Mese: settembre 2017

ETRUSCO=UOMO RASATO – ARTICOLO DI MASSIMO PITTAU

 

ETRUSCO=UOMO RASATO – ARTICOLO DI MASSIMO PITTAU

Ricevo questo articolo dall’amico Prof. Massimo Pittau, uno dei massimni linguisti storici ed etruscologo a livello mondiale, relativo alla traduzione dell’etnico Rhasena=Uomo rasato, da me proposta tempo fa e sottoposta all’attenzione dello stesso glottologo , esperto in lingua etrusca. Colgo l’occasione ringraziare e salutare il Prof. Pittau, già docente e Rettore universitario, autore di una cin quantina di libri sulla lingua etrusca, fra questi anche un completissimo Vocabolario della Lingua Etrusca.
Rhasénna = Etrusco

La famosa notazione di Dionigi di Alicarnasso (Antichità Romane I, 30, 3), secondo cui gli Etruschi chiamavano se stessi Rhasénna (però da interpretarsi al singolare) va senz’altro accettata come esatta per la ragione che essa vien confermata da cinque forti prove di carattere linguistico.

idolo del peglio
I) L’etnico Rhasénna trova riscontro nei seguenti toponimi della Toscana: Rasiniano (TVSL 60), Rasinano (TVS 62), Ràssina, Rassinaja (TVA 44), Rasignano (TTM 127), Rasina (TTM 34), Resignano (TTM 128), Ressiano (TTM 128).
II) Il suffisso –enna trova un esatto riscontro in toponimi toscani e italiani che sono di sicura origine etrusca: Arenna (TTM 7) Argenna (TTM 7), Argomenna (TVA 20), Brenna (TTM 11), Caetenna (TTM 13), Caprenna (TVA 26), Clarenna (TTM 16), Caucenna (TTM 16), Lusenna (TTM 26), Mecenna (TTM 26), Nesenna (TTM 29), Pantenna (TVA 41), Percenna (TTM 31), Rufenna (TTM 35), Serpenna (TTM 39), Socenna (TTM 39), Spantenna (TTM 39), Sperenna (TTM 40), Vecenna (TTM 45), Versenna (TTM 46), Vetlenna (TTM 47) e inoltre negli etr.-lat. Anna Perenna, Porsenna, Porta Ratumenna, Ravenna, Clavenna (Chiavenna, Sondrio). Considerato poi che il suffisso –enna corrisponde sicuramente all’altro –ena (LLE, norme 5, 6) i toponimi della Toscana potrebbero essere raddoppiati di numero.
III) L’etnico Rhasénna trova un esatto riscontro in vocaboli etruschi presenti in altrettante iscrizioni: Raśna, Raśnal, Raśne, Raśneś, Rasna, Rasnal, Rasnas, Rasneas, Reinsnal, Reisnei, Resna, Resnasa.
Si tratta di antroponimi (cfr. gentilizi lat. Rasen(n)ius, Resen(n)ius; RNG) oppure di un aggettivo che riferito al sostantivo Meθlum o Meχlum «Lega, Federazione, Confederazione» significa «Federazione Rasennia o Etrusca», «Stato Rasennio o Etrusco» e finendo con l’avere anche il significato generico di «statale, pubblico».
IV) Il recente etnico lat. Tuscus compare una sola volta in una sola iscrizione etrusca: Θuśce (TLE 401).
V) L’altro recente etnico lat. Etruscus non compare mai.

II
La precedente notazione di carattere linguistico ha tutto il valore della certezza scientifica. Ma si presenta ora un’altra questione sempre di carattere linguistico, per la quale io oso prospettare una conclusione solamente plausibile o verosimile: quale era l’esatto significato originario dell’etnico Rhasénna? La risposta a questa domanda mi era stata prospettata qualche anno or sono dal mio amico Paolo Campidori, toscano del Mugello, appassionato di storia della sua terra: Rhasénna significherebbe «(uomo o guerriero) rasato».
A me non risulta che fino al presente qualche linguista abbia approfondito il problema dell’esatto significato di Rhasénna e pertanto, almeno in linea generale, dico che ritengo questa proposta del Campidori come “accettabile”, dato che finora non ne è stata presentata alcun’altra. Io infatti, come glottologo o linguista storico, mi sono sempre ispirato al criterio metodologico, secondo cui «è molto meglio una ipotesi azzardata, che nessuna ipotesi; infatti, da una ipotesi azzardata – che alla fine potrebbe anche risultare errata – prospettata da un linguista, potrà in seguito scaturire una ipotesi migliore e addirittura quella vincente, prospettata da un linguista successivo».
Questo dico in termini generali relativamente alla proposta del Campidori; rispetto alla quale però, a mio avviso, intervengono tre considerazioni che ottengono l’effetto di farla apparire “accettabile”, per il fatto che è “plausibile” o “verosimile. E a questa tesi pertanto aggiungo oggi le seguenti argomentazioni linguistiche. 
1) Il verbo latino radere, participio rasus, è fino al presente privo di etimologia (DELL, DELI) e, come capita spesso in casi simili, è probabile che sia entrato nella lingua latina derivando proprio da quella etrusca.
2) Per gli abitanti delle odierne nazioni di civiltà avanzata l’avere un uomo la barba più o meno lunga, oppure più o meno rasata e variamente disposta è una questione del tutto indifferente e nessuno si mette in proposito alcun problema né alcuna domanda. Invece per tutti i popoli antichi e anche per quelli moderni, ma di civiltà meno avanzata, l’avere la barba del tutto incolta o l’averla del tutto rasata oppure rasata in un certo modo oppure in un altro, aveva ed ha una sua importanza, per il motivo che toccava e tocca credenze antropo-sociologiche ed insieme religiose, dalle quale si guardavano e si guardano bene di derogare. Ad esempio, in generale avevano la barba lunga ed incolta i rappresentanti del ceto sacerdotale. Ciò premesso dico che, avendo osservato con attenzione tutte le immagini di uomini etruschi che ci sono rimaste, ho constatato che per la immensa maggioranza i maschi hanno o la barba completamente rasata, oppure hanno la barba lunga, ma coltivata con cura a forma di “pizzo”.
Ovviamente mi si obietterà che sarebbe piuttosto difficile comprendere il motivo per cui un intero popolo tenesse molto a definirsi e chiamarsi dal modo in cui i maschi si rasavano del tutto la barba oppure la coltivassero in un certo modo.
Ma io risponderei che poteva trattarsi di un vanto degli Etruschi rispetto agli altri popoli coevi che avevano usi differenti. Poteva trattarsi di una vanteria di questo tipo: «Noi siamo civili e raffinati, perché ci rasiamo la barba, voi siete incivili e rozzi perché non vi rasate e siete “barboni”».

Bibliografia
DELL Ernout A. – Meillet A., Dictionnaire Étymologique de la Langue Latine, Paris 1985.
DELI Cortelazzo M. – Zolli P., Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, Bologna, I-V, 1979-1988; II ediz. 1999).
LLE Pittau M., Lessico della Lingua Etrusca – appellativi antroponimi toponimi, Roma, Società Editrice Romana, 2012.
TCL Pittau M., Tabula Cortonensis – Lamine di Pirgi e altri testi etruschi tradotti e commentati, Sassari 2000 (Libreria Koinè).
TLE Pallottino M., Testimonia Linguae Etruscae, Firenze 1954, I ediz., II ediz. 1968.
TTM Pieri S., Toponomastica della Toscana meridionale (valli della Fiora, dell’Ombrone, della Cècina e fiumi minori) e dell’Arcipelago toscano, Siena 1969 («Accademia Senese degli Intronati»).
TVA Pieri S., Toponomastica della valle dell’Arno, in Atti della «R. Accademia dei Lincei», appendice al vol. XXVII, 1918, Roma (1919).
TVSL Pieri S., Toponomastica delle Valli del Serchio e della Lima, “Accademia Lucchese di Scienze Lettere e Arti”, Lucca 2008.

SULLA CIMA DEL MONTE GIOVI FRA PONTASSIEVE E VICCHIO DI MUGELLO

SULLA CIMA DEL MONTE GIOVI FRA PONTASSIEVE E VICCHIO DI MUGELLO

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Particolare del basamento della capanna villanoviano-etrusca (?) sulla cima del Monte Giovi fra Pontassieve e Vicchio di Mugello (Firenze)

Ed eccoci quassù sulla cima del Monte Giovi, a 992 mt sul livello del mare. E’ un posto magico, e da quassù si gode la vista a 360° di buona parte della Toscana. Oggi, 27 settembre 2017 c’è un po’ di nebbiolina, ma comunque c’è sufficiente visibilità per scorgere la vallate del Mugello e i monti che stanno ad Ovest e intorno  al Giovi. E’ un posto magico, ma anche storico. Quassù sulla vetta c’è sempre stata vita, a partire dagli Etruschi, e anche prima. Poi il nome Monte Giovi, il monte dedicato e una delle divinità maggiori: Tinia per gli etruschi e Jovis per i Romani. Per arrivare quassù da Firenze bisogna farne di strada. Dopo aver attraversato il fiume Sieve, si incontrano dei bei paesini antichi: Colognole, Vicoferaldi, che è un borgo medievale, la cui lunga storia la leggi sulle pietre dei muri delle case.

scritta su sasso rit.

Un masso con vari simboli incomprensibili e lettere alfabetiche sulla cima del Monte Giovi

La strada buona finisce qui a Vicoferaldi  ed inzia la strada sterrata, con molti sassi che emergono dal suolo. E’ una vera sofferenza percorrerla, e dopo una mezz’oretta si arriva alla Botteghina del Monte Giovi, una vera e propria oasi in questo silenzio ancestrale.  Si percorre ancora per un paio di chilometri e si arriva al cippo che ricorda un perido molto triste della nostra storia: la seconda guerra mondiale, e la ‘Resistenza’. Qui bisogna lasciare l’auto e percorrere un sentiero in salita, molto ripido,  per circa un Km e mezzo. Infine si arriva sulla cima a 992 mt. Quassù c’è un ‘fazzoletto’ di terra spianato dal quale si gode un spettacolo unico, indimenticabile.

macina rudimentale rit

Un manufatto lapideo che farebbe pensare ad un piccolo mortaio molto rudimentale (sulla cima del Giovi)

Il silenzio è interrotto solo dal lieve fruscio del vento che striscia fra i rami e le foglie dei castagni. Per un momento ti sembra ritornare indietro nel tempo fino al tempo in cui quassù intorno a  questa cima ci doveva essere un villaggio, forse etrusco, e probabilmente un tempio dedicato a Giove (Tinia per gli etruschi). Ma siamo nel campo delle supposizioni. Gli scavi finora condotti dalla Soprintendenza,  non hanno portato a scoperte eclatanti: frammenti di coccio, punte di frecce, ma niente che possa far pensare all’esistenza di un’edificio: una fortezza, un tempio etc. Eppure quassù, su questa spianata ci doveva essere qualcosa: un tempio, una fortezza, una torre….Chissà? 

fondamenta di una capanna etrusca rit

Le fondamenta ovaleggianti di una capanna del periodo villanoviano-etrusco  (?), riutilizzata in tempi successivi, anche recenti. 

Per quanto mi concerne ho trovato vari graffiti: uno addirittura che sembrerebbe una scritta con una ‘E’ rovesciata alla maniera etrusca, e poi piccoli manufatti, una macina rudimentale, etc. Ma la cosa che mi è parsa più interessante, sono i fondamenti, in forma ovaleggiante, che farebbero pensare ad una capanna del periodo etrusco. Infatti,  la tecnica costruttiva è tipica delle capanne etrusche fatte cioè di un piccolo alzato in muratura, e la parte superiore  della stessa costruita con pali e le pareti con rami e fango mischiati.

Paolo Campidori,  Copyright

“Dossier Cultura” http://www.culturamugellana.com

 

DA CORTONA (AREZZO) AL PEGLIO (FIRENZUOLA), PER LA VIA ETRUSCA, IN COMPAGNIA DI CULSANS,TINIA ED ALTRI DEI ETRUSCHI

DA CORTONA (AREZZO) AL PEGLIO (FIRENZUOLA), PER LA VIA ETRUSCA, IN COMPAGNIA DI CULSANS, TINIA ED ALTRI DEI ETRUSCHI

LAMINA DEDICA DIO CULSANS DA FIRENZUOLA copia

Tavoletta in bronzo con dedica ritrovata a Firenzuola (Firenze)

Esistono pochissime testimonianze relative al culto della divinità  etrusca Culsans, alla quale si facevano offerte, come testimoniano un paio di epigrafi. Una di queste si trova incisa su una statuetta di bronzo, del periodo ellenistico, ritrovata a Cortona (Arezzo); l’altra incisa su una lamina di bronzo,  ritrovata a Firenzuola (Firenze), è anch’essa conservata a Cortona. L’origine del nome ‘Culs’ (porta?) sarebbe da connettere con diverse testimonianze linguistiche mediterranee, in particolari modo con l’antico babilonese ‘kullā» (lasciar fuori) e con l’ebraico ‘ kalû’ (chiudere) .

Cortona il dio Culsans con scritta siulla gamba

Bronzetto con iscrizione votiva raffigurante la divinità etrusca Culsans

Il bronzetto di Cortona raffigura questo dio con la testa bifronte, imberbe,  nudo (indossa solo i calzari) e in testa porta un copricapo di pelle animale (di una fiera). Purtroppo l’attributo che il dio teneva nella mano destra, forse una chiave, è andato perduto. Al collo indossa un collana, cosiddetta ‘torques’. Il braccio sinistro è piegato e appoggiato al fianco sinistro e, più in basso, sulla coscia sinistra, corre verticalmente una scritta: “V Cuinti Arntias Culsansl alpan turce” che significherebbe “V(elia) Quintia (figlia) di Aruntia ha dato in dono a Culsans” .

La lamina bronzea di Firenzuola porta incisa la seguente dedica: “Culsans E:Prethnsa” (Dedicato o donato a Culsans, segue nome donatore?). Come abbiano potuto constatare le origini del nome del dio Culsans, deriverebbero dal babilonese e dall’ebraico e significherebbero ‘chiudere’, “lasciar fuori”, cosa che farebbe pensare ad una porta, come hanno ipotizzato alcuni studiosi. Quindi Culsans sarebbe il dio della porta (di una casa, di una città, e forse di un confine?).

idolo del peglio

Idoletto in bronzo raffigurante Tinia (Zeus) ritrovato al Peglio di Firenzuola

Il fatto che il nume Culsans sia il corrispondente iconografico del dio romano Ianus latino (‘janua’=porta) è cosa probabile, ma si distingue da quest’ultimo per l’assenza della barba e per i lineamenti giovanili. Tuttavia  l’origine di immagine con doppio volto è molto antica e risale al culto Mesopotamico, mentre la statuetta di Cortona è abbastanza recente e risale al periodo ellenizzante (IV-III sec. a.C.).

Come al solito ci domandiamo come mai dei reperti così importanti come l’dolo bronzeo di Tinia, ritrovato al Peglio di Firenzuola ed anche la targhetta in bronzo con dedica a Culsans, ritrovata a Firenzuola, suppongo anche questa ritrovata nella zona del Peglio, siano finiti nel Museo di Cortona. Il museo cortonese non fornisce informazioni storiche ma pochi e semplici ragguagli identificativi.

Sappiamo invece che nella zona del Peglio di Firenzuola, esistevano, fino a non molto tempo fa i “fuochi di legno”, una definizione popolare dei ‘vulcanelli’ di gas metano che sprigionavano dei “fuochi fatui”, per un fenomeno naturale dovuto al ‘contatto’ di questo gas con l’acqua piovana. Sappiamo inoltre che gli Etruschi erano molto religiosi e scaramantici, essi equiparavano  questi fuocherelli magici, a fenomeni sovrannaturali.

La strada etrusca proveniente da Arezzo, Chiusi, Cortona valicava il Passo di Castel Guerrino, e, attraverso “Le Valli”, passava per il Peglio, luogo in cui si sprigionavano questi fenomeni naturali. Per imbonirsi gli dei e per ottenere la loro protezione, i viandanti etruschi gettavano nelle fenditure delle balze del Peglio, idoli, targhette, con dediche e invocazioni ai loro numi tutelari. Può darsi che nella zona esistesse pure un tempietto e un tabernacoletto, ma di questo non abbiamo nessuna notizia. E’ invece certo, e i ritrovamenti degli idoli, ce lo confermano che la strada etrusca,  dall’Etruria meridionale  passava proprio da quelle parti, e raggiungeva il Sasso di San Zanobi, per poi dirigersi verso l’Emilia-Romagna.

Paolo Campidori, Copyright

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Bibliografia:

Giovanni Semerano – Il popolo che sconfisse la morte – Gli etruschi e la loro lingua – Bruno Mondadori Editore, 2003

Massimo Pittau – Testi etruschi – Bulzoni Editore, 1990

Mauro Cristofani – Dizionario illustrato della civiltà etrusca – Giunti, firenze 1999

Mauro Cristofani – Etruschi – Una nuova immagine, Giunti 2006

MURA CICLOPICHE, SPESSE FINO A DUE METRI, NASCONDEVANO UN VILLAGGIO VILLANOVIANO ED UN TEMPIO (O TOMBA PRINCIPESCA)?

MURA CICLOPICHE, SPESSE FINO A DUE METRI, NASCONDEVANO UN VILLAGGIO VILLANOVIANO ED UN TEMPIO (O TOMBA PRINCIPESCA)?

Sono ormai già alcuni anni che conduco le mie ricerche sul Montesenario, alla scoperta di tracce villanoviano-etrusche. Dapprima i miei interessi si sono ‘focalizzati’ sulle strade che salivano il monte, che era un po’ il crocevia di antichissimi abitati. Queste prime ricerche, piano piano,  mi hanno portato ad intuire che il Montesenario, per la sua posizione di dominio a 360° su Firenze, Fiesole, la Valle del Carza ed il Mugello, doveva essere sede di una fortezza, di un tempio e forse di un villaggio, a partire dal periodo villanoviano-etrusco del X-IX sec. a.C. Queste mie supposizioni sono state poi suffragate dal ritrovamento di una epigrafe, proprio nelle vicinanze del Santuario dei Servi di Maria. L’epigrafe era solo un frammento di una scritta più lunga e sulla quale erano incise due pargolette: “NI (MI) CANA”, oppure, “MI THANA” (Nel primo caso “Io sono l’effigie di…”, nel secondo: “Io sono Thana (Tanaquilla)”. Questa è stata la “prova regina” che sul Monte Senario, monte ricco di sorgenti, vi era stata la presenza degli Etruschi.

scritta Montesenario

Ho proceduto con le ricerche, e dall’epigrafe ho iniziato a fare ricerche sulle muraglie  che circondavano il Santuario di Montesenario. Con mia grossa sorpresa, ma anche con soddisfazione, mi sono reso conto che esistevano due tipi di queste: una più recente, forse di epoca medievale, incede dei pezzi di muraglie molto antiche, che arrivavano o superavano i due metri di spessore, indicavano chiaramente la presenza sul luogo di popolazioni risalenti al primo periodo villanoviano. Vedi foto sotto:

MURAGLIE CICLOPICHE.jpg

SPESSORE MURA.jpg

Tutto ciò mi confermava l’ipotesi che io avevo da sempre fatto che sul Monte Senario esistesse un Santuario Etrusco o meglio Villanoviano-Etrusco. Le mie ricerche si sono spostate nel settore Montesenario Ovest, verso Buonsollazzo, dove ho avuto la fortuna di trovare graffiti sui sassi moltissimi simboli: ometti (tipici del periodo villanoviano), fremette, puntini, ed altre raffigurazioni. Seguendo queste indicazioni simboliche, piano piano, mi sono portato nella zona Est, che guarda Polcanto. Qui come ho già scritto ho identificato un Masso, al quale la credenza popolare non dava nessuna importanza, credendo si trattasse di masso naturale (detto Masso del Fuso), che io invece ho subito identificato come una sacello religioso oppure una tomba principesca, risalente al XII-IX sec. a.C. Casa aborigena insieme.jpg

Queste, in sintesi sono i frutti delle mie ricerche nel territorio di Montesenario, ricerche che, a dir la verità sono state molto fortunate, avendo io, da solo, senza alcuna collaborazione, ricostruito un po’ la storia  dal II Millennio a..C.  porta fino VII-VI sec. a.C. Per me è stato un piacere ed un onore, e spero, che altri vorranno portare avanti queste ricerche, augurando loro altrettanta fortuna!

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UNA SCOPERTA DAVVERO IMPORTANTE: A MONTESENARIO HO RITROVATO UN BELLISSIMO MEGALITO (DOLMEN) CHE HO BATTEZZATO CON IL NOME: “LA CASA DELLA PRINCIPESSA”

UNA SCOPERTA DAVVERO IMPORTANTE: A MONTESENARIO HO RITROVATO UN BELLISSIMO MEGALITO (DOLMEN) CHE HO BATTEZZATO CON IL NOME: “LA CASA DELLA PRINCIPESSA”

Menhr della chiocciola

La straordinaria bellezza di questo edificio megalitico, composto da un lungo ambulacro coperto, terminante in una cella sormontata da una cupola a forma di chiocciola

Che tutta la montagna dell’Appennino Tosco-Emiliano-Romagnolo  fino comprendere  i nostri monti in prossimità  di Firenze fossero ‘antropizzati’ (popolati) da popolazioni ‘indigene già  a partire dal XII secolo (e oltre) è cosa risaputa, e, molte sono le ‘risultanze’ trovate fino ad oggi che ce lo confermano.
In modo particolare verso il II Millennio a.C. si ha, non dico la matematica sicurezza, ma almeno la  consapevolezza acquisita   di popolazioni appenniniche definite genericamente ‘primitive’ che vivevano allo stato primordiale nelle grotte, più¹ o meno artificiali dell’Appennino, costituendo così la popolazione Appenninica, definita genericamente ‘primordiale’, se non addirittura additate con nomi specifici che si rifanno ad altre civiltà .

Casa troglodita interno

L’interno della cella, e della copertura sorretta da grandi lastroni e da una specie di colonna dalle forme  rotondeggianti
Tale è il caso dei Ligures Magelli che, secondo Strabone o Dionigi di Alicarnasso abitarono i monti sulla destra dell’Arno. Alla cultura Ligure (o Celtica), sembra che si soprapponesse, successivamente, la cultura Villanoviano-Etrusca, durante tutto l’arco di tempo del I Millennio a.C. Ho l’impressione, ma non la certezza assoluta, che queste genti (autoctone), appartenessero a culture fluviali, che usavano i fiumi per lavorare i loro utensili, esercitare la caccia e la pesca, ma che, tuttavia, abitassero in alto sui monti, dove probabilmente esercitavano attività  la caccia, l’allevamento, la pastorizia, etc.
Una civiltà  quindi dal doppio aspetto abitativo: uno fluviale (temporale), forse invernale ed uno montano (estivo).

Segni rujpestri

Graffiti rupestri ritrovati dentro la cella raffiguranti personaggi umani stilizzati 

Queste culture (seminomadi) fluviali e allo stesso tempo montane seguivano, nel loro peregrinare la direzione dei fiumi, cioè da Nord-Sud e viceversa. Le stesse, risalivano i fiumi dell’Appennino Toso-Emiliano-Romagnolo del Santerno, della Diaterna, del Senio, dell’Idice,del Savena,  etc. , come abbiamo detto, per cacciare la selvaggina o effettuare la pesca lungo i fiumi e per praticare l’allevamento. Le loro abitazioni erano probabilmente fatte di capanne (per lo più di legna e frasche), oppure si servivano di ‘abituri’ ricavati nelle rocce (grotte). Sulla montagna, durante la stagione buona si svolgeva la loro vita , la vita di comunità , gli aggregamenti religiosi, come le feste in onore alle loro divinità.
Le grotte montane, servivano loro sia come rifugio contro il freddo e le intemperie, sia come difesa dalle bestie feroci, ma anche come depositi di armi, pelli, prodotti caseari, etc. . Tracce di vita primordiale sono state rilevate, tempo fa, anche in alcuni villaggi della Valle dell’Inferno, che si trova presso l’attuale Badia di Moscheta, in modo particolare nelle località  di Osteto, dove ancora si possono notare alcuni resti di queste primitive abitazioni inglobati nelle nuove  abitazioni. Altre realtà dello stesso genere l’ho io ritrovate presso in Mugello, principalmente nella zona pedemontana di Vicchio.

Casa troglodita colonna columen

Il menhir, un piastrone di forme rotondeggianti che ha la funzione di sorreggere la ‘cupola’ della cella

Tali abituri, formati da lastroni posti in pendio e sorretti lateralmente da grossi massi (pilastri) si trovano anche sui declivi del Monte Senario, che più volte ho avuto l’opportunità  di segnalare. Ma anche in altre occasioni ho avuto l’opportunità  di segnalare la presenza in loco della presenza di popolazioni villanoviane-etrusche in tutta quella zona, in modo particolare sul versante est che guarda Polcanto (Borgo San Lorenzo) e sul versante Ovest che guarda Buonsollazzo. Infatti, in tutta la zona sono presenti moltissimi segni (simboli) graffiti sui massi; si tratta di piccole croci, freccette, serie di punti che formano dei cerchi, lettere, e, numerosissimi ‘ometti’, in varie posture, simili a quelli che si trovano sulle urnette cinerarie a forma di casa del periodo Villanoviano, di Vulci e altri siti.

Masso facente parte del complesso ciclopico con angolatura.jpg

Uno dei grandi massi che facevano parte dell’edificio, con evidenti incastri, realizzati con tecniche utensili rudimentali
Ma tornando alla scoperta del megalite, un complesso litico, di grandi proporzioni, in parte distrutto e non si sa per quali ragioni, possiamo parlare di un ‘ritrovamento’ veramente importante, forse un tempio, forse una tomba risalente approssimativamente al XII secolo a.C.?Devo dire, per onor del vero, che questo complesso megalitico era segnalato nelle carte sentieristiche di quei luoghi come un masso naturalistico, al quale era stato dato il nome di “Masso del Fuso”, vale a dire come uno dei tanti massi ‘creati’ dalla natura, come potrebbero essere altri massi che si trovano nella zona o in zone come questa. Debbo dire con franchezza che non furono le carte sentieristiche del luogo a condurmi al “Masso del Fuso”, ma fu casualmente, percorrendo il sentiero che conduce a Polcanto, dove ero alla ricerca di graffiti, dei quali ho parlato sopra

Muro megalitico.jpg

Una sezione del muro ciclopico collegato con la cella

Ad un certo punto il sentiero biforcava sulla destra, e ad una cinquantina di metri c’era questo ‘manufatto’ gigantesco, formato da enormi pietre, lavorate grossolanamente. Mi resi conto di trovarmi davanti ad un grande ‘edificio’ costruito anticamente, composto da un lungo ambulacro fatto di lastroni di pietra e da una specie di ‘cappella’ con una cupola fatta di lastroni rotondeggianti, che assomigliavano al guscio di una chiocciola. Questa cupola, era sorretta da un enorme colonna litica (dolmen), il tutto di straordinaria bellezza. Lo chiamai subito la “Casa della Principessa”, poiché, un graffito (o forse un disegno naturale della pietra) mostrava una figurina di una giovane con una treccia che lanciava in aria una specie di palla.

La tanella di Pitagora

La “Tanella di Pitagora” a Cortona.

La bellezza del luogo, la posizione, la grandiosità dei manufatti, mi fecero pensare che ciò non fosse una abitazione, ma piuttosto un tempio, una tomba principesca o altro edificio a carattere religioso. Sono ritornato sul luogo e mi sono reso conto, anche dalle grosse pietre che componevano tale ‘manufatto’ che sono rotolate più in basso, che lo stesso potesse essere davvero una tomba principesca del periodo Villanoviano o precedente. Per quanto riguarda la parte centrale, un ambiente sovrastato da una specie di cupola rotonda fatta di grossi massi, mi sembra di poter azzardare una certa somiglianza con la Tanella di Pitagora di Cortona, anche se questa mi sembrerebbe appartenere ad un periodo più recente. Dai ritrovamenti archeologici fatti a Fiorenzuola, al Peglio, e un po’ in tutto l’Appennino Tosco-Emiliano-Romagnolo, cioè della presenza etrusca in tali luoghi (lo confermerebbero la statuetta bronzea del Peglio (*) e la targhetta con l’epigrafe di Culsans ritrovata a Fiorenzuola) che doveva esserci un trait-d’union, un fil-rouge importante che univa le popolazioni appenniniche accennate con quelle di Cortona. Ma questa è solo un’ipotesi.

(*) Guarda caso:  il bronzetto di Tinia ritrovato al Peglio (Fiorenzuola-Firenze) si trova conservato nel Museo di Cortona…!
Paolo Campidori, Copyright

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Fiesole,  21 settembre 2018

 

TARQUINIA: ISCRIZIONE DIPINTA SULLA PARETE DI UNA TOMBA ETRUSCA DEL II SEC. A.C. RICORDEREBBE (INDIRETTAMENTE) LA GUERRA PUNICA (OCCUPAZIONE DI CAPUA) DA PARTE DI ANNIBALE (211-216 a.C).COPYRIGHT

TARQUINIA: ISCRIZIONE DIPINTA SULLA PARETE DI UNA TOMBA ETRUSCA DEL II SEC. A.C. RICORDEREBBE (INDIRETTAMENTE) LA GUERRA PUNICA (OCCUPAZIONE DI CAPUA) DA PARTE DI ANNIBALE (211-216 a.C).COPYRIGHT

Iscrizione Tarquinia Annibale

Nel suo libro “Etruscan Life and Afterlife” pubblicato da Larissa Bonfante, la stessa precisa quanto segue: “An inscription in a tomb at Tarquinia mentions the partecipation of an Etruscan in the Punic wars in Italy: Felsnas Larth, who died at the age of 106, may have fought on the side of Hannibal (hannipaluscle)” (Trad.: “Una iscrizione in una tomba di Tarquinia menziona la partecipazione di un Etrusco alle guerre Puniche in Italia: Felsnas Larth, che morì all’età di 106 anni, potrebbe aver combattuto dalla parte di Annibale (hannipaluscle), forse nel 216 a.C.”.

Lasciando stare la storia delle guerre Puniche , di per sé molto complesse, e concentrandoci esclusivamente sull’epigrafe, possiamo dire quanto segue:
che l’iscrizione, ritrovata in una tomba a Tarquinia, pur essendo usurata dal tempo e dalle condizioni climatiche, essa è tuttavia ‘leggibilissima”: “FELSNAS LA LETHES SVALCE AVIL CVI MURCE CAPUE TLEXE HANIPALUSCLE”;

che la stessa, pur essendo ‘leggibile’ (decifrabile) è traducibile solo in parte.

La prima parte della iscrizione “FELSNAS LA LETHES SVALCE AVIL CVI” sembra non presentare particolari difficoltà: “LARIS FELSNAS (FIGLIO) DI LETHE VISSE 106 ANNI….” (Vedi: Enrico Benelli – Iscrizioni etrusche – Leggerle e capirle – SACI Edizioni 2007, pag. 76).

Il Pittau non si discosta sostanzialmente da questa traduzione: “LART O LARIS FELSIONIO (FIGLIO) DI LETIO VISSE ANNI 106” (Vedi: Massimo Pittau – Lessico della Lingua Etrusca – SER Editrice, 2016 – pag. 83 alla voce ‘Hanipaluscle’).

I problemi vengono nella seconda parte dell’iscrizione e cioè:

“MURCE CAPUE TLEXE HANIPALUSCLE”. Larissa Bonfante, come abbiamo già visto, propone, come traduzione, che: “Felsnas Larth, who died at the age of 106, MAY have fought on the side of Hannibal (Hanipaluscle), perhaps in 216 b.C” (Trad.: Felsnas Larth, che morì all’età di 106 anni. POTREBBE aver combattuto a fianco di Annibale). Dobbiamo riconoscere e dare il merito a questa studiosa di non ostentare tutta quella sicurezza che invece è palese in altri linguisti etruscologi. La Bonfante tuttavia evita di affrontare la traduzione di “MURCE CAPUE” e “TLEXE HANIPALUSCLE” .

Al riguardo, il Benelli (Op. cit.) con un pizzico di umiltà (che non guasta mai) dice in proposito: “….pur non potendo (‘io’ NdR) tradurre con precisione i due verbi ,’murce’ (al perfetto) e
‘tlexe’ (al perfetto passivo), gli altri due termini sono piuttosto chiari: ‘Capue’ è il nome di Capua…….. mentre non ipotizza la traduzione di ‘tlexe’.Pertanto il Benelli fornisce questa traduzione (parziale) definitiva, omettendo i significati di ‘murce’ e di “tleXe”: “LARIS FELSNAS (FIGLIO) DI LETHE VISSE 106 ANNI (MURCE) A CAPUA…., FU (TLEXE) DA ANNIBALE”. Forse, secondo la mia opinione, sarebbe lecito supporre che il Benelli pensava a questa traduzione? “Laris Felsnas (figlio di) Lethe visse 106 anni. Originario di Capua combattè a fianco di Annibale”? Se così fosse, il Benelli fornirebbe una traduzione dell’iscrizionbe simile a quella della Bonfante.

Pittau, nel suo libro “Lessico della lingua….etc.” (Op. cit.) fornisce una traduzione della seconda parte dell’epigrafe alquanto diversa:
“ (Lart o Laris Felsineo (figlio) di Letio/visse 106/abitò Capua/ resistette (?) all’esercito di Annibale”. Quindi per il Pittau, Laris Felsnas difese la città di Capua dall’invasore Annibale?

Chi ha ragione? la Bonfante (e il Benelli (?)) che ipotizza “Felsnas Larth…may fought on the side of Annibal” (Trad.: Felznas Larth….. ‘potrebbe’ aver combattuto a fianco di Annibale) ? Oppure il Pittau il quale ipotizza che “Lart Felsineo……resistette

(?) all’esercito di Annibale (quindi combattè contro Annibale?)

Ho voluto farvi “toccare con mano” quanto ancora l’etrusco, anche in una iscrizione, apparentemente ‘facile’ come questa, sia ancora ‘insidioso’, difficile da tradurre, per tutta una serie di ragioni, nonostante che i “super-ottimisti” si sforzino per farci credere che la lingua etrusca “NON E’ PIU’ UN MISTERO”

PAOLO CAMPIDORI, COPYRIGHT

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