ora d’accordo che non ci fu avvelenamento e che Francesco e Bianca morirono per cause naturali, come risulterebbe da esami eseguiti post-mortem. Poco prima di morire Bianca aveva detto all’Arcivescovo di Firenze che l’aveva dovuta, suo malgrado, avvertire dell’avvenuta morte del marito: “Ed io farò altrettanto, questo è il mio desiderio: che io muoia con il mio signore”.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

UNA STORIA AL “SILICONE”
Giorgia. e la festa dell’8 marzo a Firenzuola
Giorgia era una di quelle ragazze moderne, “impegnate”, una di quelle di cui si diceva, che non perddesse l’occasione di “portare avanti il discorso”. Le manifestazioni di piazza a Firenzuola le aveva fatte tutte, naturalmente,  quelle patrocinate dalla propria organizzazione sindacale; non aveva invece partecipato a quella dimostrazione, con tanto di “girotondo” intorno al Comune di Firenzuola, contro la chiusura della statale della Futa a Montebeni, poiché, diceva, quella era stata organizzata dalla “destra”. Non aveva neppure partecipato, qualche anno fa, alla manifestazione contro la mega-discarica del Pago, presso Firenzuola, poiché lei si diceva convinta assertrice, che la discarica avrebbe portato dei benefici alla zona. Giorgia, era una ragazza alla moda, di oggi, che non aveva peli sulla lingua, lo sapevano bene i giovanotti della Casa del Popolo quando le facevano delle “avances” da lei non troppe gradite. Non aveva neppure peli sulla lingua quando si trattava di salvare il posto di lavoro e, allora, dei padroni ne diceva peste e corna. Non era una ecologista nata. Era inutile che le andassero a dire che le ruspe distruggevano le sue belle montagne, per cavarne la pietra serena o per fare “graniglia” per costruire strade e ferrovie; lei non ne voleva sapere, era una che teneva i piedi per terra, e per lei valeva più un uovo oggi che una gallina domani; che era più importante star bene a questo mondo, poiché nell’altro non ci credeva. Anzi, che nessuno le fosse andato a parlarle di Cristi e di Madonne, si arrabbiava e diventava rossa come un peperone. Giorgia, era una di quelle che credeva veramente nell’emancipazione della donna e della sua imminente liberazione dalla schiavitù maschile. Abitava nella zona di Violla, presso Firenzuola, aveva un marito, che però lo teneva un po’ come la ruota di scorta. A lui non interessava forse più di tanto che Giorgia, sua moglie, andasse da sola a ballare a Casanuova sul Giogo; a lui interessava soprattutto, la sera, tornando dal lavoro, di trovare un bel piatto di mimestra fumante e un po’ di pane fresco da far scricchiolare sotto i denti. Giorgia, il sabato sera, quando partiva da casa sua alla Violla, con la sua Pandina rossa, tutta tirata a lucido nella persona e truccata come sapeva fare lei, era una che faceva la sua figura. Però , bisogna dire, che Giorgia, nonostante che non fosse malvagia come aspetto, e neppure proprio da buttare via, era sfortunata, non era stata capace o all’altezza di trovare un “compagno” per le sue avventure. Giorgia, in fatto di avventure, non se ne faceva scrupolo; credeva nella famiglia “allargata”, e proprio per questo ci sarebbe stato posto anche per un eventuale compagno, che non fosse il marito. Figli non ne voleva avere, lei voleva essere libera, e perciò faceva un uso costante di contraccettivi. La festa alla quale Giorgia della Violla teneva più di tutte era quella dell’8 marzo, la festa della donna. Quell’anno Giorgia si era preparata per tempo, per far bella figura a Casanova. Quella volta era sicura che avrebbe fatto colpo, anche perché la nostra Giorgia, si era rifatta per tempo il naso, le labbra e il seno. Abili chirurghi bolognesi avevano messo all’interno delle sue labbra e dei suoi seni dei “cuscinetti” di silicone, di modo che le sue labbra erano diventate carnose e voluttuose e il suo seno turgido come una caciotta di latte di pecora. Ora era perfetta, se non fosse stato per quei maledetti denti, che per una malattia, aveva perso da giovanissima ed ora si ritrovava ad avere la protesi, vale a dire la dentiera. Lei che era così giovane! La sera dell’8 marzo dopo aver messo a nanna il marito, aveva indossato un “tailleur” rosa fuchsia ed aveva messo una bella ciocca di mimosa sul seno e tre gocce di Chanel n. 5 sul collo. A Casanova aveva ballato tutto il tempo, con un biondino forse slavo, forse albanese. tanti tanghi appassionati, ma soprattutto valzer, e, girando e rigirando era diventata rossa e anche un po’ paonazza. Al biondino che la stringeva forte forte e la baciava con un tale ardore, avrebbe voluto dire di fare “a modo”, altrimenti quello rischiava di strappargli la dentiera dalla bocca. Ma quando lui le chiese  di salire in macchina per andare fuori a fare un giretto, lei, senza esitazione, aveva accettato.  La macchina del biondino si fermò improvvisamente, presso una stradina fra il Barco e Rifredo e, di scatto, il biondino tentò di violentare la Giorgia, che urlava e si dibatteva e tentava con ogni mezzo di liberarsi dalle grinfie dell’uomo. Giorgia cominciò a urlare forte, ma in quel punto nessuno poteva sentirla. Tentò di uscire di macchina e ci riuscì, si mise a correre, invocando l’aiuto di qualche automobilista, ma nessuno passò. Il biondino la raggiunse in fretta, la sbatté violentemente contro il ciglio della strada e lì la violentò. Non contento di averla violentata, e per la paura che andasse a raccontare, estrasse il suo coltello e la pugnalò. Il coltello trapassò il petto, ma la protesi al silicone, fortunatamente, riuscì ad attutire il colpo. Fu proprio quella protesi al silicone che la nostra Giorgia si era fatta fare mesi addietro a salvarle la vita. Da quella esperienza Giorgia era cambiata. Era rimasta sostanzialmente la stessa donna di prima, ma con una piccola differenza: il sabato sera, quando andava a ballare a Casanova, accanto a lei, nella sua Pandina, prendeva posto il marito, e con lui, e solamente con lui, ballava tutta la sera.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

SOGNANDO PIETRAMALA
In villeggiatura con poeti, artisti e il celebre pittore macchiaiolo Telemaco Signorini.
Ognuno sogna come può e, quando si tratta di sognare a occhi aperti, ognuno sogna come vuole. Certo, gli americanofili incalliti sognano la California: esiste anche la famosa canzone “California dreaming”che è stata canticchiata da tutti durante gli anni ’60.  Non me ne vogliano gli americanofili, specialmente quelli che si riempiono la bocca con le parole “New York”, “Holliwood”, “California”. A costoro dire che qualcuno sogna Pietramala può sembrare un’eresia, una mancanza di rispetto verso quelle località americane, ma per me, vi assicuro,  sognare Pietramala è molto di più che sognare la California, New York o Holliwood o Las Vegas. D’altronde non sono l’unico, sono in buona compagnia, a cominciare da poeti famosi, dal grande pittore macchiaiolo Telemaco Signorini, oppure dal poeta Diego Garoglio, che cantava così Pietramala:
O Pietramala gemma custodita
dal Canda, da Montòggioli, dal Beni
t’amo pei giorni liberi e sereni
che donasti e ancor doni alla mia vita,
     quando l’anima stanca inaridita
     dai cittadini inganni odie e veleni
     cerca un rifugio sui tuoi poggi ameni,
     e vi ritrova la sua rifiorita. Ecc.
 
Ma anche Goethe, nel suo viaggio in Italia dall’agoosto 1786 all’aprile 1788, descrive così la campagna intorno a Pietramala: “questo Appennino forma ai miei occhi una porzione di mondo degna di nota…..Crescono qui molto belli i castagni, ottimo v’è il frumento, e le biade son già d’un verde dolcissimo”. Ma, come dicevo, soprattutto Telemaco Signorini rimane affascinato da questo paese, che regolarmente ogni anno nei mesi caldi, viene quassù a respirare un po’ d’aria buona e, dato che era uno dei maggiori pittori  e letterati macchiaioli,  fra un dipinto e l’altro, non manca di arricchire il suo Zibaldone, di qualche bella e pungente poesia come questa:
 
Icché tu vò sposà! Fammi ippiacere
Se tu se’ pieno d’anni e di calie !….
O che gli ‘o tu mettere costie
Tu l’ha ‘n Pellicceria sempr’a diacere.
Egli è coda di gatto… un fà pazzie!….
Ti gonfia e non t’assoda pe’ godere…
E un c’è né medicina né droghiere
Quando gli ha iccapo alle coglionerie
Gli è come i’ misurin de’ bruciatai
E gli sta a riposà sulle ballotte
Senti iddotò Menanni casomai.
Chi è vecchio, caro mio sai come fotte?
Cande si sente di piscià, ma oramai
Ti piscia sui ciglioni e buona notte.
(Traduzione: Cosa? Ti vuoi sposare? Fammi il piacere/Tu sei pieno di anni e di malanni!…/O cosa gli vuoi mettere costì/Ce l’hai in pellicceria sempre a giacere/E’ come una coda di gatto…non far pazzie!…Si gonfia e non assoda per godere/E non c’è medicina né droghiere/Quando ha il capo alle coglionerie/è come il misurino dei caldarrostai/Sta a riposare sulle castagne/Senti casomai il Dottor Menanni/Chi è vecchio caro mio sai come fotte?/Quando si sente di pisciare, ma oramai/ti piscia sui ciglioni e buona notte).
Telemaco Signorini, ritrova a Pietramala, nei suoi soggiorni, la verve poetica e tanta voglia di vivere e di lavorare. Oltre a fare vari disegni, fra questi uno bellissimo: Il corso Giovanni Villani a Firenzuola, Telemaco realizza qui a Pietramala tre bellissimi paesaggi, tre pitture ad olio su tavola, uno intitolato Pascolo a Pietramala, in cui si vedono alcune mucche al pascolo sullo sfondo del Monte Beni e un bimbo in primo piano, seduto sul prato, con in mano alcuni fiorellini. Un quadro questo caratterizzato da un colorismo delicato, tenue, da una  luce intensa e diffusa che mette in risalto ogni particolare. Sopra il monte, un bellissimo cielo blu ceruleo, invita alla pace, alla distensione, invita a….sognare. L’altra tavola, sempre intitolata Pascolo a Pietramala, è anch’esso un olio su tavola di medie dimensioni. La scena è sempre un prato in primo piano con tre mucche che pascolano beate su un manto di erbolina fresca e fiorellini variopinti. Sullo sfondo due antichi rustici, tipici di questa zona, con i tetti in lastre di pietra. In questa  pittura però il Signorini risente un po’ dell’ambiente d’oltre Alpe, ad esempio i paesaggi a Combe-la-Ville, oppure le case di Parigi o di Leith. La terza pittura  è un olio su tela intitolato Fine d’agosto a Pietramala. In questa pittura, dalla luce intensa, dai colori solari. si vede un muro di cinta, quello forse del giardino della sua casa, con un cane e disteso sul muretto. Tutt’intorno è luce, e sullo sfondo la strada che conduce al Peglio, con i monti ed un cielo iridescente, con appena qualche nuvoletta ad annunziare l’approssimarsi di settembre. Telemaco, in questo ambiente, con gli amici artisti,  passa momenti indimenticabili. A un certo Mago Chiò aveva detto: “Se ci vai in agosto (a Bologna ndr) a trenta miglia  (da Firenze ndr) domanda di me in un paese chiamato Pietramala e mi ci troverai….” Ma Telemaco a Pietramala non amava solo disegnare e dipingere, amava anche guardare le belle signorine. Per una di queste aveva scritto la seguente poesia:
Da retta che ragazza! Bacco ruffiano!
Mi par ieri l’era piccinina;
Te ne rammenti Cecco di Trespiano?
La ci enne da se pe’ la manina,
L’era, Bacco d’un cane, viva l’Agatina,
E vu stavi su Ipprato, ai primo piano,
E fu qué l’anno che sposà l’Annina
Ch’era rimasta vedova di Tano
E poi cande e’ fu morto issù figliolo,
S’andò con Galibardi, Bacco lezzone
A mandà via e’ tedeschi dai Tirolo…
Ma tu mi dici l’ha qui cuffione
Tutto bianco che pare un toagliolo?
L’è passaca, Bacco d’un can, a comugnone
In un’altra poesia parla di cocottes e di protettori:
Che ti pigli un tremoto che t’ammazzi
Ocché ti lei ora  Crementina?
porca m….c’è la francesina
che t’ha fatto digià cinque o se’ caz…
Oicché fa qui signo’ dalla bracina?
Tun le edi icche fa? Piglia e’ palazzi
che son più antichi con que’ su terrazzi
pis…pis…la vadia su c’è una bambina…
La francesina poi l’è sempre lì
a rivogare a tutti i’ nisse nisse
Vien donc tremper la soupe, mon cheri
L’ha tu sentica eh ? Come e si disse
Ti pigli un accidente da morì
Mais viens donc dans le bras de mes cuisses
Per concludere una poesia di Nedo Domenicali, poeta contemporaneo, che decanta la sua bella Pietramala:
Il bel paese dell’Alto Mugello
seimila metri poi siamo in Emilia
venitelo a vedere quanto l’è bello
un panorama ch’è una meraviglia.
Due bar, un ristorante, un bel castello
che tanti vogliono e nessuno piglia
se comprarlo è modesto il costo
troppo ci vuole per metterlo a posto.
Si  mangia fiorentine e misto arrosto
ben conosciuto all’albergo Gualtieri
acqua sorgiva e vino di buon mosto
conferma abbiam da tanti passeggeri.
Che han conosciuto il buon cuoco tosto
gestor del ristorante fino a ieri
con Montebeni, Montoggioli e Canda
chi viene torna ed altri amici manda.
Un invito quindi ai cari amici del Galletto, mugellani e non, a recarsi a Pietramala per fare una bella vacanza o almeno…..una bella scorpacciata di prodotti genuini.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

S.O.S – Pieve di Petroio
Questa sigla, che ha origini marinare, significa nella lingua inglese da cui è derivata “Save Our Souls” che in italiano corrisponde a “Salvate le nostre anime”. Taluni dicono però che la sigla S.O.S. potrebbe avere un altro significato, e cioè “Save  Or Sink” che in italiano significa “Salvi o Affondati”. E’ questa una di quelle sigle che subito ci fanno pensare a momenti di estremo pericolo, pensiamo ad una barca o ad una nave che sta per affondare. Se noi volessimo estendere il significato di tale sigla al nostro patrimonio artistico, storico e architettonico mugellano, noi potremmo benissimo immaginare che tale sigla può significare “Save Our Story”, vale a dire “Salvate la nostra storia”. Mi sembra che la preoccupazione dominante di oggi, e mi riferisco a coloro che sono preposti alla salvaguardia delle opere d’arte, ai cosiddetti “addetti ai lavori”, sia quella di salvaguardare le opere mobili, vale a dire i dipinti, gli arredi, le oreficerie, ecc. ecc. Cosa lodevole non c’è che dire. E per quanto riguarda gli edifici, vale a dire le chiese, le pievi cosa  si fa? Qui il discorso si complica. Per le chiese che sono inserite in un agglomerato, vale a dire in un paese più o meno grande, si può tranquillamente dire che esse sono tenute bene, ben curate, restaurate, ecc. Il discorso cambia se invece parliamo di pievi illustri, tipo Camoggiano, Petroio che si trovano in aperta campagna e che, se qualcuno non interverrà tempestivamente, saranno destinate alla distruzione. Pessimismo? Niente affatto. Dicevo, prima, che siamo abbastanza solleciti a mettere in salvo le opere d’arte mobili; a tale scopo si sono creati anche dei musei parrocchiali, diocesani, ecc. Ma cos’è più importante la pittura, l’arredo, l’oreficeria o il tempio che le custodiva? Se volessimo fare un esempio si potrebbe paragonare il tempio, vale a dire la chiesa, la pieve ad una persona, e la pittura o un arredo qualsiasi a un monile che si regala a questa persona che potrebbe essere un braccialetto, un collier, un anello. Ora, mi domando, cos’è più importante il bracciale, l’anello o la persona alla quale queste cose sono destinate? In effetti, una pieve, una chiesina, potrebbe essere bellissima e interessantissima anche senza questi arredi. Se si osserva una chiesa romanica, prendiamo ad esempio quella di Borgo San Lorenzo, noi ci accorgiamo che la bellezza della chiesa sta proprio nella sua costruzione, nelle colonne, nei capitelli, negli archi, nelle absidi, nel soffitto a cavalletti di legno, nei portali, ecc. La chiesa sarebbe già bellissima così, senza pitture, senza sculture, senza affreschi. Essa sarebbe bellissima così, nelle sue linee pure, nel filaretto, negli archi a tutto tondo che i “magister comacini” costruirono, con basi solidissime, per durare tanto nel tempo. E’ la chiesa, l’edificio che è carico di storia, mentre l’arredo rappresenta solo un episodio della stessa. Sono stato alcuni giorni fa a visitare la chiesa di Petroio nel comune di Barberino. L’ultima volta che c’ero stato risale forse a una ventina d’anni fa. Facendo il giro del bellissimo lago di Bilancino, mi sono imbattuto in un cartello che indicava Petroio. Mi sono inerpicato per la stradina, asfaltata, e dopo un breve tratto sono giunto di fronte alla Pieve. Mi sono subito detto guardando il panorama: “Guarda un po’ che fortuna ha questa Pieve, e guarda che panorama si trova ad avere sotto di lei”. In effetti la Pieve domina tutto il lago di Bilancino, che quel giorno, data anche la bellissima giornata, era di un blu intenso e con  le acque appena increspate da un alito di vento. E’ davvero straordinario guardare il lago di Bilancino da quassù! Poi mi sono diretto verso la chiesa, il cui piazzale antistante era chiuso da una catena. Ai bordi del vialetto d’accesso noto dei cartelli che dicono “Non calpestare i fiori”. Rimango alquanto sorpreso poiché io i fiori non li vedo affatto, anzi quello che io vedo sono erbacce e anche lunghe e folte. Dentro di me ho detto: “Pazienza, può capitare”. Faccio ancora qualche passo in avanti e mi trovo di fronte alla bellissima facciata della chiesa sulla quale stanno da secoli tre stemmi: quello di mezzo della famiglia Medici, e due ai lati che sono della famiglia Portinari che divennero patroni della chiesa dopo i Medici. In cima alla facciata e lungo i lati vedo il  bellissimo coronamento di mattoni che contrastano mirabilmente con  il colore delle pietre della facciata. Una catenella posta fra le arcate del portico indica che è meglio non superare tale barriera. Infatti sul terreno si notano dei frammenti di intonaco caduti sul pavimento. Questo per me è un brutto indizio, ciò significa che la chiesa comincia ad essere trascurata. Mi avvio verso la parte laterale sinistra e entro nel piccolo cimitero, che penso sia abbandonato ormai da anni. Guardando in alto verso la parete laterale della chiesa, quasi all’altezza dell’abside, noto che in quel punto il muro ha ceduto ed ha provocato un largo e profondo “spacco” che dal tetto arriva alla fondamenta. Mi sono subito reso conto che se non si interverrà tempestivamente la millenaria pieve di Petroio crollerà e con essa tutta la sua storia. Sembra, che questa “cretta” nel muro, sia da mettere in relazione con i lavori che sono stati fatti per il Lago di Bilancino, così mi è stato detto. Telefonando invece all’Istituto per il Sostentamento del Clero, che ha in gestione tutti questi beni immobili della Chiesa, mi hanno riferito che essi hanno la gestione del patrimonio, ma che le competenza del restauro è della Soprintendenza. A questo punto le cose si complicano. La Curia cede gli immobili, vale a dire le chiese canoniche ecc all’Istituto di Sostentamento del Clero; questo come Ente proprietario, vende, affitta, permuta, ecc., ma per il restauro degli stessi deve far capo alla Soprintendenza Beni Architettonici, la quale non possedendo fondi adeguati “bypassa” il problema e lo rimanda pari pari alla Curia. La Curia a sua volta lo rimanda all’Istituto di Sostentamento del Clero, questo a sua volta pone l’eccezione del danno dovuto ai lavori del Lago di Bilancino. E la nostra pieve di Petroio? Se ne sta lì buona buona ad attendere che magari torni un Medici o un Portinari…non si sa mai!
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

SPUGNOLE: “La chiesa meriterebbe d’essere con gran premura risarcita”
Un documento del 1067 ci dice che a Spugnole in quel preciso momento in cui è stato redatto un atto di donazione, sulla vetta del colle esisteva un castello nunito di torre (torrione o mastio), una corte e una chiesa, forse costruita nei primi ammi del 1000, che si chiama Santa Maria e sitrova proprio all’interno della cinta muraria del castello. Questa chiesa però viene identificata  con altri due nomi e cioè San Niccolò e San Bartolomeo, che si riferiscono a due chiese antiche soppresse o distrutte, le cui parrocchie o le cui antiche giurisdizioni sono state “assorbite” dalla chiesa di Santa Maria. Questo lo deduciamo da quanto riportato dal documento, esso infatti dice che viene donata una porzione di corte, castello, et ecclesia, al singolare, e non ecclesiae al plurale. In un documento successivo del 1269 ci dice che i Ghibellini danneggiarono o distrussero nel castello di Spugnole “partem contingentem” a Malvicini e altre famiglie, fra le quali un Ghino da Coldaia, al quale apparteneva una torre confinante con la ripa e col  muro del castello. Questo documento successivo ci fa capire che almeno due secoli dopo, nel castello abitavano delle famiglie, fra le quali quella di Ghino da Coldaia che erano tra l’altro proprietari di casa e di una torre confinante con le mura del castello. Abbiamo visto che Spugnole, almeno verso la metà del sec. XIII è un borgo fortificato costituito da case, torri, un castello e una corte oltre a una chiesa inglobata entro le mura del castello chiamata Chiesa di Santa Maria. Questa chiesa come la vediamo oggi è una chiesa in stile romanico, costruita in bozze dette a “filaretto”, con un abside semicircolare, orientata secondo gli antichi canoni in direzione E-W, con l’asse un po’ spostato a Nord. All’interno la Chiesa si presenta ad aula con due piccole cappelle laterali e il soffitto a capriate. La chiesa orginariamente doveva essere dotata di una cripta. Questo lo lascerebbe dedurre una porticina murata e scoperta durante i lavori eseguiti nel 1980, che probabilmente conduceva tramite una scaletta alla cripta. Ma veniamo agli altri nomi dei titolari della chiesa. Il primo è San Niccolò, il secondo San Bartolomeo. Riguardo al primo abbiamo due testimonianze: la prima è del Brocchi  che aveva visto i resti di quella chiesa verso la metà del 1700. Egli dice in proposito: “ Vi è inoltre in questa medesima cura l’antica chiesa parrocchiale di San Niccolò (in oggi annessa alla suddetta chiesa di Spugnole) la quale è fabbricata secondo l’uso della primitiva Cristianità, colle sue divisioni per catecumeni, e per i penitenti, e colla chiesa sotterranea, detta Confessione, si può dire piccola Basilica, in gran parte rovinata, vi si vedono nondimeno, le vestigia di tutte le sopradette divisioni; siccome pure i segni della separazione, con cui stavano in essa gli uomini dalle donne, onde meriterebbe d’esser con gran premura risarcita, per conservare la memoria di un’antichità così venerabile, di cui non ho veduto la compagna in questi  nostri paesi (Brocchi p. 172). Il Niccolai invece dice in proposito: “Delle due chiese vecchie, l’una dedicata a Santa Maria, l’altra a San Niccolò, fabbricata quest’ultima secondo l’uso liturgico del V secolo con la confessione sotterranea e la divisione fra catecumeni e penitenti, l’attuale sembra ricostruita sui fondamenti della prima (Niccolai p. 296). La testimonianza del Brocchi taglierebbe la testa al toro e indicherebbe senza ombra di dubbio che la chiesa di San Niccolò fosse una chiesa diversa da Santa Maria e che si trovava nelle vicinanze. Io, sinceramente non riesco a capire come il Niccolai, pur valente studioso e ricercatore del Mugello degli inizi sec XX abbia potuto mettere in dubbio una testimonianza così influente come quella del Brocchi. Inoltre il Brochi ci da dei particolari talmente chiari circa le sue caratteristiche che dobbiamo per forza  ipotizzazzare che lui le vestigia di questa antica chiesa le ha vedute e toccate con mano. Anzi egli aggiunge, che visto il processo di degrado, e l’enorme importanza della stessa , che essa meriterebbe di essere risarcita (restaurata) con gran premura. Quindi l’ipotesi del Niccolai che vorrebbe l’attuale chiesa di Santa Maria costruita sui resti più antichi di San Niccolò è del tutto infondata. Un enigma invece resta. Di questa chiesa descritta così accuratamente dal Brocchi, a distanza di due secoli e mezzo non resta pèiù niente, addirittura non sappiamo neppure la località dove essa esistesse. Il Brocchi aggiunge: una chiesa di un’antichità così venerabile non ho veduto in questi nostri paesi. L’altro titolare della chiesa, San Bartolomeo, testimonierebbe l’esistenza di una fondazione monastica, probabilmente sorta nelle vicinanze del castello. Alcuni documenti conservati nel fondo Diplomatico Cistercensi affermano: “San Bartolomeo a Spugnole chiesa l’anno 1066 da Rolando f. del fu Azzo a Ghisla fu Rodolfo sua madre, la detta Ghisla lo stesso anno la donò al Monastero di San Pier Maggiore”. Nel 1274 sono affermate le due rettorie di santa Maria e San Niccolò a Spugnole, la prima tassata per tre libbre e l’altra tre libbre e dieci soldi (Chiesa Fiorentina). Ma altri enigmi da svelare riguardano ancora la chiesa di San Niccolò. Si tratta di una importantissima tavola ragffigurante la Madonna col Bambino della quale il Brocchi dice: “Nella prefata chiesa di Santa Maria a Spugnole vi si conserva un’antica miracolosa immagine di Maria Vergine sotto la quale si legge la seguente iscrizione in carattere gotico, o sia Longobardo, corrosa in alcuni luoghi dal tempo: IDIO ABBIA L’ANIMA DI BERNARDO DI SALVESTRO CHE FECE FARE QUESTA TAVOLA PER RIMEDIO DELL’ANIMA SUA AN MCCC…XXXII. Ci sono almeno tre possibilità per datare quest’opera d’arte, il numero mancante potrebbe essere un X, un L o addirittura un C (rispettivamente 10, 50, o 100 in numeri romani), cosa che daterebbe questa tavola agli anni 1343, 1383 o addirittura al 1423. Secondo il Repetti questa tavola daterebbe la metà del sec. XIV e proverrebbe dalla chiesa di San Niccolò a Spugnole. Ma la cosa appare un po’ fantasiosa, poichè come abbiamo visto la chiesa non doveva più esistere come tale già ai primi anni del 1000, secondo un documento, mentre secondo un altro documento riportato su Chiesa Fiorentina la chiesa esisteva ancora nel 1274, dopodichè non abbiamo più alcuna notizia. Ora se il dipinto in oggetto risale almeno alla metà del sec. XIV, è improbabile che sia andato a abbellire una chiesa decadente o addirittura in rovina. Un altro engma che riguarda questa tavola è che essa non è sparita da secoli, ma di essa se ne perde ogni traccia verso l’anno 1950, in occasione dei restauri della chiesa. Alcuni ex parrocchiani addirittura se la ricordano. Era una tavola di circa cm. 60×80. Dove è andata a finire dunque questa bellissima tavola? E come il sacerdote che si occupò dei lavori di restauro della chiesa nel 1950 potè far fronte alle spese, visto che la chiesa e la parrocchia erano molto povere? Questi enigmi attendono ancora una risposta.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

EX STATALE 65 PER LA FUTA: DECLASSATA O ANNIENTATA?
opp. “Il Sindaco è servito”
Girotondo di protesta intorno al Palazzo Comunale di Firenzuola
Per venire al Comune
ci tocca passare per strade
disagiate e basse
eppure anche noi
si pagano le tasse
oppure
Il Sindaco ha detto:
la metteremo in sicurezza(la strada)
noi gli rispondiamo
mettetegli una cavezza(al sindaco e agli amministratori)
L’allusione è evidente la cavezza si mette alle bestie che, in quanto bestie non conoscono la strada e non sanno neppure dove andare. Questi e altri versi sono stati scanditi nella manifestazione che, come un fulmine a ciel sereno, si è tenuta sabato 29 giugno, in occasione della apertura di una nuova ala del Museo della Pietra Serena, operazione “culturale” molto discutibile, che ritorneremo in seguito sull’argomento. Gli organizzatori della manifestazione sono soddisfattissimi a Firenzuola, dicono, non era mai avvenuta una manifestazione con corteo così imponente, con tanto di megafono, campanacci, fischi, slogan urlati a squarciagola contro chi dovrebbe essere dalla parte della popolazione e invece….Gli abbiamo rotto le uova nel paniere dicono soddisfatti i manifestanti. Noi del Galletto (il plurale in questo caso è appropriato poiché non solo io mi sono occupato del problema) siamo stati i primi a parlarne. Forse non sarebbe nemmeno il caso di ricordarlo, ma l’articolo con la poesia di Nedo “Un ciuco vola su Montebeni” è sulla bocca di tutti e copie dello stesso sono affisse nei locali e nei bar della zona e molti, questa bella poesia di Nedo la sanno anche declamare a memoria. Per chi non se la ricordasse la poesia iniziava così:
Firenzuola con pietra serena
fa la pancia piena
Pietramale con la pietra mala
tanti l’avean piena, ora ci cala
E’ una poesia spassosissima che in maniera ironica e garbata dà dell’asino a certi amministratori e tecnici che “volano” in alto sopra la “presunta” frana di Montebeni. Nedo, si sa, è fatto così, quando si fa prendere dalla “musa” della poesia diventa incontenibile e le strofe gli vengono fuori di getto, tanto è il suo carattere esuberante e burlesco.. Ieri mi ha dettato, proprio sull’argomento della frana alcuni suoi nuovi versi:
Cristo fu ammazzato a dir la verità
questi falsi e bugiardi sono ancora qua
Noi che pur si capisce….restiamo fermi e muti
per il bavero presi dal Sindaco e Canuti(geologo ndr)
Ieri ci han sentiti con cartelli e parola
tanti insieme uniti in piazza a Firenzuola
abbiamo noi pensato, altro da far non resta
levar da noi le sbarre e al tor tagliar la testa 
Nedo è come Ronaldo “quando gioca fa gol”. La poesia non ha bisogno di commento, si commenta da sola. Posso solo dire che la gente da queste parti è esasperata, non capisce o forse capisce anche troppo il perché di una decisione come quella di sbarrare una strada come quella della Futa. Ma forse non tutti sapranno che questa arteria importante è stata per così dire “declassata”: è passata cioè da statale a provinciale. Poi con la deviazione è passata nella categoria “comunale”. Ce la farà la strada della Futa a passare nella categoria di strada “vicinale”? Se continua così penso di sì. La strada alternativa è una specie di “gioco dell’oca”, una specie di “labirinto” entro il quale districarsi è cosa veramente ardua. Arrivare a Pietramala è una specie di gioco d’azzardo con i dadi. Avanzi di due o tre caselle, anzi mi sono sbagliato, avanzi di due o trecento metri e poi c’è l’ostacolo, sei costretto a fermarti di un giro, anzi sei costretto a fermarti per incrociare un’auto che viene in senso inverso. Una soluzione del  genere poteva andar bene nel medioevo quando si viaggiava a dorso di asini, muli e cavalli. Ma come è possibile pensare una cosa così, oggi, che siamo nel terzo millennio. Gli abitanti di Covigliaio, che ho incontrato domenica sera presso il bar erano a dir poco “incazzatissimi”, donne comprese. Alcuni di loro, che fanno gli scavatori di professione, mi dicevano che per risolvere il problema della “fantomatica” frana, basterebbero due persone, con ruspe adeguate, che partendo dall’alto con il sistema del “terrazzamento” e venendo giù verso il basso, risolverebbero il problema in quindici o al massimo venti giorni. Bisogna aggiungere che su questi terrazzamenti andrebbero piantati degli alberi per “fermare” il lavoro. Gli abitanti del luogo sono anche contrarissimi, alla ventilata proposta di investire circa 155.000 ero per allargare per allargare quella specie di strada o “gioco dell’oca” che dir si voglia. Se i soldi ci sono perché non si interviene subito per realizzare questo terrazzamento?
La poesia di Nedo  “il ciuco che vola” termina così
Guardan la gente dalla Castellaccia
vedere se crolla il monte…e cambia faccia,
ma se aspetti che scenda giù da solo
forse si vede prima un ciuco in volo.
Quindi finiamo con queste scemenze
apriam la strada per andà a Firenze.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

LE “STRAMBERIE” DI DONATO DONATINI DI PALAZZUOLO
Donato Donatini, poeta, valente fabbro artigiano, e perché no, Archimede Pitagorico: a lui si deve l’invenzione della trebbiatrice scomponibile e altri marchingegni. La maggior parte delle persone, specialmente i contadini e i vecchi mugellani, lo conoscono appunto e soprattutto per quella sua invenzione della trebbiatrice brevettata “modello Donatini”, che ben presto doveva essere però soppiantata da invenzioni più moderne. Pochi invece lo conoscono invece come poeta, e ancora meno lo conoscono come uomo. Sentiamo come Donatini dà una definizione di se stesso in una sua poesia, o meglio in una sua stramberia, scritta nel 1946, per Santa Lucia, scritta a suo nipote Giuseppe Alpigiani, avendogli mandato una paletta per sbraciare il fuoco del suo calderone: “la fece un pazzerel ch’era mio zio”. Si definiva quindi  un “pazzerello”, ma nel senso buono del termine, come è di moda dire da quelle parti della Romagna Toscana. E’ poi chi si definisce pazzerello sa benissimo di non esserlo. In effetti, però, Donato aveva un carattere poliedrico, un po’ irascibile, un po’ alla Braccio di Ferro dei fumetti. Tempo fa ebbi modo di parlare con la nipote Donatella Donatini, che abita a Firenze e che gentilmente mi fece avere un dattiloscritto di molte pagine con le poesie del nonno; e fu lei appunto a dirmi che: “mio nonno ce l’aveva un po’ per tutti”. In effetti è proprio così. Ce l’aveva perfino con il suo amatissimo cugino sacerdote, parroco di una chiesa del Mugello, presso il Monte Giovi, che gli aveva fatto una promessa, non mantenuta, e cioè quella di mandargli l’olio nuovo del raccolto del suo podere:
Se ancora aspetto ad unger i fagioletti nuovi
con l’olio squisitissimo del Monte Giovi,
cugino compatiscimi se te la dico bella
non prenderò con quei la ca…..la.
Ma Donatini sa anche essere cortese, galante, soprattutto con la signorina O.N., insegnante a Piedimonte, verso la quale nutre stima e simpatia. A lei dedica una piccola poesia nella quale si dice piacevolmente sorpreso di aver ricevuto una sua cartolina:
…nulla si potrà paragonare
alla sorpresa mia di ier mattina
allor che un fatto dovei constatare.
Verso le dieci mi chiamò Begné
e consegnandomi quella cartolina
ch’ella scriveva indirizzata a me…
Ma non solo alla maestrina di Piedimonte Donatini doveva pensare mentre era accalorato nel battere con il suo maglio il ferro rovente, nella sua bottega di fabbro. E’ del 1928 una quartina indirizzata alla signorina G.S. in risposta ad una cartolina illustrata con la scritta: “Saluti freshi freshi (sic)”:
Io di saluti gliene mando mille
caldi come il mio ferro quando bolle
e sotto al maglio quai filanti stelle
di notturno seren sprizza faville
Sempre alla stessa Signorina G.S., nel 1930, Donato invia 6 uccelletti arrosto, in dono, e li accompagna con una sua poesia:
Signorina carissima – ricambio come posso
con 5 uccelli piccoli – ed uno un po’ più grosso
le cortesie molteplici – che sua madre mi fa.
Sono quasi certissimo – ch’ella fra se dirà:
“Che offerta meschinissima – sei miseri uccellini
per tre donne ed un uomo – e poi così piccini,
esser almen dovevano – una buona dozzina
per saporir com’erano” – Si calmi signorina.
L’ottobre è qui a due passi – un mese non c’è più
allor crescerò il numero – ne manderò di più.
Gradisca intanto questi – benché cosa piccina
e se più ne desidera – mia bella Signorina,
salga con me al capanno – il mese che verrà,
allor potrà scegliere – numero e qualità.
In questa poesia noi scopriamo le passioni ardenti di Donato, vale a dire: le belle signorine del luogo e la caccia. Egli praticava soprattutto la caccia al capanno, con il richiamo, usando fucili che egli stesso si costruiva. Quest’arte, in particolare, quella di costruire armi da caccia, l’aveva appresa lavorando in gioventù e per un breve tempo, tormentato da mille passioni, presso un Mastro armaiolo, a Casaglia, un paesino in cima al Passo della Colla, sulla strada per andare a Marradi. In una poesia dedicata la figlio del 1930, lo ragguaglia di come sta andando la caccia, elencandogli il numero e le specie degli uccelli catturati:
…Non ti numero i frusoni
animal così minchioni
che si buttan poverini
come fosser lucherini
tant’è vero che ieri all’otto
ne avevo presi digià otto…
Ma Donatini non ama solo le donne e la caccia, quando egli è nella propria casa ama la famiglia ed è tenero con i nipoti. Alla nipotina Donatella dedica una poesia:
Donatella è una bambina
bianca, rossa e ricciolina
che sta dentro quella gabbia
rassegnata e senza rabbia….
Ma Donato qualche volta è anche un po’ sbarazzino, un po’ curiosone  e se la prende con le signorine civettuole interessandosi, ad esempio, di quello che fa la mestrina di Piedimonte (sulla quale pure lui aveva gettato un’occhiata interessata), con il Daziere,  i quali stanno spesso e volentieri un po’ nascosti in un angolo del paese:
…. Che cosa pensa o signorina
col rettor del daziario movimento?
Sogna forse venir la sua sposina?
o cerca con lui l’abbonamento
per poter sdaziar quella cosina
e cederla poi dopo a piacimento?
Ma gli anni passano, anche per Donatini, e gli acciacchi arrivano inevitabili, ma egli non perde tuttavia quella “verve”, quel suo modo scanzonato di interpretare la vita, che lo ha caratterizzato in tutti quegli anni:
Le gambe fan fatica a camminare
e gli occhi si rifiutan di vedere
e le orecchie non voglion più ascoltare.
Tali difetti ormai manderei giù
ma una cosa mi pesa e pesa assai
che certa molla mia non tiri più.
In una poesia scritta all’amico G. redattore del giornale “I piò cazzaz” di Ravenna, che avrebbe dovuto pubblicare nel suo giornale uno scherzetto poetico:
…Se a pubblicar la mia strampaleria
fo cosa grata e scevra d’ogni male,
sarebbe però gran scortesia
non mandarmi una copia del giornale
Sicchè spero che si ricorderà di me
quando il giornale stampato avrà.
Concludiamo con una poesia intitolata “Atto di fede” che il Donatini aveva dedicato a suo cugino Don Giuseppe, Pievano di San Martino a Scopeto in Mugello, il quale gli aveva dato certe pasticche che lo guarirono dalla tosse:
Io credo in Dio padre onnipotente
Creatore del cielo e della terra;
ma credo più quando la tosse afferra
della pasticca alle virtù possenti.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

MA COSA STA SUCCEDENDO A FIRENZUOLA?
Una pubblicità che ci sta ora martellando le nostre teste in televisione è quella relativa a una catena di negozi, una pubblicità, devo dire, tutto sommato, che è fatta molto bene, il suo scopo imbonitorio mi sembra che l’abbia raggiunto molto bene. Non posso fare il nome, ma in questi passaggi pubblicitari si vede un signore di una certa età, scoppoletta in capo, che descrive questi magazzini come una specie di Bengodi. Andare a questi magazzini per credere: montagne trasparenti, giocattoli che parlano, ecc. ecc. Mi viene da collegare il fatto con Firenzuola. Ma cosa sta succedendo a Firenzuola? Se le montagne fossero trasparenti, si vedrebbe che sono tutte bucherellate come un formaggio svizzero. E poi sorgenti  e fiumi che si trasferiscono in galleria, frane che non franano, ciuchi che volano, uomini falco che volano sempre più in alto, mega-discariche in uno dei più stupendi paesaggi dell’Appennino, montagne care a poeti e grandi pittori che si sbriciolano sotto i colpi di martelli pneumatici, cortei di protesta, girotondi intorno al Palazzo Comunale, strade statali che diventano “carreteras mejijanas”, bretelline contestate. Non c’è che dire: l’Anministrazione Comunale di Firenzuola e il suo Sindaco sono proprio nell’occhio del ciclone. Mi viene in mente il grande comico toscano Benigni. Se capitasse lui a Firenzuola, sicuramente si metterebbe a urlare: “Icché succede? O icché succede a Firenzuola? Davvero questo posto non si riconosce più. Ma siamo davvero nel paese del Bengodi? Mi sembra che si stia facendo una politica contradittoria, da una parte il “progresso”,  che, proprio perché tale, infierisce e vibra dei colpi mortali alla natura e al paesaggio, dall’altra si cerca di fare una politica di conservazione, che si traduce nel creare alcuni musei. Ma è sufficiente “museizzare”? Penso proprio di no. Firenzuola, insieme a Palazzuolo e Marradi ha, per sempio, un patrimonio unico al mondo di case coloniche fabbricate in pietre squadrate, la famosa pietra serena, e con i tetti in lastre di arenaria. Un vero patrimonio che andrebbe difeso a costo della vita. E’ inutile che si crei un museo della Casa Contadina, quando poi si lasciano andar giù decine e decine di queste stupende case coloniche, vanto e gloria del paesaggio alto mugellano. Invece, si assiste purtroppo alla scena pietosa di queste case, alle quali, nell’ipotesi migliore, viene sostituito il tetto in lastre con un tetto in laterizio, cosa che veramente è un pugno in faccia, tirato con violenza. Ma altra violenza si fa al paesaggio. Non bastava la TAV a bucherellare le montagne, si doveva anche, in uno dei più bei paesaggi della Toscana, ospitare anche una mega discarica, dentro la quale, vengono a depositare le loro “sporcizie”, se non erro, perfino da altre regioni d’Italia. Tempo fa ho assistito a un corteo di protesta contro questa discarica. C’erano alcuni trattori con dei carri allestiti con rifiuti, cartelloni e  striscioni di protesta, mi sembra fosse in occasione di una Festa del Marrone a Firenzuola. Lo scopo era quello di sensibilizzare la popolazione su questi problemi, che non sono da poco. Ma la popolazione di Firenzuola si è resa conto di ciò che sta succedendo? O bisogna far venire Benigni a urlare dall’alto dei monti che sovrastano Firenzuola: “Icché succede, o icché succede a Firenzuola?”. Concludo dicendo che questi posti, per la loro unicità, per la loro incomparabile bellezza, andavano tutelati da Comuni, Provincie, Regioni e Stato. Ma non basta. Sarebbe dovuto intervenire anche l’UNESCO, come è successo per i Sassi di Matera e altri posti che forse non valevano tanto quanto il territorio alto mugellano. Non sono contro il progresso, so benissimo, come diceva il grande artista Adriano Cecioni, il “progreesso non viene certo per accomodare, ma per cambiare e distruggere”. Io non sono pessimista come lui, io ritengo che il progresso sia necessario, il mondo va avanti, deve progredire. Ma c’è progresso e progresso. E poi, come dice Fabrizio del Noce, Direttore di Raiuno: “lo sviluppo è sostenibile fino a un certo punto”. Infine mi vengono in mente altre frasi, una di queste dice: “Le risorse della montagna hanno una loro specificità, un valore strategico, perché sono valori unici”, oppure: “Le risorse naturali, la qualità della vita, la coesione sociale sono materie prime di prim’ordine per costruire lo sviluppo”. Parole di Renzo Mascherini che le ha scritte  sulla Rivista Montagna Oggi.
Paolo Campidori
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IL CASTELLO DI TIRLI ALLA FAGGIOLA
Il ripiano a forma di piramide tronca in cima a questa collina (Vedi foto) è probabilmente il luogo ove sorgeva il Castello di Tirli nella Ronagna Toscana. Nelle carte geografiche moderne questa località è riportata con il nome “Il Castello” e si trova in posizione sopraelevata a Est di Casovana (un piccolo nucleo abitativo dove una volta passava la strada, che seguiva, da una buona distanza il Santerno) e che passando da San Donato al Coniale, San Giusto e San Martino a Camaiore andava a San Pietro a Tirli, Moraduccio e quindi verso la Romagna. “Il Castello di Tirli dipendeva dagli Ubaldini di Susinana, fino a che, nel 1372, i discendenti di Ottaviano di Maghinardo di Susinana non cedettero alla Repubblica fiorentina ogni pretesa sui castelli dell’Alpe e del Podere, per la cifra di 7.000 fiorni d’oro”! (Cfr. Firenzuola e il suo territorio. A cura di P.C. Tagliaferri). Nelle Rationes Decimarum del 1302-3 il Plebato di Camaggiore era così composto: 1) Plebis S. Johannis de Camaiore; 2) S. Michaellis de Monte; 3) S. Martini de Curia Tierli; 4) S. Petri de Curia Tierli, 5) S. Margherite de Tierli (Da notare la derivazione tedesca di Tirli, che si scrive Tierli e si pronuncia Tirli, infatti in tedesco il dittongo ie si pronuncia i). Nella Decima Pontificia (Rationes Decimarum) del 1276, noi ricaviamo altre informazioni: le chiese e i popoli che vi facevano parte non dipendevano, almeno sotto il profilo strettamemnte giuridico e amministrativo, da una Pieve, bensì da una Curia che equivaleva a un determinato distretto territoriale e che faceva capo a un castello. Pertanto la Curia del castello di Tirli, nel 1276 comprendeva le seguenti chiese: 1) San Martino de curia Tierli; 2) Santa Maria de castro Tierli; 3) S. Patrizio de curia Tierli (San Pietro). Questo voleva significare che, ad esempio, una chiesa, poniamo S. Pietro a Tirli, era soggetto, per quanto riguarda la parte amministrativa, giurisdizionale, fiscale, ecc, alla Curia del Castello, nel nostro caso del castello di Tirli; mentre per quanto riguarda la gerarchia ecclesiastica, la stessa chiesa faceva parte del Plebato di Camaiore o Camaggiore. Le stesse Pievi avevano anch’esse compiti amministrativi, o meglio anagrafici, come si direbbe oggi. Le stesse Pievi però avevano anch’esse facoltà impositiva verso i parrocchiani (Vedi Rationes Decimarum). Con il battesimo dei neonati, non solo si esercitava uno dei compiti più importanti, cioè quello di somministrare un sacramento, ma lo stesso nascituro veniva incluso nei registri delle nascite, proprio come avviene oggi presso le Anagrafi dei Comuni. La giurisdizione del Castello era però limitata ai confini della Curia, vale a dire, il castello aveva una giurisdizione territoriale ben delimitata all’interno del Feudo. Presso il castello risiedeva stabilmente un vicario del feudatario, un funzionario, che accentrava su di se tutte queste prerogative amministrative, giuridiche, e di comando e che era sottomesso soltanto al feudatario, spesse volte anche da vincoli di parentela. Il vicario, oltre ad essere colui che esercitava il potere in nome del feudatario, si occupava della difesa del castello, delle armi e degli armati, riscuoteva le tasse e gli innumerevoli balzelli, e, cosa più importante, esercitava in prima persona o per mezzo di giudici delegati la giustizia e comminava le pene, fra le quali anche la tortura e la pena di morte. Nei feudi più piccoli era lo stesso feudatario che assolveva questo compito. Sempre nel castello, (quasi sempre nella loggia dello stesso) venivano eseguite transazioni e ogni negozio giuridico, dalla vendita e acquisto di beni immobili e mobili, atti riguardanti eredità, donazioni, doti, ecc. e sempre alla presenza di un notaio che eseguiva i rogiti degli atti e alla presenza dei contraenti e dei testimoni. Tali atti talvolta riguardavano l’emancipazione di un servo, poiché parte della popolazione viveva in stato di servitù. Ritornando un attimo alle Rationes Decimarum del 1276 noi notiamo che la Curia del castello in oggetto comprende tre chiese, ma di queste solo una è indicata con la dicitura “de castro” ed è la chiesa di Santa Maria. Questo significa che la chiesa era proprio dentro le mura del castello, o per lo meno nelle immediate vicinanze; mentre le altre due chiese definite “de curia” sono ubicate nel territorio della curia del castello. E’ interessante motare inoltre , che nelle vicinanze si trovavano altri importanti castelli, sempre degli Ubaldini, tutti situati in posizioni strategiche. Uno di questi era il fortilizio che si trovava a Pignole e Piagnole e fu ceduto ai Firentini dopo l’uccisione di Maghinardo (Si tratta ovviamente di Maghinardo Novello nipote).  Un altro castello si trovava sulla sommità del poggio di Monti, appunto presso la chiesa di San Michele a Monte. Oggi di questo importante Castello resta la dicitura “Il Castello” a una imponente casa colonica con pietrami e pilastri molto antichi. Ciascuno di questi castelli che ho menzionato era posto su strade di vitale importanza o nelle immediate vicinanze delle stesse. Piagnole e Monti controllavano la strada sulla sinistra del Santerno (strada di crinale e mezza costa) che non corrisposndeva affatto al tracciato della strada attuale che costeggia il fiume, fino a lambirne le rive. Il castello di Tirli invece controllava la strada che seguiva la riva destra del Santerno, anche questa strada in parte di crinale in parte di mezza costa. Detti castelli inoltre erano in contatto diretto visivo fra di loro e gli stessi potevano scambiarsi, in caso di necessità, dei segnali di fumo, luminosi, ecc, ed accorrere in armi dove si presentava il bisogno. Ma non possiamo non accennare altri due castelli, sempre facenti parte dello stesso feudo. Parliamo del castello di Rapezzo in località Corte e del castello di Brento o Brentosanico, che si ergeva sul Monte Caprile e che aveva tra l’altro compiti di riscossione dei pedaggi (una specie di casello autostradale). Così andava la vita di quelle popolazioni in Alto Mugello nei feudi dei potenti Ubaldini che vantavano discendenza longobarda. Ma si sa, i Longobardi non si erano acquistati una buona fama in Italia. Nè migliore fama gli stessi godettero alla corte papale. Anzi, la corrispondenza dei Papi con la corte Franca acquistò un tono violento. In essa il popolo longobardo è detto: “PERFIDA E FETENTISSIMA GENTE CHE  MON E’ DA PORRE NEL NOVERO DELLE NAZIONI, MA DA CUI DERIVA LA RAZZA DEI LEBBROSI”. Di questo se lo ricordino la gente della Romagna Toscana, i quali sono stati per secoli asserviti a questi tiranni e se hanno conosciuto, dopo tanta tirannia, un periodo di benessere e di libertà, questo lo devono proprio ai fiorentini, popolo forte e coraggioso, che ha combattuto a fianco di queste genti ed ha portato avanti una politica altrettanto coraggiosa e che ha dato alle stesse popolazioni la forza di raddrizzare il capo e la schiena, e la dignità di sentirsi liberi, dopo che essi erano stati ridotti per secoli a servi della gleba. Un monito mi sembra doveroso a tutti coloro i quali adesso prendono le distanze da Firenze e dalla Toscana,  i quali con referendum popolari o altro, vorrebbero  con un gesto davvero infelice sancire il distacco dalla Toscana per unirsi all’Emilia Romagna.
Paolo Campidori
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“UCCI…UCCI…SENTO ODOR DI CRISTIANUCCI”
Storia dei Martiri cristiani di Vallicula (Valcava)
Questa frase che di quando in quando mi martella  il cervello, mi fa tornare in mente i giochi infantili che quotidianamente insieme agli altri ragazzi facevamo, il più delle volte, all’approssimarsi della sera, quando già avevamo fatto i compiti di scuola e nell’attesa di un buon piatto di minestra fumante, che nostra madre affaccendata ai fornelli ci faceva trovare. Se non ricordo male, questa frase “Ucci, ucci, sento odor di cristianucci” veniva fuori quando facevamo il gioco del nascondino e colui che “sentiva”, vuoi per intuito, vuoi perché il “nascosto” aveva mosso una frasca, oppure aveva fatto rotolare con i piedi un po’ la terra, pronunciava questa frase, come per dire “Attento ti ho scovato, so che sei lì dietro l’albero, o dietro la siepe”. Non so l’origine esatta di questa frase che veniva pronunciata con tanta ingenuità dai miei compagni di giochi, ma ho l’impressione che nell’immaginario popolare abbia un origine antica, e non sia poi tanto ingenua. Una volta essere cristiano non era come oggi. Oggi, purtroppo, la maggior parte delle persone sono cristiani all’acqua di rose, e fra questi mi ci metto anch’io, siamo come ci ha definiti qualcuno “cristiani pantofolai”. Una volta, e mi riferisco al fatto che sto per raccontare, essere cristiani non era né una moda, né un passatempo, né una cosa, come si dice oggi, che facciamo poiché l’abbiamo ereditata dai nostri genitori. Oggi ci sono fra noi moltissimi cristiani di “facciata” che si definiscono tali ma che nella realtà dei fatti sono tutto fuori che cristiani. Una volta, e  mi riferisco al tempo delle persecuzioni cristiane da parte dei romani, essere cristiano, equivaleva essere un “fuorilegge”, in altre parole una persona che andava “scovato”, “braccato” come la selvaggina, e “giustiziato” nel più infamante dei modi. Ma quanto sono durate queste persecuzioni da parte dei romani? Sono durate tanto. Tre secoli e oltre! Va bene, dicono che Gesù sia stato ucciso dagli ebrei. Mi fanno ridere. E allora chi ha ucciso le migliaia  e migliaia di martiri cristiani, che passavano la loro vita fra le Catacombe e il Circo Massimo in attesa di essere mangiate dalle belve? Chi ha messo i cristiani a ardere come delle torce per illuminare l’antica Roma? Sono stati gli ebrei? No, cari amici, sono stati i Romani, come romani erano coloro che hanno ucciso il Cristo. Ecco cosa voleva dire allora essere cristiano, voleva dire, essere uno che, per seguire la religione di Cristo, doveva prepararsi al sacrificio estremo. Ecco, dunque cosa voleva dire per quei primi cristiani l’Eucarestia. Significava prepararsi alla morte del corpo, ma che questa non era altro che un  passaggio da una breve vita terrena, ad una promessa vita immortale. Ecco perché in alcune antiche tombe cristiane  noi non troviamo la simbologia Alfa-Omega, vale a dire non un passaggio dalla vita alla morte, ma il contrario, cioè il passaggio dalla morte terrena alla Vita eterna, quella in Cristo. E, notate, quando poco sopra mi sono riferito al fatto che sto per raccontare, quel “fatto” non è stato detto a caso, si tratta di un fatto vero, non mi si venga a parlare di tradizione, leggenda o altro. Eravamo nel 250 d.C. sotto l’Imperatore Decio….e Cresci era un nobile germano convertitosi alla religione cristiana, e per questo fu messo in prigione in un buio carcere della città di Firenze. Una notte in questo tetro carcere rifulse una luce immensa e Cresci si trovò liberato dalle catene. Onnione, che era il suo carceriere, si convertì vedendo le cose che erano accadute in quella prigione. Quindi Cresci insieme ad Onnione lasciarono la città di Firenze e giunti sulla strada militare che da Firenze conduceva a Faenza, in luogo detto il Colle (Collis) presso Valcava, chiesero asilo ad una vedova pagana di nome Panfila o Panphilia, alla quale Cresci sanò il figlio di nome Serapione, e li battezzò entrambi. A quest’ultimo fu dato il nome di Cerbone. Ma i soldati romani si misero subito sulle loro tracce e li raggiunsero in un posto in cui essi attendevano vigilanti pregando Dio. I soldati li presero, li legarono e li portarono in catene al “fanum” (tempio) più vicino dove erano diverse immagini di idoli. Li fecero entrare nel tempio volendoli costringere a sacrificare per gli Dei. Con Cresci c’erano anche due suoi discepoli, Onnione, il carceriere, ed Enzio. Onnione dopo essere stato spogliato e flagellato morì invocando il Signore. La stessa sorte toccò a Enzio. A Cresci, invece, uno dei soldati lo percosse e con la spada gli recise la resta, aspergendo sul pavimento il sangue del Martire. Questo fatto avvenne il 24 ottobre del 250. I soldati “innastarono” il capo di San Cresci per portarlo all’Imperatore Decio. Ma il loro cavallo si fermò, prodigiosamente, in un luogo detto Vallicula (odierna Valcava)  ed essi dovettero abbandonare sul terreno il capo grondante di sangue. Allora Cerbone e gli altri cristiani racolsero i corpi dei santi martiri caduti al Colle e li trasportarono dove i soldati avevano lasciato cadere il capo di Cresci. Avvolsero questi in  preziosi lini e con preghiere li seppellirono in quel posto. Su queste tombe altri fedeli si recarono a pregare. Ma il 4 maggio 251 mentre Cerbone e i compagni stavano pregando sopraggiunsero dei soldati romani che fecero scavare una fossa lì vicino e li seppellirono vivi. Molti accorsero a venerare i martiri della Valcava e questo nuovo martirio fu il seme della nuova religione in Mugello. Così al tempio pagano dedicato a Esculapio o a Hygia fu sostituito forse già dal sec. III un “Sacellum cristiano” per custodire le tombe dei martiri, nel luogo dove poi sarebbe sorta la chiesa. Questo è il fatto e questa che segue è la conferma del fatto. Eravamo nel 1613, nei giorni 4 e 5 luglio, e in una ricognizione delle reliquie del Santo operata dall’Arcivescovo Alessandro Marzi-Medici fu accertata la perfetta concordanza con ciò che gli Atti di San Cresci (Conservati nei manoscritti dell’Opera del Duomo di Firenze) concordarono con i rinvenimenti e cioè: dietro l’altar maggiore, in un’arca di pietra serena, furono rinvenuti filamenti d’oro, un castone di rame dorato con pietra azzurra, monete romane e i resti umani di San Cresci, dei quali una testa staccata dal busto, che recava visibilmente il foro dell’asta, con cui era stata trafitta. Sotto l’antica gradinata dell’altar maggiore vi erano i corpi distesi dei due Santi Enzio ed Onnione. L’Arcivescovo Marzi-Medici fece deporre le reliquie in una “capsa lignea” munita di lamina plumbea. Presso l’antico fonte battesimale si rinvennero  otto teschi che appartenevano ai Santi Cerbone e Panfila e altri cristiani sepolti vivi nel maggio 251. Concluderei con un passo della lettera di San Cipriano a Donato nell’anno 246, quasi contemporanea ai fatti della Valcava: “Quando l’omicidio è commesso dai singoli è considerato un crimine, ma diventa una virtù quando lo si compie socialmente. Non certo l’innocenza, ma l’eccesso di crudeltà dà impunità ai delitti”.
Paolo Campidori
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GLI ULTIMI POETI DELL’ALTO MUGELLO
Vi sembrerà strano, ma nella Romagna Toscana di cosiddetti “poeti” ce n’erano molti. Forse sarà stato il vino, bevanda nazionale, ma per quei tempi anche qualcosa in più. Il rischio che corre oggi l’uomo, quello di ingerire durante la giornata troppi cibi iper-calorici, allora non esisteva, semmai il contrario. Prima di tutto perché la cucina era “povera”, ma nel vero senso del termine. Quando a tavola, così almeno mi raccontavamo i miei, c’era una bella pulendina di farina gialla o di farina dolce, accompagnata da un ovino, da un  pezzetto di formaggio o di salciccia, si era già fatto un terno all’otto. Di hors-d’oeuvres (antipasti), dolcino finale, caffè e ammazza-caffé, allora non se ne parlava nemmeno. Non c’era bisogno nemmeno degli stuzzichini, poiché lo stomaco era già stuzzicato abbastanza dalla fame. Magari a tavola non mancava un bicchierozzo di vino, poiché quello si diceva faceva buon sangue e rinforzava le ossa. Ma un bicchierozzo di vino consumato anche nei vari momenti della giornata non guastava affatto, anche perché la vita nei campi e nelle campagne era faticosa, e poi si percorrevano lunghi tratti a piedi su e giù per quei monti. L’obesità allora non era un problema. Li vedevi questi contadini con delle facce talmente stirate che sembravano pancette attaccate alla trave del soffitto. Ma ritornando al vino, dobbiamo dire che era un fedele compagno anche durante il cammino. Allora non c’era, come oggi, l’auto sotto il sedere. C’era invece il carro trainato dai buoi che serviva da auto, da camioncino e il contadino se ne serviva tutti giorni per portare gli attrezzi necessari per lavorare i campi, per portare il fieno, il letame, oppure i tronchi d’albero per riscaldare la casa. Tutte le volte che il contadino lasciava con le bestie la casa per andare al lavoro nei campi, metteva nell’angolino del carro, un bel fiaschetto di quello buono, e …quando la fatica si faceva sentire, un buon bicchiere levava la stanchezza e metteva anche un po’ di allegria. Sappiamo che quando l’uomo è allegro, spesse volte canta oppure si mette a declamare versi, poesie o strambotti che dir si voglia.  Ma da qui a dire che tutti erano poeti c’è una bella differenza. L’estro della poesia, forse uno lo possiede fino dalla nascita; in altre parole si può dire che poeti si nasce. Ma non basta, per essere poeti, come lo erano da queste parti, bisogna essere anche un po’ burloni, ci vuole insomma il “fisique du role” (il fisico o la figura adatta a quel personaggio). Non può godere di una certa fama un poeta, anche bravo, dalla bella voce, ma che per esempio sia antipatico, oppure abbbia una faccia triste, di quelle da funerale, come per esempio l’aveva il nostro Sommo Poeta, a giudicare da come ce lo hanno tramandato i pittori dell’epoca. No, qui nella Romagna Toscana (e montanara) il poeta deve essere una persona estrosa, con il volto rubizzo dal buo vino, che sia insomma un po’ “mat” (matto), nel senso buono del termine, inoltre deve avere la capacità di verseggiare o cantare in versi già da subito, dopo il secondo o il terzo bicchiere di vino. E, si sa, il proverbio dice “in vino veritas” e, pertanto, la Musa poetica si libera dal poeta e non si sa dove andrà a parare. Ne consegue che il poeta, già dai primi bicchieri, dovrà esser capace di tirar su il morale della compagnia. E i versi, si sa, sono ironici, canzonatori, ma qualche volta sono anche tristi, per esempio quando ricordano la morte di un amico caro. Nei versi, si prendono in giro, si “maneggiano” come si dice in gergo balzarottino, questa o quella persona, questo o quel difetto fisico, oppure l’ignoranza madornale o l’aspetto trasandato di un villano. E da questa parte della Romagna Toscana tipi che corrispondono a questi requisiti ce ne sono molti. Li troviamo soprattutto il lunedì mattina al mercato di Firenzuola, rivestiti a festa e con il cappello a larga tesa, calcato bene sulla fronte. I tipi presi di mira da questi “poeti” erano quasi sempre gli stessi: Bargiulòn e Basuccòn, per esempio,  che passano una notte intera a cantare e a ripetersi sempre gli stessi versi. Bargiulòn dice a Basuccòn  (in dialetto naturalmente): “Sei uno zuccone”, e l’altro gli risponde: “Se io sono uno zuccone tu mi devi rispettare”. Immaginate questa scena e questi versi che si ripetono per una notte intera, con i due protagonisti che tracannano un bicchiere di vino dietro l’altro, tanto da non reggerlo più e da non riuscire a stare più attaccati alla sedia. Questi tuttavia sono “poeti” per modo di dire, sono solo degli ubriachi che fanno ridere le persone che hanno intorno, le quali, a turno, offrono loro dei calici di vino per prolungare la comica. Il “poeta” invece, quello che canta in rime, nei vari eventi popolari, religiosi o laici, è più evoluto, diciamo che è ispirato dalla Musa poetica e sa comporre, rispettando la metrica, terzine, quartine, ottave e via dicendo. In Toscana questo modo di cantare in versi è detto stornellare, qui invece, nella Romagna Toscana, si parla più di “Stramberie o strambotti”, “Zirudele”, ecc. Spesse volte il “poeta” si accompagna o si fa accompagnare da uno strumento  musicale: un organetto, una fisarmonica, una chitarra. Il poeta, il versificatore della Romagna Toscana ricopre un po’ il ruolo che avevano i “giullari” o i “trovatori”, veri e propri saltimbanchi, che si guadagnavano da vivere, allietanto con la loro poesia, il loro canto e la loro comicità le corti dei signori, che si trovavano nei castelli di tutta Europa. A questa forma giullaresca, tanto per fare un paio di esempi, appartengono Nedo di Pietramala e Donato Donatini di Palazzuolo, vissuto però quest’ultimo nella prima metà del 1900. Di Nedo abbiamo scelto una poesia non giullaresca, non comica, proprio per dimostrare che questi componimenti potevano essere allegri e tristi. Si intitola “Il poro Otello” (dove “poro” sta, naturalmente per povero):
Ripensando ora al poro Otello
ribattezzato chiamavan Restone
a Pietramala in questo paesello
lo credevan pastore col bastone.
Nutriva sì la pecora e l’agnello
e benvoluto da tante persone
ma il meglio ancor si doveva svelare
una famiglia ha lasciato esemplare.
Non più con noi a ridere e giocare
non più con noi a farci compagnia
morte improvvisa ce lo fe’ mancare
morte improvvisa ce lo portò via.
Nessun di noi lo può dimenticare
a Pietramala il bar e l’osteria
è veramente il fiore all’occhiello
gestito dalle figlie del fu Otello.
(Nedo Domenicali, 3 luglio 2002)
L’altro è Donato Donatini di Palazzuolo del quale parleremo in un prossimo articolo intitolato: “Le stramberie di Donato Donatini”, naturalmente sul Galletto.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

LA PIEVE DI SAN PIETRO A VAGLIA
Anticamente due erano le strade di crinale che raggiungevano il Mugello lungo la Valle della Carza. Una di queste, provenendo da Pescina, San Giusto a Scarabone raggiungeva Spugnole e quindi il Trebbio per poi scendere e attraversare la Sieve. L’altra, anch’essa di crinale, proveniente da Fiesole, toccando la chiesa di Macioli,  San Piero Calicarza, lambiva Montesenario, Buosollazzo per poi scendere giù a San Michele a Livizzano (oggi detta a Lezzano) e attraversare la Sieve, per poi continuare verso Senni, Luco, San Simone alla Rocca sull’Alpe (l’Appennino era chiamato così). Altre due strade, se non proprio di fondo valle, potremmo chiamarle di mezza costa, fiancheggiavano il torrente Carza, una corrisponderebbe grosso modo alla statale attuale, l’altra, dalla parte opposta della Carza, toccava le località: Bivigliano, San Niccolò a Ferraglia, Signano, Cornetole, attraversava la Sieve presso Petrona e toccando Fagna, saliva l’Alpe attraverso lo Spedaletto, divenuto poi Osteria Bruciata. La Pieve di Vaglia, almeno millenaria, confermata anche dai documenti, e qui sta il rebus, non era posta su nessuna di queste quattro strade, già etrusche e poi romane e infine medievali. Sveliamo il segreto, la Pieve di Vaglia si trovava sul troncone di strada, una strada traversa che da Pescina, toccando la Pieve di San Pietro a Vaglia, Signano, univa le due strade di crinale, antichissime, che portavano in Mugello. Questa traversa, era pure una strada etrusca, lo confermerebbe l’ertimologia dei luoghi che questa strada toccava: Pescina, Vaglia, derivante da Ualea, o qualcosa di simile che corrisponde a un nome di donna estrusca, Mensola, infine, che deriva dall’etrusco Mesula. Una zona, quindi questa di Vaglia, a forte concentrazione etrusca. Non si sa bene, quando la chiesa di Vaglia sia stata costruita esattamente. Tutta questa zona, già prima del Mille, era un feudo del Vescovo Fiorentino, e ciò lo confermerebbe anche il Castellare, antico Castello vescovile, che era localizzato, come dice il Brocchi, a “cavaliere della Pieve di Vaglia”, che ha una posizione di mezzacosta, rispetto al paese che sta in basso, proprio sul torrente. Altra rocca, ultimo baluardo di un castello, era quella di Pietramensola, antica chissà quanto, forse già luogo fortificato etrusco. Altra torre di avvistamento, tutt’ora esistente, la troviamo a Torre detta dei Nocenti, sulla strada che proveniva da Pescina, ma altri castelli erano nelle cicinanze: a Cerreto Maggio, a Corte Chiarese, Villa Pozzolini, a Scarabone, dove passava appunto la strada di crinale, altra rocca, poi castellare esisteva a Ferraglia, nome anche questo di origine etrusca poi romanizzato, Festalla o Festalia. La Pieve di Vaglia doveva quindi essere ben più antica di quel documento che sul finire del sec. X la menziona “sancti petri in Valea”, documento nel quale il Vescovo fiorentino Sichelmo, feudatario, donava una “Curtem de Lacu” al Capitolo Fiorentino. Ce lo dimostra anche la testiminianza, riportata anche dal Brocchi e dal Niccolai, secondo la quale la Pieve aveva una pietra di alberese, un lastrone, che serviva anticamente ad uso battesimale. La chiesa, quindi, doveva avere in origine anche una cripta, e penso, ma è una mia supposizione, che dovesse essere molto simile alla Pieve di Legri, nella Val di Marina, alla quale era collegata per mezzo di una strada antichissima. La chiesa come è oggi, con ampia navata centrale con soffitto a capriate lignee, affiancata da due navatelle laterali (una di queste non c’è più, resta solo quella di destra), è il frutto del lavoro di ricostruzione della chiesa avvenuto nel 1789-91, ed è disposta sull’asse nord-sud, con la facciata che guarda verso sud. Credo che la chiesa originaria, forse più piccola dell’attuale, fosse disposta lungo l’asse W-E, con la facciata rivolta al Ovest, come lo erano tutte le antichissime chiese paleocristiane e questo corrisponderebbe anche alla sua posizione sul tracciato stradale della strada etrusca che ha appunto un andamento W-E. Un restauro, condotto in maniera scientifica, se avverrà in futuro, ci potrà permettere di ritrovare l’antico perimetro delle mura della chiesa che doveva avere una o tre absidi, e si dovrebbe ritrovare la cripta, probabilmente sotto uno strato di terra. Ci auguriamo che questo avvenga quanto prima, non per riportare la chiesa alle forme originarie, questo sarebbe impossibile, ma per documentare le trasformazioni della chiesa avvenute nei secoli. Fra la metà del secolo XIII e il sec. XVI la Pieve di Vaglia aveva raggiunto la massima importanza e aveva esteso la competenza e il suo territorio fino a Legri in Val di Marina, Pezzatole, Carlone, e un podestà vescovile fu probabilmente il giusdicente di questa terra. E’ all’incirca di questo periodo, la tavola di altare dipinta all’inizio del Trecento, che raffigurava San Pietro con intorno la sua storia in sei quadretti, donata alla chiesa dal Vescovo Francesco Silvestri da Cingoli. Di questa tavola, non se ne sa più niente, come del resto non se ne sa più niente di altre importantissime tavole che si trovavano in chiese vicine, tanto per fare un esempio a Spugnole. Durante il periodo passato alla Soprintendenza, pur avendo fatto ricerche, non sono riuscito a trovare notizie né di questa tavola, né di quella che si trovava nella chiesa di Spugnole, né di altre. Del periodo Rinascimentale resta nella Pieve un bel Fonte Battesimale, robbiano, di pianta quadrata con angoli lobati. Una parte della decorazione è andata distrutta, tuttavia restano due festoni di frutta laterali, con alcuni frammenti, e un bellissimo angelo robbiano. Questo Fonte meriterebbe un restauro. Verso la seconda metà del  1600, originario della Pieve, si distingue un pittore Angiolo Nardi da Razzo che ha operato per quasi la totalità della sua carriera in Spagna. Essendo questi molto legato alla Pieve e alla Compagnia della Madonna della Neve, annessa alla chiesa (che aveva compiti, oggi si direbbe di “volontariato” sociale, ma non solo), inviò dalla Spagna un enorme forziere, con un reliquario in ebano, un ostensorio e un turibolo in argento massiccio. Al 1791 risale la ricostruzione della chiesa, una grande aula, con arco trionfale, due navatelle laterali e soffitto a capriate. Le decorazioni vengono eseguite in stucco, in stile barocco, con dei preziosissimi colori tenui. Verso la metà del 1800, esattamente del 1863 al 1866, viene chiamato a coadiuvare il Pievano Ulivi un personaggio molto conosciuto ai mugellani. Si tratta di Padre Lino Chini autore della Storia Antica e Moderna del Mugello, edita qualche anno più tardi, nel 1875. Con la collaborazione del Pievano Don Mario Martinuzzi, ho potuto rintracciare, documenti, stati d’anime, ecc. di quel periodo, con la scrittura autografa del nostro Don Chini, che nella prefazione della sua opera esordisce così: “L’amore che io porto sincero e inalterabile al Mugello,  mia provincia natale….”. Sembra, almeno da una indiscrezione raccolta da Don Martinuzzi, che Don Lino Chini, borghigiano, non si trovasse a suo agio in questa pieve, anzi, sembra, che una volta recatosi presso una famiglia, fosse stato bastonato ben bene, forse, anche a causa delle sue idee politiche allora un po’ contrastate dalla popolazione locale. Oggi, la Pieve di Vaglia, funge anche un po’ da deposito delle opere d’arte delle chiese vicine abbandonate o in via di “estinzione”. Importantissime sono due campane una del 1221, datata e firmata, proveniente dalla chiesa di Pescina, l’altra del 1233: due oggetti storici inestimabili; un dipinto raffigurante la Madonna col Bambino, proveniente dall’antica chiesa della Famiglia Cerretani, a Cerreto Maggio, ecc. Altra opera notevole, questa della Pieve, è una Croce Processionale, dipinta dal Pugliani. Ma molte altre sono le opere d’arte presenti in questa chiesa, una vera e propria raccolta d’arte, che Don Martinuzzi conserva con cura e con amore. Meritevole di restauro sarebbero i libri, gli stati d’anime, gli antifonari, che soffrono non poco dell’umidità degli ambienti e che rischiano, se no n si interviene in tempo, l’estinzione.  Un invito quindi a tutti per scoprire i tesori  la storia e le bellezze ambientali che circondano la Pieve di San Pietro a Vaglia.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

LE VALOROSE CHIESE DEL MUGELLO E DELL’ALTO MUGELLO 
In un mondo sempre più condizionato dalla tecnologia e dal cosiddetto progresso, in cui l’uomo è ridotto niente più che ad un oggetto, costretto a vivere in una società moderna dominata dal caos, dalle macchine, dalla speculazione industriale, costretto cioè a vivere in una dimensione non sua, l’uomo a poco a poco perde quegli attributi spirituali e pratici che gli derivano da una corretta vita a contatto con le cose semplici e con la natura. Ecco dunque che l’uomo avverte il bisogno di ritornare alle cose di sempre, di ritrovare la spiritualità, la natura, la pace, la tranquillità dei campi e dei boschi lontano dal caos cittadino. In questo contesto ben si inseriscono le chiese del Mugello e dell’Alto Mugello, per il fascino che esse emanano, per la loro pittoricità, per la loro misticità, per la loro magnifica posizione, quasi tutte su colli ameni circondate di cipressi, olivi e vigneti (querce e castagni nell’Alto Mugello), ma anche per la loro architettura ben misurata che si fonde e si esalta con il paesaggio che le circonda. Le chiese, in particolar modo quelle più rurali, erano il nucleo essenziale della società rurale passata. In esse, infatti, si realizzavano – e si realizzano tutt’ora – le tappe fondamentali della vita di quelle genti: battesimi, matrimoni, ecc. Ma oltre a questo la chiesa è stata anche punto di incontro fra la gente di quei luoghi; non solo ci si riuniva per la messa, ma prima e dopo le funzioni i paesani e i contadini parlavano del proprio lavoro, della semina, del raccolto e così si scambiavano esperienze di lavoro e di vita. Un problema, uno stato di necessità di una famiglia, diventava problema di tutti, della comunità. Oggi a malapena si conosce la famiglia che abita dirimpetto a noi. Davanti a queste chiese, adesso, spesse con le porte sbarrate (“chiusa come le chiese quando ti vuoi confessare”, dice una canzone di Venditti), in parte abbandonate per l’esodo cittadino delle popolazioni, in parte distrutte, grazie anche alla incuria e la insensibilità delle persone, si avverte ancora l’eco, il brulichio di una moltitudine di popolo che sostava davanti alla chiesa in attesa delle funzioni. Sembra ancora di vedere in queste chiesette rurali i contadini bonaccioni mugellani e alto mugellani, con il loro cappello in mano, con il loro vestito di festa, quasi sempre con il corpetto e l’orologio con la catena d’argento (o d’oro per i più abbienti) e con i loro visi coloriti dal buon vino e dall’aria salubre, parlottare del più e del meno con quei loro accenti mugellani o con quella parlata romagnola o “balzarott”, che dir si voglia. Le chiese per questa gente umile e semplice erano – e continuano ad essere – una cosa importante, in quanto espressione della loro spiritualità e in quanto le hanno costruite ed abbellite con le loro stesse mani e con i loro sacrifici. ( “Questa chiesa – era scritto in una lapide di una di queste chiesine – è stata fatta con le promesse dei ricchi e con i soldi della povera gente”). Le chiese (queste valorose chiese mugellane e alto mugellane!) hanno sopportato durante i secoli le più grandi disavventure quali terremoti, guerre e saccheggi e nonostante tutto hanno resistito ai tempi, sono giunte fino a noi con il loro bagaglio artistico, culturale e spirituale. Ma esse hanno subito, nel recente passato, pericoli altrettanto gravi, quali l’esodo dalle campagne, la carenza dei parroci, l’incuria e il disinteresse di alcuni verso questi valori. Si assiste, dunque, giorno dopo giorno,  a continui saccheggi da parte di ignoti per realizzare illeciti guadagni, e giorno dopo giorno, le chiese abbandonate  cadono sempre più in rovina. L’ultimo atto di questa tragedia sarà la progressiva scomparsa delle stesse? Si può fare ancora molto per salvare questi valori e questo può avvenire attraverso una campagna di sensibilizzazione e di informazione capillare da parte degli enti maggiormente interessati, ma un contributo importante può essere portato anche dal privato cittadino. A questo fenomeno davvero allarmante che minaccia seriamente il patrimonio artistico mugellano e alto mugellano, si è cercato di fare molto in questi ultimi anni, creando musei, restaurando chiese romaniche, rinascimentali e barocche; restaurando arredi e pitture, e molte di queste opere sono state mirabilmente restituite alla pubblica fruizione. Ma quanto resta da fare? Molto. La strada da percorrere è in salita, tortuosa e piena di buche. A queste ultime si potrebbero paragonare gli ostacoli di ogni genere che si frappongono fra i cittadini desiderosi di realizzare e le chiese o le opere stesse. Troppe pastoie burocratiche! Talvolta c’è perfino difficoltà a spendere i soldi che sono stati stanziati. Già, il ritornello è lo stesso: carenza di personale specializzato, difficoltà a reperire ditte  e maestranze affidabili e competenti, ecc. ecc., e i soldi rimangono lì, e magari tornano al ministero che li aveva, dopo tanta fatica, assegnati. Ma non dobbiamo disperare. Il popolo mugellano e alto mugellano, che non si è abbattuto a seguito di cataclismi tellurici, pestilenze, guerre di ogni genere, non si lascerà prendere dalla disperazione. Giotto, Beato Angelico, Andrea del Castagno, tanto per citare alcuni grandi artisti mugellani, con le loro opere, con il loro ingegno, saranno testimoni di una rinascita culturale, spirituale nei confronti di questi grandi valori rappresentati dalle chiese del nostro territorio.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

“VECCE E VENA”, FISARMONICA E ALLEGRIA IN ALTO MUGELLO
Aneddoti e “imbrocchi” nell’Appennino Tosco Emiliano
Pur avendo origini tosco-romagnole, da parte dei genitori, era ormai dalla lontana infanzia che non frequentavo più quei posti. Ci volle un amico a tirarmi un po’ per i capelli e riportarmi in quei luoghi. Luciano, detto anche Caburaccia, per la sua origine, mi raccontava  spesso delle serate passate al ballo a Pietramala, alla Ca’, a Ca’ del Costa, a Piamaggio, a Castel dell’Alpi. In questi posti, sembrava almeno dai suoi racconti, la gente era molto ballerina, gli piaceva soprattutto ballare con la fisarmonica. Luciano, come tanti altri ragazzi che allora venivano su dal Mugello, per incontrare ragazze tosco-romagnolate, era ed è tuttora un buontempone e da buon “romagnolo” aveva sempre la battuta pronta. Sai, mi diceva con quella “s” strascicata: “non pensare che siano tutte giovanette, c’è anche un po’ dell’INPS”. Voleva dire che trovavi un buon numero di ballerine con una “trintèna” (trentina) d’anni per gamba. Invogliato dalle sue parole un giorno mi decisi anch’io a prendere la strada della Futa. Vi descrivo la prima impressione che ebbi entrando in una di queste sale da ballo, che se non mi sbaglio, la prima volta fu alla Ca’. L’atmosfera era allegra, con un vecchio chiamato “Gallinino” che suonava e cantava in un modo particolare le canzoni di un tempo. Entrando nella sala, riuscii a stento a contenere la mia sorpresa: c’erano delle coppie, alcune anche anziane, che saltavano e volteggiavano come dei capretti impazziti. Riuscii a stento a trattenere le risa, non  mi immaginavo qualcosa del genere. Pensavo ormai che quei balli fossero spariti e che anche la fisarmonica fosse un lontano ricordo. Ma la gente che si vedeva attorno, con i visi rubizzi, le donne montanare dai seni duri come le caciotte, dal vestire un po’ alla contadina, sembravano veramente allegri. Gli uomini, rumorosissimi, facevano il via vai dalla sala da ballo al banco della mescita dei vini. Mi ricordo ancora di un uomo sulla sessantina con il bicchiere in mano che diceva, in dialetto tosco-romagnolo: “Vedi io con quella lì ci ballo e poi ci filo, ma bisogna che stia attento: non posso oltrepassare un certo punto, perché se poi quella mi dice di si? Sarebbe un bel guaio, è troppo giovane per me, e poi io non sono più un giovanotto”. Come ho detto in sala suonava un certo Gallinino, che certi ragazzi che venivano dal Mugello avevano ribattezzato “Vecce e  vena”(si tratta di due legumi per l’alimentazione delle bestie: le vecce e l’avena), tanto per indicare un tipo di musica campestre, contadinesca. Questi ragazzi, di allora, mi ricordo alcuni venivano su da San Piero a Sieve, gli dicevano: “Gallinino, suonaci “vecci e vena”. Intendevano quella canzone romagnola “Romagna mia”. In questo pezzo Gallinino dava il meglio di sé. Suonando la fisarmonica ondeggiava a destra e a sinistra , piegava il capo all’indietro, chiudeva gli occhi e spalancava la bocca per far uscire quel “Romagna mia” con tutta la sua voce. Era a quel punto, che, in epoca di carnevale, questi ragazzi tiravano fuori dalle proprie tasche delle manciate di coriandoli e gli riempivano la bocca. Ma lui non smetteva mica! Sbuffava un po’ e ricominciava. In quelle serate invernali, io che venivo dai locali notturni della Riviera  Ligure, Diano Marina, Cervo oppure dalla Capannina della Riviera Adriatica, dove al ritmo di “Ti voglio cullare” di Fidenco, al “Sapore di sale” di Paoli oppure al suono della Musica dei Platters, si ballava il “lento” abbarbicati con le straniere “usa e getta”, in quelle serate montagnole, io avevo ritrovato un po’ della mia vita, un po’ delle mie origini e non  mi dispiaceva. Questa gente montanara mi sembrava più vera, più sincera. Alcune volte capitava di salire anche con la neve, specialmente quando ci si avvicinava al Natale. Mi ricordo che allora, in quelle sere, il sereno del cielo contrastava fortemente con il chiarore delle montagne innevate, che lasciavano intravedere nettamente il loro profilo. Avevi l’impressione di trovarti di fronte a uno dei tanti paesaggi notturni con il cielo stellato che trovi come sfondo ai presepi natalizi. In quei momenti, in quella solitudine interrotta  soltanto dalle lucine dei paesi vicini, ritrovavi te stesso e la gioia incontenibile di esistere. Ma in queste da ballo di montagna non trovavi solo, come diceva Luciano, dell’INPS o altri Enti mutualistici. Trovavi anche belle ragazze, alcune bellissime. Dietro una di queste filava un amico di San Piero. “Ormai quella è mia”, mi disse con tono molto soddisfatto, “le ho fatto una dichiarazione di mezz’ora”. Dopo neppure una settimana, la stessa se l’era accaparrata un’altra persona, provate a dire chi…? Dallo scherzo, ormai la cosa cominciava a piacerci: ci piaceva “sfarfallare” a Pietramala, alla Ca’, a Monghidoro, a Loiano, ecc. A Monghidoro, l’estate, ballavano in piazza, e alcune volte portavano anche dei complessi romagnoli importanti. Uno di questi, il cui cantante aveva fatto la carriera sulle grandi navi da turismo, cantava un repertorio di canzoni bellissimo: dalle americane Blue moon e altre classiche all’italianissima Chitarra vagabonda. L’unico inconveniente era la piazza, che essendo in pendenza, quando suonavano il valzer, le coppie, girando vorticosamente, scendevano la piazza veloci come un treno, però sbuffavano come un treno, quando dovevano risalire la piazza. Luciano, con quel suo accento romagnolo, sudato, dopo che aveva fatto un valzer, su e giù per la piazza, mi diceva che per la discesa andava bene, ma per risalire, ci voleva un buon motore, altrimenti….Un altro aneddoto, che mi ricordo, è quello della “merlottaccia”. Sempre uno di questi ragazzi che dal Mugello salivano sulla montagna a “far danno” aveva trovato una ragazzina dalla gambe esili esili, che, per questa sua caratteristica, aveva ribattezzato la “merlottaccia”, a insaputa della ragazza però, e tutte le volte che  nominava la “merlottaccia”, guardava noi e le batteva una mano sulle gambe. Un altro, sempre mugellano, mi disse che la sua ragazza, se fosse andato in casa, cioè se avesse fatto “entratura”, come si diceva, la famiglia di lei, per far festa, avrebbe ammazzato tacchini, polli, anatre, piccioni, insomma, costui era un po’ “ballone”,  in casa di lei avrebbero fatto “una strage”. Ben presto anche la gente del posto, in modo particolare le mamme, si accorsero che a noi piaceva svolazzare di fiore in fiore, come fanno le api quando succhiano il nettare. Ma da queste parti questo atteggiamento non era visto tanto di buon occhio, tanto più che quassù il “toscano” era visto con un po’ di diffidenza. Non era giusto rovinare così delle ragazze da marito! Ma il nostro rapporto, al di là delle apparenze, è stato sempre dei migliori e ancora oggi, che ci ritroviamo con la barba bianca, quando andiamo in quei posti, ritroviamo i vecchi amici e le amiche, che sono rimaste veramente tali, e che rispondono ai nomi di Chiara, Angela, Ernestina, ecc.
Paolo Campidori                     
(Copyright P. Campidori)

 

VICCHIO: IL PERCHE’ DI UN MUSEO
Un ricordo dell’amico Prof. Renzo Chiarelli, “vicchiese honoris causa” e non solo.
Ottobre 1964: si inaugura il Museo di Vicchio. Questa è una data importante e lo vedremo perché. 17 giugno 1967: a Firenze in Palazzo Vecchio si tiene il discorso celebrativo su “Giotto nel VII centenario della nascita. Ma lasciamo un attimo i numeri e le date per parlare di uno dei “protagonisti” che ha contribuito in maniera “determinante” alla nascita del Museo. Parlo del Dr. Renzo Chiarelli, funzionario della Soprintendenza Beni storici Artistici (allora detta Soprintendenza alle Gallerie), negli anni ’60 e ’70, anni del cosidetto “boom” economico italiano. Ebbi occasione di conoscere questo simpatico personaggio, verso la fine degli anni ’60, quando io, allora dipendente della Soprintendenza, in Via della Ninna, fui temporaneamente mandato (o comandato come si diceva allora) a sostituire un collega bibliotecario, da tempo assente per ragioni di salute. Ricordo che il Dr. Chiarelli aveva il suo ufficio “personale” proprio nella Biblioteca degli Uffizi (specializzatissima in pittura, scultura e arti minori) della quale egli era il Direttore. Ma questo non era il solo incarico che aveva nell’ambito della Soprintendenza (Il personale era poco, i funzionari ancora meno). Era direttore dei Musei di San Marco e dell’Accademia e, credo, avesse l’incarico “territoriale” del Mugello. Io ricordo il Dr. Chiarelli, una persona squisita, molto gentile, un po’ grassoccio e quasi calvo. Lo ricordo nei mesi della calura estiva, quando arrivava all’Ufficio dopo aver fatto tappa ai due musei, un po’ trafelato, pieno di sudore, ma sempre con il sorriso sulla bocca e con l’aria bonaria di sempre, tipica delle persone “cicciottelle”. Si accomodava alla sua scrivania, accendeva uno dei vecchi ventilatori, inventariato alla base col numero stampato in rosso, dall’Economato della Soprintendenza, e, cominciava a parlare affabilmente con tutti. Era un tipo molto alla mano; amava molto la musica classica. Mi diceva spesso: “in casa mia siamo tutti musicofili e musicomani”. Usava un linguaggio un po’ ricercato, questo è vero, e quando parlava la sua “e” era stretta stretta poiché proveniva dal Nord Italia, precisamente da Verona. Però aveva legami strettissimi con il “suo” Mugello, che amava molto. Di questo legame con  il Mugello e in modo particolare con Vicchio ne parla in una sua Presentazione al libro di Pierluigi Cantini: Origini del Castello di Vicchio: “Scrivere per Vicchio, si tratti pure d’una semplice prefazione a un libro, per uno come me legato a Vicchio da vincoli di sangue, non solo, ma da remotissimi ineffabili ricordi d’infanzia e d’adolescenza, da insostituibili affetti e da amicizie antiche….è motivo di gioia e di commozione”. Se non ricordo male mi sembra che la madre fosse vicchiese. Nei suoi argomenti , tornavano spesso due temi a lui cari: Verona e Vicchio. La prima era la sua città di “adozione”, con la quale manteneva rapporti scrivendo sul suo giornale: L’Arena di Verona. Era molto “geloso” di questi giornali, e periodicamente dava ordine al Bibliotecario capo di farli rilegare. Spesso e volentieri, quando scriveva, li andava a consultare. Il secondo era Vicchio. Quando parlava di questo paese i suoi occhi si illuminavano. Vicchio, era per lui, la sua seconda patria, ma potremmo ben dire, la sua seconda casa e i vicchiesi erano, per lui, tutti suoi amici. Mi parlava di Tizio e di Caio, di Siro, di Lido, il ristoratore e albergatore del paese. Una volta andammo a pranzo da Lido: io, il Dr. Chiarelli, la sua segretaria (siamo agli inizi degli anni ’70) Signora Olga,  e, se non ricordo male, un fotografo della Soprintendenza. Ricordo allora i suoi discorsi (parlava quasi sempre lui) quasi tutti incentrati sulla sua infanzia passata qui a Vicchio, delle persone care; ma soprattutto gli stava a cuore questo paese, Vicchio, con Giotto e il Beato Angelico: due suoi illustri compaesani del passato e dei quali andava molto fiero. Ma altre cose gli stavano a cuore: quella di un nascente museo da lui voluto con caparbietà, e alla realizzazione del quale avevano concorso la Pro-Loco e il Comune; e quella delle opere d’arte, notevoli per importanza, che, dato l’abbandono delle campagne e delle chiese, erano soggette a saccheggi di ogni tipo. Sentiamo cosa dice il Chiarelli in proposito in un suo articolo del 1967: “Non è da oggi, che in Toscana si va attuando a cura di enti e di Comuni, quando non addirittura da parte delle Soprintendenze alle Gallerie, la politica, per così dire, della “proliferazione” di piccoli musei, destinati soprattutto ad accogliere oggetti di interesse artistico esistenti in centri minori o nelle campagne…..Da questa funzione di salvataggio, o di ricupero, è legittimata l’esistenza di tali piccoli musei, ancorché più che da campanilistiche ambizioni o da necessità turistiche…..Si tratta per ora, e in vista di prossimi e sicuri ampliamenti di un “embrione” di museo: una sola stanza al piano terreno del Palazzo Comunale”.  Ma, ci domandiamo, da dove nacque esattamente l’idea del Museo? Ancora Chiarelli ci fa luce in merito: “in quella stanza (ex esattoria del Comune) era visibile, da sempre, un affresco, l’unico elemento superstite, assai probabilmente, della Cappella d’un distrutto Palazzo del Podestà. Fu proprio da qui che nacque l’idea del Museo, da quell’affresco rimasto tenacemente, malgrado tutto, sul vecchio muro”. Ma vediamo nel lontano 1967, quali opere ospitava il “museino”, come lo definiva Chiarelli. Un’intera parete era dedicata agli stemmi in pietra dei vari Podestà succedutisi dal XV al XVIII secolo. L’affresco, di cui si è parlato, raffigurante la Vergine in Trono, con i Santi dei quattro Pivieri vicchiesi, databile al XIV-XV secolo, di incerta attribuzione. Un affresco staccato da Rupecanina, con una deliziosa Madonna con  il Bambino e Angeli, di maniera Biccesca. Un busto del Battista, di Andrea della Robbia, due scene mitologiche, su embrice, di ignoto quattrocentesco, provenienti dalla distrutta Cappella di Montesassi. Un’acquasantiera monolitica, proveniente dalla “abbandonata” chiesa del Rossoio. Chiarelli conclude: “il museo di Vicchio sarà ampliato e completato….non manca volontà di far ciò, né mancano in terra vicchiese, sparse qua e là, le opere d’arte da collocare nelle nuove sale….Sarà un museo da vedere….”. Il resto è storia dei nostri giorni.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

VISIGNANO: UN TABERNACOLO RITROVATO 
Non è cosa da tutti i giorni ritrovare un tabernacolo. Ancora più difficile è ritrovare un tabernacolo che era completamente sotterrato. Poi dovrei aggiungere che ancora più difficile è il caso che capiti a me di ritrovare qualcosa, io, che non sono per niente un osservatore. Questo fatto però che sto per raccontarvi, penso sia dovuto al caso, o, meglio ancora, sia stata la Madonnina del Piratello, che era sotto una ventina di centimetri di terra e che aveva voglia di riemergere alla luce del sole, per dire a noi umani svagati e pensierosi:  “pensate un po’ anche a me, invece di dimenticarmi e lasciarmi a marcire sotto la terra”. Questo mi capitò un giorno che mi recai a Visignano, sempre in cerca di qualcosa di nuovo da scoprire. E quel giorno lo trovai e fui  molto felice. Camminavo a piedi sulla stradina sterrata che da un  ponticino sale al borgo di Visignano. A un certo punto mi imbattei, presso il ciglio della strada, in un qualcosa,  per l’esattezza, una zolla erbosa, che versava acqua. Mi stupii di questo fatto poiché non pioveva ormai da diversi giorni e in quel periodo c’era sole e terra secca. Pensai, di primo acchito, che quella fosse una delle tanti piccole sorgenti che scaturiscono nel suolo nei luoghi più impensati. D’istinto, anche perché avevo un po’ di sete, misi la mano su questa terra umida per saggiarne la consistenza. Subito scaturì un rivolo più copioso e fresco che subito mi fece pensare a una fonte in disuso, anche perché, in passato,  lungo le strade polverose di campagna, si trovavano tante piccole fontanelle con i relativi lavatoi, sia per attingere l’acqua fresca da bere, sia per far abbeverare le bestie. In effetti, più scavavo, e più venivano alla luce dei pezzettini di mattoni rossi e piccoli pezzi di coccio  Scavando ancora ebbi la fortuna di imbattermi in quella che una volta era stata una fontanella e, adesso, era del tutto celata. Probabilmente al tempo dei miei zii e genitori questa fonticina era ancora in funzione e, probabilmente, molti del posto, tra i più vecchi, ancora oggi si ricorderanno di essa. Continuando ancora a levare terra e sassolini a un certo punto ebbi la fortuna, ma che dico, la bella sorpresa di imbattermi in una bella Madonnina che la devozione popolare aveva perduto. Si trattava di una bella copia della Madonna del Piratello  che io con religioso rispetto cominciai a pulire con l’acqua che sgorgava dalla terra e,tirando fuori dalla mia tasca un fazzoletto, tolsi tutte quelle impurità che la occultavano . Era proprio una bella Madonnina, un po’ sciupata, ma dai colori ancora sgargianti: giallo, turchese, amaranto. Sia la Madonna che il Bambino avevano due belle corone color oro. Le figure si trovavano entro una nicchia sempre di ceramica. Quello che mi sembrò ancora più sorprendente fu il fatto che alla base del tabernacoletto della Madonna del Piratello, una volta tanto venerata dalle popolazioni di questi luoghi, ho ritrovato pure un vasetto di rame che conteneva alcuni fiori finti. Questo significa che il tutto era stato sotterrato e occultato alla vista in occasioni di lavori di manutenzione o di allargamento della strada, senza poi preoccuparsi minimamente di ridare una sistemazione conveniente al tabernacoletto.  L’immagine della Madonna del Piratello è una delle immagini più venerate su queste montagne della Romagna Toscana, insieme a quella della Vergine di Boccadirio. Se andate da quelle parti non vi sarà difficile imbattervi in una di queste immagini, che una volta erano tanto venerate dalla religiosità popolare.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

LA VITA, LA REGOLA NEI CONVENTI BENEDETTINI DEL MUGELLO
Alcune riflessioni sulla Regola di San Benedetto
“San Benedetto la rondine sotto il tetto”, dice un saggio proverbio. Apro il Martirologio Romano di Papa Gregorio XIII, del 1636, e alla data 21 marzo trovo scritto: “A monte Cassino è il natale di s. Benedetto Abate, il quale ristorò la monastica disciplina dell’Occidente, quasi estinta; e l’ampliò meravigliosamente; la cui vita per virtù, e miracoli gloriosa fù scritta da S. Gregorio Papa”. Prendo allora il libro di San Gregorio Magno e comincio a sfogliare le pagine una dopo l’altra. Così per caso, la mia attenzione si ferma al cap. I della Regola di San Benedetto, nel punto in cui il Santo ci parla delle “Diverse specie di monaci”. Senza stare a descrivere minuziosamente il capitolo, San Benedetto distingue i monaci in 4 specie. Per primo vengono i cenobiti, cioè i monaci che appartengono anche alla sua regola, e questi vivono in un monastero “militando sotto una regola e un abate”. Questi sono i monaci che gli rimangono più simpatici. La seconda specie è quella degli anacoreti  o eremiti. Per intendersi quei monaci  che vivono da soli in celle o grotte, come aveva fatto, del resto, San Benedetto in gioventù, eremita nel Sacro Speco di Subiaco. Ma il Santo consiglia questa specie di vita non agli iniziati, ma a coloro che hanno “lunga vita monastica….e hanno ormai imparato a lottare col demonio”. Poi ci sono altre specie di monaci che a San Benedetto non vanno sicuramente a genio. Una è quella dei sarabaiti ai quali San Benedetto non lesina nei loro confronti parole di disappunto: “tristissima specie di monaci” e poi ancora “rammolliti come piombo” poiché non provati “dall’effettiva pratica di alcuna regola”. Viene infine una specie di monaci, che a San Benedetto, come si direbbe oggi sta proprio….sullo stomaco.  Si tratta dei monaci girovaghi. “Della loro miseria spirituale – dice San Benedetto – è meglio tacere che parlare”. E poi, rincara la dose: “sempre vaganti e mai stabili, asserviti alle loro voglie e ai piaceri della gola”. Sfoglio ancora qualche pagina della Regola e il mio sguardo si fissa sul Cap. V: “L’obbedienza”. Sentiamo cosa dice San Benedetto: “Il sommo grado dell’umiltà è l’obbedienza” e fino a qui niente di trascendentale. Anche nella vita non monastica molti praticano l’obbedienza: alle leggi, al superiore gerarchico, ai propri genitori, ecc. Ma per San Benedetto praticare la virtù dell’obbedienza non è sufficiente, e come si dice: “spacca il capello in quattro”. L’obbedienza deve essere “senza indugio” (obedientia sine mora). Ma non è ancora finita. San Benedetto precisa altre cose: essa deve essere eseguita “con piede prontissimo” e “abbandonata la propria volontà, alzando all’istante le mani dal lavoro e lasciando incompiuto ciò che facevano, seguono coi fatti all’obbedienza, la voce di chi comanda”. E allora vediamo chi comanda nel monastero. Parliamo dell’Abate. San Benedetto ci dice a tale proposito: “Sappiamo per fede che (l’Abate) tiene nel monastero il luogo di Cristo”. Quindi i  monaci obbedendo all’abate è come se obbedissero a Cristo in persona. Ma l’Abate continua il Santo nel Prologo: “…è anche un padre che vuol bene” ai propri figli. L’Abate è colui che dovrà rendere ragione a Dio dell’insegnamento e dell’obbedienza dei discepoli. Ma San Benedetto , nella Regola, non fa dell’obbedienza il solo cavallo di battaglia. Egli non ama i monaci chiaccheroni e sfaccendati, e allora impone il silenzio come regola: “Parlare e insegnare appartiene al maestro, tacere e ascoltare spetta al discepolo”. Poi ancora: “Quanto a volgarità, parole oziose e provocanti al riso le condanniamo in ogni luogo…”. Il monaco, secondo San Benedetto, deve essere anche e soprattutto umile, e stabilisce una vera e propria scala di umiltà, che il monaco deve salire, con fatica, gradino per gradino. Il primo grado dell’umiltà è che il monaco: “abbia il timore di Dio sempre innanzi agli occhi”. Il secondo é che: “il monaco non ami la propria volontà”. Terzo: “il monaco si sottometta al suo superiore”. Quarto: “il monaco abbracci con animo quieto la pazienza e non si stanchi di sopportare”. Quinto: “Sveli al suo Abate i cattivi pensieri…..e le mancanze occulte commesse”. Sesto: “il monaco sia contento di qualunque cosa”. Settimo: “Il monaco non si riconosca solo con la lingua, inferiore, e peggiore di tutti”. Ottavo: “Il monaco non faccia nulla che non sia conforme all’usanza del Monastero”. Nono: “Il monaco non parli finché non è interrogato”. Decimo: “Il monaco non sia facile e pronto al riso”. Undicesimo: “Il monaco parli dolcemente, senza riso e con umiltà”.  Dodicesimo: “il monaco mostri sempre umiltà a chi lo vede…..sia sempre col capo chino e gli occhi fissi a terra”. Saliti questi gradini, dice San Benedetto, il monaco arriva senz’altro a quel perfetto amori di Dio che scaccia il timore. Non c’è che dire, San Benedetto  (insieme a San Francesco) è uno dei santi più simpatici, che sa usare con i propri monaci lo zuccherino ma anche la “frusta”, quando è necessario. In Mugello, Alto Mugello e Val di Sieve, molte sono state le abbazie benedettine a partire dall’alto medioevo fino ad arrivare ai giorni nostri. Tante di queste hanno subito alterne vicende e solo poche sono arrivate fino ai nostri giorni. Parlo dell’Abbazia di San Godenzo, ai piedi del Muraglione, celebre anche per aver accolto Dante Alighieri, durante la sua fuga in Romagna; e quello di Rosano, presso Pontassieve. Quest’ultimo è un monastero di clausura femminile, ed è un vero fiore all’occhiello delle nostre realtà conventuali. La vita comunitaria, le ore di preghiera e di lavoro, sono scandite secondo il principio generale della Regola Benedettina: ORA ET LABORA (Prega e lavora). E’ un bellissimo cenobio, ricco di opere d’arte, ma soprattutto bello per le numerose vocazioni e per le ordinazioni che vi si tengono ogni anno, specialmente nella festa di San Benedetto. In questo Convento, spesso, alti prelati (Ratzinger e altri) vi si recano per celebrare la Santa Messa che avviene con il rito pre-conciliare, in lingua latina e con l’accompagnamento del Canto Gregoriano. La prima volta che mi sono recato qui è stato in occasione di una Professione solenne e Consacrazione di una monaca. Vi debbo dire che l’emozione è stata grandissima. Presiedeva la cerimonia il Vescovo di Fiesole, al quale il monastero appartiene come giurisdizione. L’atmosfera era gioiosissima e di grande festa. Anche la monaca che stava per prendere i voti, sprizzava allegria da tutti i pori. Alla domanda del Vescovo: “Filia dilectissima, iam per baptismum peccato mortua ac Domino sacrata, vis, perpetuae professionis titulo, arctius Deo coniungi?” (Figlia carissima, già morta al peccato, e consacrata al Signore mediante il Battesimo, vuoi unirti più intimamente a Lui per mezzo di una perpetua consacrazione?). Alla risposta “Volo” (Si, lo voglio) un forte senso di commozione mi pervase. Stavo assistendo ad una delle cerimonie più antiche: per un attimo ero tornato con la mente al tempo dei Conti Guidi, ai quali il monastero “apparteneva”, e spesso e volentieri scendevano, in grande pompa” dai loro castelli di Romena e di Poppi per andare a visitare le loro “sorores pauperes” (sorelle povere), ma anche per assistere ai riti di Benedizione di un’Abbadessa o di una Professione Solenne. Il Canto Gregoriano delle monache di clausura di Rosano, è meraviglioso, angelico per certi aspetti; un canto che ti riempie di gioia, ti sembra di elevarti ad altezze inimmaginabili. E’ bello stare qui la domenica con le suore di Rosano che io chiamo affettuosamente “le mie suorine”. Tutto questo lo dobbiamo a quel Santo simpatico che era San Benedetto.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)

 

LA “VITA” DI VITO
Vita veramente era un diminutivo, il suo vero nome era Vitaliana, un nome per la per la verità poco comune, ma che la nostra “Vita” aveva ereditato dalla nonna. Anche se il suo nome era originale e poco comune, Vita invevce era una donna piuttosto ordinaria, rozzotta, ma soprattutto aveva l’aspetto di una megera, una di quelle che prima della famosa Legge Merlin, gestivano le case di appuntamento nel centro di Firenze. In effetti Vita era nata in città a Firenze, ma ben presto, fin da piccola, essendosi trasferiti i genitori in Mugello, anche vita si era trapiantata nella campagna del vicchiese, sopra San Pier Maggiore, sulle propserose colline del Poggio Colla. Vita aveva assorbito la linfa vitale che sprizza in quei campi, con i filari delle viti “sposate” con i carpini, aveva fatto proprio il colore e la compattezza delle zolle appena lavorate e che rifletteva sulla sua pelle “coriacea” come la terra secca; aveva inoltre assorbito quell’influsso etrusco che emanava dal Pago del Poggio Colla, dove i contadini ripetutamente avevano dissotterrato con i loro aratri, cocci, manici di tegami e figurine di guerrieri in bronzo. Anche Vita, come gli Etruschi, aveva alle orecchie grandi campanelle d’oro che contrastavano fortemente con i suoi capelli nero-carbone. Ma gioielli Vita ne portava molti: le dita delle sue mani erano praticamente  ricoperte da anelli dalla grossa cerchiatura d’oro, con pietre vistose di vari colori. Aveva anche varie collane d’oro, ma di quello massiciccio, e se vogliamo anche un po’ grossolano. Vita non badava tanto alla bellezza del gioiello quanto alla sua apparenza, alla sua pesantezza, alla sua “lussuria”, come diceva lei. Le sue labbra erano carnose e ricoperte di un rossetto rosso vivo, che faceva trabordare fin sopra e sotto il segno delle labbra. Quando rideva il suo era un riso smodato, un riso veramente da “megera”, anche perché mostrava nella sua dentatura un buon numero di denti d’oro e d’acciaio. Quando Vita invece non rideva il suo aspetto assomigliava più a quello di una “arpia”. Ma chi gli aveva messo questo nomignolo “Vita” che per certi sensi le si addiceva e per altri meno. Era stato suo marito che, si dice a volte le stranezze, si chiamava Vito. Aveva cominciato fino da piccolo con i genitori a fare il contadino nella zona di Casole e Rostolena e poi i suoi genitori si erano trasferiti nella zona di San Pier Maggiore. Il ragazzotto Vito, gran lavoratore, si era fatto ben volere dal “padrone”, il signor Conte, anche perché era “affidabile” ed estremamente servizievole. Ben presto era diventato l’uomo di fiducia della fattoria e quando il vecchio fattore morì, Vito prese il suo posto. Certo, Vito ne aveva fatti di soldi come fattore del Conte. Era un uomo, se così si può dire, tozzo, tarchiato, con il collo taurino, con le gambe e le braccia robuste, e sulla testa non gli era rimasto neppure un capello. Vito non era certo uno di quelli, come si diceva, che gliela risparmiava ai contadini. Era attentissimo a quello che facevano e teneva un controllo quasi maniacale di tutti i capi di allevamento. Era molto difficile che gli sfuggisse qualche “marachella” che i contadini, talvolta per necessità, erano costretti a fargli. Andava a finire che per la sua severità il fattore Vito guadagnava sia dal padrone che dai contadini. Il marito era solito decantare le qualità e le “bellezze” della moglie e diceva spesso che Vitaliana (Vita) era “tutta la sua vita”. Un gioco di parole per dire quanto egli ci tenesse a quella donna, specie di megera e d’arpia. I contadini quando la vedevano apparire sui loro poderi, tutta ingioiellata, con le unghie lunghe smaltate dicevano: “ecco c’è la Vita di Vito”, e ridevano a crepapelle. Ma il povero Vito, si fa per dire, era uno che nella vita aveva sgobbato sodo. Le sue gambe e le sue braccia non erano più quelle di una volta. Era un uomo, come dicevano i contadini, tutto di un pezzo, ma ora “tutto stronco”, però sapeva farsi rispettare. Vito e Vita avevano avuto due figli dal loro matrimonio: Roberto, un “piercolaccio” come il babbo, che se la spassava tutto il giorno, a cacciare con gli amici, e Mina, una bella ragazza, che faceva girare la testa a tutti i giovani di Vicchio e oltre. Era Mina di una bellissima carnagione chiara, capelli biondi, labbra carnose, occhi azzurri con ciglia e sopracciglia nere, era veramente una diva da primafila. I suoi occhi erano particolarmente belli, di un blu acqua marina che quando li guardavi, sembrava di scorgervi gli infiniti panorami marini, con le onde e la schiuma della risacca. Anche se Vito prediligeva il figlio, tuttavia era molto attaccato a Mina. Tutti gli anni, e questa era una sua mania, nell’uovo di Pasqua gli faceva trovare, ora un collier ora un braccialetto, ora un orologio, sempre d’oro. La stessa cosa Vito non mancava di fare per la sua Vita il giorno del loro anniversario di matrimonio. Al figlio Roberto, che era l’erede maschio, Vito era solito fare fucili da caccia, ma qualche volta gli aveva fatto la sorpresa di regalargli una nuova fiammante auto spyder. Roberto era un “Alfista” incallito, amava più queste auto delle donne, anche se si era sposato con una giovane formosa donna del paese. Sia Vito che Roberto erano due persone grezze, molto gelose. Vito era geloso della figlia, l’avrebbe voluta tutta per se, anche se questo sentimento riusciva bene a nasconderlo. Roberto era geloso della moglie e anche della sorella. Roberto non tollerava le “moine”, le carezze che Mina talvolta faceva al “rustico” padre. Aveva paura che i favori del padre si rivolgessero verso Mina, totto a suo danno. Quando vedeva queste scene, Roberto, tutto stizzito, staccava il fucile dal muro e usciva di casa per andare a caccia. Era un selvatico, di quelli che conoscono il terreno palmo a palmo. Sapeva a memoria quelli che erano i balzelli della lepre, e talvolta andava a cacciare di notte. Più che essere un selvaggio aveva qualcosa di “losco” nella sua persona. Mina era invece una ragazza tenera, dal volto e dallo sguardo gentile. Era anche colta, amava la poesia di Kipling, amava leggere Kafka e l’unica cosa che tradiva la sua presenza campagnola erano quelle inflessioni che ogni tanto lasciava andare del suo accento “vicchiese”. Mina, come tutti i rampolli delle famiglie “facoltose”, studiava a Firenze presso un Convitto, nella zona “bene” della città, verso Porta Romana, presso Poggio Imperiale. Con il suo ragazzo Mina aveva percorso molte volte a piedi, mano nella mano, il tratto che dal Piazzale Michelangelo va a Porta Romana. In questo bellissimo viale alberato con a lato i cottages e dall’altro le Limonaie di Palazzo Pitti, Mina aveva sussurrato, sprizzante di gioia, a Nicola (questo era il nome del suo ragazzo): “ti amo”. Mina amava, in quei momenti, ricordare a Nicola, la bellissima vacanza che avevano trascorso a Milano Marittima. Per la prima volta, in quel di Milano Marittima, Mina aveva svelato a Nicola il suo amore: “Ti voglio un bene da morire”, gli aveva quasi gridato affacciandosi alla finestra della pensione in cui alloggiava con la famiglia. Spesso Mina e  Nicola  andavano al teatro Niccolini a “vedere” un film e per l’occasione prendevano posto in uno di quei palchi del teatro, per avere un poco di intimità. In realtà, quando uscivano da quel teatro, i due avevano visto ben poco del film, anche se entrambi si giuravano a vicenda che il film era stato di loro gradimento. Mina, nei momenti più teneri e quando si appartavano non mancava di parlare del “futuro” a Nicola. Nicola, invece, non gradiva questi discorsi: “Ma è possibile che tu non abbia capito che io sono come un uccellino al quale piace volare e non stare in gabbia?” E Mina ribatteva: “Sai Nicola, io non penso che sarò una buona cuoca. Il mangiare non l’ho mai fatto, forse ti farò solo riso in bianco”. A Nicola non andavano giù questi discorsi e intanto metteva nel mangiadischi la canzone, anni ’60, “….Prima di tutto sono giovane e non ho voglia dilegarmi ancora”. “Questa è per me”  diceva Mina. E poi aggiungeva: “Ma perché non vuoi venire neppure una volta in casa mia, a conoscere mia madre?”. “Proprio tua madre, quella arpia” – ribatteva Nicola. “Lo sai che non mi va di fidanzarmi in casa. E’ inutile che tu insista”. “Non arrabbiarti” disse Mina. “Lo sai che sabato prossimo la mia amica Rosetta farà una festa in casa, ci sarai anche tu?” “Perché no” – rispose Nicola. Rosetta aveva una bella villetta, poco fuori Vicchio ed aveva organizzato una bellissima festa, di gran lusso, di classe, con “bella gente”. Fra lo scintillare dei calici e dei gioielli, al muro spiccava un cartello: “Vietato fare coppia fissa”. “Poco male” – disse Nicola, il quale si era messo subito a ballare con Rosetta, che era una rosa di nome e di fatto: capelli nerissimi, un volto e un personale splendido. I balli erano quelli degli anni ’60 con molta “mattonella” e Rosetta non disdegnava farsi stringere un po’ da Nicola. “Andiamo via” – disse a un certo punto Mina a Nicola. “Ma perché vuoi andare via, cominciavamo adesso a divertirci”. “Andiamo via e basta” – replicò Mina, molto stizzita. “Dove andiamo?” – le chiese Nicola. “Andiamo a fare un giretto”. “Va bene”. Mina e Nicola passarono tutta la notte fra baci e abbracci nelle ristrettezze della piccola Diane di Mina. “Ma non sarebbe meglio andare in un altro posto più comodo?” – disse a un certo punto Nicola “Non ti allargare troppo” – disse Mina. Poi aggiunse “Lo sai Nicola, sono voluta venire via dalla festa poichè ero gelosa di Rosetta”. Evidentemente la gelosia era una malattia di famiglia “Non fa niente” – rispose Nicola, guardando il suo orologio. “Ma sono le tre di notte!!” “Non mi interessa – rispose Mina – voglio restare ancora con te”. Era ormai l’alba, quando la Diane di Mina si avvicinava alla propria abitazione “Ciao Mina”. “No, ancora qualche bacio” e Mina si distese sulle gambe di Nicola, abbracciandolo e baciandolo teneramente. Improvvisamente Nicola sentì aprire lo sportello della Diane e repentinamente due “artigli” si posarono sul suo viso. Era la Vita di Vito, l’arpia, la megera, che avrebbe voluto sfregiare Nicola, se non fosse intervenuta tempestivamente Mina. “No, ferma mamma, questo è Nicola, sai quel ragazzo che mi viene sempre a prendere. Fermati, per l’amore del cielo!”. Ma in quel momento Vita si scagliò su Mina, con pugni violenti sulla bocca e sul naso. “Non ti vergogni – le aveva urlato –  tuo padre ed io in ansia, ad aspettare….e tuo padre…tutto “stronco”! voleva venire di notte a cercarti…e anche Roberto, tuo fratello…ti è andata bene…!” A un certo punto, sotto quei colpi, Mina cominciò a versare sangue dal naso e dalla bocca. Poi repentinamente l’arpia prese Mina per i capelli e quasi trascinandola, la portò verso l’uscio di casa, mentre Mina piangeva disperata. Nicola, rivide diverse volte Mina a Vicchio, però era molto cambiata. Non era più la bellissima e tenerissima fanciulla con gli occhi azzurri color verde acqua marina. Mina, come la mamma megera,, ora indossava vistosi anelli alle dita, pesanti collane d’oro al collo e le labbra, belle e gentili di una volta, erano diventate grossolane e carnose, come quelle della mamma. Rideva in una maniera smodata, mostrava anche lei nella sua dentatura qualche dente d’oro. Alcuni anni dopo Nicola la rivide, mentre passeggiava per Vicchio con due bambini, biondissimi come lei. “Come va Mina?” le disse Nicola. “Bene” – rispose Mina. “Vedo che ti sei sposata”. “Si, mi sono sposata alcuni anni fa”. “E che fa tuo marito?”. “Fa il fattore, ha preso il posto di mio padre, poiché era “stronco” e non ce la faceva più”. Nicola, salutandola, se ne andò pensando che Mina, era diventata, come sua madre, un’altra “Vita di Vito”.
Paolo Campidori
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