Mese: ottobre 2017

UNA SOLLECITA CONFERMA DAGLI STUDI DI PAOLO CAMPIDORI: IN ZONA MONTESENARIO-POLCANTO-VAGLIA UN TEMPIO PROTO-VILLANOVIANO PER ADORARE IL SOLE?

ometto che adora il sole intero

UNA SOLLECITA CONFERMA DAGLI STUDI DI PAOLO CAMPIDORI: IN ZONA MONTESENARIO-POLCANTO-VAGLIA UN TEMPIO PROTO-VILLANOVIANO PER ADORARE IL SOLE?

Dopo ripetute visite e attento studio in loco nonché uno scrupoloso esame delle fotografie che ho scattato all’edificio megalitico, che ho individuato qualche tempo fa in zona Montesenario-Polcanto-Vaglia, mi sono ulteriormente convinto che l’edificio megalitico, da me individuato, come tale, nei boschi intorno a Montesenario (lato Polcanto), sicuramente si tratta di:
a) un edificio di culto proto-villanoviano (XI-X sec. a.C.) (Foto 3-4-5);
b) che, più specificamente si tratta di un tempio dedicato al dio sole (vedi foto);
c) che i disegni antropomorfi che si trovano all’interno della cella, sono originali, di tale periodo, tratteggiati in nero, forse con carbone (Foto 1-2) ;

OMETTO VILLANOVIANO

Foto 2 – ‘Ometto’ di tipo villanoviano (figura intera) in atto di adorazione
d) che i disegni rappresentano in modo alquanto stilizzato uomini, in atteggiamento di adorazione (vedi disegno). In uno di questi disegni si distingue chiaramente un uomo (stilizzato alla “maniera villanoviana”) che allarga le braccia in segno di adorazione davanti all’immagine del sole, formato da un puntino a tanti raggi (vedi disegno) (Foto 1);
d) che l’edificio è ubicato in direzione NE-S-W (alba e tramonto);
e) che lo stesso edificio di culto è composto da un lungo ‘dromos’ e da una cella, munita di aperture che lasciano passare la luce e i raggi del sole; tale cella è sormontata da una specie di cupola, sorretta da una specie di colonna quadrangolare un po’ smussata agli angoli (Foto 3-4-5);

TEMPIO VEDUTA TOTALE

Foto 3 – La cella e l’ambulacro del tempio del sole a Montesenario-Polcanto
f) che tale edificio è crollato in parte (fianco sinistro) per motivi che io ritengo non dovuti alla violenza dell’uomo, ma a cause naturali: forse uno smottamento, che potrebbe essere, a sua volta derivato da un terremoto, oppure da piogge eccessive;
g) in tale edificio (tempio) non esistono segni alfabetici o epigrafi, ma solo disegni antropomorfi, tipici del periodo arcaico pre-etrusco (Vedi Foto 1-2).
h) che intorno alla zona del santuario, e sulle strade che conducono ad esso, ci sono moltissimi segni simbolici, per lo più raffiguranti il sole (una serie di puntini messi in cerchio, con un puntino centrale), frecce, crocelline, e, soprattutto ‘ometti’ del tipo villanoviano, in vari atteggiamenti.

TEMPIO PARTICOLARE DOLMEN CHE REGGE UNA SPECIE DI CUPOLA

Foto 4 – La cupola della cella, con il monolito che la sorregge
Questo è quanto io mi sento di dire riguardo al tempio proto-villanoviano, da me individuato,  classificato come tale, che probabilmente si trovava in uno snodo di strade importanti, che in direzione Est portavano a Polcanto, valle del Faltona; in direzione Sud verso Monteronzoli e Fiesole; in direzione Nord nord verso il Mugello e l’Appennino Tosco-Emiliano e in direzione Ovest verso la Tassaia (poi Abbazia),  Tagliaferro.

finestra del megalito rivolta a

Foto 5 – Finestroni intagliati nelle spesse rocce per adorare e studiare gli astri
Ovviamente non ho la pretesa di affermare che quanto ho scritto sia da prendere come “oro colato”, ma neppure sia da essere considerato come un qualcosa di poco affidabile “da prendere con le molle”. Mi sembra che su quanto ho detto e su quanto vi mostro con questa mia documentazione fotografica, corrisponda con obiettività alla realtà delle cose o, perlomeno, queste cose non me le vado inventando nella mia mente, ma, in buona fede, sono sicuro di quello che dico perché hanno un riscontro reale basato su una molteplicità ‘risultanze’ che confermano queste mie tesi.
Paolo Campidori, Copyright

paolocampidoriarte@gmail.com

SIMBOLOGIA ED ORIGINI ETRUSCHE – BOZZE INTEGRALI DEL LIBRO DI PAOLO CAMPIDORI

SIMBOLOGIA ED ORIGINI ETRUSCHE – BOZZE INTEGRALI DEL LIBRO DI PAOLO CAMPIDORI

VOLTO DI DONNA ETRUSCA

FIRENZE – MUSEO ARCHEOLOGICO FIORENTINO MAF VOLTO DI DONNA ETRUSCA
Oggi si insiste tanto sul “mistero” etrusco, ma perché? ! Forse il mistero degli etruschi è la nostra ! incapacità di penetrare! la loro intima realtà. Ecco perché è necessario conoscere la loro simbologia. I simboli trascendono la parola, son qualcosa di più del linguaggio, perché il linguaggio cambia con il tempo e con i luoghi, ma i simboli invece rimangono immutabili e universali.! Tuttavia fra il VII e il VI sec. a.C. la storia etrusca, ma non solo, conobbe un fenomeno che fu causa di potenti rivolgimenti. In quell’epoca esplosero antichi e sopiti fermenti e residui di precedenti civiltà soggiogate tornarono a galla; rifiorirono gli istinti femminili di una popolazione sconosciuta, definita da Erodoto “pelasgica”. In questo nuovo ciclo storico i simboli divennero solo rappresentazioni estetiche prive di ogni sublime significato. Si moltiplicarono le teorie delle sette e delle scuole e il ritualismo divenne sempre più stereotipato. Il regime aristocratico delle città etrusche scricchiolò e il potere cadde nelle mani dei popolani e dei mercanti, dissociandosi dall’autorità spirituale. In questo sfacelo nacque il regime democratico, trionfo dei principi femminili e materialistici. Riprese vigore il rito funebre dell’inumazione col quale si volle restituire il defunto alla madre terra.! Questi sintomi annunciarono ventisette secoli fa minaccia della civiltà etrusca, per iniziare un nuovo ciclo storico del quale noi facciamo parte integrale, e senza

essere pessimisti, la parte culminante. Capire la simbologia degli Etruschi, credo voglia senz’altro dire capire questo popolo e il loro mondo che li ha circondati per circa dieci secoli. Ma, badiamo bene, gli Etruschi esistono ancora, sono sempre esistiti, sono fra di noi e in mezzo a noi. I Romani, grazie a Dio, non hanno scalfito minimamente la loro personalità, la loro sapienza e la loro grandezza. Ogni giorno riemergono dal terreno, dopo lunghissimo sonno, le loro case, i loro vasi di terracotta, i loro simboli religiosi, insomma! tutto ciò che loro apparteneva. I Musei di tutto il mondo si sono riempiti di reperti della loro civiltà e tutto il mondo ha riconosciuto la loro grandezza. Grazie allo loro intelligenza la Toscana e parte del Lazio (Roma esclusa) hanno potuto ereditare la loro civiltà e la loro lingua. Noi Toscani non siamo dei romani, noi siamo gli eredi diretti di quei grandi popoli che furono chiamati Etruschi e dei quali do alcuni brevi cenni della loro simbologia e origine. E’ chiaro tuttavia che gli Etruschi del IX-VIII sec. a.C. detti Villanoviani (un nome comune per indicare la loro etnia) non sono gli stessi degli Etruschi del VII sec. a.C. oppure a quelli del V secolo a.C. (Anche gli Italiani del XX secolo non saranno gli stessi italiani del XV o del XIII secolo), nel senso che, i tempi cambiano, cambia la storia, gli avvenimenti, ma la popolazione rimane, è quella, invariata nel tempo. Niente può cambiare le caratteristiche di un Popolo. Per quanto riguarda gli Etruschi del XI-VIII secolo a.C. dobbiamo pensare ad una popolazione la cui economia era pressoché impostata sull’agricoltura e sull’allevamento;

diversamente dal VII secolo in poi, gli Etruschi conobbero una grande abbondanza, dovuta non solo all’agricoltura, ma anche allo sfruttamento delle miniere, con conseguente commercializzazione e scambio dei prodotti. Gli Etruschi del VI-V sec. a.C. evidenziano invece che la loro ricchezza, la loro opulenza, e anche la loro potenza si sono trasformate in rilassatezza dei costumi, con le conseguenze che tutti conosciamo. Gli Etruschi, pagarono! a caro prezzo il loro senso della libertà, della loro chiusura in città stato impenetrabili, mancando di un potere e di un governo centrale. Questo favorì la sete di egemonia dei Romani, un popolo che non fu MAI più grande degli Etruschi; se essi lo furono, questo fu solo in apparenza, nell’esteriorità delle cose. Ma gli Etruschi furono più grandi di loro in tutto, soprattutto nell’interiorità, nello spirito, nella loro religiosità. I Romani furono solo esteriorità, mania di grandezza, e dettero esempio di un decadimento tale, che non vale neppure la pena di soffermarci.

Faremo un excursus, quasi un dizionarietto, dei simboli e del loro significato.
Agonismo: la vicenda agonistica costituì un atto evocativo e come tale pericoloso; la vittoria dell’eroe significò l’atto eroico per eccellenza, una conquista ottenuta con la potenza delle qualità virili, corrispondenti alle qualità proprie dell’eroe durante il combattimento;

Albero: l’albero è quasi sempre rappresentato come un arbusto. Pertanto i riti, le cerimonie o quanto altro, intervallati da arbusti, di alloro o di altra essenza, credo che

debbano essere intese come svolte all’aperto, nella natura,! nei boschi. Gli alberi (arbusti) nelle scene dipinte, servono anche per separare una scena da un’altra, oppure come una cortina di nascondimento, come nel caso della Tomba dei Tori. L’albero significò l’energia universale che si propaga nella manifestazione, come l’energia vitale si propaga dalle radici sotto terra attraverso il tronco nei rami, nelle foglie, nei frutti;

Alfabeto: la scrittura giunse in Etruria verso la fine del VIII sec. a.C. Esso non sostituì radicalmente la simbologia (anche l’alfabeto è un insieme di mezzi simbolici), ma si sostituì piano piano ad essa, o, per lo meno, la simbologia fu un po’ svuotata del suo valore religioso. Per gli etruschi del VII-VI sec. a.C. fu molto più importante indicare il nome e la famiglia del defunto, la funzione che svolgeva nella vita e anche l’età della durata della vita che i simboli della religione del defunto. ! Agli Etruschi non era più sufficiente, sapere se quella era una tomba di un uomo o di una donna (simbolo fallico oppure ‘rasoio lunato’, o simbolo a forma di casa, o specchio); essi vollero indicare qualcosa di più del sesso. L’alfabeto costituì un aiuto valido anche per quelle tombe che all’interno avevano più defunti. Forse l’alfabeto più antico che sia mai stato ritrovato è quello di Marsiliana 675-650 a.C. E’ un documento di eccezionale valore che ci ha permesso di comprendere meglio la scrittura etrusca;

Alloro: alberelli di alloro ricorrono spesso nella pareti dipinte delle tombe di Tarquinia, come boschetti veri e

propri. La pianta qualifica Apollo, come divinità purificante e che al tempo stesso libera dalle epidemie. A Roma uno degli attributi di Apollo! era Medicus.
Ammone: da un’epigrafe etrusca: mi amnu arce, dove ‘mi’ starebbe per questo, ‘arce’ edificò, amnu è Ammone e deriva da sumero ‘amna’ (Samas, il sole; accadico ‘samsu’) Anatre: vittoria (impossibilità di affondare, possibilità di passare all’altra sponda); esse significano l’impossibilità di affondare nelle acque che scorrono, rappresentano la possibilità di coloro, pur essendo affondabili, sono capaci di passare sull’altra sponda

Ancora: fiducia nella possibilità di arrestarsi per non essere travolti e trascinati dall’impeto delle nature inferiori, per insediarsi nello stato dell’essere. Piccole ancore sono state ritrovate fra le ceneri dei defunti;

Apotropaico (gesto) – Le “fiche” è un gesto scaramantico che consisteva nell’unire il pollice e l’indice della mano in modo da formare il sesso femminile. Ha lo stesso significato del “corno”. Secondo un’etimologia medievale la parola peccare è da riconduce all’ebraico ‘pag’ (fico). Il gesto delle “fiche” si ritrova con una certa frequenza nei canopi chiusini del VII-VI sec. a.C.

Aquila: segno divino della potenza trionfale e della gloria regale
Arno: deriva questo nome da ‘arnus’ un fiume profondamente incassato, su base semitica;

Aquila: segno divino della potenza trionfale e della gloria regale;

Architettura: Gli Etruschi non furono capaci ( o non vollero) realizzare costruzioni colossali, non puntarono sul grandioso o ! o sull’eterno; essi si limitarono al modesto raggiungibile con minimi sforzi. Lo sforzo architettonico degli Etruschi si estrinsecò soprattutto nella costruzione dei templi e delle architetture tombali. Tuttavia, la loro architettura civile, anche se non grandiosa o sfarzosa come quella dei Romani e dei Greci, fu senz’altro di tutto rispetto. Le tombe, specialmente quelle ipogee, riflettevano un po’ quella che doveva essere l’architettura domestica, che doveva essere semplice, pratica e adatta all’uso. Come materiali gli etruschi preferivano l’argilla cotta, o terracotta, e di questa se ne servivano, anche per la costruzione delle tegole e degli embrici, che sono in tutto simili alle case sparse nelle campagne toscane.
L’abbondanza delle foreste diede loro materia prima per costruirsi le case; scavarono le loro tombe nel sottosuolo; amarono l’argilla perché si trova dappertutto; pare che non abbiano costruito neppure un ponte. Gli etruschi non aspirarono al colossale, a differenza dei romani. Gli etruschi coltivarono l’immensità intesa come serenità del loro animo.
Arezzo: deriva dall’accadico ‘aradu’, eredu’ che significa piegare, declivio, ‘arittum’ in accadico significa anche il gomito di un corso d’acqua;
Aristocrazia guerriera: oggetti simbolici della casta aristocratica sono la lancia, simbolo del suo potere folgorante; l’ascia e la bipenne simboli della sua

illuminazione spirituale; le armi attribuite agli eroi, espressioni tangibili della virilità
Armi: Non sempre indicano tombe di guerrieri; esse sono, più sovente, espressione di quella guerra che si combatte nell’intimo dello spirito;
Arte: le manifestazioni della pittura e della scultura etrusche non sono giudicabili con metro del sentimento artistico; l’arte ebbe costantemente un valore segreto espresso mediante arcani significati simbolici dal carattere non umano . L’arte ebbe sempre un valore spirituale espresso con i simboli;
Aruspice: come il costume degli aruspici risale a epoche remote (copricapo a punta, una tunichetta e una mantellina probabilmente confezionata da un animale sacrificato), così è ipotizzabile che l’origine della tradizione della rivelazione di Tagete risale a età veneranda. Cicerone, molto critico sulla divinazione, riconosceva la funzione degli aruspici “prodigia portenta ad etruscos haruspices…deferunto Etruriaque principes disciplinam doceto”.
Ascia : simbolo illuminazione spirituale-aristocratica guerriera;con le bipenni (armi antichissime che si rifanno alla preistoria) espressero la doppia possibilità di generare e distruggere, di dare la morte e la vita;
Asfodelo: simbolo di lutto. Pianta delle liliacee che, secondo la credenza, ! cresceva nelle praterie del mondo infero e rallegrava gli animi dei defunti. La pianta era sacra alle dee Demetra e Persefone;
Asinario: Monte Senario! dall’accadico ‘asu’ sorgente e dal

semitico ‘nahr’ fiume. Quindi: monte da dove sorge il fiume;
Azione rituale: eseguita freddamente e giustamente costituì l’unica via di salvezza degli individui e delle città; Azione virile: consisteva per gli Etruschi! nel superamento! del mondo materiale e sensibile che mirava alla conquista di poteri soprannaturali, alla liberazione, attraverso la potenza;

Aruspici: spesso nei momenti più gravi per lo stato (Romano) erano stati convocati gli aruspici etruschi per restaurare antichi rituali;
Atteggiamenti amorosi: uomo e donna, poli antitetici capaci di raggiungere la sintesi dell’unità; questi non hanno niente a che vedere con la definizione degli etruschi come un popolo godereccio, fannullone e dedito ai baccanali! e alle orge;

Banchetto: la società assira era fortemente gerarchica: lussi e agi spettavano solo al sovrano e ad un ristretto numero di famiglie che costituivano l’aristocrazia terriera. Per quanto riguarda gli Etruschi sia il banchetto che il simposio sono effettive cerimonie e anche una forma di ostentazione della ricchezza. Nel banchetto si consumano cibi e bevande, nel simposio solo bevande (quasi sempre vino).

Barca: simbolo di Giove bifronte e quadrifronte, dio della iniziazione regale (la barca attraversa i fiumi e i mari). Attraversare fiumi e mari significa percorrere la via iniziatica e raggiungere il monte o l’isola di là dell’oceano,

la MISTERIOSA ISOLA ATLANTICA SPARITA SOTTO UL DILUVIO (Paradiso terrestre?);
Bilingue: Siamo alla ricerca spasmodica di una bilingue e crediamo che possa risolvere tutti i guai con la lingua etrusca. Ciò non è affatto vero poiché con quella o senza quella non saremmo capaci di comprendere l’essenza di quanto costituì la forma e la sostanza della spiritualità etrusca.

Bipenne: Significato estremamente simbolico, corrispondente all’uovo e all’albero della vita. La bipenne o scure a doppio taglio era un’arma! da guerra e, cinta di un fascio di verghe, oggetto di culto e da parata del re. Roma, che la ereditò fu simbolo di potere politico e religioso; Caducèo: equivale alla doppia spirale, all’uovo cosmico, però rappresentata da serpenti avvolti in senso opposto, attorno al medesimo asse;
Carùn (Caronte): è il distruttore di tutto ciò che rende schiavi dell’individualità, della contingenza, dell’attaccamento alla vita umana;
Carro: il defunto è raffigurato sul carro affiancato dai segni di dominio e dalla donna, espressione della sua potenza. Seduto sul carro parte per la terra dei padri, per il mondo che veramente gli appartiene; abbandona famiglia, casa e tutto ciò che gli appartiene: “Lascia dietro dio sé il piacevole e lo spiacevole, non prende con sé cosa alcuna… (testo buddista)”. I cavalli avanzano verso gli stati preconcezionali, prenatali, verso la lasa che appare sullo sfondo con le grandi ali aperte. Il carro esprime la forza

vincitrice che va oltre le forme pure dove mania e ignoranza spariscono;
Cerchio: rappresenta il cielo, l’universo; (Quadrato: rappresenta la terra); Il cerchio veniva tracciato per interdire lo spazio alle forze arcane che minacciavano la purità sacrale del luogo;

Cervo: emblematico animale, immagine della fragilità, della debolezza e dell’individualità umana;
Cavallo (accompagnato dal suo cavaliere): principio di dominio; il cavallo esprime la forza elementare della vita portatrice del principio spirituale rappresentato dal cavaliere che deve necessariamente dominarlo;
Capanna: la capanna arcaica , per la sua concezione costruttiva, l’etrusco trovò ! la possibilità di ottenere non solo contatti! con il mondo divino, ma addirittura una vera comunione con esso. Fu per questa ragione che al vaso per raccogliere le ceneri fu sostituito un recipiente di terracotta a forma di capanna;

Centauro: esseri biformi con corpo di cavallo e busto umano. Il centauro fu considerato simbolo dell’animalità, della forza naturale e del dominio! sugli istinti, in quanto la natura animalesca viene limitata dai tratti umani;
Cerbero: deriva da una base comune all’antico babilonese e assiro, ‘qerbu’, che ha il significato di ‘profondo, di ‘infero’. Esso è rappresentato come un cane-lupo a zampe tozze, che solleva il piede sinistro dotato di feroci artigli, con il muso proteso verso la preda;
Ciclo storico: fra i settimo e il sesto secolo a.C. in molte

civiltà, da quella ellenica a quella egiziana , a quella ebraica esplosero antichi fermenti, residui di precedenti civiltà soffocate per secoli che tornarono a galla, proprie della civiltà pelasgica, genericamente definita da Erodoto.! Per il mondo ebbe inizio un nuovo ciclo storico, del quale anche noi facciamo parte; i simbolidivennero solo rappresentazioni estetiche, il ritualismo sempre più stereotipato, il legame con gli dei si degradò a concetti filosofici. In India, in Grecia, in Egitto la decadenza prese il sopravvento. E’, forse, proprio in questo sfacelo che nacque Roma. Il regime aristocratico etrusco scricchiolò e il potere cadde nella mani di mercanti e popolani: nacque il regime democratico che ebbe come effetto determinante il trionfo dei princìpi materialistici e femminili. Spuntarono divinità sofferenti, riprese vigore il rito funebre, quasi dimenticato dell’inumazione. Furono questi i sintomi che annunciarono il prevalere dell’afroditismo, del sensualismo, dell’estetismo, dell’anti-tradizionalismo;

Cielo: principio attivo o elemento maschile; Terra: principio passivo o elemento femminile;
Cigno: dipinto sopra alla doppia spirale rappresenta il principio, che secondo la genesi ebraica, galleggiò sulle acque;

Ciottoli (di fiume): appaiono spesso nelle tombe etrusche e fanno parte del rituale funebre. Essi furono scagliati sugli oggetti messi a corredo del defunto frantumandoli. Il gettare ciottoli sopra o dentro le tombe costituì l’esecuzione di un preciso rito. L’individuo etrusco fu la sommatoria di

tante unità differenti, di tanti ciottoli buttati l’uno sull’altro per scongiurare la disgregazione;
Circolo, Circolare (tumulo a pianta): rappresenta il raggiungimento della stabilità spirituale. Il circolo col centro definito, come la croce polare sui vasi con le ceneri, come la ruota, come l’ascia, come la nave sono tutti simboli corrispondenti: Nel cerchio convergevano le potenze infere; in esso per gli etruschi avveniva realmente un concilio di demoni, la cui presenza era resa evidente dai seggi vuoti ad essi destinati;

Cocchio: cavalcato da un viaggiatore reso meno umano e liberato dagli intossicanti della vita, esprime la forza vincitrice che va oltre quelle forme dove mania e ignoranza sono definitivamente sparite;

Coito: significò la via per cui la dualità s’annulla attraverso l’uso cosciente delle energie naturali; !!
Combattimento:! la morte si vince! lottando e lottando si raggiunge l’immortalità. Questo è il significato dei combattimenti scolpiti o dipinti sulle tombe.

Coppie amorose: Nelle scene di giovani coppie in vaghi atteggiamenti amorosi o sensuali rappresentano la maschilità (principio immobile e sufficiente dell’essere) e la femminilità (principio del divenire, del desiderio); Corona: segno divino della potenza trionfale e della gloria regale;

Corna: il segno delle corna, anche oggi molto di moda nella scaramanzia quotidiana, non aveva lo stesso significato che intendiamo oggi. Alzando il dito indice e il

dito mignolo della mano, si voleva significare le corna del toro, il quale nella rappresentazione simbolica e religiosa aveva il significato della falce di luna, e di conseguenza il simbolo della luna, uno degli astri adorati dagli etruschi villanoviani. Il segno quindi era da intendere come un segno di appartenenza, come oggi per noi cristiani è il simbolo della croce. La parola ‘corna’ deriva dall’accadico ‘quarna’, cioè le corna ovvero i due crescenti lunari. I corni sono delle sporgenze ai quattro lati ! dell’altare. Sono particolarmente sacri e venivano bagnati dal sangue delle vittime;

Corona: segno divino della potenza trionfale e della gloria regale;
Cortona: il nome etrusco ‘Curtun’ deriva dalla base semitica qrt, che significa città; oppure dall’ebraico

‘qeret’ (città);
Croce: significato cosmico; simbolo ispirato da un movimento rotatorio intorno a un centro mobile; la croce non vuole essere espressione del mondo , ma espressione del principio immobile che agisce e comanda il mondo. la croce incussa era un ciottolo su cui veniva disegnata una croce. ed era posta al centro della confluenza o dell’incrocio dei cardini della città. Una croce incussa è stata ritrovata nella città etrusca di Marzabotto. Croce è anche il simbolo per eccellenza dei Cristiani. Io trovo tuttavia un errore che i Cristiani vengano simbolizzati solo dalla Croce, che è simbolo di morte (Noi Cristiani sappiamo che la Croce è anche simbolo di Risurrezione, in quanto Cristo risuscitò

dopo tre giorni e apparì più volte agli Apostoli). A me sembrerebbe (non vorrei sembrare presuntuoso) ma che insieme alla Croce di Cristo morente, specialmente nelle chiese e nelle scuole, ci fosse anche il simbolo di Cristo Risorto (Da mettere in Note). Questo è il ‘nocciolo’ della nostra religione: la tristezza per la morte di non nostro caro ma anche la gioia della sua resurrezione.L’esistenza e la possibilità di ritrovarsi nell’aldilà, questa in sintesi! è ciò che ha rappresentato la venuta di Cristo sulla terra. Mettiamo quindi accanto alla Croce di Cristo anche la sua Resurrezione, altrimenti vanifichiamo l’opera di Nostro Signore.

Cosa: nome della città etrusca, ora chiamata Ansedonia. Deriva dall’accadico ‘kussu’, ‘kussiu’ (sede di comando, comando, dominio);
Cherubini: dal babilonese ‘karibu’, mezzo animali e mezzo uomini che erano a guardia della porta dei templi e dei palazzi;

Croce polare (svastica) (*): L’unione dei due principi attivo e passivo, dove il principio maschile è positivo e attivo e quello femminile negativo e passivo. In sanscrito la croce polare fu chiamata ‘svastica’. Questo simbolo è ispirato da un movimento rotatorio intorno a un centro immobile. La croce è espressione del principio immobile che comanda sul mondo. La simbologia della croce polare è complessa, essa richiama la simbologia della ruota e della spirale, simboli di superamento e di vittoria e quindi di rinascita;

Culsans: è il dio etrusco corrispondente al latino Ianus. Infatti Ianus (lat) deriva da ‘ianua’ che significa ‘porta’; analogamente Culsu, divinità etrusca custodisce le porte; Dei: non furono immagini religiose, ma risultati d’esperienze concepite al di là della natura, in una visione eroica; il dio non fu un valore morale, fu semplicemente un altro essere;

Delfino: rappresentò l’energia fecondante, la potenza fallica;
Disciplina etrusca: ! un insieme di norme sacre e civili raccolte nei cosiddetti libri aruspicini, fulgurari, rituali e fatali. Non sappiamo niente di preciso circa questi libri. Nei libri ‘fatali’ era elencata una serie di dieci periodi, corrispondenti alla successiva storia del popolo etrusco; Divinizzazione superstiziosa: secondo una teoria diffusa gli etruschi sarebbero definiti tali poiché adoravano il sole e la luna. Gli etruschi invece riconoscevano nella natura sensibilizzazioni e valori simbolici di origine divina (vedi l’interpretazione dei fulmini, lo studio del volo degli uccelli, ecc.)

Donna:principio del divenire, della bramosia e del movimento concepito come femminilità. Nella donna si volle rappresentare la potenza della terra e simbolo della spiritualità sacerdotale. La donna rivestiva un ruolo elevato e godeva di un certo prestigio nella società sumerica nel periodo protodinastico. Essa rappresentò l’esaltazione, il principio generante che illumina e rende vivente il principio individuale, la potenza del maschio;

Elmo: al pari del fallo, nelle tombe etrusche villanoviane determinava la razza maschile del defunto. L’elmo aveva anche e soprattutto il significato del guerriero, insieme a spade e altri attrezzi per la guerra;

Ermafrodito: sintesi delle due potenze della
natura (maschile e femminile);
Eroe: deve combattere e vincere contro i nemici che porta in sé medesimo, gli elementi inferiori che lo voglio dominare; la vittoria dell’eroe significò liberare la coscienza dai vincoli della corporeità, reintegrare la personalità nel suo stato di essere oltre la vita umana soggetta alla caduta;
Erotismo esasperato: nella loro crudezza queste scene rappresentano solari e olimpiche fasi iniziatiche, richiamano particolari momenti di un insegnamento segreto;
Fallo: rappresenta il principio attivo (il cielo); contrapposto al principio passivo (terra). L’unione dei due simboli dette origine alla croce; espresse la potenza rinnovatrice in via soprannaturale di tutte le facoltà, di tutte le possibilità umane; la sua presenza nelle tombe testimoniò le forze occorrenti per vincere la morte, cioè la virilità.
Fanciulla alata: vittoria in guerra o in gara, che apre al vincitore la strada dell’immortalità;
Falterona: corrisponde all’accadico ‘beltu’ ! e all’antico assiro ‘belatum’ ed ha il significato originario di altura; Fiesole: deriverebbe il suo nome (etr. Vipsl, Visl, Visul) da divinità salutari legate a sorgenti di acqua. Il nome

deriverebbe dall’accadico (w)apsu-ili (acqua del dio), quindi acqua che ha virtù benefiche;
Firenze: richiama l’accadico ‘bireti’, ‘birete, terreno circondato dalle acque;

Fiume: è simbolo dell’acqua che scorre e attraverso il fluire! e le alluvioni influenza la dinamica e la scansione del tempo.
Folgore. Segno divino della potenza trionfale e della gloria regale;
Fonti: riguardo alle fonti in archeologia e alle relite ricostruzioni storiche, Giovannangelo Camporeale esprime il proprio pensiero, che condivido in pieno: “Il ricercatore deve, più che risolvere, impostare i problemi nella maniera più corretta….qualunque ricostruzione, proprio perché tale, non può essere definitiva e nel corso del tempo può essere allargata, precisata o anche rifiutata”. Da ciò si evince che! lo studioso di archeologia non deve essere! ‘arroccato’ sulle proprie idee, su ciò che ha scritto (libri, articoli), ma deve essere sempre pronto, in base a nuovi studi, nuove ricerche, a rivedere il proprio pensiero e il proprio operato, correggendolo via via nel tempo. Proprio come l’acqua di una sorgente e di una fonte, dove l’acqua scorre e sempre si rinnova;
Fulmine (dalla doppia punta fiammeggiante): doppia possibilità di generare o distruggere;
Gesto del braccio teso: esprime la potenza dell’intervento: “con mano potente”;
Ghirlande: rappresentano il dono prezioso raggiungibile

dopo aver superate terribili prove e gravi pericoli; rappresentarono l’assunzione del fluido soprannaturale tramite il compiuto rituale. Tutt’ora usiamo appendere ghirlande al carro funebre del defunto.

Giochi, danze, gare ginniche, scene di guerra:

rappresentazione di atti iniziatici per superare la morte. Tito Livio definì l’azione rituale dei giochi chiamandoli “Sacra certamina” e “Res divinae” (vedi anche Agonismo); esse sono vivaci rappresentazioni di atti iniziatici per superare la morte, per vincere l’Ade, raggiungere il mondo dell’essere. I giochi (ludi) costituirono parte essenziale del rito funebre dei defunti, allo scopo di suscitare le forze salvatrici, per accompagnarli e favorirli durante il trapasso

Gorgoni: dal greco gorgòs, ‘spaventoso’. Figure terrificanti della mitologia antica che, per gli abitanti dell’area orientale del Mediterraneo (e anche per gli Etruschi), personificavano i pericoli che riserva l’Occidente ancora ampiamente ignoto;

Grandezza: la vera grandezza degli etruschi non si rivelò nei bronzi e nelle pitture, ma nel pensiero, capace di abbracciare l’universo in una visione folgorante;
Guerra e combattimento: assunsero forme e valori di ascesi eroica per il raggiungimento dello stato divino. Il caduto in battaglia passò dal piano della guerra terrena a quello della lotta cosmica: si vince la morte lottando ! e lottando si raggiunge l’immortalità;

Gufo: l’animale simboleggia correntemente la dea Pallade Atena, dea che era ritenuta la personificazione della

sapienza. Sul piano delle credenze ! popolari il gufo e la civetta hanno un significato negativo, soprattutto per la loro vita notturna e per il canto che assomiglia al pianto. Gli atzechi attribuivano a questo uccello significati ambigui, di creatura demoniaca! e di cattivo presagio;

Idoli: piccole statuette di divinità per il culto familiare. In ebraico ‘terafin’.
Isola: rappresentazione della stabilità spirituale; Immortalità: fu raggiungibile solo tramite l’iniziazione. L’individuo poté divenire immortale nella misura che riuscì a diventarlo, poiché seppe rigenerarsi ! secondo un’altra forma di esistenza, non in senso metaforico, ma positivo; Iniziazione: La più alta forma di iniziazione ebbe l’aspetto di un atto eroico, di una conquista ottenuta con la potenza delle qualità virili ! corrispondenti sul piano dello spirito alle qualità proprie dell’eroe durante il combattimento; Labirinto: è uno dei simboli della religione babilonese- assira. Il labirinto veniva rappresentato anche dal groviglio degli intestini che formano una specie di labirinto. Questo nome deriva dall’accadico labu-irtu che equivale a ‘circonvallazioni del seno’;

Lancia: simbolo dell’aristocrazia guerriera; Lingua toscana: il toscano è radicalmente diverso dalla lingua italiana perché deriva dagli Etruschi;
Lase: svolazzanti, vestite di lunghi camici. Gli angeli deriverebbero da queste Lase?

Leone: sinonimo di potenza e regalità, era il simbolo della monarchia Babilonese; leoni in terracotta accovacciati

proteggevano l’accesso al tempio di Tell Harmal, secondo un’antica consuetudine sumerica. Il leone rappresenta gli estremi: in senso positivo come modello dell’uomo eroico, in senso negativo come simbolo del mondo diabolico; Luna: in etrusco ‘Tivr’ che significa il mese e deriva dall’accadico;

Lupo: animale sacro ad Apollo fu simbolo di luminosità; Madre: espressione della materia prima, della massa caotica;i culti della fertilità hanno importanza fondamentale nelle civiltà agricole arcaiche

Maschile, femminile: sono i due principi, che ricorrono più spesso nella simbologia etrusca. L’uomo è associato al principio immobile e sufficiente dell’essere concepito come maschilità; la donna è il principio opposto, quello del divenire, del desiderio e del movimento concepito come femminilità. Nell’uomo venne rappresentata la potenza del cielo, nella donna quella della terra. La donna corrisponde all’acqua, al principio serpentino! avvolto attorno alla verga mosaica; al caos,alla materia, ! al mercurio. L’uomo che possiede la donna, la costringe, evita che la sua energia si sciolga e si disperda nell’infinito.
Mito: non è la storia che può spiegare il mito, è il mito che spiega la storia. Il mito è l’unico ed insostituibile mezzo che abbiamo per penetrare il mondo degli antichi, i simboli e i miti costituiscono valide testimonianze della spiritualità di lontane civiltà;
Mitologia Etrusca: purtroppo noi studiosi del XXI secolo ancora non conosciamo un brano della loro letteratura, un

racconto mitologico, e forse riusciamo a stento a tradurre una fra della loro scrittura,
Moglie: in etrusco ‘puia’ deriverebbe dall’antico babilonese ‘ahazu’;

Monte: al pari dell’isola, rappresentazione della stabilità spirituale in antitesi alle acque che scorrono come gli avvenimenti attuali, come le cose che divengono;
Morale: la morale per il mondo etrusco non ebbe alcun valore assoluto. La legge non fu osservata perché buona o o perché utile, ma unicamente perché divina (però venne osservata!). Tuttavia anche gli etruschi ebbero la cognizione di ciò che è buono e utile alla società da ciò che non è buono e quindi non utile alla società. Ce lo dimostrano gli affreschi della Tomba dei Tori a Tarquinia. Quella che sembra una scena erotica è invece una ammonizione al popolo etrusco ad essere corretti ! nella sessuologia. Infatti nell’affresco della parete, proprio sotto il tetto a forma di casa vediamo, a sinistra un atto sessuale compiuto fra un uomo e una donna (senza alcun nascondimento), e alla loro sinistra un toro (dio) che siede tranquillo sull’erba e non da segni di nervosismo; nella scena di destra vediamo un atto sessuale compiuto fra due persone dello stesso sesso (due uomini), riparati da un alberello (nascosti) e il toro (dio) che si è alzato e corre verso di loro infuriato per ucciderli. Certo non possiamo pensare che gli Etruschi avessero una morale paragonabile a quella dei cristiani e anche a quella degli antichi israeliti. Nessuno quindi potrà più dire che gli Etruschi erano un

popolo perverso, godereccio dedito alla crapula. Questo può riguardare i Romani (i Greci) che colonizzando gli Etruschi diedero ad essi le lo abitudini, anche le più abiette; Morte: per gli Etruschi la morte non significò fine ma vittoria e liberazione. Secondo gli etruschi la morte si vinceva lottando e lottando si raggiungeva l’immortalità; questo è il significato dei frequenti combattimenti che si trovano scolpiti sulle urne etrusche;

Morte seconda: scopo del rito funebre fu quello di strappare ogni volta l’individuo alla possibilità della seconda morte;
Mugello: significa “poggi alti” e corrisponde all’accadico ‘muh-elle: muhhu’ (parte superiore, cima); ellu corisponde all’accadico ellu, elu (alta montagna o alte montagne); Natura: per gli Etruschi la natura visse come un grande corpo animato e sacro, fu espressione visibile di un mondo invisibile;

Nazione: una nazione etrusca non è mai esistita. Genti e famiglie costituirono tanti piccoli stati aristocratici ed autonomi, ciascuno con leggi proprie, terre ed eserciti propri, usanze e culti particolari, ma tutti saldamente uniti fra loro in una superiore fusione ideale;

Ninfea: il fiore della ninfea affonda le radici nella melma dello stagno, galleggia sull’acqua e immobile fiorisce sotto i raggi sel sole; fu origine del rosone. La ninfea era un simbolo diffuso nella tradizione caldaica, egiziana e minoica;
Nome: in età arcaica,! svelare il proprio nome a qualcuno

presso i Semiti e anche per gli Etruschi (vedi ad esempio il nome segretissimo di Roma, che non doveva essere svelato a nessuno, pena condanna capitale)equivaleva a mettersi in qualche modo in suo potere.

Occidente: sede dell’immortalità;
Oggetti frantumati: ritrovati nelle tombe. Con questo gesto si volle accentrare le potenze necessarie al defunto per percorrere la via della liberazione;
Ombra: fu una forma di esistenza larvale, destinata a dissolversi dopo un certo periodo di tempo. Essa fu un’entità psichica evocabile e strettamente legata alla tomba. Gli etruschi la ritenevano dannosa ! e si difesero dalla stessa mediante il rito e precise norme sacrali;
Oro: simbolo di solarità, di gloriosa luminosità, di vittoriosa conquista, di immortalità, di perfezione, di sovranità; oro è anche la rappresentazione del sole;
Origini degli Etruschi: seppure gli studiosi abbiano avanzato le teorie più varie sulla provenienza e l’origine di questo Popolo, resta tuttavia il fatto che tutti concordino sulla provenienza greca ed orientale degli stessi. Gli Etruschi farebbero parte di quel grande ceppo risultante dalla degenerazione di alcuni nuclei atlantici stabilitisi sulle coste mediterranee millenni prima dell’apparire degli Elleni.
Pellicano: a questo uccello si attribuisce un’importanza simbolica notevole. Gli antichi credevano che il pellicano si lacerassero il petto per nutrire i loro piccoli. Pertanto il pellicano è simbolo dell’aspirazione non egoistica alla

purificazione e simbolo del supremo sacrificio;
Poli (forze passive ed attive): il cosmo e la sua potenza per gli Etruschi sta in questa antiteticità, che tuttavia rappresentava il raggiungimento della sintesi dell’unità. La donna fu espressione della potenzialità dell’uomo, in altre parole la forza passiva. Questi due principi sono rappresentati nei vari atteggiamenti amorosi e sensuali che sono stati scambiati con atti goderecci, tipici di un popolo di fannulloni dediti alla crapula e all’orgia. lo stesso significato hanno in India coppie di statue in atteggiamenti amorosi;
Pesce: rivela una comune origine primordiale; facoltà positiva di tenersi a galla quando non si tocca, espresse la possibilità di muoversi da soli e senza aiuto nell’impeto delle acque. Il pesce è ricco si simbolismo presso moltissime culture antiche, non ultime il proto- cristianesimo dove i cristiani primitivi indicavano Gesù (ICTIS);
Phersu: dio dell’Averno, principe degli inferi! deriva dal babilonese ‘persi’, dal verbo ‘parasu’ che significa separazione; a questa divinità si deve il merito di far sorgere dalla terra le fioriture delle biade;
Poli: centri intorno ai quali si avvolsero le spirali; Populonia: il nome ‘Pupluna’ significa ‘fonderia’; deriva da basi semitiche col significato di ‘Fondere’, ‘luogo della fusione; dall’aramaico ‘balbel’, ebraico ‘bilbel, arabo ‘balbala’, accadico ‘bullubum (fare leghe metalliche), Pozzetto: era un luogo dove vivano riposte le ceneri del

defunto. Esso rappresentava insieme al vaso che conteneva l’urna cineraria l’utero materno, e il ritorno ‘ad uterum’ significava un ritorna alla vita,
Prile: antico lago che si trovava nella pianura sottostante Vetulonia. Deriverebbe dall’accadico ‘beri-illu (fra paludi); Quadrato: rappresenta la terra;

Quercia: simbolo dell’immortalità, poiché il suo legno, nel mondo antico e nel Medioevo, era considerato incorruttibile. Alle foglie di quercia era attribuito il potere di incantare i leoni;

Rasoio: a forma di mezzaluna per gli etruschi-villanoviani aveva una doppia valenza simbolica. La mezzaluna era uno dei tre astri insieme al sole e alla stella del mattino (Venere) che venivano adorati dai cosiddetti Villanoviani (nome convenzionale per definire una popolazione diversa dagli Etruschi, di origine orientale). Il rasoio era l’utensile con il quale i ‘Rhasenna’ (nome con il quale definivano se stessi) si depilavano seguendo un costume antichissimo. Rasenna, secondo una mia ipotesi, significava il popolo che adorava la luna (mezza luna)

Rasena: significa ‘dominio’, ‘capi’. ‘signori’ e deriva dall’accadico ‘rasum’; RAS ci testimonia quindi un’arcana origine, nella lingua mesopotamica , l’accadico ‘rasu’ significa assumere il potere oppure ‘diventare potente’. Affine è l’ebraico ‘ros” che significa principe , comandante; Roselle: il nome significherebbe “il colle elevato” e deriverebbe dall’antico accadico ‘rasu’, ‘rasum; ugaritico ‘r’s’, ebraico ‘ros’ (elevazione, cresta) e da ‘elu,

‘ellu’ (elevazione, cresta);
Razza primordiale: gli etruschi non ricordarono mai un passato selvaggio, come sosteneva la teoria evoluzionistica, ma fu vivo in essi il ricordo dell’esistenza di razze superiori e divine, a cui fecero risalire la loro civiltà.
Rito: l’etrusco celebrò scrupolosamente il rito, con la certezza e la convinzione di COSTRINGERE ! e PROVOCARE le forze invisibili, restando estraneo a qualsiasi atto di culto soggettivo ed umano. L’etrusco non concepì il rito come cerimonia, come azione sentimentale, allegorica o emotiva di lode o d’invocazione per accattivarsi la benevolenza del nume, ma per imporre la propria volontà! alle forze soprasensibili, per determinare effetti sulle stesse forze naturali. Scopo del rito funebre fu quello di strappare ogni volta l’individuo alla possibilità della seconda morte;
Rogo: Le fiamme del rogo significarono la distruzione di tutti gli elementi terreni e umani per creare l’essenza folgorante di un’esistenza immortale. Con il rogo le fiamme crepitanti di una catasta ardente disperdevano in una nuvola di fumo i RESIDUI PSICHICI del morto, influenze malefiche per i sopravvissuti e dischiuso all’eroe la via dell’eternità;
Rosone: (deriva dalla ninfea) simbolo della palingenesi, del ritrovamento della realtà interiore;
Ruota: stesso valore simbolico della croce polare; In questo particolare di ruota di carro toscano è da notare come la tradizione etruschi-toscani sia tramandata

fedelmente di generazione in generazione. Basta confrontarla con uno dei carri etruschi, che si trovano purtroppo in musei stranieri, per rendersene conto; Sacerdote: “Selvans, sanxuneta cvera” epigrafe etrusca dove Salvans è una divinità, mentre sanxuneta deriva dan babilonese ‘sangu’ sacerdote e da ‘neta’ ‘netu’ (addetto) Salvezza: sia degli individui che delle città per gli Etruschi si otteneva attraverso la meticolosa rituale, freddamente e giustamente eseguita. Trascurare il rito o eseguirlo in modo errato fu considerato un sacrilegio;

Sangue – nella concezione semitica, ed anche etrusca, il sangue è la sede del principio vitale.
Saturnia: anticamente Urina. La base ‘ura’! corrisponde ad ‘urbs’ (latino). ‘Ur’ significa cinta muraria, e corrisponde al sumero ‘uru’ (città), e da ‘sa’ e ‘atru’ (città alta);

Scettro: segno divino della potenza trionfale e della gloria reale;
Scudo: simbolo della volta celeste; insegna propria del vittorioso;

Serpenti (avvolti su se stessi in senso opposto): vedi croce polare. L’ambiente semitico, come gli Etruschi, ! attribuivano al serpente caratteri sovrumani: serpente sacro, dio-serpente (non è confortevole ricordare che “dio serp…..” era fra le bestemmie che erano sulla bocca dei Toscani). Esso costituiva il simbolo ! della divinità della vegetazione, guardia dei santuari e dei confini, e inoltre simbolo della vita, custode dell’erba vitale, efficace nelle divinazioni del futuro, nella magia nera e diabolica.

Siena: Sena, deriverebbe da ‘sen’ ebraico (altura, rupe) e dall’accadico ‘sinnu’ (punta)
Simboli: sono qualcosa di più del linguaggio perché il linguaggio cambia con il trascorrere del tempo; mentre i simboli rimangono immutabili e universali. Ecco perché le testimonianza di una stessa conoscenza , stupiscono per la loro costante identità. Ciò è riscontrabile sul cinerario etrusco, sull’urna romana, sullo scudo germanico, sul vaso greco o incaico, sul tempio indiano, ecc. Forse il simbolo che ha più valenza sacrale è il tempio che doveva essere costruito seguendo norme ben precise, accompagnate da riti religiosi;

Sorriso enigmatico: non appare mai sui volti dei defunti; il famoso sorriso degli etruschi è metafisico e riservato unicamente alle immagini degli dei;
Spirale: Stesso significato della croce polare. Più propriamente la spirale rappresenta il sole che ogni sera sprofonda nel mare a occidente e riappare il mattino seguente ad oriente. In altre parole il suo significato viene messo in relazione con la morte e con la rinascita;

Spirale doppia: proiezione piana dei due emisferi dell’uovo, ritmo ottenuto dalla evoluzione e involuzione della nascita e della morte; rappresentò una medesima forza agente in senso inverso nei due emisferi, come la indicarono le croci polari destrorsa e sinistrorsa;
Specchio: ebbe un valore simbolico e come tale nascose significati arcani al di fuori di quelli inerenti ad un modesto strumento destinato alle cure mattinali di una bella donna.

Lo specchio fu elemento fondamentale della liturgia rituale; nello specchio le immagini delle divinità poste davanti a lui erano semplici riflessi di una realtà superiore; lo specchio rappresenta lo spirito divino, quando l’anima vi si guarda scopre le vergogne che ha in sé;

Spiritualità etrusca: non ebbe dogmi, ma solo il linguaggio matematico della verità assoluta espressa nel simbolo e l’indispensabilità del rito.
Toro: era animale sacro poiché le sue lunghe corna avevano le sembianze di una mezza luna, e quindi della dea adorata dagli etruschi villanoviani;
Talamone: l’antica città di Telamon, detta città di Telamone, un Argonauta che l’avrebbe edificata. Deriva da ‘tellum’ accadico (colle, cumulo)
Tarchunus: nello specchio di Tuscania è raffigurato chiuso nel suo mantello e poggiato al lungo bastone. Da Tarchunus deriva il nome della città Tarquinia. La parola deriva dall’assiro-babilonese ‘targumannu’, ‘targumanu’. Questo a sua volta deriva dall’accadico ‘ragamu’ (chiamare, richiamare, profetare). ‘Pavatarxies’ significa letteralmente ‘bocca di Tarchunus’ che sarebbe l’interprete delle voci degli Dei;
Tarquinia: deriva da Tarxunus, Tarchon dal nome del suo eponimo. Originariamente il nome può essere fatto risalire all’accadico ‘targuwannu, turcumannu, dall’ugaritico ‘targumianu’, dall’arabo ‘targuman (prete);
Tenda: i cosiddetti ! ‘Villanoviani’, gli antenati degli Etruschi, vivevano in villaggi, in capanne (una via di

mezzo fra tende e capanne vere e proprie)di forma circolare, ovaleggiante o quadrate. La tenda, in particolare, nella simbologia biblica significa: i nomadi (Madianiti), la pagnotta d’orzo, gli Israeliti coltivatori sedentari e poveri;
Teoria evoluzionistica: nettamente in contrasto con l’antica sapienza etrusca e di altri popoli. Tale sapienza non concepì un progresso dell’umanità ma un regresso, una caduta istantanea, una involuzione continua dell’umanità da stati originariamente superiori; l’uomo, secondo gli Etruschi, ebbe all’origine poteri addirittura soprannaturali, fu immortale e la morte lo vinse solo per un fatto contra natura, un vero e proprio accidente che non ha niente a che vedere con la ricerca da parte degli scienziati moderni di legami scimmieschi, progenitori dell’homo sapiens. E’ assurdo sostenere ! che la civiltà ebbe origine ! da una popolazione più o meno selvatica come è assurdo pretendere che l’uomo discenda da una scimmia;
Tin, Tinia (Aplu): significa ‘il giorno’ (luce), come accadico corrisponde al nome della divinità lunare ‘Sin’. Questo nome è accompagnato dalla voce semitica ‘Nannar’ che equivarrebbe alla ‘luce celeste di Sin’;
Tombe a tumulo: Esempi notevoli di questo tipo di tombe si trovano a Populonia, a Firenze (Quinto), a Cerveteri, ecc. Caratteristica di queste tombe è una montagnola o collinetta che le ricopre. Il monte, come l’isola, significa la stabilità spirituale in antitesi con le acque che scorrono che rappresentano gli avvenimenti contingenti. Il cerchio col

centro definito, rappresentò il cielo e la cella, a pianta quadrata, rappresentò la terra. Cielo e terra rappresentarono il principio attivo e passivo. Nel primo di tali simboli va ricercato il fallo che fu simbolizzato da una linea verticale; il secondo passivo e femminile da una linea orizzontale. L’unione di questi due simboli dette origine alla croce. La tomba a tumulo è anche una prospezione ingrandita dell’antica capanna, circolare, contenuta da un basamento e da una pseudo cupola di pietre aggettanti. Il pilone centrale doveva riferirsi al sostegno che reggeva materialmente il tetto;
Toro: animale sacro poiché con le sue corna ‘disegnava’ la forma della ‘mezza luna’: Sin dio lunare di origine mesopotamica. Prendere il toro per le corna è anche un modo di dire per affrontare una questione difficile, complicata
Tre: era il numero che indicava la perfezione ed era anche un segno di appartenenza alla religione degli etruschi arcaici e villanoviani. Tre infatti erano le divinità alle quali si rifaceva l’antica religione di appartenenza: la Mesopotamia. Triade divina: Ishtar, stella del mattino (Stella a otto punte) ! (Venere); Sin, dio lunare (falce di luna); Shamash, dio del sole (disco solare con otto fasci di raggi)
Trono: analogo all’ancora. Nelle tombe chiusine è un sostegno di terracotta sul quale posa il vaso delle ceneri. Si tratta di un sostegno di terracotta o di bronzo sul quale viene posato il vaso con le ceneri. Avrebbe il significato che

lo spirito nel centro immobile ha raggiunto il piano dell’assoluto. In altre parole ha vinto la seconda morte; e ancora, lo spirito dopo aver attraversato l’ondoso e irrequieto mare ha raggiunto la sua stabilità, estraniandosi da ogni natura terrena.

Triade divina: Ishtar, stella del mattino (Stella a otto punte)!(Venere); Sin, dio lunare (falce di luna); Shamash, dio del sole (disco solare con otto fasci di raggi). Simbologia raffigurata sui kudurru (Tular etruschi), pietre che segnavano i confini territotiali;
Truia: significa labirinto, e deriva dall’accadico tajjaru, tajjartu, giro, ciclo. Pertanto l’epigrafe mi Thesa Thei; truia, cioè questo sarebbe l’utero cosmico (labirinto) di Thesa. Questo nome e uguale all’accadico ‘desu’, dasu’, che sarebbe la primavera (stagione);
Uccelli (al pari di croci, spirali, cavalli, leoni e anatre) allusero alla vittoria sulle forze telluriche, oscure o titaniche; gli uccelli nell’arte etrusca sono l’espressione di stati sovrumani, volano in un’atmosfera irreale; essi anticipano la visione cristiana dei cherubini e serafini; Ulivo (uomo inghirlandato d’ulivo): per l’iniziato la morte significò gustare trionfalmente la bevanda dell’immortalità e raggiungere l’altezza luminosa del cielo; Uomo: (insieme alla donna) cardine della simbologia etrusca; principio immobile e sufficiente inteso come virilità;
Uomo primitivo: è assurdo pensare che l’uomo discenda dalla scimmia. I selvaggi cosiddetti primitivi non sono

esponenti di civiltà primordiali, ma il risultato di un umanità in avanzato stato di abbrutimento;
Uovo: uovo cosmico, uovo universale simbolo dell’androgino universale, quindi simbolo della perfezione; l’energia racchiudente in sé ogni possibilità generatrice, ogni possibilità di esistenza; nel simbolismo dell’uovo le due circonferenze corrisposero a due spirali e quindi la rappresentazione della perfezione, nonché simbolo dell’evoluzione e dell’involuzione, della nascita e della morte;

Uomo primitivo: è assurdo sostenere che la civiltà ebbe origine da una popolazione più o meno selvatica come è assurdo pretendere che l’uomo discenda dalla scimmia. Tutto concorda invece quando si riconosca che l’uomo primitivo godè di una spiritualità superiore dalla quale si allontanò in seguito alla degenerazione provocata da catastrofi di ogni genere, interiori ed esteriori;

Usil: è l’aurora, il Sole che sorge; corrisponde all’accadico ‘asu’ (sorgente, che viene fuori) e ‘ilu (dio) accadico;
Vaso (spazio racchiuso dal): fu una sorte di matrice, di utero e “regressus ad uterum” fu un ritorno allo stato embrionale. Nel simbolico vaso venivano riposti i resti inceneriti del defunto; il vaso significò l’individuo, la persona. Lo spazio racchiuso dal vaso, come la superficie delimitata dal cerchio, si identificò con l’universo. Paracelso affermò che chi vuole entrare nel regno di Dio deve innanzitutto entrare nella vagina materna e morirvi, in altre parole, deve entrare nel vaso;

Velelu: corrisponde al nome Velelia o Velia. deriva dall’accadico (w)elelu che ha il significato di ‘piacere’, ‘gioia’
Vetulonia: corrisponde all’accadico ‘beta-alu’ e all’ebraico. Ha il significato di ‘abitato alto’;

Vino: gli Etruschi spensero con il vino gli ultimi resti incombusti onde riporli nel simbolico vaso. Il vino conferì una valenza iniziatica ai riti;
Vino: ebbe un carattere iniziatico dei riti religiosi. Con il vino gli etruschi spensero gli ultimi resti incombusti del rogo funebre per poi riporli nel vaso simbolico
Virilità: la conquista ottenuta con la potenza delle qualità virili durante il combattimento. Essa fu la più alta forma di iniziazione (essere ammesso allaconoscenzae partecipazione di riti religiosi, misteri). E’ il concetto opposto del pensiero filosofico cristiano che ripudia la guerra e ogni forma di violenza;
Visceri: spesso nei momenti più gravi per lo stato (Romano) erano stati convocati gli aruspici etruschi per restaurare antichi rituali. Questi comprendevano la divinazione, il responso cioè degli dei su fatti e su avvenimenti riguardanti il futuro. Forma principale di questa predizione era l’esame dei visceri, dai quali traevano gli auspici favorevoli o nefasti, riguardo alle guerre, alla politica e anche alle cose più ,semplici della vita di ogni giorno;
Vita: gli Etruschi ebbero la concezione della vita come un eterno ritorno, un destino oscuro, un ciclo di nascite e di

morti, delle quali l’individuo non ebbe scampo;
Vittoria: fu rappresentata da una! fanciulla alata che apre al
vincitore la via dell’immortalità. L’immortalità per gli etruschi era quindi propria degli dei, ma raggiungibile dagli uomini attraverso atti di eroismo, come la guerra, i giochi ginnici, ecc.
Vaso panciuto (ossuario biconico) ! e cerchio tracciato per terra: creano spazi e superfici sacrali; furono immagini centrate di un mondo spirituale, riflessi dell’universo; Volterra, Velletri: hanno in comune la componente ‘etr’ che corrisponde all’aramaico ‘atra’, atr, atar che significa ‘terra’
Vulci: corrisponde al semitico malku (pr. Walku) che significa dominatore, re e quindi il significato di Vulci sarebbe ‘città regale’;
Ziro: lo spazio entro il quale! è racchiuso l’urna, è lo spazio sacrale, l’universo;
Note:
(*)!! Sanscrito: Lingua letteraria degli indiani antichi, della stesa famiglia con il persiano, greco, latino, celtico, slavo, lituano, germanico. N. Zingarelli – Vocabolario della lingua italiana
Aramaico: lingua semitica! N-Occ, era il dialetto che in origine parlavano le tribù aramee, verso il 1200 a.C. Esse fondarono alcuni stati, fra i quali Israele, Moab Edom. Le iscrizioni più antiche in quest lingua risalgono sec. IX a.C.; (**) Riguardo all’arte degli Etruschi Bernard Berenson

affermò: “solo nei soggetti e nell’inferiorità di esecuzione, cioè in quella che io chiamerei l’originalità dell’incompetenza, l’arte etrusca può venire distinta da quella greca”.

Avvertenza:
Per compilare questo breve dizionarietto ho consultato diversi libri, opere dei maggiori etruscologi del nostro tempo. Devo tuttavia avvertire che il lavoro, così com’è, non è completato, e, deve essere soggetto ad una revisione più accurata e particolareggiata. Soprattutto devo completare le parole di origine, accadica, babilonese, aramaica, ebraica, araba, ecc, con la loro precisa ortografia (accenti e segni particolari) che farò appena possibile. Il presente dizionarietto non ha valore assoluto, come, d’altronde, niente di assoluto hanno tutti gli studi di etruscologia. Esso può, tuttavia essere un buon ausilio per coloro, dilettanti e cultori, che si apprestano a studiare per la prima volta! gli Etruschi e la loro simbologia.
Paolo Campidori, Copyright paolo.campidori@tin.it http://www.paolocampidori.eu Bibliografia:
Hans Biedermann – Enciclopedia dei simboli – Garzanti editore 1991
Giulio Lensi Orlandi – Il segreto degli Etruschi – Atanòr Editrice, Roma 1972
Etruschi – Una nuova immagine – a cura di Mauro Cristofani – Giunti Editore, Firenze, 2002;
Massimo Pittau – Testi Etruschi – Tradotti e commentati con

vocabolario – Bulzoni Editore, Roma 1990
Paolo Campidori – Capire gli Etruschi – Toccafondi Editore, Borgo San Lorenzo (Firenze, 2010;
Maurizio Martinelli, Giulio Paolucci, Caudio Strinati – Guida ai luoghi degli Etruschi – Scala Group Spa – Firenze 2007;
Romolo A. Staccioli – Gli Etruschi – Un popolo tra mito e realtà – Newton Compton Editori, Roma 2006
Gerd Heinz-Mohr – Lessico di iconografia cristiana, Milano Ist. Propaganda Libraria, 1995
Giovanni Semerano – Il popolo che sconfisse la morte – Bruno Mondadori Editore, Milano, 2003
Mauro Cristofani – Dizionario Illustrato della Civiltà Etrusca – Giunti Editore , Firenze 1999
Paolo Campidori – Capire gli Etruschi – Firenze 2010 Toccafondi
Giovannangelo Camporeale – Gli Etruschi – Storia e civiltà – Utet, Libreria, 2004, Torino
Paolo Campidori, Copyright
ORIGINI
LA STORIA DEGLI ETRUSCHI E’ DA RISCRIVERE?
Vi ricordate uno dei miei primi articoli sugli Etruschi, in cui ipotizzavo la traduzione del vocabolo “Rhasena” con “Popolo di rasati”? Ebbene c’ero andato molto vicino. Ebbene, vi spiego un po’ la storia: Dionigi di Alicarnasso, retore greco, verso la metà del I sec. a.C, chiese ad un etrusco, dato che essi parlavano una lingua diversa da tutti gli altri popoli (pre-colonizzazione romana); tanto diversa

da non essere assolutamente comprensibile né ai Romani né ai Greci (poiché Dionigi era greco anche se viveva a Roma). I Romani, a loro volta, hanno sempre detto che gli Etruschi erano un popolo a sé, dotati di grande cultura e che parlavano una lingua incomprensibile. Anche da ciò deduco che l’origine della lingua etrusca non era né romana, né greca. Durante i secoli a venire si è messo in dubbio questa asserzione di Dionigi di Alicarnasso, e ci siamo chiesti (me lo sono chiesto anch’io) se quel greco avesse inteso bene. Ebbene, per la prima volta, con sicurezza debbo dirvi che quel greco aveva inteso bene, anzi benissimo.

Guardate, la mia scoperta che oggi si può chiamare scientifica, perché provabile, è avvenuta non dico per caso, ma riflettendo su ciò che in passato avevo già scoperto. E’ successo oggi, scrivendo un articolo sull’Impressionismo, e mi sono imbattuto su un disegno di un post-impressionista André Dunoyer de Segonsac, su un vecchio catalogo di stampe francesi, e ho notato la didascalia, e per l’ennesima volta, ho fatto lo stesso ragionamento. La didascalia era questa: “Femme à la serpe”. Mi sono detto: interessantissimo!! Perché secondo me era interessantissimo? Perché la donna aveva in mano una “roncola”; la “roncola”, come tutti sanno è una falce, posta su un lungo manico, che serviva, sia per mietere il grano, per ‘smacchiare’ (tosc.), cioè per sfoltire le siepi, per tagliare l’erba, ecc. Ebbene i francesi, chiamano la “falce”, fatta come un “spicchio di luna”, con il nome “serpe” che però in etrusco tale nome viene scritto “serphe” (adesso

anche Pittau ha riconosciuto in ‘serphe’ il significato di “dio”, “dea”.
Allora ricapitoliamo: ‘serpe’ (falce) non può derivare dal latino, poiché falce si traduce con falx, falcis; non può essere greco, perché il nostro retore era greco e quindi avrebbe capito al volo la parola ‘rhasena’ e avrebbe capito il linguaggio dell’etrusco. Ci verrebbe da dire allora che la parola ‘rhasena’ (falce) potrebbe essere di origine celtica o germanica. Ma la risposta è negativa poiché i Celti chiamavano “serpe” la falce o la roncola, che è sempre un attrezzo agricolo a forma di uno “spicchio di

luna” (croissant, la mezza-luna in francese moderno). Ma allora perché i celti (francesi e germanici) chiamavano ‘serpe’ la roncola o la falce? Ci viene in aiuto il filologo Giovanni Semerano nel suo libretto “La favola dell’Indoeuropeo”, nel capitolo “L’Ora di Filippo Sassetti, a pag 10 del suo libro: “”Così, lì per lì, appoggiato al tavolo delle bilance, tracciò quella sua lettera al Davanzati. La scrisse carica di una lacerante novità: alcune voci della lingua degli indigeni dell’India si identificavano con quelle in uso tra noi, come ad esempio i numeri sei, sette, otto e nove, e poi Dio, ‘serpe'”. Come spiega il Semerano questo mistero? “Alessandro Magno! e il largo seguito che scortava il discepolo di Aristotele avevano diffuso la lingua della patria lontana, largamente appresa dai sudditi che avevano necessità di farne uso” (Giovanni Semerano, pag 11, op. cit.).

Adesso mi sembra tutto chiaro, e conferma l’intuizione

storica che: “un vincolo di vasta fratellanza culturale lega da cinquemila anni l’Europa, cioè l’Occidente, alla Mesopotamia, l’attuale Iraq, dove fiorirono le inarrivabili civiltà, le creature di Sumer, di Akkad, di Babilonia: è ancora vivo il fascino di quella culla delle arti, delle scienze, del Diritto” (Giovanni Semerano 1911-2005- Le origini della cultura europea – Olschki, Firenze 1984-1994) Dunque, i popoli della Mesopotamia, chiamavano uno dei loro dei con il nome di! “Serpe”. E’ evidente che se la tradizione linguistica europea (celtica) ha tramandato questa parola “serpe” (dio) è anche evidente che le nostre lingue moderne derivano, chi più, chi meno, dalle lingue mesopotamiche. E quale era dunque il loro dio per eccellenza? Anche questo adesso è evidentissimo, il loro dio era un astro biancastro, l’astro che vediamo tutte le sere e che nelle sue fasi crescenti e decrescenti assume la forma di una “falce” o della luna piena: LA LUNA!. Ecco quindi spiegato che ‘serphe’ in lingua mesopotamica significa dio e nel caso specifico, questo dio è la “falce di luna”. Ricordiamo che nel ‘Kudurru’ ritrovato a Susa in Mesopotamia, si vede il Re Sargon che presenta LA figlia al dio Nanna (o Nana); sopra di loro spiccano, in bella evidenza, tre simboli: il Sole, la Luna (spicchio: guardate che poi questo nome spicchio è entrato anche nel dialetto greco ‘sticchio’ (volg.), che sta a significare l’organo genitale femminile, proprio per la sua forma a spicchio di luna); e infine Ishtar (Venere) la Stella del mattino. Ora è difficile e lungo spiegare perché i popoli mesopotamici

adorassero queste tre divinità, lo faremo in altra sede.
Una cosa è certa “serphe o serpe” equivale a dio, dea; allo stesso tempo ‘serpe’ è una falce, vale a dire un attrezzo che ha la forma di uno spicchio di luna. E quale forma avevano i rasoi dei Villanoviani? Ebbene avevano la forma di una mezzaluna e allo stesso tempo di una falce. Ne deriva che, l’equazione è semplice ‘serpe’ uguale a ‘falce’, ‘falce’ uguale a ‘rasoio’ perché ha la stessa forma della falce o della roncola. Dunque “Rhasena” può solo voler dire “Popolo che ha per insegna o per simbolo,insomma, tutto quello che volete voi, UNA FALCE O MEGLIO UNO SPICCHIO DI LUNA. E adesso comprendiamo meglio anche il significato dello specchio rotondo: IL SOLE; E! NON DIMENTICHIAMO CERTE ‘STELLETTE’ CHE VENIVANO POSTE NELLE SEPOLTURE, queste simboleggiavano Ishtar (Venere)
Ricapitolando Rhasena significa il popolo che adorava tre idoli (la triade): Il Sole, la Luna e la Stella del Mattino (Venere per il mondo classico). Tutto ciò ci porta ad un’altra conclusione: I Villanoviani-Etruschi! erano i diretti discendenti di antichi popoli della Mesopotamia. Nasce a questo punto un’altra conseguenza che la lingua etrusca ha origine dalle lingue Mesopotamiche!!! DOBBIAMO QUINDI ANCHE AMMETTERE CHE GLI EBREI NON C’ENTRANO PER NULLA (AVEVA RAGIONE SEMERANO E NON IL TARQUINI). DOBBIAMO PERO’ DIRE CHE GLI EBREI ‘NASCONO’ IN MESOPOTAMIA E PARLERANNO LA LINGUA DI

QUEI POPOLI: BABILONESE, ARAMAICO, ECC. Fiesole, 11 dicembre 2011 paolo.campidori@tin.it http://www.culturamugellana.wordpress.com http://www.paolocampidori.eu

P.S. Un ringraziamento sentito va all’amico Professore Massimo Pittau, linguista storico, che ha sostenuto la mia tesi fin dall’inizio. Debbo a lui e ai suoi libri come il Vocabolario della Lingua Etrusca, il primo vero vocabolario etrusco-italiano, di poter crescere nei miei studi di Etruscologia.

Bibliografia:
Giovanni Semerano – La favola dell’Indoeuropeo – Bruno Mondadori, 2005
Giovanni Semerano – Il popolo che sconfisse la morte – Gli etruschi e la loro lingua – Bruno Mondadori, 2003 Massimo Pittau – Vocabolario della lingua Etrusca – Libreria Editrice Dessì – Sassari, 2005
Catalogue “Goya” 1963 – Dessins Estampes – Paul Prouté et ses Fils – Paris pagg. 70-71 Paris – Atelier Duval 1963 UN MUSEO ARCHEOLOGICO? MEGLIO FARSELO IN CASA
Farsi un museo in casa propria, oggi non è più tanto difficile, come una volta e non è neppure tanto caro. Dobbiamo decidere anzitutto se vogliamo un museo della preistoria, egizio, etrusco o romano poi il resto viene da se. Optiamo per un museo archeologico generico che parta dalla preistoria e arrivi fino all’epoca romana. Nessuna difficoltà.

Iniziamo con degli strumenti preistorici che provengono dall’Egitto: lame dentellate, raschiatoi, ecc; sette pezzi, il tutto ad Euro 250/300;
due tavolette cuneiformi di argilla, impresse a! crudo, provenienti dalla Mesopotamia, in buono stato di conservazione; Euro 300/400;

un frammento di sarcofago dipinto su legno stuccato, provenienza Egitto. epoca tarda circa 716-30 a.C.; Euro 300/400;
una maschera Egizia, in legno scolpito e dipinto in nero e bruno, produzione Egitto; stato di conservazione ottima, datato Nuovo Regno 1540-1075 a.C.;

un sigillo da scriba in faience (ceramica) turchese, modellato a stampo; a sinistra l’Ape, animale araldico dell’Alto Egitto, Euro 250/300;
una bellissima collana in pasta vitrea, con vaghi colorati, datazione III-II sec. a.C Euro 400/450; un alabastron (piccola bottiglietta per profumi) corinzio, argilla e vernice bruna, ottimo stato di conservazione, datato 575-550 a.C., Euro 1.800-2.200;

un grande skyphos, argilla giallina, vernice nera; nella fascia centrale! fascia con teoria di animali: un toro con la testa abbassata affronta un leone ruggente (il solito tema sfuggente della vita e della morte); datazione ultimo quarto, VII sec. a.C., Euro 750/900;
un grande olpe a rotelle etrusco-corinzia, argilla figulina camoscio, vernice bruna, decorato in quattro fasce con cigni, pantere, capridi e due galli affrontati seguiti da sfingi;

produzione Etruria meridionale, datazione VII, inizi VI sec. a.C., Euro 6.200/6500;
grande oinocoe (caraffa) trilobata etrusco corinzia; argilla, vernice bruna e paonazza, datazione prima metà VII sec. a.C., Euro 500/600;

un bellissimo Kantaros (il nome ‘cantero’ esiste anche nel linguaggio toscano; è una coppa a due anse) di impasto bruno lucidato a stecca; produzione Etruria meridionale, datazione fine sec. VIII, inzi sec. VII, Euro 600/700; grande oinochoe a rotelle in bucchero nero, lucidato a stecca, provenienza Etruria, Chiusi, datazione metà VI sec. a.C.. Euro 2.220/2.500; urnetta cineraria con coperchio in argilla depurata rosata; la cassa è decorata con la scena dell’eroe con l’aratro; produzione Chiusi, II sec. a.C., Euro 5.500/6.500;

fronte di urna volterrana, in alabastro scolpito, nella scena una barca con quattro uomini a bordo: il nocchiere seduto; un uomo in piedi che trattiene un altro uomo per la vita, in atto di gettarsi in mare, ecc; produzione Volterra, datazione III sec. a.C. Euro 2.000/3.000;

una moneta romana in oro, statere con testa di Filippo II, laureata (con corona di alloro), in buono stato di conservazione; datazione 359-336 a.C., Euro 900/1200; due rasoi villanoviani in lamina di bronzo con decorazione a incisione sec. IX a.C.; stato di conservazione: lacunosi e ossidati, Euro 800/1200;

una rara olla! (una sorta di! pentola) biansata (con due manici) in bronzo con! importanti anse plastiche modellate

a kouros, produzione Etruria settentrionale, datazione570-550 a.C., Euro 16.000/22.000;
bellissima e importante collana in lamina d’ oro, e pietre dure di epoca romana imperiale, peso gr. 117, I sec. a.C. Euro 25.000/30.000.
L’elenco potrebbe continuare a lungo con vasi, teste fittili, statuette, , patere, olle; tutti reperti che variano da un prezzo di 200 ai 1.000 Euro. Insomma per fare un ‘museino’, doc, fatto in casa, con reperti sicuramente originali, di pregio, alcuni di questi anche rari e importanti, non spenderemmo più di 100.000 Euro, prezzo equivalente a una delle tante auto semi-lusso, che vediamo sfrecciare, numerosissime sulle nostre strade italiane.
Basta consultare uno dei tanti cataloghi editi dalle principali Case d’Asta internazionali, per rendersene conto. Io mi sono documentato su un catalogo di una Mostra! d’asta della Casa d’Aste Pandolfini, Firenze, 11 dicembre del 2003, che ebbi, allorta,! il piacere di visitare e vi posso assicurare che ebbi l’impressione di trovarmi di fronte ad oggetti veramenteb di pregio.! Dobbiamo tenere conto che in quasi dieci anni i prezzi! (2003) saranno lievitati qin misura del 10-15%; una cifra del tutto trascurabile considerando l’importanza e la bellezza degli oggetti messi all’asta.
Paolo Campidori, Copyright
paolo.campidori@tin.it http://www.paolocampidori.eu http://www.culturamugellana.wordpress.com
Bibliografia: Pandolfini – Casa d’Aste – Reperti

Archeologici, Dicembre 2003
Le foto dell’articolo sono tratte da tale Catalogo
I CELTI SECONDO! CAIO GIULIO CESARE
Il “De bello gallico” (La guerra gallica) di Giulio Cesare descrive gli avvenimenti dal 58 al 51 a.C. Cesare,! per conquistare la Gallia (in meno di 10 anni), prese più di ottocento città, sottomise alla sua autorità circa trecento popoli diversi, combatté con coraggio contro tre milioni di uomini, dei quali ne uccise un milione e un altro milione ne! catturò (Plutarco, Biografie parallele, Biografia di Giulio Cesare). Il grande storico Theodor Mommsen, Storia di Roma, puntualizza, con un pizzico di amarezza,! che: “gli uomini comuni vedono i frutti della loro opera; il seme di genio invece cresce lentamente”.
Fiesole – Museo Archeologico – Bottiglia in terracotta – Arte celtica (?)
Secondo l’illustre studioso: “E’ opera di Cesare…se l’Europa è diventata romana, se l’Europa germanica è divenuta classica…”. Riguardo ad Alessandro, altro genio: “passarono secoli prima che si comprendesse che Alessandro non aveva soltanto creato un regno effimero in Oriente, ma che aveva introdotto in Asia l’ellenismo; altri secoli passarono prima di comprendere che Cesare non aveva soltanto acquistato per i Romani una nuova provincia, ma che aveva fondato la romanizzazione delle province occidentali….”.
Fiesole – Museo Archeologico – Bottiglia in terracotta – Arte Etrusco-celtica (?) Chi erano i Celti per Cesare e per i

Romani? “Gallia est omnia divisa in partes tre, quorum una incolunt Belgae, aliam Aquitani, terital qui ipsorum lingua Celtae, nostra Galli appellantur” Così Cesare definisce la nazione dei Galli: “La Gallia, nel suo insieme, è divisa in tre parti; una abitata dai Belgi, un’altra dagli Aquitani, la terza dai popoli chiamati localmente Celti e da noi (Romani)

Galli” (Cesare, La guerra Gallica, Libro I, Cap. I).
Quindi il popolo antichissimo chiamato dei Celti o celtico, veniva dai Romani chiamato dei Galli o gallico. Questi popoli: Belgi Aquitani, Celti differivano fra loro per linguaggio, istituzioni, leggi (Hi omnes lingua, institutis, legibus inter se differunt). E’ chiaro quindi che si tratta di tre popoli diversi. I Belgi! erano più forti di questi tre popoli ed erano anche quelli più chiusi nei confronti degli stranieri. Essi, molto di rado, permettevano ai mercanti di visitare il loro paese poiché temevano – aggiunge Cesare – “che venissero introdotte merci che potrebbero infiacchire i! costumi delle loro genti” (minimeque ad eus mercature, saepe commeant atque ea quae ad effeminandos animos pertinent important).
Data la loro vicinanza con i Germani, essi combattevano quasi ogni giorno per tenerli lontani dalle proprie terre. Lo stesso capitava agli Elvezi, essendo anche essi vicini ai Germani. Questo era il territorio della Gallia, nel suo insieme.
Monterenzio – Elmo etrusco-celtico – Museo archeoilogico di Monterenzio (Bologna) Chi erano I Celti o Galli per i

Romani e per Cesare? I Celti occupavano quella parte della Gallia compresa fra il fiume Garonna e il Rodano. Ma vediamo più da vicino chi erano i Celti (per i Romani: Galli). “In omnia Gallia forum hominem qui aliquo sunt numero atque honorem genera sunt duo” (In Gallia (leggi Celti) vi sono due categorie di uomini che sono tenuti in grande conto e in grande onore. “Sed de his duobus generibus alterum est druidum, alterum equitum” (Delle due categorie sopraccennate! l’una era quella dei druidi, l’altra quella dei cavalieri. Accanto a queste due categorie vi erano coloro che appartenevano alla plebe, e che erano considerati alla stregua degli schiavi.

Tanto è vero che da soli non potevano prendere nessuna decisione né partecipavano ad alcuna assemblea. Ricapitolando la popolazione celtica era divisa in tre categorie:! cavalieri, druidi e plebe. Noi Toscani potremmo dire che essi erano divisi in tre categorie: furbi, semi-furbi e bischeri (tutti conoscono il significato di questa parola). Sepoltura etrusco-celtica con specchio in bronzo e manico in avorio- Necropoli di Monterenzio I Cavalieri erano coloro che detenevano il capitale, la ricchezza, grande numero di servi, erano in altre parole la classe dominante, ovvero la nobiltà che aveva in mano le redini del potere civile (escluso quello religioso). I Cavalieri sarebbero i “furbi”. Anche oggi ce ne sono tanti, non è vero? Il loro compito era quello di partecipare alle guerre (in media una l’anno), portando con sé armi, servi e clienti in maggior numero possibile;! come si dice; “armi e bagagli”.

I Druidi, l’altra casta privilegiata, si interessavano del culto, provvedevano ai sacrifici pubblici e privati, interpretavano le cose attinenti alla religione. Questi oggi rappresenterebbero il nostro Clero: Vescovi e sacerdoti, con poteri e privilegi però molto più ampi dei nostri vescovi e dei nostri sacerdoti. Essi avevano pure il loro Papa, al quale era demandata l’interpretazione delle cose attinenti alla loro religione (quindi il loro Magistero). Ad essi spettava l’esercizio della giustizia sia pubblica che privata, e se qualcuno non si atteneva al loro giudizio essi venivano banditi dalle funzioni (scomunicati). Questi erano considerati empi e scellerati, e tutti evitavano di incontrarli! e di parlare con essi.

Utensili di fabbricazione etrusco-celtica – Museo archeologico di Monterenzio (Bologna) I maggiori privilegi dei druidi erano quelli di non partecipare alle guerre e di non pagare le tasse. Sarebbero, questi,! la classe dei “semi- furbi”, sopra accennata. La classe infima, quella cioè dei “bischeri” era la plebe, considerati come schiavi, pertanto non partecipano a nessuna iniziativa! e a nessuna assemblea. Quando erano oberati dai debiti, si vendono ai loro padroni i quali li trattavano come degli schiavi (A Firenze si dice: “quando uno nasce bischero, muore bischero”). I Celti quindi non erano nient’altro che una società di tipo feudale come ne esistevano molte durante il nostro Medio Evo, in Italia e all’estero.
Riguardo ai Druidi, cioè la classe sacerdotale, è bene mettere in evidenza un particolare che ci può aiutare nello

studio di altre popolazioni antiche, come ad esempio gli Etruschi. I discepoli dei druidi, che erano sempre numerosi, dovevano imparare tutto a memoria ( di tempo ne avevano, in quanto il noviziato durava un ventennio). Per gli altri affari invece usavano la scrittura, usando l’alfabeto greco (NB). Ma perché la casta dei sacerdoti doveva tenere a memoria tutti i versi della loro religione? Per due ragioni: una perché non volevano che le norme che regolavano la loro organizzazione venissero a conoscenza del volgo; la seconda ragione riguardava la praticità dell’apprendimento. Infatti privilegiando la scrittura, si era portati! a non tenere in esercizio la memoria. I Celti credevano nell’immortalità dell’anima e che questa al momento della morte corporale passasse da un corpo all’altro. Elimata la paura della morte, questo poteva andare tutto a vantaggio per incitare i giovani al valore e al coraggio nell’affrontare le guerre.

I druidi insegnavano ai giovani le loro conoscenze sugli astri e i loro movimenti; sulla terra e la sua natura, e sul potere degli dei. Tra gli dei veneravano Mercurio, inventore di tutte le arti,! guida dei viaggi, patrono per i commerci e il guadagno. Oltre a Mercurio adoravano Apollo, Marte, Giove, Minerva e Marte. A quest’ultimo, facevano voto di bottino! e dopo la vittoria sacrificano il bestiame e accumulavano in un punto tutto il resto facendo dei grandi falò.

I Galli (Celti) affermavano di essere tutti discendenti del Padre Dite. Calcolavano il tempo contando le notti. Permettevano ai figli di presentarsi in pubblico solo! in età

da poter prestare il servizio militare. Aggiunge Cesare, meravigliato: “….i Celti credono che sia una cosa vergognosa che i figli si fermino davanti al padre quando questi compie atti sessuali?”! (filiunque puerili aerate in publico in conspectu patris adsistere turpe ducunt).

Già perché i Romani…..in fatto di lussuria….! I funerali! dei Celti erano lussuosi: veniva dato alle fiamme (rogo) tutto ciò che apparteneva al defunto, compresi animali, servi e clienti cui il padrone era affezionato. Tutto e tutti venivano bruciati insieme al defunto. Questi erano i Celti secondo Cesare e dobbiamo fidarci di lui che li conosceva molto bene! PAOLO CAMPIDORI, Copyright paolo.campidori@tin.it http://www.paolocampidori.eu http://www.culturamugellana.wordpress.com

Bibliografia:
Cesare – la guerra gallica (De bello gallico) – (Traduzione Fausto Brindesi) Edizioni BUR Rizzoli, Milano 1974 T.G.E. Powell – I Celti -Est – Il Saggiatore – Milano, 1999 Titolo originale dell’opera “The Celtis” – Thames and Hudson, Londra, 1958
Mario Torelli – Storia degli Etruschi – Editore Laterza, Bari 2007
Paolo Campidori – Capire gli Etruschi – Toccafondi Editore, Borgo San Lorenzo (Firenze), 2010
Fotografie Paolo Campidori su gentile concessione Museo Archeologico di Fiesole (Firenze) e Museo Archeologico di Monterenzio (Bologna)
NON ESISTONO ‘DOGMI’ IN ETRUSCOLOGIA

Vorrei ricordare a tutti gli amici e ai lettori di questo Blog che la tesi sull’origine Mesopotamica degli Etruschi, da me formulata con l’articolo “La storia degli Etruschi è da riscrivere?”, non ha valore ‘dogmatico’, in quanto in Etruscologia e in Linguistica Etrusca, non esistono e non possono esitere ‘Dogmi’. Questi appartengono solo alle religioni e valgono per i credenti.

Vorrei quindi precisare che, dopo trentacinque anni di studi da me fatti su questo antico popolo, mi sono sentito, quasi in ‘dovere’, di tirare una somma alle mie conoscenze in materia per esternare anche agli altri studiosi i miei ‘risultati’, ovvero l’idea che io mi ero fatto sull’origine etrusca.

Come CULTORE ‘etruscologo’ e come CULTORE ‘medievalista’ (per il territorio mugellano e non solo) la mia ‘ipotesi’ mesopotamica sulle origini degli etruschi è da considerarsi tale, e non ha nessuna ragione o pretesa di voler annullare gli studi di coloro (etruscologi, archeologi, linguisti, ecc), i quali,! in materia, sono molto più bravi del sottoscritto che, come si definiva Leonardo sono solo un”homo sanza lettere”, nel senso che non ho compiuto gli studi classici e so un po’ di greco e di latino per averli studiati come autodidatta (Conosco invece, oltre all’Etrusco (studiato non in materia specialistica), conosco altre lingue per averle studiate a scuola: inglese, francese, spagnolo e tedesco, oltre all’italiano. Insomma, in fatto di linguistica non sono proprio l’ultimo arrivato!
Io, come cultore storico, analizzo i fatti della storia sotto il

profilo storico, non mi interessano i particolarismi che sono materia degli specialisti, a me interessa ricomporre, tessera dopo tessera, quel grande mosaico che è rappresentato dalla storia di un popolo. Non mi interessa analizzare le singole ‘tessere’; mi interessa, invece,! mettere le terssere giuste nei luoghi giusti.

Io non chiedo che la mia ‘ipotesi’ venga pubblicata nella celebre rivista! “The scientist”;! chiedo solo di prendere in esame anche questa mia ipotesi, e considerarla più il risultato di ‘ricerca storica’ (certo fuori della ‘dogmatica’ etrusca), vista con l’occhio dello storico e con la lente d’ingrandimento dello Sherlock Homes.

Io, lo ripeto, a chi ancora non l’avesse capito, non sono nè archeologo, nè medievalista, e tantomeno sono un linguista storico. Io appartengo a quella categoria di ‘appassionati’, che nel migliore dei modi vengono classificati come ‘cultori’ delle cose che riguardano l’etruscologia (non voglio fare polemiche).

Io mi sento uno scrittore, ed uno che fa del giornalismo. Odio, per mia natura, le cosiddette ‘specializzazioni’, perché rinchiudono il ricercatore in un settore e gli danno solamente la possibilità di acquisire una conoscenza ‘particolare’ del problema o dei problemi (se non si vogliono chiamare misteri!).
Quindi, per cortesia, è inutile che veniate a ‘cavillare’ su questioni specialistiche linguistiche o archeologiche. Per questo dovrete rivorgervi a linguisti specializzati, come ad esempio l’amico Massimo Pittau; oppure ad archeologi di

chiara fama, come ad esempio il Camporeale oppure agli Ispettori e Direttori dei Musei Archeologici o ai Soprintendenti delle Soprintendenze alle anrtichità, poiché loro, e solo loro sono ‘specialisti’ in materia.

La mia ‘soluzione’, se vogliamo usare questo termine sul cosiddetto ‘mistero etrusco’ (che poi non è un mistero) è paragonabile ad un quadro impressionista, che, se visto globalmente, ti da l’esatta visione di ciò che è rappresentato in un quadro; mente se lo guardi da vicino, per scoprire i dettagli, vedi solo pennellate e basta e rimani deluso!

Così è il risultato del mio lavoro durato 35 anni. E’ vero? E’ giusto? Questo lo dovranno stabilire gli esperti, gli specialisti in materia. E, soprattutto, dovrà essere vagliato nel futuro, in attesa di altre scoperte, di altri documenti e altre informazioni.

Secondo me, la sola cosa importante è che le ricerche sugli Etruschi vadano avanti, non si fermino mai. E un contributo determinante lo daranno senz’altro coloro che sono preposti a tali compiti (i cosiddetti “addetti ai lavori”). Un piccolo contributo però, lo potranno dare anche i semplici appassionati, i ‘cultori’, coloro che affiancano gli archeologi nei lavori più pesanti (ad esclusione dei ‘tombaroli’), gli ‘storici’ come me, e gli appassionati in genere. Spero di essere stato finalmente chiaro!

Paolo Campidori Copyright http://www.culturamugellana.wordpress.com paolo.campidori@tin.it
L’EUROPA E L’ITALIA HANNO RITROVATO LE

PROPRIE ORIGINI!!

Oggi il Blog Cultura Mugellana ha superato le 1.000 (mille) visite in un sol giorno. Questo significa che l’ultimo articolo sugli Etruschi vi è piaciuto. Vi prego di mettere il vostro commento nello spazio apposito. Se la pensate come me, benissimo! Altrimenti amici lo stesso, come prima! Io dopo 35 anni di studi sugli Etruschi sono venuto a questa conclusione. Può essere giusta, può essere errata. Nessuno, oggi come oggi, può dire una parola definitiva sugli Etruschi, con il pericolo reale di essere smentito il giorno dopo. Però, devo dirvi sinceramente che io a queste conclusioni ci credo, anche perché le ‘tessere’ del mosaico ora combaciano perfettamente. Certo non sono arrivato da solo a questa conclusione. Alcune cose sono state fondamentali per poter dire: Eureka! Alle scoperte ci si arriva così per caso, ma quasi sempre dopo un lungo e faticoso studio.
Scorie ferrose dalla lavorazione delle rocce metallifere in Marema grossetana a) !Lo studio della linguistica etrusca (epigrafi funerari, cippi, dediche, ecc) e di questo posso ringraziare l’amico Prof. Massimo Pittau, uno dei maggiori linguisti storici viventi per averli regalato il suo Vocabolario della Lingua etrusca, una vera e propria pietra miliare della linguistica etrusca. Sfogliandolo dapprima, poi studiandolo, mi sono reso conto che una buona parte della lingua parlata dei fiorentini e dei mugellani, erano imparentate con la lingua che parlavano gli etruschi. Ciò mi ha fatto nascere la curiosità e l’interesse di andare più a

fondo nell’analisi del dialetto mugellano e fiorentino, comparandola con le epigrafi mortuarie trovate nei luoghi per ‘eccellenza’ “Etruschi”;
Ostentare il gesto fatto con le tre dita equivaleva al nostro gesto cristiano di farci il segno della croce b)!un altro grazie va all’etruscologo Giulio Lensi Orlandi, che mi ha introdotto, già dai primi tempi, nella ricerca spasmodica del ‘simbolismo’ etrusco e del suo significato che a noi uomini del XXI secolo ci sfuggiva. Il simbolismo è fondamentale per capire gli Etruschi “ante-scrittura”, vale a dire i Villanoviani, vissuti prima dell’VIII sec. a.C . Un altro etruscologo, un capo-scuola è stato anche il mio capo- scuola ed è Massimo Pallottino. La sua teoria della ‘formazione in loco’ scartando le altre ipotesi sulle origini, può essere ancora oggi valida. Ma Pallottino era archeologo non linguista, e, proprio nella mancanza di una conoscenza perfetta delle lingue orientali, è fallita la sua teoria. I! simboli per eccellenza, oltre l’uovo, la croce polare, sono rappresentati dalla numerologia.
Ostia antica – catacombe – Cristo benedicente – Mosaico in marmo a ‘commesso’ Tre è il numero perfetto (e anche il cristianesimo ha ereditato una serie di simboli orientali- mesopotamici, fra questi vi è il tre: La Trinità, le chiese tri- absidate, i tre portale delle facciate delle chiese, il segno del Cristo Pantocrator, ecc.) e questo numero che comprende: sole, luna, venere, viene ostentato dai defunti che ‘riposano’ recumbenti sui coperchi dei sarcofagi, mostrando tre dita della mano sinistra: pollice, indice e medio; poi! il simbolo

delle corna, che alludono alle corna del toro sacro (vitello d’oro, il quale con il palco e le corna formava il segno della mezza luna) e quindi alla simbologia della luna.
Le lunghe corna dei bovi maremmani alludono alla forma della “mezza-luna” La luna, il sole, la stella del mattino, Ishtar, appaiono insomma un po’ dappertutto. La ‘croce polare’ chiamata a sproposito con il nome celtico

‘svastica’ (e ancora più a sproposito venne usata nel ‘nazional-socialismo) è
anch’essa simbolo del nostro astro:! il sole, raffiguarato a graffito nelle urne cinerarie maschili e femminili. Le donne venivano identificate generalmente con uno specchio, e, sinceramente, !non so se sia veramente era uno specchio, ma questo simbolo, sempre a forma di cerchio , !indicava il sole, un’altra delle divinità mesopotamiche.

Corna e peperoncini nella tradizione ‘culinaria’ toscana I Villanoviani e gli Etruschi erano molto diversi da noi, e per noi è difficilissimo capire la loro mentalità. Doveva essere gente che parlava poco e faceva molti fatti. In somma non erano quello che siamo noi oggi “molto fumo e poco arrosto”. Erano gente schiva, duffidente, e secondo il nostro modo di vedere anche scaramantica. Ogni loro atto seguiva al volere dei! loro dei e questa volontà veniva ‘interpellata’ dagli aruspici e dai ‘fulgorator’, esaminando i viscei animali e i fulmini.

Corna: gesto apotropaico? No simbolo di appartenenza religiosa (Luna) Essi si identificavano con la ‘falce’! o ‘roncola’ (rhasena) *, un modo per loro importante per

identificare il loro popolo di appartenenza.! Infatti, sia i Villanoviani (in modo parrticolare) che gli Etruschi venivano identificati con una falce, che a noi potrebbe sembrare un ‘rasoio’ , ma in realtà esso era una piccola ‘roncola’ (o falce). Gli Ebrei invece si identificavano con la ‘circoncisione’, che tutt’ora praticano.

La loro lingua, l’ etrusco, che non poteva, per ovvie ragioni, discendere dal latino (e dal greco), mentre possiamo dire con sicurezza! che il nostro italiano e le lingue neo-latine derivano dal latino poiché l’Europa fu tutta colonizzata da questo popolo, che seppe assoggettare le genti con l’astuzia e con la tecnica della “frusta e della carota”.

Piccola “roncola” o “falce” – Oggetto per tagliarsi la barba o depilarsi? Anche, ma soprattutto oggetto-simbolo di appartenenza religiosa Piombino Museo Archeologico La lingua etrusca! non poteva essere greca, altrimenti Dionigio di Alicarnasso l’avrebbe o capita o comunque catalogata fra le lingue e dialetti greci. Dionigi di Alicarnasso era una persona istruitissima. uno storico ed un retore, non era ‘homo sanza lettere’ (Così si definiva Leonardo, il quale non aveva compiuto gli studi classici). La lingua etrusca non! poteva essere neppure celtica, poiché la roncola o falce, veniva chiamata ‘serpe’ ed è chiamata tuttora dai celti- francesi con il nome ‘serpe’, allusione alla sinuosità dell’utensile, e alla serpe, che si muove strisciando compiendo delle volute. Ma ‘serpe’ (serphe-a), nella lingua orientale mesopotamica un’altro significato.

Piombino arma da battaglia e/o da lavoro a forma di

‘mezza-luna’ cxon lungo manico. Piombino Museo Archeologico Questo vocabolo ‘serphe-a’ in mesopotamico significa dio,
dea. Come si spiega allora che i popoli centro-europei parlavano la stessa lingua degli etruschi, una delle loro città Massilia (Marsigli) era uno dei maggiori porti etruschi e si potrebbero fare tante altre comparazioni. Ciò significa, allora,! che i popoli mesopotamici, non solo occuparono tutta l’Italia, in tempi remotissimi, e in tempi più rceenti,! ma è probabile che essi, avessero occupato anche la Francia, la Germania, ecc., insomma l’Europa centrale,! e molti territori che si affacciano sul Mediterraneo.
Canopo chiusino – defunto che fa le “fiche” – Gesto scaramantico? No, gesto di appartenenza religiosa alla triade “sole. luna, venere” In questo caso si allude a Venere dea dell’Amore Lo studio della lingua etrusca è stata determinante per arrivare a queste conclusioni. Ho trovato molto utile anche lo studio dei libri del Semernano, un grecista ‘convertito’ all’origine orientale degli Etruschi. Il Tarquini e lo Stickler, studiosi!linguisti della metà Ottocento avevano intuito l’affinità con la lingua aramaica! e quindi avevano optato per il ‘semitismo’, o meglio per l’ebraismo dell’origine della! lingua etrusca. In realtà le popolazioni ebraiche si formano nellla Mesopotamia, e in particolare nella Caldea, e solo dopo aver!optato per !una religione ‘monoteistica’! (Mosè e le Tavole, circa 12oo a.C.)) vengono avversati dalle popolazioni mesopotamiche, fino a spingerle in esilio nell’Egitto e a disperderle in tutta

l’Europa, Italia compresa.
Ma se per le popolazioni mesopotamiche possiamo parlare! di date anche precedenti al 5.000 a.C., gli Ebrei, come individualità di popolo, si formano solo verso il 3.000 a.C. Ebrei egiziani ridotti in schiavitù (costretti alla produzione dei mattoni) Dagli Egizi erano chiamati Apiru c)! Un altro aiuto importante l’ho avuto dallo studio della Bibbia, e in particolare della versione originale dei testi: aramaico. ebraico, greco e latino di Mons. Fulvio Nardoni, Edizioni Einaudi; e dalla versione dell’ormai celebre biblista Gianfranco Ravasi, che sarebbe poi la versione ufficiale della C.E.I. (Conferenza Episcopale Italiana)
Evidenziato in nero il villaggio villanoviano di Firenze, da questo piccolo nucleo si è sviluppata la città-quadrata di Florentia (romana) d) Non posso tralsciare lo studio sistematico di tutti i libri di etruscologia! e di linguistica storica che mi slono capitati per le mani e che sono andato a ricercare nelle librerie e nelle biblioteche. Fra questi citerei Camporeale, Staccioli, Cristofani, Pittau, Carandente, Semerano, Bartoloni, Stickel, Tarquini, De Palma, Nicosia, Melani, Bandinelli, Martinelli, Paolucci Giulio, Lawrence, Pellegrini, Biederman, ecc. ecc.
e) Le visite ai musei, agli scavi, alle necropoli e alle antiche città dell’Etruria Toscana, Laziale ed Umbra, nonché Bologna e territorio. Ringrazio tutti coloro che mi hanno agevolato nel permettermi di scattare fotografie, con le quali ho potuto compiere i miei studi di etruscologia e linguistica; fra questi il Museo Archeologico di Firenze, di

Fiesole, Vulci, Tarquinia, Voletrra. Piombino, Vetulonia, Dicomano, Populonia, Cecina, ecc.
Necropoli di Baratti affacciata sull’omonimo golfo I popoli Mesopotamici quindi, a causa di varie circostanze talvolta pacifiche, talvolta a seguito di guerre o di carestie si sono stabiliti nell’Europa centrale e in Italia, forse in maniera più massiccia sul litorale tosco-laziale, dove da una popolazione agricola e seminomade, sono diventati, una popolazione stanziale, che in un tempo relativamente!! breve si è arricchita (A questo punto è lecito pensare che anche Roma abbia avuto le stesse origini mesopotamiche e a!adesso capiamo perché anche Roma verso i secc. VII-V a.C. era nell’orbita etrusca! (vedi !i Tarquini re di Roma).! Certo le storie delle singole città, con il progredire del tempo,!hanno tutte una storia diversa l’una dall’altra. Per questo sarebbe consigliabile studiare singolarmente!la storia delle origini e delle formazionii !delle città-stato etrusche, Roma compresa.

Suvereto, antica miniera abbandonata I ‘mesopotamici’ erano!una popolazione, che sotto il punto di vista spirituale e intellettuale era progreditissima e aveva
conoscenze astronomiche, mediche e scientifiche davvero superiori a quelle di qualsiasi altro popolo.!Gli Ebrei sono ‘figli’! delle popolazioni mesepotamiche, poiché sono nati in seno ad esse, come pure tutti gli altri popoli, e fra queste comprendiamo anche le popolazioni celtiche. Naturalmente non parliamo di storia recente!
Elmo bronze celtico, da Monterenzio Museo Archeologico

(Bologna) Troppe cose ci legano a queste genti, che erano abilissimi orafi, argentieri, vasai e la loro arte raggiungeva l’apice della bellezza estetica in questi campi pittosto che in altri. Non possiamo dire, come ha affermato il Bandinelli che l’Arte Etrusca non è arte. La loro arte si estrinsecava nel lavorare il bronzo, il rame, nel rendere duttile l’oro, nella granulazione, una tecnica che avevano impoarato dai loro antenati mesopotamici. Erano profondi! conoscitori dei metalli, delle leghe, erano pure abili costruttori, e si erano dati una legislazione che ha fatto scuola a tutte le generazioni delle civiltà che sono venute dopo. Erano religiosi politeisti e la loro religione!basata sugli oracoli, sui sacrifici, ecc. difficilmente potrà essere compresa dalle popolazioni!di oggi.

Fiesole Museo Archeologico – ‘Bottiglia’ o vaso a collo stretto e allungato di produzione celtica Credo, che dopo questo mio studio, le origini dei
Villanoviani-Etruschi siano chiare a tutti. Penso di poter dire con una certa sicurezza che Villanoviani ed Etruschi! abbiano la stessa origine, la stessa lingua, la stessa religione (almeno nei suoi principi fondamentali). E’ difficile dire quando questi popoli della Mesopotamia abbiano occupato le terre d’Europa (Grecia compresa)!e d’Italia; ma come dice il Semerano da cinquemila anni ci sono stati continui rapporti fra la Mesopotamia e l’Europa. E per ‘rapporti’ il Semerano non intende soltanto gli scambi comerciali, ma anche vere e proprie occupazioni di massa, fatte in tempi e luoghi diversi,! in maniera più o meno cruenta.

Vetulonia Museo Archeologico – Ruota solare a forma di ‘svastica’ E’ nella Mesopotamia dunque che noi Toscani, Laziali, e Italiani, in genere dobbiamo a ritrovare le nostre origini. Come ho detto in altra sede l’uomo non è felice finché non ha ritrovato le sue origini. Ora le abbiamo ritrovate!!!!

Paolo Campidori, Copyright paolo.campidori@tin.it http://www.paolocampidori.eu http://www.culturamugellana.wordpress.com
LA ‘PRIMAVERA’ DEGLI ETRUSCHI – LA FIBULA DELLA TOMBA REGOLINI GALASSI A CERVETERI NEL MUSEO DEL VATICANO

Se i fiori sono una cosa bellissima e odorosissima, tuttavia sono una cosa effimera, ‘transeunte’, transitoria, che passa e svanisce nel giro di pochi giorni. La Primavera, forse la più poetica stagione dell’anno è bella, ma è anche passeggera. Per questa ragione poeti, letterati, artisti hanno guardato ad essa sempre con occhi incantati, di favola. Nell’antichità Etrusca e Romana sono fioriti i miti e gli dei legati a questa stagione, che non sempre corrispondeva, come periodo alla nostra primavera. Le ‘primtemps’, ossia il primo, periodo dell’anno che in francese ha ‘sesso’ maschile e non feminile come in italiano (prima era o primavera), rappresentava l’inizio dell’anno, l’inizio delle stagioni, l’inizio della vita, non solo umana ma anche degli animali e delle piante. Per gli Etruschi, poi, l’anno solare, iniziava, di fatto, con la primavera. Qualcuno di voi ha mai visto rafgfigurata negli specchi, nelle pitture parietali delle

tombe, una scena, con una bella pioggia rigenerante, oppure un panorama di Vulci, Tarquinia, Cerveteri, ammantato di una bella nevicata bianca. Gli Etruschi, stando a ciò che ci hanno tramandato non amavano certo il freddo, la pioggia e l’inverno, poiché rappresentavano se stessi, nella stagione calda, sotto il sole cocente, magari nudi, nell’allegria di un bagno ristoratore e rigeneratore in una pozza di Vulci.

La loro era una perenne stagione ‘solare’ e, il sole era per loro la massima divinità. Essi però avevano un’idea diversa di questo astro da quella che abbiamo noi oggi. Noi lo consideriamo una stella fissa intorno alla quale ruotano vari pianeti, fra cui anche la nostra Terra. Gli Etruschi invece, che non avevano conoscenze astronomiche avanzate come le nostre, credevano che il sole, rappresentasse nel suo ‘rotolare’ da est verso ovest, la vita stessa che inizia con con l’alba e finisce con il tramonto. Ecco perché gli Etruschi, del periodo Villanoviano, rapprendentavano il sole come un buffo essere antropomorfo con quattro gambette, munite di quattro piedi, unite al centro a croce (antesignana della ruota), e queste gambette giravano vorticosamente nell’arco del cielo fino a completare quel tragitto, che si ripeteva imutabile nei secoli: il trascorrere della giornata e di conseguenza il trascorrere del tempo. Nonostante la fragilità dei fiori (e delle piante) e la loro deperibilità gli Etruschi li! amavano molto e a ciascuno di essi questo antico popolo dava un significato, a volte allegro, a volte pensieroso e triste, a volte celebratorio,!

come nel caso dell’asfodelo, del lauro, della palma, ecc. L’asfodelo,! era considerato, per eccellenza, il fiore dei che cresceva nelle necropoli sulle tombe dei defunti. Moltissimi altri fiori li troviamo come ornamento agli utensili più comuni, ma soprattutto ‘ricamati’ sugli oggetti personali, usati dalle donne per la cura della prorpia bellezza (specchi, oggetti per il trucco, ecc.)

Gli Etruschi però, al pari delle altre grandi civiltà amavano soprattutto l’oro, per il suo bel colore giallo variegato di colori bellissimi, a seconda delle leghe che erano state impiegate: rame, argento, ecc. L’oro inoltre, a differenza delle cose ‘transeunte’ di questo mondo, doveva accompagnare il morto (il Principe, la nobiltà terriera e guerriera) nell’aldilà; un viaggio che durava tantissimo, ed era caratterizzato da rischi, da pericoli di ogni genere, dall’incontro di forze malefiche, da mostri misteriosi e paurosi allo stesso tempo.! L’oro era l’unico metallo che potesse assolvere a questo compito così importante, poichè era risaputo, che tale metallo si conservava intatto per l’etrnità, divendo così, a sua volta,! simbolo dell’eternità stessa.

Proprio di questo nobile metallo era la fibula che conosciamo sotto il nome di “Fibula della Tomba Regolini- Galassi” di Cerveteri e che si trova al Museo Gregoriano- Etrusco del Vaticano. Fu questa una tomba scavata nel 1836, e, fortuna volle, che essa fosse ritrovata intatta, con tutti suoi arredi. Un pezzo straordinario di questi entrò a far parte del Museo Etrusco fondato da Gregorio XVI nel

1837. Si tratta di un ornamento, (forse una filula?) che doveva appartenere ad una Principessa etrusca, morta probabilmente in giovane età. Generalmente siamo portati a credere che sia gli Etruschi che i Romani morissero in età giovanissima. Questo è vero in parte, cioè se consideriamo una media degli abitanti; ma vi posso assicurare dopo aver studiato le epigrafi etrusche, che essi erano longevi, settanta, ottanta, e talvolta superavano i cento anni! (Forse sarà dovuto al fatto che in Toscana, oltre all’olio e il vino buono, si viveva bene allora, come ora!).

La particolarità di questa che chiameremo ‘Fibula’ sta nel fatto che essa ha una forma ‘aracnoide’, cioè la forma di un ragno ed è carica si simbologia, a cominciare dall’uso che questa doveva essere riservato alle grandi occasioni (anche i funerali, rappresentavano una di queste). Sappiamo inoltre che la religione degli Etruschi era fondamentalmente un culto politeistico il quale era basato sull’esecuzione rigorosa,! puntuale dei riti, pena l’invalidità del rito stesso e la maledizione su coloro che l’avessero compiuto; ciò determinava che questo popolo fosse caratterizzato da una religione basata sulla scaramanzia, sull’importanza data a certi simboli, alcuni dei quali sono stati tramandati fino a noi, ad esempio il gesto delle ‘corna’, oppure, le cosiddette ‘fiche’, che consistevano nell’unire pollice ed indice fino a formare il disegno della ‘vulva’, l’organo genitale feminile. Nella mitologia di molti popoli il ragno è un’animale simbolico, da cui diffidare. Il ragno infatti si crea una rete per imbrigliare gli insetti, che poi uccide con il veleno e li

magia. Questo oggetto a forma di ragno doveva forse, con la sua carica di negatività, allontanare gli spiriti maligni, sia in vita, sia durante il lungo viaggio ultraterreno. Oltre a questo il ragno ha pure altri significati nella simbologia. Nella ‘Metamorfosi’ di Ovidio la dea Atena si dimostra adirata e diffidente nei confronti di ‘Arachné’, una principessa libica tessitrice di arazzi, la quale aveva rappresentato, in maniera eccellente (come Atena non avrebbe! potuto mai fare) gli incontri amorosi degli dei dell’Olimpo e, a causa di questo Atena straccia l’arazzo e trasforma la principessa in ragno (Non possiamo affermare che i Greci non avessero fantasia….) . Ma il ragno lo ritroviamo in territorio etrusco, nell’Appennino Tosco- Emiliano, sui piastri in pietra delle finestre delle abitazioni, come pure lo troviamo raffigurato negli enigmatici disegni di Nazca.
Come abbiamo detto (*) la Fibula ha ancora numerosi simboli, a partire dalla decorazione floreale (fiori a cinque petali) eseguita a sbalzo,! come pure cinque sono i leoni raffigurati nella placca superiore, entro la seconda cornice (la cornice più piccola), di cui due due di questi sono raffigurati ‘affrontati’ in alto e tre in basso, con le bocche aperte, con passo nervoso, in atteggiamento di vigilanza. Il cinque sappiamo era un numero di particolare valenza simbolica,! che indicava le cinque punte della stella Ishtar, ovvero ‘la Stella del mattino’, adorata dai popoli orientali (vedi kudurru, cippo confinario ritrovato a Susa, dove in alto è rappresentato il sole, la falce di luna e la stella del

mattino (Ishtar), che in questa rappresentazione non ha cinque punte ma otto; anche questo un numero carico si simbologia).
La ‘Fibula’ di Cerveteri, conservata al Museo Vaticano, non è solo! oggetto simbolico ma! è anche un capolavoro di bellezza, di raffinatezza estrema, che denota l’altissimo grado artistico raggiunto dagli orefici etruschi, la cui maestria, deve essere ricollegata all’origine orientale degli stessi (**).

Parlo della ‘Granulazione’ una tecnica estremamente raffinata, che poteva essere fatta in due modi a ‘pulviscolo’ (come nel caso di questa Fibula), oppure nella maniera ordinaria. La tecnica consisteva nell’apporre (saldare) piccolissime sfere di oro sulla lamina sempre d’oro, ‘saldate’ con un legante in modo da formare un disegno geometrico, antropomorfo o zoomorfo. Era una tecnica questa che richiedeva una perizia ed una conoscenza dei metalli, che ancore oggi resta un mistero, oltre ad essere dei veri artisti. (****)

La Fibula termina con la parte inferiore dell’essere dalla forma ‘aracnoide’ a forma di ovale. Tutti sappiamo che l’uovo era il simbolo per eccellenza degli Etruschi e per essi! rappresentava l’origine della vita. Morire, per gli Etruschi, significava tornare nell’uovo, o meglio tornare nell’utero materno, per ricominciare quel ciclo vitale, comparabile solo al rinascere quotidiano del sole. C’è un particolarità in questo ovale, oltre alle figure stilizzate in ‘pulviscolo d’oro’, e questa particolarità è rappresentata da

un certo nomero di anatrelle a rilievo,! ‘saldate sulla lamina. Quante sono queste anatrelle? Mi sembra che siano una cinquantina, ecco, questa dovrebbe essere l’età della defunta (50 Primavere) (*****). Ma l’anatra aveva un significato ben preciso presso gli Etruschi; essa rappresentava l’eternità, per i fatto che l’anatra naviga con sicurezza, senza mai affondare, anche sul mare procelloso e sui fiumi in piena; è un! simbolo si sicurezza.
Ecco gli Etruschi, gli antichi Etruschi, parlavano ai contemporanei e ai posteri così, non con l’alfabeto, ma con dei simboli, simboli eterni, come l’eternità, alla quale hanno creduto e ambìto.! Queste antiche popolazioni che abitavano nella! nostra Toscana e nel! Lazio settentrionale. Paolo Campidori, Copyright, 2011 http://www.paolocampidori.eu paolo.campidori@tin.it
(*) Scusatemi il ‘pluralis majestatis’, ma ogni tanto mi faccio assalire da una forma di galoppante megalomania, alla quale non so resistere…
(**) una volta per tutte sfatiamo il “luogo comune”,! (affermato anche da valenti studiosi d’arte e di etruscologia), secondo i quali, l’Arte etrusca non sarebbe “vera! Arte”. Una sciocchezza questa affermata da valenti studiosi, definiti da Giovanni Semerano: “dai nobili lombi”; gli stessi (e potrei! fare un lungo elenco di nomi) che hanno in antipatia i ‘cultori dilettanti’ dell’Arte Etrusca (non posso negarlo, come il sottoscritto) che definiscono con disprezzo:! “studiosi, altrimenti validi”.
(***) Sulla ‘granulazione’ leggi il mio articolo sul Blog

http://www.culturamugellana.wordpress.com
(****) Nel ‘pulviscolo’ le sferette erano di dimensioni micrometriche, 0,6-1 mm. di diametro; oppure di diametro fino a 2-3 mimm per la granulazione ‘ordinaria.
(*****) Si tratta di un’ipotesi che vediamo confermata anche nell’alto medioevo, ad esempio nella lastra tombale degli Adimari, ‘famigli’ degli Ubaldini, sulla quale vengono contate una quarantina di queste anatrelle, che secondo il Prof. Niccolai, autore del libro “La descrizione del Mugello”, Borgo San Lorenzo, 1917,! potrebbero significare l’età del defunto.
ETRUSCHI: UN VERO MISTERO LA STELE ‘FIESOLANA’ CHE RIPRODUCE UN NOBILE GUERRIERO CON LANCIA E ASCIA, ERRONEAMENTE RITENUTA DI “LARTH NINIE” “Nel tardo arcaismo nasce nella zona di Fiesole una scuola scultorea, che produce un discreto numero di monumenti funerari di pietra serena, un’arenaria! estratta in cave dei dintorni. Di questa produzione, nota con il nome di pietre fiesolane si conoscono vari tipi: stele a ferro di cavallo, a campo rettangolare con tre riquadri o con unico riquadro, a lira; cippi a parallelepipedo talvolta con leoni rampanti sugli spigoli…..La distribuzione è in un comprensorio piuttosto vasto, che va dal Mugello al Pistoiese. L’esemplare più antico, la stele di Larth Ninie, databile a non prima del 520 a.C….”.! (Giovannangelo Camporeale – Gli Etruschi – Storia e civiltà – Libreria Utet, Torino 2008). Ho voluto riportare quanto riferisce uno dei più noti e più

accredidati etruscologi contemporanei, su questa stele di tipo fiesolano, della quale esiste una copia al Museo Archeologico di Fiesole e l’originale (suppongo) al Museo della Casa di Michelangelo di Firenze. Si tratta sicuramente di una stele arcaica e ad indicarci la datazione concorrono sia la figura del ‘guerriero’, sia l’epigrafe scritta con la tipica calligrafia del VI sec. a.C.

!!!!!!
Stele falloide del Museo della Casa di Michelangelo a Firenze e accanto probabile copia della stele che si trova a Bologna datata 600-550 a.C. (Vedi M. Cristofani – Dizionario illustrato… ecc op. citata). Purtroppo, trattandosi di una foto molto piccola, non è possibile leggere l’iscrizione che porta il guerriero a lato della coscia sinistra. Ovviamente, se l’originale doveva essere in pietra serena, propendo per l’ipotesi che la stele originale! sia quella custodita presso il Museo della Casa di Michelangelo a Firenze. Però il dubbio mi assale. L’originale vero sarà in pietra serena o pietra comune?! Una stele molto simile è la stele di Tite Avele che si trova al Museo di Volterra, però questa, anche se molto simile è una pietra tufacea che si trova sul luogo.! E’ questo un altro dei misteri degli Etruschi?
Sull’argomento dell’interpretazione dell’epigrafe è bene fare un passo indietro e capire qualcosa di più sull’onomastica etrusca: “La storia dei prenomi etruschi è molto simile a quella! che si verifica nel mondo romano: nella fase arcaica si usa un gran numero di prenomi…Nel

mondo romano i prenomi ammissibili per un cittadino di pieno diritto diventano poco più di una decina; in Etruria sono ancora di meno: in pratica a partire dal IV secolo a.C., quasi tutti gli etruschi si chiamano Vel, Velthur, Larth, Laris, Aule/Avle, VelXe, LuXmes, Arnth, Larce, Marce (meridionale), Cae (meridionale), Tite (meridionale),

ecc.” (Enrico Benelli – Iscrizioni Etrusche leggerle e capirle, Edizioni Saci Ancona, 2007) !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! Stele volterrana di tipo fiesolano, falloide, di Tite Avile che si trova al Museo Archeologico di Volterra e sotto la stele che si trova! al Museo di Fiesole (copia?)

Dunque il Benelli, archeologo, ricercatore del CNR, ci chiarisce in modo inequivocabile le caratteristiche e la funzione dell’onomastica etrusca, composta di prenome, gentilizio e cognome.

Sappiamo che a Tarquinia, luogo d’origine del nostro ‘guerriero’; sicuramente, nei secoli VII-VI,! chi governava la famosa città-stato era una ristretta oligarchia di famiglie aristocratiche, fra queste i Partuni, gli Anina, i Pulenas, ecc. I membri di queste famiglie principesche ricoprivano i ruoli strategici di comando: magistrature, classi sacerdotali, comandanti dell’esercito; oltre ovviamente ad avere nelle proprie mani il capitale della città e del territotio provenienti dalle varie attività: agricola, marineria, pesca, estrattiva, ecc .
Detto questo, passiamo ad analizzare il significato di questa epigrafe, per fare questo basta prendere un qualsiasi testo

specialistico (Cristofani, Camporeale, De Palma, ecc.) dove troveremo che l’epigrafe relativa al ‘guerriero’ del quale conosciamo l’originale (?) al Museo della Casa Buonarroti e una copia presso il museo archeologico di Fiesole! (e un’altra al Museo Archeologico di Bologna) è la seguente: “Larth Ninie”.

(Mauro Cristofani –Dizionario Illustrato della Civiltà Etrusca – Giunti, Firenze, 1999). La foto! è molto piccola però la stele mi sembra identica a quella di casa Buonarroti a Firenze (In quella fiesolana c’è una piccola incertezza grafica nella ultima ‘E’, ma è comprensibile trattandosi di una copia).
Il mistero si infittisce, anche perché una eventuale epigrafe non è assolutamente distinguibile. Non ci resta allora che decifrare l’epigrafe di Firenze e Fiesole, la quale però ci riserva una soprpresa, non indifferente. E cioè? Il nome del guerriero riportato sull’iscrizione! sulla destra, all’altezza della coscia non è Larth Ninie, assolutamente! Da dove è stato preso questo nome Larth Ninie? Mistero, buio nero! Possibile che valentissimi linguisti storici, etruscologi, archeologhi, ecc. abbiano preso fischi per fiaschi (non sarebbe la prima volta). Se l’epigrafia etrusca non è un’opinione io leggerei tutt’altro e cioè: “Larth T Aninies”. Dunque non Lart Ninies ma Larth Titie (o Tutie?) Aninies, che è cosa molto diversa. Vi spiego perché. Qui sotto ho riportato lascritta originale in lingua etrusca, che si legge da destra a sinistra. Nelle prime quattro lettere leggiamo “LARTH” nome nel quale

possiamo annotare due cosette: la ‘R’ si scrive come una ‘P’ rovesciata e il tondino con il punto centrale non è la lettera ‘O’ ma il suono ‘TH’. Poi troviamo una ‘T’ che grosso modo corrisponde alla nostra grafia. Dobbiamo fare un passo indietro: generalmente nelle epigrafi etrusche le parole con vengono staccate l’una dall’altra (ma ciò non rappresenta la regola, talvolta le parole sono separate da punti (.) La ‘T’ dunque! potrebbe essere isolata, come io ritendo verosimile; come potrebbe essere attaccata alla parola successiva (cosa del tutto improbabile). Quindi ‘T’ è una abbreviazione per ‘TITIE’ o ‘TUTIE’ che rispettivamente significano: “di Tito” o “di Tutio”. Poi troviamo la parola, sempre leggendo da destra verso sinistra “ANINIES”. In questa parola (cognome) vediamo la caratteristica ‘N’ arcaica fatta da un’asticella verticale sulla quale è accostata, in alto una piccola ‘V’. Poi una ‘I’ come la nostra ‘i’ maiuscola , un’altra ‘enne’ con due barrette (nella prima ‘enne troviamo una sola barretta); quindi la ‘I’, poi la ‘E’ che in etrusco è rovesciata rispetto alla nostra “e”, la lettera

‘s’ (accentata, pron. sh), che in etrusco si rappresenta come una “M” maiuscola.
(“LARTH” (NOME COMUNE, MA ANCHE CON IL SIGNIFICATO DI “PRINCIPE”),”T” DI TITIO (O DI TUTIO?), “ANINIES” DELLA FAMIGLIA “ANINIA” (Resta insoluta, almeno per quanto mi riguarda, anche la spiegazione! di due! grafismi: una barretta obliqua sull’asta della pima ‘n’ e di due barrette oblique sulla seconda ‘n’. )

Credo sia da escludere il ‘cognome’ Taninies’, che non ho trovato in nessun testo di linguistica etrusca, e anche altre letture propostemi da alcuni lettori.
Non ci resta che! esamininare bene il bassorilievo, cioè la figura del ‘guerriero’. Questi è in posizione eretta, capelli lunghi, sbarbato, tiene nella mano destra una lancia e nella sinistra impugna un’ascia. E’ proprio quest’ultimo attrezzo, infilato nella cintura e impugnato con la mano sinistra che ci illumina sull’identità del personaggio. Si tratta di un’ascia! da guerra del tipo di quella ritrovata in ottimo stato di conservazione a Chiusi, con il manico incrostato di ambre e pietre. Questa, insieme alla bipenne erano i simboli della regalità, del potere, del comando.

Il nostro ‘guerriero’ Larth Tities Aninies, era un coraggioso ed eroico guerriero, ma allo stesso tempo era anche un principe, un nobile. Massimo Pittau spiegherebbe così la nobiltà intrinseca dovuta all’appellativo di “Larth”:! “Lars, lartis da confrontare con l’etrusco Lart significa “comandante, principe” (Cicerone, Phil. 9.4; Livio IV.17.1) Pertanto la traduzione della stele fiorentina (e fiesolana)! sarebbe: (Principe o comandante) Larth T Aninies” (Per il significato del nome Larth vedi:! Massimo Pittau – Dizionario Comparativo Latino-Etrusco – Editrice Democratica Sarda – Sassari 2009).! Sempre però, secondo il Pittau “Lar”, “Laris”, “Lares” “spirito/i, anima/e dei parenti morti probab., deriva dall’etrusco, in cui i vocaboli con la radice “lar” sono numerosi. Se così fosse Larth=principe noi avremmo per la stele fiorentina (o

bolognese?) la seguente traduzione: Larth (nome e titolo nobiliare = Principe) Tities (di Titio), oppure “Tutes” (di Tutio),! della (nobile) Famiglia Anina o Aninia, che come abibamo detto era originaria di Tarquinia. Esiste infatti di questa famiglia una delle più belle tombe dipinte, scoperta solo nel 1963, con eccellenti pitture raffiguranti divinità dell’oltretomba fra i quali Vanth e Charun. Ma – è lecito domandarsi – cosa ci faceva un nobile guerriero tarquinese a Firenze o a Fiesole?!! Forse Larth! Titie! (o Tutes?) Aninies è morto nella città di Fiesole, a seguito di una battaglia, o per ragioni naturali. La stele che è conservata presso il Museo fiorentino della Casa di Michelangelo ci offre garanzia di essere fiesolana, poiché è stata scolpita su una pietra ‘serena’ delle vicine cave fiesolane.

LA DIMOSTRAZIONE DI COME ALCUNE PAROLE DEL ‘DIALETTO’ TOSCANO (O MEGLIO DELLA LINGUA ETRUSCA) DERIVANO DIRETTAMENTE DA LINGUE SEMITICHE

!

Sulla Bibbia, nel Libro dei Maccabei, mi è capitato di leggere quanrto segue:
“Esortati dalle bellissime parole di Giuda, capaci di spingere all’eroismo e di rendere virile anche l’animo dei giovani, decisero di non restare in campo, ma di intervenire coraggiosamente e decidere la sorte attaccando battaglia con tutto il coraggio perché la città e le cose sante, erano in pericolo.! ‘Cose sante’ l’espressione! (tà agia) designa di solito il tempio o il Santuario. Qui pare ovvio che si

riferisca alle istituzioni religiose, alle leggi su cui si basava la vita giuridica.
Questa frase la ritroviamo anche nella lingua parlata fiorentina e mugellana, leggermente modificata: “t’ha agio…” e veniva usata nelle frasi in cui si voleva mantenere una linea dura, decisa, come nel caso ad esempio di un bambino che vuole ottenere una cosa a qualunque prezzo, implorando e piangendo e la controparte che si rifiuta decisamente, usando l’espressione: “T’ha agio

… di piangere, di implorare, non otterrai nulla (in quanto ho fatto una specie di giuramento, ho giurato appunto sulle cose sante” . Quindi gli Etruschi, se l’hanno tramandato a noi Toscani, erano al corrente di questa frase che deriva dall’ebraico.

A tutti è noto l’episodio biblico di Caino e Abele. Caino (kain) in alcune lingue semitiche ‘kain’ significa ‘fabbro’. Nella lingua Toscana arcaico-medievale esisteva il vocabolo “chiaino”, un abbreviativo di fabbro-chiavaiolo, cioè quei fabbri che producevano anche le chiavi, che a quesi tempi erano molto diverse dalle nostre.

Il termine ‘morìa’ significa un evento infausto in cui molte persone o megio animali sono colpiti da carestie e malattie subendo la morte. ‘Morìa’ è il territorio in cui Abramo, avrebbe dovuto sacrificare Isacco, un episodio nel quale Dio! mette alla prova la fede di Abramo.

Tutti dovrebbero conoscere uno dei capolavori della narrativa Rinascimentale e cioè “La Mandragora” di Niccolò Macchiavelli. La mandragora è una pianta che era

ritenuta afrodisiaca e capace di favorire la generazione.!E perfino troppo evidente il richiamo del Macchiavelli all’episodio biblico “I figli di Giacobbe” in cui Rachele chiede a Lia: “Dammi un po’ delle mandragore di tuo figlio” (che Ruben aveva raccolto durante la mietitura del grano) (Genesi 30, 14-16).

Capita spesse volte di udire nelle campagne toscane questa parola: ‘bonomo’ o ‘buon uomo’ rivolgendosi ad uno sconosciuto. Per il suo significato vero bisogna rifarsi all’ebraico ‘Ben-Omi’ che significa “figlio del mio dolore”; un’espressione questa cambiata da Giacobbe con Ben- lamin, cioè ‘figlio della destra’, espressione benaugurante per il popolo ebreo.

In Toscana esiste il fiume Pesa e la Valle ononima. Si tratta di una valle di passaggio che collega due zone diverse fra loro: quella collinare fiorentina e fiesolana a quella più dolce e fertile che è il territorio senese. ‘Pésah’ in ebraico significa ‘passaggio’ ma anche ‘Pasqua’.

Eremo non è parola soltanto toscana. Significa un cenobio, un eremo appunto. Deriva dall’ebraico ‘herem’ che significa solenne consacrazione a Dio, senza alcuna riserva. TUSCANIA: NEL IV-III SEC. A.C. GLI STATLANES FACEVANO PARTE DI UNA OLIGARCHIA CHE GOVERNAVA LA CITTA’ ETRUSCA

HYPERLINK “http:// culturamugellana.files.wordpress.com/2011/11/sarcofago- degli-statlanes-scritta.jpg”
Quello che stiamo per prendere in considerazione è un

sarcofago che apparteneva a un membro di una delle famiglie più nobili di Tuscania (VT), il quale morì giovanissimo, all’età di! soli 36 anni, proprio mentre ricopriva una delle cariche più importanti della città. La scritta che corre lungo il bordo sinistro e superiore della base del sarcofago dice più o meno così: “Larth Statlanes di Vel morto all’età di 36 anni mentre ricopriva la carica di ‘marone’ nel collegio di Bacco e di Catha (sono due divinità). Per i cultori della lingua etrusca riportiamo l’epigrafe originale: “STATLANES LARTH VELUS LUPU AVILS XXXVI MARU PAXATURAS COASCH LUPU”. L’epigrafe originale in caratteri etruschi è questa: Mi preme subito farvi notare che l’etrusco si legge da destra verso sinistra, come succede in genere con le lingue semitiche. La scrittura rivela che il sacrcofago che stiamo analizzando dovrebbe risalire al IV-III secolo a.C., un periodo quindi recente, vale a dire molto vicino al declino della storia degli etruschi e alla colonizzazione romana. Il sarcofago presenta sul coperchio la figura di Larth in posa recumbente, con la testa sollevata, sguardo fisso e un caratteristico copricapo e vestito da una specie di tunica. Il volto del magistrato è giovanile e i capelli ricci sono raccolti sotto questo copricapo, che assomiglia un po’ al ‘mazzocchio’ rinascimentale degli uomini illustri fiorentini. Abbiamo detto che gli Statlanes appartenevano a quella oligarchia ristretta di famiglie nobili che governavano Tuscania verso il IV-III sec. a. C., ma forse anche precedentemente. I nomi delle altre famiglie oligarchiche a

Tuscania erano i Curuna, i Vipinana, i Velisna, gli Atnas o Atinas. Erano famiglie potentissime e ricchissime e il loro potere si estendeva in ogni branca degli affari, della politica e persino della religione. Qualcuno di voi dirà: “Quello che succede anche oggi”. Proprio così.

Ma vediamo un po’ più da vicino l’epigrafe di Larth, il magnate etrusco. Statlanes dunque è un genitivo patronimico fossilizzato ed è confrontabile con quello latino Statiliano; Larth è prenome maschile; Velus, di Vel, genitivo del prenome Vel; lupu, morto; avils, all’età di..; XXXVI! è il numero 36. C’è da notare che il 5 è una V rovesciata ed è la metà della X che vale dieci; maru è la carica ricoperta dal defunto, marone, una forma di magistratura; paxaturas, ‘paxa’ significa il dio Bacco e quindi paxaturas equivale a collegio di Bacco; Cathsc è il nome della dea Cata. C’è da notare che i Baccanali erano feste in onore di Bacco e passarono dall’Etruria a Roma, ma furono proibiti da una legge del 186 a.C.

Catha era una dea Solare. A questa dea è riferita una iscrizione! su un volume tenuto aperto da un defunto di Tarquinia, il quale essendo lucumone e pretore massimo (addetto) a fissare i ‘giri’ di Catha. Probabilmente i ‘giri’ altro non erano che le ‘claves annales’ del tempio della dea Northia che segnavano il passare degli anni.

Sulla base del sarcofago, oltre alla scritta che abbiamo analizzato sono raffigurati due serpenti che stanno ai lati di un mascherone.
Potrebbe trattarsi del pitone profetico della tradizione

delfina! (di Delfi) e il ‘mascherone’ potrebbe riferirsi ad di Apollo.
VETULONIA: UN VILLAGGIO VILLANOVIANO DI CAPANNE DI PACIFICI AGRICOLTORI E ALLEVATORI

La prima volta che visitai Vetulonia, fu negli anni ’80, durante le mie vacanze che, come di solito, trascorrevo a Puntala sulla costa maremmana e grossetana. Non ricordo molte cose di quella visita

effettuata quasi trent’anni fa, ma alcune cose mi rimasero impresse. Fra queste ricordo di aver visitato le tombe a tumulo maggiori, come la Pietrera, la tomba del Diavolino, e una breve visita agli scavi dell’abitato etrusco, solcato nel mezzo da una bellissima strada a grossi

lastroni. Ricordo che non potemmo visitare il Museo, poiché era chiuso,! a causa di furto di reperti d’arte. Quest’anno 2011 sono ritornato, finalmente, su questo meraviglioso sito, poco distante dal mare, e con mia gioia ho trovato molte e importanti novità. Fra queste, il Museo Archeologico, realizzato ex-novo, in maniera davvero eccellente. Oltre al museo ho rivisitato le grandi tombe a tumulo, in una giornata caldissima,

e, sinceramente ho provato emozioni davvero indescrivibili di tutti quei luoghi. Poi ho visitato l’Arce dell’antica città di Vatl (Vetulonia) e ho scoperto cose molto interessanti, che non avevo notato in quella mia prima visita di tanti anni fa. Il villaggio villanoviano di Vetulonia presso il porticciolo (part) Dipinto di Paolo Campidori. Le capanne sono una

copia esatta di quelle che si trovano esposte nel Museo di Vetulonia e che in realtà sono dei modellini che hanno la funzione di raccogliere le ceneri del defunto. Autore Paolo Campidori Gouache su cartone

Sono stato fortemente impressionato, calcando l’erba di quei campi dove si trovano le tombe, coperti da una vegetazione esclusivamente formata
di olivi. La prima sensazione! che ho avuto è stata quella che Vetulonia nel periodo Villanoviano (IX-VII sec. a.C.), fosse composta da villaggi isolati di capanne, di genti dedite all’agricoltura e all’allevamento. Camminando in quegli oliveti, fortemente riscaldati nell’ora del giorno, in cui il sole è allo Zenit

(verso le 14-16 del pomeriggio), ho avuto veramente la sensazione di trovarmi, faccia a faccia, con una ricca e pacifica popolazione agricola, che traeva il necessario da vivere proprio dallo sfruttamento di quei campi e di quegli oliveti e vigneti, oltre che

dalle mandrie di ovini, cavalli e bovini.
Queste popolazioni vivevano in capanne, e noi,! grazie agli scavi archeologici fatti in passato, e quelli che sono tutt’ora in corso, possiamo renderci conto, non approssimativamente, ma con una certa sicurezza come queste erano fatte. Il villaggio villanoviano di capanne (evolute) doveva pre-esistere alla città in muratura e all’arce, luogo spirituale e d’affari, costruito sulla sommità della collina. Ma non solo di agricoltura questo popolo di Vatl o Vatluna doveva vivere, ma anche di commerci, di

pesca, e anche di sfruttamento delle ricchezze minerarie. Il colle su cui era situato Vetulonia, era circondato dal mare almeno per i tre quarti, ed era unito alla
terraferma, ad Ovest, per mezzo di una striscia di terraferma, o tombolo. Ho notato sulla sommità del paese, una viuzza stretta e ripida che conduce in basso, chiamata “Via del Porticciolo”. Ciò significa che il Prile (lago che circondava Vetulonia), si è asciugato in tempi abbastanza recenti e che al tempo da noi preso in esame era un porto florido, di scambi e di commerci con le città costiere del Tirreno.! E’ presumibile che i vetulonesi-villanoviani, scambiassero prima di tutto i loro prodotti della natura, come olio, vino, e altre derrate alimentari, e che, ben presto a questi scambi si aggiunsero quelli di manufatti metallici, i quali cambiarono radicalmente la vita dei vetuloniesi. E’ successo un po’ come alla nostra recente società agricola, che si è trasformata in pochissimi anni in società industriale.

Come dicevo prima, le capanne vetuloniesi, almeno basandoci sui modellini (urne cinerarie) che sono state ritrovate ed esposte nel museo vetuloniese hanno una forma ovoidale con un’unica porta d’ingresso, chiusa da una specie di sportello quadrato o rettangolare,
il quale spesso è decorato con una croce (*). Altre decorazioni simboliche si trovano sulle pareti ovoidali, decorazioni sempre geometriche, graffite, rappresentanti una cocce posta in verticale entro quadrato, oppure una croce ad X posta entro rettangolo. Le capanne poggiano su

una base anch’essa ovoidale, probabilmente in pietra o mattoni, che serviva per distanziare il piano della capanna dal terreno.
I tetti spioventi erano a forma di cappelli, molto simili a quelli che portavano gli auguri (netsvis), ed avevano la forma dei cappelli che anche oggi vediamo indossare agli agricoltori cinesi. Sia il rivestimento delle pareti ovali, sia il tetto dovevano essere sostenuti

da pali infilzati nel cordone di muratura (per le pareti). Questi pali, secondo una mia convinzione dovevano essere esterni alla capanna e non interni. Infatti se noi osserviamo attentamente questi modellini in terracotta di capanne (urne cinerarie) noi ci renderemo conto che esistono dei fori lungo tutto il perimetro della base ovale in muratura e gli stessi fori che corrispondono a quelli praticati sulla tettoia che sporge dal tetto. Si tratta di pali che hanno una circonferenza ragionevole e approssimativa! di circa 10-15 cm. e non buchi ‘sproporzionati’ come quelli rinvenuti a Populonia, che, secondo me, non sono buche per pali di capanne, ma ripostigli per granaglie, oppure per lance, spade e altre armi
da difesa.! Nella necropoli di San Cerbone a Populonia esiste una di queste basi, ma non si tratta di una capanna, visto il luogo dov’è ubicata (necropoli) ma, forse si tratta di un tempietto, e su questa base in muratura ci sono dei buchi, proprio come quelli che stiamo esaminando nei modellini di capanne.
Il tetto era sorretto da pali che congiungevano le pareti

ovali con la trave! centrale. Sulla sommità del tetto, dalla parte dell’ingresso, la capanna veniva arieggiata da un foro circolare, che permetteva un ricambio d’aria continuo, necessario per tenere un fuoco acceso. Anche i tetti delle capanne spesso presentano disegni geometrici, alcuni di questi a forma di raggio di sole (*). Queste erano le abitazioni

dei vetuloniesi, prima che sorgesse il paese (divenuto poi città) con case in muratura e cintato da enormi muraglie. Proprio in questi modellini di capanne in terracotta gli etruschi vetuloniesi volevano che i loro resti incombusti riposassero, nascosti dentro pozzetti del loro terreno,! proprio

in quelle urne fatte a capanna, lì dentro dovevano riposare i loro resti, insieme ad alcune cose personali o armamenti di guerra.
La trasformazione da società agricola e marinara a società industriale mineraria, fu fatale a queste popolazioni, come! è stato traumatico per noi, in questi ultimi cinquanta anni, il passaggio e la trasformazione di un’economia agricola ad una industriale. Più che una trasformazione dobbiamo parlare di uno sconvolgimento della società, talmente rapido e disorientante che i giovani di oggi, ma anche quelli meno giovani,

difficilmente! riescono a riconoscere le nostre radici. Ciò accadde anche ai villanoviani di Vetulonia, Vulci, Tarquinia, ecc. i quali da guerrieri, agricoltori e allevatori, si ritrovarono ad essere minatori, artigiani, fonditori,

armaioli e a diventare ricchi imprenditori, talmente ricchi da degenerare piano piano in una società molle e viziata che fu facilmente predadi popoli stranieri come i Graci, i Celti, per poi finire ad essere colonizzati dai Romani. Sic transit gloria mundi?

ETRUSCHI: LA LINGUA ETRUSCA DERIVA DALLA LINGUA LEMNIA? L’ESAME COMPARATO DELLA FAMOSA STELE DI KAMINIA
STELE DI KAMINIA – IL TESTO IN LINGUA LEMNIA COMPARATO CON LA LINGUA ETRUSCA

A.1. h”#$%&’:($)”*:’%$’% (hulaie+:na)u*:+ia+i) A.2. ,$- $’:,$ϝ (mara+:mav)
A.3. .%$#/ϝ&%’:$ϝ%’ (sial/vei+:avi+)
A.4. &ϝ%.*”:’&-“($%* (evis*u:+erunai*)

A.5. ‘%ϝ$% (+ivai)
A.6. $0&-:1$ϝ$-‘%” (aker:tavar+iu)
A.7. ϝ$($#$.%$#:’&-“($%:,”-%($%# (vanalasial: +erunai:murinaic)
laterale:
B.1. h”#$%&’%)”0%$.%$#&:’&-“($%*:&ϝ%.*”:1″ϝ&-“($ (hulaie+i:)ukiasiale:+erunai*:evis*u:tuveruna)
B.2. -“,:h$-$#%”:’%ϝ$%:&21&’%”:$-$%:1%’:)”0& (rum:haraliu:+ivai:epte+iu:arai:ti+:)uke)
B.3. ‘%ϝ$%:$ϝ%’:.%$#/ϝ%’:,$-$’,:$ϝ%’:$”,$% (+ivai:avi +:sial/vi+:mara+m:avi+:aumai)
La frase in B.3 avis sialchvis (“di età sessanta anni”)HYPERLINK “http://it.wikipedia.org/wiki/ Lingua_lemnia#cite_note-6″[7] richiama l’Etrusco avils

ma/s 3eal/isc (e di età sessantacinque anni).
Hulaie+ – si tratta di un antroponimo al genitivo (di Hulaie) che secondo il De Palma sarebbe confrontabile con ‘hule’ selva, da cui ‘hulaios’ Silvano. Forse lo stesso è confrontabile anche con l’etrusco ‘hulu’ (follone, tintore)? Na)u* – naphoth in lingua lemna significa ‘nipote di..’. Questa forma di indicare ‘figlio di..’ oppure ‘nipote di..’ è frequente nelle stele licie.
Na)u* corrisponde all’etrusco ‘nefts’ (nipote)
4ia+i – potrebbe essere un nome proprio ed esisterebbe anche nella lingua etrusca. Infatti una tavoletta proveniente da Talamone reca l’iscrizione ‘siasinal’, cioè il gentilizio in –na col suffisso di dedica. In etrusco esiste ‘sians’. ‘siansl’ rispettivamente “del padre” (o progenitore)
Mara+ – questa voce nella lingua licia ‘maraza’ corrisponde a ‘giudice’. ‘Maron’ è antroponimo trace in Omero, e i somi sacerdoti della chiasa maronita erano detti ‘maron’. In etrusco abbiamo ‘maru’ ed è da confrontare con il latino ‘marone’ (maro, – onis) che erano i magistrati di grado inferiore con funzioni questorie). ‘Marunu’ in etrusco significa ‘eletto marone’.
Mav – E’ il numerale cinque. In etrusco il numerale cinque è ‘mac’ oppure ‘ma/’ (lat. ‘magna’ la mano con le cinque dita distese).
Sial/ (vei+) – ‘Sessanta’ in lemno. In etrusco ritroviano seal/ uguale a sessanta. Pertanto, tenendo conto che! in etrusco, nellambito delle decine, la numerazione avviene per addizione, analogamente in lemno ‘mav’ +

‘sialx’ (cinque + sessanta). Quindi!!! l’età del guerriero di Kaminia dovrebbe avere 65 anni e non 60 anni.
Avi+ – da confrontare con il latino ‘aevum’. Corrisponde all’etrusco ‘avil’ (anno, età) Secondo il linguista Semerano “Avil” significò “questo, quel ciclo di tempo. Avil è semitico ‘jaum’ accadico, uvu, umu. Avil è calcato su base come accadico awilu (arconte, magistrato), che durava in carico un anno e per questo diventerà sinonimo di anno (Giovanni Semerano)

Evis*u – è un toponimo che indica Efestia, la maggiore città-stato dell’isola di Lemno nell’Egeo, ricca per le attività metallurgiche, commerciali e per la fertilità del prunai.

4erunai* – il significato più probabile è quello di ‘territorio’, ma è stato tradotto anche con ‘tomba’, ‘tumulo’, ‘terra’. Per cui il vocabolo unito a ‘evistho’ da come significato ‘il territorio di Efesto’. In etrusco ‘tomba’, ‘sepolcro’, ‘cippo funerario’ vengono tradotti con ‘su*i’ 4ivai – questa parala può essere confrontata direttamente con l’etrusco ‘zivas’ (vivente, vivendo), ‘svalce’ (essendo vissuto)

Aker – si tratta probabilmente di un antroponimo che potrebbe corrispondere all’etrusco Acle (Caere VII secolo, ‘akle’ (Spina inizi IV secolo) e akhele (da Tarquinia e Bolsena V secolo a.C.).
Tavar+iu – questo lemma! potrebbe corrispondere, secondo il De Palma, a ‘tavarsio’ confrontato al luvio ‘tawarna’, al lidio ‘tabarna’,

‘labarna’. Potrebbe quindi significare un attributo regale, un simbolo del potere, oppure ‘labaro’ (vessillo). Labarnash oppure Tlabarnash fu il primo re dell’antico Impero Hittita e ‘labaru’ è riferito ad un periodo di tempo: “che dura a lungo”

Vanalasial – è un gentilizio maschile. In etrusco
‘Vana’ (Vanio)
4erunai – deve essere aggregato a ‘morinail’ ( la parola che segue). ‘Serona’ significa ‘città’, terriotorio’ .
Murinaic – corrisponde sicuramente al toponimo Myrina, l’altra città-stato dell’Isola di Lemno. Pertanto ‘Serunai Murinaic’ può essere senz’altro tradotto come. “il territorio di Myrina”
La traduzione finale prospettata dal! De Palma nel suo libro “Le origini degli Etruschi” è la sguente:
“Holaie magistrato per cinque anni/ visse sessanta anni nel paese di Efestia/Aker figlio di Vanala re del paese! di Myrina/nipote di Holaie allo zio dedicò/
A Holaie il foceo che nel pa ese diEfestia dei Tirtreni stratega visse cavaliere in terra focea/Sessanta anni visse/ Magistrato per cinque anni fu”.
(Segue) Bibliografia:
Claudio De Palma – Le origini degli Etruschi – Casa Editrice Nuova SI Bologna 2004
M. Pittau – Dizionario della lingua etrusca – Libreria Dessì editrice – Sassari 2005
Per il testo della Stele: Internet – Wikipedia alla voce “Stele di Kaminia”

SIENA: UNA IDIOZIA PARLARE DI ORIGINI ROMANE
Anche se le moderne guide turistiche della città di Siena fanno a gara per ‘garantire’ a Siena una origine Romana, la realtà non sta in questi termini. Siena fu prima di tutto Etrusca con il nome di Sena (?) o S(a)ena. Questo nome che ricorda tanto l’idronimo Savena! (e la Valle del Savena) uno dei fiumi che si gettano nel Reno presso Bologna, potrebbe essere di origine Gallica, visto Siena fu invasa dai Galli Senones (o Senes) nel V secolo a.C, dopo aver invaso le Valli del Setta del Savena, dell’Idice, in Emilia. Esistevano, al tempo dei Romani, due toponimi molto simili fra loro S(a)ena Julia (Siena) e Sena Gallica (Senigaglia).
Tuttavia il filologo Giovanni Semerano ci avverte! che Tolomeo,! in Geografia, III,1, trascrive il nome giusto in base al latino, e cioè Saena e non Sena. Saena avrebbe il significato di ‘civitas’ (città) poiché deriverebbe dal semitico ebraico ‘sahen’ (abitante); dall’accadico
‘saknu’ (posto, stanziato); e ancora dall’ebraico ‘sagan’. Invece, sempre secondo il Semerano, ‘sena’ avrebbe un’origine diversa, ma sempre orientale, e deriverebbe! dall’ebraico ‘sen’, che significa ‘altura’, ‘culmine’ e dall’accadico ‘sinnu’ (punta). Da notare che ‘sen’ è un vocabolo etrusco, isolato, scritto su un vaso di Vulci, e il Pittau, nel suo Dizionario della Lingua Etrusca lo pone fra i vocaboli di significato ignoto.
Secondo l’etruscologo Mauro Cristofani il nome Siena

deriverebbe dal gentilizio etrusco “Saina”
Pertanto dobbiamo accreditare all’antico nome di Siena, come alle altre città toscane e laziali di origine Etrusca, un’origine più antica: semitica e mesopotamica.
Anche il linguista M. Pittau, che! però fa originare il popolo etrusco dalla Lidia, secondo la testimonianza di Erotodo, è del parere! che il toponimo! Siena sia di origini etrusche e sia da confrontare con i gentilizi Saena, Saenius, nonché
col toponimo S(a)ena Julia, documentati in iscrizioni del IV-I sec. a.C.
Come afferma il Pittau, il territorio di Siena è costellato di numerosissimi siti, reperti archeologici e e iscrizioni etrusche. Nell’opera di Helmut Rix “Etruskische Texte”, sono riportate ben 541 iscrizioni etrusche rinvenute nel territorio senese, di cui le prime otto, ritrovate proprio a Siena. Fra le iscrizioni ritrovate nell’Ager Saenensis, ne citerò alcune e fra queste: “Laris Vete(i) Thui” (Qui giace Laris Uetio); “Vel vete larisalisa larth vete line” (Vel Vetio figlio di Laris; Larth Vetio dispose (fece) l’ossuario), ritrovate a San Quirico di Poggibonsi; “Mi capra calisnas larthal sepus arnthalisla curnialx” (Io sono l’ossuario di Larth
Calusio Seponio figlio di Arunte e di Corsinia) ritrovata a Monteriggioni, alle porte di Siena; “Mi larthia
suthiznas” (Io sono il cippo di Larth Sutisio) ritrovata a Montaperti, presso Siena, località in cui i Senesi, nella famosa battaglia omonima, distrussero l’esercito fiorentino.

Un’altra epigrafe, ritrovata a San Quirico d’Orcia (Siena) “Mi supina larth acrnis larthial felsnal” (Io sono il sepolcro di Agernio figlio di Larth – Agernio (è) figlio di Larthia Felsinia). “Felsnal” è un gentilizio matronimico (in genitivo) da confrontare con quello latino Felsinius-a, nonché con Felsina, antico nome di Bologna.

Fra i reperti ritrovati nel territorio senese dobbiamo citare vari suppellettili in bucchero, provenienti da una tomba a camera! da Poggiolo di Monteriggioni; vasellame di produzione volterrana e oreficerie da Vescovado di Murlo; bronzi e affibbiagli da Casole d’Elsa; un anfora (anfora Griccioli) proveniente da Monteriggioni; statue acroteriali e lastre fittili da Murlo; oinochoe, pissidi, cippi, ecc, provenienti da Chiusi, ecc. ecc.

E’ vero tuttavia che Siena divenne Colonia Romana in epoca non ben nota ed Augusto vi fondò una colonia militare, per cui la città fu detta Sena Julia ed! anche Urbs lupata, per l’insegna, ma scarsi sono gli avanzi della città romana. Lo stemma della città è una lupa che allatta Romolo e Remo chiaro riferimento al legame con la storia e la cultura romana.

Dopo quanto si è detto mi sembrerebbe davvero una idiozia affermare che Siena abbia origini! romane e non etrusche. Paolo Campidori, Copyright
BIBLIOGRAFIA:

Giovanni Semerano – Il popolo che sconfisse la morte – Bruno Mondadori Editore, Milano 2003;
Mauro Cristofani – Etruschi – Una nuova immagine –

Editrice Giunti Firenze, 2006;
T.C.I. – Guida d’Italia – Italia Centrale – Milano 1922 Vol II;
Massimo Pittau – Dizionario della lingua Etrusca – Libreria Editrice Dessì – Sassari, 2005
Massimo Pittau – Testi Etruschi – Bulloni Editore – Roma, 1990;
V. Melani – F. Nicosia – Itinerari Etruschi – Tellini, Pistoia 1971;
Mario Cristofani – Dizionario Illustrato della civiltà etrusca – Giunti Editore – Firenze 1991;
Sandro Chierichetti – Siena – Guida turistica – Edizioni R.I.S. Romboni, 1982
Da Internet:
Massimo Pittau articolo: “Siena Etrusca”, 2003 sul sito: http://www.massimopittau.it
ETRUSCHI: AH!! SCUSATE, CI ERAVAMO DIMENTICATI DEI “PELASGI”.
PROLOGO: E’ STATA MESSA A PUNTO DA PAOLO CAMPIDORI UNA NUOVA METODOLOGIA DI STUDIO! PER CAPIRE IL “MISTERO ETRUSCO”.! FINO AD ORA LA STORIA DEI COSIDDETTI “ETRUSCHI” ERA STUDIATA NELLA LORO GLOBALITA’! E LA COSA POTREBBE ESSERE GIUSTIFICABILE! SOLO PER ALCUNI ASPETTI. TUTTAVIA SE VOGLIAMO DIRADARE VERAMENTE LE NEBBIE SUL COSIDDETTO “MISTERO ESTRUSCO”, L’UNICA STRADA

PERCORRIBILE E’ QUELLA DI STUDIARE LA STORIA E LE ORIGINI DEGLI “ETRUSCHI”,! SINGOLARMENTE,! CITTA’ PER CITTA’. GLI “ETRUSCHI” NON ERANO UNA NAZIONE INTESA NEL SENSO MODERNO O PARAGONABILE A QUELLA DI ROMA REPUBBLICA O IMPERIALE; LE CITTA’ “ETRUSCHE”, INDIPENDENTI, OGNUNA CON LE PROPRIE CARATERISTICHE, DIVENNERO IN EPOCA IMPRECISATA UNA FEDERAZIONE DI CITTA’ -STATO! (COME POTREBBE’ ESSERE LA SVIZZERA ODIERNA, MA SOLO IN GRANDI LINEE), DIVISA IN LUCUMONIE, A CAPO DELLE QUALI STAVA IL “LUCUMONE”, UNA SORTA DI RE. FORSE QUESTA ALLEANZA E’ DA RAVVISARSI A SEGUITO DELLE INCOMBENTI MINACCE DELLA VICINA ROMA E DELLE INVASIONI BARBARICHE. LE CITTA’ STATO SI RIUNIVANO PER DECIDERE SULLE GUERRE (VOLTA PER VOLTA, SENZA NESSUN OBBLIGO), SULLE ALLEANZE, SULLA RELIGIONE, SULLA SCRITTURA, SENZA TUTTAVIA INTERFERIRE L’UNA NEI CONFRONTI DELL’ALTRA. NON SI TRATTAVA DI UN VERO E PROPRIO STATO MA DI UNA ‘ALLEANZA’ DI CITTA’-STATO. QUESTO PERCHE’ LE “CITTA-STATO” ERANO MOLTO DIVERSE FRA DI LORO, PER ORIGINE, PER COSTUMI, RELIGIONE, ECC. ECCO PERCHE’

OGNI CITTA’-STATO E OGNI ZONA DEVE ESSERE STUDIATA, PER PRIMO,! NELLA PROPRIA INDIVIDUALITA’, POI COME UN ‘INSIEME’ DI “CITTA’ STATO”, VALE A DIRE UNA

‘MEZCLA’ (INSIEME DI RAZZE E POPOLI), ALLA QUALE, FORSE DIEDERO IL NOME DI “RHASENA” (SECONDO LO STORICO, DIONIGIO DI ALICARNASSO).

Fra le varie teorie sulla provenienza degli Etruschi, Pallottino, uno dei maggiori studiosi di Etruscologia, non tralascia di parlare di questo Popolo, con queste parole: “un! popolo della Tessaglia che in epoca postomerica si credette emigrato per via mare in varie regioni dell’Egeo e perfino in Italia…..” (*). L’origine pelasgica, del popolo etrusco (o per lo meno di una parte di esso) va ricercata in Ellanico, il quale avrebbe identificato i Pelasgi con i Tirreni (Etruschi), i quali avrebbero occupato “zone” (dette poi pelasgiche), “vicino all’Etruria o nell’Etruria stessa”. (*) Erodoto ravvisa la presenza dei Pelasgi , nella zona di Cortona e nell’Egeo, i quali avrebbero “antichissime affinità linguistiche tra genti preelleniche abitanti nelle due aree geografiche in questione”. (*)
CORTONA – TUMULO DEL SODO SCALINATA- ALTARE CON CHIARI INFLUSSI DI ARTE PRE- COLOMBIANA Pallottino, traendo le conclusioni circa le tre teorie sulla provenienza degli Etruschi, conclude sconsolato: “Ciascuno dei tre sistemi e delle loro varianti lascia qualcosa di inesplicato, urta contro fatti assodati;

senza tuttavia che questo torni a vantaggio delle altre ricostruzioni” (*)
Nel bosco di Bomarzo, nel cuore della Tuscia esiste un monumento misterioso(**), che poi tanto misterioso non mi sembra, quello di una piramide; si sono inoltre in detto luogo mura ciclopiche, insediamenti abitativi che hanno tutte le caratteristiche delle civiltà precolombiane, ma non solo. Guardando queste piramidi con la sommità tronca caratterizzate da ampie scalinate che raggiungono l’altare posto alla sommità, come pure le stradine e le scalinate scavate nella roccia, le mura, fatte di massi ciclopici, intersecati con precisione assoluta, l’uno accanto all’altro, ci danno un’unica sensazione: quella di trovarci a Macchu Picchu, o presso una delle qualsiasi antichissime città dell’America Meridionale, precolombiana.! La stessa identica sensazione la si ha a Cortona di fronte a certi monumenti definiti “etruschi” (parola usata dagli studiosi solo per semplificare le cose).

BOMARZO: NON SIAMO A MACCHU PICCHU MA IN LAZIO, NELLA TUSCIA E’ chiaro che affrontando il problema delle origini in questo modo, siamo certi che non arriveremo a niente di concreto. Perché? Perché i cosiddetti “etruschi”, vale a dire i popoli che hanno abitato la Toscana nel primo e secondo millennio a.C. non sono un popolo unitario, ma una mescolanza di popoli (una ‘mezcla’ come la definivano gli stessi Etruschi); ognuno dei quali ha una propria storia , una propria origine ed una propria provenienza. Voler studiare la storia e l’origine etrusca,

considerando questi un popolo omogeneo, che ha la stessa storia, la stessa origine, la stessa lingua, la stessa religione, ecc. è una pura follia.
Ogni singola città della Toscana e dell’alto Lazio e dell’Emilia, che noi chiamiamo, scioccamente “etrusca”, ha una storia propria, delle tradizioni proprie, una lingua propria, delle conoscenze e civiltà proprie.
Così noi, se vogliamo veramente capire il nocciolo del problema, dobbiamo smettere di pensare agli Etruschi come ad un popolo unitario, omogeneo, con le stesso origini e le stesse abitudini di vita. Ad esempio: gli “etruschi” di certe parti della Tuscia, di Cortona, ed altre città vanno viste sotto l’ottica di un’occupazione “pelasgica”, proveniente proprio, in origine, dall’America Meridionale! (che queste abbiano prima fatto ‘sosta’ in luoghi dell’Egeo, non cambia la sostanza).
LA MACCHU PICCHU DELLA TUSCIA Questo spiegherebbe la cosiddetta “talassocrazia” cioè l’assoluta predominanza di certi “etruschi” sul mare. Per altre città possiamo ipotizzare, allo stesso modo una provenienza medio-orientale (Mesopotamia, Egitto, Israele); per altre ancora una antichissima origine ligure (Vedi: Garfagnana, Lunigiana, ecc:); per altre ancora una origine pre-ellenica. E’ chiaro poi che in questa “babilonia” (‘mezcla’, come la definivano gli Etruschi), è prevalsa con il tempo una cultura unitaria: è cioè emersa una lingua predominante, come pure, unna forma religiosa che sostanzialmente era un ‘pout pourri’ di tante religioni, che si sono in un certo senso

omogeneizzate. La lingua dunque degli ‘etruschi’ è un insieme di lingue antiche che si sono fuse insieme, per necessità, lasciando tuttavia ad ogni singola città le proprie particolarità di linguaggio. Per questo la lingua di Cortona sarà stata diversa da quella di

Volterra, oppure quella di Fiesole sarà stata molto diversa da quella di Pitigliano, di Sorano, della Tuscia, etc. Ora se noi affronteremo il ‘mistero’ etrusco, non in maniera omogenea, ma singolarmente, città per città, zona per zona, noi davvero potremo risolvere le “storie”, ognuna diversa dall’altra, che hanno formato quella che noi fino ad oggi abbiamo considerato la storia ‘omogenea’ di un solo popolo: Gli Etruschi, ma che in realtà sono molti popoli in uno. La dimostrazione più evidente è il fatto che gli “Etruschi” non scelsero mai di avere un governo e una politica comune.

Paolo Campidori, Copyright HYPERLINK “http:// http://www.paolocampidori.eu/”www.paolocampidori.eu HYPERLINK “http:// http://www.culturamugellana.wordpress.com/”www.culturamugel lana.wordpress.com

paolo.campidori@tin.it
(*) Massimo Pallottino – Etruscologia – Editore Hepli, Milano
(**) Rivista Archeo – Aprile 2011 – Articolo “C’è una piramide nel bosco…” articolo di Paola Di Silvio PEGLIO (FIRENZUOLA): ORIGINI ETRUSCHE E NOBILTA’ FEUDALE

! E’ probabile che il nome sia di origine greco-orientale, il Pelio è una montagna nel sud-est della Tessaglia, una piccola penisola della Grecia orientale bagnata dal Mar Egeo.

La Tessaglia è costituita da una grande pianura fertile attorno al fiume Pinio inquadrata dalle montagne: Olimpo, Monte del Pinde, Monte Pelio, ecc. Proprio davanti alla costa della Tessaglia (a varie miglia) c’è l’Isola di Lemno, dove furono ritrovate poche decine di iscrizioni di una lingua pre-ellenica parlata su quell’Isola e forse sulle coste del Mare Egeo. Il nome Pelio, Pellio o Peglio è quindi legato alla mitologia greca. Questo monte trae il proprio nome da Peleo, mitico padre di Achille e, originariamente, era terra di personaggi mitologici come Chirone il centauro, Giasone, Achille, Teseo ed Eracle.
E’ probabile che il nome sia di origine greco-orientale, il Pelio è una montagna nel sud-est della Tessaglia, una piccola penisola della Grecia orientale bagnata dal Mar Egeo. La Tessaglia è costituita da una grande pianura fertile attorno al fiume Pinio inquadrata dalle montagne: Olimpo, Monte del Pinde, Monte Pelio, ecc. Proprio davanti alla costa della Tessaglia (a varie miglia) c’è l’Isola di Lemno, dove furono ritrovate poche decine di iscrizioni di una lingua pre-ellenica parlata su quell’Isola e forse sulle coste del Mare Egeo.
Il nome Pelio, Pellio o Peglio è quindi legato alla mitologia greca. Questo monte trae il proprio nome da Peleo, mitico padre di Achille e, originariamente, era terra di personaggi

mitologici come Chirone il centauro, Giasone, Achille, Teseo ed Eracle.
Quando i giganti Oto ed Efalte tentarono di dare l’assalto all’Olimpo (la montagna più alta della Grecia ritenuta la sede degli Dei) presero il Monte Pallio e lo chiamarono Monte delle Ossa. I nomi dei due monti divennero proverbiali volendo alludere a enormi ed infruttuosi tentativi. In sostanza Pelio sarebbe il nome del monte riferito al padre di Achille. Tale nome lo ritroviamo anche nelle iscrizioni etrusche su vasi, specchi e gemme.L’analogia toponomastica della località Peglio, nel Comune di Firenzuola, con la lingua pre- ellenica di popolazioni originarie dell’Isola di Lemno e delle coste del Mar Egeo, vissute in questi luoghi verso il V-IV sec. a. C. non è casuale ma è un dato di fatto. A convincerci ancora di più fu il ritrovamento di un “Idolo” etrusco in bronzo, in località detta “Il Vulcano”, nome che gli deriva dalle esalazioni di gas metano, abbondante in quella zona, che si trova circoscritta dalle località Pietramala, Peglio, Le Valli, gas che in determinate condizioni atmosferiche si incendiava, alimentando numerosi “fuocherelli”,detto “fuochi di legno”, che illuminavano le notti facendo sembrare tali luoghi molto simili a vulcani e per gli antichi alle fucine del dio Vulcano. !

L’idolo, ritrovato verso la metà del XVIII sec. fu consegnato all’Accademia Etrusca di Cortona. La statuetta in bronzo raffigura un eroe o un dio (per gli studiosi di

etruscologia: Tinia, Giove ) ‘etrusco’, nudo e imberbe, il quale tiene nella mano destra un oggetto che gli studiosi hanno identificato come un fulmine. Tuttavia nel pantheon Etrusco, oltre a Tinia (Giove) altri dei possono lanciare fulmini come Giunone, Vulcano e Minerva. Vulcano era anche il dio protettore dei fabbri e dei bronzisti e per questa ragione e per il collegamento alla località, ubicata sopra un ‘vulcano’, riterrei probabile che sul luogo esistesse un tempietto o qualcosa di simile intitolata però al dio Vulcano, e non a Tinia, Giove (Jupiter). Dall’antichità etrusco-romana della località sappiamo ben poco, ad eccezione di una Abbazia (Santa Maria a Branchi) che forse fu eretta nel periodo longobardo, ma non sappiamo con esattezza se i Benedettini siano stati i primi abitatori di detto cenobio. Fino al medioevo non abbiamo altre notizie storiche di questa località fino all’anno 1228, 12 aprile, anno in cui venne menzionato un Diploma dell’Imperatore Federico II, che ratificò a Roma, l’acquisto del castello del Peglio, da parte degli Ubaldini.

Pertanto Albizzone e Ubaldino, figli di Ugolino, acquistano, oltre il castello del Peglio, la metà del castello del Carpine, e tutti i beni e annessi e connessi. Fra i beni figuravano, oltre a mulini, terre, vigne, boschi, strade e acque correnti, anche gli uomini, i cosiddetti “servi della gleba” che erano considerati ‘beni’ commerciabili a tutti gli effetti.

Oggetto della transazione furono anche i beni sottoposti alla Badia di Gualdo, chiamata anche Santa Maria a Branchi, al tempo di proprietà dell’ordine dei monaci

Benedettini. L’Abbazia non esiste più (ma esisteva ancora nel XVI secolo), ma alcuni rilievi ornamentali, furono da me rinvenuti, alcuni anni fa, sul muro di una casa colonica, del luogo detto Gualdo o Branchi, nei pressi del fiume Diaterna, presso un antico mulino.

La Badia del Peglio, rimarrà per un periodo sotto la giurisdizione di signori bolognesi, i quali ne ebbero il padronato. Gli uomini del Peglio vennero affrancati, cioè resi liberi, da Ubaldino degli Ubaldini nel 1234 ed esentati da tutte le servitù e gabelle . Nel 1335, quando il Peglio era fra i possedimenti di Maghinardo da Susinana (Ubaldini), il territorio passò in proprietà al Comune di Firenze.

La chiesa del Peglio avendo da tempo immemorabile il fonte battesimale rivela la sua importanza che la stessa aveva nella zona. La chiesa nel XIX secolo era in cattive condizioni di conservazione, così che essa venne ricostruita nel 1883 e nel 1922 venne arricchita del nuovo campanile. FRASCOLE (DICOMANO –FIRENZE): L’ANTICA CHIESA DI SAN MARTINO IN POGGIO

!“Frascole fu località sottoposta già alla giurisdizione di Castel di Pozzo, la potente fortezza, attorniata da torri e castelletti ausiliari, che i Guidi di Porciano si erano in opportuna posizione costruita nel centro di un vasto feudo che da Tizzano e Agnano giungeva a Frascole e Poggio a San Detole e Cornia. Ma nel 1337 i Guidi l’alienavano con tutte le sue pertinenze a Piero di Gualtiero dei Bardi…I Bardi lo tennero sino all’anno 1378 in cui lo ricomprava per 2500 fiorini d’oro la Repubblica Fiorentina con tutto il

suo vasto contado …(Francesco Niccolai – Mugello e Valdisieve – Guida Topografica Storico-Artistica illustrata, Borgo San Lorenzo, 1914, pag. 615).
Frascole e Castel di Poggio appartengono giuridicamente alla giurisdizione civile, militare etc. a Castel del Pozzo. Altra cosa è la giurisdizione ecclesiastica, che non corrisponde esattamente alla giurisdizione civile.
Per quanto riguarda la Chiesa di San Martino a Frascole e alla vicina fortezza dei Guidi, il Niccolai aggiunge: “…una qualche fortificazione dovette esistere anche sulla vetta del poggio di San Martino, troncato a sezione quasi di cono, ove sul breve spianato, oltre ad importanti rinvenimenti di urne cinerarie e vasi lacrimari e frammenti di vasi e di altri oggetti etruschi, furono già dissotterrate moltissime ossa di cavalli, le quali sarebbero forse indizio di qualche battaglia o catacombe quivi avvenuta ….(Niccolai op. cit. pag. 615). La chiesa di san Martino secondo le Rationes Decimarum (1) del 1302-3 appartiene al Plebato di Sandetole, chiesa che si trova nel comune di Rufina. In quel periodo San Detole aveva la giurisdizione su queste altre chiese: “S. Maria de Rincine, S. Jacobi de Frascole, S. Andree de Vicorato, S. Michaelis de Moscia, S. Petri de Vallepiana, San Laurentii de Fornace, S. Laurenti de Bristallo, S. Marie de Agnano, S. Stephani de Petrorio, S. Niccolai de Cornu, S. Miniatis de Monte Domini”. Quindi la giurisdizione ecclesiastica inglobava le chiese esistenti nella Contea del Pozzo, ma addirittura superava tali confini.
Sentiamo un’altra fonte autorevolissima riguardo alla

chiesa di San Martino in Poggio (o in Podio): “In un poggio, situato sopra la Villa di Cansana, vi è un’antica chiesa dedicata al vescovo di San Martino, già cura, ma da circa trecent’anni indietro ammensata ed unita alla chiesa di Frascole (che poi diventerà Pieve) (Giuseppe Maria Brocchi – Descrizione della Provincia del Mugello – Firenze, 1748). Dunque secondo quanto testimonia il Brocchi la chiesa di San Martino in Poggio, della quale oggi vediamo le vestigia (muri perimetrali e un lastricato posto nella parte anteriore della chiesa che guarda ad Ovest) era tuttora in piedi, nonostante la sua ‘antichità’. Oltrove però, sempre il Niccolai afferma che: “nel 1468 questa chiesa che si trovava sulla collinetta coperta da cipressi e pini venne soppressa e atterrata (demolita) e le sue campane , ove erano antiche iscrizioni gotiche, furono trasportate alla chiesa delle Monache (Comune di Stia) sotto il varco di Campriano” (op. cit. pag. 615-616).
A questo punto le cose si complicano. Indubbiamente c’è un po’ di confusione.
Dobbiamo ipotizzare che la chiesa demolita nel 1468 fu ricostruita, sulle rovine di quella precedente? Il Brocchi afferma che circa trecento anni prima (il Brocchi scrive il suo libro nel 1748) la chiesa di San Martino fu ammensata ed uinita alla chiesa di Frascole, mentre sappiamo che precedentemente la stessa chiesa! faceva parte della Pieve di Sandetole (Rufina).
Si potrebbe quindi ipotizzare che la chiesa antica fu demolita nel 1468, per essere ricostruita sullo stesso luogo,

ed unita a San Jacopo a Frascole.! Si tratta di una ipotesi. Tuttavia non sappiamo quando la chiesa di San Martino, esistente nel 1748, avrebbe subito la seconda distruzione, per non essere più ricostruita.

Con tutto ciò restano molte cose da chiarire. La pianta della chiesa, secondo quanto si può dedurre dai resti dei muri perimetrali e dal piccolo sagrato in lastre, avrebbe le caratteristiche della chiesa protocristiana, divisa in tre settori, come le chiese di uso orientale, ed essa a mio parere potrebbe essere stata costruita poco prima dell’anno Mille. Nello stesso modo non possiamo escludere che la chiesa proto-cristiana possa essere stata ricostruita su un tempio etrusco, la cui triripartizione corriponderebbe al portico colonnato, all’aula per i devoti e infine la parte destinata alla divinità. Tale tempio potrebbe risalire al IV-III sec.a.C. La chiesa di San Martino potrebbe essere stata distrutta definitivamente verso la fine sec, XIX- inizio del XX sec. Ce lo farebbero supporre i ritrovamenti di reperti etruschi ritrovati nell’area dove sorgeva la chiesa: “I frammenti di vasi etruschi che vi si trovano (1914) furono raccolti nel sottosuolo della distrutta cheisa di san Martino” (Niccolai, op. cit. pag. 616).

Tuttavia anche questa ipotesi (mi riferisco alla chiesa di San Martino) ricostruita sulle fondamenta di un tempio etrusco, non mi soddisfa pienamente. Infatti la parte terminale del tempio poggia su mura preesistenti. Ciò comporterebbe che le grosse muraglie, larghe circa mt. 1,50, ipotizzate dal Niccolai come “Torrione dell’antica

fortezza ausiliaria di Castel del Pozzo, smantellata dalla Repubblica Fiorentina” non fossero di epoca altomedievale, ma di epoca etrusca e precedenti la costruzione del tempio e che potrebbero risalire addirittura al VI-V sec. a.C. Ricapitolando: se vogliamo avallare questa tesi dobbiamo localizzare nel tempo: a) verso VI-V sec. a.C. la costruzione di un edificio etrusco, la cui destinazione pratica ci è sconosciuta. Potrebbe trattarsi di una fortezza, di una grande tomba a tumulo, ecc.; b) costruzione di un tempio annesso a tale edificio verso il IV-III secolo a.C.; c) costruzione di una torre altomedievale sui ruderi dell’edificio etrusco; d) costruzione di una chiesa protocristiana, san Martino, sui ruderi del tempio etrusco, che poggiano dulle fondamenta di un edificio del VI-V sec. a.C.
Penso e spero che gli scavi in corso, diretti dalla Soprintendenza alle Antichità di Firenze, possano chiarire ancora meglio quanto da me ipotizzato.
Paolo campidori HYPERLINK “mailto:paolocampidori@tin.it”paolocampidori@tin.it HYPERLINK “http:// http://www.paolocampidori.eu/”www.paolocampidori.eu Note: (1) Rationes Decimarum Italiae – Si tratta di due volumi che riportano, divisi per diocesi di appartenenza, gli elenchi di tutti gli enti ecclesiatici! assoggettati al tipo di imposizione fiscale del medioevo che fu la “Decima” FIESOLE: SANT’ALESSANDRO UNA BASILICA ROMANA SULL’ARCE ETRUSCA SORTA SUI

RESTI DI UN TEMPIO ETRUSCO.
Il “Martirologio Romano” di Papa Gregorio XIII, stampato a Roma, nella Stamperia della Rev. Cam. Apostolica! nell’anno 1636, non è molto prodigo di notizie riguardanti Sant’Alessandro, titolare della Basilica omonima di Fiesole. In esso, nel giorno 6 giugno, che indica la ricorrenza del Santo-martire, in una stringatissima riga,! viene riportato quanto segue: “A Fiesoli (N.B. la “i” finale di questo toponimo di origine etrusca) in Toscana s. Alessandro Vescovo, e mart.”. Poi una nota a margine precisa: “circ. il 585″! Intanto abbiamo conferma che il Santo fu Vescovo di Fiesole!verso la fine del !VI sec. d.C, che fu nominato Vescovo da Papa!Pelagio II (il cui! Pontificato durò dal 26 novembre 579 al 7 febbraio 590)! e che fu un martire della Chiesa crtistiana. Molto interessante è il fatto che il “Martirologio” indichi Fiesole, con il toponimo Fiesoli, il quale deriva dall’etrusco “Vipsl” “Visul”, che è diventato poi Visuli, Fisuli, per poi essere “corrotto” in Fiesoli, Fiesole. L’altra notizia interessante è che la Diocesi di Fiesole doveva in qualche modo dipendere giuridicamente e gerarchicamente dal Vescovo di Milano. Abbiamo altre scarne notizie del Santo, e cioè che l’etimologia del nome del Santo, dal greco, significherebbe “protettore di uomini”, ed è quindi probabile che il Santo provenisse dall’Oriente e che praticasse quella forma di cristianesimo nota come rito “greco-ortodosso”. Dello stesso periodo, per fare un confronto, era !la chiesa di San Niccolò a Spugnole, nel Mugello, la cui architettura proto-

cristiana aveva le carateristiche delle chiese greco- ortodosse (1).
Un altro “Martirologio Romano”, riporterebbe che Sant’Alessandro, Vescovo di Fiesole, nel territorio di Bologna, durante un viaggio di ritorno da Pavia, dove lo stesso aveva rivendicato! presso il Re dei Longobardi i beni della sua Chiesa usurpati, fu da loro gettato nel fiume e affogato. Questo avveniva nell’anno 585 d.C., circa (2). La basilica quindi che sorgeva a Fiesole, di impianto romanico, è probabile che fosse stata eretta verso la fine del VI sec. a.C. e dedicata al Santo Martire. La basilica di Sant’Alessandro di Fiesole, doveva essere originariamente basilica romana. Essa venne eretta sulla strada che conduceva all’arce etrusco fiesolano, su i resti di un tempio pre-esistente etrusco. La basilica è del tipo costantiniano con la navata centrale che misura circa il doppio delle navate laterali. Oggi dell’antica Basilica! paleocristiana, resta soltanto l’impianto architettonico, con orientamento est-ovest, secondo le regole dell’architettura cristiana proto-romanica. Vale a dire che l’ingresso della Basilica è rivolto a Ovest, e la cripta, se in origine esisteva,!doveva essere rivolta ad est (3). Proprio il contrario del tempio etrusco che, come!il tempio che !sorgeva più in basso, a lato dell’anfiteatro romano,!!aveva l’ingresso rivolto ad est. Dobbiamo quindi ipotizzare che anche questo tempio etrusco sull’arce fiesolana dovesse avere lo stesso orientamento, e!di consequenza!la porta d’ingresso rivolta ad Est, cioè!rivolta verso l’agglomerato urbano.

La cosa è molto interessante perché, almeno fino ad oggi, si è dato importanza solo al tempio che sorge alle falde della collina e non si è data nessun rilievo a quest’altro tempio etrusco che sorgeva sull’arce fiesolana, proprio sotto la pavimentazione della Basilica di Sant’Alessandro. Non sappiamo a quale divinità fosse dedicato il tempio sull’arce fiesolana, ma, durante i lavori che si sono succeduti nei secoli, furono ritrovati notevoli resti! fittili che facevano parte di quell’edificio e che, forse,!potrebbe essere più antico del tempio posto più in basso. Tali reperti si trovano nel museino del Convento Francescano, un gioiello quest’ultimo dell’arte medievale e rinascimentale, che si trova proprio sulla collina dove sorgeva l’arce etrusca fiesolana. E la basilica di sant’Alessandro si trova immediatamente sotto!l’area conventuale. Da qui si gode un panorama mozzafiato a 180 gradi sulla città di Firenze. Pare che sull’arce sorgesse pure una fortezza etrusca di! notevoli dimensioni, racchiusa entro le mura urbanistiche dell’antica città.

La città etrusca di Fiesole e l’arce, in particolare, sono ancora tutte da esplorare e ciò sarà possibile con scavi accuratissimi, rispettando quanto si è andato stratificando nel tempo.

Note:
(1)! Ho fatto molte ricerche su questa chiesa, che doveva essere ancora eretta, sebbene in cattivo stato di conservazione, verso la metà del sec. XVIII,!se essa fu visitata e !documentata dal Prof. Giuseppe Maria Brocchi

nella sua “Descrizione della Provincia del Mugello, del 1748”, ed è documentata dulle piante dell’epoca che ho rintracciato all’Archivio di Stato di Firenze.
(2) nel 584 Autari (Longobardo)!è Re d’Italia.

(3) Anche il Canonico Bandini, storiografo fiesolano, non è prodigo di informazioni su tale Basilica, egli da una maggiore descrizione, invece! del martirio del Santo.
D. H. LAWRENCE: SCRITTORE VERSATILE E ‘ARCHEOLOGO’

!D. H Lawrence, autore del famosissimo libro “Gli amanti di Lady Chatterley”, visitò l’Etruria nell’aprile del 1927 e ne scaturì da questo “pellegrinaggio selvaggio”, un reportage, una guida e allo stesso tempo il suo testamento spirituale, insieme ad una globale visione della civiltà degli Etruschi.

Il libro in questione è “Paesi Etruschi” (Etruscan Places), che fu edito a Londra, per la prima volta, nel 1932. Il libro fu stampato in lingua italiana solo nel 1985, con la presentazione di uno dei massimi studiosi di archeologia del tempo, Massimo Pallottino, Ordinario di Etruscologia e Antichità Italiche all’Università di Roma. Tralascio la presentazione di Pallottino, suppur essa sia molto interesante. Posso accennare soltanto che lo studioso italiano, non gradiva molto certi giudizi del Lawrence e in particolare non condivideva la prosa e la poesia del Lawrence.! Soprattutto lo studioso dai ‘lombi nobili’ (1) non gradiva affatto certe affermazioni che tendevano ad esaltare gli Etruschi e, invece, ‘ridimensionavano’ in parte

la ‘grandeur’ dei Romani. I Romani vengono definiti dal Lawrence “questi Prussiani dell’antichità” e li incolpa “di aver calpestato, con tacco di ferro, l’antico fiore splendido dell’Etruria”.

E’ significativo riportare alcune righe dello scritore inglese che sono un sintomatico riferimento ai Romani: “Forse perché un pazzo uccide con un sasso un usignolo, egli è per questo più grande dell’usignolo? Forse perché il Romano fece fuori l’Etrusco, egli era per questo più grande dell’Etrusco? Oh no! Roma è caduta, e il fenomeno romano con essa. L’Italia di oggi è nel suo polso molto più etrusca che romana; e sarà così sempre. L’elemento etrusco è in Italia come l’erba dei campi! e come il germogliare del grano: e sarà così sempre”. Dopo tutti i “niet, forse, non condivido” del Pallottino, spunta all’improvviso un riconoscimento inaspettato: “Gli Etruscan Places del Lawrence contengono, accanto alle più stravaganti invenzioni, alcuni spunti degni di meditazione per lo storico e per il critico dell’arte”; e se questo lo dice il Pallttino, possiamo crederci. Ma lasciamo la critica, più o meno benevola del Pallottino, per cercare di focalizzare in poco spazio ciò che il Lawrence scrive sugli Etruschi. Innanzi tutto egli ne dà una bellissima definizione: “Gli etruschi lo sanno tutti, erano il popolo che occupava l’Italia centrale, ai tempi della prima Roma e che i Romani, da buoni vicini come sempre annientarono per far posto! a una Roma con la ‘erre’ maiuscola. Non li avrebbero sterminati tutti, ce n’erano troppi, ma riuscirono a

cancellarli come nazione e come popolo. Fu l’inevitabile risultato di un espansionismo con la ‘e’ maiuscola, la sola ragion d’essere di gente come i romani”.
La prima tappa del viaggio di Lawrence è Cerveteri ed è poetica ed avventurosa la descrizione del viaggio compiuto con i mezzi di allora: “E’ una strada bianca e diritta, costeggiata per le prime centinaia di metri da una nobile schiera di pini marittimi, una strada bianca non distante dal mare, piatta, deserta, assolata. Si vede solo un carro coperto tirato dai buoi: un’enorme lumaca! con quattro corna. Sul ciglio della strada l’alto asfodelo lancia qua e là spasmodicamente le sue scintille rosa, dove capita, e il suo odore di gatto”(2). Mi è impossibile dilungarmi sulla descrizione dei vari siti archeologici, per ragioni di spazio, e pertanto mi limiterò a prendere in considerazione solo alcune considerazioni, situazioni o aneddoti che lo scrittore via via ci descrive nel suo viaggio in Etruria. Ma non è tutto; lo scrittore, ogni tanto lancia qualche frecciata al regime instuarato allora !in Italia dal fascismo: “Il direttore dell’albergo, conciliante,! disse! che a Civitavecchia c’è un museo molto interesante e che ci saremmo dovuti fermare il giorno dopo per visitarlo”. “Ah!” risposi “ma c’è soltanto roba romana e non ci interessa affatto vederla”. Lo scrittore riconosce con onestà: “Da parte mia era una frecciata maliziosa, perché l’attuale regime si considera l’erede autentico della Roma antica”. Notate quanto può pesare anche il giudizio politico di uno straniero sul modo di vedere e pensare la politica comparandola con la storia

antica. “Gli Etruschi – continua il Lawrence – sono stati senz’altro i meno romani di tutti i popoli mai vissuti in Italia, proprio come i Romani dell’antica Roma, sono stati certo i meno italiani, almeno a giudicare dagli italiani di oggi”. Sentenze lapidarie, circostanziate, e ci chiediamo cosa direbbe oggi lo stesso Autore nel sentire alcuni versi del nostro inno nazionale, riferito all’Italia: “…che schiava di Roma Iddio la creò”?

Lo scrittore-archeologo, “dilettante”, ci stupisce quando parla della necropoli di Tarquinia (a quei ancora non localizzata nella sua interezza): “E si capisce subito che, se il colle da cui guardiamo è quello dove i tarquinesi vivi costruivano le loro gaie casette di legno, allora quall’altra sarà la collina dove i morti erano sepolti nelle loro case dipinte nel sottosuolo, come vive sementi”. A Palazzo Vitelleschi, a Tarquinia il Lawrence varca la porta del Museo Etrusco; “ci fanno il saluto fascista, alla romana! Ma perché non riscoprono il saluto etrusco?”. Poi con una certa amarezza parla dei musei, come “obitori del bello”, come qualcuno li ha definiti. Forse un obitorio inevitabile, ma pur sempre un “obitorio”! Dopo aver detto che “il Museo di Tarquinia è eccezionalmente bello e interessante per chiunque conosca appena un po’ di etruschi”, aggiunge poi l’amarezza di vedere questi oggetti, senza vita, come un corpi inanimati. Lawrence esclama: “se solo ci convincessimo e non strappassimo più gli oggetti dai loro contesti di origine!”

Dunque i musei sono sempre un errore? La questione è

molto dibattuta.
La convinzione dell’Autore del libro viene ribadita in questo concetto: “Gli etruschi non furono distrutti, ma furono spogliati della loro essenza…Il sapere degli etruschi divenne mera superstizione, e in princìpi etruschi diventarono grassi e inerti romani”. Come Ruskin, il Lawrence crede l’arte italiana e i grandi artisti come Giotto, abbiamo ereditato proprio dagli Etruschi questo sapere (3). Giotto e i primi scultori non furono altro che il “rifiorire di questo stesso sangue, che riesce sempre a far sbocciare un fiore”.
Dopo Vulci lo scrittore visita Volterra ed è curioso notare come “delle sfacciate ragazzotte ci salutano ‘romanamente’, per pura insolenza: un saluto con cui non ho niente da spartire, e che perciò non ricambio. La politica è sempre un flagello e in una città etrusca che si è difesa contro Roma tanto a lungo trovo il saluto romano particolarmente sconveniente, e poco appropriato il ricordo dell’imperium di Roma”.
A Volterra guardando le urne volterrane lo scrittore- archeologo si chiede: “Ma cos’è l’arte? “Arte è tuttora per noi qualcosa di ben cucinato, come un bel piatto di spaghetti”. E sulle urne volterrane: “Quanto provo più piacere guardando queste urne volterrane che – sto quasi per dire – il fregio del Partenone. Uno si stufa della qualità estetica – una qualità che smussa gli angoli delle cose e ce le fa sembrare ‘stracotte’”. Poi, riguardo a Volterra, dice: “Gli abitanti di Volterra, Velathri, non erano di origine

orientale, non appartenevano allo stesso popolo che vediamo manifestarsi con maggiore evidenza a Tarquinia. Sicuramente qui c’era una tribù più selvaggia e più
acerba ….”. Lawrence inveisce poi con le tombe ricostruite fuori del luogo, come la tomba Inghirami a Firenze. “Perché, perché mai una tomba non è stata lasciata intatta come fu trovata, dove fu trovata?”….”Quello che vogliamo è un contatto autentico”….”Se cercate di produrre un grande amalgama di Cerveteri, Tarquinia, di Vulci ……non otterrete mai come risultato! una qualche essenza veramente etrusca, ma un pasticcio stracotto che non ha più alcun significato vitale….”
Scrive di lui l’amico e biografo Richard Aldington: “Lawrence era convinto che l’arte etrusca ha una qualità particolare, ben diversa da quella dell’arte greca e romana, e ciò che trovò e gli piacque tanto nei paesi etruschi era l’intensa vita ‘fisica’! ormai quasi persa nel nostro mondo. Gli etruschi non possedevamo molto ‘senso estetico’, l’amore greco per la perfezione,! l’armonia e la grazia ma raffigurano la vita dei vivi, con vero calore e vera tenerezza”
Conclude il Pallottino nella presentazione al libro di Lawrence: “ Chi scriverà un giorno quella storia dell’arte che non è stata ancora mai scritta non potrà non tener conto di qureste notazioni che, di là dalle parole brillanti e paradossali, contengono una assai maggiore validità critica, una assai più stimolante fecondità di molti grossi tomi pubblicati da archeologi

di chiara fama”. E se lo dice il Pallottino……!
Note:
(1)!!!! E’ una espressione del liguista Giovanni Senerano per indicare i “padreterni” dell’etruscologia, i celebri capi- scuola, intoccabili, inattaccabili, ecc. ecc. Uno di questi era Massimo Pallottino fondatore di una scuola di Etruscologia, che tuttora porta avanti gli insegnamenti del maestro. Io, tuttavia stimo molto questo grande etruscologo.
(2)!!!! L’asfodelo era un fiore maleodorante considerato dagli etruschi come il fiore dei morti. Un po’! quello che sarebbe per noi italiani! di oggi il grisantemo.
(3)!!!! “Vi prego di credermi sulla parola se vi dico che Giotto era un autentico etrusco-greco del XIII sec. benché convertino alla religione di San Francesco piuttosto che a quella di Ercole, ma, quanto a dipingere, era proprio il vecchio etrusco di sempre…” (John Ruskin 1819-1900 Mornings in Florence Orpington, 1881)
Bibliografia: D. H. Lawrence – Paesi Etruschi -! Nuova Immagine Editrice, Siena IV ed. 1997
(versione originale “Etruscan Places”, Martin Secker, London, 1932)
MONTERENZIO (BO): LA PRESENZA ETRUSCA NELLA VALLE DELL’IDICE
!I cosiddetti ‘specchi’ etruschi, non sono altro che delle “tavolozze” per il trucco femminile?
Nella Valle del fiume Idice, toponimo antichissimo, di probabile origine semita, vivevano, lungo la strada che portava in Emilia, antiche popolazioni etrusche, che

vennero poi sopraffatte da tribù celtiche, nel corso del sec. V a.C. Noi abbiamo documentazione di tali villaggi etrusco-celtici nei territori di Monterenzio e Monte Bibele, dove sono stati ritrovati siti di particolare interesse storico e artistico. In queste località l’invasione celtica e più precisamente dei Galli Boi fu massiccia e molto incisiva, tanto da far perdere, in buona parte, a queste località i connotati tipici degli etruschi e !dei villanoviani. Ovviamente, data l’importanza strategica di questa occupazione celtica, proprio sulla strada che portava a Felsina, I Celti Boi, almeno dai reperti che si sono recuperati, dimostrarono una chiusura nei confronti del mondo etrusco prima e di quello romano poi. I nomi dei toponimi della zona interessata della nostra ricerca sono in parte etruschi, in parte celti e in parte romani. Gli idronomi che, come abbiamo detto, sono anche quelli più antichi, sono di derivazione semitica: Setta, Sillaro, Reno ecc. Anche alcune località hanno una derivazione etrusco- semitica come ad esempio Monte Bibele, Confienti, ecc. Proprio per quest’ultimo toponimo è utile ricordare che esiste anche un Gonfienti (o Confienti) nella zona del Pratese, dove il terreno ha restituito cospicui reperti, appartenuti agli abitanti dell’antica città etrusca, gemella di Marzabotto (Misa?).

I Celti oltre a imporre le loro leggi e il loro metodo di vita alle popolazioni locali, estesero pure le loro conoscenze e la loro cultura. In particolar modo nella zona rileviamo una capacità di lavorazione dei metalli molto avanzata, tuttavia

con peculiarità che sono da associare più alla cultura celtica che non a quella etrusca. Mi riferisco in particolar modo! alle brocche “a becco d’anatra”, conosciute in ambito archeologico come “Schnabelkannen”, le quali differiscono per certi particolari decorativi a quelle più propriamente etrusche. E’ il caso della “brocca a becco” di Settefonti presso Ozzano (BO), che è caratterizzata da una placca decorativa metallica intagliata, posta nella parte inferiore dell’ansa. Tali brocche, erano presenti anche in molte zone dell’Etruria meridionale, oltre ad essere diffuse nell’Etruria padana , nell’area veneta e nella regione medio-renana. Di particolare interesse sono le tombe rinvenute nella zona di Monterenzio Vecchio. Si tratta di tombe ad inumazione, dove insieme all’inumato e, a lato di questo, veniva posto il corredo composto da vari elementi. Fra questi l’elmo, che differiva da quello propriamente etrusco, per avere sulla sommità una specie di “bottone” metallico e i para guance con bottoni o borchie.

L’elmo veniva posto sopra l’anca sinistra del defunto e copriva in parte la spada. Facevano parte del corredo, oltre all’elmo e la spada, oggetti personali come un nècessaire per toilette composto da cesoie, rasoio, strigile, oltre al vasellame usato per il cerimoniale del banchetto. Le
tombe , pur essendo caratterizzate da particolarità celtiche, esse tuttavia trovano riscontri in necropoli di Bologna e della Toscana. Molto interessante è una foto ottocentesca della tomba Benacci 953, che ha chiare similitudini con le tombe di Monterenzio Vecchia, ad esempio la tomba 36 con

i resti di un adulto di sesso maschile, di cui abbiamo già parlato sopra. Il sito di Monterenzio Vecchio è molto importante dal punto di vista! archeologico poiché evidenzia in modo chiaro la fusione di due culture diverse come l’etrusca e la celtica e le risultanze sul piano pratico della lavorazione dei metalli. Le necropoli! etrusco-celtiche della Valle dell’Idice che comprendono le lacalità di Monte Tamburino, Monte Bibele e Monterenzio Vecchia, hanno restituito reperti di importanza notevole come ad esempio,! i vari Kyathoi (non ci deve impressionare il nome greco) che erano dei picoli recipienti con manico (ansati) e che servivano per mescere e mescolare il vino con acqua. Oltre a questi troviamo a Monterenzio i colini in bronzo, che sono molto, molto simili ai colini usati oggigiorno. Nel linguaggio archeologico tali “colini”, così definiti da noi toscani ed emiliani vengono chiamati “colatoi”, che nella lingua italiana tale nome mi sembra abbia un altro significato. Particolarmente belle sono anche quelle che vengono definite, con un termine latino, le situle. Si tratta di secchi da pozzo, che hanno forma ovoidale che si rastrema sulla sommità, lasciando aperto una “bocca”. Il secchio è munito di un manico sempre metallico, talvolta decorato. Noi in toscana, fino a non molto tempo fa, chiamavamo questi secchi “mezzine”, mentre nella cosiddetta Romagna Toscana, nelle zone di Carburaccia, Visignano, ecc, che sono luoghi vicini a Monterenzio la chiamavanono “mesèna”.

Ciò mi farebbe capire che il vero nome etrusco era appunto

questo: “mesèna”. Oltre a quanto sopra descritto, molto importanti sono anche gli ‘specchi’ di bronzo, i quali avevano spesso un manico di avorio e decorati nella parte concava con scene tratte dalla mitologia. Per quanto riguarda il nome originale etrusco di questo oggetti, definiti “specchi”, secondo la stragrande maggioranza dei linguisti ed archeologi, sarebbe “malèna”. Il Pittau, insigne linguista, nel suo libro “Testi Etruschi”, Bulzoni Editore, 1990 traduce questa parola (malèna) con “dono”: “MI MALENA LAR5IA PURUHENAS” (Io sono un DONO di Larth Purennio). Poi lo stesso Pittau ci ripensa e, sette anni dopo, nel suo libro “La lingua etrusca” , Insula, Nuoro 1997, traduce la parola “malèna” con ‘specchio’. Io sarei, semmai, d’accordo con il Pittau con la prima traduzione per il semplice motivo che tali oggetti definiti ‘specchi’, secondo la mia modesta opinione non sarebbero affatto tali. Infatti nelle lingue scandinave e anche nella lingua tedesca “malen” significa “dare una tinta, pitturare, verniciare; “Maler” (pittore); Malerei (pittura), ecc. Quindi io ho l’impressione che tale utensile femminile con manico, composto da un disco metallico, con un piccolo bordo appena appena rialzato, non fosse altro che una “tavolozza”, sulla quale le donne etrusche stendevano le terre colorate per “truccarsi” il viso. D’altronde io sfido chiunque a rispecchiarsi con questi “specchi” dalle superfici coperte da disegni graffiti e per loro natura (bronzo) non riflettenti.

Per concludere vorrei dire, a chi ancora non è a conoscenza,

che proprio a due passi dal confine nostro toscano con quello dell’Emilia esitono questi interessantissimi siti (Monte Bibele, Monterenzio Vecchia, ecc) ed un museo! che veramente vale la pena di visitare: il Museo “L. Fantini” di Monterenzio.

Paolo Campidori
HYPERLINK “mailto:paolo.campidori@tin.it”paolo.campidori@tin.it HYPERLINK “http:// http://www.paolocampidori.eu/”www.paolocampidori.eu HYPERLINK “mailto:museomonterenzio@yahoo.it”museomonterenzio@ yahoo.it
www3.unibo.it/archeologia Bibliografia:
AA.VV – I bronzi degli Etruschi e dei Celti nella Valle dell’Idice – Editore Museo Civico! Archeologico L. Fantini di Monterenzio (BO);
Massimo Pittau – Testi Etruschi – Bulzoni Editore – Roma 1990
Massimo Pittau – La lingua Etrusca – Grammatica e lessico – Insula, Nuoro, 1997
Emilio Bidoli – Guido Cosciani – Dizionario Italiano- Tedesco e vic. G.B. Paravia, Torino, 1959
Le fotografie sono di proprietà del Museo Luigi Fantini di Monterenzio e tratte dal “Quaderno – I bronzi degli Etruschi e dei Celti nella Valle dell’Idice – Op. cit.”
!
Bibliografia: AA.VV – I bronzi degli Etruschi e dei Celti

nella Valle
dell’Idice – Editore Museo Civico! Archeologico L. Fantini di Monterenzio (BO);
Massimo Pittau – Testi Etruschi – Bulzoni Editore – Roma 1990
Massimo Pittau – La lingua Etrusca – Grammatica e lessico – Insula, Nuoro, 1997
Emilio Bidoli – Guido Cosciani – Dizionario Italiano- Tedesco e vic. G.B. Paravia, Torino, 1959
Le fotografie sono di proprietà del Museo Luigi Fantini di Monterenzio e tratte dal “Quaderno – I bronzi degli Etruschi e dei Celti nella Valle dell’Idice – Op. cit.”
IL TEMPIO E LA RELIGIOSITA’ DEGLI ETRUSCHI !Il tempio nasce dalla necessità di ospitare il dio o gli dei. Presso i popoli Ebraici nasce dalla necessità di ospitare l’Arca dell’Alleanza, che conteneva le Tavole date dal Signore d’Israele a Mosè. “L’anno quattrocenoottantesimo dopo l’uscita degli Israeliti dalla terra d’Egitto, l’anno quarto del regno di Salomone su Israele, nel mese di Ziv (cioè nel secondo mese della primavera) egli dette inizio alla costruzione del tempio del Signore” (I Re 6,1-2) (*). La Bibbia continua: “Il tempio costruito dal Re Salomone! per il Signore aveva sessanta cubiti di lunghezza, venti di larghezza, trenta cubiti di altezza” (Il cubito era una unità di! misura e corrispondeva! a 45 cm del nostro sistema metrico decimale. Pertanto le dimesioni effettive del tempio erano le seguenti: lunghezza 27 metri; larghezza 9 metri; altezza 12,9 metri). Davanti all’aula del tempio Salomone

fece costruire il vestibolo lungo 20 cubiti nel senso della larghezza (del tempio) e profondo 10 cubiti.! “Per la costruzione del tempio venne usata pietra intatta di cava”. I Lavori durarono sette anni e terminarono nell’anno undicesimo , nel mese di Bul (che è l’ottavo mese e il secondo mese dell’autunno). Ricapitolando: il tempio fatto costruire da Salomone aveva forma parallelepipeda le cui misure corrispondevano a mt. 27x9x12,9 (h). Davanti all’aula c’èra il vestibolo la cui larghezza corrispondeva alla larghezza del tempio, cioè 9 metri e la profondità era di 4,5 metri. Con il vestibolo il tempio misurava mt 31,5x9x12,9(h).

I muri esterni!furono costruiti in “pietra intatta di cava” e, nella Bibbia vengono aggiunte un paio di informazioni che ci sembrano utili da tenere in considerazione. La prima testimonianza riferisce che “durante i lavori del tempio non si udirono martelli, piccone, o altro arnese di ferro”; questo significa che i conci di pietra per costruire i

muri furono lavorati direttamente nella cava di estrazione che si trovava in altro luogo. Un’altra indicazione importante ci viene riferita a proposito della manovalanza impiegata e della reperibilità dei fondi necessari.

Per reperire soldi e materie prime, Chiran, re di Tiro, in cambio di pace e alleanza con Salomone gli fornì legname di cedro e di cipresso più ventimila kor di grano e venti kor di olio puro. Per quanto riguarda le maestranze, architetti, scalpellini, muratori, falegnami, ecc. Salomone non si fece nessun scrupolo avvalendosi del metodo del lavoro forzato,

procedimento seguito anche dai sovrani dell’antico Vicino Oriente, questi forzati, oltre a costruire il tempio dovettero anche costruire una bella reggia per il loro Re Salomone (tutto gratuito). E poi ci chiediamo se Salomone fosse sapiente oppure no? Era anche furbo!!!!La descrizione della costruzione del tempio ebraico, non deve indurci in errore e cioè, non dobbiamo pensare che tutti i templi dell’antichità, compresi quelli etruschi dovessero avere le stesse caratteristiche e la magnificenza del tempio di Salomone. Il tempio etrusco differisce molto dal tempio sopra drescritto, in particolar modo in epoca arcaica. Contrariamente al tempio di Salomone che aveva i muri in pietra e il tetto in tavole di legno; quello etrusco arcaico era in legno, rivestito ai lati di lastre fittili (antepagmenta) decorate a rilievo o dipinte. Il tetto era rivestito con tegoli e coppi (embrici e tegole come diciamo in Toscana), ed era caratterizzato da una sola cella. Più tardi il tempio etrusco assumerà un’altra forma, come ci testimonia Vitruvio, e cioè esso era

composto di tre celle, corrispondenti ognuna a una divinità diversa. A questa tipologia sopravviverà tuttavia quella del tipo normale di tempio, costruito con una sola cella.
Il tempio aveva spesso un pronao che era il proseguimento delle alae, cioè delle mura del tempio. Il tempio arcaico di Fiesole, era formato da tre celle, con un pronao sorretto da colonne, con capitello dorico, echino e abaco, prive di scanalature e fornite di base. E’ però probabile che la tripartizione dell’aula del tempio fiesolano sia avvenuta in

epoca romana, quando, dalla prima metà del sec. II a.C., in ogni colonia romana veniva eretto un tempio alla triade capitolina e che prima di questa! epoca esso fosse ad aula unica. Gli Etruschi hanno dimostrato sempre una grande religiosità,! che era però diversa da quella dei Romani e il filosofo Seneca ci spiega il perché: “Hoc inter nos et Tuscos….interest: nos putamus, quia nubes collisae sunt, fulmima emitti. Ipsi extimant numes collidi, ut fulmina emittantur; nam, cum omnia ad reum referant, in ea opinione sunt, tanquam non, puia facta sunt, significent, sed quia significatura sunt, fiant (Seneca Quaest. Nat. II, 32,2) (La differenza fra noi Romani (e Greci) sta nel fatto che noi crediamo che i fulmini scocchino a causa

dell’urto fra le nubi, mentre essi, al contrario, ritengono che siano le nubi ad urtarsi per far scoccare i fulmini). Dove sta la differenza? Non possiamo dire che i Romani diano una spiegazione più scientifica degli Etruschi, poiché anche quest’ultimi ravvisano scientificamente la causa che è all’origine della deflagrazione dei fulmini. La differenza invece si deve ravvisare nella maniera in cui viene a verificarsi questo femomeno naturale.

I Romani, danno una spiegazione “laica”, nel senso che il fenomeno per loro non è legato a nessuna volontà divina, ma solo naturale. Gli Etruschi invece, più religiosi, sono del parere che (come dice il proverbio): !“Non si muove foglia senza che Dio non voglia”. Per gli etruschi, dunque, i fenomeni naturali, sono comandati dagli dei. Non è scaramanzia quella degli etruschi, è religiosità vera. Essi

non avevano una religione “pantofolaia” e di facciata come i Romani, i quali accettavano nel loro Pantheon anche gli dei sconosciuti degli stranieri.
Un altro tempio molto importante, risale nella sua prima costruzione arcaica al VI sec. a.C. è !il tempio Grande di Vulci, a nord del Foro, il! quale per le sue dimensioni era molto più grande del tempio di Salomone. Esso era lungo 42,60 metri !(circa 94 cubiti) e largo 28 (62 cubiti). Il tempio poggiava! su una piattaforma in filari di nenfro. L’edificio di culto si presentava a cella unica, circondata da un colonnato a quattro colonne sui lati brevi e sei su quelli lunghi che sorreggevano la copertura a doppio spiovente decorata con statue di terracotta. Non sappiamo a quale divinità il tempio venne consacrato, forse essa è collegabile con la statua acefala di Prassitele conservata nell’Antikensammlungen di Monaco di Baviera. Quando decade il tempio in linea generale? Quando viene meno la sua funzione originale, cioè quella di ospitare il dio e il tempio diventa più o meno un “mercato”. (Gesù salì a Gerusalemme e trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e là, seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti dal tempio, con le pecore e i buoi…N.T. Giovanni 2,23)

Presso gli ebrei la decadenza avviene già quando essi tradiscono la legge di Jaweh. Tradendo il “Patto” e tornando ad adorare gli idoli e Mammona, essi compiono ciò che a Dio era più abominevole. L’oro e l’argento tornano ad essere per i discendendi di Mosè qualcosa di

attraente, di ineluttabile.Essi non cedono alla tentazione e si costruiscono un vitello d’oro. “Certo l’argento ha le sue miniere e l’oro un luogo dove si raffina. Il ferro lo si estrae dal suolo, il rame si libera fondendo le rocce….Ma la sapienza dove si etrae? E il luogo dell’intelligenza dov’è?… (Giobbe, 28,1,12) Così Giobbe si rivolge sconsolato agli Israeliti e conclude: “Ecco, il timore del Signore, questo è sapienza, evitare il male, questo è intelligenza”.

Non da meno si comportarono gli Etruschi e altri popoli italici. Noi usiamo dire in Toscana a chi non pensa altro che al denaro !“i soldi gli hanno dato alla testa”; così agli Etruschi dette alla testa il ferro che estraevano dalle loro miniere in Toscana nel Lazio; questo metallo equivaleva all’oro di oggi. Essi divennero in poco tempo così ricchi che le loro abitudini e il loro modo di vita sfociò in quella immoralità e in quella scostumatezza che tutti conosciamo. Al pari di loro si comportarono Greci e Romani. A questo punto i templi e le religioni persero il loro valore originale diventando niente più che belle tradizioni, bei luoghi da visitare e abbellire; o! nel caso peggiore dei veri mercati, come indicato dall’Evangelista Giovanni. Purtroppo la storia è fatta di corsi ricorsi, e ciò che è successo anticamente si ripete oggi. Su ciò dovremmo riflettere. Note
(*) Siamo all’incirca nel 970 a.C.
Bibloiografia:
Ranuccio Bianchi Bandinelli – L’Arte Etrusca – Editori

Riuniti – Roma 2005
Leonardo B. Dal Maso – Roberto Vighi – Lazio Archeologico – Bonechi Editore, Firenze 1975
Tesori – Storie e leggende d’Italia – Vulci – Voci dal Pianoro – Anno II – n. 5 Agosto 2004
Marco de Marco – Fiesole – Area Archeologica e Museo – giunti Firenze 1999
Gianfranco Ravasi – Bruno Maggioni – La Bibbia – Via verità e vita – Edizioni San Paolo – Cinisello Balsamo 8Milano), 2009
Fulvio Nardoni – La Sacra Bibbia – Traduzione dai testi originali – Libreria Editrice Fiorentina, 1960
IL MATRIMONIO SECONDO I ROMANI E GLI ETRUSCHI
!Nel diritto romano il matrimonio è regolato nel diritto di famiglia. Dunque bisogna prima analizzare brevemente cos’è la famiglia per i Romani. Dobbiamo distinguere la famiglia intesa in senso stretto (Ulpiano) “Jure proprio familia dicimus plures personas, quae sunt sub unius potestate aut natura aut jure subiectae” (La famiglia in senso stretto è quella formata da più persone che sono soggette ad unica potestà, sia naturale che giuridica). In senso più lato la famiglia: “Communi jure familiam dicimus omnium agnatorum: nam…qui sub unius potestate fuerunt recte eiusdem familiae appellabuntur, quia ex eadem domo et gente prodit sunt”, cioé, si deve intendere per famiglia in senso lato l’insieme delle persone, che se fosse vivo l’ascendente comune in linea maschile, sarebbe sotto la

potestà di lui. Il “paterfamilias” è colui che assicura la solidarietà familiare.
Alla morte del “pater” i figli rimangono insieme uniti in “consortium”. A questo punto possiamo analizzare l’istituto del matrimonio: “Matrimonium est viri et mulieris coniunctio individuam consuetudinem vitae

continens” (Matrimonio è l’unione dell’uomo e della donna, con l’intenzione di esser marito e moglie). Come abbiamo visto il matrimonio è in perfetta sintonia con la “familia” (diritto arcaico). Essendo la famiglia una comunità perpetua e solidale, il matrimonio, contratto nell’ambito religioso, ha la funzione di assicurare la perpetuità della famiglia e del culto familiare. Con il matrimonio la moglie esce dalla propria famiglia per entrare in quella del marito sotto la potestà dello stesso o del padre del marito (manus). Nel matrimonio romano uomo e donna non hanno gli stessi diritti. Pur essendo quest’ultimo irresolubile, salvo alcune giuste cause, il! marito può ripudiare la propria moglie, ma solo in casi stabiliti. La donna, invece non ha facoltà di ripudio. Questo in età arcaica. Il matrimonio classico è ispirato a principi diversi: non essendo più sentita la religione familiare né la perpetuità della famiglia,! viene meno il significato religioso del matrimonio. Il matrimonio si regge su principi nuovi (I sec. a.C.): esso scaturisce dalla volontà dei coniugi di essere considerati marito e moglie (affectio maritalis); il matrimonio comporta l’uguaglianza dei coniugi; il matrimonio non introduce più la moglie nella

casa del marito.
Cosa occorre e quali sono i requisiti per il matrimonio romano? In ordine assoluto essi sono: a) la capacità naturale. Non possono contrarre matrimonio gli uomini (ragazzi) inferiori ai 14 anni e le donne (bambine) inferiori ai 12 anni. Non possono contrarre matrimonio coloro che hanno imperfezioni fisiche di carattere anatomico, e funzionale; b) la capacità giuridica vale a dire essere in possesso dello “status libertatis”, essere cioè uomini liberi e dello “status civitatis”, cioè cittadini romani. Non è valido un matrimonio di un libero con una schiava, né un matrimonio di un cittadino romano con una persona straniera. La bigamia esclude la possibilità di contrarre matrimonio, anzi essa è punita. Per contrarre un valido matrimonio sono inoltre dispensabili: a) il consendo dei nubendi;! b) il consenso del paterfamilias. Alcune situazioni ostacolano il matrimonio: a) la parentela (o affinità) entro dati limiti;! i matrimoni fra senatori e liberte; matrimonio fra adultera e il suo complice, ecc. Al matrimonio sono legate alcune leggi o consuetudini, fra queste, gli sponsali, cioè la promessa di matrimonio conclusa dal pater della donna e il futuro marito, che comportano il pagamento di una penale in caso di inadempimento.
Il matrimonio si scioglie per una serie di cause: a) quando muore uno dei coniugi; b) la prigionia di guerra; per fatti incestuosi; per divorzio. Divorzio per la legge romana è il venir meno da parte di uno o entrambe i coniugi! della

“affectio maritalis”. Si attua mediante una dichiarazione scritta o orale in presenza di due testimoni. Quando si divorzia? “Divortium ex justa causa”, comprende tutta una serie di casi, fra queste: a) adulterio; l’essere andata al banchetto o al bagno con uomini; aver frequentato spettacoli pubblici, senza la volontà del marito; tentativo del marito di prostituire la moglie; rapporti del marito con altra donna, nella casa natale.

Per quanto riguarda gli Etruschi la cosa si complica di molto, non avendo a disposizione alcuna fonte scritta, ma solo raffigurazioni artistiche, su vasi, affreschi, ecc, e, un cospicuo numero di epigrafi tombali o relative alla proprietà terriera, o alla religiosità. In età arcaica, villanoviana, alcune figurine umane, affrontate,! incise su vasi villanoviani e propriamente gli atteggiamenti di queste ci fanno supporre una unione sotto forma di vincolo matrimoniale fra uomo e donna. Questo però, a differenza di quello romano, era basato sull’uguaglianza dei diritti fra uomo e donna. “Paterfamilias” e “materfamilias” rappresentati in un carrello da Bisenzio hanno la medesima altezza e ciò farebbe supporre che siano sentiti sullo stesso piano. Anche per quanto concerne la proprietà essa è un diritto anche femminile. Nelle tombe etrusche infatti è possibile leggere su manufatti fittili e altri oggetti “Io sono di Tito”, oppure “ Io sono di Nuzinaia”. La famiglia, con la sopravvenienza di un ceto elevato, causato dalle ricchezze accumulate, comprenderà anche i servi. Questi ultimi li vediamo indaffarati, nudi o vestiti appena con il classico

‘chitonisco’ mentre servono i loro padroni sdraiati sul letto. Esistono poi, come ho già detto diverse epigrafi. Fra queste citiamo una iscrizione su un sarcofago fenninile di Tarquinia del IV sec. a. C: “Larthi spantui larces spantus sex Arnthal partunus puia”. (Larthia Spantonia figlia di Larce Spantonio moglie di Arunte Partuno). In lingua etrusca “puia” significa “moglie” . La moglie etrusca, a differenza di quella romana, doveva avere molti più diritti e molta più libertà. Essa sedeva nei banchetti o simposi accanto al marito e spesso al nucleo familiare al completo. Aveva, come abbiamo visto, la capacità giuridica di possedere e godere di certi beni; poteva frequentare uomini e spettacoli al pari dell’uomo. L’unica cosa che mi sembra le fosse preclusa erano le cariche pubbliche e religiose. Nelle numerose iscrizioni funerarie non mi sembra mai di aver notato donne magistrato, donne con incarichi sociali o incarichi militari.

Non possiamo davvero spingerci oltre, poiché non sarebbe possibile causa la mancanza di fonti. Forse un giorno nuove scoperte ci permetteranno di dire qualcosa di più sull’argomento ‘matrimonio etrusco’.

Bibliografia:
Giovannangelo Camporeale – Gli Etruschi – Storia e Civiltà – Utet Torino 2008
Massimo Pittau – Testi Etruschi – Bulzoni Editore, 1990 Maurizio Martinelli e Giulio Paolucci – Luoghi Etruschi – Editore Scala – Antella (Firenze) 2006
Pasquale Voci – Istituzioni di diritto Romano – Editore

Giuffré, Milano 1954

TARQUINIA: L’EPIGRAFE DEL ”SARCOFAGO DEL MAGNATE”
Sarcofago detto del “Magnate” dalla tomba dei Partunu. Seconda Metà del IV secolo a.C.

“VELTHUR PARTUNUS LARISALISA CLAN RAMTHAS CULCNIAL ZILX CEXANERI TENTHAS AVIL SVALTHAS LXXXII” (II metà del IV secolo) (Veltur Partuno quello (figlio) di Laris, figlio di Ramta Cuculnia (è morto) esercitando la pretura jure dicundo vivendo gli anni 82) Traduzione di !Massimo Pittau Dizionario della lingua etrusca, pag 105.
(Velthur Partunus, il (figlio) di Laris, figlio di Rama Cuclni, la presidenza per (?) il ceana svolto, anni vissuto 82) Traduzione di Helmut Rix – “La scrittura e la lingua” in “Etruschi una nuova immagine” pag. 224.
Così due illustri linguisti hanno tradotto questa epigrafe. La prima parola a destra in alto “VEL5UR” (da destra verso sinistra; la scrittura etrusca è sinostrorsa) è il nome del “magnate” effigiato in altorilievo sul coperchio del sarcofago. Per la pronuncia della lingua etrusca non dovremmo avere nessuna difficoltà poiché, come afferma Helmut Rix: “Si parte dall’ipotesi che le singole lettere dell’alfabeto etrusco esprimano un valore fonetico analogo a quello dell’alfabeto modello (greco-occidentale) e a quello latino che ne è derivato”. Pertanto la prima lettera una F rovesciata si pronuncerà V; poi E (E rovesciata); l = L (un bastoncino con una sola aletta);

poi 5 sarà il segno del “TH”, poi “V” equivarrà al nostro U; ed infine una D rovesciata con la pancia verso sinistra è il segno della nostra “R”. Dobbiamo tener conto che questa è un’epigrafe! della seconda metà del IV secolo a.C. e che pertanto non si tratta di una iscrizione arcaica, per cui la grafia di certe lettere dell’alfabeto differisce da quella arcaica. Poi abbiamo il gentilizio maschile

“PARTUNUS” (della famiglia Partunu). Qui dobbiamo osservare che la P etrusca è come una L rovesciata. Seguono le parole “LARISALISA CLAN”. “Clan” significa “figlio”; pertanto “larisalisa” sarebbe un patronimico pronominale del pronome “Laris”: (di quello-a (figlio-a) di Laris). Poi “RAM5AS CUCLNIAL”, cioè “Figlio di Ramta Cuculnia”. Nel sarcofago quindi oltre al nome del defunto vengono specificati i nomi dei genitori, in questo caso Laris e Ramtha. Quest’ultima appartiene alla famiglia Cuculnia, nome che corriponde al latino

“cocles” (cieco ad un occhio). Una volta specificato nome e cognome e il nome dei gentitori, la scritta ci dice cosa faceva nella vita Velthur Partunus. Egli era uno “ZILX”. Questo nome è tradotto con “pretura, consolato, magistratura, ecc.) quindi “ZILX CEXANERI TEN5AS” quivale a “mentre esercitava la pretura (o la magistratura)”; “SVAL5AS” (vivente, vivendo); “AVIL” (fino all’età) di 82 anni. E’ qui interessante vedere come venivano rappresentati i numeri: una freccetta rivolta in alto equivaleva a 50; tre crocelline equivalevano a trenta (10+10+10) e due bastoncini a due (1+1); totale 82 anni.

Ricapitolando “VALTER PARTUNO CHE ERA FIGLIO DI LARIS E DI RAMTHA! CUCULNIA E’ MORTO A 82 ANNI QUANDO ANCORA SVOLGEVA LA PROFESSIONE DI PRETORE (A TARQUINIA)” . EPIGRAFE BILINGUE !ETRUSCO-LATINA DI PESARO
!
Purtroppo la lingua etrusca è difficile a tradurre anche nel caso di iscrizioni bilingui come in questo caso. Si tratta di un interessantissima epigrafe, che risolve, almeno in! parte, certi! interrogativi legati al significato di parole etrusche. Essa proviene da Pesaro e si presume sia del I sec. a.C. quando ancora la cultura e la lingua etrusca non erano completamente spente.!!Ho detto sopra che le bilingui risolvono, almeno in parte, i dubbi che esistono sul reale significato di certe parole etrusche, poiché quasi mai le bilingui sono l’esatta traduzione dall’etrusco. In questo caso abbiamo nell’iscrizione sopra riportata l’epigrafe in lingua latina e in caratteri romani: “L.ATIVS.STE.HARVSPE(X)FULGVRIATOR sotto abbiamo la scritta etrusca che si legge da destra verso sinistra: (C)AFATES.LP.LP.NETSVIS.TRUTNVT.FRONTAC Come possiamo ben osservare la lingua etrusca era completamente diversa da quella latina, anche se ci sono delle affinità. Se la lingua etrusca fosse stata dello stesso ceppo, oggi noi non avrenno difficoltà nella sua traduzione. Gli antichi storicici greci e romani dicevano

che in Toscana e nell’alto Lazio si parlava una lingua per essi inintelligibile, misteriosa, che non aveva riscontri in altre lingue parlate nell’Italia antica. Oggi, riguardo alla lingua etrusca sono stati fatti dei notevoli passi avanti , grazie anche al!confronto della !stessa non solo con lingue di!origine mediterranea, ma anche medio-orientale, fra queste le lingue dei popoli dell’antica terra della Mesopotamia. Giovannangelo Camporeale, uno degli etruscologi attuali!che io stimo di più,!nel suo libro “Gli Etruschi – Storia e Civiltà – Utet, 2004”, a pag.199 afferma: “L’interpretazione dell’estrusco, malgrado l’impegno di validi studiosi di diverse generazioni, è una meta ancora lontana. I punti su cui l’accordo è pressoché umanine riguardano le incertezze dei risultati correnti e molti interrogativi tuttora esistenti”. Tuttavia!fra gli studiosi linguisti etruschi possiamo però affermare che esistono i super ottimisti e i super pessimisti. Massimo Pittau! ha fatto un notevole studio sulla lingua etrusca, confrontandola con il lemnio, il lidio, il latino, il greco antico, egli però ha tralasciato il confronto della stessa con lingue dell’area orientale mesopotamica, cosa che invece ha fatto il linguista Giovanni Semerano ed altri.

Un aiuto nell’interpretazione dell’etrusco ci viene dato, come dicevo, anche dalle bilingui, la più famosa mi sembra sia la “Lamina di Pyrgi”; alla cui traduzione si sono cementati linguisti come il Pittau (Vedi M. Pittau – La lingua etrusca – Insula Editore – Nuoro 1997).
Anche questa epigrafe bilingue di Pesaro, che abbiamo

preso in considerazione non corrisponde perfettamente!la truduzione latina con la traduzione etrusca; però è un aiuto notevole e fissa dei punti importanti sul significato di alcune parole. La traduzione latina è questa:

a)!!!“Laris Cafatius Larisis Filius Stellatina haruspe(x) fulguriator” (Laris Cafatio figlio di Laris della (tribù) Stellatina aruspice/interprete dei fulmini);
b)!!! quella etrusca: “Cafates net”vis trutnvt

frontac” (Laris Cafatio (figlio) di laris aruspice e interprete fulgurale)
Sappiamo che gli Etruschi traevano i loro auspici sul futuro, oltre che dall’esame di visceri animali, dal volo degli uccelli, ma anche e soprattutto dall’esame dei fulmini (provenienza, luogo di caduta, formazione degli stessi, ecc.). Questa epigrafe è molto utile poiché ci dice con certezza assoluta che la parola etrusca “net3vis” significa “arupice” e che “frontac” significa ‘fulgurale’, cioè relativo ai fulmini.

Inoltre questa epigrafe bilingue è interessante per alcune lettere dell’alfabeto come la “f” o “h” aspirata che si rappresenta con il segno “8” (vedi scritta). Inoltre, noi sappiamo che nell’alfabeto etrusco esistono solo quattro vocali: a,e,i,u; la vocali e manca la “o” perché sostuituita da “u”. Mentre qui in questa bilingue! di Pesaro del I sec. a.C. compare la “O”! e viene! indicata con il segno:

Come abbiamo potuto constatare l’esame delle epigrafi etrusche è molto interessante e può riservarci numerose sorprese in campo linguistico, ma anche sulla storia del

popolo etrusco.
Paolo Campidori, Copyright Bibliografia:
Giovannangelo Camporeale – Gli Etruschi – Storia e Civiltà – Utet, Torino, 2004
M. Pittau – Testi Etruschi – Bulzoni Editore – Roma, 1990 M. Pittau – Dizionario della lingua Etrusca – Dessì, sassari 2005
Giovanni Semerano – Il popolo che sconfisse la morte – Bruno Mondadori, Milano 2003
VETULONIA: MI CHIAMO AULO FELUSKE
!
Mi chiamo Aulo Feluske e per chi non lo sapesse sono stato un valoroso guerriero. Questa non è esattamente la traduzione della epigrafe inscritta nello spazio che fa da cornice al guerriero; e lo vedremo dopo. Il guerriero Aulo o Avile sta procedendo!verso il campo di!battaglia, incurante degli ostacoli mortali, delle trappole e trabocchetti, come indicato simbolicamente, ma anche realisticamente,!dalla punta di! una lancia che sbuca dal terreno del campo di battaglia. L’incedere del guerriero è deciso, senza titubanza e indica il nemico con l’indice della mano. Aulo ha un arma di offesa, una bipenne, che sarebbe una scure a doppia lama; e uno scudo per la difesa personale. La testa del guerriero è coperta da un elmo sovrastato da una vistosa criniera. Lo scudo è rotondo e presenta una decorazione! esagonale nella quale è inserito un fiore esapetalo (simbolo del sole?). Il guerriero, come usava presso gli etruschi, affronta il nemico completamente nudo e depilato, forse per

non offrire appigli al nemico.
Purtroppo la stele non è integra, manca un piccolo angolo nella parte superiore destra e presenta una lacuna nella parte ineriore destra. Ciò non ci impedisce tuttavia di interpretare l’epigrafe. Devo dire che si tratta di una stele molto importante poiché risale al VII sec. a.C., periodo in cui fu introdotta la scrittura presso gli etruschi. Se la decifrazione dell’epigrafe non presenta difficoltà nella parte iniziale , essa tuttavia, risulta un po’ problematica nella parte centrale e finale. Per la traduzione di questa epigrafe io ho consultato tre testi del Prof. Pittau: “Testi etruschi” del 1990; “Lingua Etrusca – Grammatica e Lessico, 1997” e “Dizionario della Lingua Etrusca, 2005″. In questa epigrafe non ci sono solo difficoltà di traduzione ma anche di decifrazione a causa, come dicevo, delle lacune e delle abrasioni della pietra. La traduzione dell’epigrafe più recente, fatta dal Pittau, !(Dizionario 2005) concorda, più o meno con quella meno recente (Grammatica 1997), e cioè: “(Mi A)uvile3 Feluske3 Tu3nutal Panala3 mini mul \uvaneke Hirumi(ni)a 6ersnala3”. La decifrazione dell’epigrafe in “Testi Etruschi, 1990” è un po’ diversa:
“ (Mi A)vele3 Feluske3 tusnutn(ies) (Pa)panala3 mini muluvaneke Hiruminia 6ersnaxs”. Ovviamente le due decifrazioni dell’epifrafe danno due traduzioni diverse l’una dall’altra. Quella più recente! dà questa traduzione (Dizionario): “Io (sono la stele) di Aulo Falisco (figlio) di Tusnutia (figlia) di Panalio; mi ha donato Hirmia (figlia) di Personalio (Hirmia sarà stata la moglie di Aulo Falisco)”.

La traduzione meno recente (1990), invece, dava questo risultato: “Io sono Aulo Felisco di (figlio) Tussidio (e) di Papania – Mi ha donato Firminio Perugino”. Ovviamente! dovremmo dar credito alla traduzione più recente del Dizionario del 2005, e ciò è ovvio poiché in quindici anni lo studio della lingua degli Etruschi ha fatto passi notevoli ed è normale correggere ciò che era valido nel 1990 e non lo è più nel 2005.

La stele di Aulo o Avile Feluske proveniente da Vetulonia e che si trova a Firenze nel Museo Archeologico, è molto interessante oltre che per la raffigurazione del guerriero armato di bipenne, è interessante pure per la grafia etrusca dei primordi, essendo uno dei primi esemplari di epigrafia etrusca introdotta in Etruria nel VII secolo a.C.. Inoltre l’epigrafe, che non è chiarissima nel suo significato, ci dice che il guerriero era nativo ed originario di Falerii (l’odierna Civita Castellana, Viterbo) in quanto Feluske3, significa appunto questo. Dunque Aulo o Avile potrebbe essere morto in battaglia a Vetulonia! (come potrebbe essere deceduto di morte naturale). Tuttavia la prima ipotesi mi sembra la più convincente, in quanto gli Etruschi, pur non essendo un’entità politica organizzata nel senso moderno, in certi casi le città etrusche si davano reciproco aiuto in caso di guerre (ma non è una regola).

La grafia sella stele, come dicevamo è ‘primitiva’ se possiamo usare questo termine. Ci sono delle particolarità che fanno risalire questo tipo di scrittura appunto alla fase del VII sec. a.C.: la “m” e la “n”, segmentate nella parte

superiore; la “t” con due trattini orizzontali nell’asta verticale, ecc.
Per concludere vorrei espremire il mio giudizio sulla! decifrazione della terza parola della stele, partendo!dall’alto a destra e scendendo verso il basso,!dopo le parole “Avile3” e “Feluske3” c’è la parola “Tsnutn(ies)”, che il Pittau avreva tradotto, nel 1990 “di Tussidio”, poi corretto con “Tusnutal” (di Tusnutia). In realtà non è ben chiaro se l’ultima lettera della parola (indicata nella foto con una freccia) sia una “A” oppure una “N”. Potrebbero essere sia l’una che l’altra; però!io sarei dell’opinione che si tratti di una “N” e quindi, secondo la mia modesta opinione,!la traduzione giusta sarebbe “Io!(sono la stele) di Aulo Falisco figlio di Tussidio” e non “Io (sono la stele) di

Aulo Falisco figlio di Tusnutia”.
Paolo Campidori
“IGNORANZA” SUGLI ETRUSCHI? SOLO LA PUNTA DI UN ICEBERG
Molte volte, capita di avere fra le mani libri di esimii professori, archelogi, glottologi, e studiosi in genere di Etruscologia, i quali fanno risaltare, a prima vista, le copertine, quasi sempre accattivanti e con titoli evidenziatissimi. Parlo di persone specializzatissime in materia, non faccio riferimento ai cosiddetti ‘dilettanti’, categoria snobbata dalle ‘eminenze grigie’ della ‘scienza’ dell’etruscologia. Tuttavia i ‘professoroni’ non tengono in debito conto che alcune delle maggiori scoperte archeologiche, sono dovute proprio alla grande passione e

al formidabile intuito di persone che non avevano niente a che fare con l’archeologia, tanto per citare alcuni nomi: Isidoro Falchi, medico, che ritrovò l’antica città etrusca di Vetulonia, il Dr. Schlieman che ritrovò le antiche città del civilizzatissimo Oriente, Champollion, che decifrò per primo la ‘stele di Rosetta’ e gettò le basi per comprensione della lingua egizia, ecc, lo scrittore Lawrence, ecc. L’elenco potrebbe continuare per molto.

Lasciando da parte i ‘dilettanti archeologi’, oppure i cosiddetti ‘orecchianti linguisti’ voglio prendere in esame alcuni libri, dizionari, traduzioni, ecc. di alcuni autori, nomi altisonanti, che operano in campo archeologico, filologico, etc. etc., ma mi sono promesso, assolutamente, di non fare alcuna citazione né sui libri, né sugli autori. Prendo a caso uno dei molti Dizionari della Lingua etrusca; una traduzione di epigrafi; una ricerca sulle origini del popolo etrusco; una ricerca delle origini della lingua etrusca. Leggo con interesse, quanto da essi asserito nei loro libri, anzi, mi soffermo su alcune “Introduzioni” ai libri stessi e mi accorgo che l’Autore o certi Autori, sono più preoccupati a dire cose che !non siano in conflitto con certi etruscologi ‘capi-scuola’, cioè coloro che hanno preso in eredità la scuola dei vari Pallottino, ecc., il quale ormai, per alcuni è diventato inattaccabile, non minimamente scalfibile. Si devono accettare le sue teorie, così come sono, punto e basta. Insomma certi! Autori di libri sugli Etruschi, stanno più attenti a essere “allineati”, oppure (per usare un termine poco corretto) “politically correct”, senza curarsi

del fatto di dire o scrivere delle sciocchezze. Ovviamente la mia non vuole essere una generalizzazione, ci sono archeologi seri, ben preparati, che tuttavia, per la posizione che occupano o per amicizia verso l’archeologo Tizio o il linguista Caio, per non entrare con essi in conflitto, sono costretti a tacere.

Ma torniamo ai libri dei “Prof”. Superate le incertezze e i “patetismi” delle accennate “Introduzioni”, come molte volte mi capita, non solo leggo i libri di questi ‘scienziati’, ma addirittura tante volte li studio. Purtroppo però, il più delle volte mi capita, che, nello stesso argomento, l’esimio ‘prof” X è in contrasto con ciò che dice l’illustre ‘prof’ Y. Allora il dubbio mi tormenta. Se l’archeologia, se l’etruscologia, e, in particolare la linguistica, sono scienze, e scienziati sono coloro che studiano queste discipline, dovrei avere delle risposte univoche su tante materie, o tutt’al più pressoché combacianti. A meno che, come si usa dire per la matematica – che la essa non è un’opinione- Allora dobbiamo chiederci se la scienza etruscologica è veritiera, oppure se non si tratta di scienza, ma di qualcosa che aspirerebbe ad essere scienza ma (almeno per il momento) non lo è in maniera sufficiente. Non parlo delle date degli avvenimenti storici, sui quali abbiamo sufficiente garanzia, poiché tramandati da autori antichi e neppure parlo delle regole generali sulle quali si fonda l’archeologia moderna. In questo campo, specie nel campo del restauro, sono stati fatti passi da giganti, grazie anche ai mezzi tecnologici messi a disposizione degli archeologi e dei

restauratori. Tuttavia, secondo me, si potrebbe discutere sulla validità di certe attribuzioni, ma soprattutto della datazione dei reperti. Girando e visitando i musei archeologici, ho visto nelle vetrine degli stessi oggetti catalogati come etruschi e i medesimi IDENTICI oggetti catalogati di epoca medievale. Oppure reperti risalenti al VII sec. a.C. e gli stessi oggetti, con stesse caratteristiche, in Musei Orientali, catalogati al XVI-XV secolo a.C. Molto poi ci sarebbe da dire sul famoso isotopo Carbonio 14, usato per la datazione di reperti e su certi risultati, ottenuti con il DNA, a proposito della ricerca dell’origine (provenienza) degli Etruschi.

Riguardo a questi argomenti le opinioni sono molto contrastanti, specialmente fra i così designati “addetti ai lavori”. Fra di loro ci sono studiosi che ormai danno tutto per scontato, tutto risolto, insomma, certuni, forti che la loro tesi è avallata dal ‘prof’ Tizio o dal ‘prof’ Caio, affermano che le loro asserzioni sono ‘definitive’, sono ‘inoppugnabili’, ‘inappellabili’, ecc. Insomma, per questi ‘pilastri’ dell’Etruscologia, tutto è risolto (forse, sarebbe meglio tutto è ‘risotto’? Scusate la !brutta battuta!), non ci sono misteri, né sulle origini, né sulla provenienza (in quanto gli Etruschi non provengono da nessuna parte, sono stanziali, o meglio, come usano definire gli specialisti riempiendosi la bocca: ‘autoctoni’), né sulla lingua, insomma – per essi – gli Etruschi erano uno dei tanti popoli italici, i quali hanno fatto la stessa fine di tutti gli altri popoli pre-romani, per essersi opposti ai grandi Imperatori

Romani ‘civilizzatori’ dell’Italia antica, dell’Europa e del Vicino e Medio Oriente . Direte voi: “Sic transit gloria mundi?” Sì, però la frase! può essere riferita ai popoli vinti, come anche ai vincitori)

Però, !la Tabula Cortonensis è stata tradotta in mille modi diversi, oppure i famosi cippi fiesolani, i cosiddetti “tular”, non solo sono stati tradotti in maniere diverse, ma sono stati addirittura “letti” (decifrati) differentemente da uno studioso all’altro, dato che, ad esempio, un ‘prof’ ha scambiato una ‘P’ etrusca per una ‘T’, e via discorrendo. Questa è solo la punta di un iceberg che ci fa capire quanto siamo ancora lontani dalla conoscenza degli Etruschi e della lingua etrusca e quanto siamo ancora lontani da poter definire l’Etruscologia una scienza esatta. ! E’ perfettamente, non dico inutile, perché niente è inutile, anzi, è proprio il contrario, ma è un controsenso vedere pubblicati certi ‘vocabolari’, i cui vocaboli sono al novantacinque per cento nomi propri di persona e del restante cinque per certo ci si avvale dei dubitativi: ‘probabilmente’, ‘forse’, ‘significato ignoto’, ecc. Un altro problema: la lingua etrusca è indo-europea? Sarà indo- europea, ma se, per definirla ciò, si fa un raffronto sui numerali da uno a dieci, dovremmo almeno ammettere che numeri etruschi e numeri latini o di altre lingue sicuramente indo-europee, sono completamente diversi. Esaminiamo i numerali etruschi: thun (uno), zal (due), ki (tre), huth (quattro), mac (cinque), 3a (sei), semph (sette), cezp (otto), nurph (nove), sar (dieci).

Per quanto infine concerne l’Origine (intesa come proveniEnza) degli Etruschi, qui siamo proprio nel marasma più completo: vengono dall’Oriente, dal Nord Italia, dall’Ungheria, dal Mare Egeo, dall’isola di Lemno, dall’Africa, dai mari più sperduti, dalla Sardegna, dall’India, dall’Estremo Oriente, dall’Egitto, dalla scomparsa isola di Atlantide, dall’America meridionale, oppure, sono autoctoni, e, c’è chi ha azzardato anche che siano extra terrestri, venuti da pianeti di qualche sconosciuto sistema solare.

Non parliamo poi di mille altre cose che per certuni i quali asseriscono, ad esempio per quanto riguarda la lingua, che: “il problema non esiste”, o meglio ”esiste solo un qualcosa di cui non abbiamo conoscenza o abbiamo una conoscenza superficiale, ma che il problema verrà risolto”. Si, però una semplice frase, elementare, come “Mi spanti Nuzinaia”, viene tradotta come: “io sono il piatto di Nuzianaia” oppure “Io sono Nuzinaia”, che mi sembra ci sia una bella differenza. Senza parlare della pretesa che hanno alcuni ‘prof’ nel DEFINIRE! gli Etruschi nel suo complesso (la carta di identità di una popolazione): “Gli Etruschi sono un popolo vissuto fra il IX-I sec. a.C., che abitava il territorio fra Arno e Tevere”. Poi inevitabilmente si arriva alla ‘definizione’ vera e propria degli Etruschi. Sarebbe come dire: “dammi una definizione degli Italiani”. Mi sembra assurdo, certamente gli italiani dell’XI secolo erano sicuramente diversi dagli Italiani del Rinascimento o del XX secolo, per una infinità di cose. Tuttavia anche in

questo caso si danno delle definizioni ‘categoriche’, ‘scientifiche’, ‘inoppugnabili’. Degli Etruschi si dice che sappiamo “vita, morte e miracoli”. Io dico, beati coloro che hanno tante certezze, tanto ‘sicure’ da scrivere libri, vocabolari, ecc. per poi sentire dai loro illustri colleghi “tutto e il contrario di tutto”.

Vogliamo allora fare una cosa saggia, come, ad esempio, quando non riusciamo a capire un libro perché troppo difficile per noi in quel momento? Ebbene, lo chiudiamo, lo riponiamo con cura negli scaffali della nostra libreria, e lo andremo a riprendere al momento opportuno, e cioè, quando saremo in grado di poterlo capire. Si tratta solo di avere un po’ di pazienza.

Ciò non significa che la ricerca non debba andare avanti, semmai !dobbiamo assolutamente cercare di non dire sciocchezze inutili. Ciò può capitare a tutti, anche al sottoscritto!

DECIFRIAMO UNA EPIGRAFE ETRUSCA NEL MUSEO DI FIESOLE (FIRENZE)
Nel museo archeologico di Fiesole (Firenze)
Prima di tutto dobbiamo dire che, in genere, la scrittura etrusca è sinistrorsa, come in questo caso, cioè l’epigrafe va letta da destra verso sinistra. La prima lettera che noi vediamo all’estrema destra è una “M”, vale a dire un bastoncino al quale è collegata una specie di seghetta a tre denti (se i denti fossero stati due, sarebbe stata una “n”). Lo stile della scrittura, come pure la forma della “m” ci fa capire che si tratta di una epigrafe abbastanza! arcaica,

possiamo azzardare e collocare questa scritta fra il! VI e il V secolo a.C. La seconda lettere è una “i”, un semplice bastoncino verticale. Qui finisce la prima parola “Mi” che significa “Io”. Poi vedremo cosa sorttintende questo “Mi”. Ad esempio “Mi ma” significa “io sono”. In questo caso però il “mi” sottindende un verbo, e cioé “io (appartengo)”, oppure questa “(questa urna appartiene) a..”. La terza lettera!è una “a” ed!ha la forma di una una “a” rovesciata, cioè ha un andamento destra-sinistra. La quarta lettera che, come grafia è simile ad una “d” del nostro alfabeto,!è in realtà una “r”. La quinta lettera! a forma di ipsilon “y” è in realtà una “u”. Segue poi la sesta lettera che è una “n”. Osservate che in confronto della “m” ha un! dentino in meno. La settima lettera è un cerchiello con un puntino nel mezzo.

Questo segno equivale al suono “th”, che esiste anche nella lingua inglese, ad esempio “that” (quello). L’ottava lettera, l’abbiamo già trovata è una “i”. Anche la nona lettera, una “a” l’abbiamo già trovata. Qui si conclude la seconda parola “Arunthia”, che messa insieme all’altra parolina diventa “Mi Arunthia” Vediamo la terza parola dell’epigrafe. Essa comincia con una “m”, l’abbiamo già trovata, poi una “a”, anche questa già conosciuta, poi una “L”! una stanghetta verticale, con un’altra più corta obliqua, una specie di gancio; poi ancora una “a” ed una “m”. La quindicesima lettera contando dalla destra verso la sinistra è una “e” rovesciata, un po’ particolare con le tre stanghette rivolte verso il basso, poi una “n”, seguita da unp’altra “a”.

Conclude la terza parlola dell’epigrafe un segno a forma di “M”. Però non si tratta di una “m” bensì si una “s” (arcaica). Pertanto la scritta completa risulterà la seguente: “MI ARUNTHIA MALAMENAS”. Ora siamo in grado di tradurre l’intera epigrafe: “IO (APPARTENGO) AD ARUNTE MALAMENIO”. Essendo l’urnetta ricavata in tufo, vale a dire una pietra locale vulcanica potremmo azzardare l’ipotesi che questo importante!reperto, esposto nel Museo Archeologico di Fiesole, sia in realtà di provenienza della Tuscia laziale,! prababilmente della zona del Viterbese e risalga al V secolo a.C.

LA FORTUNA “IMPROVVISA” DEGLI ETRUSCHI* (*con aggiunta di note esplicative) !
La fortuna “improvvisa” degli Etruschi, o per lo meno di quei popoli che abitavano la Toscana e il Lazio, fra il fiume Arno e il fiume e il fiume Tevere, è da ravvisarsi sicuramente nell’estrazione e nella lavorazione dei minerali che si trovavano in abbondanza all’Elba, come sulle colline metallifere dell’entroterra toscano-laziale.

Fra l’VIII e il VII secolo si assiste ad un cambiamento “improvviso” del modo di vivere di queste popolazioni, che noi, per semplificare le cose chiamiamo “Etruschi”. Questo cambiamento nella vita di queste popolazioni tosco-laziali, almeno ai nostri occhi o secondo le nostre conoscenze (ma, non è così) cambia in modo radicale, con una certa rapidità. La civiltà cosiddetta “villanoviana” viveva in grosse capanne, seppelliva i loro morti in pozzetti, scavati nel terreno e nella roccia, entro vasi di terracotta, dopo averli

cremati; adorava gli dei e li rappresentava con simboli e graffiti su vasi, utensili, !come la cosidetta svastica; costruivano gli !utensili per il fabbisogno domestico con materiali quali l’argilla, il legno, l’osso, l’avorio, ecc., ma conoscevano bene anche l’estrazione e la lavorazione dei metalli, la quale non avveniva a carattere, come diremmo noi, “industriale”, ma solo ARTIGIANALE, ossia, per il loro bisogno personale e del gruppo familiare. Non esisteva ancora in quei popoli, molto intelligenti, ma ancora un po’ primitivi, l’idea di arricchimento, come la concepiamo noi oggi. L’arricchimento semmai, era dovuto all’accentramento dei capi di bestiame, e, forse, più tardi, con la concentrazione delle proprietà terriere.

Volterra – Le Balze Volterra era una delle maggioori città dell’Etruria e una delle più ricche. Questa ricchezza fu dovuta anche al notevole sviluppo agricolo della zona Se noi ammettiamo, dunque, che i popoli definiti da noi “villanoviani” da Villanova, presso Bologna (il nome è quanto meno restrittivo, poiché va considerato che questa “multi-etnìa” viveva sia sulle sponde dell’Adriatico, sia nel centro delle regioni Appenniniche, sia sulla costiera tirenica) erano bravissimi nella modellazione e nella cottura delle terrecotte, dei buccheri, ecc. ma anche, come abbiamo detto, nella fusione e nella lavorazione dei metalli, anche preziosi. E’ opinione certa che queste popolazioni avessero raggiunto una tecnologia avanzatissima! (anche se artigianale) per quanto riguarda la costruzione di forni fusori in grado di raggiungere temperature elevate, che

permettevano loro di separare la roccia e il minerale terroso, dal metallo (ferro, rame, argento, ecc.).
Dobbiamo però fare un punto sull’origine di questa popolazione. Dobbiamo chiederci: chi erano questi villanoviani? Chi erano i popoli che abitavano da tanto tempo questi luoghi? Sicuramente dobbiamo dar credito anche a un origine autoctona! di una parte di questo popolo, cioè di coloro che sono nati e cresciuti in questi luoghi, la cui origine si perde nella notte dei tempi. Però non possiamo fermarci qui, dobbiamo cercare di conoscere quali altri popoli formavano quella “multi-etnia”, che noi per semplificare le cose chiamiamo “villanoviano-etrusca”. Dobbiamo chiederci allora, quali documenti abbiamo per affermare questa cosa? Non possiamo certo risalire all’origine di questo popolo dai reperti archeologici, questi tutt’al più potranno rivelarci a chi sono appertenuti e tutta un’altra serie di informazioni e la loro databilità compresa fra il IX-XIII sec. a-C. e il II sec. a.C.

Questi simboli, queste croci uncinate, mezzelune, stelle, ecc. che si trovano graffite nei recipienti di terracotta, nelle tombe a pozzetto, segnalate esternamente con simboli che si rifanno al passagio dell’aldilà a forma di uovo, oppure simboli che definivano il sesso del defunto, come simboli fallici, ecc., non ci danno un indizio sicuro, ma ci dicono soltanto che essi si rifanno a popolazioni probabilmente semitiche molto antiche provenienti dai territori della Mesopotamia.
Perche possiamo ipotizzare questa cosa? Popoli semiti,

hittiti, cassiti, dei territori di Babilonia, della Siria, hanno in comune con i cosiddetti “villanoviani” certi tipi di credenze, certi simboli come la stella, la luna (1), !rasoi A FORMA DI MEZZALUNA ecc. ecc. Sono solo mode importate? Questa cosa mi sembra improbabile. Dobbiamo invece pensare, con una certa serietà, che la Toscana, in epoche imprecisate, è stata “occupata”, ovvero

“invasa” (probabilmente anche amichevomente, ma la cosa mi sembra improbabile) da popolazioni medio-orientali e dell’Asia. Non abbiamo, tuttavia, nessuna certezza di questo. Dobbiamo chiederci allora, cosa potrebbe venirci in aiuto per dare una certa consistenza a questa teoria?

La risposta sarebbe la scrittura. Se in Etruria nell’IX-VIII i villanoviani avessero avuto una scrittura uguale o simile, ad esempio a quella di antichi popoli orientali ed avessero parlato le relative lingue, questo ci avrebbe dato un sicuro indizio che i “Villanoviani” (non ancora definiti Etruschi) potrebbero essere originari di quei luoghi.

Purtroppo, però, la scrittura, inizia nel periodo fine VII secolo, quando i “villanoviani” non sono chiamati più con quel nome, ma con il nome “Etruschi”. Questo nome, come quello per i villanoviani, lo abbiamo ‘coniato’ noi, essi (etruschi), in realtà, si definivano “Rasena” o
“Rasenna” (nome del quale io ho ipotizzato, tempo fa, in un’altra mia ricerca, la sua traduzione in: “popolo che si radeva col rasoio”, o, in sub-ordine, popolo che adorava “la luna” (*), oppure, ancora “il popolo del Capo, dalla radice semitica Ras”)

Populonia – Necropoli di San Cerbone. populonia dovette la sua fortuna alla estrazione del prezioso metallo: il ferro, allora elemento essenziale per la vita e per la guerra. Le tombe principsche furono il risultato di questa ricchez all’estrazione del metalloza raggiunta dovuta

Cioè la scrittura sulle urne, negli affreschi tombali, ecc. nel periodo di quel cambiamento che a noi pare “repentino”, ma, in realtà, !non lo è più di tanto. Che tipo di lingua è? Si tratta di un alfabeto greco, mutuato dai greci della città antica di Cuma (città campana già colonizzata dagli Etruschi) con una particolarità importante: la scrittura è sinistrorsa. Mi domando allora: perché mutuare un alfabeto da una lingua straniera come il greco antico e poi scrivere da destra verso sinistra (con le dovute eccezioni) e non da sinistra verso destra, come usavano i greci antichi? Posso, per questa ragione, essere autorizzato a pensare che ci sia stato un apporto medio orientale di popolazioni, semite (2) (in modo particolare) e altre dei territori della Mesopotamia, verso il XII-XI secolo a.C o precedenti? A me questa cosa sembra del tutto possibile, anche perché in Toscana sono sempre esistite (ed esistono tutt’ora) numerose comunità di origine semita, che vivono proprio come vivevano i villanoviani e gli Etruschi e i popoli orientali con i quali !hanno in comune moltissimi usi e tradizioni. Questi usi e caratteristiche sono, ad esempio, il pane insipido toscano, la scrittura sinistrorsa (cha abbiamo già detto), il modo di vivere in comunità organizzate in paesi arroccati sulle colline, paesi che hanno tutti le stesse

caratteristiche, basti pensare a Pitigliano, Sorano, Campiglia, Suvereto, Castagneto Carducci, Populonia, Talamone ecc. ecc. dove tuttora vivono comunità, oggi dette di ebrei, oppure sono discendenti dalle stesse; alla stessa “c” toscana gutturale, detta “gorgia toscana”, alla superstizioni e ai gesti scaramantici, ecc., come l’uso delle corna, fatto con l’indice e l’anulare della mano, le cosiddette “fiche”, ecc.

Ma tantissime altre sono le caratteristiche che legano la civiltà villanoviano-etrusca, ai popoli di origine Semita, bisognerebbe fare un elenco lunghissimo. Dunque “villanoviani “autoctoni” (mi si perdoni questa definizione alquanto riduttiva del popolo etrusco) ma mescolati con popolazioni di origine orientale e forse (solo più tardi, con i Fenici) africane. Gli stessi etruschi definivano la loro etnia “Mexlum Rasneàs” e non ci vuole molto a capire che si tratta di una “mescola”, di un insieme di razze, riunite sotto un unico Capo (Ras). Inoltre !la cosa non ci dovrebbe meravigliare più di tanto, specialmente oggi, che arrivano migliaia e migliaia di questi profughi da località del medio ed estremo Oriente, per fortuna con intenzioni pacifiche e non come in passato, periodo in cui si registrano invasioni e razzie davvero devastanti, subite dalle popolazioni italiche. (*)

Visto e considerato che la scrittura può essere un aiuto(ma non più di tanto), !per capire l’origine dei villanoviani- etruschi, poiché non basta ritrovare un numero molto limitato di epigrafi (come è stato ritrovatonella piccola isola

di Lemno nel Mar Egeo) per definire con sicurezza che una lingua e una scrittura (della quale noi possediamo invece decine di migliaia di epigrafi) assomigliano all’Etrusco (dobbiamo, in questo caso, definire e limitarci per forza al termine “etrusco” poiché non sappiamo con sicurezza assoluta quale lingua parlassero i villanoviani). Certo, per conoscere l’origine della lingua etrusca, bisognerà considerare un apporto notevole anche !di certe popolazioni popolazioni dell’area dell’Egeo, come ad esempio i Lidi. Ritornando all’argomento. Il cambio di certi costumi, l’adozione della scrittura, non sono elementi fondanti per affermare che il trapasso dal villanoviano all’etrusco sia stato repentino. Ciò proverebbe invece che alla popolazione multi-etnica “villanoviana” si sono aggiunte verso il VII sec. a.C. altre popolazioni, forse anche più progredite, di origine ORIENTALE (3).

Noi possiamo dunque affermare, con sufficiente certezza, che non vi sia stato un passaggio repentino delle lavorazioni dei metalli da forme artigianali e forme “industriali” ma sia stato un passaggio graduale nel tempo. (Questo termine industriale, riferito ai villanoviani- etruschi è un po’ ingenuo. Basti pensare che i popoli da noi considerati estraevano dai minerali solo una piccola parte dei metali che variava dal 30 al 50%). Un “industria” quindi ancora primitiva, ma senz’altro ottima per quei tempi.

E’ probabile che i villanoviani-etruschi, con l’apporto di certe popolazioni, specialmente (potrei ipotizzare anche) gli

Hittiti, che erano “specialisti” nella lavorazione dei metalli, abbiamo dato un apporto decisivo per le tecniche di estrazione del minerale nelle miniere toscane e laziali e per la loro trasformazione in metalli e in armi, in modo particolare. A questo deve aggiungersi il perfezionamento dei mezzi di trasporto, delle navi, in particolare, per i trasporti via mare, e la costruzione di una rete viaria che collegava !fra di loro le città tosco-laziali, di antica tradizione, e città cosiddette più moderne (circa V-IV sec. a.C.), dette “carovaniere”, situate in punti strategici, come Misa (Marzabotto), in provincia di Bologna e Gonfienti (Prato).

Per far capire meglio questo aspetto del cosiddetto “improvviso benessere” degli Etruschi, si potrebbe, ad esempio, fare un grafico, secondo i dettami della moderna statistica. Questo grafico del “benessere” Etrusco, è ipotizzabile, che abbia avuto un andamento crescente ma regolare all’inizio, !dall’VIII al VII secolo, per poi avere una forte impennata nei secoli VII-VI a.Ce una rapida discesa nel sec. V a.C. Questo cambiamento è senz’altro dovuto allo sfruttamento dei minerali così ricchi nei territori tosco-laziali,i Monti della Tolfa, e in Toscana,! in particolare, Elba, Campiglia, Populonia,ecc.

Non è ipotizzabile poter !attribuire questo cambiamento di abitudini e questo benessere esclusivamente all’agricoltura, alla forestazione, all’allevamento e all’artigianato, che sono tipiche di una società agricola, come lo era la cosiddetta società villanoviana.

Dunque gli etruschi debbono ai minerali tosco-laziali e alla estrazione e lavorazione dei metalli quel cambiamento economico, che li fa passare da popolazione semi-nomade a popolazione stanziale; che dalle capanne li fa risiedere in città-stato organizzate con case costruite in pietre murate; che da una religione primitiva, li porta a costruire templi in muratura sempre più belli e complessi; che dalla forma funeraria della cremazione dei suoi morti, si trasforma in inumazione in tombe a tumulo, alcune di queste ricchissime e monumentali, proprio come quelle orientali; che da una forma di baratto, passa ad una forma di monetazione; che da un linguaggio simbolico sacrale passa ad una forma di espressione alfabetica, ecc.ecc.

Si potrebbe fare una equazione, forse un po’ azzardata ma efficace: la società moderna (la !Occidentale nostra per capirsi) si trasforma con l’industrializzazione avvenuta ad iniziare dal XVIII sec. e l’estrazione e lo sfruttamento delle materie prime e del petrolio iniziata agli inizi del sec. XX (energia quest’ultima, !che ha permesso alla società odierna un progresso industriale e scientifico senza pari) come, la società antica villanoviano-etrusca si trasforma con lo sfruttamento intensivo delle miniere e la lavorazione dei metalli.

ARNO: L’ORIGINE ACCADICO-SEMITICA DELL’IDRONIMO (FIUME)!
Sono state fatte tante ipotesi sull’origine di questo idronimo (*) da parte di tanti storici e linguisti. Primo fra questi vorrei citare Massimo Pittau, linguista storico vivente, che

in uno dei suoi ultimi libri “Toponimi (**) italiani di origine Etrusca”, ha definito in maniera quasi telegrafica l’origine del nome: “Arno (fiume, Toscana), è da connettere con il gentilizio femm. Etr. Arnai e con quello lat. Arnius, nonché probabilmente con l’tal. arna,! arnia (voci prelatine, AEI,DELI) (DETR)”.
Forse l’Arno meritava qualche parola in più.
Giovanni Senerano (1911-2005), anch’egli linguista storico di fama a proposito del fiume Arno non si dilunga troppo, e scrive nel suo libro “Il popolo che sconfisse la morte – Gli etruschi e la loro lingua, Bruno Mondadori Editore, 2003”: “Il Devoto (uno dei suoi maestri, linguista) annota tra i nomi mediterranei Arno, “fiume dal letto incavato”. L’etimologia è quella di medioevale arna (la cassa o vaso delle api, istriano arno (insenatura rocciosa). Arnus che richiama il fiume profondamente incassato della Palestina, Arnon definisce il suo significato originario anche attraverso base semitica: accadico aranu”.
Mi sembra che fra i due illustri studiosi ci sia una convergenza sull’origine della parola Arno=arnia, con la differenza che il Semerano si spinge oltre l’etimologia italiana e romano-etrusca fino a giungere all’origine accadica del toponimo.
L’Arno d’argento al Girone-Fiesole (Firenze) Secondo il Pittau (Dizionario della Lingua Etrusca, Libreria Dessì, Sassari, 2005) nella lingua etrusca esiste anche il gentilizio Arnai: “Arnai “Arnia” gentil. Femm., da confrontare con quello latino Arnius (RNG), nonché probabilmente con

l’ital, arna, arnia e con l’idronimo toscano Arno voci prelatine; AEI, DELI) (su vasi; Ad 2.31.32). Vedi Arni” Un’altra studiosa ha proposto una etimologia aramaica: Arno=Leone vittorioso (Chiara Giannarelli – “E se Noé fosse approdato in Toscana?” Articolo apparso qualche anno fa sulla Rivista “Toscana Oggi”). Lascio il giudizio agli studiosi di lingua aramaica.

Il Semerano però propone !qualcosa di più convincente sull’origine di questo idronimo e lo fa a proposito della derivazione del toponimo Asinario, che deriverebbe dall’aramaico “apsû (acqua profonda), calcato da “#û, aggettivo, “sorgente”, e di Nar, la Nera, accadico n$ru, semitico nahr (fiume, “canal”).

Verso l’anno Mille (990-994 d.C.), Sigeric, arcivescovo di Canterbury in un suo viaggio a Roma elenca le varie tappe della Via Francigena, iniziando da Roma fino al Canale sulla Manica, cita, tra le altre, due località ubicate sul fiume Arno fra Firenze e Pisa: “Arne blanca” e “Aqua (Arne) nigra”, che, come abbiamo visto deriverebbero dall’accadico e dal semitico ed equivarrebbero a “Fiume bianco” e “Fiume nero”. Questa contrapposizione Arno (fiume bianco,) e Arne (fiume nero), confermerebbe in pieno la derivazione di Arno dall’accadico-semitico aranu (arnia). Infatti il letto del fiume Arno, a quei tempi, era paragonato ad un semi-tronco di albero, utilizzato per le arnie delle api. Questa spiegazione è convincente anche perché esso, come già detto, richiama il fiume della Palestina, Arnon. Probabilmente queste popolazioni semite

che ‘colonizzarono’ la Toscana verso il sec. X a.C., vollero dare all’Arno il nome! Arnon in onore e in ricordo di un loro fiume, situato nella loro patria d’origine: la Palestina. A conferma di questa tesi il nome di Firenze sembra derivare dall’accadico birêtî, birêtê, che significa “terreno circondato dalle acque. Il Milani in “Notizie degli scavi” nel sito etrusco fiorentino, entro la cosiddetta “città quadrata” afferma che “Florentia emerge con questo nome, presumibilmente ricalco sonoro di un precedente toponimo etrusco che doveva denotare un antico stanziamento lungo il fiume e del quale gli scavi per la sistemazione del centro, nell’Ottocento, fornirono testimonianza notevoli”. Germani reali sulla sponda del fiume Arno al Girone- Fiesole (Firenze) A questo punto sarebbe legittimo chiedersi quale strada o quale fiume hanno percorso le popolazioni semitiche per stanziarsi nell’odierna Firenze. La risposta mi sembrerebbe più che ovvia: risalendo con le barche il fiume Arno (al quale dettero il loro nome), da Pisa, fino ad arrivare alla bella vallata fiorentina circondata dalle !ubertose colline di Monte Morello, Fiesole, Settignano. Qui si sistemarono portando con sé una grande civiltà, le loro tradizioni, la loro religione, e anche la loro lingua.

Paolo Campidori, Copyright HYPERLINK “mailto:paolo.campidori@tin.it”paolo.campidori@tin.it HYPERLINK “http:// http://www.paolocampidori.eu/”www.paolocampidori.eu Note: (*) Idronimo equivale a fiume (**) Toponimo equivale a

nome di località

ETRUSCHI: COME E’ NATA FIRENZE?

“VERSO LA FINE DEL X SECOLO a. C. C’E’ SICURAMENTE DOCUMENTATO IL PRIMO STANZIAMENTO DI GENTI ITALICHE NELLA ZONA ORIENTALE DELLA PIANURA FIORENTINA. ESSE PROVENGONO DALL’APPENNINO TOSCO- EMILIANO E COSTITUISCONO L’AVANGUARDIA DI QUELLA CORRENTE MIGRATORIA CHE DALLA VALLE PADANA SCENDE A POCO A POCO FIN SULLE RIVE TIRRENE: SONO GLI INDOEUROPEI PORTATORI DELLA CIVILTA’ DEL FERRO PRATICANTI, A DIFFERENZA DEI LIGURI INUMATORI, IL RITO FUNEBRE DELLA CREMAZIONE. LA PERFETTA CORRISPONDENZA CHE PRESENTA LA SUPPELLETTILE DELLE TOMBE ARCAICHE FIORENTINE CON GLI OGGETTI COSTITUENTI IL CORREDO FUNEBRE DELLE NECROPOLI “VILLANOVIANE” DELL’AGRO DI BOLOGNA (BENACCI I E II), FA SUPPORRE CHE LO SCAVALCAMENTO DELL’APPENNINO SIA STATO EFFETTUATO ATTRAVERSO LA VALLE DELL’IDICE, IL COLLE DI CANDA E IL PASSO DEL GIOGO, DONDE DISCESERO PER IL MUGELLO E LE VALLI DEI TORRENTI FISTONA E MUGNONE FIN SULLA OSPITALE SPONDA DELL’ARNO” (Mario Lopes Pegna – Firenze dalle origini al Medioevo – Del Re Editore, pag 19-20)

Secondo la teoria dello storico M. L. Pegna le genti “villanoviane” avrebbero fatto un percorso diverso da quello che oggi è più accreditato, sarebbero quindi i “villanoviani” del nord (Felsina) a ‘colonizzare’ la vallata fiorentina, verso la fine del IX secolo passando per la Valle dell’Idice (dove sono stati recentemente trovati importanti stanziamenti “villanoviami-etruschi-celtici), il Colle di Canda (che si trova ad est dell’attuale Passo della Raticosa, alle cui pendici sorge il paese di Pietramala) e scendendo verso il Peglio (ritrovamento di un idoletto etrusco, ora a Cortona) risaliva il Giogo fino al Passo dell’Ospedaletto (poi Osteria Bruciata), scendendo in Mugello e da qui a Firenze. A me sembra che questa ipotesi, formulata dallo storico Mario Lopes Pegna nel 1974, sia affidabile. Poi lo storico prosegue con la trattazione dei primi abitatori di Firenze: “….DI QUESTE GENTI ITALICHE VENNE IN LUCE VERSO LA FINE DEL SECOLO SCORSO, DURANTE I LAVORI DI RIORDINAMENTO DEL CENTRO DI FIRENZE UNA PARTE DELLA NECROPOLI, COSTITUITA DA UN’AREA DI OLTRE 4000 MQ E CHE SI ESTENDEVA DA VIA PELLICCERIA A VIA DEL CAMPIDOGLIO, PROLUNGANDOSI VERSO OVEST FINO A VIA VECCHIETTI. FURONO CASUALMENTE SCAVATE UNA VENTINA DI TOMBE, QUASI TUTTE RAPPRESENTATE DAI COSIDDETTI OSSUARI VILLANOVIANI… Noi abbiamo la documentazione di questi ritrovamenti archeologici, di importanza estrema, in

una serie di foto (fine Ottocento – primi Novecento) che sono visibili nel libro del Lopes Pegna.
Firenze – La città quadrata periodo etrusco-romano Foto aere IGM Io stesso, ebbi modo di vedere gli originali di tali foto (che poi furono inserite nel libro del Pegna) all’Opificio delle Pietre Dure, in Via degli Alfani a Firenze (Ministero Beni Culturali), verso gli anni ’80, dove io prestavo servizio come segretario; si trattava di fotografie bianco nero, planimetrie e disegni vari, riguardanti tali scavi, che io stesso inventariai in un Registro che dovrebbe trovarsi ancora (lo spero) presso Archivio di detto Opificio P.Dure. Prosegue poi Lopes Pegna riferendosi alle tombe villanoviane: “….NON SI TRATTAVA DI UN SEPPELLIMENTO OCCASIONALE (necropoli fiorentina n.d.r.) MA BENSI’ DI UN’AREA CIMITERIALE BEN DEFINITA E PERTINENTE AD UN VILLAGGIO DI PRISCHE POPOLAZIONI ITALICHE, LA CUI SEDE NON POTEVA ESSERE MOLTO LONTANA DALLA NECROPOLI”. E’ chiarissimo che si trattava della primitiva città (o villaggio) “VILLANOVIANO” sorto nell’area che poi diventerà la sede della Colonia Romana. Però bisogna notare un particolare molto interessante: il villaggio villanoviano si trovava ad una profondità variabile da 5 a 7 metri dal piano stradale e circa UN METRO SOTTO DI QUELLA CHE POI DIVENTERA’ LA CITTA’ ROMANA.

Firenze – pendici di Monte Morello – La necropoli villanoviana di Palastreto Proprio qui sta il “mistero” della

sparizione di questo grande villaggio “villanoviano”, esistito dalla fine del X secolo a.C. agli inizi dell’VIII sec, a.C., IN QUESTO METRO DI TERRENO ALLUVIONALE che celava appunto il precedente insediamento. Riportiamo queste significative conclusioni di M. L. Pegna al II capitolo del suo libro : “…CONSIDERANDO CHE LO STRATO IMMEDIATAMENTE SOPRASTANTE AGLI OSSUARI ‘VILLANOVIANI’ ERA COSTITUITO DA TERRENO ALLUVIONALE, ATTESTANTE UN LUNGO PERIODO DI ABBANDONO, FU ACUTAMENTE RILEVATO ‘CHE LA CITTA’ ROMANA SORSE SU DI UN TERRENO CHE DA TEMPO ERA STATO ABBANDONATO E CHE AI PRIMI COLONI POTEVA APPARIRE COME VERGINE, E NON EBBE A SUBIRE ADATTAMENTI AD UN CENTRO PREROMANO’”. E’ fin troppo chiaro a questo punto che l’origine di Firenze NON E’ ROMANA, bensì VILLANOVIANA (ed etrusca) ad iniziare dal sec. X a.C. E’ chiaro inoltre che la zona del villaggio fu ripetutamente sommersa dalle piene dell’Arno, che costrinsero i suoi abitatori ‘I Villanoviani’ a costruirsi un’altra città sulle alture delle colline che guardano Firenze e l’Arno. Quindi l’ipotesi che Fiesole sia più antica di Firenze E’ FALSA. SI TRATTA DI UNA TEORIA CHE NON E’ SORRETTA DA ALCUNA DOCUMENTAZIONE, NE DA ALCUN RAGIONAMENTO LOGICO.! Paolo Campidori © Paolo Campidori Bibliografia: Mario Lopes Pegna – Firenze dalle

origini al Medioevo – Del Re Editore, Firenze 1974 Daniele Vitali – Guida al Museo Archeologico di Monterenzio “Luigi Fantini” – Archeologia e storia nelle Valli dell’Idice e dello Zena – Bologna 2006 Paolo Campidori – Mugello, Romagna Toscana e Val di Sieve – Borgo San Lorenzo 2006

LA TOMBA DELLA MONTAGNOLA A QUINTO (FIRENZE)
La tomba della Montagnola, secondo la valutazioni degli archeologi, risalirebbe al sec. VII a.C. Si tratta di un edificio monumentale, usato per la sepoltura uno o più principi ed è composta da una aula o cella sepolcrale rotonda e da un corridoio di ingresso, detto dromos, e un corridoio scoperto che arriva al margine del grande circolo che costituisce il tumulo.

Sembra molto probabile che il dromos, da solo, costituisse già una tomba, e che la cella sepolcrale rotonda con una grossa stele al centro, sia di epoca posteriore.
Il ‘corridoio’ coperto di accesso è costruito con la tecnica della ‘falsa cupola’ a tholos, edificato con una tecnica particolare e cioè quella di chiudere la cupola senza l’ausilio di infrastrutture. Questa tecnica consisteva nel sovrapporre in !anelli concentrici dei grossi massi squadrati, a forma di parallelepipedo! (che secondo gli esperti sono stati estratti dalle cave di Monte Morello) di dimensioni! e peso notevoli. Tale sovrapposizione però non avveniva con la tecnica dei massi sistemati “a filo di piombo”, ma ciascuna fila concentrica veniva fatta sporgere

per un 20-30 per cento della larghezza dei massi, creando così anelli aggettanti verso l’interno che si rastremavano verso il centro della cupola fino a chiuderla; se si trattava di una dromos. verso il centro del ‘corridoio’ o dromos. Anche la porta interna di ingresso alla ‘falsa cupola’, di forma ogivale, è stata costruita con la medesima tecnica.! Al centro della cupola, una stele di forma a parallelepipedo , arriva fino alla sommità e ‘regge’ la lastra che copre definitivamente la struttura.

Non sappiamo la funzione esatta che questa stele avesse e sono state fatte più supposizioni una delle quali afferma che essa servisse per i riti funerari e per appendere oggetti di culto, immagini, ecc. Sicuramente, però questa non aveva una funzione architettonica di sostegno, in quanto la ‘cupola’ si reggeva con la sola spinta concentrica degli anelli, sempre più rastremati verso la parte sommitale.

E’ probabile anche che il tumulo di terra a forma di collinetta potesse avere, oltre al compito di celare la tomba e di renderla impermeabile alle intemperie, avesse anche quello di stabilizzare la ‘cupola’. Questa! tesi tuttavia viene smentita dal fatto che la vicina tomba detta della Mula, che ha le stesse caratteristiche della Montagnola (è un po’ più piccola), non ha il pilastro centrale. Dobbiamo arguire quindi che lo stesso avesse altre funzioni.
Questa tecnica costruttiva che permette di costruire una cupola senza bisogno di incastellature, ha ispirato architetti di ogni tempo, in particolar modo nel Rinascimento. Noi sappiamo che presso la tomba detta della Mula (il nome

forse deriva dall’etrusco, che significa ‘offerta’) fu costruita una bellissima villa Rinascimentale (detta della Mula appunto) che utilizzò la tomba per farne una cantina. Questa villa è stata ritratta anche nel Settecento dal pittore detto Il Volterrano, il quale ambientò in questa dimora il suo quadro con la rappresentazione di una delle famose “Burle del Piovano Arlotto da Macioli”. Ora noi sappiamo che il nostro grande Brunelleschi ebbe l’incarico di costruire la cupola di Santa Maria del Fiore, compito assai arduo, poiché nessun architetto del tempo aveva finora trovato la soluzione giusta al problema. Sappiamo anche che questi grandi artisti del Rinascimento studiarono a lungo le opere dei classici greci, romani, ma anche etruschi, ed hanno lasciato disegni di questi loro studi e molti di questi si trovano al Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi a Firenze. Siccome il Brunelleschi annunciò, con lo stupore di tutti, che avrebbe ‘voltato’ la cupola senza ponteggi, senza infrastrutture, è probabile che lo stesso abbia visitato, ad esempio, la tomba della Mula e abbia così scoperto il ‘segreto’ di tale costruzione e l’abbia proposto per la! Cupola di Santa Maria del Fiore, ovviamente concependo un progetto molto più complesso di quello originale ma elementare degli etruschi.

E’ probabile che la falsa cupola ‘etrusca’ sia il risultato ‘affinato’ derivato dalla costruzione dei corridoi (dromos) e delle porte edificati con la stessa tecnica. Esempi di questo genere non solo li troviamo in Etruria, ma a Micene (dove la tecnica è più raffinata rispetto a quella etrusca, ma

identica nel concetto) ed anche presso le civiltà del Messico. E’ quanto meno singolare o azzardato pensare di fare questo accostamento, tenendo presente ciò che insegna la storia dei n ostri giorni. Cito alcuni esempi. Nel sito di Yaxchilán, fra il Golfo del Messico e l’Oceano Pacifico, in una galleria di accesso ad un edificio si osserva l’uso della falsa volta; lo stesso a Kabah, vicino al Golfo del Messico, l’Arco di Kabah, costruito con la tecnica del falso arco. Ci sono moltissime affinità nella maniera di costruire, e non solo, fra le civiltà del Centro e Sud America e il mondo Occidentale, in modo particolare con Micene e l’Etruria. Nessuno mai potrà negare le affinità che esistono ad esempio fra la ‘piattaforma’ con scala di Chichen Itza (edificio destinato al sacrificio dei prigionieri di guerra), con il basamento a scala e decorazioni a volute della città etrusca di Cortona. Queste affinità non coinvolgono solo l’architettura, ma la tecnica di lavorazione della pietra, la lavorazione dell’oro, specialmente con la tecnica della filigrana: mi viene in mente il pettorale mixteco in oro rinvenuto nella tomba 7 di Monte Albàn; è affinità esistono pure anche in campo religioso. Forse gli Etruschi non hanno mai conosciuto gli Atzechi, i Maya e le altre civiltà sud-americane, ma ciò non toglie che tali civiltà, molto evolute, anche dal punto di vista della conoscenza astronomica e dell’orientamento con gli astri (forse era il loro principale interesse) si siano avvicinate di molto alle coste dell’Africa, della Spagna ed abbiano anche commerciato con quelle popolazioni. La scoperta

dell’America da parte di Cristoforo Colombo nel 1492 sarebbe solo la “scoperta dell’acqua calda”? Lascio a voi la risposta.
Termino dicendo, che contrariamente a quanto si era detto fino ad ora, a proposito degli Etruschi dell’Italia Centrale e, in modo particolare del comprensorio fiorentino e pratese, sia tutto da rivedere. I proprietari delle tombe della Mula, della Montagnola, erano gente (principi o re) che avevano, come si dice a Firenze “una ballata di quattrini”, erano ricchi sfondati, proprietari latifondisti terrieri e gestivano il commercio della grande strada etrusca che dal Tirreno (Pisa?) arrivava nell’Emilia-Romagna in soli tre giorni. Lo testimoniano i ritrovamenti della città di Gonfienti, di Quinto, di Comeana, di Artimino, di Palastreto. Le pendici occidentali del Monte Morello, quelle che! guardano Peretola e le zone adiacenti erano tutte coltivate e non boschive come lo sono adesso. Lo dimostrano i terrazzamenti del terreno, delimitati da muretti a secco, ora ‘occupati’ dagli abeti, dove forse una volta regnavano le piante mediterranee, prime fra queste gli olivi e la vite.

Gli Etruschi non finiscono mai di stupirci. Per fortuna!

MISTERI DELLA LINGUA ETRUSCA: IL FALLO, DEFINITO “BISCHERO” DAI FIORENTINI E’ IL “VISCR” ETRUSCO?
!Anche se l’argomento può prestarsi a fare delle battutacce o della facile ironia, noi dobbiamo esaminare l’argomento con serietà.

Oggi la parola ‘bischero’ (*), è usata con grande dovizia sia

in ambiente fiorentino che toscano, ma è conosciuta ormai in ogni angolo dell’Italia.
Secondo i ‘luminari’ della lingua ‘ufficiale’ italiana essa viene usata solo in un paio di occasioni. Cito testualmente il vocabolario della lingua italiana Zingarelli. “Bischero – a) legnetto degli strumenti a corda, piccolo, per tendere! le corde; b) bischello, pezzetto di legno per chiudere l’otre”. La “bischeriera” sarebbe il luogo dove si conficcano i bischeri negli strumenti.

Ora esaminiamo come sono fatti i “bischeri” per gli strumenti musicali. Si tratta in sostanza di cavicchi, fatti a forma di chiave, rotondeggianti, allungati, di forma ‘falloide’, nella parte inferiore e terminanti nella parte superiore con una specie di dischetto, per poter girare il cavicchio, o ‘bischero’ che si voglia chiamare.
Il ‘bischello’ o zipolo o ‘zipillino’ come viene chiamato nelle campagne toscane, è anch’esso un piccolo legno rotondeggiante, di lunghezza variabile, un po’ rastremato alla sommità. Che viene infilato nel buco dell’otre per richiudere la botte contenente il vino.
Già da questi esempi si deduce che “bischero” è un qualcosa a forma di ‘fallo’ che viene inserito in una cavità adatta alla circonferenza del ‘bischero’.
L’accostamento quindi del ‘bischero’ usato per scopi musicali o in enologia con il ‘fallo’, organo umano e animale per la riproduzione, mi sembra fin troppo evidente. Si potrebbero fare altri esempi, ma mi sembra che si rischierebbe di cadere un po’ nel volgare e quindi mi

astengo.
Noi dobbiamo provare però che la parola fiorentina ‘bischero’ derivi della loro antica lingua: l’etrusco, con prove e documenti convincenti (**). Prima però dobbiamo parlare un po’ delle ‘offerte’ (o forse anche ex-voto) oggetti riprodotti in bronzo o ceramica, offerti agli dei, che sono stati ritrovati nei santuari sparsi un po’ in tutta l’Etruria. Essi consistono in mani, piedi, dita, statuette di offerenti, uteri, intestini e molti, moltissimi falli dalle fogge più differenti. Alcuni presentano solo il fallo altri anche i testicoli.
Il discorso ci porta immediatamente ad esaminare una epigrafe etrusca ritrovata a Paterno di Vallombrosa (AR) che specifica: “EIT VISCRI TUTE ARN# ALITLE PUMPU$”, che tradotto in italiano significa: “Questo ‘viscere’ ha donato Aruns Alitillius Pomponius”. Questa iscrizione è incisa su una tavoletta di offerente, della metà del III sec. a.C; l’offerente allunga la mano sinistra nella quale tiene un viscere, che dagli studiosi è stato identificato variamente: come un cuore, oppure un fegato, o un fallo. Se è vero che ‘viscri’ può essere tradotto in senso generale con ‘viscere’ è altresì vero che il fallo in! etrusco è chiamato ‘viscri’, parola da cui deriva vocabolo fiorentino ‘bischero’.
Questa tesi verrebbe ulteriormente avallata dal fatto che nella zona del litorale maremmano, in particolar modo nel livornese, l’organo maschile viene detto popolarmente ‘budiello’ vale a dire un viscere. E la frase: “i’ budiello di

tumà” (il budello o viscere di tua mamma) equivarrebbe al fiorentino “i’ bischero di tumà”.
Da quanto sopra esposto, mi sembra che niente lasci un margine di incertezza al fatto che la parola del linguaggio fiorentino ‘bischero’ derivi dall’etrusco. Tuttavia la parola potrebbe avere ‘agganci’ (derivazioni) linguistici con lingue ancora più antiche. Non vogliamo però andare oltre e ci fermiamo qui.

Note:
(*)Il fallo, organo di riproduzione maschile, come pure l’organo femminile,! erano tenuti in grande considerazione dagli etruschi, anche perché essi rappresentavano simbolicamente il maschio e la femmina. Questi simboli (insieme ad altri) erano messi presso le entrate delle tombe (vedi ad esempio Cerveteri, Marzabotto, ecc.) per significare che la tomba apparteneva ad un uomo oppure ad una donna, oppure ad entrambi, se ad esempio marito e moglie venivano tumulati in una tomba di famiglia.
(**) E’ stata spiegata da taluni l’origine di questa parola con un aneddoto che riguarderebbe una ricca famiglia fiorentina del Quattrocento, i Bischeri appunto, che si sarebbe indebitata per faciloneria. Oggi ‘bischero’ significa anche ‘facilone’, una persona poco scaltra, caratteristica non comune ai Fiorentini che sono scaltri, acuti e dotati di una grande intelligenza.
Bibliografia: Massimo Pittau – Dizionario della lingua etrusca – Libreria Dessì – Sassari
EPIGRAFIA ETRUSCA (LO STUDIO DELLA

LINGUA DEGLI ETRUSCHI ATTRAVERSO LE EPIGRAFI)
Un preziosissimo reperto ritrovato nell’area fiesolana. Si tratta di un cippo confinario “Tular” E’ molto difficile stabilire l’origine, intesa nel senso della provenienza, di un popolo antico, in quanto tutti i popoli hanno subito “contaminazioni” con altre civiltà nel corso dei secoli. Così lo è stato per gli Etruschi. Varie sono le teorie di provenienza di questo popolo: autoctonìa, vale a dire che gli Etruschi hanno sempre abitato il suolo italico e in particolar modo quello della odierna Toscana e del Lazio confinante con la stessa. C’è poi la teoria opposta, quella della provenienza da “fuori” dell’Etruria-Vetus (cioè il territorio che prima ho accennato) e qui le teorie sono varie e non posso, per ragioni di spazio neppure accennarle. Per le teorie suddette gli Etruschi originano dai Greci antichi, dai Traci, da certe popolazioni africane (Cartaginesi ecc.), dagli Egizi, dagli Israeliti, dai popoli della Mesopotamia, dai popoli nordici, dai Celtici, ecc. ecc. Io credo che la prova inconfutabile della provenienza di un popolo sia la lingua e i “frustoli” dell’originario linguaggio che ancora esistono in questa lingua. Noi diciamo che l’italiano deriva dal Latino, e su ciò diciamo una verità, però bisogna tener conto che gli Etruschi furono colonizzati dai Romani con il metodo “della frusta e della carota”. I Romani poi, riuscirono a “seppellire” tutte le altre civiltà italiche pre- romane, sovrapponendo ad esse la loro civiltà e distruggendo tutto ciò che ricordava o riguardava quei

popoli, con alcune eccezioni.
Una epigrafe etrusca su una urnetta nel Meseo Etrusco di Fiesole I Romani accolsero di buon grado ed assimilarono, anzi fecero loro, ciò che apparteneva agli altri, come ad esempio il modo di misurare i terreni (groma o gruma); l’ordinamento giuridico delle città stato etrusche; il loro modo di concepire la religione (ma solo in alcuni aspetti); il modo per costruire e delimitare le città, e così via. Questo vale un po’ per tutti gli altri popoli che sono stati in contatto, che hanno commerciato o che hanno combattuto con gli Etruschi.
Ma c’è un elemento inconfutabile che ci rivela in modo inequivocabile la provenienza originaria di un popolo. E’ questo la scrittura? No, poiché gli Etruschi, ad esempio, “mutuarono” il loro alfabeto, forse a cavallo fra i secc. VIII e VII a.C. dai Greci della città di Cuma, che gli Etruschi avevano colonizzato (I greci cumani subirono la sorte degli etruschi: da colonizzatori a colonizzati: “sic transit gloria mundi”). Però gli Etruschi “mutuarono” l’alfabeto etrusco, ma non la loro lingua: cioè il greco antico. Perché questo? Perché gli Etruschi erano una “mexlum”, una “mescola” di popoli, provenienti da vari regioni del Medio Oriente, ma principalmente dalla Mesopotamia, cioè la ragione che si trova fra i due fiumi il Tigri e l’Eufrate.
La maggioranza di questa “mescola” di popoli era di origine semitica, poiché parlavano, come lingua ufficiale l’aramaico antico, la lingua che parlava anche Gesù Cristo.

Perché dico questo? Per una serie infinita di ragioni, che in questa sede sarebbe troppo lungo descrivere, ne accenno un paio. L’alfabeto greco, di Cuma, era “destrorso” cioè andava da sinistra verso destra. Perché dunque gli Etruschi (questo nome glielo dettero i Romani, essi in! realtà si facevano chiamare “Rhasena”, cioè: “depilati”) scelsero per la loro scrittura un andamento sinistrorso (da destra verso sinistra), o al massimo “bustrofedico”?

Villa Corsini a Castello (Firenze) – Urna funerararia etrusca con epigrafe E perché alcune lettere dell’alfabeto greco non vengono usate dagli Etruschi? La risposta è che l’aramaico, come l’etrusco si scriveva da destra verso sinistra e che tali lingue non necessitavano di alcune vocali e di alcune consonanti. Gli Etruschi ad esempio non usarono la lettera “o” poiché l’equivalente di questa vocale era la “u”, una “u”! allungata, un misto fra “o” ed “u”. Gli Etruschi non usarono la consonante “d”, la consonante “b”, essi usarono invece altre consonanti come ad esempio “th”, la cui pronuncia è in tutto simile al “th” inglese e americano, oppure al “th” dei toscani, come nella parola “patata”, pronunciata “pathatha”. Poi c’è la famosa “c” aspirata, detta “gorgia toscana”, la cui origine è mesopotamica, che viene usata solamente dai toscani, neppure dai Laziali. La famosa frase “la mi’ ‘agna l’ha sette ‘agnolini, tutti e sette con la ‘oda (Trad. La mia cagna ha sette cagnolini, tutti e sette con la coda). Un altro elemento importantissimo che ci assicura la provenienza del popolo Toscano e dell’Etruria-Vetus dalla Mesopotamia sono i nomi dei fiumi

quasi tutti di origine aramaica: il Marta, il Fiora, l’Arno che passa da Firenze, ecc. Lo stesso vale per i nomi delle città. L’etimologia di
Firenze deriva dall’aramaico, lo stesso vale per altre città della Etruria Vetus, Roma compresa, che pare derivi da “Ruma” (anche il questo caso la pronuncia era una “allungata”, un misto fra “o” ed “u”.

Tutto ciò per dire, in linea di massima dell’importanza della lingua per arrivare all’origine di un popolo. Poi sappiamo bene che l’Etruria, prima ancora dei Romani fu sconfitta (solo parzialmente) da Greci, dai Celti ed è chiaro che ci saranno evidenti influssi di queste civiltà nella lingua Etrusca a partire dal V-IV secolo a.C.

Pertanto quando si studia la lingua etrusca, bisogna tener conto anche di questi apporti linguistici meridionali (Greci, ecc.) e settentrionali (Celti, ecc.)
Detto questo veniamo alla prima epigrafe etrusca:

“MI LAR#IA” (Ego Larthis) Traduzione italiana: “Io (sono) di Larthia” Traduzione inglese “I belong to Larthia”. Questa epigrafe è semplicissima ed sicuramente è arcaica, anche in virtù della semplicità del testo. Larthia non è un nome femminile ma “Larth” al genitivo. E’ stata rinvenuta nella Tomba Regolini-Galassi a Cerveteri. La scritta si trovava su uno skyphus e su un amphoriskos! (non ci facciamo ingannare dai nomi greci delle suppellettili, dati per convenienza dagli archeologi del passato). “Mi” etr. equivale all’italiano “io sono (appartengo)” e all’inglese “I belong”; Larthia invece è un genitivo, nel senso che io

appartengo a Larth (Vedi per le Epigrafi: Massimo Pittau: “Testi Etruschi” – Bulzoni Editore – Roma 1990) Un’altra epigrafe:
“MINI MULVANICE MAMARCE

VELXANAS” (Memet domavit Mamwercus Vulcanius) “Mi ha donato Mamerco ( da cui deriva Marco) Uulcanio (di Vulci, della città di Vulci, Etruria Sett.) “Mamerco (Marco) gave this to me as a gift”. Già in questa epigrafe cominciamo ad entrare nella lingua etrusca vera e propria. Se “mi” equivaleva a “io sono” nel senso dell’appartenenza, “mini” invece è un genitivo e corrisponde “a me”. “Mulvanice” si pronuncia “mulvanike” con la “c” dura e il radicale “mul” significa “donare”, “offrire”. Cito un esempio: a Firenze, in località Quinto esiste una tomba etrusca arcaica, detta tomba della “mula”. Mula non significa l’animale, femmina del mulo, ma appunto tomba della “offerta”, ovvero della dedicazione a un dio etrusco. Anche “Mamarce” si pronuncia “mamarke”. Poi “Velxanas” si pronuncia “Uelcanas” (la “V” si pronuncia “U” e la “X” si pronuncia “C” , per cui è facile arguire che si tratta della tomba di un certo Marco (o Mamerco) originario della città-stato di Vulci. E’ questa un’iscrizione sillabica graffita su un’anfora di bucchero, rivenuta a Cerveteri, VII-VI sec. a.C.

LA GRANULAZIONE “ETRUSCA”

La “granulazione” era una tecnica antichissima di decorazione, usata magistralmente dagli Etruschi, che consisteva nell’applicare sui monili, sulle spade, su oggetti

di pregio, delle piccolissime sfere d’oro, di grandezza inferiore o! poco superiore al millimetro.
Fibule a sanguisuga – Da Vetulonia e da Marsiliana – in oro granulato Sec. VII a.C. II metà Detta così, in due parole, la cosa potrebbe sembrare perfino banale: si prendono delle sferette d’oro uniformi o di vario spessore e si incollano al bracciale, al manico di una spada, ad un oggetto di arredamento, ed è fatto! Le cose non stanno proprio così. Cercherò di dare una spiegazione di questa tecnica in maniera molto semplice, di modo che tutti possano capire. Questa tecnica è antichissima e risale almeno al 2500 a.C. e i primi oggetti ritrovati con decorazione granulata provengono dalla tombe reali di Ur, in Mesopotamia. Gli Etruschi, applicarono questa tecnica decorativa con risultati eccellenti a partire dall’VIII-VII sec. a.C. I reperti più antichi sono: la fibula a sanguisuga di Tarquinia (VIII sec. a.C.), l’orecchino a disco dell’Antikensammlung di Berlino, la grossa fibula a disco della tomba Regolini- Galassi di Cerveteri del 650 a.C (circa).

La “granulazione”, abbiamo visto, consiste nell’applicare, o meglio nel saldare, piccole sferette d’oro su un monile dello stesso metallo pregiato. Per essere molto sintetico e chiaro dirò come vengono fatte queste minuscole sferette e la maniera con cui vengono alloggiate sull’oggetto da decorare. Prima di tutto le sferette. Da un sottile filo di oro, venivano tagliati piccoli (millimetrici) segmenti; questi venivano messi in un crogiuolo, mescolati con polvere di carbone. Il composto veniva riscaldato fino a portare a

fusione i piccoli segmenti d’oro, che si trasformavano in sferette auree. Queste sferette venivano selezionate e a seconda del disegno che si voleva realizzare e venivano “incollate” sul monile. Per ‘incollare’ le piccole sfere all’oggetto da decorare, sempre in oro, veniva usata una sostanza speciale chiamata “crisocolla”, dal greco chrysos! (oro) e kolla (colla). Questa non era una colla vera e propria, come la intendiamo noi. Essa era in sostanza un sale che si formava dal rame immerso in una soluzione acida. Questo sale di rame (“crisocolla” per i greci; “santerna” per gli etruschi), che doveva servire da ‘legante’ (saldante), veniva posto fra il monile da decorare e le sferette, poi messo a riscaldare su fornelli di carbone. Appena il fuoco arrivava al punto giusto di fusione, il sale di rame (rameico), si trasformava in metallo e si univa in lega con l’oro, saldando così le sferette al monile.

Se solo pensiamo che questa tecnica veniva praticata da almeno 4500 anni, possiamo comprendere il grado di civiltà che le popolazioni della Mesopotamia avevano raggiunto e con esse gli Etruschi, lontani discendenti delle stesse che le applicarono in Etruria solo a partire dall’VIII- VII sec. a.C.

Per una curiosità, sempre nello stesso periodo VIII-VII sec. a.C., iniziò la produzione del “bucchero”, sorta di ceramica imitante il metallo, anche questa praticata dagli Etruschi e la cui tecnica di produzione è tutt’ora un mistero.

Rif. Bibliografici
G.Nestler-E. Formigli – Granulazione Etrusca – Ed. Nuova

Immagine, Siena, 1994
Paolo Campidori – FIRENZUOLA – Gli etruschi sulla riva del Santerno? – da Mugello, Romagna Toscana, Valdisieve, Toccafondi Editore, 2006
R. Staccioli – Gli Etruschi – Un popolo tra mito e realtà – New Compton Editori, Roma 2005
Museo Minerario dei Parchi della Val di Cornia – Campiglia che mi ha concesso gentilmente di fotografare i minerali esposti.
LA CHIESA DI SAN NICCOLO’ A CASALE NEL MEDIOEVO
E LA PIEVE DI SAN LEOLINO IN VAL DI SIEVE
E’ una notizia dell’ultima ora, la chiesa , che si trova in un punto riparato della montagna, in posizione sopraelevata rispetto al! paesino di Casale! presso Castagno di Andrea, Comune di San Godenzo, sull’antichissima strada che portava in Casentino (Arezzo) sarebbe chiesa pre-romanica costruita sui ruderi di un tempio etrusco.
Questo è quanto ho scoperto in un recentissimo sopralluogo alla chiesa, cui è parroco Don Bruno Malevolti, della Curia Fiesolana, amico dei maggiori artisti contemporanei. Lo proverebbe un masso squadrato con una breve epigrafe, che per il momento, non è stata ancora decifrata con sicurezza. Sono ben visibili una ‘L’, una ‘A’, una ‘P’. Ovviamente l’epigrafe va letta da destra verso sinistra, secondo l’uso della scrittura etrusca.
! ! “La piccola chiesa romanica (di S. Niccolò a Casale), costruita su un castelletto del Conte Guido di Battifolle,

risale almeno ai primi anni del Mille. Costruita con grossi blocchi di arenaria (pietra del luogo ndR) ben squadrati e allineati, ha l’abside munita di un semplice collare sgusciato (Il Mugello – Massimo Certini – Pietro Salvadori – Edizioni Parigi e oltre, 1999).

!!
“La presenza dei Guidi a Stia è per la prima volta menzionata in un atto di donazione rogato nell’aprile del 1054 nella camera del pievano di Santa Maria situata in Stia nel Casentino. Dal documento appare infatti che il donatore fu un Conte Guido figlio del fu Conte Alberto di legge e origine Ripuaria” (Emanuele Repetti “Stia” in Dizionario Geografico, fisico, storico della Toscana)
!
“Nel 1341 quando i fiorentini per vendicarsi del Conte Guido Alberto….assediarono la Rocca di San Bavello e la distrussero, impadronendosi di San Bavello, di Santa Maria a Ficciana e di San Niccolò a Casale” (Chiesa di san Niccolò a Casale – Intervento di restauro conservativo – Arch. Alberto Raimondi e Ricerca storica a cura! di Franca Zerboni Zoli e Gloria Piani, Rufina 1993)
“La chiesa di S. Niccolò a Casale, risalente al XIV sec. (in cattive condizioni, ma è previsto il
restauro)” (Massimo Becattini – Andrea Granchi Alto Mugello-Mugello Val di Sieve – Ed. Comunità Montana Alto Mugello.Mugello-Valdisieve – Ed. Giorgi e Gambi,

Firenze 1985)
“La località Casale viene ricordata per la prima volta nella Bolla di Jacopo il Bavaro del 1028, quando il Vescovo fiesolano donò alla chiesa di San Godenzo alcuni luoghi limitrofi…..(compresa la) ‘Villa quae dicitur Casale’. In realtà la chiesa di San Niccolò è citata per la prima volta, come parrocchia appartenente al piviere di San Bavello, nel Decimario Vaticano del 1299, non compare invece nella decima del 1274-75 e 1276-77 pubblicata dal Guido Guidi (Gloria Piani – Chiesa di san Niccolò, op.cit.).
Nelle Rationes Decimarum del 1302-3 la chiesa di San Niccolò a Casale risulta appartenente alla Pieve di San Lorino (o San Leolino in Montanis). (Renato Stopani – Il Contado Fiorentino nella seconda metà del Dugento – Salimbeni Editore – Firenze, 1979)
! Il Piviere di San Leolino in Montanis risultava composto delle seguenti chiese:
-!!!!!!!!! San Leolino in Montanis – Pieve
-!!!!!!!!! San Laurentii de Visole
-!!!!!!!!! San Donati de Carabucheçça
-!!!!!!!!! San Gaudenti de Varena
-!!!!!!!!! S. Martini de Castangnio
-!!!!!!!!! S. Marie de Fecciano
-!!!!!!!!! S. Nicolai de Casale
Forse è bene soffermarsi su questo antichissimo Piviere di San Leolino.
“In questa Pieve io credo, che possa essere stato sepolto

l’istesso Vescovo e Martire San Leolino, a cui essa è dedicata…..supponendosi che facilmente questo Santo fosse appunto martirizzato in Val di Sieve, a tempo di Massimiano” Il Piviere faceva parte del Comune di San Leolino, il cui sigillo riporta la scritta in carattere gotico onciale: “CHOMUNIS SA LIOLINO” (Giuseppe Maria Brocchi – Descrizione della Provincia del Mugello – Stamperia Albizzini – Firenze 1748).

! Vale la pena soffermarsi un po’ sulle chiese plebane che
facevano capo al piviere di San Leolino nel 1302-3. ! S. GAUDENTII DE VARENA

“Ha inoltre questa Chiesa Pievania (S: Leolino) sotto di se ammensata un’altra chiesa col suo Popolo, intitolata San Gaudenzio Abate posta nel luogo detto VARENA ed è situata sopra una collinetta in distanza di circa un mezzo miglio dalla detta Pieve” (Giuseppe M. Brocchi, op. cit.)

“Per Varena è stata finora prospettata per i toponimi Varena (oltre che in Val di Sieve il toponimo Varena esiste in altre località d’Italia, in provincia di Trento e Lecco. Il Pittau cui si riferiscono queste note non aveva preso in considerazione, o non era a conoscenza, del toponimo Varena in Val di Sieve, il quale è stato aggiunto da me. Continua il Pittau: “…il gentilizio maschile etrusco “Varnia” è entrato nel latino in queste quattro varianti: VARNAIUS, VARIN(I)US, VAREN(I)US, VARENNUS. Ebbene la corrispondenza

del toponimo VARENA, VARENNA con i gentilizi VAREN(I)US, VARENNIUS è del tutto chiara, ma molto di più lo è per la vocale, col gentilizio maschile VARNA” (Massimo Pittau – Dizionario Etrusco – Dessì Editore)

!
S. LAURENTI DE VISOLE (VIERLE?)
Visole è il nome che risulta nei documenti relativi al posto su cui è costruita questa chiesa. C’è da notare un particolare molto interessante e cioè, sia Visole (pron. Uisole) sia Vierle (prob. Pron. Uierle) potrebbero essere di origine etrusca e significare Fiesole. Per la voce Fiesole rimando al Dizionario del Pittau (op. cit.), (ma anche a mie precedenti ricerche: vedi Paolo Campidori Mugello, Altomugello e Valdisieve , Borgo S. Lorenzo 2005) in cui Fiesole viene tradotto con VIPSL, VISL. Ora noi sappiamo che la “V” si pronuncia in lingua etrusca “U” e quindi noi avremo “UIPS” e “UISL”. Abbiamo però visto che la “U” nella scrittura gotica- onciale viene scritta con la lettera “V” vedi foto Sigillo di San Leolino in cui la parola “Comune”! è scritta “CHOMUNIS”. Quindi è lecito pensare che la “V” di Visole nelle Rationes Decimarum del 1302 fosse una “U”, e ciò permetterebbe di dedurre con sicurezza assoluta che “Visole” significhi “Fiesole”. Dunque avremmo un S. Lorenzo di Fiesole.
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Questa precisazione è molto importante perché ci

permette di stabilire che tutto questo territorio della Val di Sieve apparteneva alla città etrusca di Fiesole (Per l’ortografia del toponimo Visole vedi anche: Dizionario di abbreviature latine e italiane – Munauali Hoepli – Milano 1996). ! S. Donato a Carabucheçça (SAMBUCHETA)

Mi viene in mente il nome di una chiesa nel firenzuolino S. Maria a Caburaccia, in antico detta Cabuderaccio. Fra le ipotesi che sono state fatte c’è anche quella che significasse “Ca’ bu d’Arezza” e cioé “Casa sulla strada di Arezzo”. Caburaccia si trovava infatti sulla strada etrusca che dal Peglio (località a monte di Firenzuola) e passando da Caburaccia e Sasso di San Zanobi si immetteva in quella che poi diventerà, in epoca romana, la Via Flamenga per raggiungere la Romagna. Mi sembra che lo stesso accostamento si potrebbe fare anche per Carabucheçça di san Leolino, e cioè posta sulla strada che conduce ad Arezzo.

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SAN NICOLAI DE CASALE
“Nel diploma del Vescovo di Fiesole Jacopo del 1028 è ricordata una “villa quae dicitura Casale”, ma non la chiesa, costruita su un castelletto del Conte Guido di Battifolle, la quale purtuttavia, con la scorta dei documenti non dovrebbe risultare di un’epoca di quella molto posteriore” (Francesco Niccolai – Mugello e Val di Sieve – Borgo San Lorenzo 1914).
In un prologo al libretto “Chiesa di San Niccolò a

Casale – San Godenzo Firenze – Intervento di Restauro conservativo – Ricerche a cura di Franca Zerboni Zoli – Gloria Piani – Rufina 1993” dell’Arch: Alberto Raimondi che ha curato il restauro della Chiesa di Casale, in data 6 giugno 1993 ci descrive lo stato in cui la Chiesa si trovava in quel periodo prima del restauro: “Fatiscente, lesionata nelle strutture orizzontali e verticali, al punto da essere dichiarata inagibile per motivi di sicurezza è stata completamente smontata dall’alto in basso e rilegata con cordoli sia al piano fondazioni che alla quota del legno”.

!
Riguardo alla chiesa di S: Niccolò a Casale ritengo interessante riportare alcune righe dal libro del Pinelli (Marco Pinelli – Romanico in Mugello e Val di Sieve – Edizioni dell’Acero – Empoli 1994) “La chiesa di San Niccolò a Casale sorge nell’omonima località posta su un’altura a metà strada tra San Godenzo e Castagno d’Andrea, nel territorio plebano di San Leolino.” “La chiesa – continua Pinelli – ha facciata a capanna con portale d’ingresso con architrave sorretto da mensole di restauro. In alto si apre un occhio circolare…..All’interno l’edificio si presenta con la consueta aula unica conclusa dall’abside semicircolare, con copertura a capriate lignee in vista” !
Fin qui tutto chiaro si tratta dunque di una chiesa romanica, sorta con molta probabilità sui resti dell’antico castelletto del Conte Guido di Battifolle. I

Conti Guidi di Modigliana e di Poppi, erano detti “di Battifolle”, poiché avevano un loro castello a 5 Km. Da Castel San Niccolò lungo la strada che conduce a Montemigniaio passando per Rifiglio. “Questi Conti amavano ritirarsi in questo luogo prima di tutto per amore di quiete, in secondo luogo perché essi erano del partito avverso a quello dei parenti di parte Ghibellina che vivevano a Poppi (Alfio Scarini – Castelli del Casentino – Cortona (AR) 1987).

Il Conune di Firenze, allorché la città crebbe di importanza e in popolazione, già nel 1107 iniziò la conquista di castelli e fortezze del contado. Il primo a cadere fu il Castello di Monte Orlandi, poi nel 1113 quello di Monte Cascioli (entrambi dei Cadolingi). Nel 1135 cadde il Castello di Monte Buoni, di proprietà dei Buondelmonti e nel 1154 il potentissimo castello di Montedicroce dei Guidi situato presso Fornello in Val di Sieve. Queso evento segna l’inizio dellla fine dei Conti Guidi.

Nel 1254 un Conte Guido Guerra, figlio di Marcovaldo, cedette al Comune di Firenze il Castello di Montemurlo. Simile sorte toccò al Castello di Romena acquistato dai Fiorentini per 9600 fiorni d’oro. Più tardi nel 1377 la Signoria di Firenze acquistò dai Guidi il Castello di Modigliana con tutto il restante loro dominio.

!
Fu in questo contesto di aspre guerre portate avanti dai Fiorentini per sottomettere il potere feudale, periodo

che dura all’incirca! un paio di secoli, che furono distrutti i castelli dei Guidi, in particolar modo quelli che si trovavano vicino a Firenze, nella valle della Sieve, nella zona che va !da Montedicroce a San Godenzo in Mugello. Spesso l’ostilità non toccava le chiese che sorgevano a lato dei castelli (Vedi ad esempio San Niccolò alla Pila che sopravvisse alla distruzione del castello e ne abbiamo notizia fino alla metà del 1700, ma l’elenco potrebbe! continuare). Non sappiamo e, fino ad oggi, non abbiamo trovato i documenti che riguardano l’abbattimento del castelletto! del Conte Guido di Battifolle presso il quale (o sui ruderi del quale) sorgeva la chiesa di San Niccolò a Casale. Ritengo doveroso porci però il quesito di quando sia stata costruita esattamente la chiesa. Dobbiamo accettare la tesi del Niccolai il quale dice che la chiesa “non dovrebbe risultare di un’epoca molto posteriore a quella del 1028” (data del primo documento che cita la “Villa” di Casale), oppure dobbiamo dar credito a Massimo Becattini! e Andrea Granchi che nel loro libro (op. cit.) fanno risalire la costruzione della chiesa nel XIV secolo? !
Io ho visitato recentemente la chiesa di San Niccolò a Casole in occasione della celebrazione dei defunti (1 novembre 2008), e posso dire, contrariamente a quanto hanno asserito certi autori che mi è sembrata una chiesa bellissima, originalissima nelle sue strutture di un romanico perfetto. E’ stato questo un restauro

veramente meritevole, portato avanti da un architetto valentissimo Alberto Raimondi, che ha potuto lavorare con l’aiuto determinante del popolo di Casale e del suo parroco e mecenate Don Bruno titolare di Casale e San Godenzo.

Non voglio fare attribuzioni sulla data di costruzione della chiesa, non spetta a me farlo, ma a specialisti del settore: a storici e a critici d’arte. Io, come appassionato di storia e arte medievale ed etrusca posso solo dire che San Niccolò a Casale è una chiesa talmente bella che tutti dovrebbero visitare, per l’aria di antico che vi si respira, per la pace che infonde negli animi, per l’umiltà e la pulizia con le quali si esce arricchiti, per la posizione pittoresca nel panorama che la circonda. Davvero un capolavoro!

POPULONIA, NECROPOLI DI SAN CERBONE: CIMITERO CON ‘AFFACCIO’ SUL GOLFO DI BARATTI
I Parte

Museo di Populonia Alta Ciotola Villanoviana
La stessa ciotola villanoviana (con olla) da me fotografata nel 1981 Che gli Etruschi fossero dei buongustai, questo si sapeva. Che gli stessi dedicassero una cura particolare ai loro defunti, anche questo era cosa! risaputa; Che essi scegliessero dei luoghi incantevoli per costruire le loro città e i loro villaggi, anche questo rientrava nel loro modo di vivere. Ma che essi potessero scegliere la bellissima baia del Golfo di Baratti (Populonia) per costruire il loro!

cimitero monumentale, con ‘affaccio’ sul mare, questo, almeno secondo le nostre conoscenze, era cosa abbastanza rara, se non unica.
Populonia necropoli Tomba a tumulo – Fotografata nel 1981

La Necropoli, in altre parole il cimitero monumentale, quello dei ricchi Etruschi, se vogliamo possiamo paragonarlo al “Verano” di Roma (cimitero delle personalità romane odierne), era a valle, mentre la città era arroccata sulla collina sovrastante, dove esistono ancora le mura ciclopiche. Per gli Etruschi del VII sec. a.C. oppure per quelli del V sec. a.C. la morte doveva essere meno difficile da affrontare sapendo che i loro corpi, iniziavano il loro viaggio verso l’Ade, verso il mondo misterioso e sconosciuto dell’aldilà.

Veduta della Necropoli di san Cerbone – Populonia – Foto del 1981
La necropoli di San Cerbone con alcune tombe a edicola e a cassone Foto 2010 Era proprio qui presso questa necropoli monumentale che iniziava il loro lungo viaggio che avrebbe traghettato le loro anime, e forse anche i loro corpi, in una destinazione ignota, dopo questa prima tappa. Ma essi erano consapevoli che avrebbero dovuto affrontare difficoltà di ogni genere per raggiungere la mèta, per questo nelle loro tombe, portavano con sé il necessario per la ‘sopravvivenza’: un rasoio per gli uomini, uno specchio per le donne, delle monete per pagare i vari demoni, e poi oggetto di uso comune: vasi, calici, brocche per il vino,

profumi, monili, e perfino il cibo.
Il basamento di una tomba a edicola Populonia, san Cerbone, 2010
Necropoli di Populonia, San cerbone – La stessa tomba a edicola (basamento) da me fotografata nel 1981
Insiem a queste cose, la tomba ospitava il corpo del defunto, oppure le ceneri conbuste poste in vasi di terracotta e coperti da una ciotola.
Una tomba a edicola nella Necropoli di san Cerbone a Populonia, 2010
La tomba a edicola nella Necropoli di san Cerbone nel 1981 Proprio lì nel porto del piccolo golfo di Baratti, un po’ appartato dalle grandi barche portavano i minerali di ferro dall’Elba, c’era una piccola barca, fatta apposta per loro e con essa gli Etruschi di Populonia, cominciavano, idealmente’ il “grande viaggio”, verso lo stupendo mare, carico di tramonti infuocati, rinvigoriti dal buon vino, con cui erano state purificate le loro ossa e dal buon olio d’oliva,! che i familiari del defunto avevano arricchito di profumi spezie odoratissime.
Tomba a cassone nella Necropoli di san Cerbone, fotografate nel 1981 Questo cimitero, fu scoperto quasi intatto, sotto una coltre di sei-sette metri di avanzi della lavorazione del ferro, che
furono accumulate, forse in periodo romano. Questi “rosticci” furono poi riutilizzati prima del periodo bellico, nel periodo del Fascismo, dopo che i Paesi di quasi tutto il mondo avevano chiuso i battenti all’Italia di Mussolini.

Polulonia Baratti Necropoli – Tombe a cassone, 2010 Fu proprio in questi frangenti che furono scoperte le prime tombe, che via via vennero riportate in superficie e poste sotto la tutela della Soprintendenza Archeologica.

In questa necropoli di san Cerbone, le tombe, secondo gli esperti archeologi, sono databili dal VII al V secolo a.C.; due secoli che corrisponderebbero al periodo in cui all’Elba le fornaci per estrarre il ferro furono costrette a chiudere, a causa della mancanza del combustibile: la legna. Infatti in tutta l’isola, detta la “fumosa”, era stata fatta tabula rasa di tutti gli alberi e di tutte le foreste. Populonia era già sede di forni fusori per l’estrazione dei metalli dai minerali che provenivano dalle colline circostanti, ricche di vegetazione e di alberi adatti alla combustione forni fusori. Inoltre Populonia era la sede ideale per questa attività poiché insieme ai minerali metalliferi associava una ricchezza di acque, anch’esse indispensabili per l’attività mineraria e metallifera.

La Rocca di populonia alta nel 2010
La Rocca di Populonia nel 1981 In questo cimitero, se vogliamo seguire una classificazione ‘didattica’, un po’ noiosa, per la verità, troviamo tombe a tumulo, dall’aspetto di una collinetta, dolce, come le colline del volterrano. Queste tombe erano circolari, e il basamento a tamburo, non interrato, quasi sempre in ‘panchina’ (una pietra arenaria di questo posto). Siccome questa pietra, non era molto compatta, gli ‘ingegneri’ Etruschi avevano escogitato una sorta di ‘coronamento’ (piccola tettoia) sopra le stesse,

allo scopo di preservarle dalle intemperie e dai rigori invernali. La porta e in cunicolo di ingresso, circa sei-sette metri (se vi piacciono i paroloni: il ‘dromos’), con celle laterali, dopodiché si entra nella camera sepolcrale rotonde, quadrate o rettangolari. Nella tomba dei Carri (così chiamata perché è stato trovato un carro da parata all’interno di una di queste), era senz’altro una tomba Principesca, o se vogliamo del Lucumone (l’equivalente del Re). L’interno è circolare con la tipica volta ’etrusca’, che non è una vera volta, intesa come la intendiamo oggi (oppure al tempo dei Romani), poiché gli Etruschi non la conoscevano. Le loro ‘volte’ erano basate sulla sovrapposizione di file di pietre squadrate, aggettanti verso l’interno, fino a restringersi nella parte finale superiore, che veniva coperta da una lastra. Siccome gli Etruschi non conoscevano neppure i “contrafforti”,! (vedi chiese gotiche, Milano ad esempio), essi erano costretti a controbilanciare le spinte della cupola con della terra.
Populonia Necropoli di baratti, 1981 – Un particolare della “falsa” volta di nuna tomba a tumulo
Populonia – La stessa volta con evidenziati i massi di copertura Un sistema analogo a questo è stato! della ‘cupola’ etrusca è stato usato dal Brunelleschi per ‘voltare’ da cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze. In sostanza, questo grande architetto e scultore, avrebbe inventato quella che si dice comunemente “l’acqua calda”. Sicuramente il Brunelleschi avrà visto, da qualche parte una copula, fatta di pietre aggettanti. Dico questo poiché, io

lo ripeterò fino alla nausea, gli Etruschi non sono mai morti e non moriranno mai, grazie a Dio. Quindi tutte le loro usanze, nonostante la “damnatio memoriae” degli antichi Romani, sono sopravvissute insieme a tutto il resto (lingua compresa). Nella zona, antichissima strada Etrusca che da Fiesole porta in Mugello, presso Montesenario (ipotesi: Monte degli dei), ci sono alcuni pozzi, con le coperture a cerchi concentrici aggettanti di etrusca memoria. ETRUSCHI: L’ACROPOLI DI POPULONIA Populonia è una città etrusca tutta da scavare e tutta da scoprire. Gli scavi condotti attualmente sulla sommità del colle hanno riportato in luce tre templi, definiti semplicemente tempio A, B e C. Ancora ne sappiamo troppo poco per definire a quali divinità essi fossero stati eretti.

I templi erano rivolti ad oriente, ad eccezione del tempio B la cui facciata guardava a mezzogiorno. Gli edifici sacri, secondo le ricostruzioni, poggiavano su podi in pietra, ciascuno con una breve scalinata che conduceva ai sovrastanti portici, realizzati con una o due file di colonne. Il tetto a capanna era fatto di travi di legno e coperto con embrici in cotto. Oltre ai templi, prospicienti il mare, gli scavi hanno riportato alla luce altri edifici, le cui ricostruzioni sono e restano ipotetiche. Una breve strada basolata lunga circa cinquecento passava in mezzo agli edifici e collegava questi ultimi con i templi.

Sempre negli scavi dell’Acropoli sono emerse fondamenta di edifici che risalgono al periodo romano della città, edifici

caratterizzati da pavimenti in mosaico con scene marine, una delle quali raffigura il naufragio di una nave. Sappiamo che solo una piccola parte del sito è stata riportata alla luce e ci sarà da lavorare molto in quanto la città etrusca era molto grande.
Lasciato lo scavo archeologico ci si incammina per un anello, una stradina sterrata, fino ad arrivare ad un punto panoramico. In questo luogo la vista si apre e, come per un miraggio, si scopre uno dei paesaggi più incantevoli della costa etrusca. Proprio davanti a noi l’Isola d’Elba, che nei giorni sereni è visibile in tutta la sua grandezza e bellezza. E’ questa l’antica isola di Aithalia (la fumosa), chiamata così dai greci a causa dei molti forni estrattivi che si trovavano allora sull’isola. Sulla sinistra si distende la costa rocciosa del promontorio di Populonia. E’ un paesaggio meraviglioso, che nessuna fotografia, nessuna tela, anche del migliore artista, può, non dico uguagliare ma nemmeno imitare in maniera convincente.
Lasciando a malincuore questa bellissima postazione, in mezzo alle piante odorose della macchia mediterranea, si prosegue per un sentiero che conduce presso un sito dove sono state ritrovate testimonianze archeologiche riconducibili a un insediamento di epoca villanoviana e sul quale sorgevano capanne etrusche.
Poco prima però la macchia mediterranea si apre regalandoti un altro bellissimo scorcio paesaggistico, si tratta del Golfo di Baratti, una sorta di piccola insenatura, una distesa di acqua azzurrina, non! paragonabile per la sua

bellezza a nessun altro panorama. Sempre in questo punto, prima di arrivare al sito delle capanne, sono visibili i resti di un tratto delle antiche mura etrusche. Da qui ti rendi conto in maniera tangibile di quanto fosse grande e importante questa città-stato etrusca,e quanto grande fosse estesa e imponente la sua cinta muraria.

Una brevissima deviazione della strada e siamo davanti al sito delle capanne, del villaggio villanoviano, il primitivo villaggio dal quale! si formerà l’importante città-stato di Popluna (o Pufluna), tanto importante da battere moneta propria.

Per quanto riguarda la cosiddetta area delle capanne, nella quale sono evidentissimi grandi buche sul terreno roccioso, ammesso (e non concesso) che si voglia escludere l’esistenza in quel luogo di una necropoli, sarei più propenso a ritenere, semmai, quei pozzetti dei luoghi per la raccolta delle acque piovane. Io sono del parere, tuttavia, che si tratti di tombe a pozzetto, come ne esistono di simili sulle alture di Quinto, presso Firenze, in in località Palastreto, necropoli molto simile a questa, con buche dello stesso diametro, anche lì scavate in terreno galestroso. Riterrei comunque di escludere queste buche come i luoghi dove venivano allogati i pali delle capanne per le seguenti ragioni:

1- le buche hanno un diametro di circa 70-80 cm, veramente troppo grandi per dei pali destinati a reggere una capanna, le cui pareti erano fatte di materiali leggeri. Ritengo che il diametro di tali pali potesse raggiungere, al

massimo, il diametro di 20-30 cm.
2 – il terreno, o meglio il piccolo pianoro sul quale sarebbero state costruite le capanne, una ovoidale e una rettangolare, non è in posizione orizzontale, ma su un pendio piuttosto inclinato. Ora mi sembra davvero improbabile che popolazioni villanoviane, seppur primitive, piantassero le loro tende in un terreno non orizzontale, ma addirittura caratterizzato da una certa pendenza.
Finito il percorso dell’acropoli merita una visita il museo di Populonia che si trova all’interno delle mura del paese, vicino alla Rocca. Si tratta di un piccolo ma interessantissimo museo che raccoglie le testimonianze archeologiche del territorio. Fra queste una bellissima testa scolpita etrusca del V-IV secolo a.C. Il museo inoltre ospita interessantissimi pezzi in terracotta e in bucchero oltre a reperti in bronzo.
E’ una giornata questa, dedicata alla visita dell’acropoli di Popolunia, spesa molto bene, che ne vale veramente la pena e che mi sento di raccomandare a tutti.
CECINA: IL MUSEO ARCHEOLOGICO!
Dico subito che il Museo Archeologico di Cecina, dipendente dal Ministero peri Beni Culturali e Ambientali non è di facilissima reperibilità, poiché si trova un po’ fuori mano, in località San Piero in Palazzi, in direzione nord, ed ubicato in una struttura storica, plurifunzionale della Villa dei Guerrazzi. Il museo, apre dalle 18 pomeridiane e la sua apertura si protrae fino alle 22,00. Il Museo raccoglie i reperti archeologici provenienti dal territorio circostante

della Valle del fiume Cecina. Vale veramente la pena visitare questa realtà museale, i cui reperti sono ordinati in ordine cronologico ed esposti in vetrine realizzate con criteri moderni e illuminate sapientemente con moderna tecnologia.
Come ogni altro museo archeologico della Maremma, anche questo di Cecina si caratterizza per alcuni pezzi di straordinaria importanza, come ad esempio il cinerario di Montescudaio, i bronzi della necropoli di Casa Nocera, il calice in bronzo di Casaglia, il tavolino in bronzo proveniente dalla necropoli di Casa Nocera, come pure l’ascia proveniente dallo stesso sito. Ma su tutti, primeggia, per l’effetto dirompente che ha sul visitatore, la corona aurea proveniente dalla necropoli di Belora.
Il primo impatto, o meglio la prima piacevole impressione il visitatore l’ottiene davanti al Cinerario di Montescudaio. Al riguardo di questo importante reperto c’è da notare che un successivo restauro, rispetto alla foto riportata in catalogo, ha ripristinato una lacuna della statuetta, inserendogli nella mano destra una specie di martellone, con il quale la divinità intende colpire il defunto (?) che si appresta a consumare la cena dei defunti. Questo cinerario differisce dagli altri cinerari, forse più antichi, per queste statuette inserite sul coperchio a forma di ciotola e per una ulteriore statuetta seduta sull’ansa del cinerario. La decorazione dello stesso è caratterizzata da grandi croci solari realizzate in rilievo.
Altri reperti di notevole interesse sono rappresentati dai

bronzi provenienti dalla necropoli di casa Nocera. Stupisce di questi manufatti in bronzo, in modo particolare, l’alta qualità della fabbricazione degli stessi. I pezzi sono infatti realizzati con la tecnica della martellatura a sbalzo in rilievo, creando decorazioni a baccellature di straordinario interesse artistico. Bellissima e interessantissima è anche una pisside cilindrica realizzata in lamina di bronzo, sempre sbalzata, con dei piccoli pendagli, forse dei sonaglietti, appesi a delle catenelle sempre in bronzo. Bellissimi anche due calici bronzei, l’uno a forma di tazza cilindrica e l’altro a forma di coppa, sempre cilindrica.

!

Un tavolino sempre in bronzo con il piano cilindrico e la base a forma di treppiede ci testimonia dell’ alto risultato raggiunto dagli etruschi nella lavorazione dei metalli e del bronzo in particolar modo.

Un altro reperto che mi sembra di una importanza davvero! notevole è l’ascia in bronzo con manico ricurvo, sul quale sono sistemate una serie di paperelle stilizzate. Questa ascia mi sembra molto simile ad un reperto ritrovato nell’isola di Lemno. Ciò testimonierebbe in favore di una certa ‘liaison’ esistente fra le genti abitanti in questa parte dell’ Etruria e le genti delle isole del Mare Egeo e delle coste anatoliche. Ma un reperto su tutti accende la nostra fantasia di appassionati d’archeologia e d’etruschi. Si tratta di una corona aurea, forse appartenente una famiglia regale o di alto lignaggio.

Di questo reperto formato da foglia d’oro finissima ottenuta

tramite martellamento, stupisce l’alto grado di conservazione e soprattutto la lucentezza davvero abbagliante. Questo popolo davvero era maestro nella lavorazione dei metalli di ogni genere che proprio in questa parte della Toscana erano abbondantissimi: rame, ferro, piombo, argento, ecc. Vorrei infine menzionare una bellissima statuetta in bronzo raffigurante un cervo. Si tratta di uno dei reperti con un livello artistico notevole a dimostrazione, se ancora ce ne fosse di bisogno, della maestria raggiunta da questi antichi popoli dell’Etruria, nel forgiare e nel modellare a loro piacimento i metalli, tanto da diventare esportatori in tutto il bacino del Mediterraneo. Questo di Cecina è davvero un museo importante e particolare, poiché come in ogni realtà museale, si trovano

dei reperti unici. Il museo apre la sera dalle 18 alle ore 20. FOTOGRAFIE UNA QUARANTINA
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CAPIRE GLI ETRUSCHI – BOZZE INTEGRALI DEL LIBRO DI PAOLO CAMPIDORI

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SCENE DA UN MATRIMONIO?

 

PROLOGO
Verso il 1975-6, quando il mio primo figlio aveva circa due anni, fummo invitati da una parente di mia moglie, da una zia, a trascorrere le vacanze estive in Maremma, per l’esattezza a Montalto di Castro, presso Tarquinia, in Maremma. Questa zia, ora in là con gli anni, si chiamava, e si chiama Velia, nome che per quei posti è tutto un programma. Essa aveva una casetta ammobiliata a Marina di Montalto, che volentieri ci affittò per il mese di luglio. Nonostante che io fossi un po’ riluttante all’idea di passare le vacanze al mare (in quel periodo ero appassionato di alta montagna, amavo soprattutto la Val d’Aosta, Courmayeur e la Val Veni) acconsentii e accettai la cosa un po’ a collo torto. Allora, non sapevo, o quasi, cosa fossero gli Etruschi, però già da una decina di anni, forse di più, mi interessavo di arte e di storia della stessa, essendo impiegato presso la Soprintendenza Antichità e Belle Arti di Firenze.

A Montalto di Castro, presso Tarquinia, dove viveva la zia di mia moglie, la zia Velia, nome di origine etrusco, tutto parlava di questo antico popolo: gli etruschi. Per dire la verità questa cittadina laziale, ai confini con la Toscana, era un po’ il centro dei “tombaroli”, che sarebbero coloro che, con uno strumento particolare, sondavano il terreno, per ricercare le tombe etrusche. Ricordo che qui a Montalto c’era un gran “commercio” (mi riferisco a trent’anni fa e forse più) di anfore, di buccheri, di cocci vari. Era facilissimo, anche se io non l’ho fatto, poiché sapevo che la cosa era rischiosa, ma soprattutto illegale, ottenere da qualche conoscente della Velia, che faceva il mercante clandestino, una manciata di cocci etruschi. Io stesso, ricordo, una volta, di essermi recato presso un laghetto molto bello, una specie di grande pozza formata dal fiume, a monte del quale vi era una bella cascata d’acqua, che creava un ambiente ricco di bellezza e di mistero. Presso questo “laghetto” c’era una discarica, usata, sembra, dai tombaroli, dove essi lasciavano i detriti, i frammenti non utilizzabili del loro commercio clandestino. Vedendo tutti questi “cocci” multicolori, grandi sì e no tre-quattro centimetri, alcuni completamente neri, di bucchero, io ne raccolsi una manciatina e la portai a casa. La misi su un tavolino della terrazza e lasciai che questi “cocci” venissero impregnati di sole e di luce.

Improvvisamente mi accorsi che questi frammenti di ceramica, così belli a vedersi, così misteriosi circa la loro origine, cominciarono a raccontarmi la loro storia. Alcuni di questi erano decorati, altri ricoperti di una vernice vetrificata, altri ancora erano manici di vasi o di Kilix o di patère, che pur isolati dal contesto dell’oggetto a cui appartenevano, avevano il loro fascino. Toccando poi quei frammenti avevi l’impressione che fossero “vivi”, che in un modo o in un altro ti erano riconoscenti, poiché li avevi preservati da un nuovo oblìo, infatti di li a poco sarebbe passata la ruspa del Comune che li avrebbe rotolati giù da chissà quale discarica. Avevi l’impressione che quei frammenti ti volessero parlare, ti volessero insomma raccontare la loro storia millenaria. Fu così che iniziai a chiedermi chi fossero quelle genti, quei popoli, che avevano modellato così bene l’argilla, per farne delle meravigliose terrecotte o dei buccheri per il loro vivere quotidiano.

Chi erano questi etruschi? Quanti anni fa avevano vissuto la loro storia, per quanti secoli hanno lasciato le loro orme su questi terreni caldi e rossastri come la lava dei vulcani che era diventata poi tufo vulcanico, dove gli etruschi avevano scavato le loro tombe. Iniziai così ad interessarmi di loro e fui preso da quella “febbre” che non contamina solo gli etruscomani o gli etruscologi, ma anche gli egittologi e un po’ tutti i ricercatori delle civiltà antiche. Cominciai ad acquistare libri, cataloghi, monografie sulle singole città etrusche e piano piano iniziai a visitare quei luoghi fascinosi e allo stesso tempo avvolti da un mistero quasi impenetrabile. Poi quei colori delle ceramiche, quelle ocre, quei verdi rame degli utensili, di quelle che ancora oggi noi chiamiamo “mezzine”, che usavano fino a non molto tempo fa anche nelle nostre campagne e che erano in tutto e per tutto uguali a quelle ritrovate nelle tombe etrusche ed ora esposte nei musei di tutto il mondo.

Dopo la teoria, la pratica. Dopo cioè aver letto il contenuto di diversi libri ed essermi appassionato ad ogni aspetto della vita civile, politica e religiosa di questo popolo, iniziai la visita “sistematica” dei siti archeologici più importanti come Vulci, Tarquinia, Roselle, ecc. La mattina portavo in spiaggia mia moglie con il figlioletto Leo, e subito dopo partivo, sotto il sole cocente e abbagliante di quell’estate maremmana verso l’entroterra, per visitare tutti quei luoghi così nuovi per me, anche così diversi dal nostro vivere quotidiano. Mi incamminavo, da solo, per sentieri, in mezzo alla “macchia mediterranea”, in mezzo a gole rischiarate solo da un po’ di luce che veniva dall’alto, fra le campagne di olivi, calpestando la terra rossastra in mezzo a quei paesaggi “solari”, una volta percorsi da quelle genti meravigliose. Per fortuna, per prima cosa, scelsi di visitare un luogo molto significativo, forse il più significativo in assoluto, quello che parlava della religione di questo popolo, religione che era così radicata, in ogni atto in ogni istante della loro vita, in pace come in guerra, durante i loro svaghi, come in occasione di cerimonie funebri. Questo monumento rappresentava tutto poiché era il simbolo assoluto del loro credere, della loro religione, presa sul serio in ogni istante della loro vita, e non come vorrebbero farci credere certi storici quando parlano della loro religione esclusivamente come una specie di diavoleria, di esorcismo, di magia o di superstizione.

La prima cosa che visitai fu il luogo dove sorgeva il tempio a Tarquinia. Era questo un luogo “solare”, intendendo per “solare” non solo il significato letterale, che può significare un luogo pieno di luce, pieno di calore, ma “solare” anche in senso magico, mistico. Forse la mia “sensibilità”, nel senso di concepire e percepire il trascendentale, in maniera forse più accentuata che in altre persone, senza tuttavia scendere ai livelli della extra-sensorialità o del paranormale, quei momenti passati entro l’area del tempio etrusco mi davano delle sensazioni, quasi reali, di “rivivere” in un certo senso la “presenza” e la “vita” dei nostri antenati etruschi, quindi delle forti imporessioni ed emozioni.

 

In quel luogo, così appartato dalla moderna città, però a breve distanza, nella campagna tarquinese, la vita sembrava essersi fermata. Intorno al tempio cperano greggi di pecore al pascolo, esattamente come è supponibile fosse circa tremila anni fa, e poi prati e olivi, una distesa di verde che copriva tutto il dolce declivio della vallata. Tutto era rimasto immutato, per fortuna. La vita, il “brulichio” immaginario dei fedeli che andavano e venivano dal tempio, davano l’impressione di una cosa reale, la sentivi, la percepivi, era come “spalmata” nei massi squadrati che formavano i muri della base del tempio. Ripeto, io non sono un “sensitivo”, parola oggi tanto usata per definire quelle persone che credono di avere dei poteri soprannaturali o extra-sensoriali, fenomeni molto discutibili che nella maggior parte dei casi sfociano in fenomeni di occultismo, spiritismo o addirittura di stregoneria. Tuttavia, trovandosi in questi luoghi, talvolta quasi inaccessibili, come ad esempio presso le tombe rupestri a Sovana, a Pitigliano, a Sorano etc, è inevitabile che una persona, dotata di una certa “sensibilità”, dotata di una certa capacitò di “viaggiare” con la propria mente attraverso secoli e secoli di storia, in altre parole, una mente “preparata”, una mente “addestrata”, provi certe sensazioni, che n on hanno niente a che vedere con il paranormale.

Mi parve interessante un certo esperimento, a metà fra la ricerca archeologica e la paranormalità di un gruppo di “sensitivi”, che trascorsero alcune notti nel buio e nel silenzio più assoluto, nel mistero trascendentale di quei luoghi, presso un sito archeologico, mi sembra di Cerveteri, registrando i rumori della notte con uno speciale “registratore”, un apparecchio sensibillisimo ai rumori. Questi sensitivi e ricercatori, allo stesso tempo, miravano a registrare certe voc che, pare, fossero state udite in questi luoghi archeologici, voci misteriose, di gente che pronunciava frasi in una lingua a noi sconosciuta: l’etrusco. Ovviamente, io non credo a certe cose, tuttavia mi sembra interessante, piena di fantasia e di fascino sentir dire da questi “sensitivi”, di aver registrato ad esempio lo scalpitio di cavalli e voci di cavalieri e amazzoni, passati proprio nelle vicinanze, voci e scalpitii “percepiti” solo da questo strumento sofisticatissimo. Anche se ritengo che la cosa sia molto opinabile, tuttavia dobbiamo ammettere che ha una certa poeticità, un certo fascino.

Questo per dire che, indipendentemente dai risultati di quell’esperimento, in quei luoghi, in quei ruderi di quelle antiche città, “esiste” qualcosa in più, che dei semplici massi, dei mattoni, delle tegole, dei buccheri, delle ceramiche. C’è qualcosa di impercettibile che non vedi, non senti, ma eppure valuti che sia lì accanto o davanti a te. E questa “percezione” non ti lascia, si impadronisce, si “impossessa” di te e ti spinge ad andare, a cercare, a studiare. Questa forza misteriosa ti spinge a visitare i luoghi dove viveva questa gente, posti unici, incantevoli o incantati, fatti di dirupi, di fiumi che scorrono in orridi indescrivibili, cascate, laghetti primordiali, strade incise nella roccia, con strani simboli, necropoli scavate nel tufo, dove il tempo si è fermato per migliaia di anni.

Così seguendo questo impulso di conoscenza ho visitato Vulci, con il suo museo di reperti situato nel bel castello medievale a guardia dell’arcato e ardito ponte a “schiena d’asino”, gettato fra le due rive dell’orrido del fiume, che scorre sotto fra cascate e precipizi e fra gole profondissime. E’ questo un museo particolare poiché vi trovi vasi, anfore, e oggetti di uso comune, molti dei quali recuperati dall’illecitae primitiva attività dei tombaroli della zona (ora gli stessi lavorano con mezzi sofisticati, molto più avanzati delle trivelle con manico di legno).

Qui ci sarebbe da aprire una parentesi su questa attività illecita che procura illeciti guadagni, o almeno, li procurava, a una disceta fetta di popolazione: si parlava allora di un buon 30-40% di abitanti impegnati in tale attività per “arrotondare” i magri stipendi o per supplire alla atavica mancanza di lavoro che, per molto tempo, è stata una caratteristica economica di questi posti. In alcuni casi, da parte di alcuni “tombaroli” il lavoro veniva fatto “a tempo pieno”. Si parlava di tombaroli esperti, nel settore, che potevano permettersi dei “contatti” con persone importanti, con professionisti, ecc. Per esempio, a me è stato raccontato, e questo non è un segreto, semmai è il segreto di Pulcinella, era nella bocca di tutte le persone del luogo, che, ad esempio “illustri” primari di ospedali laziali e toscani “abboccavano”, accetando in dono, reperti di ogni genere, in occasione di interventi operatori eseguiti sul “fior fiore” di tombaroli. Eppure, questi personaggi sapevano, dell’illiceità della detenzione di simili oggetti, ma li tenevano ugualmente in “bella vista” nelle loro abitazioni o nelle loro ville private, ben custoditi in vetrinette, per il lustro di “lor signori” e delle loro famiglie. I segreti veri, ce ne sarebbero, anche molti. Segreti svelati nelle aule dei tribunali, nei confessionali delle chiese, sussurrati dal popolino con un certo timore. Segreti che fanno parte della storia o che non faranno mai parte della storia, cose tramandate e che non verranno mai scritte. E purtroppo si sa, che quando una attività è illecita, ci si avvale di intermediari con pochi scrupoli, che remunerano la “manovalanza” con pochi spiccioli ed ottengono invece cospicue somme piazzando i reperti su mercati d’oltre Alpe o d’Oltre Oceano. Allora, si diceva, che il centro di raccolta e di smistamento fosse stata la Svizzera, e purtroppo temo che lo sia anche oggi, ma non è la sola nazione-mercato-antiquario. Da lì, si diceva, che i pezzi più importanti partissero per i musei e collezioni private di tutto il mondo.

Oggi, temo, che le cose siano molto cambiate. Da una parte penso che ci sia una maggiore tutela e una maggiore “esperienza” da parte delle Soprintendenze Archeologiche, dall’altra parte penso che vi sia un cambiamento in peggio, per l’affinarsi e per la complessità raggiunte da questi commerci affidati a antiquari senza scrupoli , se non a soggetti malavitosi.

Mi sembrava doveroso intingere un po’ il dito in questa piaga. La prima impressione che ebbi visitando un museo, vero (non che gli altri non fossero veri), come quello di Vulci, che esibiva il “bello” e il “brutto” dell’”affaire” o del “business” archeologia, mostrando per questa ragione, in tutto e per tutto un certo realismo, non fu la stessa impressione che ebbi, ad esempio, visitando i ruderi, o meglio quello che rimaneva del tempio di Tarquinia. Guardando attraverso gli spessi vetri delle vetrine del Museo di Vulci quegli ossari biconici, in cui gli etruschi mettevano le polveri, derivate dalla combustione dei corpi dei loro defunti, e che nascondevano accuratamente dentro una grande “olla” nel terreno, spesso tufaceo, ebbi l’impressione che la società odierna, la nostra, commettesse qualcosa di sacrilego, o, tutt’al più, qualcosa che non fosse giusto nei confronti di quella gente. Il fatto che fossero passati, qualcosa come venticinque o trenta secoli, non ci autorizzava affatto a “violentare” quelle tombe, che erano state destinate ai morti “per l’eternità” o almeno finché ci fosse vita nel mondo.

Gli etruschi ci tenevano al mondo dei morti, essi avevano un concetto della morte e dell’aldilà molto diverso dal nostro. Essi avevano il concetto, fortemente radicato, lo possiamo vedere anche dagli oggetti che erano di corredo alle tombe, ad esempio i nomi scritti sui calici, sui buccheri, nomi come Arunte, Nuzinai, Veltur, ecc. e frasi come questa “Io appartengo a Nuzinai” oppure “questo gotto l’ha messo Arunte per Velia, ecc. ecc.”. Gli etruschi avevano il concetto che chiunque avesse profanato le tombe, le loro tombe, sarebbe stato un sacrilego, e non sappiamo, a quali pene erano sottoposti coloro che si abbandonavano a tali atti sconsiderati.

La nostra religione cattolica e cristiana non permette a noi fedeli di avere il culto dei morti e delle tombe così come lo intendevano loro. Anzi, nel Vangelo Gesù dice in proposito: “lascia che i morti seppelliscano i loro morti”. Nella nostra religione il corpo del defunto non ha nessuna importanza, pioiché, Gesù nel Vangelo ci dice che “anche i capelli sono contati uno ad uno e che neppure uno di questi verrà perduto”. Gli etruschi invece avevano una concezione del “trapasso” intesa come un viaggio, sembra abbastanza lungo, che l’anima faceva su carri tirati da cavalli alati in compagnia delle divinità paradisiache e infernali. Durante questo viaggio, il defunto tornava alla tomba, per rifocillarsi, usando tutti quegli utensili che gli erano stati utili nella vita.

Oggi con la sfacciataggine più assoluta si profanano tutte queste tombe in nome della scienza e quello che potrebbe sembrare anche più grave è il fatto che questi oggetti, che potrebbero essere documentati e fotografati per essere rimessi al loro posto originale, vengono invece messi sotto il “fuoco” delle vetrine dei musei, interrompendo per sempre il silenzio ovattato del nascondiglio sotterraneo, e interrompendo sacrilegamente il “sonno eterno” dei n ostri antenati.

Noi non ci rendiamo conto che quei vasi che portano strani simboli incisi e che noi guardiamo distrattamente, con l’aria dei turisti annoiati, sono i resti mortali di persone che sono effettivamente vissute circa tremila anni fa. Il fatto dell’enorme quantità di tempo trascorso (che non è assolutamente niente nei confronti dell’eternità) non ci autorizza , perciò, a profanare queste tombe e a destinarle ad un uso improprio, commerciale, ecc. Quanto vale l’anima di un Etrusco, ammesso che la stessa possaessere rinchiudesa dentro un ossario biconico?

A me ha fatto sempre un po’ impressione le maledizioni che venivano scritte, ad esempio sulle tombe egizie, contro coloro che avessero osato disturbare il “sonno” dei defunti. Ammesso che non si tratti di sacrilegio, per le attenuanti che possono avere la scienza, la storia, l’archeologia, ecc. bisogna tuttavia ammettere che si tratta di mancanza di rispetto, se non di vera e propria indebita appropriazione, insomma un vero e proprio furto, commesso contro i defunti e contro i loro familiari. La nostra mentalità moderna cozza fortemente contro le antiche credenze etrusche.

Purtroppo sacrilegi o mancanze di rispetto, riguardo alle tombe degli antichi ne sono state fatte a iosa. Basti pensare alle mummie egizie. L’uso “migliore” che ne è stato fatto è quello di aver esposto i sarcofagi nei musei di tutto il mondo. Ma un uso improprio, anzi sacrilego al massimo, è stato fatto nella storia, passata e anche abbastanza recente, riguardo alle mummie egizie. La stupidità umana, nei secoli XV-XVII, le ha usate come, udite, udite, medicamento, come rimedio di alcuni mali, curati da una medicina idiota che a chiamarla empirica facciamo ancora un gesto di simpatia nei suoi confronti.

Se voi osservate certi “alberelli” (vasi da farmacia) del Sei-Settecento noterete la scritta “Momia”, che vuol dire proprio quella cosa lì: mummia. Questa era la farmacopea antica, che accanto alla “Panacea universalis”, altra stupidità del tempo, usava la polvere di mummia, per guarire chissà quali e quante malattie. Vi immaginate, questi poveri resti mummificati , queste carni a brandelli, queste misere stoffe che venivano usate per avvolgere il defunto, “pestate” nei pestelli di marmo e ridotte a polvere e venduta come rimedio agli ignari malati del tempo? Ma ci rendiamo conto della stupidità umana? Non voglio certo denigrare la farmacopea del periodo “barocco”, essa si avvaleva senz’altro anche di rimedi utili e efficaci, anzi dobbiamo ammettere che nell’antichità si aveva una conoscenza di certe virtù senz’altro terapeutiche del mondo vegetale, che soltanto adesso noi andiamo riscoprendo con razionalità e scientificità nella farmacopea moderna. Per non parlare dell’uso più moderno che ne è stato fatto per migliaia e migliaia di queste mummie. In periodi di scarsità energetica, queste mummie sono state usate come, sembra impossibile a crederci, eppure è così, combustibile per le caldaie dei treni a vapore. Quanti chilometri hanno fatto le locomotive di tutta Europa con questo “speciale combustibile”.
Ignoranza, certo. Colpa anche della nostra religione che non è tollerante con le antiche credenze, che le considerava idolatre. E’ meglio stendere un velo pietoso su questo argomento che ha dell’incredibile.

In questo museo di Vulci fui incuriosito da un’altra cosa. Accanto agli ossuari, accanto alle ceramiche, accanto ai buccheri c’erano gli oggetti che servivano per il vivere quotidiano degli etruschi, dissotterrati, ripuliti e restaurati con cura da abili ed esperte mani di restauratori, fra questi gli specchi in bronzo, che non hanno specchiato alcuno da secoli e secoli. Anzi, io mi sono sempre chiesto come si facessero a specchiare gli antichi. Sarà questa mia una domanda ingenua, ma io non riesco a capire come queste pareti degli specchi, così grezze, così ruvide, avessero potuto tanti, tanti anni fa, rispecchiare il volto di una bella donna etrusca, con le labbra carnose, con le trecce nere e con le orecchie ornate di bei orecchini, oppure rispecchiare il volto rude di un etrusco con tanto di barba nera.

Oltre a questi tanti “rasoi”, in rame o in bronzo, modellati in una foggia particolare, a forma di luna, con decorazioni orientaleggianti. Anche per questi mi sono semprechiesto, come avessero potuto gli etruschi sbarbarsi con rasoi così rudimentali e all’apparenza poco taglienti. Ho l’impressione che più che tagliarsi essi si strappavano la barba, questi rasoi non avrebbero potuto fare di meglio. Ma soprattutto notai che tutto, o una buona parte degli oggetti esposti, erano lontani, distanti dai nostri stili (Intendo dire che non c’era alcuna forma di continuità estetica fra la loro arte e la la noistra) Quei rasoi a forma di luna, gli specchi con incise scene mitologiche, gli oggetti della cucina, come colatoi (in Toscana li chiamiamo colini), i treppiedi, i carrelli, tutte queste cose avevano un “gusto” una particolarità che sapeva di Oriente.

Per questo tali oggetti emanavano un fascino così misterioso. Per la verità io rimasi affascinato da questi “etruschi della prima ora”, come si direbbe oggi., vale a dire del primo perido, quello anteriore alla scrittura, cioè i due secoli che vanno dal IX (e precedenti) al VII a.C. , periodo che è stato definito anche “villanoviano”, con un po’ di confusione. Quegli anni, in cui visitai il museo, erano gli stessi in cui le forze dell’ordine, polizia, carabinieri e finanza avevano assestato i primi importanti colpi ai “tombaroli” più o meno professionisti. Infatti in questo museo del castello di Vulci, come ho già detto, appese alle pareti, c’erano i “corpi del reato”, cioè quelle specie di bastoni a forma di “T”, che avevano all’estremità inferiore una specie di avvitatura per affondare l’attrezzo nel terreno, e nella parte superiore, il braccio o il Tau, che serviva per far leva nell’avvitatura. Non appena questo attrezzo, sentiva il vuoto, cioè la tomba etrusca, e il terreno non faceva più resistenza, i “tombaroli” avrebbero capito che lì, in quel punto, sicuramente, ci sarebbe stata una o più sepolture etrusche.

Certo questi tombaroli erano persone di pochi scrupoli e, in giro, nel paese, si diceva che questi usassero ogni “mezzo” per portare il bottino, vale a dire i tesori delle tombe, a destinazione dei ricettatori. Sappiamo che i ricettatori sono quegli intermediari che acquistano le cose rubate ai ladri, in questo caso ai tombaroli. Andando poi per la campagna intorno a Tarquinia o intorno a Vulci, ho spesso visto, nascoste dalla vegetazione, o negli anfratti dei muri a secco, pale, picconi e, appunto, queste trivelle a forma di tau, tutti utensili che i tombaroli avrebbero usato nelle notti in assenza di luna, cioè di luce lunare, per non essere visti dalle forze dell’ordine. Faceva un po’ impressione vedere come tale abuso venisse commesso, quasi approfittando della “impotenza” delle forze dell’ordine, quasi sempre a causo dell’inadeguatezza degli organici e dei mezzi finanziari.

Dopo Vulci mi recai a visitare gli ipogei, vale a dire le tombe scavate nel terreno tufaceo sparse nella campagna tarquinense. Ebbi allora la fortuna, quasi il privilegio, di vedere, quasi di toccare, quegli affreschi parietali, dei quali avevo sentito decantare la bellezza. Purtroppo su questi affreschi, visitati da centinaia di persone, si erano formati, a causa del vapore acqueo emesso dalla respirazione dei visitatori e quindi della umidità, dei sali che rischiavano di disgregare e polverizzare i pigmenti degli affreschi. Nonostante ciò, notai che questi affreschi avevano dei colori bellissimi, naturali, cioè colori fatti macinando certe terre e certe pietre. Vi si scorgevano colori che andavano dall’ocra al rosso mattone, al blu intenso delle acque e del cielo alle “terre” delle campagne, al verde-rame delle fronde degli alberi. Oggi questi colori non esistono più, poiché essi vengono preparati chimicamente dall’industria, insomma non è più una produzione artigianale.

Per la visita di queste tombe, si scende una scala, abbastanza ripida, scavata nel tufo, poi si percorre una specie di “dromos” (andito), prima di arrivare alla stanza della tomba vera e propria. Oggi non è più possibile entrare nella tomba, il visitatore viene fatto sostare all’ingresso, che è chiuso da una lastra di vetro o di plexiglas. Già allora, nel 1976, si diceva che il privilegio che avemmo avuto noi, cioè quello di “toccare” (in senso figurato) realmente gli affreschi, sarebbe toccato ancora a poche persone. Davvero mi trovai, per la prima volta, di fronte a qualcosa di meraviglioso, a qualcosa che mai avrei pensato di poter vedere. Davanti a me scorrevano le scene e i personaggi dipinti con una intensità e una nitidezza tale, che sembravano vere, che sembravano attuali, non dipinte quasi tremila anni fa.

Davanti a me, per la prima volta, apparivano gli etruschi in tutta la loro realtà. Non più il fascino tetro degli ossuari biconici, o il nero metallico misterioso dei buccheri, oppure i volti pensierosi, talvolta ieratici, dei personaggi raffigurati nei monumenti tombali. Davanti a me la vita, la vita vera, quella vissuta dagli etruschi giorno dopo giorno. Che idea sbagliata ci eravamo fatti degli etruschi guardando i loro monumenti tombali! Quanto erano simili a noi nella realtà, quanto erano vicini ai nostri costumi, al nostro modo di vivere la vita! Quelle scene dei fiumi, dei bambini che si tuffano nel torrente dalle cascate, quanto erano simil a noi, quando andavamo a fare il bagno nei fiumi e ci tuffavamo nel torrente a capofitto, andando a scoprire ciò che di meraviglioso e di “sottomarino” c’era dentro quelle acque limpide. Noi, come i ragazzi etruschi ci libravamo nell’aria come degli uccelli, per poi cadere con tutta la nostra gravità nelle acque limpide; noi, come i ragazzi etruschi, ci immergevamo nelle acque, per un momento in competizione con i pesci e con gli altri animali acquatici. E poi sole, luce, natura, alberi, e il cielo turchino e bellissimo delle nostre giornate estive toscane.

Questi erano gli etruschi, gli etruschi veri che non avevano niente a che vedere con gli etruschi ormai romanizzati, quelli per capirci, dell’Arringatore e delle altre sculture, più romane che etrusche. Niente di tutto questo ma la vita felice di questo popolo, che ballava al suono del doppio flauto, in compagnia di giovani donne, anch’esse scatenate nella danza al ritmo del doppio flauto e di altri strumenti. Non trapelava tristezza in questi affreschi ma solo allegria, voglia di vivere, vitalità assoluta. Guardavi quelle scene, quei personaggi e un’ora dopo, al rientro a casa, in quel di Montalto di castro, questi personaggi, queste donne, le trovavi per strada, identiche. Se guardavi i loro orecchi vedevi gli stessi orecchini delle donne etrusche, ai polsi le stesse armille, al collo le stesse collane di oro e di pietre persone. E poi il loro incedere, il loro sorriso, enigmatico, come le Gorgoni delle antefisse, i loro occhi socchiusi, le loro pupille grandi e nere, i loro capelli neri come il carbone. Come erano vicino a noi gli etruschi che apparivano in quelle scene di quegli affreschi e come erano moderni, una modernità che oserei definire scioccante.
Dopo il Museo di Vulci, ormai “invasato” (nel senso buono del termine) da questa smania di conoscenza di questo antico popolo, visitai il Museo di Tarquinia e di quasi tutte le altre principali città etrusche.

Da allora in poi i miei studi sugli Etruschi sono stati costanti nel tempo. Ho consultato i maggiori autori archeologi, etruscologi, filologi; ho visitato moltissimi musei e anchi molti scavi in Toscana., Lazio, Emilia Romagna e ho visitato tante mostre sugli Etruschi. Mi sono interessato particolarmente del territorio in cui abito e lavoro e cioè il territorio vicino a Firenze e la Maremma in particolare. Ho sempre cercato tuttavia di non essere dipendente da nessun capo-scuola, e di non tener conto mai del pensiero “dominante” o “ufficiale” come verità assoluta, ma come una verità che andava cercata, valutata e, soprattutto condivisa. Ho apprezzato molto studiosi-etruscologi e filologi, fra questi, il Pallottino, il Pittau, il Semerano, ecc. ecc. , come pure numerosi studiosi del passato come il Tarquini, lo Stickel, ecc. Sono sempre stato dell’opinione che, ancora oggi, nessuno studioso degli Etruschi può dire qualcosa di veramente definitivo, poiché tante altre scoperte dovranno essere fatte in campo storico, scientifico ma soprattutto archeologico

Ho cercato in questo mio libro, di non avere, neppure lontanamente, la pretesa di fare un libro per specialisti ma di comunicare il mio pensiero sugli Etruschi alla gente, e soprattutto mi sono preoccupato capire le loro lontane origini, la loro lingua, la loro religione, che sono i cardini su cui si basa l’esistenza di qualsiasi popolo. La mia è quindi una storia “controversa”, che dice qualcosa di diverso da quello che è stato detto fino ad ora.
Ci sarò riuscito? Spero senz’altro di sì.

 

 

 

 

 

 

 

 

ETRUSCHI: LA QUESTIONE DELLE ORIGINI

Eccoci arrivati a uno dei punti “dolens”, o meglio al punto più misterioso in assoluto di tutta la questione etrusca: quella delle origini, o meglio della provenienza. Esistono varie teorie su questo punto, nel senso che gli studiosi sono divisi se azzardare, avallare o dare per scontato le varie teorie avanzate nel corso della storia, oppure se non sia, più prudente parlare di una necessità, o meglio ancora non parlare di origini, ma di “formazione”. Insomma, inutile nasconderlo, se la fine della civiltà di questo popolo resta misteriosa, non di meno lo è il suo inizio, se così si può parlare. Esistono varie teorie sulla provenienza o sulle origini, ma a me sembra, che la “teoria” che attualmente sia più “di moda” è quella dell’autoctonìa. Ho avuto la conferma di ciò, anche la scorsa estate, vistando vari musei dell’entroterra etrusco maremmano. Al contrario delle teorie avanzate a cominciare dall’antichità, fino ad arrivare all’età moderna, su questo spinoso problema, il grande storico ed etruscologo Massimo Pallottino, per la prima volta, ha come dire, “disconosciuto” il problema delle origini rovesciando, in un certo senso, il modo di ragionare, e di congetturare sulla provenienza di questo popolo ed ha aperto una tesi, tutta propria, discutibile anche questa, se vogliamo, cioè quella della “formazione in loco” di un popolo. Bisogna dire a questo proposito che la scienza dell’Etruscologia, intesa in senso metodologico, moderno, della “etruscologia” è abbastanza recente, essa risale solo nel XVIII secolo, quindi verso il 1700. In passato, è vero, erano state ipotizzate, varie tesi sulle origini di questo popolo, ma, si sa le fonti antiche, quelle greche e romane, erano un po’ troppo influenzate dalla mitologia che era la religione di quei tempi. E’ vero che un illustre studioso ha affermato che non è la storia a spiegare la mitologia, ma è quest’ultima a spiegare la storia, ma non esageriamo. Fatto sta che molti avvenimenti considerati un tempo mitologici, si rivelano veri, cioè la mitologia ci ha permesso di scoprire molte verità diventate storia. Dunque, é questo il punto importante del discorso, gli etruschi erano stati in un certo senso dimenticati. Fino a non molto tempo fa, la cultura ufficiale, la storia del nostro paese era letteralmente “intrisa” di romanicità e questo lo è stato per moltissimo tempo, per quasi due millenni. La conquista del popolo etrusco, per mano dei romani, ha cancellato del tutto o quasi il ricordo, la lingua, gli usi, la scrittura di questo popolo meraviglioso. L’effetto che ha avuto la civiltà romana sul popolo etrusco è simile a quella, che nei secoli passati, persone, davvero maldestre e poco illuminate, hanno steso una mano di bianco o di altro colore coprente su meravigliosi affreschi medievali, rinascimentali, barocchi, etc. Oggi, con la mano paziente del restauratore, con il suo bisturi usato sapientemente, questi capolavori, a poco a poco, vengono riscoperti in tutta la loro bellezza, quasi per magìa. Lo stessa cosa sta avvenendo per gli etruschi. Giorno dopo giorno assistiamo, alla scoperta di tombe con ricchi corredi, di siti archeologici, di fondamenta di case, di templi, ecc. La civiltà etrusca, sta affiorando prepotentemente dagli scavi, in tutta la sua bellezza e oggi, più che mai, possiamo affermare con sicurezza che non due grandi civiltà antiche hanno influenzato la nostra Italia, ma di tre grandi civiltà: quella greca, quella etrusca e quella romana. C’è stato indubbiamente un concorso di fattori, che hanno determinato l’offuscamento di questo popolo. Senza dubbio i romani hanno avuto il ruolo maggiore di demerito, avendo assoggettato questo civilissimo popolo, quindi avendolo privato della libertà, dei loro costumi, della loro religione ed avendogli fatto accettare forzatamente la loro cultura. Poi le invasioni barbariche e il cattolicesimo hanno fatto il resto. In seguito, per tutto il medioevo, nelle università europee, lo studio della lingua latina e del diritto giustinianeo, era alla base di tutti gli indirizzi di insegnamento di allora. Poi è venuto il Rinascimento, un movimento culturale complesso, che aveva fra le altre caratteristiche, quella della riscoperta e lo studio degli antichi capolavori di letteratura greci e latini, della riscoperta delle bellezze classiche scultoree, architettoniche e pittoriche, sempre di queste due civiltà del passato ma non degli etruschi, salvo poche eccezioni, come, ad esempio, la Chimera d’Arezzo, “restaurata” in periodo rinascimentale. Bisogna arrivare, come abbiamo detto, al 1700, esattamente 1726, con la fondazione della Accademia Etrusca di Cortona, che diventerà il centro di questa attività erudita. Soprattutto nelle nostre scuole, gli etruschi, sono stati emarginati dalla nostra cultura (con il pretesto che non si trattava di un popolo civile ma di gente dedita ai passatempi e alla vita godereccia: un’immagine questa del tutto falsata) in favore di una romanicità esasperante, insegnata pedantemente nelle scuole fino a farcela diventare indigesta. Eppure gli etruschi ci hanno dato tanto in termini di cultura, di lingua, di costume, anche se non si sono trovati ancora i famosi testi letterari, vale a dire gli scritti eruditi etruschi sulle varie discipline. Gli etruschi, con la loro arte, hanno riempito i musei italiani e di tutto il mondo con le loro sculture, le ceramiche, i meravigliosi gioielli o oggetti del loro vivere quotidiano. Non per ultimo la lingua. Eppure anche questo apporto così importante è stato, per così dire, disconosciuto. Non importa risalire ai vecchi dizionari dell’Accademia della Crusca, per rendersi conto di ciò. Basta guardare un dizionario dei nostri studi giovanili, delle scuole superiori, per renderci conto di come nella derivazione delle parole si parli quasi esclusivamente di derivazioni latine e greche o arabe. Dove mancano queste derivazioni, i vocaboli restano senza paternità, sembrano non avere storia, come usciti fuori dal nulla. Se io prendo, ad esempio la parola “olio”, il vocabolario mi dice che deriva dal latino “oleum”, lo stesso dicasi per vino. Eppure gli etruschi chiamavano quest’ultimi “eleiva” e “vinum”, molto simile al nostro italiano. Ce ne sono in abbondanza parole che derivano dall’etrusco. Prendiamo la parola “clan”. Oggi sentiamo dire Sempronio appartiene al “clan” di Tizio o di Caio, oppure per fare un esempio più terra terra, il Clan di Cementano. Per gli etruschi clan significava “figlio”. Invece, la parola “sex”, una parola oggi tanto usata e abusata, vale a dire “sesso”, in etrusco significava “figlia”. Mi sembra ci sia un ottimo accostamento fra i due significati. E non possiamo fare ancora uno studio definitivo, poiché per ora i vocaboli etruschi conosciuti sono solo quelli relativi all’ambito tombale, cimiteriale e poc’altro ancora. Con il tempo, via via che ci saranno nuove scoperte, vedremo sempre più l’apporto notevole della lingua etrusca sulla nostra lingua italiana. Dobbiamo renderci conto che gli Etruschi sono fra noi, sono “tornati”, anzi ci sono sempre stati, non sono mai andati via. Le genti etrusche che popolavano Fiesole e il Mugello Orientale sono sempre lì, con i loro usi, i loro costumi, la loro lingua caratterizzata da quella “c” aspirata di derivazione etrusca. I Romani li hanno vinti, li hanno assoggettati, ma non li hanno annientati. Piano piano, i loro oggetti personali tornano in superficie: rasoi, piatti, le anfore, le “mezzine” di rame saltano fuori dal terreno e ci parlano: “Mi spanti Nuzinaia”, “Mini muluvanice Mamarce”, “Io appartengo a Nuzinai”, “Questo Mamarce l’ha donato a me”, e così tornano a farsi “vive” le persone: Nuzinai, Mamarche, che il tempo aveva dimenticato. Poi tornano a rivivere i volti di questa gente raffigurata nei coperchi dei sarcofagi, negli affreschi parietali delle tombe, nella lamine, nelle statuine in terracotta. Tornano i loro stupendi gioielli come le fibule, gli orecchini, i bracciali. E’ un mondo che “rimpatria” ma che non era mai sparito, solamente era stato dimenticato. In uno studio recente, nel sangue degli italiani, ma in particolare in quello dei toscani, è stata rilevata un percentuale non trascurabile di sangue etrusco, cioé di quel sangue le cui caratteristiche sono state analizzate nei reperti umani delle tombe etrusche e che corrisponde parzialmente alle caratteristiche del sangue di noi “etruschi moderni” la cui composizione è senz’altro detrminata da elementi fornitici dal buon vino delle nostre vigne e dall’ olio extra vergine di oliva. Nei territori dove non attecchiscono queste due piante, dubito che vi abitassero gli etruschi! Non vi sembra meraviglioso tutto questo? Ma abbiamo perso di vista il tema delle “origini”, tema che riprenderemo prossimamente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ETRUSCHI: “IL POPOLO DEI DUE MARI”

Come si definivano gli etruschi di Poggio Colla, di Frascole o di Pietramensola? Il problema dell’origine dei nostri antenati mugellani, visto con gli “occhi” della storia.

Da dove veniva quel popolo che ha lasciato vistose tracce della propria civiltà e che ha abitato fra il VII e il V secolo sulle alture di Poggio Colla presso Vicchio di Mugello? La stessa domanda possiamo porci per gli antichi abitanti di Frascole, presso Dicomano, dove era attestata una civiltà, che aveva simili caratteristiche a quella di Poggio Colla? Per non parlare degli antichi abitanti di Ronta, il cui nome deriva da “Arunte”, degli antichi abitanti di Pietra Mensola o “Mesula”, il cui nome deriva da “Mels”, nome di persona etrusco. Gli esempi potrebbero continuare con Rostolena, Varena, ecc. ecc. Se avete fatto caso, fino ad ora non ho nominato la parola “etrusco”. Ve lo dico subito, questa parola, questa “etichetta” che significa “abitatore dell’Etruria”, a pensarci bene, non potrebbe essere la più appropriata. A me sinceramente non piace molto, anzi vi dirò che mi va un po’ stretta. Mi piace più parlare di nostri “antenati” mugellani, tarquinensi, vulcenti, volterrani, ecc. La parola “etrusco”, è stata coniata al tempo dei romani.I greci invece definivano gli etruschi con la parola “Tyrsenoi” che significa “tirreni”. Ma già Dionisio di Alicarnasso, retore e storiografo greco, vissuto però a Roma fra il 30 e l’8 a.C. ci avverte di fare attenzione, poiché gli abitanti dell’Etruria non si facevano chiamare né “tirreni”, né “etruschi”, ma unicamente “Rasenna”. In fondo Dionisio, da quel grande storico e viaggiatore che era, non aveva fatto altro che precisare e documentare quello che aveva sentito con i propri orecchi da un etrusco. Oggi definiremmo Dionisio come un “testimone” di quel tempo. Senz’altro questa notizia è giusta, non abbiamo ragioni di dubitare, anche perché l’etimologia della parola “rasenna” è senz’altro etrusca. Allora sbagliavano i romani o forse i greci? In realtà, definire un popolo “abitatori dell’Etruria”, può voler dire molto o può voler dire molto poco, se non si definiscono i confini dell’Etruria. Fino a non molto tempo fa, non parlo di secoli, era comune intendimento fissare i confini dell’Etruria “vetus”, fra i due fiumi Arno e Tevere. Questo territorio aveva come confine “naturale” la catena degli Appennini. Così ci rendiamo conto che in passato non venivano definiti “etruschi” gli abitanti ad esempio di Marzabotto (l’antica Misa?), oppure gli abitanti di Bologna (l’antica Felsina). In altre parole non venivano definiti “etruschi” coloro che abitavano al di là dell’Appennino. Costoro, infatti, venivano definiti “villanoviani”, da Villanova presso Bologna. Eppure, ormai è stato riconosciuto da tutti gli studiosi, che i “villanoviani” non sono altro che gli “etruschi” che hanno abitato questa fascia di terra dell’Italia Centrale, che comprende la Toscana, il Lazio, l’Emilia e l’Umbria (con qualche piccola esclusione), territorio bagnato ad Ovest dal Mar Tirreno e ad Est dal Mare Adriatico. Dunque, una volta, fra il IX e il VII secolo a.C. i tarquinesi e i “felsinei” (bolognesi), erano esattamente la stessa cosa, stesso popolo, stessa origine. Negli strati più profondi delle grandi città etrusche, come Tarquinia, Cerveteri, Volterra, Felsina, Marzabotto ecc, emergono risultanze archeologiche identiche, cioè villanoviane. Fino a non molto tempo fa, pur ammettendo la quasi identità della cultura “etrusca” con quella “villanoviana”, gli storici, gli etruscologi, avevano una sorte di timore “riverenziale” nei confronti di quella che era stata, da sempre, considerata Etruria, nel dire la verità, e cioè che si trattava della stessa identica civiltà, dello stesso popolo insomma. Questo popolo che io definirei, per le sue caratteristiche geografiche “dei due mari” aveva in comune gli stessi costumi, la stessa religione, la stessa scrittura, lo stesso modo di seppellire i defunti. Poi gli etruschi del versante “Mare Adriatico” e quelli del versante “Mare Tirreno” subirono eventi storici diversi, mi riferisco all’invasione romana da una parte e quella celtica dall’altra, che caratterizzarono , negli anni a seguire, due diverse civiltà, ma che in origine però erano le stesse. Ecco perché parlare oggi di “etruschi” in termini di “Etruria”, territorio fra Arno e Tevere, può risultare una interpretazione restrittiva, in quanto non tiene conto dell’Etruria “adriatica”. Allora come chiamarlo questo popolo? “Rasenna”? Tutto sta nel significato reale di questa parola. A tutt’oggi, non abbiamo una traduzione letterale “sicura” per “rasenna”. E’ stato ipotizzato che essa equivalga o significhi proprio “il popolo”. La questione è un po’ controversa poiché in etrusco la radice “rasnà” indica “uno spazio pubblico soggetto al regime della limitazione”. Quindi se si vuol dare credito a questo significato la parola “rasenna” significherebbe semmai “repubblica”, dal latino “res publica”. Ma, anche se così fosse, dobbiamo ammettere che la cosa ci dice ancora molto poco, poiché se ad uno di noi venisse chiesta la nostra nazionalità e noi rispondessimo: “Siamo gli abitanti della Repubblica”, sicuramente penserebbero che ci manchi qualche venerdì all’appello. “Repubblica” o “Rasenna” non definiscono uno Stato, ma qualificano la condizione giuridica e politica del medesimo. Solo se io dico: “Sono un cittadino della Repubblica Italiana” la cosa avrà un senso compiuto, poiché ciò indica la mia appartenenza ad una nazione piuttosto che ad un’altra. Forse, quel cittadino etrusco, interpellato da Dionisio di Alicarnasso, avrà voluto significare, che apparteneva ad uno Stato oppure ad una Federazione di città (la Dodecapoli) e che non era insomma né un nomade, né un girovago e tantomeno un apolide. Ecco quindi che, ai lumi del pensare moderno, dire abitatore dell’Etruria o dire Rasenna, può non significare affatto riferirsi alla realtà “totale” del mondo etrusco. Ciò ci confermerebbe che, se vogliamo risolvere il “mistero” delle origini o della provenienza degli etruschi, tenendo conto esclusivamente delle fonti antiche, greche romane o egizie, questo “mistero” si infittirebbe sempre di più. Sabatino Moscati, grande archeologo diceva: “In archeologia non esistono misteri, ma solo problemi da risolvere”. Allora non c’è dubbio: in etruscologia i problemi non mancano. Circa l’origine degli etruschi sono state fatte ormai tutte le ipotesi: quella della provenienza orientale, la provenienza lidica (Isola di Lemno), la provenienza pelasgica (antichi popoli marinari), la tesi “autoctona” ripresa da Dionisio, la provenienza dal nord dell’Italia, la provenienza adriatica, fino ad identificare gli etruschi con gli ebrei o con alcuni popoli dell’antico Egitto o dell’India. Voi direte che manca solo l’ipotesi che gli Etruschi vengano dal cielo. No, è qui che sbagliate. E ’stata fatta anche codesta ipotesi, e cioè che gli etruschi non fossero altro che degli extra-terrestri! Analizzeremo le varie ipotesi, una per una, in una prossima occasione.

 

 

 

 

 

 

LA PAROLA AI NOSTRI ANTENATI ETRUSCHI

Gli Etruschi eh? Ve li immaginate i nostri antenati che vivevano sparsi un po’ ovunque in Mugello, sul Poggio Colla, a Montebonello, a Frascole, oppure a Pescina, Pietramensola, Ronta, ecc. ecc. come sarebbero stati buffi se avessero giocato alla mora? I nostri vecchi, invece, con un colpo secco delle mani e con le dita aperte dicevano: “Sei, otto, quattro, sdum, tutta”. E gli etruschi mugellani? “Ci” per dire tre; “Cesp” per dire otto; “Huth” per dire sei; “Sa” per dire quattro, ecc. Poi magari, se incontravi un etrusco per la strada di Frascole e gli chiedevi: “ Chi siete? Di dove venite? Di dove siete originari?” Senza dubbio ti avrebbe risposto: “Caro amico, il mio nome è Arunte noi siamo Rasenna” Il nostro Tizio inquirente, sarebbe rimasto a bocca aperta ed avrebbe esclamato: “Non ho capito un’acca, questo per me è etrusco!”. In realtà rasenna sta per popolo, in altre parole: noi siamo il “Popolo”, il popolo per eccellenza. La parola ha attinenza con la radice ràs che sarebbe l’equivalente del latino res, da cui deriva, res-publicae (cose pubbliche) e per l’etrusco equivale a rasnés o rasné (atti o cose pubbliche). Il popolo etrusco, nel suo insieme era diviso in città e villaggi e questi, a loro volta erano composti da famiglie (lautun) che vivevano in athre (edifici), probabilmente case dotate di atrio (da qui la derivazione latina “atrium”). Se poi allo stesso Arunte gli avessi chiesto come fosse composta la sua famiglia, ti avrebbe risposto che la sua lautn (famiglia) è composta dal apa (padre), dalla ati (madre), che sarebbe stata poi la puia ( moglie di suo padre), da alcuni clan o clen-ar (figli) (o anche vel che ha il significato di “figlio di”), e da alcune sex (figlie). Chissà se il vocabolo attuale “sesso” non derivi proprio dal sostantivo etrusco “figlia”? Anche il vocabolo “clan” lo ritroviamo nella nostra lingua: Tizio o Caio appartengono a quel “clan” (gruppo di persone). Infine Arunte avrebbe detto al nostro interlocutore che nella sua famiglia ci sono alcuni lautni (liberti), vale a dire alcuni schiavi affrancati. Gli etruschi erano molto religiosi. Essi amavano molto l loro eiser o laran (divinità) ai quali offrivano offerte (fler, offrire; cleva, offerta) o sacrifici (nunthen). Il pievano o “piovano” di oggi, come si dice in Toscana, era il cepen o cipen (sacerdote), il quale offriva agli dei (eiser), che avevano i nomi di Fuflun (Bacco), Nethuns (Nettuno), Pacha (Bacco), ecc. Le offerte (tartiria) venivano messe sull’altare su un’aska (vaso) e date in dono (alpnu) alla divinità (Calu). Le cerimonie sacre (zusleva) dovevano essere frequenti e tutte in occasioni di matrimoni, funerali, ecc. Forse molti dei matrimoni si svolgevano come da noi in alcale (giugno), o quando i fichi erano maturi, in Cel o Celi (settembre). Gli etruschi amavano molto bere (spesso e volentieri un “gottino” di quello buono): un buon bicchier di vinum (vino) rosso, che i possidenti (acnina) coltivavano per se e per i clienti (etera). Gli etruschi erano molto attenti ai loro possedimenti e i loro tularu (confini) venivano misurati con un attrezzo apposito chiamato groma (Da questo vocabolo la derivazione di “agronomo”). Gli etruschi amavano la natura in generale e i rapaci in modo particolare, per essere, questi, dotati dalla natura di doni quali: una vista eccezionale, la capacità di volare, ad essi sconosciuta, e la capacità di cacciare e di procurarsi le prede. L’antha (aquila), era segno divino della potenza trionfale e della gloria regale; il falco (arac o capu) era ritenuto anche un simbolo del cielo (attivo) in contrapposizione alla terra (passivo). Per quanto riguarda l’etrusco scritto possiamo affermare che il problema è parzialmente risolto nel senso che conosciamo molte cose, ma altre ci sono oscure (troppo pochi sono i vocaboli a nostra disposizione e quasi tutti riguardano l’aspetto funerario, vale a dire le iscrizioni trovate sulle urne, sul materiale lapideo o sulle ceramiche usate per il cerimoniale funebre, ecc.) Non esiste invece un problema di decifrazione poiché l’alfabeto etrusco è perfettamente leggibile. Gli etruschi avevano accolto già nel VII sec. un alfabeto ricco di 26 lettere, derivante dall’alfabeto greco (vedi tavoletta rinvenuta a Marsiliana d’Albegna). La scrittura va da destra a sinistra contrariamente a quanto accade nella scrittura greca e latina. Vani sono stati diversi tentativi di spiegare l’etrusco con il greco, l’hittito, l’armeno, l’egiziano, ecc. Solo la lingua parlata nell’isola di Lemno sembra abbia una stretta affinità con l’etrusco. Un particolare curioso: la “c” aspirata toscana sembra una derivazione della lingua etrusca. Nonostante certe affinità, la lingua etrusca ci appare distante, molto distante dalla nostra lingua, ma non dobbiamo meravigliarci più di tanto. Alla civiltà etrusca, si sono sovrapposte nel tempo moltissime altre civiltà: romani (il latino però ha cominciato da tempo ad annoiarci e non a caso sta scomparendo dal rituale cattolico e dall’insegnamento nelle scuole), celti, longobardi, franchi, ecc. ecc. e del ceppo originario della lingua etrusca rimangono soltanto alcune reminescenze. La lingua etrusca però è giunta fino a noi mutilata e impoverita, ma, speriamo, non del tutto dispersa.

 

 

 

 

 

MA CHE CAVOLO DI LINGUA PARLAVANO I NOSTRI ANTENATI ETRUSCHI?
Un viaggio immaginario alla scoperta dell’idioma etrusco

“Mi spanti Nuzinaia”: Io sono il piatto di Nuzinai. Fino qui niente di trascendentale. Già perché gli etruschi personalizzavano ogni cosa, anche i piatti. Era un po’ come dire: “se non ti dispiace posa questo piatto poiché non appartiene a te, ma a Nuzinai. Questa Nuzinai, sarebbe la nostra Nunziatina, almeno si avvicina come fonetica. Ancora “Mini muluvanice Mamarce”. Qui anche se la cosa sembra un po’ più difficile, non dobbiamo per niente spaventarci. Semplicemente: “Mamarche” – che potrebbe essere un po’ il nostro Marco – l’ha dedicato a me (forse a una divinità). Ma qui già vediamo una differenza fra “mi” uguale a “io” e “mini” che significa “a me”. Questo “mini” è molto simile a quel “mene” che si sentiva, fino a non molto tempo fa, nella parlata di certi contadini toscani. Per esempio, in Mugello, si poteva sentir dire una frase come questa: “l’ha detto a mene” (l’ha detto a me). Ed ecco dimostrato come la lingua etrusca abbia avuto una continuità nel tempo, per secoli e secoli, fino ad arrivare ai nostri giorni. Però se io esamino la frase seguente: “partunus vel velthurus satnalc ramthas clan avils lupu XXIIX”, cosa vi viene in mente? Buio assoluto? Forse che quel “lupu” significa lupo? No, qui le cose si complicano un pochino. Ci sono molti nomi di persone in questa frase, come Partunu, Velthur e Satlnei. Notate il primo nome con quella “u” finale, sembra sardo, no? Velthur, invece assomiglia a Valter, ma è una pura congettura. Allora la frase etrusca dice: Partunu Vel (Vel sarebbe il cognome), figlio di Velthur e di Satlnei, morto (lupu) a 28 anni. Purtroppo per il nostro Partunu, o Partuno se lo vogliamo italianizzare, la vita non fu generosa con lui, infatti l’iscrizione dice morto a 28 anni, troppo giovane anche per quei tempi. Quel “lupu” etrusco che ha il significato di “morto”, assomiglia al nostro lupo, è vero. Chi sa, se gli etruschi chiamassero questi animali davvero “lupu” e se il sostantivo significasse anche l’equivalente di “pericolo”, oppure “morte”. Certo i lupi allora dovevano essere molto pericolosi, molto affamati, e quando si avvicinavano a un gregge di pecore a qualcuna di loro toccava la mala sorte di diventare “lupu”, cioè uccise, morte. Solo ipotesi. Ma guardiamo ancora un’altra frase: “Alethnas Arnth larisal tarchnalthi amce”. Qui veramente non sappiamo che pesci prendere. Ma non c’è tutta quella difficoltà come appare ad un primo esame. Intanto Alethnas Arnth sono un nome e cognome, come io dicessi, ad esempio Mario Rossi. Poi “larisal” va scomposta in due paroline “Laris” e “al”, dove Laris è un nome e “al” sta per “figlio di”. Poi troviamo un’altra parolina “zilath” o “zilche” che significa “magistrato”. Non impressioniamoci, eh! Questa parola non è proprio estranea all’italiano, poiché in un dialetto italiano, l’umbro, lo “zicche” di un paese, di una città, ancora oggi, sarebbe colui che ha in mano il potere. Il “bosse”, come diremmo noi umoristicamente in Mugello, insomma colui che comanda. Poi un’altra parola che sembra davvero intraducibile “tarchnalthi”, anche questa è una parola composta da “tarchna” e il suffisso “lthi”. Quindi,Tarch(u)na, avete capito? Esattamente. Gli Etruschi, a partire dal VI secolo a.C. (per renderci ancora più difficili le cose) introdussero la sincope in mezzo alla parola, vale a dire, nella scrittura tolsero la vocale. Una specie di abbreviazione della scrittura, se vogliamo. Ma allora, niente di impossibile: le cose si facilitano e capiamo subito che Tarchna (Tarchuna) non è altro che l’antica città etrusca: Tarquinia. Manca ancora una parolina all’appello, quell’”amce”. Voce del verbo? Essere. Anzi, passato remoto del verbo essere e quindi “amce” è uguale a “fu”. Ora, con facilità possiamo ricomporre la frase: “Alethna Arnth figlio di Laris, fu magistrato a Tarquinia”. Una frase comunissima, scritta con un alfabeto che è simile al nostro, con la sola differenza che la scrittura va da destra verso sinistra, al contrario della nostra scrittura. Allora sembrerebbe tutto chiaro? Magari! Sarebbe tutto chiaro se conoscessimo il vocabolario etrusco, vale a dire se fossimo in possesso, di diecimila, ventimila parole, come troviamo, ad esempio nel nostro vocabolario della lingua italiana. Purtroppo, e qui sta la difficoltà, noi conosciamo un vocabolario molto limitato, vale a dire un vocabolario “cimiteriale”, di frasi molto semplici come questa: “Qui giace Pinco Pallino”, “Qui riposa Caio o Sempronio che ha vissuto per 70 anni”. Tutte frasi come queste. Per far capire la cosa è come se noi dovessimo compilare un vocabolario di italiano, avendo a disposizione, facciamo un caso, solo le lapidi del cimitero di Trespiano. Un vocabolario, quindi, che possiamo definire senza ombra di dubbio “limitato”. Facciamo un altro caso per capire: “Lethamsul ci tartiria cim cleva acari…calus zusleve pavinaith acas aphes ci tartiria ci turza”. Vi dico subito che si tratta di prescrizioni relative ad offerte rituali. Qui troviamo un numero “ci”, che significa “tre”. Ma se in questa frase capiamo all’incirca il significato vale a dire: “al dio Letham si debbono offrire tre “tartiria” e tre “cleva”, non sappiamo cosa significano queste parole “tartiria” e “cleva”. Senza traduzione inoltre rimangono le parole “zusleva” e “turza”. E dire che noi possiamo leggere l’etrusco, poiché l’alfabeto è quello greco, molto vicino al nostro, e possiamo anche pronunciarlo perché l’alfabeto greco è stato “adattato” dagli etruschi per la loro lingua. Quindi anche la fonetica, supponiamo sia quella giusta, vale a dire, noi pronunciamo bene quello che leggiamo. Però, non capiamo il significato, o per lo meno lo capiamo in parte, limitatamente al linguaggio cimiteriale, ad alcune iscrizioni relative ai terreni e ai confini, oppure relative alla mitologia, insomma, poco, molto poco. Gli etruschi in definitiva erano un po’ diversi da tutti gli altri popoli italici, tanto da chiedersi chi essi fossero e da dove venissero. Un giorno Dionisio di Alicarnasso, retore e storiografo vissuto a Roma fra il 30 e l’8 a.C., disse: “Ci penso io” e incontrando uno di questi etruschi, forse per strada, gli chiese: “Chi siete e da dove venite?”. L’etrusco senza scomporsi minimamente gli rispose: “Rasenna!”. Il povero Dionisio si allontanò in fretta credendo di essere stato offeso, o che l’etrusco avesse bestemmiato gli dei. In realtà ‘rasenna’ voleva dire “il popolo”, in un certo senso “il popolo per eccellenza”. Così si sentivano gli Etruschi!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VILLANOVIANI ORIGINE
Vorrei, per prima cosa, esprimere un giudizio sulla provenienza dei “villanoviani”. Queste popolazioni che andarono ad abitare la Toscana, buona parte dell’ Emilia Romagna e dell’Alto Lazio, dopo aver fatto un lungo percorso, durato un arco di tempo molto ampio, forse alcuni secoli, provenivano dal nord dell’Affrica (come ultima tappa del loro interminabile nomadismo) ed essendovi fra loro anche popoli di bravi navigatori, dopo lunghi e pericolosi viaggi in mare, si insediarono, per prima, sulle coste toscano-laziali, per poi estendersi verso le regioni centrali delle stesse. Ho i miei buoni motivi di ritenere che la stirpe di questi popoli fosse imparentata anche, con i popoli (antichi) di etnia ebraica.
Dunque i Villanoviani che sono giunti in Toscana verso la metà del II millennio a.C. non erano un popolo “unico”, cioè riconducibile ad una sola etnia, ma era una ‘accozzaglia’ (non inteso in senso dispreegiativo, anzi!) di popolazioni NOMADI, che nel loro millenario girovagare si sono “fusi” fra di loro creando una etnia ibrida, una “mezlum” (una mescola, un insieme di razze), come si definiscono infatti gli Etruschi. Queste popolazioni “nomadi per eccellenza”, nel corso dei millenni hanno percorso migliaia e migliaia di chilometri, fermandosi, ora in un posto, ora in un altro. In questi luoghi di percorso si sono uniti con altre popolazioni nomadi, formando quella che loro chiamavano essere una “rasnés”, cioè una nazione di nomadi liberi. Questa ‘nazione’ o ‘accozzaglia’ di popoli  nomadi aveva però un ‘popolo guida’ un popolo che aveva come insegna, come simbolo distintivo, una “MEZZA LUNA”, insieme ad altri simboli, come il sole o le stelle. Non poteva essere altrimenti, popolazioni nomadi che vivevano accampati in tende e che spesso dormivano all’aperto (nomadi), non potevano che essere adoratori degli astri. Il cielo, specialmente quello notturno, con la luna e le stelle non è lo stesso cielo che vediamo nelle nostre città “abbacinate” dalla illuminazione elettrica che, per nostra sfortuna ci occulta la cosa più meravigliosa: il creato. Queste popolazioni nomadi, attraverso il creato, adoravano il suo “Fattore” (Creatore). Ecco perché non ci dobiamo stupire che le popolazioni antiche e i nomadi, in particolare, fossero profondi conoscitori dell’Universo. Il cielo stellato era per loro un libro aperto, un libro sapienziale nel quale gli antichi abitatori nomadi facevano risalire la loro ancestrale sapienza e conoscenza del mondo. Nessun extra terrestre è venuto sulla terra, queste sono solo storielline. Ma agli uomini piacciole le fiabe. Dunque questa popolazione (Villanoviani)  nomade non era né X né Y né Z. Era invece X+Y+Z quindi non riconducibile a nessun ceppo specifico particolare. Possiamo dire, facevano parte di questo gruppo di nomadi popoli che vivevano nella fascia mediterranea orientale. Questa ‘accozzaglia’ di popolazioni nomadi ha raccolto molte altre etnie nel loro girovagare e, tuttavia, il ceppo principale doveva appartenere a popolazioni che abitavano fra la Siria e l’attuale Israele. Ho l’impressione che la storia dei “villanoviani-etruschi”, più che nella storia di certi popoli antichi civilizzatissimi, come gli Egiziani, vada ricercata “FRA LE RIGHE” della Bibbia, o meglio, nell’Antico Testamento. Ciò non significa equiparare i Villavoviani agli antichi Israeliti. Essi erano sicuramente una componente importante di questa nuova etnia che aveva formato un “popolo nuovo”, popolo che era riconosciuto unicamente per la sua simbologia (molto più efficace della scrittura) riconducibile a segni come la luna, le stelle, il sole e alla raffigurazione di queste attraverso il  RASOIO LUNATO, lo SPECCHIO DI FORMA ROTONDA, l’UOVO (simbolo di Rinascita).
Non è possibile ricostruire i percorsi migratori battuti da queste popolazioni, poiché questi potevano variare nei secoli. E’ probabile, riferendosi ai nomadi (chiamiamoli Villanoviani) che dal Medio Oriente si siano spostati verso Occidente e che a questi si siano uniti anche etnie provenienti da sud dell’Arabia, dall’Etiopia, dallo Yemen (attuali) e, possiamo pensare, dalle coste dell’attuale Tunisia e Libia, dopo un processo evolutivo, durato secoli, si siano spostati verso la Sardegna e la Corsica e da questa abbiano poi raggiunto le coste Toscane. E’ pure ipotizzabile che altre popolazioni nomadi affini abbiamo raggiunto l’odierna Turchia, Bulgaria, Yugoslavia, Albania (nomi geografici attuali) per arrivare, via mare, in più riprese, alle coste emiliane.
Dunque, mi sembra di poter affermare che i villanoviani-etruschi erano un popolo MEDITERRANEO “per eccellenza”, che non provenivano assolutamente dal nord dell’Europa, che non erano né marziani, né venusiani, né saturnini; che erano un popolo “materialista”, nel senso che credevano a ciò che vedevano (luna stelle, ecc.); che per essere un popolo nomade, per forza di cose, praticava l’incinerazione, al contrario degli Etruschi, propriamente detti, che probabilmente non erano più nomadi e praticavano l’inumazione.
Ripeto che nella multiforme formazione etnica dei Villanoviani poteva esserci un aggancio NON INDIFFERENTE ANCHE DI ETNIE EBRAICHE ANTICHE (1).
Rimando i lettori di questa ricerca-articolo all’opera più universalmente conosciuta in tutti i tempi: l’ANTICO TESTAMENTO, dove insieme alla storia del popolo ebraico, viene narrata anche e soprattutto la storia dell’intera umanità, Villanoviani compresi.
Fonte: ARCHIVIO STORICO ITALIANO – Deputazione Toscana di Storia Patria –  G. I. Ascoli – IL SEMITISMO DELLA LINGUA ETRUSCA – Introduzione – “L’etrusco si appalesa una favella (lingua) semitica, vale adire, come tutti intendono, una lingua pertinente a quella famiglia di idiomi di cui son membri il fenicio, , più specialmente si addimostra una favella che in qualche modo sta in mezzo fra l’rbreo e l’aramaico. Tale è la sentenza, in cui studi simultaneamente condotti, vennero a concordare, l’uno all’insaputa dell’altro, il Professore al Collegio Romano (Padre Camillo Tarquini ndR) e il professore di Jena (Johan Gustav Sticlel, ndR).
Bibliografia:
Johann Gustav Stickel – „Das Etruskische durch Erklärung von Inschrften und Namen als Semitische Sprache erziesen“, Lipsia 1858;
Padre Camillo Tarquini della Compagnia di Gesù, Professore del Collegio Romano. Nella Civiltà Cattolica fasc. 6 giugno 1857 pag. 551-73 – “I MISTERI DELLA LINGUA ETRUSCA” – Fasc.  del 19 dicembre 1857 pag. 727-42.

 

 

VILLANOVIANI ED ETRUSCHI SONO LA STESSA COSA?
Gli Etruschi non sono più un mistero?

La domanda più insistente che forse tutti ci poniamo riguardo agli Etruschi è la seguente: “Villanoviani ed Etruschi sono la stessa cosa?”. Bella domanda, vero? Fino a poco tempo fa non erano la stessa cosa. Si era sempre detto che l’Etruria Vetus era ‘confinata’ fra i fiumi Arno e Tevere e la catena degli Appennini. Verso la metà dell’Ottocento (ma anche prima) alcuni scavi, riportarono ‘fortuitamente’ alla luce del sole, in località Villanova, presso Bologna, un certo numero di tombe, DALLE QUALI VENNERO RECUPERATI E RESTAURATI REPERTI DI GRANDISSIMA IMPORTANZA, COME RASOI LUNATI, SPILLE, FUSERUOLE, SPADE, ELMI, ECC. Gli archeologi del tempo rimasero sbalorditi per un insieme di fattori. Il primo è dato dalla bellezza di questi reperti, ad esempio i rasoi a forma di luna in bronzo, ai quali venne subito connessa una valenza simbolica . Chiaramente, in una tomba con elmo spada e rasoio si riconnetterà la proprietà della stessa ad un uomo, un guerriero. In una tomba con spille e fuseruole verrà riconosciuta di appartenenza di una donna. Quindi per quelle popolazioni ‘Villanoviane’ la distinzione fra uomo-donna, maschio-femina, doveva essere di capitale importanza, poiché a questa distinzione si riconnettevano delle posizioni ben precise nella società di allora.
Un altro fattore di sbalordimento era dato dal fatto che le tombe di Villanova non erano tombe ad inumazione come si era abituati a vedere nella zona di Felsina-Bologna (Felsina: nome etrusco – Bologna-Bononia : nome celtico). La pratica funebre di inumazione consisteva nel deporre il cadavere nella tomba, fino a quando questo non si fosse decomposto interamente nel tempo (Forse, però, l’intenzione degli Etruschi era quello di conservarlo nel tempo, con unguenti, profumi, ecc). Qui, invece, nelle tombe di Villanova, presso Bologna, i corpi dei defunti erano stati bruciati, secondo una procedura meticolosa e le ceneri erano state messe in vasi panciuti di terracotta, dalla forma ovoidale, coperti da una ciotola, sempre in terracotta, oppure da un elmo di guerriero, detti vasi ‘biconici’. Quasi sempre questi vasi erano deposti in pozzetti con pochi oggetti personali del defunto, come abbiamo visto, consistenti in spade, elmi, spille, collane, fuseruole, e soprattutto rasoi e specchi (bronzo), insieme ai ‘servizi’ (i cocci, diremo in Toscana) che erano serviti per il convito funebre.
Gli archeologi dell’epoca rimasero sbalorditi e, coerentemente e razionalmente, non chiamarono queste popolazioni etrusche, poiché in tutto diverse da quest’ultime e si limitarono, diventando luogo comune, a denominare queste popolazioni ‘Villanoviane’ e assegnandole a un periodo fra il IX e il VII sec. a.C. La cosa però non ci dice assolutamente niente per risolvere il quesito che ci siamo posti.
Un’altra cosa che diede molto da pensare agli archeologi bolognesi dell’epoca fu il fatto che le tombe con le stesse caratteristiche e cioè a pozzetto, con vasi ‘biconici’ contenenti le ceneri dei defunti, con gli stessi corredi, con le stesse tradizioni cerimoniali funebri furono trovate anche negli strati più profondi delle città ‘etrusche per eccellenza’, come Vulci, Tarquinia, Volterra, ecc. con una sola differenza. In questi luoghi le tombe furono definite ‘etrusche’ o ‘etrusco-villanoviane’ per indicare che appartenevano alla stessa facies di quelle trovate a Villanova presso Bologna. A Bologna, invece (l’antica Felsina etrusca), tali reperti furono esposti nel Museo Civico della città sotto la denominazione di reperti ‘villanoviani’, quasi esistesse per questi ultimi una specie di timore riverenziale verso gli etruschi considerati DOCG. Io, ho passato più di due anni (prima di tornare alla Soprintendenza Beni Artistici di Firenze), alla Soprintendenza Beni Artistici di Bologna (allora diretta da Gnudi, Maria Vittoria Brugnoli Pace ed infine Emiliani, dei quali fui segretario inviato dal Ministero Beni Culturali di Roma) nei primi anni del ’70 e, in una delle mie frequenti visite al Museo Civico, vidi la bellezza di questi oggetti, che non erano belli perché erano ‘artistici’, ma erano belli per la loro (scusate il paradosso) elegante rozzezza e, soprattutto, per ciò che rappresentavano, per i colori cangianti che emanavano quelle superfici di rame e di bronzo, degli elmi, delle spade, dei rasoi, ecc., per lo strano gusto, o se vogliamo chiamarlo ‘richiamo’ orientale (ma tutto parlava orientale) di questi oggetti.Ma la cosa che più mi affascinava erano i rasoi, dalla strana forma ‘a mezzaluna’, una forma insolita, la quale terminava con un manico di metallo e con una specie di stellina. Una simbologia che rimandava alla luna, alle stelle (e rimandava, di conseguenza, anche alla civiltà dei Sumeri). Quindi questi oggetti potevano essere di uso comune, ma anche oggetti di culto, un culto che per noi uomini del III millennio è sconosciuto, o quasi. Anche gli specchi mi affascinavano e le decorazioni degli altri oggetti, tutto parlava di una provenienza arcana, soprattutto orientale. Mi sono sempre domandato: “Da dove saranno venute queste popolazioni?” E’ stato proprio vedendo questo Museo Civico di Bologna, nei primi anni del 1970 (cioè circa 40 anni fa) che mi sono appassionato alla storia, alla lingua e all’arte degli Etruschi, ‘passione’ (nel senso di piacere) che coltivo tutt’ora.
Ritorniamo agli oggetti esposti nel museo. Non un solo cartellino indicava (parlo sempre di 40 anni fa) che si trattasse di Etruschi. Gli Etruschi in questa zona erano quasi tabù. Mi ricordo che si dava importanza solo al fatto che la zona fosse stata conquista celtica (come in effetti lo è stato). Gli archeologi bolognesi che avevano curato l’allestimento del museo erano stati coerenti, almeno per quell’epoca, poiché si diceva (i maggiori esperti etruscologi), con una certa autorità e forse anche un po’ di prepotenza che Etruschi ‘veri’ erano solo quei popoli antichi che abitavano nel ‘triangolo’ Arno-Tevere-Appennino. Pertanto i reperti trovati a Villanova, non potevano essere etruschi, ma semplicemente villanoviani. Tuttavia gli stessi oggetti con le stesse caratteristiche trovati a Vulci, Tarquinia, Volterra, ecc. venivano definiti ‘etruschi’.
Qui è nata la grande confusione, che ha investito anche studiosi di prima grandezza, poiché gli Etruschi del IX-VII secolo risultavano essere completamente diversi dagli Etruschi che siamo abituati a conoscere, quelli che abitavano l’Etruria dal VII sec. a.C. Ma perché erano diversi i Villanoviani dagli Etruschi? Per una infinità di motivi, ma fra queste:
1 – il rituale funebre completamente diverso di ‘villanoviani’ ed etruschi;
2 – l’abbandono, o quali, della simbologia a favore della scrittura etrusca;
3 – il modo di vita, le mode, ecc., ecc.
Nel ragionamento di alcuni dei più grandi studiosi di etruscologia c’era qualcosa che non tornava, tutti avevano la sensazione che gli ‘Etruschi’ (i Villanoviani) del IX-VII secolo fossero diversi, o, ‘altra cosa’ rispetto agli Etruschi del VII sec. a.C. Ma affermando ciò, andava a discapito della ‘continuità’ che gli storici con insistenza proponevano, specialmente con la teoria della ‘autoctonia’. Questa affermava che gli Etruschi erano nati in quel luogo e vi erano sempre rimasti. D’accordo, però questa teoria ‘cozzava’ con il fatto che gli etruschi del IX sec. a.C: erano troppo diversi dagli Etruschi, ad es. del VII-V sec. a.C. Allora, sono state formulate le teorie più varie che non sto ad elencare perché ho pietà per i lettori.
C’è però un punto che ci può chiarire le idee. Si tratta di questo. Dionisio di Alicarnasso, storico greco, vissuto in Italia nei primi anni antecedenti la venuta di Cristo, raccolse la testimonianza da alcuni di questi abitatori ‘toscani antichi’ (tanto diversi dalle altre popolazioni italiche di allora in fatto di lingua, religione, costumi, ecc.) i quali affermarono che la loro ‘stirpe’ si sarebbe chiamata ‘Rasenia o Rasenna’. Ora bisogna vedere ciò che intendiamo con la parola ‘stirpe’. Questa parola deriva da “stirps-is” che vuol dire ‘radice’. Ma ha anche altri significati simili come ‘schiatta’, ‘progenie’, ‘RAZZA’, ecc. Mi soffermo su quest’ultima parola. ‘Razza’ potrebbe essere anche una parola di origine etrusca “Raza” (con una solo enne e si pronuncia “rasa”). Potrebbe darsi che fra ‘Raza’ (pron. ‘rasa’) e ‘Razenna (pron. ‘rasenna’) ci possa essere una connessione. E’ probabile che questi individui ‘toscani antichi’, “di raza”, (rasenna) abbiano detto a Dionigio (o Dionisio): “Guarda amico noi siamo di quella “raza” (origine, progenie, schiatta) e poi, a questa parola, ABBIANO FATTO SEGUIRE il nome “Rasenna”, che ancestralmente potrebbe aver avuto anche il significato di “UOMINI RASATI” o “GUERRIERI RASATI”, O ANCHE ALTRI SIGNIFICATI.
Proprio ieri, il Prof. Massimo Pittau, insigne glottologo e storico linguistico, nonché professore universitario e Rettore di Università, autore di più di trenta volumi e studi specialistici, autore del primo Dizionario, stampato, della Lingua Etrusca, mi ha confermato, a seguito del mio articolo “Rasenna – Finalmente risolto l’enigma della parola etrusca, ecc”, pubblicato da diverse testate internet e anche dal Galletto, Giornale del Mugello, la possibilità che questo accostamento: “Rasenna” con “Uomo Rasato” sia “plausibile”, ovvero sia azzeccato, ed ha spiegato il perché (Lettera che accludo, come doveroso corredo, al presente articolo).
Da parte mia vorrei esprimere un giudizio sui ‘villanoviani’, lo faccio per la prima volta (in assoluto) in questa occasione. I Villanoviani (intendendo questo antico popolo abitatore soprattutto della Toscana e dell’Emilia Romagna) era un popolo NOMADE (II millennio a.C.) proveniente dall’Africa del Nord o dalle zone prossime all’Arabia attuale. Ne sarebbe la prova, i RASOI, A FORMA DI MEZZALUNA, ANTICO SIMBOLO ORIENTALE. MI SEMBREREBE CHE LA STIRPE DI QUESTI POPOLI SIA STATA IMPARENTATA (MOLTO ALLA LONTANA) CON I POPOLI DI ETNIA ORIENTALE MA SOPRATTUTTO SEMITICA.
Infine, mi piace ricordare una cosa. Tempo fa ebbi modo di ritornare in un paesino della Romagna-Toscana (patria dei miei genitori ed avi), precisamente Coniale, che fu anticamente castello degli Ubaldini. Nella Cappellina, ora facente parte della Villa Vivoli, che si trova all’interno di quelle che erano le mura del castello, mi capitò di vedere e fotografare alcune cose: una stampa fine Ottocento con il ritratto di Papa Pio IX (legato al dogma della Immacolata Concezione) e un dipinto (stesso periodo) raffigurante una Madonna con il Bambino Gesù, e, sotto i piedi (della Madonna), una bella falce di luna messa in orizzontale che occupava tutta la parte inferiore del quadro. Dapprima non ci feci caso. Poi ripensandoci…..Da quelle parti, Valle del Santerno, Valle del Reno, Valle del Setta, dell’Idice la battaglia dei Cristiani contro i pagani, verso la fine del sec. IV, assunse toni drammatici. In modo particolare nel 393 d.C. ci fu un assalto dei cristiani guidati dai soldati dell’Imperatore a danno delle popolazioni ‘pagane’ e del Santuario alla Dea Pale che si trovava su Montovolo. Pale era la dea protettrice dei pastori e delle greggi (Pale, deriva da pallido, incolore, come il pallore della luna e come il ‘paleo’ secco dei prati che diventa pallido, senza colore, quando sopraggiunge la stagione fredda. La dea Pale, raffigurava la Luna). Dopo questo episodio cruento calò il silenzio e tutto fu avvolto nelle tenebre. Ma con il senno di poi ci possiamo domandare: “Chi erano questi ‘pagani’ se non gli Etruschi romanizzati o celtizzati? E tuttavia sempre etruschi erano ed avevano mantenuto, nonostante tutto, la loro religione, i loro costumi, e, forse anche la loro lingua originaria.
Mi sembra che tutto ruoti intorno a questo simbolo: LA LUNA.
E SE “RASENNA” VOLESSE DIRE “LUNA”?
La teoria mi sembra affascinante.
Tutto può essere, ma tutto ciò dovrà essere dimostrato e la cosa non è facile.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TALAMONE
Il nome deriva da Telamon, forse in etrusco TLAMU, legato alla leggenda degli Argonauti

“Telamone, figlio di Eaco e di Endeide, divenne re di Salamina, partecipò alla spedizione degli Argonauti, alla caccia del cinghiale di Calidone e aiutò Eracle nella lotta contro le Amazzoni e contro Laomedonte di Troia. In ricompensa ricevette in moglie la figlia di Laomedonte, Esione, ebbe per figli Aiace e Teuco” (Dizionario dimitologia Zanichelli, Bologna, 1968)
Riguardo a questa località etrusca provengono alcune iscrizioni. Come ad esempio: “Aivas Tlamunus”, ritrovata sulla parete di un sepolcro di Vulci e che significa “Aiace figlio di) Telamone (M. Pittau – Dizionario della lingua Etrusca – Sassari, Editrice Dessì, 2005) La stessa scritta: “Eivas Telmunus” (Aiace (figlio di) Telamone è incisa su specchi chiusini. Telamone, come abbiamo visto è un personaggio mitologico e, sembrerebbe, anche realmente vissuto. L’etimologia greca della parola è Τελαμων (Telamon).
Quando facciamo riferimento a questo luogo dobbiamo specificare il periodo. Ad esempio: “dal materiale raccolto si rileva che l’area del talamonaccio era occupata già nella tarda età del bronzo (XIII-XII sec. a.C.); la vita continuò in questo periodo protovillanoviano e villanoviano…” (Gli Etruschi mille anni di civiltà – Bonechi Editore. Testo di Maurizio Martinelli – Vol. I, pag 84-85). Si hanno ritrovamenti sullo stesso colle nel Vi e nel IV sec. a.C. Proprio nel IV secolo a.C. fu costruito il tempio sulla sommità del Talamonaccio.
Conosco bene questa località, in quanto da alcuni anni frequento con assiduità nel periodo estivo, la costa dei campeggi dell’Oasi, di Marina Chiara, ecc. che si trovano fra Albinia, Fonteblanda e Talamone. In questo ntratto di mare dell’Argentario hai davanti a te Porto Santo Stefano, il Monte Argentario e più in lontananza l’isola del Giglio, mentre, se giri lo sguardo a destra, proprio in fondo dove finisce la spiaggia, vedi il colle del Talamonaccio, con la cima appena spianata, e, più in là, verso Ovest il promontorio di Talamone.
Proprio sul colle di Talamonaccio (chissà perché questo dispregiativo) sorgeva il tempio che ha restituito il celebre “frontone” (decorazione che ornava l’echino della facciata del tempio) in rilievo, che conosciumo tutti, raffigurante il mito dei “Sette a Tebe”, restaurato a Firenze, dalla Soprintendenza Archeologica Toscana e, giustamente, collocato nel locale Museo di Orbetello.
Dai ritrovamenti e da studi fatti, il tempio aveva una disposizione lungo l’asse Nord-Sud con la facciata rivolta a Sud in direzione Albinia, accarezzata, spesso, nelle calde estati dal vento caldo-umido di Libeccio. Essa era rivolta quindi verso la costa, e non verso Ovest, dove si trovano il Monte Argentario a S-W e, più in lontananza, a W la bellissima isola del Giglio. Ho l’impressione che il tempio del IV secolo, poi andato distrutto, fosse stato ricostruito sulle fondamenta di un tempio arcaico, forse risalente al periodo villanoviano. E villanoviano era anche il villaggio che si trovava ai piedi del tempio, fatto di capanne costruite con pali di legno, infissi nella roccia.
Fu probabilmente, a partire dal sec. VII a.C. che questo villaggio fu lentamente abbandonato, forse perché in parte danneggiato o distrutto, in una delle tante guerre che gli Etruschi combatterono per avere la sopremazia del Mare e delle coste tirreniche. Il dio tutelare del tempio di Talamone, forse Tinia, doveva svolgere, nell’intenzione dei “talamonesi”, un’azione di protezione nei confronti degli stessi, in altre parole li doveva difendere dai nemici.
Per i “talamonesi” che lasciarono il colle del Talamonaccio fu costruita una città nuova, non più fatta di capanne, ma casette in muratura, più corrispondente alle esigenze della nuova cultura che si andava insediando un po’ in tutta l’Etruria. La città doveva comprendere strade basolate in pietra; avere un impianto urbanistico d’avanguardia, per quei tempi, e all’interno di poderose mura dovevano sorgere palazzi e templi costruiti da esperti architetti. Dove si trova questa città? Purtroppo la scienza archeologica non ha risolto il problema e tutto ancora resta avvolto nel mistero. Il Martinelli (Gli Etruschi mille anni di civiltà, curata da Giovannangelo Camporeale e Gabriele Morolli, op. cit.pag 87) riguardo alla posizion e della città precisa: “L’acropoli doveva sorgere, alla luce delle attuali conoscenze, sul Poggio di Talamonaccio, MENTRE L’ABITATO SI TROVAVA PIU’ IN BASSO FRA LA ROCCA E IL RILIEVO DI BENGODI, protetto da una cortina di mura”.
Il sito archeologico di Talamone ha restituito, a partire dagli anni ’60 del sec. XX, diversi reperti, fra questi un’antefissa fittile con volto femminile, un “geison” con baccellatura, un askos in terracotta risalente al III sec., un’olla a vernice nera (III sec. a.C., un elmo bronzeo e una punta di lancia, tutti questi reperti sono conservati presso il Museo Archeologico di Grosseto. Ricordiamo che il “frontone, si trova nella vicina Orbetello, nella bellissima laguna omonima.
Ritornando all’abitato del periodo etrusco (VII sec. a.C. in poi) gli studiosi hanno detto che esso doveva sorgere più in basso, tra la Rocca e il rilievo di Bengodi. Su questo punto non sono d’accordo e lo dico con umiltà, senza pretendere di essere infallibile in materia. Ritengo invece che la città etrusca di Talamone, non dovesse sorgere dove attualmente esiste il paese che tutti conosciamo. Lì, secondo la mia opinione doveva sorgere la città portuale, o meglio una scalo per le merci in arrivo e in partenza. Dovevano perciò esserci magazzini per le derrate, per olio vino e grano in particolare, destinati un po’ per tutti i mercati del Mediterraneo, botteghe e empori che commerciavano di tutto, dalle armi, ai minerali grezzi, ai gioielli, all’olio, al vino, ai cereali, insomma tutti quei prodotti che fecero in brevissimo tempo la ricchezza di una città come Talamone.
Se la “città” portuale doveva trovarsi proprio a ridosso del porto, in posizione elevata, sugli alti scogli, la città vera e propria, e la cosiddetta “arce” doveva trovarsi in altro luogo. Io ho ipotizzato che essa si trovasse sulla collina subito a nord del paese attuale. Se vi capita di andarein quesi posti, voi noterete che la collina sopra Talamone presenta un pianoro che non è “naturale” ma creato artificialmente. Ebbene, io credo che l’antica città si trovasse proprio in quel punto che io indicherò con una freccia, in una delle fotografie che invierò a corredo della mia ricerca.
Si tratta di una ipotesi, tutta da verificare.

 

 

 

 

 

 

 

“RASENNA” – FINALMENTE RISOLTO L’ENIGMA DELLA PAROLA ETRUSCA CON LA QUALE GLI ETRUSCHI DEFINIVANO SE STESSI?
Chi erano in realtà i “Rasenna”?

“Rasna”, secondo il “Dizionario della lingua etrusca” (DLE) del Prof. Massimo Pittau (Professore Emerito dell’Università di Sassari), ma anche secondo la maggior parte degli altri illustri studiosi-etruscologi, ha il significato di “Rasennio, Etrusco-a. Ma questa traduzione non ci conduce a niente. Ancora sul DLE, poco sopra, troviamo (Rhasénna) e si specifica che si tratta di una glossa greco-etrusca (ThLE 418). Questo sarebbe il nome secondo cui (Vedi: Dionisio di Alicarnasso I 30, 3) gli Etruschi chiamavano se stessi. Nel tradurre – specifica Pittau nel DLE– faccio riferimento al gentilizio latino Rasennius. “Rasnal”, poi viene tradotto: “dello (Stato) Rasennio ed Etrusco opp. della Federazione Rasennia o Etrusca”; in genitivo “Tular Rasnal” equivarrebbe a “confine della (città) rasennia”). (Vedi abnche articolo di Paolo Campidori pubblicato dal giornale mugellano “Il Galletto” “L’Idolo di bronzo ritrovato al Peglio” e da alcuni portali Internet, fra i quali Archeogate e Archeomedia.

Ma questo ci dice ancora poco e niente e, in particolar modo, la parola definisce gli Etruschi con un vocabolo che a noi resta ignoto. Se io dico, ad esempio, “sono italiano” significherà che sono un cittadino che abita in Italia, ma non l’étimo della parola. Italia deriverebbe dal greco ιταλος, ma secondo il Pittau anche questa parola sarebbe di origine etrusca (Massimo Pittau – Toponimi Italiani di Origine Etrusca – Magnum Edizioni, Sassari 2006, pagg 21-27) Esistono tuttavia varie traduzioni riguardo all’étimo di questa parola, da parte di altrettanti illustri studiosi italiani e stranieri.

Sempre su DLE, troviamo il vocabolo “RAS” e il Pittau definisce questo vocabolo di significato ignoto. (LLX.12). Eppure la parola “ras” esiste anche in italiano, ad esempio, quando diciamo che Tizio (o Caio) è il “ras” del quartiere, per intendere colui che comanda nel quartiere o nella città. In altre parole il “ras” è colui che esercita il potere entro un determinato spazio e questo potere può essere sottointeso: secondo lo “stato di diritto”, oppure, un potere “arbitrario”, cioè non riconosciuto dalla legge. Ma ciò ha poca importanza ai fini di questa ricerca.

Mi sembra che siamo giunti a una svolta importante del problema “rasenna”. Vediamo adesso come i Romani definivano il vocabolo italiano “rasoio”: con due parole che ci allontanano molto e queste sono: “novacula” e “culter”. Esiste tuttavia in latino la parola “rasura” che ha significato di “rasatura”. (QUEST’ULTIMA DI PROBABILE ORIGINE ETRUSCA)

Siamo giunti al nocciolo del problema: nella lingua italiana (Vocabolario Nicola Zingarelli, Bologna, 1958) troviamo le seguenti parole: “rasente”, che significa molto vicino (quasi a toccare), “rasare” e “raso”, tutte parole che riconducono a “tagliare” (la barba, l’erba, ecc.) e poi “raso” (rasus, lisciato). In tutti questi vocaboli manca l’origine della parola stessa. Allora, cosa dobbiamo pensare? Se l’étimo della parola “rasenna” non è latino e neppure greco, dovremmo fare altre ipotesi e cioè che la parola, oggetto del nostro studio, derivi proprio da “ras” etrusco (che è molto usato anche nell’Italia settentrionale) la quale potrebbe avere vari significati, ma cito solo tre di quelli che mi sembrano essere più probabili:

1 – “Rasenna” popolo (o tribù) al quale appartengono “coloro che si radono”. Nel dire ciò non faccio riferimento, ovviamente, al periodo ellenistico, periodo in cui le barbe andavano di moda, ma al periodo precedente “villanoviano” (IX-VII secolo a.C.), gli “ETRUSCHI VERI”, coloro cioè che abitavano il suolo italiano, probabilmente anche anteriormente al sec. X a.C. Queste popolazioni guerriere (rasenna), quando ancora non avevano subito “invasioni” da parte di altre civiltà (o “trasformazioni” con conseguente rilassatezza dei costumi dovute a “contaminazioni” “mode”o a vere e proprie “sottomissioni da parte di greci e romani), usavano andare in battaglia completamente nudi e rasati, senza abbigliamento di sorta, con l’unica eccezione di un copricapo e attrezzati solo di una lancia. Questo era il vero popolo etrusco! Non quello rilassato e debosciato delle tombe dipinte dei sec. V-II, dove ritraggono una popolazione “schiava” di greci (prima) e dei romani (poi).
2 –“Rasenna” popolo o tribù di coloro che si radono usando il rasoio (metallico, che essi stessi fabbricavano (Bellissimi sono i rasoi “villanoviani” a forma di “mezzaluna”, secc. X-IX, che si trovano nel Museo Civico di Bologna, ma anche a Tarquinia a Vulci, ecc).
3 -Ma citerei anche un’altra possibilità, che mi sembra tuttavia molto interessante e cioè quella secondo la quale “rasenna” significherebbe “IL POPOLO DI COLORO CHE HANNO PER CAPO ovvero per “RAS” UN UOMO (O UNA DIVINITA’) RASATA”

Queste mi sembrano tre possibili traduzioni coerenti con le abitudini di questo popolo. Un popolo che metteva nelle proprie tombe (semplici e “maschie”), la cenere dei corpi dei guerrieri morti in battaglia, in ossuari biconici e deposti con altrettanta semplicità in pozzetti scavati nella roccia o nel terreno (Si vedano ad esempio le interessantissime tombe a pozzetto di Palastreto, sopra Quinto (Firenze) o quelle “ricostruite” nel museo di Volterra, oppure a Tarquinia, Vulci, ecc. Insieme alle ceneri, nella tomba spesso veniva messo un rasoio lunato, per simboleggiare l’appartenenza al “popolo dei rasati”. E’ bellissima la foto nel libro a cura di Mario Cristofani “Etruschi, una nuova immagine – Giunti Editore, 2006, pag 12) in cui si vede un guerriero completamente nudo e completamente rasato, che indossa solo un elmo (o un copricapo in metallo) il quale, lancia in mano, si avvia a passi giganteschi verso la battaglia, deciso, senza esitazione alcuna, in altre parole senza paura. Gli Etruschi del IX-VII secolo a.C, non sono gli stessi degli Etruschi del VII-V secolo a.C. (Lidio?) oppure quelli del V-IV sec.a.C. (Greco) o, peggio ancora, degli Etruschi del III-I sec. a.C (romano). I Villanoviani (Rasenna) persero la loro battaglia (e, forse, la loro indipendenza) verso la metà del sec. VII con popolazioni che venivano dall’Oriente ( forse i LIDI ?), non per viltà o altre cause ma perché si trovarono davanti a un nemico che non era né più intelligente, e nemmeno più valoroso in battaglia; SI SONO TROVATI DI FRONTE A UN ESERCITO MOLTO PIU’ NUMEROSO DI QUELLO CUI I “RASENNA” (RASATI) DISPONEVANO.

La storia dei “rasenna” (rasato-i), quella dei veri “Rasenna”, TERMINA verso la metà del VII secolo. Da questo periodo in poi si potrà parlare solo di Etruschi o, meglio, “FUSIONE” IN ETRUSCHI” DELLE POPOLAZIONI AUTOCTONE CON ALTRE ETNIE” orientali e del Mediterraneo, che non hanno niente a che vedere con i “rasenna” ORIGINALI.

 

ALCUNE DOMANDE A MASSIMO PITTAU
LINGUISTA-ETRUSCOLOGO

Massimo Pittau già professore emerito nella Facoltà di lettere e già preside di quella di Magistero dell’Università di Sassari, è nato a Nuoro, dove ha seguito tutti gli studi elementari e medi. Iscrittosi all’Università di Torino, sotto la guida di Matteo Batoli, si è laureato in lettere con una tesi su “Il dialetto di Nùoro”; si è dopo iscritto all’Università di Cagliari, dove si è laureato in Filosofia con una tesi su “Il valore educativo delle lingue classiche”. Nell’anno accademico 1948/9, nella Facoltà di Lettere di Firenze, ha seguito come perfezionamento corsi di Carlo Battisti, Giacomo Devoto e Bruno Migliorini. Nel 1959 ha conseguito la libera docenza e nel 1971 la cattedra in Linguistica Sarda. E’ autore di oltre 30 libri e più di 200 studi relativi a questioni di linguistica, filologia, filosofia del linguaggio e a questioni socio-pedagogiche. Il Prof. Massimo Pittau vive e lavora a Sassari.

Nel suo interessantissimo «Dizionario della Lingua Etrusca» (Sassari 2005, Libreria Koinè) una fascetta sulla copertina riporta la dizione: “LA LINGUA ETRUSCA NON E’ UN MISTERO”. Nella parte introduttiva del vocabolario, a pag 16, Lei scrive: “…dizionario della lingua etrusca, nella sua caratteristica di lingua molto parzialmente e molto sparsamente documentata ed inoltre ancora poco conosciuta”: Mi potrebbe spiegare meglio quale significato dobbiamo dare a “lingua…poco conosciuta”?

«L’etrusco è una lingua del tutto sconosciuta per il grosso pubblico, anche per quello fornito di una buona cultura umanistica, il quale anzi continua a ritenerla un autentico e totale “mistero”; ed è una lingua pochissimo conosciuta perfino dai linguisti, i quali, soprattutto nell’ultimo cinquantennio, non le hanno dedicato quasi alcuna attenzione. La colpa di questa stranissima circostanza sta nel fatto che i linguisti hanno accettato acriticamente la tesi di alcuni archeologi, i quali per 50 anni hanno detto e proclamato che “l’etrusco è una lingua non comparabile con alcun’altra”».

Oltre ad essere un celebre etruscologo Lei è uno dei massimi studiosi e conoscitori della lingua sarda, la lingua della sua terra d’origine. In una nota, a pag 30, del suo interessantissimo libro “La lingua etrusca – grammatica e lessico” (1997, Libreria Koinè, Sassari) troviamo che “anche i Sardi provenivano dalla Lidia, dalla cui capitale Sardis essi avevano perfino derivato il loro nome e quello della loro isola”. Alcuni studiosi (e mi sembra, anche Lei) sostengono che gli Etruschi di Toscana abbiano origine dalla popolazionie lidia, stabilitesi anche in Sardegna alla fine del secondo millennio a.C.. Le ultimissime scoperte archeologiche e linguistiche (se ce ne sono state) hanno confermato questa ipotesi?

«Intanto la tesi della venuta degli Etruschi dalla Lidia nell’Anatolia od Asia Minore è stata sostenuta da Erodoto e da altri 30 autori antichi, greci e latini, contraddetta da un solo autore, Dionigi di Alicarnasso. Inoltre è recentissima la notizia che il genetista Alberto Piazza, dell’Università di Torino, ha comunicato in un convegno scientifico che, in base all’analisi del DNA da lui fatta, realmente i Toscani odierni mostrano di essere originari dell’Asia Minore.”

“Rasenna” è il nome con il quale gli Etruschi definivano il loro popolo di appartenenza. Qual’è, secondo Lei, il vero significato di “Rasenna”? La somiglianza di questo nome con alcune località come Ravenna in Romagna o Rassina in Toscana, è del tutto casuale?

“Non siamo ancora riusciti a chiarire l’esatto significato di Rasenna, col quale gli Etruschi chiamavano se stessi. Comunque la connessione col toponimo toscano Rassina è stata già effettuata e sembra anche in maniera pertinente.
In virtù del suo suffisso è quasi certo che anche Ravenna è un toponimo di origine etrusca, ma finora non è stato chiarito in maniera convincente il suo significato originario.”

 

I nomi di persona etruschi, più comuni, tipo Larzia, Tania, Velia, Aruntia, Aule, Larth, Marce, Velca, Velthur, ecc. sono nomi che si ritrovavano in abbondanza, al tempo degli etruschi, anche in altre parti del bacino del Mediterraneo, ad esempio in Lidia o a Lemno?

“Che l’etrusco non possa essere ritenuto una lingua del tutto sconosciuta, cioè un totale “mistero”, è dimostrato dal fatto che ormai abbiamo circa 11 mila iscrizioni etrusche, che in massima parte risultano ormai tradotte e comprese. Invece della lingua lidia abbiamo solamente una sessantina di iscrizioni, per di più piuttosto recenti, le quali pertanto non consentono una proficua comparazione con la lingua etrusca.
Nell’isola di Lemno, nel Mar Egeo, invece è stata rinvenuta una iscrizione, che sicuramente è composta in una lingua strettamente affine con quella etrusca; ed inoltre alcuni altri frustoli di iscrizioni. Ma anche in questo caso non è possibile approfondire la comparazione. In ogni modo anche questi rinvenimenti epigrafici dell’isola di Lemno danno una buona conferma della tesi della origine orientale ed anatolica degli Etruschi.

Nella sua “Grammatica Etrusca”, a pag 68, Lei parla di un “originario sistema matrilineare esistente fra gli Etruschi, o meglio, fra i loro antichi antenati Lidi”. Quali popolazioni esistevano in Toscana prima dell’arrivo dei Lidi-Etruschi?

“In Toscana esistevano i cosiddetti “Villanoviani”, popolazione preistorica che aveva un livello culturale molto inferiore a quello dei nuovi arrivati Lidi-Etruschi. Lo dimostra in maniera evidentissima il grande divario che si constata fra le tombe dei Villanoviani, costuite da due ciotole coperchiate l’una sull’altra e le grandiose e lussuose tombe ipogeiche etrusche, gia quelle più antiche, ad es, quelle di Vetulonia”.

Cerretani erano una nobile famiglia fiorentina stabilitasi a Firenze verso il sec. XII e che aveva il proprio feudo fra Cerreto Maggio (Vaglia) e Legri (Calenzano) in provincia di Firenze. Le chiedo se tale cognome potrebbe derivare da Caisr, Ceizra, Xaire, corrispondente al latino Caere (Cerveteri).

“Cerreto significa «luogo di cerri» e deriva dal lat. cerrus «cerro» (sorta di quercia). Siccome però questo nome di pianta è dato come preindoeuropeo e propriamente come “mediterraneo”, la sua connessione con l’etrusco Xaire è allettante ed io mi impegno ad approfondirla. Ma a Lei faccio i miei complimenti e ringraziamenti per questa connessione ipotizzata e suggerita.”

Vicino a Firenze, nella zona di Quinto dove è ubicata la celebre tomba della Montagnola (e altre tombe principesche etrusche) scorre un torrente: lo Zambre. Un altro torrente con lo stesso nome o simile, il Sambre, scorre nella zona di Fiesole (Val di Sambre), attraversa l’abitato di Compiobbi e si riversa nell’Arno. Nella zona poi dell’Alto Mugello, nel Comune di Firenzuola, troviamo un fiume chiamato Santerno, che scorre appunto nella Valle del Santerno e che nasce presso il Passo della Futa. Questi nomi di fiumi Sambre o Zambre, Santerno derivano dall’etrusco?
Il monte, che guarda Fiesole e Firenze, altro circa 900 metri, già sede di un potentissimo castello degli Ubaldini e divenuto poi verso la metà del sec. XIII, la dimora dei frati dell’ordine dei Servi di Maria, da sempre è chiamato Monte Senario o Monte Asinario. Dato che esiste in etrusco le parole “eis”, “eiser”, che significano rispettivamente “dio” e “dei”, è possibile che Monte Senario significasse in epoca etrusca “monte del dio” o “monte degli dei”?

“ Io ho pubblicato di recente un libretto intitolato «Toponimi italiani di origine etrusca» (Sassari, 2006, Libreria Koinè), ma non mi sono interessato di toponimi, anzi di microtoponimi della Toscana. Per questi Silvio Pieri aveva pubblicato due importanti opere: Toponomastica della Toscana meridionale (valli della Fiora, dell’Ombrone, della Cècina e fiumi minori) e dell’Arcipelago toscano, Siena 1969 (Accademia Senese degli Intronati); Toponomastica della valle dell’Arno, in «R. Accademia dei Lincei», appendice al vol. XXVII, 1918, Roma (1919).

Nella zona di Vicchio di Mugello, a Poggio Colla, dove nelle vicinanze è stato ritrovato un importante insediamento etrusco del VI-V sec. a.C. fino a poco tempo fa, gli abitanti di quella zona usavano la parola “vocolo” per designare una persona scialba, insignificante. Quali origini questa parola potrebbe avere secondo Lei?

“Vòcolo deriva da avòcolo «cieco», a sua volta dal lat. medioevale aboculis «senza occhi».

Presso la zona di Monteloro, vicino a Fiesole, esistono due località chiamate rispettivamente Monte Trini e Lubaco (o Lobaco). Sembra che la prima derivi dall’etrusco e significhi: “Monte dell’invocazione” o “Monte della preghiera”. Più problematica mi sembra invece l’etimologia del toponimo Lubaco. E’ possibile che derivi da “lo Bacco”, e che probabilmente esistesse un tempio dedicato a quella divinità?

“Sull’argomento provi a consultare le citate opere di Silvio Pieri, che potrà trovare in qualche importante biblioteca pubblica.”

Quale aiuto potrà dare lo studio e la comprensione della lingua etrusca alla lingua italiana?

“Non pochi vocaboli toscani e italiani sono ancora privi di etimologia. Essi potrebbero derivare appunto dalla lingua etrusca. Veda nel mio «Dizionario della Lingua Etrusca» l’Indice Tosco/Italiano-Etrusco, che sicuramente è assai lontano dall’essere completo.

 

 

 

 

OSTIA ANTICA: VIENE ALLA LUCE UNA CRIPTA CRISTIANA (SEC. IV?) CON IMMAGINE DI CRISTO BENEDICENTE.

Roma ombelico del mondo. Sì, Roma è più importante di qualsiasi altra città al mondo poiché conserva le reliquie dei Martiri del Cristianesimo. Al lusso e allo sfarzo della Roma imperiale, con i suoi monumenti più insigni, si contrappone la Roma sotterranea delle Catacombe, rifugio dei Cristiani perseguitati, martirizzati, fino a diventare i luoghi segreti delle loro tombe.
Voglio mettere in relazione (contro il parere dell’illustre esperta Maria Stella Arena, autore dell’articolo in Archeologia Viva n. 128 del marzo-aprile 2008 dal titolo: “OSTIA, L’Opus sectile di Porta Marina”) il ritrovamento negli anni 1940-1950, di un primo pannello in mosaico, raffigurante un leone in atto di aggredire una preda, con la simbologia cristiana (vedi bibliografia). Questa scoperta fu l’inizio di uno scavo che portò alla luce un edificio formato da una sala o esedra e da un’abside rettangolare.
Dopo un attento e scrupoloso restauro, durato anni di fatica, da parte di competenti restauratori per ricomporre i mosaici, è stata ricostruita, pannello dopo pannello, quella che i romani chiamavano “esedra”, cioè un’aula, sul fondo della quale si trovava, come già detto, una cripta rettangolare. Tutto farebbe pensare a un sepolcro di età ancora ben non definita, e, di primo acchito, farebbe pensare a uno dei tanti elegantissimi sepolcri dei patrizi pagani. Ma la cosa non sta in questi termini, o, almeno, secondo il mio parere è da scartare l’ipotesi “offertaci” dalla Dr.ssa Maria Stella Arena sulla Rivista Archeologia Viva, già citata.
La “tomba” farebbe pensare ad una costruzione in età ancora non bene identificata (ma probabilmente fra l’inizio e la fine del sec. IV) che assomiglia moltissimo alla “Cripta dei Papi” nelle Catacombe di San Callisto a Roma. Quest’ultimo sepolcro costruito come tomba privata nel sec. II (fine), è composto, come quello di Ostia da un’aula e da una abside rettangolare, fu donato alla Chiesa e trasformato nella sepoltura dei Papi, dal IV secolo d.C.
Nel difficile lavoro di restauro della cripta di Ostia, gli abilissimi restauratori hanno ricostruito questi intarsi geometrici, floreali, ecc. tutti formati di parti di marmi costosi, provenienti da ogni parte dell’Impero. Gli effetti cromatici di questi intarsi (opus sectile) sono davvero sorprendenti, poiché sono state sfruttate (dalle maestranze dell’epoca) le venature naturali dei marmi per creare effetti, in modo da rendere realisticamente le rocce, gli alberi, gli animali, ecc. Ma la sorpresa, veramente interessante, è che fra questi pannelli ci sono anche delle figure “umane”, fra le quali, una con “nimbo” (letteralmente ‘nuvola’) in atto benedicente.
Non mi sembra che ci voglia molta specializzazione o titoli accademici per riconoscere in una di queste figure il Cristo benedicente, senza divagare inutilmente in supposizioni che ritengo assurde. Il volto di Cristo, sempre in “opus sectile”, è raffigurato nella forma tradizionale e cioè, con barba e capelli lunghi, con occhi sbarrati e barba, sopraccigli, pupille e capelli di un nero, tipico medio-orientale. Intorno alla testa il Cristo ha un nimbo bianco. Questo simbolo non è di origine Cristiana, tuttavia esso appare, a partire probabilmente dal IV secolo, sul capo di Cristo, su affreschi catacombali romani (San Callisto), diventando poi una regola. Il Cristo, inoltre, ha la mano destra sollevata, con le tre dita alzate in segno benedicente, per significare la SS. Trinità. Più chiaro di così…..!
C’è poi la figura di un giovinetto, che si trova in un riquadro più basso e questo, mancando dei simboli tradizionali dei Santi, doveva essere colui (il patrizio romano) per il quale la cripta fu costruita.
Ci sono poi altre scene, in altrettanti riquadri, che raffigurano leoni e tigri in atto di azzannare dei cerbiatti. Si tratta ancora di simbologia Cristiana che fa riferimento alla prima Lettera di Pietro “Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente, va in giro, cercando chi divorare (Pietro Lettera I, 5,8).
Per chi fosse interessato, i pannelli di tale cripta sono attualmente esposti presso il Museo Nazionale dell’Alto Medioevo a Roma.
Riferimenti bibliografici:
G. Heinz-Mohr – Lessico di Iconografia Cristiana Istituto di Propaganda Libraria, Milano, 1995

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PAROLE DI ORIGINE ETRUSCA IN MUGELLO?
Intervista con il liguista Massimo Pittau
Massimo Pittau, già Professore nella Facoltà di Lettere e già Preside di quella di Magistero dell’Università di Sassari, Docente di Linguistica Sarda all’università di Sassari, è autore di oltre 30 libri e di più di 300 studi relativi a questioni di linguistica, filologia, filosofia del linguaggio. Ha ottenuto per le sue pubblicazioni varie onorificenze. Recentemente ha pubblicato un Vocabolario e una Grammatica della lingua etrusca. Vive e lavora a Sassari.
Paolo Campidori ha scritto vari articoli di storia e cultura del territorio mugellano e alto-mugellano, avvalendosi anche dell’esperienza acquisita alle dipendenze delle Soprintendenze Beni Culturali di Firenze e Bologna, dove ha prestato lungo servizio nei musei e gallerie delle due città. Ha scritto anche una decina di libri sulla storia e l’arte del Mugello. In questa intervista fatta al Prof. Massimo Pittau, già Rettore di Università, insigne linguista ed esperto della lingua sardiana (antico sardo) e della lingua etrusca, nonché autore di più di trenta libri sulla linguistica, viene “focalizzata” la probabile origine etrusca di alcuni toponimi e vocaboli in uso nella lingua parlata mugellana.
In una località del Mugello, presso Borgo San Lorenzo, nella strada faentina, si trova una località chiamata Faltona. Esiste un gentilizio etrusco “FALTU” e “FALTUI” che corrispondono ai nomi “Faltone” e “Faltonia”. Tali nomi sono inscritti rispettivamente su un sepolcro e su un ossario etruschi: “LARTHI MURINEI FALTUSLA” (Lartia Murina figlia di Faltone). Ciò comproverebbe la derivazione del toponimo Faltona da “FALTU” etrusco?
Il riferimento della odierna Faltona all’etrusco Faltu è esatto. Però l’iscrizione citata va tradotta esattamnte «Lartia Murinia (figlia) di quella (figlia) di Faltone». Faltone quindi era il nonno non il padre di Lartia Murinia (vedi M. Pittau, Dizionario della Lingua Etrusca, Sassari 2005, Libreria Koinè, pg. 442).
Sempre sulla strada Faentina (cha da Firenze porta a Faenza), oltrepassato Borgo San Lorenzo, si trova una località pedemontana di villeggiatura denominata Ronta. Sappiamo che in etrusco esiste “ARUNTH”. Tale nome si trova in alcune iscrizioni funerarie: “MI ARUNTHIA MOLEMANAJ” (Io sono di Arunte Malomenio” e “MI ARUNTHIA KUSIUNAS” (Io sono di Arunte Cusonio). La stretta somiglianza del toponimo italico Ronta con ARUNTH e il fatto stesso che la località Ronta si trovi nel percorso di una strada etrusca (poi romana), fa pensare, non è vero?
No, io escluderei questo riferimento per la seguente ragione: i prenomi etruschi erano appena una ventina, per cui essi si ripetevano continuamente (vedi M. Pittau, La Lingua Etrusca – grammatica e lessico, 1997, Libreria Koinè, Sassari, pg. 64). Il prenome Arunth poi era comunissimo, per cui è del tutto improbabile che esso sia servito per indicare una certa località.
Il vocabolo “mara” nella lingua toscana ha il significato di “zappa”. Io ricordo ancora i contadini mugellani che indicavano con questo nome quell’attrezzo agricolo che oggi noi chiamiamo “zappa”. In etrusco esistono vocaboli come “MAR” e “MARAM”, di significato ignoto. Esiste poi “MARU” che ha significato di “Marone”, ed era un magistrato etrusco di grado inferiore. Questo magistrato viene rappresentato nei sarcofagi o negli affreschi tombali tenendo in mano un bastone ricurvo verso l’estremità, molto simile alla forma di una zappa. Questo accostamento “mara” e “MARU” è possibile?
L’ital. marra, deriva dal lat. marra, il quale finora risulta di origine ignota, per cui è probabile che sia di origine etrusca (gli Etruschi sono stati grandi produttori, lavoratori ed esportatori di ferro grezzo e lavorato). Escludo invece che questo vocabolo abbia qualcosa a che fare con Maru «Marone». Il bastone ricurvo di certi personaggi etruschi era il lituo augurale.
Troviamo in etrusco il gentilizio “ZEMNI” (pron. Semni). Il toponimo Senni esiste in Mugello, fra Borgo San Lorenzo e Scarperia in una località agricola di pianura molto fertile, dove esiste anche una chiesa molto antica, nell’antico feudo degli Ubaldini, sulla cui facciata è murata scultura, una divinità alata, che potrebbe rifarsi al periodo etrusco (la cosa è controversa). La concentrazione intorno a Borgo San Lorenzo, Scarperia di toponimi etruschi ci indurrebbe a pensare che questa fu una zona altamente popolata da genti etrusche che praticavano l’agricoltura e la pastorizia. Lei ritiene ciò possibile?
L’accostamento dell’etr. Zemni con l’odierno toponimo Semmi può essere esatto; però si debbono trovare le antiche forme di questo toponimo per vedere se l’accostamento regge.
I vecchi muratori mugellani usavano il termine “caiccina” per indicare la calcina, ovvero la calce, il legante con cui muravano sassi e mattoni. Esiste in etrusco il gentilesco “CAICNA” dal quale deriva anche il toponimo Cecina. Siccome è probabile che nella scrittura etrusca certe vocali fossero soppresse, si potrebbe supporre che “CAICNA” potesse essere nella lingua parlata “CAICINA”, che corrisponderebbe al toscano “caiccina”, per indicare la calce. Ma tutto ciò è pura congettura?
E’ possibile che il lat. calcina (finora di etimologia ignota) sia di origine etrusca, come indizia il suo suffisso, ma questo appellativo è del tutto diverso dall’etr. Caicna, che invece corrisponde al gentilizio lat. Caecinius; ed entrambi corrispondono all’etr./lat ceice/caecus «cieco».
Fino a non molto tempo fa per attingere l’acqua al pozzo o alla sorgente si usava un particolare secchio di rame (molto simile alle mezzine etrusche) che in Mugello si chiamava “mezzina” e in Alto Mugello (o Romagna Toscana) veniva chiamato “mesèna”. Esiste in etrusco il termine “MESN”  (che è stato pure trovato inscritto su un “Kyatos”) che significa “mescere”, “riempire”. Questo accostamento “mezzana” o “mesèna” è plausibile?
Sì, questo accostamento è molto allettante. Però per esserne certi occorrerebbe fare ricerche sulle varianti dell’appellativo
In Mugello, quando si batteva il grano, ricordo che alla battitura (separazione della paglia dalle spighe) seguiva la separazione della brattea del chicco di grano, la cosiddetta “spulatura” (da “pula”). Esiste nella lingua etrusca un avverbio “PUL” che ha il significato di “poi, dopo, inoltre”. E’ possibile che il vocabolo “pula” sia una derivazione dell’etrusco “PUL”, cioè ciò che segue dalla “spulatura”?
Con i vocaboli corti, cioè di pochi fonemi è molto rischioso impostare etimologie. D’altra parte mi sembra da escludersi che un “sostantivo” toscano possa essere derivato da un “avverbio/congiunzione” etrusco.
Ancora oggi viene usato popolarmente il termine “ruzzare” che ha un doppio significato: quello di “giocare, scherzare” e l’altro un po’ più pruriginoso, vale a dire un significato erotico (fare l’amore). In etrusco “RUZ” e “RUZE”! significano, il primo, un piccolo ripostiglio, mentre il secondo significa “porco, maiale”, oppure una voce onomatopeica. Lei vede un accostamento?
L’etrusco ruz è troppo corto, e ruze è troppo distante nel significato.
Una “serqua” di uova era per i contadini mugellani una certa quantità di uova, che mi sembra corrispondesse a una diecina o a dodici unità. In etrusco esiste “SERQUE” che forse deriva dal numerale dieci o dodici? Quanto sarebbe verosimile questa derivazione dall’etrusco?
Io non conosco un vocabolo etrusco SERQUE, per cui non posso dire nulla su di esso.
C’è uno scioglilingua famoso: “Sopra la capra, la capra campa, sotto la capra la capra crepa”. In etrusco esiste il vocabolo “capra” con il significato di “urna, vaso, sarcofago”, ma genericamente si potrebbe tradurre con “contenitore, basamento vuoto all’interno”, ecc.). Ritornando allo scioglilingua “sopra la capra…ecc.) la frase non avrebbe significato. Se invece intendiamo “capra” per un sarcofago, un basamento, ecc. lo scioglilingua avrebbe un suo significato logico. Le sembra ciò molto distante dalla realtà?
In etrusco capra, kapra significava propriamente «capra», ma per metafora significava anche «sarcofago», perché molti sarcofagi antichi avevano ai quattro spigoli inferiori altrettanti appoggi a forma di «piede di capra o di caprone». (etr. capru).
Bibliografia:
Massimo Pittau – Dizionario della lingua etrusca – Dessì, Sassari 2005
Massimo Pittau – La lingua etrusca – Grammatica e lessico. Nuoro, 1997
Paolo Campidori – Mugello, Romagna Toscana e Valdisieve – Storia, personaggi, racconti, fiabe, poesie, ecc. Toccafondi, Borgo San Lorenzo, 2006
Massimo Pittau, http://www.pittau.it/

 

 

 

 

UN’ATTENTA ANALISI DEL CIPPO CONFINARIO DI FIESOLE
Lingua etrusca: si può parlare ancora di mistero?

Da più parti si sente dire la seguente frase: “La lingua etrusca non è più un mistero”: Come esistono altre voci, discordanti da questa, le quali affermano che l’etrusco non sia più un mistero, ma che tuttavia molte cose resterebbero ancora inspiegabili e indecifrabili. Per questa ragione ho voluto mettere a confronto due dei maggiori linguisti ed etruscologi del nostro tempo sulla “lettura” e “traduzione” che essi hanno fatto rispettivamente su un reperto archeologico, molto importante, che si trova a Fiesole, esposto in una delle sale del Museo Archeologico cittadino. Si tratta di un cippo di confine che è stato ritrovato entro i confini della cinta muraria fiesolana ed è catalogato come: “Cippo confinario, sec II a.C.” (Vedi: Marco de Marco – Fiesole, Area archeologica e museo, Giunti Editore, 1999). Si tratta, abbiamo detto, di un cippo fiesolano e fin qui non ci sono dubbi. Ne consegue che la lingua e le parole che sono state scolpite sul cippo, in maniera piuttosto marcata da un anonimo scalpellino, appartengano sicuramente alla lingua etrusco-fiesolana che veniva parlata a Fiesole in quel determinato periodo di tempo. Per questo, e non solo per questo, il cippo fiesolano in oggetto è di un’importanza fondamentale per lo studio e la conoscenza della lingua e della storia etrusca e, in particolare, cosa questa che più ci interessa, della storia fiesolana, che è la storia di casa nostra. Da tempo mi interesso di questo reperto archeologico e da un po’ di tempo ho cercato di studiare e di analizzare più fonti che potessero illuminarmi in merito. Ma non mi sono accontentato di ciò: per un paio di volte mi sono recato al museo fiesolano per eseguire l’autopsia (si definisce così il termine tecnico) del cippo ed ho potuto scattare alcune fotografie dello stesso, poiché quelle che avevo trovato sui libri non mi soddisfacevano o, perlomeno, c’erano alcune cose che non mi sembravano abbastanza chiare. Soprattutto certe lettere dell’alfabeto etrusco, scritte su tale cippo che, a mio parere, possono essere state mal decifrate da parte di illustri studiosi ed emeriti linguisti. La cosa può capitare quando ci si affida completamente a certi testi di etruscologia, senza fare una autopsia diretta sul reperto. Ma vediamo come i due maggiori studiosi hanno “interpretato” l’epigrafe. Il primo studioso ha decifrato l’iscrizione nel modo seguente: “TULAR SPURAL HIL PURAPUM VIPSL VHS PAPR”. In questa frase una lettera, riferita ad un vocabolo, presenta delle differenze di interpretazione. Mi riferisco, in modo particolare, all’ultima parola “tatr” (primo studioso) e “papr” (secondo studioso). Mi sembra che ci siano ancora altre difficoltà riferibili alla traduzione del testo. Se prendiamo in esame la prima ipotesi, la traduzione di questa epigrafe potrebbe essere la seguente: “CONFINE DELLA PROPRIETA’ DELLA FAMIGLIA PAPR SITUATA ENTRO I CONFINI DELLA CINTA MURARIA DELLA CITTA’ DI FIESOLE”. Mentre la seconda ipotesi, riferita al secondo linguista, sarebbe la seguente: “CONFINE DELLA CITTA’ E POMERIO PRIVATO/FIESOLE/VU(LCA) PAP(SENNA)”. Non mi sembrano differenze di poco conto fra la prima e la seconda traduzione. Ma veniamo all’analisi filologica del cippo. Nelle due prime parole “tular spural” i due linguisti sono d’accordo, le due parole significano: “confini della città” Il questo caso il nome della città è inteso come entità politica (quello che noi oggi chiameremmo “Comune di Fiesole”) da distinguere da “rasn(al) che pure ha significato “della città”, ma inteso come Stato, o meglio, come città-stato. Un’altra divergenza nella decifrazione dell’epigrafe riguarda la parola “puratum”, riferita al primo linguista, e “purapum”, riferita al secondo studioso. Non è cosa da trascurare poiché nei due casi si è letta una “t” al posto di una “p”, o viceversa. Ne deriva che il significato delle due parole, ovvero la traduzione è diversa. Nel primo caso “hil puratum” verrebbe tradotto con “case cinte da mura” o “cinta (muraria) nel cui interno si trovano delle case”; nel secondo caso, invece, “hil purapum” viene tradotto con “pomerio privato” (“pomerio” della città era lo spazio di terreno sacro, lungo le mura, all’interno e all’esterno, nel quale non era lecito fabbricane né coltivare ed era segnato da cippi confinari). Poi la parola “vipsl”. Anche qui ci sono incertezze nei due studiosi, ma credo che ciò sia riconosciuto universalmente: “VIPSL” o “VISL” (o VISUL), significava FIESOLE. Anche la traduzione dell’ultima riga del cippo sarà diversa se leggo la parola “papr” o “tatr”. Nel primo caso avremo il nome di una persona equivalente a Pap(senna), nel secondo caso la traduzione resterebbe ancora enigmatica.
Ci sarebbe da dire qualcosa ancora sull’epoca del cippo fiesolano. Per alcuni studiosi si tratta di un cippo di età arcaica risalente al VI secolo a.C., altri sostengono che sia del IV sec. a.C. e c’è anche chi la ritiene una stele più recente, cioè del II-I sec. a.C.. L’ipotesi prospettata nella via di mezzo e, cioè, che il cippo sia riferibile al IV secolo a.C. mi sembrerebbe la più attendibile, a giudicare da certe lettere come la “emme” scritte con l’alfabeto arcaico (un bastoncino con una seghetta a tre punte in cima).
Quanto ho accennato mi sembra più che sufficiente per dimostrare che: se anche la lingua etrusca non fosse più un mistero, essa è tuttavia un REBUS, poiché troppi pochi sono gli elementi certi a nostra disposizione. Ciò è dovuto ad una serie di ragioni che vanno dalla brevità delle iscrizioni tutte riferibili all’ambito ristretto in cui queste sono state scritte (cimiteriale, confini, ecc.) e, talvolta, un po’ di leggerezza (non è il caso dei due linguisti cui ho fatto riferimento) con cui viene affrontato il tema dello studio e della origine della lingua etrusca.

Bibliografia:
Massimo Pittau – Dizionario della lingua Etrusca, Sassari 2005, Libreria Editrice Dessì
Claudio De Palma – Le origini degli Etruschi, Bologna 2004, Casa Editrice Nuova S1

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA PRESENZA ETRUSCA NELL’APPENNINO TOSCO-EMILIANO-ROMAGNOLO
FRA RITROVAMENTI ARCHEOLOGICI E SIMBOLOGIA

L’Idolo in bronzo ritrovato al Peglio di Firenzuola (Firenze)

Mi diceva, tempo fa, un archeologo toscano che nell’Appennino Tosco-Emiliano e Romagnolo, non sono stati ritrovati, al momento, segni “tangibili” della presenza etrusca, se si eccettua il rinvenimento al Peglio (Firenzuola) di un idoletto in bronzo che si trova (e chissà perché) al Museo di Cortona. Questo idoletto in bronzo fu donato al Museo di Cortona sel sec. XVIII e faceva parte di una donazione composta da reperti provenienti da diverse parti dell’Etruria. Non esistono notizie precise in merito a questa statuetta. Si sa solo che essa fu ritrovata nella zona del Peglio, zona in cui era attivo un “vulcanello”, detto altrimenti “fuoco di legno”,che emetteva esalazioni di metano, le quali, al contatto con l’aria, prendevano fuoco illuminando la zona con un bagliore sinistro. La zona, per il suo interesse scientifico, fu visitata, allora, anche da un illustre scienziato italiano, inventore della pila: Alessandro Volta. Fu probabilmente in occasione di tali ricerche scientifiche che venne alla luce tale statuetta, della quale non sappiamo con esattezza chi fu il ritrovatore. Si tratta di una statuetta fusa in bronzo, di un dio, molto probabilmente Tinia, raffigurato secondo l’iconologia etrusca e, cioè: un giovane atletico nudo, imberbe, che tiene serrato nella mano un oggetto che potrebbe rappresentare un fulmine o uno scettro.
Pochissime sono le notizie che il Museo di Cortona mette a disposizione degli studiosi, e cioè: che si tratta di una divinità, uno Zeus (Tinia per gli Etruschi), che proviene dal Peglio di Firenzuola (Firenze), che è stato ritrovato in un santuario (tempio? edicola? pozzo?) e fa parte di una importante collezione. Tutto qui. Ho provato a chiedere informazioni alla Soprintendenza Archeologica di Firenze e alla Direzione del Museo di Cortona, ma purtroppo mi hanno detto che non esistono altre informazioni riguardo all’idoletto in bronzo.
Molti, specie gli addetti ai lavori, negano che la zona dell’Alto Mugello (o Appennino Tosco-Romagnolo), sia zana etrusca, in quanto, al momento, non esiterebbero risultanze tali da ammettere la presenza di villaggi etruschi, anche se rinvenimenti (oltre all’idoletto) ce ne sono stati in abbondanza. Nella prima metà dello scorso secolo, fu trovato un altro idoletto (andato disperso?) sempre nella zona del Firenzuolino, presso Frena, una località in cui passava una derivazione di una importante strada che portava in Emilia Romagna. Ma non è tutto fra queste due strade, quella montana del Peglio, che si dirigeva verso Marzabotto (Misa), e quella a mezza costa, lungo il fiume Santerno, esisteva un’altra strada di fondo valle che conduceva nella Valle dell’Idice e a Monterenzio dirigendosi verso Claterna. Proprio in quest’ultime due località sono stati ritrovati importantissimi reperti etruschi nel sito di Monte Bibele, reperti che si trovano attualmente nel locale museo di Monterenzio. Altri “risultanze” etrusche sono affiorate nel palazzuolese, i cui scavi sono tuttora in corso sotto la direzione del Dr. Luca Fedeli della Soprintendenza Archeologica di Firenze.
Tutti questi ritrovamenti, a sud e a nord dell’Appennino Tosco-Emiliano-Romagnolo, sono qualcosa di tangibile e che non fanno pensare a oggetti lasciati casualmente da commercianti etruschi durante i viaggi verso il nord (Emilia-Romagna) o dal nord verso il sud delle città dellEtruria meridionale. Ciò può anche essere vero, ma in parte. L’ipotesi più probabile è che la zona appenninica fra Senio (Palazzuolo), Santerno (Firenzuola), Monterenzio (Idice), Reno (Marzabotto), doveva essere ben più popolata da genti etrusche di quanto si è finora creduto. Lo testimonierebbero oltre ai rinvenimenti, i toponimi di derivazione etrusca e, non ultimo, la simbologia.
La “tangibilità” della presenza etrusca, via via che passa il tempo e che si approfondiscono gli studi, diventa sempre più marcata, se si tiene conto anche del simbolismo, fortemente diffuso, in quei luoghi. Il simbolo, da sempre, presso tutte le civiltà antiche, è stato il segno, o meglio, il sigillo o la figura rappresentativa di un’idea, di un concetto, ma anche della qualità delle cose, o del rango sociale di un personaggio. Possiamo tranquillamente affermare che il simbolismo ha preceduto la scrittura (che pure è autentico simbolismo), ha convissuto con essa per secoli, forse millenni. I simboli hanno avuto sempre grande considerazione presso le popolazioni antiche, le quali, hanno pensato ad essi come “portatori” di valenza magica, esoterica e religiosa. Basti pensare alle “rune” celtiche, ai segni della cabala, ai segni zodiacali, all’astronomia, e, non ultima, l’alchimia. Il Medioevo, in particolare, per far riferimento a un’epoca non troppo lontana da noi, ha tenuto molto in considerazione la simbologia, dei colori, dei numeri, ecc. Basta recarsi in una delle nostre belle chiese romaniche italiane (o francesi) per trovare nelle icone, negli affreschi, nelle sculture e nell’architettura una sovrabbondanza di simboli laici e religiosi, che l’uomo moderno, superficiale, fa fatica a comprendere.
La simbologia è stata da sempre un riferimento, una regola fissa, ma, talvolta, anche una necessità. Dobbiamo tornare per questo al tempo dei primi cristiani e al diffuso simbolismo delle Catacombe, dove il Cristo veniva presentato con il simbolo del pesce, per indicare la lettera greca, iniziale del Cristo, oppure con l’Alfa e l’Omega, due lettere greche indicanti l’inizio e la fine , cioè la vita e la morte, oppure nella forma rovesciata, morte-vita per indicare il fine escatologico dell’essere vivente e, ancora, per indicare il Dio, l’Essere supremo e superiore, insomma “Colui-che-è”.
Il Rinascimento, periodo caratterizzato dalla riscoperta dei valori dell’uomo e del suo mondo, dalla riscoperta della classicità e del paganesimo, ma anche periodo di forti contrasti materialistico-religiosi metterà in second’ordine (per usare un eufemismo) il simbolismo, sostituendolo con l’allegoria paganeggiante, che è tutt’altra cosa.
A Frassineta di Piedimonte presso Palazzuolo (Firenze), in un antico resedio rurale, su una finestra arcaica, è raffigurato un personaggio, una donna che lancia in aria una ruota, entro la quale è iscritta una croce polare. La ruota, secondo l’antica simbologia, rappresenterebbe il cielo o l’universo, mentre la croce polare l’unione di due principi, cioè il cielo (principio attivo) e la terra (principio passivo). Questo simbolismo, che forse però è anche una allegoria (simbolismo e allegoria, pur nella loro definizione concettuale ben precisa, sono concetti astratti, e molte volte si fondono l’uno nell’altro: il simbolismo nell’allegoria e viceversa), starebbero a significare che la donna (principio passivo), regge nelle sue mani la terra (ancora principio passivo) e il genere umano (principio attivo e passivo). La donna è anche simbolo della spiritualità sacerdotale, colei che ha generato il genere umano: la fattrice, la Madre. Questa simbologia donna-ruota (terra) è comunissima nell’antichità e, in particolare, la donna che lancia in aria la ruota si ritrova su vasi attici e nella simbologia etrusca. Ciò non vuol dire però che ci sia un legame diretto fra la raffigurazione di Frassineta di Piedimonte di Palazzuolo e i Greci o gli Etruschi. In altre parole, non è detto che per via di quella raffigurazione di Frassineta (che è una derivazione diretta della cultura greco-etrusca), o per altre risultanze simili, si possa affermare con sicurezza assoluta che gli etruschi abbiano abitato massicciamente, con numerosi villaggi, queste zone montane fra Toscana e Emilia-Romagna. Anche se scavi abbastanza recenti, condotti dalla Soprintendenza Archeologica per l’Emilia Romagna, hanno accertato la “presenza” di insediamenti etruschi a Monte Bibele (Idice), che non dista molto da Frassineta di Piedimonte. Un altro esempio di come attraverso la simbologia presente nellAppennino, nelle sue forme più svariate, si possono fare ipotesi circa la discendenza di quelle popolazioni da una civiltà piuttosto che da un’altra.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA LINGUISTICA ARRIVA PRIMA DELL’ARCHEOLOGIA?
Il significato di Bonomia e Felsina
Ma è proprio vero che la scienza linguistica ottiene maggiori risultati dell’archeologia e in tempi decisamente più rapidi? Rispondo che in alcuni casi è vero e in altri no. Faccio un esempio: in Toscana, nel Lazio, in Emilia Romagna ci sono molti luoghi di località che hanno dei nomi di origine etrusca, ma che tuttavia, a tutt’oggi, non abbiamo risultanze archeologiche che possano, con sicurezza, “catalogare” queste località come etrusche. Al contrario sono stati scoperti vari siti archeologici che, a tutt’oggi, non sono collocabili sotto alcun nome. Se poi noi intendiamo la domanda se la scienza linguistica sia più efficace dell’archeologia nello studio degli etruschi o di altre civiltà, questo è, come si dice: “un altro paio di maniche”. Per questo argomento vorrei rimandare gli interessati al mio articolo “L’origine della lingua etrusca”, pubblicato sul giornale mugellano “Il Galletto” e su alcuni siti Internet. Che Bologna fosse un’antica città-stato etrusca, chiamata Felsina, è una notizia che sanno tutti e i bolognesi in modo particolare, da parecchio tempo. Avendo il sottoscritto lavorato nella città di Bologna per più di due anni e conoscendo abbastanza bene i bolognesi, so che essi sono molto attaccati anche alla loro discendenza nordica, quella dei Celti o Galli Boi appunto, che conquistarono questa città fortificata nel sec. IV a.C. Plinio il Vecchio (Nat. Hist., III,15), narra così: “Intus coloniae Bononia, Felsina vocitata tum cum princeps Etruriae esset…” (Dentro la colonia c’é Bologna, chiamata Felsina allorquando era la principale dell’Etruria…). I Galli Boi le diedero poi il nome di Bonomia.
E’ appena il caso di dire che la presenza etrusca nel sito di Bologna o nelle immediate vicinanze è ampiamente dimostrata anche da numerosi resti e reperti archeologici, oltre ad una quarantina di iscrizioni in lingua etrusca (Cfr. Massimo Pittau, Toponimi Italiani di Origine Etrusca, Magnum Edizioni, 2006). Tuttavia, come succede per altri importanti siti etruschi, il nome di Felsina, in quanto tale, non risulta documentato in alcuna iscrizione. Risultano invece copiosamente documentati alcuni gentilizi che sono strettamente correlati con il toponimo in questione. Questi gentilizi sono: Felzanas , che significa: di Felsina, cioè abitante originario di Felsina (Bologna); Felz(na), che corrisponde a un nome di persona: Felsinio; Felznei (Felsinia); ecc. ecc. E’ risaputo che in tutti i domini linguistici molto spesso nomi di persona e nomi di località si ricordano tra di loro dato che un antroponimo (nome di persona) può derivare da un toponimo (nome di località) e viceversa.
Ma vediamo perché i Celti, Galli Boi, ribattezzaronono l’etrusca Felsina con un nome tipicamente celtico: Bonomia. Bisogna intanto dire che “bona” (per i toscani e i mugellani ha un significato tutto particolare, riferito alle qualità di una donna avvenente) nella lingua celtica significava un luogo fortificato, o “oppidum” come chiamavano i latini. Da ciò è desumibile che i Galli Boi vollero qualificare questa città col nome di “bona-bonomia” poiché la stessa, al momento della conquista era già stata fortificata da parte degli Etruschi. Questo nome “bona” ha l’equivalente in altre città francesi, tedesche e austriache come ad esempio: Juliabona, Lillebone, Boulogne-sur-Mer, Boulogne-sur-Seine, Ratisbona, Vindabona (odierna Vienna), ecc. D’altronde lo storico, già citato, Tito Livio (XXX,37,4) narrando della città di Bologna, usa la espressione “Felsinam oppidum”. Ciò confermerebbe che i Galli mutando il nome di Felsina in quello di Bonomia, non abbiano fatto altro che “tradurre” un vocabolario etrusco con uno equivalente celtico, aventi l’uno e l’altro lo stesso significato di “oppidum” (luogo fortificato). L’oppidum, verrebbe anche confermato dal fatto che le caratteristiche geomorfologiche della città di Felsina-Bonomia sono adatte per essere fortificate, e anche per il fatto che non sarebbe esistito nelle vicinanze un altro stanziamento etrusco che potesse competere con questa ai fini di una difesa di carattere militare.

 

 

 

 

 

 

 

UN GIALLO SULL’ESPORTAZIONE ILLEGALE DI REPERTI
ETRUSCHI
Una delle tante storie legate al commercio illegale di
Reperti archeologici
Il rinvio a giudizio per contrabbando di antichità del precedente procuratore del Getty Museum Marion True e il commerciante Robert E. Echt, che vendette al Metropolitan Museum of Arts un vaso del tardo VI sec. a.C. dipinto da Eufronio per un milione di dollari nel 1972 è ancora in corso In questi ultimi tempi il MET (Metropolitan Museum of Arts) ha accordato la restituzione all’Italia di circa due dozzine di antiche opere Greche e Romane, incluso il vaso di Eufronio che erano state trafugate. E questo non è tutto. Il Museo di Belle Arti di Boston si dice che stia negoziando per rimandare alcuni pezzi della sua collezione che gli italiani asseriscono essere stati rubati. L’Italia sta anche investigando su opere nel Museo d’Arte di Cleveland, nell’Istituto d’Arte di Menneapolis, nel Museo d’Arte di Princeton, nel Museo d’Arte di Toledo e nella collezione privata di Leon Levy e di sua moglie Shelby White a New York.
L’azione offensiva legale dell’Italia si è basata su montagne di evidenze – migliaia di oggetti di refurtiva ma anche fotografie e documenti – sequestrati ai saccheggiatori e commercianti in una serie di drammatiche irruzioni dei Carabinieri addetti alla Tutela del Patrimonio Artistico. Le indagini furono condotte da Roberto Conforti comandante la Squadra del Patrimonio Artistico dei Carabinieri dal 1990. Conforti si è fatto questa sua considerevole esperienza lottando contro il crimine organizzato con lo scopo di spezzare la rete illecita del commercio dell’antichità. Il suo approccio è stato quello di procedere pazientemente per identificare le persone coinvolte e fare pressione sugli operatori di basso livello, la cosiddetta manovalanza o nel caso specifico “tombaroli” e trafficanti di “piccola stazza”, per incastrare i “pesci grossi” che stanno sopra di loro nella catena del crimine. La fortuna, o dea bendata, è intervenuta e ha portato gli investigatori su una traccia che si è rivelata molto importante..
Pasquale Camera era un uomo grasso, che pesava circa 150 chili e come ciò può suggerirci egli amava molto l’arte culinaria. Il 31 agosto 1995, di giovedì, egli pranzò al ristorante Luciano a Santa Maria Capua a Vetere. Prese l’Autostrada A1, ma i Carabinieri, che seguivano i suoi spostamenti, non lo inseguirono. Essi sapevano dove era ubicato il suo appartamento a Roma. Nonostante la giornata fosse calda e umida, il Camera si stava avvicinando all’uscita di Cassino mantenendo il motore della sua auto su di giri, mentre il contachilometri segnava 160-180 Km orari. Forse, per la fretta di partire dal ristorante, dopo aver fatto un lauto pranzo, il Camera accusò problemi di digestione che fatalmente gli procurarono in un colpo di sonno. La sua auto uscì di strada e andò a schiantarsi contro il guard-rail capovolgendosi. Il Camera rimase ucciso all’istante. Ovviamente, come succede in questi frangenti, ci furono delle voci che sospettarono che l’auto del Camera fosse stata manomessa, ma Conforti, non ha mai dato credito a questa tesi.
Gli incidenti stradali sono nel nostro Paese di competenza della Polizia, tuttavia quando questi capitano in piccole cittadine come Cassino, i Carabinieri vengono a loro volta informati. Essi vennero informati che un numero di fotografie erano state trovate negli scomparti della vettura semidistrutta del Camera, fotografie che ritraevano oggetti di antiquariato di enorme pregio artistico. Conforti si rese conto di questa grossa opportunità che gli era capitata fra le mani. Nel giro di un’ora i suoi uomini contattarono un magistrato di Santa Maria Capua a Vetere e ottennero una autorizzazione che permetteva loro di irrompere nell’appartamento del Camera a Roma. La rete di Conforti contava tuttavia di catturare alcuni “pesci” grossi e uno di questi era Giacomo Medici. Una richiesta ufficiale fu spedita alla Svizzera, chiedendo il permesso di “visitare” gli uffici della Editions Services, che erano locati nella stanza 23, al quarto piano di un magazzino costruito in metallo. Nella prima stanza gli agenti videro che si trattava di un normale ufficio, con divano, sedie, alcuni armadi e un bel tappeto che copriva il pavimento.
Quando i Carabinieri aprirono questi armadi, essi cambiarono subito la loro opinione. Tutti i palchetti degli armadi era stipati di pacchi che contenevano antichità, con vasi, statue, bronzi, candelabri, affreschi, animali in ceramica, gioielli, ecc. Alcuni erano avvolti in giornali, gli affreschi erano appoggiati sul pavimento e contro il muro, altri vasi erano impacchettati in casse da frutta e molti erano sporchi di terra e altre impurità. Alcuni avevano le etichette di Sotheby sotto le legature fatte con dei nastri bianchi, ma questo non era tutto. C’era anche una cassaforte e il contenuto di questa era assolutamente sbalorditivo. All’interno c’erano una ventina di preziosissimi piatti greci della migliore fattura, così belli che nessuno di loro aveva mai visto. Questi oggetti, nel loro insieme potevano valere milioni di Euro. Al vertice di questa rete di illeciti c’era Robert Hecht, i cui clienti includevano il Metropolitan Museum of Arts, il Getty ed altri. Fu su queste basi che Conforti si mosse contro i trafficanti. Un raid fu programmato nell’appartamento di Hecht a Parigi. L’ufficiale francese bussò alla porta. La moglie di Hecht, Elisabeth, aprì. Dapprima essa tentò di resistere ai poliziotti. Essa disse che Hecht non c’era e che non abitava lì da almeno 15 anni. Gli ufficiali di polizia francese e italiana le diedero un ultimatum. Se la donna li avesse fatti entrare di sua spontanea volontà essi non sarebbero passati alle maniere forti e non avrebbero sfondato l’uscio per entrare nella sua camera (dove, i poliziotti erano consapevoli che si trovasse Hecht). essa oppose resistenza e gli agenti entrarono di forza nella camera. Subito essi guardarono sotto il letto e videro numerosi sacchi bianchi per la spesa, pieni di reperti. La prima cosa che essi notarono furono alcuni vasi Attici, Apuli, Corinzi, tutti pieni di terra. Essi trovarono poi un elmo di bronzo e una cintura sempre in bronzo, che sembrava appena dissotterrata dal terreno. Inoltre si imbatterono in numerosi frammenti di vasi, nella stessa condizione di sporcizia.
Dal libro: “The Medici Conspiracy” di Peter Watson e Cecilia Todeschini, Copyright 2005

 

 

 

 

IL CONCETTO DI EROS, BIOS E THANATOS (AMORE, VITA E MORTE) PER I NOSTRI ANTENATI ETRUSCHI
Ho qui davanti ai miei occhi un bassorilievo etrusco, opera del VI sec., proveniente da Tarquinia e che si trova a Firenze, nel Museo Archeologico. Si tratta un bassorilievo interessante, suddiviso in sette riquadri di diversa grandezza,, forse in avorio. Le raffigurazioni trattano di scene mitologiche, cacce, battaglie e figure impregnate di mitologia. Nei primi tre riquadri superiori, due figure mitologiche: una figura antropizzata, forse una dea alata che porta sulla spalla destra un serpente. Nell’altra quella di destra una chimera, molto simile a quella d’Arezzo (un pezzo eccezionale, conosciuto in tutto il mondo, esposto nel Museo Archeologico di Firenze).
Nella zona mediana del bassorilievo,, in tre piccoli riquadri sono rappresentate alcune paperelle, messe in fila , una dietro l’altra. Sotto, in un riquadro esteso quanto il bassorilievo, è raffigurata la lotta fra un centauro munito di una grossa clava e un uomo armato di una freccia. Entrambi stanno per scoccare il colpo decisivo sull’avversario, il colpo che deciderà la vita o la morte. Al centro del riquadro, posto in basso, una figura enigmatica, forse un guerriero, che sella un bellissimo cavallo dalla coda attorcigliata. Più a destra un’altra scena propone un leone che sta per azzannare una cerva. All’estremità destra del riquadro una figura maschile, forse si tratta del defunto (?), che guarda impassibile le scene in una posizione accovacciata e con le mani disposte sulle anche. Vincerà la vita (qui è simboleggiata la vita ultraterrena) o vincerà la morte? I singoli riquadri del bassorilievo sono suddivisi da una cornice a forma di nastro intrecciato, motivo che ritroviamo in molte altre opere etrusche.
Come abbiamo detto tutte le scene sono impregnate dalla simbologia che ruota intorno al significato della vita, della morte e della rigenerazione. La morte, anzi l’attimo che precede la vita o la morte (thanatos) è rappresentata nei tre riquadri posti in basso del bassorilievo. Il pathos che accompagna queste scene dà veramente l’impressione che vita e morte siano legate e intrecciate fra di loro da un filo esilissimo. Forse anche le trecce delle code del cavallo e del minotauro alludono a questo A chi toccherà la vita (bios) e a chi toccherà la morte (thanatos)? A noi (mortali) non è dato sapere. Ma il fine escatologico in queste scene è evidente.
Il passaggio dalla morte alla vita ultraterrena è sottinteso nei tre piccoli riquadri mediani, dalle paperelle, simbolo dell’inaffondabilità e quindi dell’immortalità: infatti questo animale può attraversare (passaggio dalla morte alla vita) senza alcun pericolo, la distesa d’acqua o la palude senza pericolo di affondare (etrnità). La scena superiore,sinistra, dove è raffigurato un uomo e una donna mentre compiono l’atto sessuale (eros), rappresenta in termini ultraterreni la capacità di riproduzione o meglio di rigenerazione. Non dobbiamo qui pensare ad una scena erotica fine a se stessa.
Sempre nella parte superiore, nel riquadro centrale e di destra sono raffigurate una sorta di dea alata che sostiene un serpente (o altro animale mitologico) e la chimera. Entrambe rappresentano il mondo degli inferi. Per inferi non dobbiamo intendere il nostro inferno. Anche il Cristianesimo usa il termine “inferi” per definire il “regno dei morti” o meglio “la morte del corpo”. Nel Credo, preghiera cristiana, si dice che Cristo discese agli “inferi”, sottintendendo con questa definizione lo stato di morte corporale, insomma, il contrario della vita. Gli Etruschi intendevano per “inferi” il mondo dove abitavano le divinità telluriche, nel profondo della terra, e che per essi rappresentava l’aldilà, la vita eterna. In questo bellissimo e interessantissimo bassorilievo tarquinese, che si trova nel Museo Archeologico di Firenze, è rappresentata dunque la concezione vita-morte (bios-thanatos), l’amore generatore di vita etrena (éros-bios) e infine il “passaggio” al mondo dei “morti”, l’aldilà. Questa era la concezione escatologica dei nostri antenati etruschi e non possiamo certo affermare che esse non credessero in un’altra vita, quella ultraterrena, appunto

 

 

 

 

 

GLI ETRUSCHI CI PARLANO
Sono gli oggetti, le tombe, le innumerevoli iscrizioni
che ci parlano di loro

Gli Etruschi, popolo antichissimo e civilissimo, ci parlano e per fare questo hanno usato metodi diversificati, a seconda dell’epoca, e delle circostanze ambientali. Gli Etruschi Villanoviani ci hanno parlato con la simbologia, la quale attraverso simboli come l’uovo, il sole, la luna, le stelle, la cosiddetta “svastica”, ecc., ci dice moltissime cose e al contrario del linguaggio, questa si conserva immutata attraverso i millenni. Infatti le lingue, cambiano e spesse volte cambiano così in fretta da essere costretti a cambiare i nostri vocabolari o ad aggiornarli in tempi brevissimi. Gli Etruschi del VII sec. A.C. chi hanno ‘parlato’ con la scrittura. Le prime forme, arcaiche, sono distinguibili da quelle più recenti per diversi motivi, uno fra questi è quello che la scrittura doveva viaggiare pari passo con la lingua parlata. Un’altra forma di comunicazione si è rivelata quella degli affreschi, che si sono appalesati come una vera miniera di informazioni. C’è da dire: “grazie Etruschi, le vostre scene dipinte ci hanno permesso di conoscere un po’ della vostra vita” (anche se tanto ancora c’è da capire),

Per renderci conto di quanto sia difficile capire gli Etruschi potrei fare un esempio convincente, anche se mi auguro con tutto il cuore che ciò non avvenga mai. Ammettiamo (qui lo dico, qui lo scongiuro) che sulla terra incomba una disastrosa nuova guerra mondiale nucleare. Tutto ciò che si trova sulla terra diventa distruzione, macerie, e, ammettiamo che si salvino solo una sparuta schiera di uomini, donne e bambini. A causa di questo sfacelo la civiltà verrebbe cancellata. Gli uomini superstiti sarebbero costretti a ricominciare tutto la capo: niente tecnologia, niente fonti scritte, insomma niente che apparteneva alla civiltà distrutta. Ammettiamo anche che trascorrano un paio di millenni, e che tutto venga ricoperto da uno strato di terreno, alto cinque, sei metri. Supponiamo che verso il 4000 d.C. qui in Toscana avvengano eclatanti scoperte archeologiche, ad esempio che venga titrovato il sito della necropoli di Firenze, Trespiano per interderci. Gli archeologi del 4000 d.C. scoprirebbero migliaia e migliaia di croci, di Cristi lacertai, di Madonne piangenti, di Angeli, di Santi, con scritte più o meno varie, dalle più semplici alle più complesse: “Qui giace Tizio”, “Qui riposa in pace Caio”, ecc. fino alle forme di epigrafia più complesse, ma sempre riferite all’ambito cimiteriale.

Ipotizziamo, anche, ma certamente non sarà così, che la religione cattolica venga del tutto dimenticata a causa dell’ecatombe. Gli archeologi futuri potrebbero far risalire tali figure, sicuramente alla religione degli abitanti vissuti nel XXI secolo, ma di dovrebbero chiedere qual’era per essi il significato della croce, dell’Uomo in croce, della denna Donna che piange sul corpo morente di Cristo, degli angeli, della miriade di Santi, Pietro, Paolo, Francesco, Padre Pio, ecc. ecc. Ripeto, si tratta solamente di una ipotesi, che io, non solo mi sento di escludere, ma essendo credente mi vengono in mente le parole di Cristo: “I cieli e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno mai”. I futuri archeologi potrebbero pensare a tantissime cose, alle più svariate, difficilmente riuscirebbero a capire la storia dell’uomo crocifisso. Ancora più difficlmete riuscirebbero a capire la simbologia cristiana, i vari IHS, il sole sul calice, e tutti gli altri simboli eucaristici. Difficile sarebbe per essi capire il perché di tante fuigure raccapriccianti, di uomini ai quali viene mozzata la testa, a donne alle quali vengono strattati i seni, a giovani legati alle colonne e uccisi con le frecce, a uomini che vengono arrostiti sulle gratelle, ecc. Sicuramente l’idea che si formerebbero questi archeologi del futuro sarebbe quella che la nostra società odierna era una società barbarica, sanguinaria e cattiva (e non avrebbero tutti i torti). Se poi andassero a analizzare le scritte, i linguisti del futuro farebbero mille supposizioni, la prima riguarderebbe senz’altro la loro origine: “Da dove provenivano gli Italiani”. E giù sopposizioni su supposizioni. Gli italiani venivano dagli Stati Uniti, poiché sono stati ritrovati dei pezzi di jeans, uguali a quelli che portavano gli americani. Altri potrebbero dire: gli italiani provenivano dalla Romania, poiché sono state trovate molte tombe con nomi simili o uguali a quelli ritrovati nel territorio rumeno. Sicuramente gli archeologi non riusciranno a capire il perché tante donne rumene sono qui in Italia a fare le “badanti”.

Altri potrebbero dire, per le stesse ragioni che gli Italiani provenivano dall’Albania, dalla Tunisia, dal Senegal e chi più ce n’ha più ne metta. Allora alcuni futuri archeologi obbietteranno: “Sicuramente gli Italiani erano una Federazione di popoli, di razze, di etnie diverse, come a suo tempo lo erano stati gli Etruschi?” E poi la lingua, gli Italiani parlavano una lingua imparentata con l’inglese, cedi OK, vedi bye bye, vedi joke-box, ecc. Altri potrebbero pensare che la lingua derivi dal francese, vedi cheri, non-chalance, merci, ecc. Vedete a che razza di confusione sarebbero sottoposti i nostri eroici archeologi del sec. XL?. E poi, le cappelle di famiglia semi distrutte, ma ancora “leggibili”, sotto il punto di vista architettonico. Mi immagino che i “futurarcheologi” direbbero: “Le case degli italiani erano piccole, di un solo ambiente, con il tetto a spiovente, ricoperte di marmi e suppellettili varie”. Questo per i ricchi, i poveri invece, non potendosi permettere la tomba signorile, venivano seppelliti in fosse di circa due metri di profondità.
Vedete quanto sarebbe difficile ricostruire dopo duemila anni il tipo di vita, la religione, larte, il lavoro, l’architettura e le conquiste scientifiche degli italiani? Se i futuri archeologi non venissero in possesso di un vocabolario della lingua italiana, si troverebbero nelle stesse difficoltà che ci troviamo oggi con la civiltà etrusca. Ma torniamo al tema di come gli Etruschi ‘comunicano’ con la nostra società attuale.

Nonostante i molteplici modi di forme di ‘comunicazione’ mi è parso giusto analizzare ciò che i nostri avi Etruschi ci tramandano con la scrittura. Noi possediamo migliaia di epigrafi, pochissime di queste sono arcaiche e semplicissime nei loro concetti, ad esempio: “Mi Mamarce Asklaie” (Io sono Marco di Ascoli, oppure io sono il donatore Marco di Ascoli); “Mi culixna Velthura Venelus” (io sono la coppetta di Venel Volturio).

 

Queste due iscrizioni, rinvenute a Capua (Campania) nel V sec. A.C. risalgono al V secolo a.C. Sono due frasi semplici, che da un lato vogliono affermare la proprietà delle cose a certe persone, e che quindi non vanno toccate da nessuno e tantomeno rubate, dall’altro lato, implicitamente, si riconosce che tali tombe appartengono a Tizio o a Caio. Sempre rimanendo nello stesso periodo riporto una iscrizione trovata in Campania a Suessula, e questa dice: “Mi xulixna cupes althnas ei minipi capi mini thanu”. L’iscrizione è appena un po’ più complessa delle altre, ma niente di trascendentale: “io (sono) la coppetta di Cupio della città si Alatri, non mi prendere”. Perché gli etruschi avevano così timore che un oggetto, se vogliamo di poco valore, allora, venisse trafugato dalle tombe dei loro cari? E’ probabile che gli oggetti lasciati nelle tombe del defunto fossero una specie di offerta da regalare al traghettatore, affinché questo lo conducesse senza pericoli nel regno dell’Ade, cioè nel regno dei morti. Altre iscrizioni sono ancora più semplici ad esempio questa: “Tula Tetula Surate” rinvenuta a Capena (Lazio) e significa: “io sono Tullio della città di Sorano”. Pochi discorsi, lo vedete come sono semplici: nome cognome e provenienza, una specie di carta d’identità in formato ridotto. Un’altra epigrafe dal contenuto un po’ curioso: “Mi Squrias Thina mlax mlakas”. Certo di primo acchito la frase sembra incomprensibile, ma se facciamo un po’ di attenzione notiamo che “Mi” equivale a “io sono” (opp. Mi ma=io sono), il verbo quindi, in questo caso è sottinteso. Per “squrias” ci viene in aiuto in latino con “scurra” che significa: fannullone, buffone, adulatore, parassita. Tuttavia l’origine di questo nome di persona sembra di origine etrusca. Da qui deriverebbero gli aggettivi italiani “scurrile”, che ha significato di osceno, maleducato, ecc, “thina” potrebbe significare “olla”, parola da cui deriverebbe anche l’italiano “tino” e il nome Tino-a. Dunque: “io sono la olla di Scurreia che scioglie un voto”. Gli Etruschi erano molto religiosi (ciò non toglie che ci fossero anche degli atei!) e la loro religione spesso e volentieri si tramutava in superstizione: guai seri sarebbero toccati all’eventuale ladro della ‘olla’ (pentolina) di Scurreia.

Ancora una epigrafe facile a comprendere: “Mi mulvanice Mamarce Velxanas”, semplicemente mi ha donato (mulvanice) Marco (Mamarce) Velxanas (di Vulci o vulcente). Ora due epigrafi, facili, facili da Tarquinia ed esattamente dalla Tomba Bruschi,forse una delle tombe che abbiamo recentemente visitato con i soci di Archeoclub Mugello. “Ati nacna Velus”. Ati significa madre e “nacna” significa “grande”, dunque le due parole messe insieme significano “grande madre” ovvero grand-mère (Nonna in francese) e Grossmutter (nonna in tedesco). Siccome la tomba è recente e risale al II sec. a.C., è probile che questa parola derivi dalla lingua celtica. I celti infatti invasero l’Italia settemtrionale verso il VI-V secolo a.C. Testimonianze molto interessanti della cultura celtica, appena fuori la Toscana le troviamo a Monerenzio, appena scollinato il Passo della Raticosa, in provincia di Bologna. L’altra iscrizione è formulata così: “Papa Velus”, dove “papa” non sta per papà, ma per nonno. E il n ostro “babbo”, allora da dove deriva? Si tratta forse di una voce onomatopeica? (il bambino piccolo quando riesce a pronunciare le prime sillabe dice: “ba-ba” e da qui ad arrivare a “babbo” il commino mi sembra breve).

Un’altra epigrafe interessante proviene da Tarquinia: “Mi ma Mamarce Spuriiazas”. La traduzione è la seguente “Io sono Marco Spurillio”. C’è da notare qui che “spurio” ha snche il significato di “illegittimo, bastardo, adulterino”, oppure “spur”, in etrusco significa “città”. Perche queste somiglianze? Non mi sentirei certo di confermare che “spuriazas” significasse “figlio naturale”, poiché mi mancano gli elementi per dimostrarlo, però, la tesi è interessante o “allettante” come spesse volte dice il Prof. Massimo Pittau, linguista etruscologo di chiara fama.
“Eca mutana Cutus Velus”, iscrizione in una trave di tufo, rinvenuta a Tarquinia nel II sec. a.C. significa: “Questa è la tomba di Vel C….” Un’altra iscrizione, rinvenuta a Tarquinia in un cippo funerario del II-III sec. a.C. “Lucer Latherna svalce avil XXVI”. “Lucer” deriva molto probabilmente da “luce” e quindi “Locer” potrebbe significare “Luciano”. Questo Luciano è vissuto (svalce) “avil” (fino a, anni) XXVI (ventisei). Questo giovane è vissuto troppo poco anche per quei tempi, in cui le guerre erano pane di tutti i giorni.

Abbiamo imparato dagli stessi Etruschi, alcuni nomi propri, alcune forme verbali semplicissime come as esempio “mi ma”, o semplicemente “mi”, che significa “io sono”; poi abbiamo conosciuto come questo popolo chiamava la mamma, il ‘babbo’, la nonna, il nonno, ecc. E’ solo una piccolissima parte di ciò che potremo scoprire analizzando le singole iscrizioni rinvenute nei siti etruschi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FRASCOLE (Dicomano): ESCLUSA L’IPOTESI DEL TEMPIO ETRUSCO SUL POGGIO DI SAN MARTINO?

Tutta la zona di Frascole, Castel di Poggio, ecc., nel territorio mugellano, presso Firenze, rientrava nella giurisdizione di Castel del Pozzo, i cui proprietari, nel Medioevo, erano i potenti feudatari Conti Guidi da Porciano (in Casentino), un ramo della famiglia dei Guidi da Modigliana. Con la fine dell’età feudale e dopo aspre vicissitudini e battaglie i Guidi alienarono la Contea del Pozzo alla ‘novella’ aristocrazia fiorentina quella dei Conti Bardi, che la tennero per circa quant’anni e dopo la alienarono alla Repubblica Fiorentina che acquistò tutto il contado, fortezze comprese, per la modica cifra di 2500 fiorni, nell’anno 1378. Faceva parte della Contea di Castel del Pozzo, anche la fortificazione e la piccola chiesa che sorgevano su un importante snodo viario medievale, già etrusco, sul Castello di Poggio, ubicato a monte, direzione Est della pieve di Frascole. Accanto alla torre, facente parte della fortificazione di castel di Poggio, ubicata in posizione estremamente strategica, era stata costruita, o meglio, ricostruita dopo l’abbattimento del castello, sui ruderi della fortificazione la piccola chiesetta di san martino in Poggio la quale era diposta su un piano longitudinale est-ovest, con un piccolo sagrato in pietra e con pavimento in lastre sempre in pietra. La Fortezza di San Martino in Poggio fu espugnata e, in seguito, abbattuta forse ad opera dei Fiorentini, durante la loro maggiore fase di espansione nel contado, probabilmente verso la fine o agli inizi del XIII secolo.
Che tutta la zona intorno a Dicomano e, in modo particolare Frascole e Castel di Poggio, fossero in origine etruschi non esiste ombra di dubbio, infatti gli Etruschi abitavano le alture dei monti sulle sponde destra e sinistra del fiume Sieve e tanti reperti, appartenenti a questo antico pololo sono stati ritrovati in strati più o meno profondi in tutte queste zone, non esclusa la zona di cui stiamo trattando.
Accanto alla chiesa di San Martino in Poggio (cura di anime fino a che la zona non perse importanza per una serie di cause tutte legate al cambiamento della condizione economica e sociale degli abitanti che abitavano quelle zone collinari) scavi più o meno recenti hanno ritrovato le fondamenta di quella che era la torre (il mastio) della fortezza dei Guidi, signori della zona. Essa si trovava proprio accanto alla chiesetta, sotto la coltre di terra formante una specie di collina a forma di cono tronco alla sommità. Qui si celavano le strutture della fortezza dei Guidi e, proprio sulla sommità un po’ spianata era stato allogato il piccolo cimitero ad uso dei defunti che avevano abitato nella cura di detta chiesa. La torre della fortificazione aveva una base di circa 10 metri per trenta ed era divisa in tre parti da tre solidi muri interni. Lo spessore dei muri esterni misura circa mt. 1,50. La torre, che, ripeto, doveva essere il ‘mastio’ della fortificazione doveva avere un’altezza variabile dai 25 ai 30 metri, con un probabile coronamento superiore a merli. E’ probabile inoltre che l’ingresso della torre, per ragioni difensive, fosse non al piano terreno (dove probabilmente esistevano locali che potevano servire da cisterne per la raccolta delle acque o anche per il deposito di armi, di cibo, ecc.), ma al primo piano della stessa, ingresso al quale si accedeva per mezzo di una scala di legno, rimovibile, in caso di pericolo. Analoghe scale in legno dovevano esistere per raggiungere i piani superiori della torre.
Siccome la zona intorno a Castel di Poggio e Frascole era sicuramente abitata da Etruschi è probabile, ma non è sicuro, che la fortificazione medievale dei conti Guidi sorgesse sui ruderi di un precedente stanziamento etrusco.
In zona, abbiamo detto sono stati ritrovati molti reperti, soprattutto materiale fittile (terracotte), ma anche ex-voto, e un cippo funerario. Sembra, che uno di questi reperti fittili porti il nome di una famiglia facoltosa i VELASNA (di ceto paragonabile ai Guidi del Medioeveo). Tutto il materiale ritrovato andrà ad arricchire il nuovo museo Archeologico di Dicomano (Firenze) che aprirà i battenti, dopo tanti rinvii, il 6 dicembre 2008.
Ci auguriamo che anche sul Poggio di San Martino, gli scavi, che procedono un po’ a rilento, a causa della cronica carenza di fondi da parte della Soprintendenza Archeologica di Firenze, ci riserbino delle autentiche e piacevoli sorprese.

Bibliografia essenziale:
Francesco Niccolai – Mugello, ecc, opera citata
R. Francovich – I castelli del contado fiorentino nei secc. XII-XIII – Ed. Clusf
M. Pittau – Dizionario della lingua Etrusca – Dessì Sassari
Paolo Campidori – Mugello – Altomugello –Valdisieve – Toccafondi Editore 2006

 

 

 

 

 

 

LE ORIGINI VILLANOVIANO-ETRUSCHE DI FIRENZE
Una scoperta sensazionale sotto i secolari strati di limo del fiume Arno a Firenze
“VERSO LA FINE DEL X SECOLO a. C. C’E’ SICURAMENTE DOCUMENTATO IL PRIMO STANZIAMENTO DI GENTI ITALICHE NELLA ZONA ORIENTALE DELLA PIANURA FIORENTINA. ESSE PROVENGONO DALL’APPENNINO TOSCO-EMILIANO E COSTITUISCONO L’AVANGUARDIA DI QUELLA CORRENTE MIGRATORIA CHE DALLA VALLE PADANA SCENDE A POCO A POCO FIN SULLE RIVE TIRRENE: SONO GLI INDOEUROPEI PORTATORI DELLA CIVILTA’ DEL FERRO PRATICANTI, A DIFFERENZA DEI LIGURI INUMATORI, IL RITO FUNEBRE DELLA CREMAZIONE. LA PERFETTA CORRISPONDENZA CHE PRESENTA LA SUPPELLETTILE DELLE TOMBE ARCAICHE FIORENTINE CON GLI OGGETTI COSTITUENTI IL CORREDO FUNEBRE DELLE NECROPOLI “VILLANOVIANE” DELL’AGRO DI BOLOGNA (BENACCI I E II), FA SUPPORRE CHE LO SCAVALCAMENTO DELL’APPENNINO SIA STATO EFFETTUATO ATTRAVERSO LA VALLE DELL’IDICE, IL COLLE DI CANDA E IL PASSO DEL GIOGO, DONDE DISCESERO PER IL MUGELLO E LE VALLI DEI TORRENTI FISTONA E MUGNONE FIN SULLA OSPITALE SPONDA DELL’ARNO” (Mario Lopes Pegna – Firenze dalle origini al Medioevo – Del Re Editore, pag 19-20)
Secondo la teoria dello storico M. L. Pegna le genti “villanoviane” avrebbero fatto un percorso diverso da quello che oggi è più accreditato, sarebbero quindi i “villanoviani” del nord (Felsina) a ‘colonizzare’ la vallata fiorentina, verso la fine del IX secolo passando per la Valle dell’Idice (dove sono stati recentemente trovati importanti stanziamenti “villanoviami-etruschi-celtici), il Colle di Canda (che si trova ad est dell’attuale Passo della Raticosa, alle cui pendici sorge il paese di Pietramala) e scendendo verso il Peglio (ritrovamento di un idoletto etrusco, ora a Cortona) risaliva il Giogo fino al Passo dell’Ospedaletto (poi Osteria Bruciata), scendendo in Mugello e da qui a Firenze. A me sembra che questa ipotesi, formulata dallo storico Mario Lopes Pegna nel 1974, sia affidabile. Poi lo storico prosegue con la trattazione dei primi abitatori di Firenze:
“….DI QUESTE GENTI ITALICHE VENNE IN LUCE VERSO LA FINE DEL SECOLO SCORSO, DURANTE I LAVORI DI RIORDINAMENTO DEL CENTRO DI FIRENZE UNA PARTE DELLA NECROPOLI, COSTITUITA DA UN’AREA DI OLTRE 4000 MQ E CHE SI ESTENDEVA DA VIA PELLICCERIA A VIA DEL CAMPIDOGLIO, PROLUNGANDOSI VERSO OVEST FINO A VIA VECCHIETTI. FURONO CASUALMENTE SCAVATE UNA VENTINA DI TOMBE, QUASI TUTTE RAPPRESENTATE DAI COSIDDETTI OSSUARI VILLANOVIANI…
Noi abbiamo la documentazione di questi ritrovamenti archeologici, di importanza estrema, in una serie di foto (fine Ottocento – primi Novecento) che sono visibili nel libro del Lopes Pegna. Io stesso, ebbi modo di vedere gli originali  di tali foto (che poi furono inserite nel libro del Pegna) all’Opificio delle Pietre Dure, in Via degli Alfani a Firenze (Ministero Beni Culturali), verso gli anni ’80, dove io prestavo servizio come segretario; si trattava di fotografie bianco nero, planimetrie e disegni vari, riguardanti tali scavi, che io stesso inventariai in un Registro che dovrebbe trovarsi ancora (lo spero) presso Archivio di detto Opificio P.Dure.
Prosegue poi Lopes Pegna riferendosi alle tombe villanoviane:
“….NON SI TRATTAVA DI UN SEPPELLIMENTO OCCASIONALE (necropoli fiorentina n.d.r.) MA BENSI’ DI UN’AREA CIMITERIALE BEN DEFINITA E PERTINENTE AD UN VILLAGGIO DI PRISCHE POPOLAZIONI ITALICHE, LA CUI SEDE NON POTEVA ESSERE MOLTO LONTANA DALLA NECROPOLI”.
E’ chiarissimo che si trattava della primitiva città (o villaggio) “VILLANOVIANO” sorto nell’area che poi diventerà la sede della Colonia Romana. Però bisogna notare un particolare molto interessante: il villaggio villanoviano si trovava ad una profondità variabile da 5 a 7 metri dal piano stradale e circa         UN METRO SOTTO DI QUELLA CHE POI DIVENTERA’ LA CITTA’ ROMANA.
Prprio qui sta il “mistero” della sparizione di questo grande villaggio “villanoviano”, esistito dalla fine del X secolo a.C.  agli inizi dell’VIII sec, a.C., IN QUESTO METRO DI TERRENO ALLUVIONALE che celava appunto il precedente insediamento.
Riportiamo queste significative conclusioni di M. L. Pegna al II capitolo del suo libro :
“…CONSIDERANDO CHE LO STRATO IMMEDIATAMENTE SOPRASTANTE AGLI OSSUARI ‘VILLANOVIANI’ ERA COSTITUITO DA TERRENO ALLUVIONALE, ATTESTANTE UN LUNGO PERIODO DI ABBANDONO, FU ACUTAMENTE RILEVATO ‘CHE LA CITTA’ ROMANA SORSE SU DI UN TERRENO CHE DA TEMPO ERA STATO ABBANDONATO E CHE AI PRIMI COLONI POTEVA APPARIRE COME VERGINE, E  NON EBBE A SUBIRE ADATTAMENTI AD UN CENTRO PREROMANO’”.
E’ fin troppo chiaro a questo punto che l’origine di Firenze NON E’ ROMANA, bensì VILLANOVIANA (ed etrusca) ad iniziare dal sec. X a.C. E’ chiaro inoltre che la zona del villaggio fu ripetutamente sommersa dalle piene dell’Arno, che costrinsero i suoi abitatori ‘I Villanoviani’ a costruirsi un’altra città sulle alture delle colline che guardano Firenze e l’Arno. Quindi l’ipotesi che Fiesole sia più antica di Firenze E’ FALSA. SI TRATTA DI UNA TEORIA CHE NON E’ SORRETTA DA ALCUNA DOCUMENTAZIONE, NE DA ALCUN RAGIONAMENTO LOGICO.
Bibliografia:
Mario Lopes Pegna – Firenze dalle origini al Medioevo – Del Re Editore, Firenze 1974
Daniele Vitali – Guida al Museo Archeologico di Monterenzio “Luigi Fantini” – Archeologia e storia nelle Valli dell’Idice e dello Zena – Bologna 2006

 

 

 

ANTICHI SIMBOLI ETRUSCHI NELLA STELE DI MARANO DI CASTENASO (BO)

La stele di Marano di Castenaso, presso Villanova, in Provincia di Bologna, ritrovata recentemente, è interessantissima per lo studio delle genti, cosiddette, “villanoviane”, che hanno preceduto gli Etruschi.
In questa stele sono ben evidenti sei ruote a otto raggi, scolpite a rilievo e poste, tre per parte, nella zona superiore rotondeggiante, o meglio, di forma ovoidale. Purtroppo la stele in oggetto è ancora ricoperta di strati terrosi, che non ci permettono di analizzare con precisione certi dettagli, specialmente nella parte superiore della stessa (Faccio riferimento alla foto e all’articolo: “I guerrieri di Castenaso” – Archeo n. 4 dell’aprile 2008). La parte centrale della stele è dominata da un felino (?) con la coda fra le zampe che termina a forma di una falce di luna. Particolare quest’ultimo da tenere in considerazione.
Purtroppo le incrostazioni terrose nella parte superiore della stele, non ci fanno vedere i rilievi che stanno sotto di esse, ma dovrebbe trattarsi di due stelle. Anche la testa del “felino”, in parte occultata, rivolta verso sinistra, sembra essere nell’atteggiamento di guardare i simboli (le stelle) che si trovano proprio sopra la sua testa.
Una spada, con la punta rivolta verso destra è posta al centro, sotto il rilievo del “felino”. Un’altra spada (una sorta di macete) di foggia un po’ diversa, con il manico uncinato, si trova nella parte superiore sinistra. In basso due guerrieri, armati di spada e protetti da elmi metallici, se le “stanno dando di santa ragione” (come si direbbe in Toscana). Il guerriero, che si trova a sinistra, ha appeso alla vita una specie di arma, una specie di boomerang, a forma di mezza luna, o probabilmente a forma di rasoio lunato (potrebbe però essere anche l’arto ripiegato avente la forma di una mezzaluna). Quattro anatrelle, due per lato, stanno nel rilievo sottostante, entro una specie di riquadro incorniciato e sono tutte rivolte verso sinistra.
E’ necessario per una decifrazione più sicura dei rilievi della stele attendere il restauro della Soprintendenza Archeologica di Bologna, tuttavia la simbologia già riconoscibile è di interesse estremo.
I cosiddetti “villanoviani”, cioè i precedenti abitatori delle terre, che poi saranno abitate dagli Etruschi (forse in una fusione di popoli con i “villanoviani”), non conoscevano l’uso della scrittura, poiché si affidavano alla simbologia, un modo di comunicare estremamente più efficace e più universale dal punto di vista della intelligibilità.
L’animale che compare al centro, che nell’articolo di Archeo (già citato) si dice essere un felino, potrebbe, forse, essere un lupo, costantemente raffigurato nella simbologia escatologica etrusca. Il lupo, forse, veniva tradotto in lingua etrusca con “lupu” (?), e questo a sua volta significava anche “morte”. Infatti in certe epigrafi troviamo, ad esempio, che Tizio è “lupuce”, che ha significato “è morto”. Dunque nella simbologia etrusca il lupo rappresentava la morte terrena. A questo faceva da contrapposizione l’anatra, che aveva il significato opposto, di rinascita, di vita ultraterrena. Si sa bene che quest’ultime restano a galla, con estrema sicurezza, sia in acque tranquille che in acque agitate e tempestose, e rappresentano un sicuro passaggio dalla vita terrena a quella ultraterrena.
I dischi, o ruote a otto raggi, rappresentano il sole e la falce arcuata (che ritroviamo anche nei tipici rasoi villanoviani) che in questa stele è rappresentata almeno due volte, rappresentano la luna. Sopra il “felino” (o lupo), sono distinguibili, forse, due stelle. Dunque, sole, luna, stelle sono gli oggetti celesti (gli “dei” celesti) che venivano adorati dai villanoviani: i “Rasenna”. Quest’ultimi, probabilmente si sono “fusi” con gli Etruschi ed hanno costituito un nuovo “popolo”, forse una “lega” (mexlum) di popoli, chiamati in diverso modo: Tirreni dai Greci, Etruschi dai Romani, ecc., i quali, forse per supremazia numerica, hanno imposto le loro abitudini ai “villanoviani”, la loro scrittura, una religione diversa, e un modo diverso di vivere la vita e di concepire la morte.
I due guerrieri in basso rappresentano in maniera molto realistica una battaglia, la battaglia per la vita (e la morte). Il numero otto dei raggi dei dischi solari o delle ruote, ci riconduce, secondo un’antica concezione numerologica, al concetto di rinascita.
La stele villanoviana di Marano di Castenaso (BO), ci illumina e ci parla delle credenze di questo antico popolo, che è stato definito dagli archeologi, come il popolo dei “villanoviani”. Da dove venisse però questo popolo non ci è dato sapere. In un articolo recente ho ipotizzato che “rasenna”, il nome con il quale gli Etruschi definivano se stessi, potesse avere il significato di “popolo dei rasoi lunati”, oggetto che troviamo quasi costantemente nelle tombe villanoviane.

 

 

 

 

LA LUPA CAPITOLINA DA CAPOLAVORO ETRUSCO A OPERA MEDIEVALE
Errare humanum est? I falsi etruschi
“La Lupa è una straordinaria realizzazione in bronzo di artisti che possiamo immaginare non necessariamente in ambito etrusco, ma in quell’ambiente culturale dell’Italia medio-tirrenica nell’ambito del V sec. a.C. Le fonti ci dicono ad esempio che nella Roma degli inizi della Repubblica, quindi subito dopo la cacciata dei Tarquini, lavorarono artisti greci per la realizzazione del tempio di Cerere sull’Aventino. Proprio all’esperienza artistica greca fa pensare una realizzazione così essenziale e così straordinaria. Dell’opera nell’antichità noi non conosciamo la sistemazione, l’uso e anche l’ipotesi che è stata fatta che si tratti di un oggetto votivo inizialmente può essere forse ancora accreditata. Quindi diciamo che da questo punto di vista forse il famoso mistero legato alla lupa e alla iconografia e alle sue origini possiamo dire che rimane”. Queste le testuali parole pronunciate dalla Direttrice dei Musei Capitolini (Dr.ssa A. S.) durante un’intervista concessa nel corso della trasmissione televisiva “Il Filo di Arianna”, una trasmissione che ebbe molto successo e che fu mandata in onda su Rai Due, in occasione delle celebrazioni per l’Anno degli Etruschi (e in concomitanza con la Mostra di Venezia a Palazzo Grassi), trasmissione curata e ben condotta dall’archeologo e scrittore Valerio Massimo Manfredi. “Tutto sbagliato, tutto da rifare” diceva il grande “Ginettaccio” e “toscanaccio” nazionale. Già, ma i latini ammonivano che “Errare humanum est” e gli antichi romani, quando volevano, erano molto saggi. Quello però che stupisce non è il fatto di sbagliare o prendere una cantonata, oppure dire e fare uno “strafalcione”, questo può capitare a tutti, nessuno escluso e “chi si sente senza peccato scagli la prima pietra”. Però purtroppo, cantonate di questo genere, in questi ultimi tempi, ne sono state prese in grande quantità e su cose anche molto importanti. Se poi prendo in esame un arco di tempo un po’ più grande, ad esempio dall’inizio alla fine del Novecento (secolo passato), mi accorgo che “l’iter attributivo” di determinate opere d’arte da parte di illustri docenti, professori universitari, critici d’arte, addetti ai lavori, che la paternità di certe opere d’arte è stata ondivaga e attribuita, direi con una certa “nonchalance” ora ad un artista, poi ad altro artista della cerchia e della bottega, poi ad altro artista, completamente di fuori della cerchia, per poi ritornare, qualche volta all’artista originario. Un grande travaglio, questo, un grande sforzo culturale e intellettuale che ha impegnato “critici di livello” per decenni. E sono state lotte dure, talvolta fra critici, sono corse anche parole grosse e anche offese, contro l’operato di Tizio o di Caio. Vi ricordate ad esempio la “beffa” dei falsi Modigliani? Senza stare a fare dei nomi, vi posso assicurare che ad appoggiare la tesi che i paracarri sottratti a una statale livornese, “lavorati” ad hoc con un Black and Decker da parte di buontemponi studenti livornesi, furono valutati con sicurezza assoluta a Amedeo Modigliani, il grande Modì. Questi critici, erano i maggiori storici dell’arte, critici d’arte “di livello” di un tempo, e alcuni Direttori dei maggiori musei (addetti ai lavori). Poi venne fuori il “bubbone”, la grande “capocciata”. Fu una vera débacle che ebbe riflessi negativi anche su addetti ai lavori che non ne avevano avuto la benché minima colpa. L’Italia dell’arte subiva un colpo durissimo e i critici di allora ne uscirono fuori malissimo. E poi ci fu anche un giallo quello della morte, si dice accidentale (ma forse, qualcuno sussurra, sarebbe bene che il caso venisse riaperto) della figlia di Amedeo Modigliani. Aprendo, a caso, una vecchia pubblicazione del periodo fascista, sulla città di Roma, ad opera del Touring Club Italiano (Roma – Parte I – Milano 1941), noto a pag. 47 una bella raffigurazione della lupa, con le mammelle cariche di buon latte per i propri cuccioli, e che volge guardinga la testa per scrutare all’intorno e per proteggere le proprie creature. Nella didascalia, oltre le frasi auliche, che traboccano di romanticismo classico “stra-romano” fino al disgusto, leggo che si tratta di notevole opera etrusca del V a.C secolo e poi le seguenti parole: “Saldamente piantata sulle zampe, con occhio vigile volto al nemico e la bocca ringhiosa, fa pensare che già in origine fosse raffigurata mentre protegge i due gemelli, il cui gruppo attuale fu aggiunto nel Rinascimento da Antonio del Pollaiolo. E’ un’opera egregia d’arte etrusca degli inizi del sec V a.C.” La lupa, già simbolo di Roma, per le note vicende di Romolo e Remo, che furono (stando alla leggenda) i fondatori di Roma, a partire dal post Rinascimento e fino ai tempi nostri, divenne ancora di più simbolo assoluto della potente città si Roma (e in un certo senso convalidava anche il potere centrale della Chiesa di Roma). Tanto era cara e preziosa e importante questa figura della lupa, “etrusca”, o per dirla con la Dr.ssa Anna Sommella, “nata in ambiente culturale dell’Italia Medio-Tirrenica nell’ambito del V sec a.C.”, che essa fu posta, nelle Sale dei Conservatori, e non poteva essere altrimenti, uno dei punti più prestigiosi dei Musei Capitolini. Questo è uno degli esempi più significativi di come venga falsata la storia e vengano avallate le leggende. Perché furono aggiunti i due lattanti Romolo e Remo sotto le mammelle della lupa? Dobbiamo credere alla buonafede di coloro che ordinarono i gemelli in bronzo all’artista rinascimentale Antonio Pollajolo (il sicuro mecenate fu il Papa Sisto IV)? I committenti dei gemelli credevano che la scultura, fosse di ambito etrusco, oppure dobbiamo pensare che essi fossero in malafede e, proprio per il gusto della “rinascita” (da cui deriva “Rinascimento”) e della “cultura” pagana (Papa Sisto, forse, è stato il più pagano dei papi di Roma), essi fecero credere alla gente semplice, al popolino, che la famosa leggenda di Romolo e Remo non era campata in aria, bensì, comprovata dalla aggiunta postuma dei gemelli? O ancora dobbiamo supporre che la lupa e i gemelli, furono considerati etruschi del VI-V sec. a.C. solo per un “ghiribizzo” di alcuni collezionisti, che videro così aumentare la quotazione del “pezzo” o del reperto di antichità? Di certo sappiamo che la lupa fu donata a papa Sisto IV e che i gemelli furono aggiunti a quell’epoca. In quel tempo iniziava a ridestarsi anche, dopo un sonno durato quasi due millenni, la grande civiltà dell’Etruria Vetus e degli Etruschi, abitanti della stessa, che furono, dagli antichi e fino al periodo fascista, sempre considerati come un sottoprodotto della civiltà romana e greca (in parte lo sono ancora da parte di molte persone male informate). Basti fare un esempio per tutti la famosa Chimera di Arezzo, esposta al Museo Archeologico di Firenze, uno dei pezzi più straordinari dell’arte etrusca, lo definirei anzi il capolavoro sublime, fu ritrovato proprio durante il Rinascimento e subito ricevette le attenzioni dei Medici e fu “restaurato” per le collezioni medicee da uno dei più valenti scultori dell’epoca. Poi udite… udite, il tempo passa, la scienza fa capolino, arriviamo all’epoca moderna, al restauro scientifico delle opere d’arte, all’analisi e dei materiali con i microscopi a scansione e alle analisi radiografiche, chimiche ecc. dei nostri giorni. E all’orizzonte compaiono i primi lampi e i primi tuoni, poi la tempesta. Da studi recentissimi, compiuti in sede di restauro romano da una delle più valenti restauratrici veniamo a sapere (Archeologia Viva n.121 del gennaio febbraio 2007, pag. 17) che la lupa dei Musei Capitolini non può essere considerata ulteriormente un’opera del V secolo a.C (480-470 a.C.), e tantomeno opera del grande Vulca di Veio (fine VI sec. a.C.), e addirittura non può essere considerata opera etrusca, né opera umbra (ambito etrusco), né opera medio-mediterranea, ma opera, udite…. udite… medievale! La restauratrice e storica dell’arte Anna Maria Carruba, che ha compiuto il restauro afferma, che tale opera non può essere etrusca per una serie di ragioni: primo fra tutti lo stile dell’opera che non è etrusco (ma non ci sarebbe stato bisogno dell’affermazione della restauratrice, si vedeva benissimo anche a occhio nudo che si trattava di opera medievale), per l’uso della lega metallica usata per la fusione “a cera persa” e “in un solo getto com’era in uso nelle officine medievali”. Gli etruschi e anche i romani realizzavano le loro opere più belle fondendo separatamente vari pezzi, uno alla volta e ricongiungendoli mediante saldature. Che fine farà adesso la lupa? Sarà ripresentata alle mostre “di livello” sugli Etruschi? Sarà ancora considerata un capolavoro dell’arte antica greco-etrusca? Verrà collocata in un museo medievale o alto-medievale della capitale? Credo che per adesso, nessuno sia in grado di fare una tale previsione. Concludo dicendo ai nostri maggiori critici che se è vera la prima parte del proverbio “Errare è umano”, tanto più vera è la conclusione dello stesso: “perseverare è diabolico”.

 

 

 

 

ETRURIA: “TERRA PROMESSA”?
Un comune destino sembra legare gli antichi popoli villanoviani
con le popolazioni ebraiche

“ Io sono Jahveh, io vi toglierò di sotto ai duri pesi degli Egiziani e vi libererò dalla loro schiavitù e vi riscatterò col braccio disteso e con grandi giudizi e vi prenderò per il mio popolo e sarò il vostro Dio e voi conoscerete che Io sono il Signore Iddio vostro, che vi traggo di sotto ai duri pesi degli Egiziani e vi condurrò nella TERRA, CHE, CON MANO ALZATA, HO PROMESSO DI DARE AD ABRAMO A ISACCO E A GIACOBBE, TERRA CHE IO VI DARO’ IN POSSESSO DI EREDITA’: IO SONO JAHVEH!” In tal modo parlò Mosé ai figli di Israele, “MA ESSI NON DETTERO ASCOLTO A MOSE’ PERCHE’ IL LORO ANIMO ERA OPPRESSO DA UNA DURA SCHIAVITU’” (Esodo 6,6-9). (La Sacra Bibbia – Traduzione italiana dai testi originali di Fulvio Nardoni, LEF, 1960). Siamo circa nel 1200 a.C. qiando Jahveh si rivela a Mosé e “stipula” un patto con i figli di Isaraele.

Facciamo adesso un enorme salto in avanti di circa 3000 anni: siamo nella prima decade della seconda metà del 1800 (1860 ca.). In questo periodo le scoperte archeologiche etrusche si susseguono a un ritmo davvero incalzante e, di conseguenza, anche le iscrizioni in lingua etrusca divengono, di giorno in giorno, più numerose. Aleggia intorno a questa lingua un grande mistero: non si capisce che lingua sia e da cosa derivi. Si tenta allora un esperimento. Si scelgono due fra i maggiori studiosi e filologi del momento, uno è Padre Canmillo Tarquini della Compagnia di Gesù, professore emerito del Collegio Romano e l’altro è il Prof. Johann Gustav Stickel, dottore in teologia ed in filosofia, professore ordinario delle lingue orientali, ecc. ecc. e, A LORO INSAPUTA, si fanno esaminare delle iscrizioni e dei testi in lingua etrusca. Gli studi del Tarquini furono pubblicati in Civiltà Cattolica, fasc. 6 giugno 1857, pag. 551-73 e in “I misteri della lingua etrusca” Ibidem del 19-XII-1857, pag. 727-742. Gli studi condotti sulla stessa materia dello Stickel furono pubblicati a Lipsia (Germania) nel 1858 in “Das Etruskische durch Erklärung von Inschriften und namen als semitische Sprache” (Op. cit. pag. 296 e tre tavole). Sia il professore di Iena, lo Stickel, sia Padre Tarquini, del Collegio Romano (Attuale Sede del Ministero Beni Culturali) concordarono l’uno all’insaputa dell’altro che: “L’ETRUSCO SI APPALESA UNA FAVELLA SEMITICA, VALE A DIRE, COME TUTTI INTENDONO, UNA LINGUA PERTINENTE A QUELLA FAMIGLIA DI IDIOMI DI CUI SON MEMBRI IL FENICIO, L’EBRAICO, L’ARAMEO, L’ARABO, L’ETIOPICO, E, PIU’ SPECIALMENTE SI ADDIMOSTRA UNA FAVELLA CHE IN QUALCHE MODO STA IN MEZZO FRA L’EBREO E L’ARAMAICO. SIMIGLIANTE SENTENZA FU IN DIFFERENTI TEMPI SOSTENUTA DA VARI ERUDITI ITALIANI (G. I. Ascoli – Intorno ai recenti studi diretti a dimostrare il semitismo della lingua etrusca” (Archivio Storico Italiano – Deputazione Toscana di storia patria)
Veniamo ai nostri giorni. Il filologo Giovanni Semerano (1911-2005), i cui studi sono apprezzatissimi in Europa e negli Stati Uniti, già allievo dei maggiori linguisti italiani come il Devoto, Pasquali, Migliorini, ecc. nel suo libretto edito da Bruno Mondadori “La favola dellIndo-Europeo”, a cura di Maria Felicia Iarossi, a proposito dell’origine delle lingue Indo-Europee precisa quanto segue: “L’ESITO PERENTORIO QUI SCANDITO E’ CHE L’INDOEUROPEO, ENTITA’ LINGUISTICA DAL NOME ERRATO, NON ESISTE, NON E’ MAI ESISTITO. IL COMPLESSO LESSICALE OSSIFICATO NEI TOMI ACCADEMICI APPARTIENE ALL’EREDITA’ DELLE LINGUE E DELLE INARRIVABILI CIVILTA’ DEL VICINO ORIENTE; ESSE, DAL III MILLENNIO A.C. HANNO ACCESO IL LORO LUME SUL NOSTRO INCOLTO OCCIDENTE E NON SI PUO’ RESPINGERE UNA SONORA REALTA’: CHE QUELLE LINGUE SONO DI CEPPO SEMITICO. (Op. citata pag 84)
Mi viene in mente l’affresco “Scene di caccia e pesca sul mare e tra gli scogli, dipinte nella tomba della caccia e della pesca di Tarquinia” (Vedi Massimo Pallottino – Etruscologia Tav. LXXII – Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1977). In questo affresco “di vita” niente fa pensare a qualcosa di ultraterreno. Qui semplicemente l’artista ha voluto rappresentare la vita quotidiana degli etruschi tarquinensi, immersi nelle loro attività quotidiane di lavoro e divertimento. Nella parte inferiore si nota una barca (una tipica barca etrusca) con dei pescatori che calano le reti in un mare pescosissimo, infatti la scena ritrae pesci che, quasi volendo giocare vicino alla barca, emergono e si tuffano nelle acque profonde. Tutto intorno ci sono uccelli di ogni specie, ma così numerosi che un giovane dritto su uno scoglio a gambe divaricate e con una fionda nelle mani prende la mira ad uno di essi. Poi ci sono altri uccelli da selvaggina, pronti per essere catturati senza tanta fatica. Sopra questa scena un banchetto con due figure semidistese che pranzano. Anche in questa raffigurazione balza in evidenza l’abbondanza dei cibi, e soprattutto il benessere di questa famiglia etrusca che si fa servire da numerosi servi che manipolano anfore e stoviglie molto pregiate. Non mancano i suonatori per allietare un nobile e abbondante pranzo. Non c’è allegoria, non c’è allusione in queste scene, qui si vuole rappresentare l’abbondanza, la ricchezza, lo status sociale raggiunto, la vita, felice ed operosa in questa terra d’Etruria “stillante latte e miele”. Forse si tratta della Terra Promessa che una parte dei Figli di Israele, insieme ad altre popolazioni orientali elessero come loro nazione: quella dei Rasenna, il cui significato resta tutt’ora incerto?

GLI ETRUSCHI SONO DAVVERO MISTERIOSI?
“Mistero” una parola un po’ abusata. Quanto conosciamo e quanto ci resta da conoscere di questo antico Popolo?

Da sempre un alone di mistero avvolge le figure e la storia di questo antichissimo popolo che è vissuto nella nostra Toscana a partire, sembra, dal sec. X-IX a.C. Sono tante le domande che attendono una risposta precisa che ancora, nonostante i progressi ottenuti in questi ultimi tempi, non è arrivata. Ancora si dibatte sull’origine, ovvero sulla provenienza oppure sull’autoctonia o meno di questo popolo; sull’origine della loro lingua, che fino a non molto tempo fa si credeva (e forse lo si crede tutt’oggi) che fosse an antico relitto, un dialetto sconosciuto della lingua greca; sul trait-d’union che lega (oppure no) villanoviani ed etruschi; sulla religione e sulle sue svariate sfaccettature; sul modo di vivere e di morire ecc. ecc. Il mistero.
Questo è l’aspetto più affascinente che calamita l’attenzione di coloro che si avvicinano allo studio degli Etruschi e di antichi popoli in generale. “Il mistero” è anche il sottotitolo di un libretto, ben fatto e, tutt’ora attuale, che l’archeologo Romolo Augusto Staccioli ha scritto nel 1985 e pubblicato dalle Edizioni Istituto Geografico De Agostini, con prefazione dell’allora illustre archeologo Sabatino Moscati, che tutti ricorderanno, anche per le sue frequenti apparizioni in televisione. Nella sua prefazione S. Moscati scrive: “MISTERO”: l’insieme di fantasie, di pregiudizi, di incomprensioni che avvolge il mondo degli Etruschi e che gli sforzi degli studiosi non sono riusciti ancora a diradare”. In altra sede ho sentito lo stesso archeologo, deceduto ormai da alcuni anni, dire che “In archeologia non esistono misteri, ma problemi che devono essere ancora risolti”. Romolo Staccioli nel libro citato, il cui titolo originale è “IL MONDO DEGLI ETRUSCHI” al capitolo I, “Il mistero delle origini” scrive: “La convinzione che il mondo degli Etruschi rappresenti per noi un mistero è talmente radicata nell’opinione corrente, anche a livello di persone di buona cultura, che essa è diventata un vero e proprio ‘luogo comune’”. Questo grande archeologo distingue la scienza che “permette oggi di ricostruire un quadro sufficientemente certo e completo della civiltà etrusca” dal lavoro dei dilettanti, i quali, su basi velleitarie e presuntuose sviluppano tesi sulle origini, sulla fine e sulla lingua”. Secondo Staccioli, la scienza “permette oggi di ricostruire un quadro sufficientemente certo e completo della civiltà etrusca”. Circa la provenienza degli stessi lo Staccioli “sposa” la teoria, già formulata diversi anni fa dal Pallottino, e cioè: “il problema delle origini etrusche va impostato non già nel senso di una ‘provenienza’ bensì in quello di una ‘formazione’”. Lo stesso però, nonostante la fiducia che egli ripone nella scienza, non tralascia analizzare (non si sa mai) le diverse ipotesi sulla origine degli Etruschi e cioè le ipotesi formulata a partire da Erodoto, Ellanico e Anticlide, fino ad arrivare a Dionigi di Alicarnasso che teorizzò un’origine etrusca “autoctona”.
Il capitolo II del libro “Il mondo degli Etruschi” tratta del “mistero della fine”. Gli etruschi, secondo Staccioli fecero la fine che più o meno hanno fatto tutti gli altri popoli italici: “Gli Etruschi cioè – allo stesso modo che i Lucani, gli Apuli i Sanniti, gli Umbri, i Veneti, i Liguri, i Galli della Cisalpina e i Greci della Magna Grecia – finirono col diventare gli italiani dell’Italia romana”. Gli etruschi tuttavia ebbero una sorte diversa dagli altri popoli assoggettati dai Romani, in quanto scrive lo Staccioli “l’antica confederazione delle città etrusche fu ricostituita da Augusto…essa tornò a celebrare le sue feste, e continuò a vivere con i suoi magistrati, le sue celebrazioni annuali, fino alla fine del mondo antico e (N.B.) al trionfo del Cristianesimo”. Ci domandiamo perché, ma non sappiamo rispondere.
Il capitolo III il libro affronta il problema della lingua: “Quello che riguarda la lingua –scrive lo Staccioli – è certamente l’aspetto più avvincente e ‘popolare’ di tutto il ‘mistero etrusco” . Poi continua: “il vero problema della lingua etrusca si presenta quando, una volta letti i testi, si passa a cercare di capire il loro significato. Il problema sta nel fatto che della lingua etrusca ignoriamo almento in parte (una parte considerevole ndR) il vocabolario, e soprattutto la struttura e il modo di funzionare”. Non mi sembra poco! Poi però continua lo Staccioli “L’etrusco è del tutto isolato rispetto a qualsiasi altra lingua, come già sapevano gli antichi e come esplicitamente dichiara Dionigi di Alicarnasso quando scrive che gli Etruschi parlavano un idioma ‘non simile a quello di alcun altro popolo’ . Più avanti, nello stesso capitolo, si dice: “Sarebbe più giusto domandarsi fino a che punto l’etrusco si capisca, e la risposta non può essere che parziale, possibilista e dinamica, nel senso che, pur rimanendo la sostanziale ‘ignoranza’ della struttura della lingua, si può dire che di essa noi conosciamo ormai molto.. ma molto altro resta sconosciuto”.
Nel capitolo IV dello stesso libro viene affrontato il tema della “banalità e luoghi comuni”. “Si deve riconoscere alla civiltà etrusca un’indiscutibile precocità di sviluppo e un certo ruolo d’”avanguardia” nell’ambito della storia italiaca….ma questo non significa affermare una priorità assoluta degli Etruschi rispetto ai Romani e agli altri popoli dell’Italia antica……Noi possiamo tranquillamente affermare che la “nascita” degli Etruschi è sostanzialmente contemporanea a quella dei Latini, e perciò dei Romani e di tutti gli altri popoli italici” .
Allora tutto risolto? La diatriba continua…..anzi, il mistero continua!
TARQUINIA, TOMBA DEGLI AUGURI: LA PAROLA ETRUSCA
ΦERSU (PHERSU) DERIVA DALLA LINGUA BABILONESE?

Φersu “maschera, attore, personaggio, persona” deriva dal greco ”prósopon” “faccia, viso, aspetto” e ne è derivato il lat. ‘persona’ (TECT 80) (iscrizione dipinta accanto alle figure di uomini mascherati su una parete della “Tomba degli Auguri”. Vedi Persu, Φersnals (Massimo Pittau – Dizionario della lingua Etrusca – Dessì Editore, Sassari, 2005).
“Phersu è il dio dell’Averno, nel suo originario significato di “scissione”, “divisione”, “parte” e si pensa all’italiano “’partire’ che denota allontanarsi: per chi sa dove?” (Giovanni Semerano –Il popolo che 2003)

Ho messo a confronto la traduzione della parola “phersu” fatta da due eminenti studiosi linguisti ed etruscologi di fama internazionale: il Prof. Massimo Pittau e il Prof. Giovanni Semerano. Entrambi sono stati allievi di linguisti altrettanto famosi i cui nomi li ritroviamo sui dizionari della lingua italiana usati dai nostri studenti delle scuole medie e superiori. Sia l’uno che l’altro hanno dato però una traduzione diversa della stessa parola. Per il Pittau la parola Фersu (Phersu) deriverebbe dal greco (prosopón) ed avrebbe i significati “maschera”, “attore”, “personaggio”, “persona”. Per Giovanni Semerano “Phersu” sarebbe il dio dell’Averno (Inferno) nel suo originario significato di “scissione”, “divisione”, “parte”.
Фersu (Phersu) è un personaggio dipinto nella Tomba degli Auguri di Tarquinia (Monterozzi) che ha il volto coperto da una maschera e accanto a questa figura c’è scritta la parola etrusca “Phersu”. Io ho avuto l’occasione di visitare questa tomba la scorsa estare estate con un gruppetto di soci e simpatizzanti di Archeoclunb Italia, Sede di Fiesole, Mugello, Alto Mugello e Valdisieve, Sede della quale io ricopro la carica di Presidente.
Sempre secondo il Pittau “Persu” (con la P maiuscola) sarebbe anche un gentilizio maschile da confrontare con quello latino “Personius” (M. Pittau, op.cit.).

 

Il Semerano afferma che Phersu, il dio dell’Averno, nel suo originario significato viene tradotto con “scissione, divisione, parte”. Lo studioso aggiunge: “…..e si pensa all’italiano ‘partire’ che denota allontanarsi: per chi sa dove? Teniamo a mente quest’ultima frase.
Qual è l’origine esatta della parola “Φersu” (phersu) secondo il Semerano? Lo studioso (di origine sarda, come il Pittau nato nel 1911 e deceduto nel 2005) fu allievo dell’ellenista Ettore Bignone all’Università di Firenze, di Giorgio Pasquali, del semitologo Giuseppe Furlani, di Giovanni Devoto e di Bruno Migliorini. Con tale bagaglio culturale e con un certo umorismo (tipico di questo studioso) Semerano, dall’alto della sua cattedra e forte dei suoi titoli accademici, afferma che “Φersu” deriva dal Babilonese che in italiano significa “divisione”, “separazione”, dal verbo “parasu” (“a” sormontata da una piccola linea) “separare, fare in parti” da cui ha origine anche “parsu” (diviso), in latino “pars”. Dalla base semitica sorge anche l’ebraico “paras” nel senso di “dividersi”, “separarsi”.
Detto ciò e viste le traduzioni così diverse dei due studiosi riguardo alla parola Фersu, mi vengono in mente alcune parole italiane alle quali si potrebbero riconnettere ipotetici significati di cui abbiamo parlato sopra:
– Partorire – non significa forse separare il bimbo dalla madre mediante il taglio del cordone ombelicale?
– Partire non ha il significato di allontanamento dalla propria famiglia, da un amico, dalla propria terra e quindi non ha forse il significato di dividersi?
– Paramento non ha forse il senso di parare, occultare alla vista, nascondere e di conseguenza separare due cose dalla reciproca vista? (Paramento sacro è un abito o un tendaggio che separa il sacro dal profano)
– Paracarro non è forse il muretto che divide in due la carreggiata della strada per proteggere i pedoni nell’attraversamento della stessa?
– Paraclito non è il soffio vitale che si è separato da Dio per raggiungere gli uomini? Esso è detto anche Spirito Paraclito o Spirito Santo. Ecc.

Gli esempi potrebbero continuare….Ma prima di chiudere questa carrellata mi preme sottolineare alcune cose. Mi sembra che la tesi di Giovanni Semerano, emerito linguista, sia molto interessante e mi sentirei di avallarla. Lo stesso studioso afferma che il significato originario di “Phersu” è anche “parte”, però poi aggiunge “…e si pensa all’italiano ‘partire’: per chi sa dove?”. Lo studioso esclude perciò che Phersu abbia originato anche “partire”, e qui sta l’equivoco.
Io sono convinto che un buon filologo della lingua etrusca (mi si perdoni l’ardire) oltre a conoscere bene l’italiano, e oltre a conoscere bene le lingue antiche come il latino, il greco antico, l’aramaico, il babilonese, il sumero, l’ittita, ecc, dovrebbe conoscere bene anche il toscano, e meglio ancora, se gli studiosi della lingua etrusca fossero nati in Toscana. Ma non è tutto, lo studioso filologo etrusco dovrebbe conoscere il toscano “popolare”, la parlata dei vecchi contadini, dei paesani, ecc. Purtroppo ci sono dei fiorentini e toscani, che conoscono solo il toscano ‘colto’, quello che si parla nei salotti letterari, nelle università, negli ambienti del giornalismo ‘di livello’, negli ambienti artistici e museali, ecc. Il popolo toscano parla ancora una lingua derivata direttamente dall’Etrusco e difficilmente un linguista potrà comprendere appieno il vero senso delle parole della lingua etrusca, se non conosce bene la ‘lingua’ toscana.
Il toscano “partire” viene usato nelle zone (che conosco meglio) come il Mugello (dove io sono nato da genitori Alto-mugellani), la Val di Sieve e il Chianti fiorentino-senese. Esso non significa solo partire con il treno, con l’autobus, ecc. Un vero toscano dovrebbe sapere che “partire” ha anche un altro significato ben preciso. Io, quando ero piccolo, e i miei genitori parlavano il romagnolo, sentivo dire dai miei compagni (più toscani di me) dai loro genitori: “Beppa si parte il pane?”, oppure “si parte il prosciutto?”. Ecco che il “partire il pane” dei Toscani DOC significa, “cominciare”, “dividere” il pane in fette o in pezzi (il “filone” di pane senza sale per i toscani) e “partire” il prosciutto (presciutto per i toscani) o il salame significa iniziare a dividere il salume in fette.
L’errore del Semerano è stato quello di pensare solo al significato che la parola “partire” ha nella lingua italiana italiano tralasciando di analizzare il significato della stessa nella ‘lingua’ toscana (che è cosa diversa dai dialetti delle altre Regioni, Roma e Lazio compresi) e si sarebbe reso conto che quest’ultimo modo di dire dei toscani “partire” il pane (un po’ antiquato per la verità), il prosciutto, ecc” sarebbe stata che conferma alla sua tesi. Purtroppo non ha tenuto conto di questo aspetto importante.
Una nota critica che vorrei idealmente fare al Semeraro (idealmente poiché è deceduto nel 2005), sempre nel suo libro (citato) mi è parsa fuori luogo la sicurezza assoluta con la quale sentenzia tutte le sue affermazioni. Ho sempre detto che in Etruscologia nessuno può dire una parola definitiva su ciò che tutt’ora viene chiamato il ”Mistero Etrusco”. In particolar modo non sono d’accordo con lui quando, con troppa fretta e con senso sprezzante di superiorità, liquida il lavoro di emeriti linguisti di metà Ottocento come lo Stickel e il Tarquini che per primi asserirono che la lingua degli Etruschi derivava da lingue orientali come l’aramaico, il babilonese, e da quella di altri popoli Medio Orientali, o meglio della Mesopotamia. Ma si sa a ogni paeta…manca un verso! Forse al Semeraro è mancata un poco di umiltà, doverosa in queste materie così oscure e così diffcili.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MONTOVOLO (BO): “OMBELICO DEL MONDO”?
L’ipotesi di un tempio Etrusco su Montovolo nella Valle del Reno

La storia della chiesa di Montovolo (Bo), dedicata alla Madonna (Santa Maria della Consolazione), inizia nel 1054. Sto parlando della storia basata sui documenti, vale a dire la storia cosiddetta ‘sicura’.
Proprio nel 1054 Adalfredo, che era il Vescovo di Bologna, donò ai suoi canonici alcuni possedimenti e fra questi anche Montovolo situato nella Valle del Reno, Vent’anni dopo, esattamente nel 1074, Gregtorio VII confermò alla Chiesa bolognese il “Monastero” di Montovolo, e tale possedimento, viene precisato nel documento, fu donato alla Chiesa Bolognese dall’Imperatore Gioviano (Joanninus) nel 363 d.C.
Nel 1219 vi furono dispute fra vescovi e canonici e, per dirimere le controversie, si ricorse a Papa Onorio III. Nel 1241 la chiesa subì un incendio doloso e fu quasi completamente distrutta. Rimasero in piedi, a malapena, pochi tratti di mura, la cripta, la lunetta che sovrastava (e dove è posta tutt’ora) il portale romanico e alcuni capitelli protoromanici che abbellivano la chiesa antica, costruita probabilmente verso la metà del sec. XI.
Nel 1265 l’arciprete di San Lorenzo in Collina affidò, ‘motu proprio’, la chiesa di Santa Maria della Consolazione (Santuario Mariano) a Giacomo, figlio del Conte Maghinardo (o Mainardo), signore della zona e proprietario della Rocca di Cantalia, che sorgeva a nord del Santuario.
Agli inizi del sec. XIV, nel 1307, Maghinardo, dopo aver resistito, inutilmente, ad un assedio dei Bolognesi, durato nove mesi, cedette la rocca e territori di Montovolo al Comune di Bologna. La Chiesa e il suo territorio, quindi, tornarono ad essere sotto la giurisdizione della Curia bolognese, come in effetti lo erano stati, per donazione, a partire dal secolo IV d.C.
Questa, in sintesi, è la storia che riguarda la chiesa e Santuario di Montovolo, nel medioevo, nell’arco temporale di circa tre secoli, con un unico aggancio storico precedente e, cioè, all’anno 363 d.C. Dal 363 d.C. al 1054, periodo in cui manca qualsiasi forma di documentazione storica ‘sicura’ (documentata), dovremo ovviamente far ricorso alla tradizione storica delle fonti orali e, per deduzione, a fatti storici che hanno coinvolto l’Italia di quel periodo.
Proprio nel 363, secondo alcune fonti avviene a Montovolo un fatto terribile e drammatico. Questo fatto è narrato nel libro del Rubbiani “Montovolo in Val di Reno” – Bologna 1908 – e si tratta della strage di abitanti della zona che praticavano la religione pagana, fatta ad opera dell’Imperatore romano Gioviano. Il Rubbiani nel suo libro narra che: “Montovolo in Val di Reno….vi fu lassù un (sic) gran strage di pagani. Acasio guidava i cristiani che assalirono il pago dall’altipiano e la lancia di Acasio, che fulminava i pagani, era ancora, fino al 1908, appesa presso l’altare di Santa Caterina (un Oratorio nelle vicinanze del Santuario).
Ma dobbiamo porci una domanda. Chi erano questi pagani, abitanti nel territorio di Montovolo, che professavano, ancora nel IV secolo d.C., la religione pagana? Si tratta ovviamente di coloni romani, insediatisi su quei monti, i quali, dopo aver assoggettato le popolazioni locali, gli etruschi, convissero a fianco di questi. Montovolo fu quasi sicuramente centro pagano e, forse, ‘santuario’, dedicato alla Dea Pale, dea dei pastori che proteggeva e assicurava la fecondità delle greggi. La chiesa di Santa Maria della Consolazione, secondo la tradizione orale, sarebbe stata eretta proprio sui basamenti di un’ara sacrificale o di un tempietto, edificato in onore della dea. L’ipotesi sarebbe avvalorata, secondo il Palmieri, dal ritrovamento, in località vicine, di un sepolcro romano e di due statuette etrusche, inviate dall’Ing. Bettini al Museo di Bologna. Presenze etrusche e romane sono riscontrabili, in questi ultimi tempi un po’ ovunque, nella Valle del Reno e dell’Idice. Cito per fare un esempio i ritrovamenti etruschi e celti avvenuti a Monte Bibele e a Monterenzio. La presenza etrusca e romana sarebbe testimoniata anche dai toponimi, Monte Palese, Vimignano, Savigno, ecc.
L’idea che Montovolo possa essere stata la sede di un importantissimo santuario etrusco, da cui sarebbero provenute, in pellegrinaggio, le genti della Lega etrusca del Nord e da ogni parte dell’Etruria centrale, mi sembrerebbe molto approssimativa e discutibile o, perlomeno, non provata da risultanze archeologiche sufficienti.

Le testimonianze archeologiche superstiti della chiesa paleocristiana, formata da un’aula e da una cripta semi-ipogeica consistono in alcuni capitelli decorati con rami intrecciati, alle estremità dei quali sono rappresentati due uccelli dal becco ricurvo, che, per questa loro caratteristica, non farebbero pensare a due colombe. In altro capitello sono raffigurati sempre gli stessi ‘volatili’, che bevono ad un calice, la cui base è a forma di giglio rovesciato. Si tratta ovviamente di simbologia cristiana legata alla passione di Cristo. Una simbologia analoga e, cioè, due colombe che devono al calice della Passione, si trovano sulla facciata vallombrosana della Badia a Roti in Val d’Ambra in provincia di Arezzo. Ciò spiegherebbe poiché la chiesa veniva definita, in epoca medievale un ‘monastero’. Altre circostanze architettoniche rimandano al periodo paleocristiano, in particolar modo, la cripta semi-ipogeica, formata da tre absidi semicircolari, di cui quella laterale destra è l’unica che conserva la copertura originale, realizzata con volta a crociera e costituita di “mattoni” di arenaria, messi di taglio. Nessuno di questi elementi ci induce però ad affermare che l’attuale chiesa, ricostruita, in forme romaniche, nella metà del sec. XIII, sia sorta sopra i ruderi di un precedente santuario romano e, tanto meno, etrusco.
Resta da esaminare il toponimo “Montovolo”. E’ sicuro che tale nome derivi dalla forma della sommità del monte che assomiglia ad un uovo. Sappiamo che l’uovo per gli etruschi (ma anche per tantissime altre civiltà del passato) rappresentava l’immagine del mondo e corrispose all’ideogramma del cerchio e significò il principio della genesi. Per questa ragione l’uovo si trova nelle tombe di Marzabotto, di Tarquinia, di Montelupo e di tantissime altre località etrusche poiché, per questo popolo, l’istante della fine del corpo significò la Rinascita, e, lo spaccarsi dell’uovo, la creazione di una nuova esistenza.
Per quanto riguarda gli altri simboli presenti nella lunetta del protiro, troviamo la data scolpita in numeri romani MCCXI, data a cui succedono le lettere R.O.I.O; vi è pure una croce lobata, o croce di Malta, con lo stemma dei Pepoli e due colombe laterali.
Molto si è fantasticato sulle probabili origini di questa località, che senz’altro ci parla di “frequentazioni” romane ed etrusche (e forse anche precedenti). Sarei tuttavia un po’ restio a riconoscere questo luogo come un gemello oracolare del tempio di Delfi, poiché, mi sembra, non esitano i presupposti. Le risultanze e le conoscenze attuali, che possediamo circa il Santuario di Montovolo, ci parlano di un luogo frequentato da devoti fino dall’antichità, ma non potremmo affermare l’esistenza, sotto l’attuale Santuario, di un tempio etrusco. Sognare è bello e fa bene alla salute, ma, in archeologia, dobbiamo restare con i piedi per terra.

 

Bibliografia:
A. Palmieri – La montagna bolognese del Medioevo – Bologna 1929
A. Palmieri – Montovolo nel bolognese e sue leggende – Bologna 1985
A. Rubbiani _ Montovolo in Val di Reno – Bologna 1908
M.P.I. – Una strada nella storia – Soprintendenza Gallerie di Bologna, 1970

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

GLI ETRUSCHI SAPEVANO?
Gli Etruschi avevano ancestrali conoscenze sulla fine del loro popolo?

In due mie precedenti relazioni ho avallato l’ipotesi di due insigni studiosi della metà dell’Ottocento secondo la quale gli Etruschi sarebbero imparentati, molto alla lontana, con i popoli di razza semitica. Dobbiamo tener conto di questa ipotesi per una serie di fattori e di coincidenze davvero notevoli.  Sarebbe troppo lungo elencarli tutti e non lo farò per tale ragione. Uno di questi studiosi, linguista italiano, è Padre Camillo Tarquini, dell’Ordine dei Gesuiti, studioso valentissimo di lingue orientali al Collegio Romano il quale in alcuni suoi scritti di metà secolo XIX, aveva, con forza, affermato che lingua etrusca e lingue semitiche, come ad esempio l’aramaico, l’ebreo antico, ecc. hanno una stessa origine, o meglio, avrebbero una stretta parentela. Tale tesi fu subito contraddetta da altrettanto valenti studiosi dell’epoca che  lo contestarono decisamente. Dobbiamo però tener conto anche delle ultimissime ricerche. Da un lato la lingua e la stretta parentela dell’etrusco con il lemno antico,  che verrebbe confermata in una serie di epigrafi ritrovate nell’isola di Lemno (Egeo); sull’altro versante  la scienza medica con alcuni studi condotti da ricercatori  dell’Università di della Turchia e pure dell’Isola di Lemno avrebbero nel loro DNA caratteristiche simili a quelle del sangue degli antichi abitanti di Murlo presso Siena e a quelle degli abitanti di Cortona. Queste  notizie hanno fatto scalpore e hanno avuto un impatto veramente notevole specialmente negli ambienti medici e  scientifici americani e europei nonché negli ambienti mass-mediatici di tutto il mondo. La domanda che  io mi pongo è questa. Dobbiamo ciecamente fidarci di tali studi condotti sul DNA e, conseguentemente, degli scienziati che hanno condotto tali ricerche? La risposta  è senz’altro sì, poiché, come ben sappiamo la ricerca medica in questo campo (DNA) ha fatto passi da gigante ed è realistico non dubitare sulla serietà e la professionalità degli scienziati dell’Università di Pavia. Sul piano linguistico dobbiamo ammettere che recenti studi sull’origine della lingua, portati avanti da valenti glottologi, come il Pittau, il De Palma, ecc. ci propongono un’origine della lingua etrusca che ha forti similitudini con lingue parlate a Lemno, prima della colonizzazione greca.  Cosa potremmo obbiettare circa i punti di vista medico-scientifico, e di quello proposto  dai linguisti moderni? Semplicemente alcune osservazioni. Abbiamo detto che nel sangue (DNA) di un migliaio abitanti della Toscana attuale sono state ritrovate affinità per (circa un 5%) con quelle di altrettanti  abitanti della Turchia. Viene subito spontaneo da farsi una domanda, e cioè: solo il 5% del sangue concorderebbe con l’ipotesi che gli Etruschi provengano dalla Turchia, Anatolia o l’Isola di Lemno, ecc? E l’altro 95%? Quale dobbiamo pensare sia l’origine? Semita? Hittita? Babilonese? Araba? Somala?, ecc. ecc. Bisognerebbe, per completezza e per una corretta informazione analizzare il DNA degli attuali abitanti di queste nazioni che adesso si chiamano Israele, Iraq, Siria, ecc. ecc. e, forse  verrebbe fuori, ad esempio, che un altro
5% di analogie lo troveremmo nel DNA degli Iracheni, un 5% negli abitanti di Israele, un altro 5% negli abitanti della Siria, un 5% in quelli della Somalia, e così via. Sinceramente mi sembra che seguendo questa strada del DNA non si arrivi a dei risultati affidabili.
Vediamo ora sul piano linguistico. Due grandissimi studiosi e linguisti etruscologi moderni, il Prof. Massimo Pittau, emerito Rettore dell’Università di Sassari e il Prof. Claudio de Palma, professore emerito alla Northern Colorado University, entrambi glottologi di fama mondiale, insieme a altri studiosi (non tanti per la verità), sostengono che gli Etruschi (e mi sembra che i due studiosi, con sfumature diverse, intendano per Etruschi anche i Villanoviani) sostengono la teoria secondo la quale, gli Etruschi non abbiano origine autoctona, o per lo meno, che nell’etnia etrusca ci sia una componente orientale non indifferente, meritevole di essere studiata. I due professori, ammettendo anche che l’antico popolo toscano si sia formato in loco (cioè con apporti di altri popoli stranieri), tesi che essi in qualche modo avallano, tuttavia gli stessi discordano dal Pallottino quando questi afferma che “la lingua etrusca non è paragonabile a nessun altro idioma del Mediterraneo” e che la stessa sia pertanto un’isola linguistica, appartata dagli altri dialetti o lingue dell’Italia pre-romana. I due studiosi hanno una certa convinzione, più o meno marcata, che la lingua etrusca abbia avuto origine dall’antica lingua parlata nell’isola di Lemno nel mare Egeo, non troppo distante dalla nazione dei Lidi. Questa teoria potrebbe avere una certà validità se non fosse per l’esiguità delle epigrafi in lemno antico che sono state ritrovate su quest’isola, solo alcune decine. Mentre sappiamo bene che gli etruschi hanno lasciato migliaia di epigrafi, che sono state, con molta buona volontà e un pizzico di azzardo tradotte, altre invece, sono rimaste parzialmente incomprese come la Tavola di Cortona, la benda della Mummia di Zagabria, ecc. Quindi, seguendo la teoria dei due studiosi, dobbiamo ammettere che si tratta di un complesso enorme di epigrafi etrusche, e noi, per forza di cose,  dobbiamo confrontarle con pochissime epigrafi dell’isola di Lemno. Sono sufficienti? A questa domanda risponderei negativamente, un po’ come per la similitudine al 5% del DNA riscontrato in toscani e turchi. Perché dobbiamo essere un po’ scettici di questi due studi portati avanti sia in campo medico che nel campo della linguistica da studiosi di prima grandezza?  Poiché essendo la materia di confronto parziale e  troppo esigua non ci garantisce assolutamente delle risposte convincenti. Inoltre sappiamo che queste popolazioni, nomadi per natura, hanno viaggiato in lungo e in largo nazioni e continenti ed è lecito pensare che nel loro girovagare molti di loro siano morti e  siano stati lasciati in terra straniera con lapidi scritte nella lingua parlata da quella determinata etnia e in quel determinato periodo ecc.
Dobbiamo infine porci la seguente domanda: “Gli etruschi sapevano qual era la loro vera origine e con chi esattamente erano imparentati?” E’ probabile che gli etruschi sapessero ma a noi non l’hanno mai detto.

 

 

 

 
GONFIENTI E FIESOLE: DUE CITTA’ ETRUSCHE RIVALI?

Gli addetti ai lavori, e non solo, sapranno dell’importantissimo ritrovamento di una città etrusca, di ragguardevoli dimensioni, nell’hinterland di Prato, nella zona oggi chiamata Gonfienti-Pizzidimonte. Di questa importante scoperta archeologica ne hanno parlato i giornali di tutto il mondo, dando specialmente risalto al fatto che Prato già 2500 anni fa era città etrusca, molto industriosa, come quella di oggi; che urbanisticamente assomigliava molto alla città di Marzabotto; che, contrariamente a quanto si credeva, Prato era di gran lunga più antica di Firenze.
Dobbiamo però tener conto di un’altra città etrusca, molto antica, sorgeva su una delle colline che dominano Firenze: la città di Fiesole (Visul o Vipsl), cinta di mura ciclopiche, una vera e propria città- fortezza (di ciò se ne dovranno accorgere, molto più tardi, nel primo medioevo, i Fiorentini allorché la espugnarono e la sottomisero) che oltre ad appartenere alla Lega Etrusca (Rasnàl methlum), aveva rapporti commerciali consolidati con le altre città-stato più vicine, tra queste Volterra, Arezzo, Chiusi, Cortona, Pisa, ecc.
Riguardo a Fiesole, la storia archeologica – prima della scoperta di Gonfienti – asseriva che essa era l’avamposto, ovvero la città etrusca più a nord (al di qua degli Appennini), che fungeva da trait-d’union fra le città dell’Etruria occidentale e le città del nord, prime fra tutte Marzabotto (Misa?) e Bologna (Felsina). Di fatto Fiesole doveva essere un importante crocevia nelle direzioni W-E (vedi l’importante tratto stradale ritrovato recentemente presso Capannori-Lucca, strada che conduceva, secondo testimonianze greche del V sec. a. C. nientemeno che al porto adriatico di Spina, in soli tra giorni di viaggio) e N-S per quanto attiene al traffico commerciale che si svolgeva fra l’Etruria meridionale e il nord, in genere.
Fin qui abbiamo riportato quello che la storia era a conoscenza fino a pochissimi anni fa. La scoperta della città di Gonfienti-Pizzidimonte (non sappiamo quale fosse il nome etrusco della stessa) è stata per gli archeologi (in particolare per quagli archeologi che sostengono che la storia e la lingua etrusca non sia più un mistero) come un fulmine a ciel sereno; di fatto, rivoluziona la storia e verrebbe anche da pensare che essa vada riscritta di sana pianta. Ma quali erano i rapporti fra le due città etrusche: Fiesole e Gonfienti che si trovavano a brevissima distanza l’una dall’altra? Perché due città etrusche così vicine tra di loro?

Non è dato sapere allo stato attuale delle conoscenze se Gonfienti (Prato) e Fiesole fossero due città rivali. Sicuramente erano due città concorrenti con due identità diverse: Fiesole, forse più potente sotto l’aspetto difensivo-militare, giocava un ruolo politico più importante; Gonfienti, città carovaniera, importante centro commerciale, forse anche città industriale, svolgeva un ruolo nella Lega Rasenna più legato al commercio e all’economia.
Fino a poco tempo fa le nostre conoscenze sugli etruschi della Toscana settentrionale erano concentrate esclusivamente sulla città di Fiesole, avamposto al di qua degli Appennini, dove era situata su una delle alture che circondano Firenze, quando ancora quest’ultima era appena un porto fluviale, usato dagli etruschi fiesolani per il carico e lo scarico delle merci dirette verso il porto pisano e viceversa. Con l’eccezionale scoperta che risale a qualche anno fa, di una città etrusca di notevoli dimensioni, presso Prato, in località Gonfienti, la storia etrusca di questa parte dell’Etruria settentrionale, pone gli studiosi etruscologi di fronte a grandissime difficoltà dovute ad una nuova valutazione per quanto riguarda l’aspetto storico di quei luoghi (si diceva che Firenze fosse più antica di Prato), della viabilità, dell’economia, ecc. Tutto porterebbe a pensare che la storia degli Etruschi, specialmente nella zona di Firenze e Prato, debba essere riscritta da capo. Il problema è il seguente: minimizzare l’importanza di questo grande nuovo centro presso Prato (cosa praticamente impossibile), o dare a questa scoperta un’importanza che potrebbe essere anche superiore a quelle reali? Non esistono allo stato attuale sufficienti conoscenze (parlo di quelle che sono state divulgate dagli archeologi, addetti ai lavori) per trarre delle valutazioni precise.
Nell’analizzare questa situazione partiamo da due elementi concreti: nella storia della Tuscia settentrionale eravamo abituati ad un unico polo etrusco: Fiesole. La cosa non sta più in questi termini. I poli, ovvero le città etrusche nelle immediate vicinanze di quella che sarà la futura Firenze erano due: Fiesole e Gonfienti. Sicuramente le due città erano collegate fra di loro per mezzo di strade importanti. Ma certamente le due città erano fra di loro autonome, indipendenti. Ognuna di queste città svolgeva un ruolo vitale nella federazione etrusca. Pare addirittura che Gonfienti, in seguito al ritrovamento di alcuni reperti fittili, fosse già a quei tempi una importante città laniera, ma non ci sono sicurezze su questo punto, in quanto non è sufficiente il ritrovamento di alcuni rocchetti, fuseruole e pesi per telaio, in quanto tali ritrovamenti si sono avuti un po’ dappertutto negli scavi della maggior parte dei siti etruschi (A Verucchio addirittura sono stati ritrovati dei pezzi di tessuto risalenti al VI-V secolo perfettamente conservati).
Le città erano collegate fra di loro per mezzo di strade importanti una di queste doveva seguire il tracciato che passava da Calenzano, Quinto, Castello e da qui di dirigeva verso Fiesole passando nei pressi di Careggi. Ma altre strade dovevano essere importanti, e Gonfianti-Pizzidimonte si trovava appunto nel centro nevralgico di queste confluenze stradali, che portavano a Pisa da una parte, ad Artimino, e poi al nord verso Marzabotto (Misa), Bologna (Felsina), ecc. Un’altra strada importante doveva collegare Gonfienti con il bacino mugellano attraverso la Val di Marina, passando per Legri, Poggio Cupo, Petroio, verso Galliano attraversando il ponte a Cappiano (scomparso da tempo) presso il Castello di Cafaggiolo, per risalire la Futa attraverso il Passo dell’Ospedaletto, poi divenuto Passo dell’Osteria Bruciata. Mentre una strada che si collegava con il territorio aretino doveva passare per Fiesole o nelle vicinanze.
Gli anni che verranno, con le nuove scoperte, chiariranno molte cose e diraderanno le folti nebbie che per ora avvolgono il passato di queste due grandi città.

 

 

 

 

 

 

 

IL “MISTERO” DELLA LINGUA ETRUSCA E’ STATO SVELATO?
Il problema investe anche le origini degli Etruschi

E’ in corso una diatriba fra linguisti e archeologi italiani e internazionali che dura da più di cinquant’anni e che riguarda l’origine della lingua etrusca e di conseguenza l’origine stessa di questo popolo. L’archeologia moderna italiana (che segue la scuola di uno dei massimi etruscologi, Massimo Pallottino) sostiene la “autoctonia” del popolo etrusco, vale a dire la “formazione in loco” (suolo italico), ipotesi dalla quale deriverebbe, come ovvia conseguenza, che la lingua etrusca “non sarebbe accostabile o comparabile con nessun altra lingua dell’area del Mediterraneo”.
Tale posizione sostenuta, già dal 1947, dal grande etruscologo Massimo Pallottino (e dalle relative scuole che egli ha creato a Roma e a Firenze), deriverebbe dall’avere fatto propria la tesi dello storiografo greco, vissuto in Italia, Dionisio di Alicarnasso (I 30,2) il quale sostenne, per primo, che il popolo etrusco, che si definiva “rasenna”, fosse un antichissimo popolo formatosi in Italia. Questa tesi è stata sempre controbattuta dalla maggior parte dei linguisti (in modo particolare da Massimo Pittau), che sostengono, senza mezzi termini, che “Pallottino e i suoi allievi siano fondamentalmente archeologi e che nessuno di loro avrebbe acquisito una analoga ed almeno sufficiente preparazione linguistica”. In effetti la preparazione scientifica di un archeologo è molto distante e differente da quella linguistica, per cui un archeologo sicuramente può essere anche un grande studioso nella sua disciplina, tuttavia “se non si è fatta anche un’adeguata preparazione linguistica, in quest’ultimo settore, sarà niente più che un orecchiante” (Pittau). Inoltre la tesi “autoctonista” del Pallottino (e dei suoi allievi), molto affascinante sotto il profilo della formazione etnica e storica dell’Italia, sarebbe fondata (sempre secondo il Pittau) se gli archeologi italiani avessero dimostrato di conoscere tutte le lingue di tutti i popoli che sono vissuti nel passato nelle terre che gravitano intorno al Mediterraneo. I linguisti inoltre affermano che la tesi “autoctonista” di Dionisio di Alicarnasso non sia stata sostenuta da nessun altro autore antico, mentre quella “migrazionista” di Erodoto, che affermava che gli Etruschi fossero migrati dalla Lidia (Anatolia), fu sostenuta da almeno trenta autori dell’antichità. Oltre a Erodoto essi sono: Ellenico, Timeo di Taormina, Anticle di Atene, Scimmo di Chio, Scoliaste di Platone, Diodoro Siculo, Licofrone, Strabone, Plutarco, Appiano, Catullo, Virgilio, Orazio, Ovidio, Silio Italico, Stazio, Cicerone, ecc.
Albert Einstein affermava che i preconcetti, proprio perché tali, siano più duri a disintegrarsi degli atomi, ed aveva ragione. Per i linguisti, questo preconcetto o “peccato originale”, secondo il quale “LA LINGUA ETRUSCA NON SIA ACCOSTABILE A NESSUN’ALTRA LINGUA DEL MEDITERRANEO” (Pallottino), ha nociuto non poco alla ermeneutica, cioè all’arte (o alla scienza) di decifrare antichi testi e documenti. E’ cosa risaputa che per i linguisti il primo e fondamentale strumento della linguistica storica e glottologica stia proprio nella comparazione e che “togliendo questa possibilità al linguista gli si toglie ogni possibilità di lavoro scientifico” (Pittau).
Con il metodo comparativo sono state classificate lingue come il sumerico, l’hittito, il licio, ecc. Purtroppo per l’etrusco si sono avuti risultati appena percettibili, nonostante il ricco materiale a disposizione degli archeologi.
Ma questa affermazione dei linguisti è del tutto veritiera?
In massima parte lo è. La lingua etrusca, avendo “mutuato” l’alfabeto greco dalla Grecia è perfettamente leggibile e pronunciabile, ma solo in piccolissima parte è comprensibile. Faccio un piccolo esempio. Se io decidessi di studiare la lingua tedesca acquisirei delle conoscenze per leggere e pronunciare bene questa lingua, ma se per ipotesi io non avessi a disposizione come “bagaglio” un adeguato vocabolario sarei in grado solo di leggere e pronunciare bene la lingua tedesca, ma non a decifrare il significato delle parole. E’ quanto avviene con l’etrusco. Di questa lingua adesso si conoscono alcune migliaia di parole (per la maggior parte nomi di persone), ma siamo capaci di decifrarne solo alcune centinaia di esse e molte di queste ultime hanno inoltre una traduzione incerta. Veramente poco per poter affermare di aver svelato il “mistero” della lingua etrusca. Questo perché noi conosciamo un vocabolario limitato all’ambito religioso, rituale, funerario, e, in pochi casi, relativo alle ripartizioni e ai confini delle proprietà terriere, come ad esempio la Tavola di Cortona. Il testo più lungo che conosciamo, il Liber Linteus della mummia di Zagrabria, è composto da circa 500 vocaboli, diversi tra di loro e quelli tradotti in modo assolutamente certo sono solo una ventina. Questo per dire che il problema della comprensione della lingua etrusca esiste tuttora e in larghissima misura.
Per quanto riguarda l’origine della lingua etrusca la maggior parte dei linguisti è orientata decisamente, per la tesi “migrazionista” a causa delle strettissime somiglianze dell’etrusco al lidio. Essi ritengono, avallando quindi la tesi di Edodoto e altri, che tale popolo sia migrato, proprio da questi territori, verso il sec. VII, in Italia, nelle coste tirreniche del Lazio e della Toscana, per poi espandersi al nord, al sud e sulle coste dell’Adriatico. Anche l’etruscologo Pallottino, in “Etruscologia” (Hoepli, 1° Ediz. 1942) scriveva a tal proposito: “in verità i rapporti fra la lingua etrusca e il dialetto pre-ellenico parlato nell’isola di Lemno, anteriormente alla conquista ateniese avvenuta per opera di Milziade, nella seconda metà del sec. VI a.C., sono, nonostante le contrarie obiezioni del Lattes, del Paretti e di altri STRETTISSIME”.
Detto ciò, mi sembra superfluo sostenere che niente vieti ad uno studioso di porsi il problema della “ORIGINE DELL’ELEMENTO ORIENTALE” che è così presente in ogni forma di vita del popolo etrusco. Mi sembra doveroso accennare che anche nel caso in cui un popolo antico abbia voluto “mutuare” da altri popoli più evoluti lo strumento base della scrittura che è l’alfabeto, sia del tutto improbabile che lo stesso popolo abbia fatto propria la lingua dello medesimo popolo, diversa dalla propria. Ciò, sinceramente, mi sembra un po’ esagerato.
Concludo dicendo che in etruscologia (ma penso valga come regola generale in ogni branca dell’archeologia) sia molto saggio usare la prudenza, poiché ciò che oggi può sembrarci sicuro, domani, grazie a nuove scoperte archeologiche, linguistiche e a nuove tecnologie di ricerca, potrebbe non esserlo più. Quindi che dire?…
Ma la diatriba continua….

 

 

 

 

IL TEMPIO ETRUSCO DI FIESOLE
E’ ipotizzabile la sua ricostruzione
“Alle pendici nord-orientali della collina principale fu creata alla metà del VI secolo (a.C.) un’area sacra con al centro un piccolo edificio di culto pressoché quadrato di circa 5 m. di lato, con pareti di mattoni crudi su basamenti di pietra, il pavimento interno in terra battuta, con copertura costituita da tegole e antefisse dipinte. Una fognatura, alcuni terrazzamenti completavano l’area” Maurizio Martinelli-Guido Paolucci – Guida ai luoghi degli Etruschi – Ed. Scala 2008
Se noi tracciamo una linea sulla carta geografica  della Toscana, in direzione Ovest-Est partendo da Pisa sul versante tirrenico, fino a Verucchio, versante adriatico, e toccando al centro le località di Artimino, Fiesole e Firenze, noi avremo una linea retta quasi perfetta. Proprio su questa linea verso il VII-IV sec. a.C. doveva svolgersi il traffico commerciale etrusco, dal Mar Tirreno al Mar Adriatico. Parte di questo tracciato è stato ritrovato alcuni anni fa in località Capannori (Pisa), si tratta di una strada con ampie carreggiate, una vera e propria “autostrada” etrusca, come è già stata definita.
Dobbiamo adesso tener conto che su questo tracciato si trovavano anche le località Comeana, Quinto (Firenze) dove sono state ritrovate le tombe dette “della Mula” e “della Montagnola”, ambedue realizzate con la tecnica detta “a falsa cupola”,  con grossi conci squadrati di pietra  disposti in forma concentrica (tomba della Mula) che si restringono verso l’alto fino a formare una volta di forma ogivale (tomba della Montagnola). Queste tombe risalgono, verosimilmente al VII secolo a.C. Si tratta di tombe principesche i cui proprietari erano i signori e padroni della zona. Su questa linea doveva trovarsi pure la città-carovaniera etrusca di Gonfianti, nelle vicinanze di Prato, che doveva svolgere un ruolo di città-emporio, luogo di deposito e di smistamento delle merci, nonché città industriale ed artigianale. 
Questa “autostrada dei due mari”, come è plausibile  definirla, secondo fonti greche, si sarebbe potuta percorrere in soli tre giorni di viaggio, che per quei tempi rappresentava un bel primato.
A Verucchio, centro etrusco di primaria importanza, gli archeologi hanno ritrovato reperti UNICI nel loro genere, come campioni di stoffe di lana, tessute in vari colori, che non hanno niente da invidiare ai nostri tessuti moderni, in quanto la tessitura e la tecnica di lavorazione è in  tutto simile alla nostra, ovviamente gli etruschi non possedevano i macchinari che possediamo oggi. Inoltre sono stati ritrovati a Verucchio reperti importantissimi in metallo e in altri materiali più o meno pregiati, molto interessanti.
Le città etrusche di Fiesole  e Firenze si trovavano proprio al centro di questa “carretera” commerciale ed è facilmente intuibile il ruolo di prestigio che queste due città avessero proprio per le loro ubicazioni strategiche ma anche difensive e di controllo del territorio. Se Gonfienti aveva il ruolo di città di scambio, di deposito, di lavorazione delle merci, quindi città industriale e commerciale (ruolo svolto in sinergia con la “gemella” Misa, Marzabotto) Firenze e Fiesole dovevano giocare due ruoli diversi, l’una di città legata ad una economia fluviale e agricola (Firenze), l’altra doveva essere centro politico-amministrativo e militare offensivo e difensivo (Fiesole), anche per la posizione strategica che occupava (sulla cima di una collina e difesa da una ciclopica cinta di mura).
Proprio a Fiesole, sulle pendici nord occidentali della collina, come bene ci descrivono M. Martinelli e Giulio Paolucci (op. citata), in un’area che comprendeva diversi edifici di culto, era sorto, per opera etrusca un tempio, le cui proporzioni non sono grandiose come, ad esempio, quelle di Tarquinia, ma che tuttavia rivestiva un ruolo importante per la vita religiosa degli antichi fiesolani. Sembra, da alcuni ritrovamenti, che lo stesso  tempio fosse dedicato alla dea Minerva.
Ho avuto il piacere di vedere più volte il tempio fiesolano e di studiarlo il più possibile con accuratezza. Ogni volta scopro cose nuove e interessanti e, di volta in volta, la sua “lettura” mi appare più chiara. Ma una descrizione esauriente e qualificante dell’edificio religioso si può averla anche leggendo la Guida Ufficiale “Fiesole – Area archeologica e museo” fatta dal Prof. Marco de Marco, curatore del Museo Etrusco (Per gli interessati dirò che la guida è stata edita da Giunti nel 1999).
Credo che il tempio fiesolano sia uno dei templi etruschi meglio conservati per le “alzate” dei muri che sono imponenti, per la scalinata d’ingresso ottimamente conservata, per i resti portico del antistante e dell’edificio colonnato, la porta di ingresso e infine, sul retro, la fossa di scolo delle acque. Il tempio era orientato su un’asse W-E con l’ingresso rivolto verso Oriente, vale a dire che esso era rivolto verso l’Adriatico. Al contrario le chiese cristiane, pur essendo orientate sullo stesso asse, hanno l’ingresso al Tramonto (W) e l’abside ad Oriente (E).
Per non risultare particolarmente descrittivo dirò solo che il tempio aveva una cella centrale, due ambienti laterali, oltre ad altri ambienti disposti su un’asse nord-sud, colonnati. Sul luogo, nei pressi del tempio, sono stati disposti centinaia e centinaia di reperti lapidei che facevano parte del tempio, come capitelli, trabeazioni, parti del tetto, ecc. 
Ho la netta l’impressione, dato il grande numero dei reperti ritrovati e ammassati ai fianchi di stradine del percorso archeologico, che il tempio potrebbe essere RICOSTRUITO, non nella sua interezza, ma almeno parzialmente. Dico questo poiché esistono oggi delle tecnologie avanzatissime, che si avvalgono di programmi e apparecchi sofisticatissimi, tridimensionali, i quali permetterebbero, di ricostruire da tutti quei reperti lapidei il tempio così com’era nel I secolo a.C, epoca in cui fu distrutto. Certo necessiterebbero cospicui fondi, personale e tanta buona volontà, ma la cosa penso sarebbe fattibile.
Si tratta di fantascienza? Fantarcheologia? No, io credo che potrebbe trattarsi di realtà.
Lascio a ciascuno di voi di esprimere un giudizio in merito. Inoltre vi invito di approfittare di un giorno libero per fare una bella visita agli scavi e al Museo di Fiesole (Etr. Vipsl, Visl, Visul; mediev.:Visole) e sono sicuro che vi saranno riservate tante e piacevoli sorprese.

 

 

 

 

CURIOSITA’ SULL’ORIGINE DI ALCUNE PAROLE E SU ALCUNE FESTE CHE SI RIFANNO AGLI ETRUSCHI
In un Opuscolo del 1834 riguardante la “Lingua Etrusca e l’Astronomia Ebraica”, Edizioni Attilio Tofani, Firenze 1834, da me rintracciato in una Biblioteca fiorentina, a riguardo dell’origine della Lingua de’ Tirreni si dice che “si riceve maggior lume dai nomi propri, specialmente delle città e dei fiumi, che dagli appellativi (nomi di persona n.d.R.). Quindi i nomi di città, di fiumi, ecc. sarebbero più affidabili per conoscere l’origine delle lingue antiche? Penso senz’altro di sì. In Toscana abbiamo idronomi quali il Marta, Bruna, Cecina, ecc., tanto per citarne alcuni, che sono nomi di fiumi ma anche nomi di persone e derivano, appunto, da antichi ceppi linguistici orientali.
Sempre nello stesso Opuscolo si farebbe l’ipotesi che il nome Firenze (Lat. Florentia) derivi da “ferbenz”, di origine ebraica, che significherebbe “città abbondante di fiori”. Inoltre, l’Arno, fiume toscano che bagna Firenze e Pisa, deriverebbe dall’ebraico “Arnon”, descritto in Deut. Cap. 3, v.8, e significherebbe un torrente dedicato (dai Filistei) a Nettuno.
I Romani dovevano essere molto egocentristi e “campanilisti” (per usare degli eufemismi), se neppure un libro etrusco è mai stato ritrovato a Roma, né altrove. Sembra che gli stessi distruggessero libri e monumenti stranieri, “così come fecero i Maomettani nella conquista dell’Egitto”… “dove appiccarono il fuoco alla famosa biblioteca alessandrina”. (Lingua Etrusca, ecc. op. cit.), Tuttavia, mi sembrerebbe logico avere un barlume di speranza che qualche testo etrusco sia conservato, magari in gran segreto, o ancora “inesplorato” in una delle tante importanti biblioteche sparse per il mondo. Inoltre, ci potrebbe essere la possibilità che in futuri scavi archeologici, si ritrovino epigrafi molto più complete e interessanti di quelle che abbiamo trovato fino ad ora.
La “Tabula Cortonensis”, è già uno dei testi etruschi più noti e interessanti per la sua lunghezza ma anche per la sua “enigmaticità”. La traduzione di questa tavola fatta da esperti filologi e archeologi ha collezionato consensi ma anche molte critiche. Infatti profonde discordanze esistono fra le traduzioni dei vari studiosi e, all’interno di questi, fra traduzioni effettuate da archeologi puri o da linguisti. Io ho messo a confronto fra di loro le traduzioni degli studiosi più illustri e, ritengo, che ci sia ancora molto da lavorare su questo testo etrusco, del quale conosciamo già tante cose, ma molte altre rimangono ancora veri e propri “rompicapo”, a cominciare dal luogo esatto in cui la “Tabula Cortonensis” fu ritrovata.
Proprio alcuni giorni fa nella trasmissione televisiva “L’eredità” condotta dal fiorentino Carlo Conti, che va in onda ogni giorno prima del Telegiornale, ad un concorente è stata fatta una domanda circa il significato del “gioco della ruzzola”, già praticato dagli Etruschi. Ruzzola è il toscano per “ruota” (o meglio, “piccola ruota), ma nello specifico il “tirare allla ruzzola” veniva praticato in una festa, la quale consisteva, nel lancio di una forma di cacio (di quello buono, forse sardo). Per fare questo i lanciatori avvolgevano con vari giri la “ruzzola” o la forma di cacio con un nastro resistente, il quale veniva poi legato al porso del lanciatore. Quando, la sfortuna si accaniva e le forme lanciate si rompevano, il gioco continuava, sostituendo alla forma di cacio, una bella ruzzola di legno, tagliata da un albero resistente, diametro di 25-30 cm e di uno spessore di di 3-4 cm. La “ruzzola” veniva poi smussata ai bordi. Nel mio paese natale, Fontebuona in Mugello, dove ho vissuto i primi trenta anni della mia vita, questo gioco era praticato nel primo giorno dell’anno, cioè il primo di gennaio. Questa festa era tenuta in grande considerazione dal popolo “laico”, che forse la considerava la festa più importante del periodo vacanziero natalizio, ma addirittura forse la più importante dell’anno. Era chiaro che questa tradizione era molto antica e si perdeva nella notte dei tempi. Bisognava vedere l’abilità di questi forzuti lanciatori, che riuscivano, dopo una breve rincorsa, a lanciare la “ruzzola”, dando alla stessa lo “sguancio” (effetto) necessario per arrivare il più lontano possibile e per superare curve, salite e ostacoli di ogni genere. Noi ragazzini, sempre di buon appetito, seguivamo il rotolare del formaggio nelle sue peripezie e, se capitava, che la forma urtasse una cantonata o un pilastrino, la forma di formaggio andava in mille pezzi, con nostra grande gioia, poiché facevamo delle grandi scorpacciate gratuite. Di questa usanza io ne ho parlato nel mio libro “Mugello – Vita di paese e dintorni” . Un vocabolo simile a “ruzzola” esiste nella lingua etrusca: “ruz” (M. Pittau – Dizionario della Lingua Etrusca, Ed. Dessì), al quale è stata attribuita una traduzione incerta. E’ lecito supporre che “ruz” abbia originato “ruzzola”, “ruzzolare”, non solo nel senso del rotolare di una ruota, ma anche nel senso figurativo del “rotolare”, tipico del maiale, quando si rotola nella terra e nel fango. Infatti, nel Dizionario del Pittau (op. cit.), si fa l’ipotesi che “ruz”, abbia il significato di “maiale”.
Sempre nel dialetto dei Toscani troviamo la parola “racca” e l’espressione “non fa racca con nessuno”, oppure l’inverso “fare racca con tutti”. La traduzione più usata è quella di “Tizio o Caio che non fanno ‘razza’ con alcuno”. In altre parole il toscano “non fare racca” potrebbe significare sentirsi estranei a qualcosa o a qualcuno, oppure un atteggiamento asociale di uno che sta “sulle sue”, oppure di colui che “non si sente della partita”. Il Migliorini nel Vocabolario della Lingua Italiana afferma che “racca” è una parola che deriva dall’aramaico, la lingua degli antichi ebrei. L’espressione dir “raca” a qualcuno (con una sola ‘c’) è tratta dal Vangelo di San Matteo. Anche gli Etruschi, allo stesso modo degli antichi ebrei non raddoppiavano le consonanti e, pertanto il toscano “racca” equivale aell’ebraico “raca”. Quest’ultimo tuttavia aveva in origine (vedi Vangelo) un significato equivalente a una offesa di poco conto, quale sarebbe quella di dire ad una persona “sei uno sciocchino” o qualcosa di simile. In italiano abbiamo però una parola, molto simile a “raca”, cioè, “racchia” riferita ad una donna poco piacevole. Questa sì che sarebbe un’offesa!
I Toscani, o i Mugellani, indicano con l’aggettivo “spanto” qualcosa di poco aggregato, e quindi sparso, sparpagliato. Si potrebbe fare l’esempio di un paese che non è raccolto ma ha le abitazioni sparpagliate in qua e là. Esiste in etrusco “spanthi, spante, spanti” Dizion., op. cit. pag. 379) tradotto con “piatto, catino, bacino”. Esiste una correlazione fra “spanto” toscano e “spanthi”? Forse sì, se pensiamo che un piatto è un qualcosa che è differente da una ciotola, oppure da un vaso, da una brocca, ecc. che hanno i bordi o le pareti rialzate. Quindi questi ultimi possono essere intesi come utensili, che figuratamente si aprono, dilatano le proprie pareti, come lo sbocciare di un fiore e permettono al liquido, ai cibi, ecc. di “spargersi” orizzontalmente, porprio come le case di un paese che sono state costruite non raggruppate, ma a piccole chiazze, “a pelle di leopardo”. Al contrario nei vasi, ciotole e brocche i contenuti sono trattenuti “uniti” verticalmente dalle pareti delle stesse.

 

 

 

 

 

FIESOLE: STORIA, BELLEZZA E SCUOLA DI VITA
E’ ormai diventato un ‘luogo comune’ sentire dire di Fiesole, specialmente da certi toscani: “è tutta qui?”. Come dire: “Fiesole? E’ quel paesotto che si incontra per la strada da da Firenze porta in Mugello; una via, una piazza e le case e botteghe allineate su questa antica strada. Vi assicuro che la cosa non sta in questi termini. Fiesole va scoperta, va percorsa nelle stradine strette strette, che caratterizzano le antiche città etrusche, va studiata e anche amata.
Adesso vi svelo un trucco, come fare per visitare questa città. Si tratta di un trucco molto semplice, lasciate i a casa i vostri macchinoni e fatevi accompagnare da un amico o da un conoscente che possiede una Panda, meglio una vecchia Panda. Girate in una qualsiasi delle stradine etrusche che misurano da un metro a tre metri e cominciate a scoprire la città. Fiesole, come sapete era una delle maggiori città dell’Etruria, popolata da genti Etrusche, ma essa era già popolata anche da popoli “villanoviani”. La testimonianza di ciò starebbe in una serie di buche, che sono visibilissime dalla rete esterna, ormai bucata, in più punti, da curiosi e da impazienti “aspiranti archeologi”. In queste buche, che assomigliano molto a quelle in località Palastreto (Sesto Fiorentino) ed a quelle di Populonia, i Villanoviani sotterravano entro cinerari i resti combusti (le ceneri) dei loro morti, insieme a pochi oggetti appartenuti al defunto o alla defunta.
Per questo tipo di buche, si è fatta l’ipotesi, a Populonia che esse siano servite per piantare dei pali per le capanne, che erano di forma ovale. L’uovo, come altri simboli: la ruota, la croce solare, per i Villanoviani e per gli Etruschi rappresentavano il ciclo della vita dell’uomo. Ancora oggi si dice “è una ruota che gira”, per indicare il trascorrere inesorabile del tempo.
Fiesole, dicevo, era una grande ed importantissima città villanoviana-etrusca. Le genti che abitavano sulla collina di Fiesole e che, per la stragrande maggioranza, vivevano di pastorizia ed agricoltura non dovevano essere molto teneri né con i loro simili, né con le bestie dei loro allevamenti. Un basso rilievo, probabilmente Ottocentesco (probabilmente la copia esatta di un bassorilievo etrusco) ci fa vedere come allora si uccidessero gli aninali. In questo caso l’animale viene tenuto con una corda legata intorno alle corna, la quale passando per un anello di ferro posto a livello del pavimento, viene tirata in modo che la bestia sia costretta ad abbassare la testa, per essere poi colpita duramente da una altro uomo, il quale, le vibrerà un colpo mortale con una mazza di legno fra la testa e il collo, fracassandole il cervello e la spina dorsale.
Gli Etruschi fiesolani non dovevano essere tuttavia tanto teneri neppure con gli umani e in modo particolare con i nemici. Si sa che i Romani ebbero la meglio sugli Etruschi e che, città dopo città, cadde nelle loro mani. Ma ce ne volle del bello e del buono per conquistare la città di Fiesole, la quale prima si difese con le armi e poi, con la diplomazia, cercò di contrastare i romani invasori. Probabilmente, però vinsero l’astuzia e la diplomazia dei Romani, che oltretutto erano meglio organizzati nelle guerre.
Un bassorilievo, murato su una antica casa di Fiesole, situata in uno dei tanti stretti vicoli della città, fa capire come, dopo tanto spargimento di sangue prevalse la “pax romana”. Nel bassorilievo è raffigurata una Lasa o una Dea, che abbraccia due guerrieri su una base di colonna in cui è forse raffigurato il dio Marte. Al di là del significato allegorico, questo bassorilievo, ritrovato probilmente sul luogo, ha proprio questo significato: etruschi e romani uniti dallo stesso dio (probabilmete dio etrusco) iniziano una nuova era di collaborazione che non dovrà tenere conto né di vinti né di vincitori. Sappiamo tuttavia che gli Etruschi fiesolani, pur rappresentando un pericolo costante per i Romani, e non solo nell’immediato futuro, furono soggiogati e, piano, piano, persero le loro libertà e i loro diritti di uomini liberi.
Fu così vinto un popolo, forte coraggioso, intelligentissimo, che guardava in faccia alla morte e, allo stesso modo, guardava il nascere della vita. Il linguista-etruscologo Prof. Giovanni Semerano li ha definiti, molto oppurtunamente “Il popolo che vinse la morte” . Tuttavia, come capita ai popoli vinti, essi furono svuotati dal di dentro, proprio come si fa con una zucca. Questo popolo che basava ogni atto della propria vita sugli oracoli, che si affidava agli aruspici e ai sacrifici per ogni atto importante, anche la guera, che parlava una propria lingua, diversa da tutte le altre regioni d’Italia, che batteva moneta propria, che aveva raggiunto una ricchezza e un benessere davvero notevoli, conobbe un periodo di involuzione e di rilassatezza nei costumi. Il bassorilievo accanto con la figura di un uomo con la testa china, può essere di per sé stesso, molto significativo.

NOTE

MEL MARAVOT SUL SIGNIFICATO DI “RHASENNA”

Paulo,

Your thesis that the Etruscan word “Rasenna”  relates to the word “razor” and “shaved” is possible, as I also had suspected the connection. In actual fact, using the “Etruscan Phrases” Etruscan Glossary that I sent you, you will see that the word declines as follows: RAS, RASIA, RASNA, RASNE. I presented the word in the glossary as follows: “tribe, Etruscan? (L. tribus-us; It. razza; Etr. Rasna, Rasne).” 

I was not aware, however, of the Italian word “ras” which you defined as follows: “the word “ras” also exists in Italian, for example, when we say that Tizio (or Caio) is the “ras” of the district, to mean one who is commander in the district or the city. In other words the “ras” is the one who exercises power within a given space and that power can be expected: according to the “rule of law,” or a power “arbitrary,” that is not recognized by law.”

The suffixes attached to RAS, “IA”, “NE,” and “NA” also reflect common declension patterns with regard to other Etruscan nouns and adjectives. Seeing the Italian language components, I concluded that NE and NA are augmentive suffixes conveying greater size, as in the Italian language.

An origin of RAS that relates to the verb “to shave,” possibly referring to a “civilized being” as opposed to the Greek term for Barbarians “bearded,” can be supposed. But it can also relate to the English word for tribe, race, “race” or Norse word, “ras.”  More importantly, because the word has the Italian augmentative suffixes, “NE” and “NA,” the meaning has more of a relationship to the Italian “ras” and “razza,” and French “race,” Polish, “rasa,” and Persian “nezâd,” English “race.” The origin of the word for “race” probably has deeper Indo-European roots, the meaning of which would be hard to assess. We can group these language groups together, using their term for “race,” contrasting this group with Greek “fili,” Latin, “genus-eris” or “tribus-us,” Welsh “canedl.” Note that Etruscan also has the words for English, line: “line,” or “to draw out, thread,” which can be compared to Latin, filum-i; It. filare, Fr. filer. The Etruscan words are: FIL, FILE, FILAR. Related to these are Etruscan FILAE (L. filia-ae, daughter), and FILVI (FILOI), FILVS (FILOS) (L. filius-i, son). These words relate to Latin. Because the Etruscan language appears to have preceeded the Latin language, it appears that Latin belongs to or derives from an early language group that is represented by Etruscan. That early group contained words common to Gaelic and Latin.

The word for English “clan,” is also in the Etruscan Glossary and used in Etruscan Phrases script AV-3 and used in the context referring to the lineage or clan of a person. The Italian word for “clan” is “tribu,” referring back to the Latin term for “race.” The French word for “clan” is “clan.” In Scottish Gaelic the word is “clann.”

As I have discussed in “Etruscan Phrases,” I believe that the Etruscan language represents, perhaps, a bridge between the Latin / Italic and Gaelic language groups, when they began to separate. The Etruscan language can be dated to ~600-700 B.C. from the early texts, and their tradition of coming from Lydia after the Trojan War (~1,200 B.C.), their appearance as the Villanovan Culture (1,000 B.C.) suggest that the language is an artifact from 1,200 B.C. and earlier. 

We don’t know when Latin and Gaelic began to separate into two different language groups, but the Etruscan language, carrying components from both language groups, may shed some light as to how the languages separated, perhaps in the period 1,500 B.C.- 1,200 B.C.

Mel Copeland

 

MASSIMO PITTAU SUL SIGNIFICATO DI “RHASENNA”

Paolo Campidori è un personaggio eclettico, e precisamente è pittore, scrittore, giornalista, fotografo e pure cultore di antichità toscane ed etrusche. Da quando è entrato in possesso del mio «Dizionario della Lingua Etrusca» (Sassari 2005, Libreria Koinè) – l’unico finora esistente – si è messo a cercare e stabilire connessioni fra vocaboli etruschi e toponimi e vocaboli toscani, arrivando a conclusioni che, a mio avviso, talvolta sono veramente azzeccate. Ed una nuova connessione di Paolo Campidori è la seguente. Secondo Dionisio di Alicarnasso (I 30, 3) gli Etruschi chiamavano se stessi Rhasénna. Questo aggettivo etnico viene confermato appieno da vocaboli etruschi che conosciamo per altra via e che in genere fanno riferirimento allo «Stato Rasennio od Etrusco» o alla «Federazione Rasennia od Etrusca», finendo con l’avere anche il significato di «statale, pubblico». Inoltre l’etnico Rhasénna viene confermato anche da odierni toponimi toscani, fra cui Ràssina nella provincia di Arezzo. Ebbene il Campidori ha spiegato Rhasénna come «(uomo o guerriero) rasato».
A me non risulta che fino al presente qualche linguista abbia approfondito il problema dell’esatto significato di Rhasénna e pertanto, almeno in linea generale, dico che ritengo questa proposta del Campidori come “accettabile”, dato che finora non ne è stata presentata alcun’altra. Io infatti, come glottologo o linguista storico, mi sono sempre ispirato al criterio metodologico, secondo cui «è molto meglio una ipotesi azzardata, che nessuna ipotesi; infatti, da una ipotesi azzardata – che alla fine potrebbe anche risultare errata – prospettata da un linguista, potrà in seguito scaturire una ipotesi migliore e addirittura quella vincente, prospettata da un linguista successivo».
Questo dico in termini generali relativamente alla proposta del Campidori; rispetto alla quale però, a mio avviso, intervengono tre considerazioni che ottengono l’effetto di farla apparire “accettabile”, per il fatto che è “plausibile” o “verosimile.
1) Il verbo latino radere, participio rasus, è fino al presente privo di etimologia (cfr. Ernout A. – Meillet A., Dictionnaire Étymologique de la Langue Latine, Paris 1985; Cortelazzo M. – Zolli P., Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, Bologna, I-V, 1979-1988; II ediz. 1999) e, come capita spesso in casi simili, è probabile che sia entrato nella lingua latina derivando da quella etrusca.
2) Nel mondo fortemente laicizzato, come è quello in cui ora viviamo, è cosa assolutamente indifferente per un uomo avere la barba incolta oppure averla tagliata del tutto o almeno in parte, cioè “spuntata” a pizzo. Per gli uomini del mondo antico invece la questione aveva grande e somma importanza, soprattutto perché ad essa attribuivano motivazioni antropologiche, sociali e addirittura religiose. Per gli antichi dunque il radersi la barba oppure il lasciarla incolta non era affatto una questione indifferente, posto che la decisione era determinata da precise e stringenti motivazioni sociali e pure religiose, di cui a noi moderni spesso sfugge l’esatto significato.
3) Da una rapida scorsa che ho dato alle raffigurazioni di uomini etruschi in pubblicazioni che posseggo, ho avuto modo di constatare che la massima parte degli uomini sono rasati completamente, oppure hanno una barba coltivata a pizzo più o meno lungo. Non mi sembra di aver trovato alcun individuo etrusco che abbia la barba completamente incolta.
Dunque, la proposta di Paolo Campidori «Rhasénna = «(uomo) rasato» a me sembra plausibile, verosimile e pertanto “accettabile”, almeno in attesa che qualcuno eventualmente presenti una proposta migliore.

http://www.pittau.it
© Paolo Campidori

 

 

MASSIMO PITTAU SUL SIGNIFICATO DELLA PAROLA “SERPHUE” (SERQUA)

In una intervista fattami di recente Paolo Campidori mi ha chiesto se il vocabolo etrusco SERQUE possa essere la base di quello toscano (e soprattutto fiorentino) serqua «dozzina», riferito a merce venduta, come uova, pani, pere e simili. Dopo aver dato un’occhiata al mio «Dizionario della Lingua Etrusca» (Sassari 2005, Libreria Koinè), risposi che non conoscevo il citato vocabolo etrusco, per cui non potevo dire alcunché su di esso. Però, dato che la connessione etimologica stabilita dal Campidori mi sembrava allettante, in seguito ho controllato meglio il mio Dizionario ed ho subito constatato che, se è certo che non esiste un vocabolo etrusco SERQUE, invece esiste realmente l’altro SERΦUE (con la ph), per il quale io avevo già prospettato che derivasse dall’etrusco SAR «dieci».
La mia prima considerazione sull’argomento è che il Campidori ha letto male il vocabolo etrusco, ma la sua connessione col toscano serqua è esatta. E in conseguenza di ciò si può affermare che da un lato si è trovata la esatta etimologia del vocabolo toscano, dall’altro si è trovato il preciso “significato” di un vocabolo etrusco, il quale compare addirittura nel più lungo e più difficile testo della lingua etrusca, il famoso «Libro Linteo della Mummia di Zagabria».
Fino ad ora tutti i dizionari della lingua italiana – ovviamente quelli che danno anche l’etimologia od origine dei vocaboli – fanno derivare il toscano serqua «dozzina» dal lat. siliqua «baccello», che in latino indicava anche una “unità di misura”. Sennonché, a mio fermo giudizio, questa etimologia va respinta con decisione, dato che non si vede come dal concetto generico di “unità di misura” venga fuori anche il concetto specifico di “dozzina” e di “dodici”.
Molto più semplice invece è far derivare il tosc. serqua appunto dall’etrusco SERΦUE, il quale – come già detto – molto probabilmente deriva dall’etrusco SAR «dieci». Sul piano fonetico in primo luogo è da rimarcare che nel toscano antico esisteva anche la forma sarqua (S. Battaglia, Grande Dizionario della Lingua Italiana, Torino 1961-2002, vol. XVIII 744), la quale si staglia alla perfezione con l’etr. SAR «dieci». In secondo luogo nella lingua etrusca abbiamo altri esempi di scambio tra le consonanti aspirate con altre di differente articolazione (vedi M. Pittau, La Lingua Etrusca –grammatica e lessico, 1997, Libreria Koinè, §§ 31, 32), per cui non è affatto strano il passaggio SERΦUE > serqua.
Sul piano semantico segnalo che, in base al fatto che nel noto Cippo di Perugia la locuzione naper sranczl ricorre scritta anche naper XII, io avevo già interpretato sranczl come «dodici» («napure dodici»), cioè sran-c-zl = «dieci e due» (sar, sra + zal). E si tratta di un numerale che presenta evidenti connessioni fonetiche e semantiche col tosc. serqua, sarqua «dozzina».
Presso molti popoli antichi il numero «dodici» aveva un carattere sacrale, certamente perché 12 sono le lunazioni o cicli della Luna, la quale era universalmente adorata come una divinità. Questa credenza esisteva di certo anche fra gli Etruschi, come dimostrano sia la storia del vocabolo serqua, sia e soprattutto le tre dodecapoli o federazioni di 12 città etrusche, la dodecapoli tosco-laziale, quella campana e quella padana.
Da questo caso fortunato di etimologia azzeccata possiamo trarre una importante conclusione generale: i linguisti, ma anche i Toscani di sufficiente cultura umanistica e linguistica, si debbono convincere che relitti dell’antica lingua etrusca esistono tuttora nelle parlate della Toscana e del Lazio settentrionale; ad essi si impone pertanto l’obbligo e anche l’interesse ad andarli a cercare.
Massimo Pittau http://www.pittau.it

 

 

 

 

THE TUSCAN WORD “SERQUA” (“DOZEN”) COMES FROM ETRUSCAN

In an interview, I was recently asked by Paolo Campidori if the Etruscan word “serque” could be related to the Tuscan and above all Florentine word “serqua” (“dozen”). “Serqua” is used as a unit of measure for eggs, loaves of bread, fruit, etc.

After consulting my “Dictionary of the Etruscan Language” (Sassari 2005, Libreria Koinè), I answered that I was not familiar with the Etruscan word “serque” and so could not comment on it.
However, I found the etymological connection proposed by Campidori intriguing. I therefore took a closer look at my dictionary and immediately ascertained that although “serque” does not exist in Etruscan, “ser_ue” (with ph), does indeed exist. I had in fact proposed previously that “ser_ue” is derived from the Etruscan “sar”, meaning “ten”.
At first, it had seemed to me that Campidori had made an error in reading the Etruscan word. But I realized now that he was right about the origin of “serqua”.
Consequently, we can say that on the one hand, we have found the exact etymology of the Tuscan word; on the other hand, we have found the precise meaning of the Etruscan word—a word which is found in the longest and most difficult text in Etruscan, the famous “Linteo Book of the Mummy of Zagabria”.
According to Italian language dictionaries (at least, those that give the etymology of words), the Tuscan “serqua” derives from the Latin “siliqua”—“seed pod”, which in Latin also indicates a unit of measure.
In my opinion, however, the accepted etymology is completely wrong, given that it is difficult to see how the specific concept of a dozen could come from the generic concept of a unit of measure.
It makes much more sense to consider the Tuscan “serqua” as deriving from the Etruscan “ser_ue”, which, as I have said, very probably derives from the Etruscan “sar”—“ten”.
The phonetically similar word “sarqua” exists in archaic Tuscan
(S. Battaglia, Grande Dizionario della Lingua Italiana, Torino 1961-2002, vol. XVIII 744). The relationship between “sarqua” and “sar” is obvious.
Moreover, in Etruscan we often find examples of varying forms of aspirated consonants (v. M. Pittau, La Lingua Etrusca –grammatica e lessico, 1997, Libreria Koinè, §§ 31, 32). A progression from “ser-ue” to “serqua” is therefore not surprising.
In the writings of Cippo di Perugia we find the phrase “naper sranczl”, which he sometimes writes as “naper XII”. I have interpreted this phrase semantically as “not even twelve”: “sran-c-zl” = “ten and two” (sar, sra + zal).
We have here the case of a numeral presenting an evident phonetic and semantic relationship with the Tuscan “serqua, sarqua”—“dozen”.
The number 12 was sacred to many ancient peoples, obviously because of the twelve cycles of the moon, which was universally adored as a divinity.
This belief was certainly current among the Etruscans, as is demonstrated both by the history of the word “serqua”, and by the three dodecapoli or federations of 12 Etruscan cities in Tuscany/Lazio, Campania, and the Po Valley.
Our happy etymological discovery teaches us an important lesson: linguists, and also Tuscans possessing the requisite humanistic and linguistic background, should realize that relics of the ancient Etruscan tongue still exist in the spoken language of Tuscany and Northern Lazio. To discover these relics is both a duty and a joy.

Massimo Pittau
http://www.pittau.it
Traduzione di Kevin Beary

 

 

 

ANCIENT OSTIA: A CHRISTIAN CRYPT
(IV century AD?) with an image of Christ giving a blessing has been found

 

Rome, center of the world. Rome is more important than any other city in the world because it houses the relics of the Christian martyrs. The Imperial Rome of luxury and spectacle, with its famous monuments, has its counterpart in the underground world of the catacombs, the refuge of the persecuted, martyred Christians and their secret burial ground.
I would like to compare this crypt (my view differs from that of Maria Stella Arena, renowned expert and author of the article “OSTIA, L’Opus sectile di Porta Marina” in Archeologia Viva n. 128 March-April 2008) to one discovered in the 1940s-50s, which bears a panel with a mosaic image containing the Christian symbolism of a lion attacking prey (v. bibliography). This discovery was made at the start of an excavation that revealed a building composed of a room or exedra and a rectangular apse.
The restoration of this mosaic took years of careful, laborious effort. By painstakingly fitting together the pieces of the mosaic, the expert restorers were able to reconstruct, panel by panel, a room that the Romans called an “exedra”, at the end of which was the rectangular crypt mentioned above.
All the evidence would seem to point to a tomb so far impossible to date accurately, and which at first glance would suggest one of the many, extremely elegant tombs of the patrician pagans. But this interpretation is misleading, and in my opinion Dr. Maria Stella Arena’s hypothesis (mentioned above) is incorrect.
The “tomb” would suggest a structure difficult to date precisely (though probably dating from the beginning to the end of the IV century), one very similar to the “Crypt of the Popes” in the Catacombs of San Callisto in Ostia (RM). This tomb is a family tomb built at the end of the II century. Like the Ostia/Porta Marina tomb, it is composed of a room and a rectangular apse. It was donated to the Church and transformed into the Crypt of the Popes in the IV century BC.
During the difficult work of restoration of the Ostia/Porta Marina crypt, the expert restorers were able to reconstruct the inlaid work with its geometric and floral patterns, all formed with costly marble coming from every part of the Empire. The chromatic effects of this inlaid work (opus sectile) are truly surprising. The natural veins in the marble were exploited by the artisans of the time in order to create the realistic effect of rocks, trees, animals, etc.
Even more surprising and truly wonderful is that there are also “human” figures on these panels, among which we find one with a “nimbo” (literally “cloud”), giving a blessing.

One needn’t be an expert in the field to recognize in this figure Christ giving His blessing. There is no need to hazard other interpretations, which I consider absurd. The face of Christ, as always in “opus sectile”, is portrayed in the traditional manner, i.e. with long hair and beard, with eyes wide open, and with black hair, beard, eyebrows and pupils, in the typical mid-eastern fashion.
Around Christ’s head there is a white nimbo. This symbol is not of Christian origin; however, it does appear, beginning probably in the IV century, around Christ’s head in the frescos of the Roman catacombs (San Callisto). Thereafter, the use of the nimbo around Christ’s head became standard.
Significantly in this portrayal, Christ’s right hand, with three lifted fingers denoting the Holy Trinity, is raised in blessing. Is further explanation necessary?
In a lower panel, there is the figure of a boy who, because he lacks the traditional symbols of the Saints, must be the Roman patrician for whom the crypt was built.
There are also various scenes in various panels of lions and tigers in the act of sinking their teeth into deer. Again, these are Christian symbols originating in the First Epistle of St. Peter: “Your adversary the devil prowls around like a roaring lion, seeking some one to devour.” (1 Peter 5:8)

 

Bibliography:
G. Heinz-Mohr – Lessico di Iconografia Cristiana Istituto di Propaganda Libraria, Milano, 1995

AUTORE DEL LIBRO: PAOLO CAMPIDORI, COPYRIGHT

paolocampidori@yahoo.it

paolocampidoriarte@gmail.com

PAOLO CAMPIDORI – RACCOLTA DI POESIE

PAOLO CAMPIDORI – RACCOLTA DI POESIE

RACCOLTA DI POESIE PAOLO

La copertina del libro di Paolo Campidori in versione ‘Bozze’ ancora in attesa di pubblicazione

Clochard

Le due poesie di apertura: “Le clochard” e “Il mio mondo”

Ca di Luca

Seguono altre due poesie: “Ca di Luca” e “Ave Maria” (gli appunti, come i disegni sono stati fatti da me)

Casa al vento

“Casa al vento” e “Casetta fra gli ulivi”

Barby

Barbara, affettuosamente ‘Barbi’ una mia “musa ispiratrice” e nient’altro –

Cavrenno

Sono sempre stato legato ai ‘miei’ monti della Romagna Toscana e a loro ho dedicato diverse mie poesie

Café

Quando la “musa ispiratrice comanda……

Dolore VI

Pietramala un paese della montagna Tosco-Romagnola e Dolore VI un sentimento di Pietà provato davanti ad un tabernacolo con la ‘Pietà’

Da i' pittore

Spesso dal pittore si va per fare due chicchere, ma sarebbe ebbene anche sostenere l’Arte e gli artisti; e poi, Firenzuola, “Il bel paese che il Santerno bagna e parla Tosco in terra di Romagna”

Fortuna

Fortuna: ne abbiamo bisogno tutti. Fortuna è anche possedere una bella casetta dai tetti aguzzi, con un bel prato di fiori davanti

Il cipresso

Il cipresso è un po’ il simbolo della Toscana e merita di essere ‘cantato’ dai poeti

La scala della santità

La “Scala della Sanrità” che tutti debbono percorrere, o meglio, che tutti i “seguaci di Cristo” debbono percorrere – Poi monti mugellani, bellissimi da vedere nelle giornate limpide

Montesenario

Montesenario: una storia ricchissima alle sue spalle – Poi la poesia “Guardando il mare e …aspettando”. Tutti noi aspettiamo qualcosa…..

Mugello è

Mugello è…. un tributo alla mia terra dove sono nato e Marta una delle “muse ispiratrici”

Pelle di luna

Pelle di luna riconducibile ad una “musa ispiratrice” (Barby). I poeti (vedi anche Dante) si eleggono da soli le loro “muse”, così è la porsi e così sono i poeti – Segue la poesia Pontevecchio un tributo alla città di Firenze che mi ha ‘adottato’

Sarai

Sarai è la poesia dedicata ad un’altra “musa ispiratrice” (la poesia accanto non ha alcun nesso con “Sarai”)

Sasso di San Zanobu

“Sasso di San Zanobi” una delle prime poesie ed una delle poesie che mi fanno affiorare alla mente tanti ricordi vissuti sulla montagna mugellana – Uomo distratto vuole essere un monito a tutti coloro che vivono distrattamente e senza interesse la loro vita.

Un piccolo cimitero

Un piccolo cimitero può essere ‘poetico’ a differenza dei grandi cimiteri monumentali, cos’ tristi….- Lo zio Aldo, un ricordo dolcissimo verso una brava e buona persona

Briciola

Briciola, una gattina amata, tanto da meritarsi una poesia

Un grido nel vuoto

“Un grido nel vuoto” è il grido disperato dei bambini che muoiono di fame…e poi Arno, il fiume toscano per eccellenza

Nina

Mina o Nina una “musa ispiratrice” (o forse qualcosa in più….)

Fontebuona

Un omaggio al paese natale e “Piove” un componimento poetico, una sinfonia della natura che si mescolo con l’amore umano

Ti ho cercata

Ti ho cercata…ma non ti ho trovata… così ha voluto il destino..ma sei ancora nei miei pensieri

Laura

L’amore può sbocciare all’improvviso, come un temporale estivo e altrettanto improvvisamente può terminare

Valle Serena

Valle Serena o Valserena, un paesino dell’AAppennino Emiliano, qui ricordi, luoghi, si intrecciano e non si dimenticano

Non posso amarti

E’ un “giovane vecchio” che sorprende la “musa ispiratrice”: “non posso amarti, come vorrei e come vorresti…….” Gli anni contano….c’est la vie!

Due testine

E’ la prima poesia che ho composto nella mia vita….e poi un “dolce ricordo”

Il cimitero dei vivi

I “cimiteri dei vivi” o “dei morti viventi” sono le nostre città. assonnate nella solitudine più completa. chiaro di luna

 

La luna, ispiratrice, da sempre, di poeti e sognatori….

SEI UNA FELINA

La ‘felina’ ovvero la micia di casa…..

TUTTI I DISEGNI SONO STATI FATTI DA PèAOLO CAMPIDORI ,AUTORE DELLE POESIE

PAOLO CAMPIDORI, COPYRIGHT

 

ANCIENT OSTIA: A CHRISTIAN CRYPT (IV CENTURY AD)

 

ANCIENT OSTIA: A CHRISTIAN CRYPT

20171016_091629_43(IV century AD?) with an image of Christ giving a blessing has been found (Articolo di archivio)

Rome, center of the world. Rome is more important than any other city in the world because it houses the relics of the Christian martyrs. The Imperial Rome of luxury and spectacle, with its famous monuments, has its counterpart in the underground world of the catacombs, the refuge of the persecuted, martyred Christians and their secret burial ground.
I would like to compare this crypt (my view differs from that of Maria Stella Arena, renowned expert and author of the article “OSTIA, L’Opus sectile di Porta Marina” in Archeologia Viva n. 128 March-April 2008) to one discovered in the 1940s-50s, which bears a panel with a mosaic image containing the Christian symbolism of a lion attacking prey (v. bibliography). This discovery was made at the start of an excavation that revealed a building composed of a room or exedra and a rectangular apse.
The restoration of this mosaic took years of careful, laborious effort. By painstakingly fitting together the pieces of the mosaic, the expert restorers were able to reconstruct, panel by panel, a room that the Romans called an “exedra”, at the end of which was the rectangular crypt mentioned above.

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Ostia – Museo Nazionale – Busto di Cristo docente – Opus settile – Fine del IV sec. (d.C.)
All the evidence would seem to point to a tomb so far impossible to date accurately, and which at first glance would suggest one of the many, extremely elegant tombs of the patrician pagans. But this interpretation is misleading, and in my opinion Dr. Maria Stella Arena’s hypothesis (mentioned above) is incorrect.
The “tomb” would suggest a structure difficult to date precisely (though probably dating from the beginning to the end of the IV century), one very similar to the “Crypt of the Popes” in the Catacombs of San Callisto in Ostia (RM). This tomb is a family tomb built at the end of the II century. Like the Ostia/Porta Marina tomb, it is composed of a room and a rectangular apse. It was donated to the Church and transformed into the Crypt of the Popes in the IV century BC.
During the difficult work of restoration of the Ostia/Porta Marina crypt, the expert restorers were able to reconstruct the inlaid work with its geometric and floral patterns, all formed with costly marble coming from every part of the Empire. The chromatic effects of this inlaid work (opus sectile) are truly surprising. The natural veins in the marble were exploited by the artisans of the time in order to create the realistic effect of rocks, trees, animals, etc.
Even more surprising and truly wonderful is that there are also “human” figures on these panels, among which we find one with a “nimbo” (literally “cloud”), giving a blessing.

One needn’t be an expert in the field to recognize in this figure Christ giving His blessing. There is no need to hazard other interpretations, which I consider absurd. The face of Christ, as always in “opus sectile”, is portrayed in the traditional manner, i.e. with long hair and beard, with eyes wide open, and with black hair, beard, eyebrows and pupils, in the typical mid-eastern fashion.
Around Christ’s head there is a white nimbo. This symbol is not of Christian origin; however, it does appear, beginning probably in the IV century, around Christ’s head in the frescos of the Roman catacombs (San Callisto). Thereafter, the use of the nimbo around Christ’s head became standard.
Significantly in this portrayal, Christ’s right hand, with three lifted fingers denoting the Holy Trinity, is raised in blessing. Is further explanation necessary?
In a lower panel, there is the figure of a boy who, because he lacks the traditional symbols of the Saints, must be the Roman patrician for whom the crypt was built.
There are also various scenes in various panels of lions and tigers in the act of sinking their teeth into deer. Again, these are Christian symbols originating in the First Epistle of St. Peter: “Your adversary the devil prowls around like a roaring lion, seeking some one to devour.” (1 Peter 5:8)

 

Bibliography:
G. Heinz-Mohr – Lessico di Iconografia Cristiana Istituto di Propaganda Libraria, Milano, 1995

Traduzione di Kevin Beary

GLI ETRUSCHI DERIVEREBBERO LA LORO CIVILTA’ DAGLI EGIZI? – UNA RISPOSTA IMPORTANTE AD UN QUESITO CHE FINORA NESSUNA AVEVA RISPOSTO IN MANIERA ESAURIENTE.

 

GLI ETRUSCHI DERIVEREBBERO LA LORO CIVILTA’ DAGLI EGIZI? – UNA RISPOSTA IMPORTANTE AD UN QUESITO CHE FINORA NESSUNA AVEVA RISPOSTO IN MANIERA ESAURIENTE.

UN’EPIGRAFE RITROVATA A VEIO CI CONFERMA CHE VILLANOVIANI ED ETRUSCHI SONO LA STESSA COSA E CHE ESISTE UNA CERTA CONTINUIITA’ FRA ETRUSCHI E ALCUNE FAMIGLIE ARISTOCRATICHE DEI GIORNI NOSTRI.

A VEIO TRACCE DEGLI ANTENATI DELLLA PIA DEI TOLOMEI?

Re Egizio rit

E’ triste la storia di Pia dei Tolomei, una storia che si tramandava di padre in figlio, da nonno a nipotino e anche la mia nonna, di umili origini della Romagna Toscana, me la raccontava, anzi me la cantava, perché io, allora un bambino, mi mettessi buono buono, appoggiando la testa sul suo (immancabile) grembiule, che portava sopra la lunga gonna scura. Pia dei Tolomei, una bellissima donna, proveniente da una famiglia di antichissima nobiltà, fu una ragazza sfortunata. Sposò un giovane nobile scapestrato, Nello de’ Pannocchieschi, il quale, dopo esservi innamorato di un’altra bellissima e nobile donna Margherita degli Aldobrandeschi , fece rinchiudere la Pia nel Castello della Pietra, e probabilmente, la fece uccidere. Anche Dante l’ha ricordata nella sua “Commedia”, con parole alquanto tragiche ed esplicite:

“”Deh, quando tu sarai tornato al mondo
e riposato de la lunga via”,
seguitò il terzo spirito al secondo,

“Ricorditi di me, che son la Pia;
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che ’inanellata pria
disposando m’avea con sua gemma”
(Purgatorio V, 130-136)

DANTE INCONTRA LA PIA

Questa è la tragica storia di Pia de’ Tolomei che però non era una poverella come la tradizione popolare avrebbe voluto far credere. Essa era la continuazione vivente di una famiglia di rango nobilissimo, originaria forse (e addirittura) dagli antichi Egizi.
Ciò non ci deve affatto stupire, infatti un grande studioso,  etruscologo, come il Pallottino, afferma che: “…..(gli Etruschi) si formarono e si fissarono in un’epoca arcaica …delle più remote tradizioni mediterranee, come attestano alcuni aspetti singolari: per esempio il culto dei morti nei sepolcri grandiosi costruiti o scavati ad imitazione della casa dipinti con figurazioni realistiche…., ricchi di corredi preziosi, di suppellettili, armi, vesti, cibi destinati ad una seconda vita….”. Un altro ‘documento’, un frammento di un documento letterario etrusco su lino,il cosiddetto “Liber Linteus”, una lunga  benda che avvolgeva una mummia egizia (Vedi Gli Etruschi – Romolo A. Staccioli, New Compton Editori, Roma 2006) ci testimonia, di fatto,  che noi siamo di fronte a personaggi appartenuti alla nobiltà egizia, oppure a genti che ne sono venute in stretto contatto con essi, in epoche arcaiche. Ma lsciamo ‘parlare’ per un momento l’epigrafe rinvenuta a Veio su un oinochoe di bucchero, della prima metà del se. VI a.C.:

epigrafe veio tulumnes

VELTHUR TULUMNES PESNU ZINAIE MENE MUL(U) = VELTHUR TOLUMNIO PISINNIO (PICCINO) MI HA DATO IN DONO

Si tratta, ovviamente, di un dono, o un’offerta fatta ad una divinità (che Tolumnio ha fatto a me, oppure, “mi ha fatto”) (Per la traduzione dell’epigrafe mi sono avvalso del libro di Massimo Pittau – Testi Etruschi, Edizioni Bulzoni Roma 1990). Mi vorrei soffermare un attimo su una nota all’epigrafe dello stesso Pittau: “mene “me, mi”, variante del più frequente mine, mini, da confrontare col “paleo” sardo mene, me, mi”. Aggiungo: Non solo sardo, ma anche toscano (campagnolo, si diceva ancora 50- anni fa).
La Pia de’ Tolomei e Nello Pannocchieschi e il loro amore travagliato, anzi disperato, ci hanno portato a ‘scoprire’, che ci doveva essere un certo imparentamento fra gli Etruschi delle origini (vedi Veio, Cerveteri, Tarquinia, etc.) e gli Egizi. C’è in sostanza un “fil-rouge” che unisce queste due civiltà, ed anche una certa continuazione della storia nel tempo: dalle origini fino ai nostri giorni. Ecco sta forse qui la grande risposta al mistero se Villanoviani ed Etruschi siano la stessa cosa, ed anche se c’è una continuità fra Etruschi e alcune famiglie aristocratiche dei giorni nostri. Una risposta importante ad un quesito che finora nessuno aveva risposto in maniera esauriente.

Paolo Campidori, Copyright

paolocampidoriarte@gmail.com

QUEI GRAFFITI SULLA BASE QUADRATA DEL CAMPANILE DI SAN GIOVANNI MAGGIORE SONO ETRUSCHI?

QUEI GRAFFITI SULLA BASE QUADRATA DEL CAMPANILE DI SAN GIOVANNI MAGGIORE SONO ETRUSCHI?
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Alcune lettere, poco distinguibili,  farebbero pensare ad una epigrafe etrusca
Tempo fa, anzi molto tempo fa, ebbi occasione di parlare del campanile delle Pieve di San Giovanni Maggiore a Panicaglia (Borgo San Lorenzo), per cercare di districare una intrigata matassa relativa all’origine di questo ‘manufatto’. A distanza di tempo, e su invito di un amico, ho avuto modo di tornare sul luogo per esaminare dei ‘fregi’, che la tradizione popolare indicava come etruschi (epigrafi). Il mio stupore fu grande, ma anche la mia contentezza che vedeva confermati le mie tesi di un nucleo o più nuclei etruschi, sulla strada che da Borgo San Lorenzo conduce a Ronta. Questo perché alcuni toponimi (nomi di luoghi), posti su una delle strade che conducevano in Mugello, erano ‘sospettati’ di origine etrusca. Fra questi: La Ruza (Ruze, etr = maiale), oppure l’idronimo Faltona derivato da Fal e Thruna (trono degli dei), fino ad arrivare al toponimo Ronta, la cui origine potrebbe derivare dal semitico Arunth (nome di persona). Questo per citare alcuni esempi. In precedenza, avevo fatta l’ipotesi che la Pieve stessa, già Basilica (*) tardo romana, fosse stata costruita sui ruderi di un tempio etrusco.

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Non è da escludere che l’antichissima Pieve di San Giovanni Maggiore a Panicaglia (Borgo San Lorenzo), sorgesse sui ruderi di un antico tempio etrusco, ai bordi una delle strade più importanti che dal Mugello conducevano in Romagna

La cosa mi sembrava verosimile, anche se mancano del tutto riferimenti precisi, all’infuori di un piccolo bassorilievo con scene di caccia (?) con selvaggina, che però, non mi hanno dato una sufficiente garanzia di attribuzione. Il fatto che sulla base quadrata del campanile di San Giovanni esistessero dei ‘conci’ con dei graffiti, mi sembrò molto interessante. Mi recai sul posto, scattai molte fotografie e, una volta a casa, le studiai una ad una e su uno di questi massi ebbi l’impressione che si trattasse proprio di un’epigrafe etrusca. Ieri sono tornato sul luogo, e questa convinzione di essere di fronte ad una piccola epigrafe (una parte di un’epigrafe più lunga) non mi ha abbandonato. Ritengo infatti che su un masso ci si possa leggere la parola “avil” (visse) fino all’età di…) oppure aveles (tomba) di Aveles. Per fare degli esempi: LUCER (**) LATHERNA SVALCE AVIL XXVI ( LOCER LATERIO VISSE ANNI XXI , ritrovata a Tarquinia, sec. III-II); oppure l’epigrafe della famosa iscrizione del guerriero rinvenuta a Vetulonia: (MI) AVELES FELUSKES TUSNUTN(ES) (PA)PANALAS MINI MULUVANEKE HIRUMINIA PHERSNAXS ((IO SONO) LA STELE DI AULO FELUSCO (FIGLIO DI TUSSIDIO E DI PAPANIA . MI HA DONATO FIRMINIO PHERSNAXS (PERUGINO).

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Panicaglia, San Giovanni Maggiore, il campanile ottagonale proto-romanico, costruito sulla base di una torre quadrata longobarda o romana (tardo imperiale)

Come abbiamo già detto la base del campanile di San Giovanni Maggiore presenta delle caratteristiche longobarde, ma non è assolutamente escludibile che lo stesso possa essere una torre, facente parte di un fortilizio Romano (tardo imperiale), Ora che tutta la zona fosse territorio etrusco (forse, in precedenza, lo era stato dei Liguri Magelli) la cosa è indubbia. E’ probabile quindi che per costruire il fortilizio o la torre (campanile di San Giovanni) venissero usate le pietre di qualche tempio (non è da escludere che San Giovanni Maggiore sorgesse su un tempio etrusco), oppure dalla distruzione di una tomba adiacente al tempio o nelle vicinanze. Ciò che si nota chiaramente in questa epigrafe (?) è una A iniziale con accanto una spirale, poi altre lettere, forse una FH (V), una L (?), una S (?). E’ molto difficile trarne una conclusione. I graffiti su un masso del campanile di San Giovanni maggiore fanno dunque parte di un’epigrafe etrusca? Può darsi di si ma per il momento dobbiamo aspettare altre conferme, che, io penso (sono fiducioso) che arriveranno.
(*) Nelle Basiliche romane, che generalmente surgevano sul Foro, vi si esercitava la giustizia, non avevano quindi funzione di culto.
(**) L’antroponimo ‘Lucer’ potrebbe essere indiziato di aver originato il toponimo Luco (vedi Luco di Mugello)

Paolo Campidori, Copyright

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LA STORIA DEL CAMPANILE DI SAN GIOVANNI MAGGIORE -CAMPANILE DELLA PIEVE DI SAN GIOVANNI MAGGIORE: ROMANICO O ROMANO?

E’ indubbio che il campanile della Pieve di San Giovanni Maggiore eserciti un grande fascino su chi l’osserva per la prima volta, ma non solo. La base massiccia e quadrata della torre con piccolissime aperture ti da più l’impressione di un qualcosa di difensivo, di un “castellum” appunto. La torre poi con la sua forma ottagonale, forma non casuale ma strategica, con i muri spessissimi, e con le aperture a diversi livelli e sui diversi lati, ti dà l’impressione che dovesse servire, agli uomini del castellum per ripararsi dietro le monofore e a sua volta poter “offendere” con frecce o altro. Ma cerchiamo di “leggere” questa importante opera d’arte, anche attraverso l’apporto prezioso degli studiosi che se ne sono occupati di recente e nel passato.
Niccolai, Guida del Mugello pag. 461
Ma la cosa artisticamente forse più interessante della Pieve è l’architettura primitiva dell’alto campanile poligonale risalente al 1000 e in cui si vorrebbero, dopo il progetto dell’architetto Castellucci, riaprire le molte leggerissime finestrine delle facciate.
Adesso il campanile non risulta molto alto. Probabilmente il terremoto del 1919 lo danneggiò seriamente.Bisogna tener conto che  Il Niccolai pubblicò il libro  nel 1914, cinque anni prima dell’evento disastroso.
Daniele Negri, Chiese Romaniche in Toscana, pag. 264
La torre campanaria , impostata su base quadrata, è costruita in aderenza al fianco sinistro, verso la parte absidale: a paramento in bozze di arenaria nella parte basamentale, si eleva su pianta ottagona all’altezza della falda di copertura della chiesa, interamente in laterizio (non è affatto vero ndr), interessata da tre ordini sovrapposti di semplicissime nonofore di grandezza progressivamente crescente (la fattura ed il materiale la rendono analoga alla vicina torre delle pieve di Borgo San Lorenzo)….I caratteri superstiti di S. Giovanni evidenziano, soprattutto nella torre poligonale in cotto, influenze di influssi stilistici di provenienza padana (c’è da notare a questo riguardo che la chiesa sorge sulla faentina, che anche in passato non doveva avere un tracciato troppo diverso dall’attuale).
Qui ci sono proprio dei rilievi grossi da fare a questo studioso. Non è vero che il campanile, esclusa la base in bozze di arenaria, sia stato costruito completamente in laterizio, come il campanile di Borgo San Lorenzo. L’informazione è completamente prima di fondamento. La torre ottagona, come la base, del resto, è tutta costruita in bozze di arenaria; solo la parte destra superiore e il coronamento sono stati rifatti, o per meglio dire restaurati, in laterizio, forse in seguito al terremoto che colpì duramente il Mugello nel 1919. Per quanto riguarda l’ubicazione sulla strada faentina, c’è da osservare che la strada antica passava dalla località Villa Magnani, superava il passo dell’Appennino a Ovest di Casaglia, e nel suo percorso oltreappenninico doveva toccare  le chiese di San Lorenzo a Bignano, Santa Maria a Riocesare (che poi darà il nome alla Badia di Susinana, detta anche di Rio Cesare, situata non sul torrente Riocesare bensì sul Senio), Sant’Andrea al Misileo, Pieve di Santa Maria a Susinana, entrando infine nel territorio di Modigliana e Faenza.
Marco Pinelli, Romanico in Mugello e in Val di Sieve, p. 40
Sopravvive soprattutto (della struttura romanica ndr), piuttosto ben conservato, lo splendido campanile poligonale, che costituisce un’evoluzione del modello più antico delle torri campanarie ravennati a sezione cilindrica, forse attraverso la mediazione di esempi quale il campanile ottagonale della chiesa di Santa Maria ad Nives a Faenza, databile genericamente ai secoli X-XI, ma che trova interessanti riscontri anche nel campanile di Badia a Settimo, a ovest di Firenze, e in un gruppo di campanili umbri. E’ possibile, quindi, che questi edifici siano stati costruiti da maestranze settentrionali giunte in Mugello percorrendo uno dei vari tracciati stradali che collegavano questa zona della toscana settentrionale con l’oltrappennino e che vi introdussero modi ed elementi atti ad articolare la massa muraria, a scandirla ritmicamente e a dotarla di suggestivi contrasti di luce ed ombra, secondo i dettami della cultura romanica padana.
Penso che lo studioso si riferisca alla chiesa di Santa Maria Vecchia, già detta “foris portam”. Questa chiesa fu eretta dai Benedettini neri di Santa Maria foris portam nel sec. IX, utilizzando materiali residui più antichi, anche romani.
Carlo Calzolari – Chiesa fiorentina, pag. 243
La torre campanaria è l’unico avanzo della primitiva costruzione; su di un muro a pianta quadrata in blocchi di arenaria, si eleva con pietre aggettanti agli angoli interni, una costruzione ottagona. All’esterno della torre furono chiuse quasi tutte le aperture e tolto l’originario coronamento che forse era merlato.
Ritengo abbastanza fondata l’idea che il coronamento  della torre o campanile fosse merlato, di ciò ne parlerò in seguito
Tebaldo Lorini – Immagini del Mugello 1900-1930 pag. 132
Una cartolina degli anni seguenti il 1922 illustra la chiesa di San Giovanni Maggiore a Panicaglia, dopo il restaro del 1922.
Va il merito a questo ricercatore, di aver pubblicato un libro d fotografie del Mugello e di  aver inserito la foto della chiesa con il campanile, dopo il restauro del 1922
M. Becattini – A. Granchi – Alto Mugello, Mugello, Val di Sieve pag. 64
Un interessante campanile dell’XI secolo a sezione ottagona, impostato su un basamento quadrato, si  erge a lato del fianco sinistro della chiesa; tre ordini di monofore di dimensioni crescenti si aprono sui lati.
C. Amerighi – Mugello e Val di Sieve pag. 27
La prima cosa che colpisce è il campanile poligonale, a tre ordini di monofore, risalente al Mille circa
SALMI M. – Architettura romanica in Mugello (Riportato da Pinelli in Romanico in Mugello e Val di Sieve pag. 162)
La torre campanaria fu osservata dal Salmi prima del restauro che la riportò alle linee originarie; essa appariva , come risulta da una foto d’epoca, parzialmente intonacata e con alcune delle sue monofore occluse. Lo stesso Salmi esprime il parere che il campanile avesse, in origine, un coronamento merlato; inoltre lo colloca cronologicamente al secolo XI, sulla base dell’aspetto del paramento e sulla composizione in più cunei degli archivolti delle monofore. Quindi afferma che, poco dopo, dovette venir eseguito il raccordo tra torre ottagona e la sua base quadrata. Infine il Salmi ricorda che tale forma di torre campanaria è rarissima i n Toscana e trova riscontro solo in quello della chiesa dei Santi Gervasio e Protasio, nei dintorni di Firenze. Successivamente lo stesso Salmi ebbe a dire che il campanile di San Giovanni Maggiore è “elevato con la semplicità e la grandiosità di una torre romana”.
Quanto afferma il Salmi in questa ultima frase è quanto mai interessante. Forse il Salmi è l’unico studioso ad aver avuto questo geniale intuito  di accostare il campanile della Pieve di San Giovanni Maggiore, con quello di una torre romana, e non “romanica”. Certo se noi prendiamo ad esempio le “Torri Palatine” che costituivano la “porta principalis dextera” delle mura della città augustea di Torino, noi ci rendiamo conto che le affinità fra le due torri e la torre della Pieve di San Giovanni sono impressionanti. Possiamo anche renderci conto come poteva essere in origine la “torre” della Pieve di San Giovanni Maggiore con il coronamento merlato, come suppone il Salmi e il Calzolari. Non dobbiamo dimenticare che proprio qui a San Giovanni Maggiore, come riferisce il Niccolai, poco dopo il declino dell’Impero Romano, nel sec. VI almeno “abbiamo memoria di un Castellum che quivi esisteva, anteriore a quelli di Pulicciano e di Ronta (Niccolai, Guida del Mugello, pag 462)
Salvini e Von Borsig (da Pinelli)
Il campanile unico resto dell’antica Pieve, rappresenta uno sviluppo in Toscana dei campanili circolari ravennati e pongono l’accento sul suo carattere preromanico, dati il risalto delle messe levigate e la mancanza di una rigorosa struttura, tipica dell’architettura romanica (Salvini R. – Von Borsig  T: , Toskana, Munchen 1973). Gli stessi sostengono che la pieve fu completamente riedificata  nella prima metà del XIX secolo, ma ciò non trova il supporto di nessuna fonte.
Anche questi due studiosi pongono l’accento sul carattere preromanico, che condivido ampiamente. Mi sembra anche giusta la supposizione che la chiesa sia stata completamente riedificata nel sec. XIX. Il Calzolari, in Chiesa Fiorentina, pag 243, afferma che: “La chiesa quale oggi si presenta, è frutto di numerosi restauri e ricostruzioni; nella prima metà dello scorso secolo fu ridotta (trasformata ndr) a tre navate, abbellita di piastrelle di maiolica”.
Paolo Campidori
(Copyright P. Campidori)