ETRUSCOLOGIA E FILOSOFIA: “LE FALSE SICUREZZE”?

ETRUSCOLOGIA E FILOSOFIA: LE FALSE SICUREZZE II?
Chi sono i veri Etruschi e i veri Americani?

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Il ‘menhir’ identificato dal sottoscritto (Paolo Campidori) nella foresta demaniale di Montesenario (lato Polcanto (Firenze). Si tratta di un tempio megalitico, forse dedicato ad sole o Ishtar (la “stella del mattino”. E’ composto da un lungo ambulacro e di una cella coperta da un tetto a forma rotondeggiante a forma di carapace. Potrebbe trattarsi anche di un osservatorio astronomico oppure di una tomba di un Principe proto-villanoviano. L’edificio megalitico è stato distrutto in epoca imprecisata, ma restano intatte ancora alcune parti importanti dello stesso. 

Noi ci mettiamo davanti ad una branca importante del sapere umano, come, ad esempio, la filosofia, l’arte e le lingue orientali, ed anche l’etruscologia, disciplina di cui mi occupo, con una sicurezza disarmante, e, magari, abbiamo letto appena un libro, o ‘spilluzzicato’ qua e là, come si fa nella sala antipasti di un ristorante. Ma questo non è giusto e neppure è corretto. Studiare una disciplina come l’etruscologia è necessaria una vita intera. In etruscologia, poi, come in altre discipline, ad esempio la filosofia e l’etruscologia, non ci sono, per evidenti ragioni, ‘dogmi’ di fede (assolute).

In questo caso e, per questa ragione, etruscologia e filosofia viaggiano nella stessa direzione, cioè senza avere, almeno per il momento alcuna possibilità di ottenere la riprova dell’autenticità di determinate tesi. Anzi, è proprio il contrario. Mi diceva un famoso ‘Biblista’, parente di un mio parente, professore, esegeta biblico che (queste sono le sue testuali parole): “più si studia e meno se ne sa”. Io gli devo dare ragione a Mons. Fulvio Nardoni, un

eccellente traduttore del Vecchio e del Nuovo Testamento dai testi antichi e originali in greco antico, ebraico antico, aramaico, etc.

EPIGRAFE DECIFRATA

Questa è una delle numerose epigrafi da me ritrovate nella foresta demaniale di Montesenario, dove si trova il Convento dei Frati dell’Annunziata di Firenze, i Servi di Maria. L’epigrafe, molto rozza, è stata scritta secondo l’uso etrusco, da destra  verso sinistra ed è stata da me decifrata dopo lungo studio. Nell’epigrafe, di epoca tardo etrusca, forse II-I sec. a.C. ci sono scritte due paroline “M CANA” che significa “Io, sono la tomba di…(segue il nome che però è mancante)

Ostentare tanta sicurezza, mette anche noi (propugnatori di “falsi o dogmi”) in un luogo sicuro, coperto, riparato, e, se fosse possibile, anche ‘blindato’. Ma le cose non stanno così. A me, sinceramente, viene da ridere quando mi pongono certe domande come: “Chi erano gli Etrtuschi”;

ed io a questi rispondo e tu dimmi “Chi sono gli Italiani? Certamente l’arte e la vita quotidiana degli Italiani dell’anno 1000 non sarà la stessa di quella del periodo Rinascimentale e, neppure quest’ultima sarà la stessa di di quella del periodo che va sotto il nome di “Barocco” (1700 circa).

Lo stesso vale per gli Etruschi: l’arte, il pensiero, la religione, il “modus vivendi” degli etruschi saranno diversi a seconda dell’epoca alla quale ci si riferisce. Ci si lambicca il cervello sulla provenienza degli stessi. Una vera ‘utopia’ (e qui uso un ‘eufemismo’?) stabilire le provenienze degli stessi. Gli Etruschi sono sempre stati Etruschi, in qualsiasi epoca e provenienza li si voglia etichettare. Dire che gli etruschi sono ‘autoctoni’, o dire che gli stessi provengono da una qualsiasi

parte del mondo è un “non-sense” e non corrisponde a nessuna realtà.

Il Convento, demaniale, di Montesenario visto dallo spiazzato di Monte Ronzoli (il Monte Senario, è composto da due colli: il Monte Senario  (o Asinario) e Monte Ronzoli). Accanto una figura atrofizzata che rappresenta un ‘Orante’ proto-villanoviamo, da me ritrovata e identificata nel tempio-osservatorio astrale. Questo ci testimonia che il Monte Senario è sempre stato dall’antichità più remota un monte con Santuari, dedicato agli astri in epoca pagana e a Dio nell’età del Cristianesimo.

Fra le tesi che si rifanno all’origine etrusca (diverse e molte delle quali davvero fantasiose), mi sembra più ragionevole ‘abbracciare’ la tesi del grande capo-scuola Prof. Massimo Pallottino, il il quale ha formulato una ipotesi, quella della “formazione in loco”, cioè una civiltà che si è ‘contaminata’ (non in senso dispregiativo) con altri popoli, altre civiltà, nel corso dei secoli della loro vita.

Perché dico questo? Per una semplice ragione. Secondo voi qual’è l’origine degli americani U.S.A.? Si può rispondere a questa domanda nella maniera più veritiera possibile, e cioè che gli Indiani d’America, i famosi “pelle-rossa”, Sioux, Cheyenne, etc. sono il ceppo originario della Nazione denominata U.S.A; a questi, si sono aggiunti popoli venuti da altre nazioni (principalmente europee), i quali hanno colonizzato le terre che appartenevano agli Indiani (in questo contesto non ci interessa sapere come), hanno stabilito le loro abitazioni, si sono ‘fusi’ con le popolazioni locali. Lo stesso vale per gli Etruschi. Prendiamo come riferimento il Mugello, o meglio gli Etruschi Mugellani. Gli stessi sono originari di questi luoghi, ciò non toglie che abbiamo avuto apporti notevoli di popoli e di razze dai Liguri (la loro lingua ‘linguistica’ è molto antica), dal Celti, dai Romani, dai Bizantini, dai Longobardi, etc. etc.

MONTESENARIO BURIANA 8

Un santo-filosofo, un asceta ed anche un frate del Convento di Montesenario sopporta con “santa rassegnazione” (con filosofia, si direbbe oggi) i disagi della neve (freddo e malattie d’ogni genere…

Possiamo quindi dire in tutta tranquillità, senza offendere nessuno che gli Etruschi siamo noi Toscani (in modo particolare), ma anche Emiliani, e abitanti del Lazio settentrionale.  Allo stesso modo, ‘americani’ originari U.S.A sono  tutte le tribù di razza ‘pellerossa’ che hanno subito ‘contaminazioni’ durante il corso della loro storia.

 

PAOLO CAMPIDORI, COPYRIGHT http://www.culturaetrusca.blog paolocampidoriarte@gmail.com
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ETRUSCOLOGIA: LE “FALSE SICUREZZE” I
E’ tutto così nebuloso il panorama della storia Etrusca, anche se ci sono, è vero, dei “punti fissi”. Troppo difficile è parlare di un’etnia che ha un percorso storico di circa 10 secoli. Nessuno può avere delle certezze, in etruscologia; non possono esistere,almeno per il momento dei dogmi. La storia è “contro- versa” e nessuno, dico nessuno può con sicurezza assoluta (matematica o scientifica) affermare una cosa o un qualsiasi aspetto di questo popolo.

Si illude chi pensa di avere la “chiave di lettura” precisa, sicura, perché la scienza etrusca è una scienza in evoluzione, e, gli Etruschi pur possedendo una ‘base’, un’origine storica, che può essere più o meno discutibile, è stato ‘contaminato’ (nel senso più o meno buono) da mille altre culture, più o meno orientali. Anche la lingua, che è sempre stata un buon metro di valutazione per la conoscenza storica dei popoli antichi, è un miscuglio di lingue locali e di lingue europee e orientali.

E poi i periodo storico. A quale perido storico ci riferiamo? al IX sec. a.C.? al VI-V sec. a.C? al III sec. a.C. ? Noi non possiamo pensare, per fare un esempio che gli Italiani di oggi siano gli stessi dell’Anno Mille, o quelli del Rinascimento, o addirittura quelli del Risorgimento. Quando parilamo di Etruschi dobbiamo a) fare riferimento al periodo storico cui ci riferiamo b) al luogo, ovvero al territorio: gli Etruschi di Cerveteri, sono diversi da quelli di Volterra, oppure gli Etruschi di Chiusi sono diversi da qyelli di Felsina; c) a tutti gli altri aspetti, specifici per ogni città-stato dell’Etruria.

Gli Etruschi sono un popolo che è stato per tutto il tempo della loro esistenza ‘imparentato’ con altri popoli ed altre razze. Essi stessi si definivano una “mezcla”, cioè un ‘rimescolamento’ di popoli e di razze. Per esempio abbiamo finora parlato troppo poco dei Celti e dellepopolazioni nordiche che hanno invaso l’Etruria, abbiamo parlato troppo poco dei Cartaginesi, dei Sardi, delle popolazioni Italiche, prima del dominio Romano. Forse, conosciamo troppo poco anche del reale impatto con la Grecia antica.Senza parlare dei Villanoviani. Siamo sicurissimi che Villanoviani ed etruschi abbiano un’etnia comune?

Poi la lingua, un vero mistero, se non si affronta il problema nel verso giusto. L’Etrusco pur avendo come base ancestrale la lingua orientale e medio orientale, è un accozzaglia di lingue e dialetti, di gente proveniente da tutto il mondo (NB Ho detto “Tutto il mondo”, non solo quello ‘conosciuto). Insomma, come è giusto che esista una storia contro-versa degli Etruschi è anche vero e giusto che esista una contro- storia di qualsiasi “contro-storia”.

Insomma, tutto questo per dire, che la conoscenza degli Etruschi per il momento è frammentaria, incerta e ci sono ben poche sicurezze. Chi dice di avere in mano delle sicurezze assolute in fatto di Etruscologia, il più delle volte, sa di mentire. Non possiamo basare la nostra conoscenza della storia etrusca su un ‘coccetto’ che si trova sperduto in qualche vetrina di qualche museo italiano o straniero. “Ci vuole di più…molto di più…..

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LA VERA STORIA DI MONTESENARIO E DEL CONVENTO DEI SERVI DI MARIA – DI PAOLO CAMPIDORI

LA VERA STORIA DI MONTESENARIO E DEL CONVENTO DEI SERVI DI MARIA – DI PAOLO CAMPIDORI

LA STORIA DI MONTESENARIO

Spadino in bronzo

Lo spadino villanoviano-etrusco come si vede facente parte dell’arredo dell’ometto proto-villanoviano nel disegno che si trova nella cella del Santuario di  Montesenario, ritrovato da Paolo Campidori. Questo spadino-pugnale è comune anche ai Sardi del Neo-Litico (Vedi Pittau sull’argomento)

Montesenario è un luogo di culto e di preghiera. Qui vi abitano i Frati Serviti detti anche Servi di Maria, i quali salirono su questo Monte negli anni ’40 del Milleduecento. Erano frati dell’Annunziata e, per obbedienza, andarono a vivere su questo Monte ricco di storia Millenaria, sul quale avevano già vissuto genti del Neolitico, i Celti-Liguri, gli Etruschi, i Romani, poi la storia sembra finere. Esiste un enorme ‘buco’ storico che va dalla fine dell’Impero Romano fino al sec. VIII, secoli bui, drammatici, dominati dai Barbari di tutta Europa, in tutto circa tre secoli di dominio barbarico, che ebbe termine soltanto con la ‘chiamata’ dei Franchi da parte dei Papi verso la fine dell’IVI secolo d.C. Con i Franchi le cose andarono un pochino meglio, essi, dopo aver dominato con lotte sanguinose i Longobardi li vinsero e stipularono una specie di ‘concordato’ fra di loro.

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Epigrafe etrusca ritrovata da Paolo Campidori nei pressi del Convento di Montesenario con la scritta “MI CANA” oppure “MI THANA”. Entrambe alludono alla presenza di una tomba nelle vicinanze.

I Longobardi avrebbero riconosciuto come loro Re e come loro padroni i Lonbobardi, ed essi inoltre avrebbero ceduto terre, palazzi e castelli ai Franchi. I Franchi, pur di farsi incoronare come ‘padroni’ d’Europa dai Papi, fecero molte concessioni ai Papato e alla Curia di Roma, e questi privilegi interessarono anche i Vescovadi delle varie città Italiane, i quali beneficiarono di donazioni e legati. Fra queste donazioni rientra anche il poggio di Montesenario, il cui castello era ‘ridotto, dopo le guerre fra Franchi e Longobardi , ad un mucchio di macerie, insomma, come dicevano una volta ad un ‘castellane. I primi frati che salirono al colle di Montesenario furono i rampolli delle famiglie più nobili che vivevano allora in lussuosi palazzi di Firenze trecentesca, quasi tutti banchieri (leggi prestiti ad usura). I frati, secondo la Leggenda (leggi storia dell’Ordine) dovettero ripristinare tutto, secondo i loro bisogni religiosi e liturgici.

TEMPIO VEDUTA TOTALE

Il Santuario neolitico (oppure osservatorio astronomico) del periodo Neolitico trovato e identificato da Paolo Campidori nella boscaglia di Montesenario (lato Polcanto)

Dapprima, sempre secondo la Leggenda i Frati Servi di Maria, abitarono le grotte, dove (questa è una mia aggiunta) che originariamente, verso il 1200 a.C. erano servite da ‘abituri’ alle popolazioni autoctone che vivevano di pastorizia, caccia e di una rudimentale forma di agricoltura. Piano piano i Servi di Maria, i cui meriti furono moltissimi, realizzarono una prima chiesetta, usando le pietre del Castellare e, realizzarono piccole celle per abitarvi. L’Ordine dei Servi di Maria vive secondo i principi dell’obbedienza, della carità e della castità. Questo Ordine dapprima conobbe un modo di vita molto severo basato sulla povertà, infatti i primi frati vivevano delle elemosine altrui (frati mendicanti). Il loro Ordine conta una ‘rosa di Santi’ molto importante, che ancora oggi veneriamo. Nella Chiesa attuale, una Cappella sulla Sinistra ospita le reliquie importantissime dei Sette Frati Fomndatori, tutti appartenenti a famiglie con cognomi altisonanti. Se durante il MedioEvo tutto il Monte era di proprietà degli Ubaldini (Vedi Corte Chiarese a Bivigliano stemma Ubaldini), lo erano anche i mondi vicini.

Annigoni PIETRO affresco Montesenario

Pietro Annigoni, il grande Maestro di pittura del secolo appena passato, non era solo grande Artista, era anche una persona molto intelligente ed aveva un bagaglio culturale notevole. Alcuni frati o mi hanno rivelato che, quando noni dipingeva andava sempre nei boschi, per disegnare la natura, i posti, etc. Ma non solo…..

Tutta la zona dipendeva dagli Ubaldini della Pila che avevano il castello proprio sotto le pendici del Monte Senario e la chiesa del loro Castello (non andata distrutta, ma operante fino al 1700) era intitolata a San Niccolò (Santo privilegiato dei Longobardi e dei Franchi, insieme a pochi altri); mentre la loro Pieve era Santa Felicita a Faltona, poco distante, ora ubicata presso il fiume omonimo. Montesenario QUINDI DIPENDEVA GERARCHICAMENTE ED AMMINISTRATIVAMENTE DAL CASTELLO DELLE PILA E COME PIEVE DA A. FELICITA A LARCIANO O FALTONA. Anche questa era zona etrusca sia Faltona che lariano erano due toponimi di origine etrusca: Larciano deriva da Larth(Principe) e Faltona deriva da “Fal Thruna” (Trono degli Dei). Verso il 1200-1300 la gerarchia e la dipendenza amministrativa passò alle Pievi (Vedi Plesner: Una Rivoluzione stradale nel 1200) e Faltona ebbe il privilegio di avere il Fonte Battesimale

Danza rituale Questo significava che i popoli (chiese plebane) che si trovavano nella zona di Bivigliano-Monte Senario dovevano portare i loro figli alla Pieve di Faltona per essere battezzati. Poi la chiesetta di San Romolo, sull’antica strada che conduceva a Montesenario e Faltona, ebbe il privilegio dalla Curia Fiorentina di avere il Fonte Battesimale. Dicevo che tutta la zona era Villanoviano-Etrusca, e questo è dimostrato, oltre ai ‘reperti’ da me ritrovati, che ritengo importantissimi per ricostruire la storia di questo territorio, anche nell’affresco di Annigoni che si trova nel coro della Chiesa di Montesenario. Se fate attenzione (fatevi accendere la luce dai frati) i due frati che sono più in basso, appesantiti da enormi zaini, e che parlottano fra di loro, uno di essi indica all’altro certi graffiti, chiaramente neolitici o proto-villanoviani che raffigurano certi ”ometti’, come quello che io ho ritrovato numerosi nelle strade e nei boschi intorno Montesenario.

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Da estremamente povero il Convento era diventato ricchissimo, aveva ricevuto donazioni da tutta la Toscana ma anche da tutta Italia. Il Mugello da Montesenario dino alla Val d’Astra e fiono a Livizzano (Lizzano) era di proprietà del Convento di Montesenario. Questa fu la ragione perché i Governanti, per pareggiare i loro debiti di bilancio (Non ne fu esente neppure il Governo Napoleonico) (documenti alla mano), azzerarono, di fatto la vita conventuale dei Servi di Maria e ne confiscarono tutti i loro beni. Credo che queste confische, discutibili nel merito, abbiamo dato il “colpo di grazia” a quella che che era stata la splendida era dei Frati Serviti di Montesenario.Ho tralasciato molti particolari e molti personaggi e tanti aneddoti che meriterebbero e molti personaggi e tanti aneddoti che meriterebbero almeno una menzione. Ad esempio la Famiglia fiorentina dei Della Stufa, famiglia vicino ai Medici, anzi amici di Lorenzo e Giuliano dei Medici, furono i protettori ‘ufficiali’ del Convento. Un loro antenato riposa in un monumento funebre all’interno della chiesa. Giosué Carducci, che proprio qui nel Convento di Montesenario lesse la sua nuova poesia in onore del diavolo (Leggi della nuova linee ferroviaria e della locomotiva a vapore). Ma molto di più si potrebbe dire, ma questo mi sembra sufficiente.

Paolo Campidori (da rivedere e correggere)

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MONGHIDORO: “ISOLA LINGUISTICA (ETRUSCO-CELTICA) E STORICA”, POSTA A CAVALLO FRA TOSCANA ED EMILIA-ROMAGNA

 

MONGHIDORO:  “ISOLA LINGUISTICA (ETRUSCO-CELTICA) E STORICA”, POSTA A CAVALLO FRA TOSCANA ED EMILIA-ROMAGNA

Vicolo a Monghidoro

Un angolo del Castello di Monghidoro “Scaricalasino”, volta ad arco a sesto acuto, tipici Trecenteschi con  lastricato 

Una vera e propria ‘marea’ di persone hanno visitato e letto il mio articolo precedente: “IL DESTINO COMUNE DEGLI ABITANTI DI MONGHIDORO (SCARICALASINO), IN PROVINCIA DI BOLOGNA. CON LE GENTI CONFINANTI DELLA TOSCANA, ALIAS, “ALTO MUGELLO” su questo mio Blog  “Paolocampidorinuvoblog” http://www.paolocampidorinuovoblog.wordpress.com;  e,  altrettanti amici lettori lo stanno facendo questa mattina e in questo momento (sono le ore 10,30 circa di mercoledì 22 novembre 2017). Ovviamente ringrazio tutti gli amici Monghidoresi (e naturalmente anche  tutti gli altri). Spero con questo mio articolo di aver portato un contributo importante e aggiornato agli ultimissimi miei studi e ricerche sull’origine di Monghidoro, del Castello di Scaricalasino (accenni) e dei luoghi limitrofi di crinale, che da Monghidoro arrivano fino alla località Monti, dove abitavano i miei avi: i Campidori “‘e Campidùr).

Ballo antico Monghi

La rievocazione popolare di uno dei balli tradizionali di ‘sapore’ celtico, durante una festa a Monghidoro

Monghidoro da sempre è stata la strada “di transito”, uno ‘snodo’ di strade importantissime, che, verso Nord portavano a Felsina (Bologna); verso Ovest si  collegavano con l’etrusca strada di montagna per raggiungere Marzabotto (Misa) e posti limitrofi (Montovolo, Montaguto Ragazza, etc.);  e, ad Est, per collegarsi con la strada proveniente dalla Toscana e che, passando dalla Valle del fiume Idice (idronimo) raggiungeva le località di Monterenzio (Montebibele), fino a sfociare nella vallata dei fiumi emiliani e raggiungere la parte più a Est di Felsina e con essa tutta la Romagna (San Leo, Spina, Verucchio, etc.) (N.B. questa non era l’unica strada, che raggiungeva luoghi etruschi della Romagna ).

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Il Sasso di Castro, una delle maggiori bellezze naturali della zona, purtroppo deturpato inesorabilmente dalla speculazione edilizia e industriale. Nei pressi di questo Monte, in zona Traversa, passava la strada che dal Mugello occidentale conduceva a Monghidoro-Scaricalasino

 Monghidoro era quindi un importante snodo strategico: stradale e militare che “faceva gola” sia ai Bolognesi che ai Fiorentini, nonché dagli Signori Imolesi e, per questa ragione, è stato più volte conteso dalle parti, e il suo destino è stato segnato da lotte continue. Il castello, di Monghidoro (Scaricalasino)ossia, le rovine del castello (della fortezza difensiva) sono sotterrate, a vari livelli,  sulla collina più alta del Monte, zona detta appunto ‘Castello’.  Accurati scavi potrebbero riportare in luce la parte difensiva più importante: la rocca e il mastio (ultimo baluardo delle fortificazioni medievali).

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Monghidoro – La zona del Castello ancora ‘intatta’

 

Tuttavia ad un occhio attento non possono sfuggire tanti particolari, tanti scorci, come vicoli, coperti da volte, oppure la struttura di certe abitazioni, i tetti molto spioventi, una volta coperti da lastre di arenaria,  che chiaramente parlano di cose lontane, di uomini, di “servi della gleba”, di cavalieri,  di artigiani, di palafrenieri, di fabbri, di maniscalchi e dei ‘fondachi’ (botteghe) dove essi lavoravano.

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Un altro angolo suggestivo dell’antico Castello di Monghidoro

Certo Monghidoro, un paese dalle lontanissime origini Liguri (o Ligustiche), ha dovuto soccombere e, in maniera massiccia, alle invasioni celtiche, le quali però preferivano abitare  in  luoghi boscosi, dominanti i  percorsi dei fiumi, come la Valle dell’Idice (fra questi citiamo: Monterenzio, Montebibele), che come abbiamo detto, in periodi successivi, più vicini a noi (alla nostra era) hanno raggiunto una forma di “PAX” forzata o di convivenza con queste popolazioni che arrivavano direttamente, oltre che  dalla Liguria, anche e soprattutto,   dalle Gallie (popoli d’oltre Alpe).

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Un antico tabernacoletto del XIX secolo dedicato alla Madonna del Piratello (venerata in molti luoghi dell’Emilia e Romagna, sul muro di una antica casa a Monghidoro

E’, tuttavia probabile che qui a Monghidoro, i Celti abbiano avuto un loro avamposto, un posto di osservazione privilegiato. Gi Etruschi e i Romani, che conoscevano molto bene la pericolosità bellica di quest popolazioni Liguri o Celtiche, si guardavano bene dall’attraversare i loro territori, ma usavano strade parallele a quelle ed a una certa distanza.  I Liguri, o Celti,  non organizzavano delle vere e proprie guerre, ma delle ‘guerriglie, degli ‘escatomatages’ rapidi, repentini, molto efficaci e, subito dopo si ritiravano nel folto delle boscaglie. Combattevano nudi, imberbi, depilati, per non offrire alcun appiglio al nemico, con un armamento  leggerissimo: uno scudo di cuoio (talvolta di bronzo),  una lancia e  un coltello (o pugnale) che reggevano fra i denti.  Come abbigliamento portavano sulle loro nudità solo un ‘torque’ al collo in metallo prezioso.

Carlo Calzolari pinocchio

Quindi è supponibile che Etruschi e Romani abbiano scelto, per i loro spostamenti, strade di crinale, dove era sempre faccele orientarsi, dove era difficile impantanassi e dove erano meno probabili gli agguati. Le stesse evitavano l’attraversamento dei loro villaggi,  per maggior  sicurezza.

PINOCCHIO

Probabilmente sulla Via della Futa Etruschi e Romani prediligevano la strada mediana della Futa, quella che passando dal Passo dell’Osteria Bruciata, attraverso Le Valli e il Peglio (ritrovamento di idoli etruschi, conservati a  a Cortona), raggiungeva Culcedra (toponimo ligure, celtico?), Pietra Mora, Cavrenno, per continuare verso Spedaletto, Casa Romana, e quindi verso l’Adriatico.

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L’antichissimo portale della Pieve di Cornacchiaia (Firenzuola)

La storia di questi posti è appena rintracciabile nel tardo periodo Romano, con la presenza del Santo San Zanobi, che avrebbe dato il nome all’omonimo Sasso di San Zanobi. Per gli etruschi, attualmente, abbiamo pochi riferimenti, se non un idolo  – come abbuiamo detto – affigurante Tinia (Zeus), ritrovato presso i “vulcani del Peglio” ed una iscrizione in lingua etrusca, ovvero,  una dedica ad un dio etrusco.

Quindi, in tempi più vicini a noi, quando gli Etruschi persero il dominio sul Mare Tirreno e Mediterraneo, essi dovettero privilegiare i loro spostamenti, per forza di cose, per “via terra”. Ma si tratta solo di ‘passaggi’ di uomini, di carovane, di soldati, non di veri e propri stanziamenti  (se si esclude Monterenzio e Montebibele, fino ad oggi non si può registrare la loro presenza abitativa: villaggi).

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Il sasso di san Zanobi, notissimo per un fatto che si ricollega alla credenza popolare e cioè che lo stesso fu spostato da San Zanobi (vescovo Fiorentino) fin qui,  su un dito del Santo, vincendo così la gara con il demonio.

 Dunque Monghidoro, resta una cosa a sé, uno snodo di strade, un luogo di pagamento pedaggi, e sicuramente di alloggio e ristoro (Vedi Antica Osteria del Fantorno, nota nel periodo Medievale)posta su una strada che proveniva dalla Toscana, e passava sui crinali del Monte Beni,. Traversa, fino giù a Barberino di Mugello).

Ecco perché Monghidoro, pur avendo un “destino comune” con gli altri poipoli che abitano i crinali  dell’Appennino Tosco-Emiliano-Romagnolo, è tuttavia “un’isola” dal punto di vista etnico e linguistico, diverso da tutti gli altri. Diverso anche da Bologna, la quale ha conosciuto fortemente la presenza della cultura “Villanoviana” ma, successivamente,   quella massiccia Celtica (Bononia, toponimo tipicamente celtico).

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Sulla parete laterale della Chiesa di Cornacchiaia, il simbolo “per eccellenza” della Cristianità: il triangolo, ovvero, in numero tre, che nella simbologia Cristiana indica anche la Trinità

A conferma di questo “isolamento linguistico”, più che isolamento storico, basta leggere il libro: “Le avventure di Pinicchio” di Carlo Collodi tradotto dal Carlo Calzolari. monghidorese DOC, in “dialetto monghidorese”, e, come mi diceva  stesso (amico) Carlo Calzolari, il ‘monghidorese’  è una ‘LINGUA’ del tutto diversa, sia dal ‘patois’ locale,  parlato nei paesi vicini facenti parte del comune  firenzuolese , sia dal dialetto Bolognese, che appartine più alla ‘sfera’ dei dialetti del Nord Italia.

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Idolo ritrovato in zona Peglio “Vulcano del Peglio” (Firenzuola) e conservato al MAC di Cortona. Si tratta di un Tinia (Zeus-Giove) nell’atto di scagliare uno dei suoi fulmini

Tanto per citare un’altra “isola linguistica”, questa volta in territorio ‘firenzuolese’, citerei l’isola linguistica di Cornacchiaia, ‘terminal’ stradale medievale (ma non solo) del tratto stradale  tosco-romagnolo,   della strada che giungeva da Sant’Agata in Mugello, dove esiste una bellissima Pieve millenaria, il cui pievano era Leto Casini, fratello  di Tito Casini

LAMINA DEDICA DIO CULSANS DA FIRENZUOLA

Lamina ritrovata a Firenzuola con una dedica in lingua etrusca dedicata ad dio Culsans (dio delle Porte – Giano)

Cornacchiaia era paese natale  del  grande scrittore cattolico Tito Casini, amico di Papini e Bargellini,  il quale ha scritto pagine indimenticabili, con un ‘lieve’ dialetto tipico di questa zona, in cui si sentono benissimo ‘commistioni’ o ‘contaminazioni’ o, ancora meglio,  un miscuglio di toscano e romagnolo

Credo che ci possiamo fermare qui per il momento con la ferma intenzione di tornare a parlare di questo paese Monghidoro, come “isola linguistica e storica” importante, posta “a cavallo” fra Toscana ed Emilia Romagna.

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Attenzione!! testo da rileggere e correggere.

UN DOLMEN DEL NEOLITICO A MONTESENARIO

UN DOLMEN DEL NEOLITICO A MONTESENARIO

OMETTO VILLANOVIANO

Forse non tutti sapranno che nel corso delle mie ricerche, ma solo un mese fa, circa, ho individuato, seguendo mie piste, che non hanno niente a che fare con le “carte sentieristiche” (ma seguendo ‘reperti’ ben precisi) un Dolmen, un monumento eccezionale che ho individuato e ‘repertato’ come tale. I Dolmen appartengono alla famiglia del grandioso Dolmen di Stonehenge in Inghilterra, ma altri dolmen, più piccoli, esistono anche in Sardegna, nel Salento, sulla costa francese, etc. A questa seconda famiglia appartiene il Dolmen, che io ho individuato e catalogato, che sulle carte sentieristiche era indicato come “bellezza naturale” detta “Casa del Fuso”. La realtà è ben altra. Si tratta di un Dolmen di eccezionale importanza storica ed artistica che si trova in una delle pendici di Montesenario sul lato Est verso Polcanto. A questo dolmen che consta di una cella coperta con un tetto a chiocciola, e un lungo ‘dromos ho dato il nome di “Casa della Principessa, proprio per stabilire un rapporto regale fra il manufatto e le antiche famiglie principesche del periodo Neolitico.

TEMPIO VEDUTA TOTALE

Il ‘monumento in questione non è quindi né Etrusco, né Villanoviano, ma potremmo assegnarlo al periodo proto-villanoviano. In questa zona Appenninica, che comprende tutto il Mugello orientale, vivevano da moltissimo tempo popoli e tribù Liguri (o Ligustici), i quali non avevano niente da spartire con gli Etruschi (che sono venuti dopo). Tutto il Mugello orientale ha questa origine ligure: i Liguri Magelli o BOI, che in sostanza, altro non erano che popolazioni celtiche (più tardi chiamate Galliche).

ometto che adora il sole intero

Vorrei che tutti prendessero visione di questa realtà. Si passa dalla Croce di metallo e si scende su una strada di crinale per circa un quarto d’ora. Si oltrepassano due passaggi obbligati fra sassi e a destra ci si immette in una stradina, ed ecco che appare questa grande meraviglia! Il Dolmen non è integro, nel senso che è stato distrutto parzialmente  dall’uomo a da eventi naturali, quali smottamenti e terremoti, ma una buona parte resta tuttora, forse quella più bella. Doveva trattarsi di una tomba principesca, oppure di un osservatorio astrale, o infine, un santuario per compiere i rituali sacri.
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NELLA VAL D’ORCIA RIEMERGE DAL TERRENO (E DAI SECOLI) LA COSIDDETTA “DEA CULONA” UN MANUFATTO PROTO-VILLANOVIANO (FINE II MILLENNIO A.C.)

NELLA VAL D’ORCIA RIEMERGE DAL TERRENO (E DAI SECOLI) LA COSIDDETTA “DEA CULONA”, UN MANUFATTO PROTO-VILLANOVIANO (FINE II MILLENNIO A.C.)

Ho ricevuto una richiesta di ‘aiuto’ da parte di una ricercatrice abitante nella Val d’Orcia (Senese) a riguardo di un ‘manufatto’, facente parte, forse,  di un monumento statuario-megalitico, detto  della  “la Dea culona”. Siccome la cosa mi sembrava molto interessante e di interesse generale, per i miei lettori, ho chiesto all’interessata (scopritrice del manufatto) di autorizzarmi a pubblicare la sua richiesta e la mia risposta. Ed eccole:

Gent.mo Paolo Campidori,
eccoLe i glutei e la ‘vulva’ (*****) di quella che io chiamo “la dea culona” (130 cm di diametro)
Le faccio presente che questo luogo, nascosto tra le crete, si trova in linea d’aria a circa 2000mt da sepolture etrusche a camera con dromos, che lo dominano dall’alto di una collina.
Prima o poi, al di là delle mie supposizioni, vorrei davvero che qualcuno mi illuminasse.

Nicoletta Martello

 

Gentile Dr.ssa Nicoletta Martello, 

Come faccio a darLe un giudizio su un  frammento, seppur notevole, e anche scarsamente documentato? Le foto sono belle ma dovrebbero essere più particolareggiate, per un verso; più ‘generali’ dall’altro. Poi avrei bisogno di una piantina, anche fatta alla buona, di come sono esattamente dislocati i reperti, come sono direzionali (ad esempio Nord-Sud; Ovest-Est, etc.), dove si trovano esattamente (cartina topografica); inoltre, se ci sono frammenti  di un certo interesse; su quale tipo di pietra sono lavorati. Naturalmente andrebbe fatta anche ‘ “autopsia” (termine tecnico usato in linguistica etrusca per indicare la visione ‘diretta di un reperto o di una epigrafe (la parola è stata mutuata dalla chirurgia); se ci sono dei graffiti, oppure dei disegnini, infine, se possiede una foto fatta dall’alto (non Google), ma ad esempio con un drone o con un dirigibile (!!).

 Poi,  notizie di quando ha identificato i reperti, come mai sono emersi dalla terra? forse un cataclisma, un ‘dilavamento’ delle acque, dissotterrati da una ruspa, da un aratro? Insomma tutta una serie di elementi che, per forza di cose, prima di fare un’autopsia diretta, devono essere viste e studiate. Inoltre, non sono da sottovalutare le sue personali impressioni, i suoi appunti, se ce l’ha.. Inutili, o quasi, sono certi (non tutti) articoli fatti  archeologi tecnocrati e ‘tecnicisti’.   Sono degli specialisti di singoli reperti, si ‘innamorano’ di quelli e vanno avanti tutta la vita, così.

Sarebbe  essenziale capire anche lo “stile’ artistico” dei manufatti (*), e infine, il confronto con altri simili. Codeste forme troppo rotondeggianti della cosiddetta “dea culona”, mi ‘parlerebbero’ di Celti, di popoli venuti dal Nord dell’Italia, dalla Renania, dalla Westfalia, dalla Gallia in periodi proto-storici o proto-villanoviani, più precisamente verso la fine del II Millennio a.C. Come vede, la cosa presenta una certa difficoltà, ma ciò non toglie che io abbia la voglia  di aiutarLa. Già da ora Le dico, però,  che non sarà una ‘passeggiata’,  una cosa facile,  che si “fa lì per lì” (come un caffè), ma, la stessa,  comporta un certo studio preventivo. Le ripeto –  fare un ‘autopsia’ sul luogo prima di aver ‘vagliato’ e risolto, almeno in parte, certi ‘problemi’  sarebbe perfettamente inutile.

Ossuario a capanna

La casa, cosiddetta “capanna villanoviana” conservata nel Museo di Vetulonia
 Può certamente  contare su di me e sulle mie conoscenze. Purtroppo, i  miei studi, fino ad ora si erano concentrati su Etruschi e Villanoviani, e, ho dovuto documentarmi anche su questo periodo proto-villanoviano-“neolitico”  da non molto tempo, da quando ho ritrovato un bellissimo Dolmen, un megalite, forse un ‘Santuario”, forse una tomba principesca, o forse un osservatorio astrale,  nella zona di Montesenario (Vaglia-Firenze)-Polcanto (Borgo San Lorenzo-Firenze).

TEMPIO VEDUTA TOTALE

La foto del ‘dolmen’ proto-villanoviano, da me ritrovato e repertato nella zona di Montesenario-Polcanto (Firenze), la ‘località’ era già indicata nelle mappe sentieristiche come “Masso del Fuso”, da me ribattezzato come “Casa della Principessa” (***)

  Di questo periodo ho trovato molto interessanti certi riferimenti archeologici del Neolitico, , specialmente nella zona di Mores in Sardegna,etc. (**), ma ci sono bellissimi ‘dolmen anche nel Salento, in Sicilia, in Francia sulla Coste Rouge, in Inghilterra (dei quali il più conosciuto è ‘Stonehenge’).

Dolmen de Coste Rouge de Soumont

Bellissimo Dolmen sulla Coste Rouge (Francia)

 Però per procedere bene nello studio della “Dea culona” (almeno secondo il mio metodo di lavoro) sarebbe necessario cancellare tutti i nostri pregiudizi (****), le nostre intuizioni, certe nostre ‘sicurezze’ e aprire la mente a tutta una serie di ipotesi che potrebbero risultare tutte (o quasi) potenzialmente valide. Poi queste, sempre secondo il mio ‘metodo’ di studio, andrebbero ‘vagliate’ e, solo successivamente,  approfondire gli aspetti che si rivelano più credibili, insomma che danno più affidamento.

Dolmen di Sa coveccada Mores SS (Sardegna)

Dolmen di Mores in Sardegna

 Come vede, Dr.ssa Nicoletta Martello,  c’è un lavoro enorme da fare, io sono qua, La seguirò, “passo dopo passo”, tutte le volte che lo riterrà utile. Le posso però anticipare, che scoprire manufatti del Neolitico, nella terra che fu degli Etruschi e prima ancora dei Villanoviani, non è cosa da poco. Non pensi (spero di sbagliarmi) che la Soprintendenza Le venga in aiuto (sic!) guardi io ho passato una buona parte della mia vita nelle Soprintendenze alle Gallerie (tipo Uffizi, Pitti, Restauri, etc.), e sono, come già Le avevo detto,  sempre stato in ‘stretto’ contatto contatto con i Soprintendenti. So, come questi ragionano,  lo dico per esperienza..Non  aggiungo altro.

Le auguro buon lavoro e a risentirci quando Lei vorrà

PAOLO CAMPIDORI
Studioso della civiltà etrusca, Copyright

Blogs: http://www.culturamugellana.com,  www.paolocampiodorinuovoblog.wordpress.com

Paolo Campidori,  
paolocampidoriarte@gmail.com
Cell 331 455687

Gentile Dr.ssa Nicoletta Martello, La  informo che pubblicherò sul mio Blog “www.paolocampidorinuovoblog.wordptess.com” oppure “www.culturamugellana.com” questa lettera, in  quanto non ravvedo, nel contenuto della stessa contenuti personali, soggetti alla privacy, ma  argomenti interessantissimi di “interesse generale”. Se Lei ha qualcosa in contrario La prego di inviarmi una e-mail ed io provvederò alla immediata cancellazione della lettera-articolo

(*) Cosa più attinente a studiosi storici dell’arte che agli archeologi

(**) Altri dolmen interessantissimo si trovano a Monte Bubbonia (molto simili a quelli da me ritrovati a Montesenario)

(***) Intendendo per ‘casa’ una Tomba principesca (?)

(****) “Pregiudizi:  più difficili da disintegrare degli atomi” (Einstein)

(*****) Il linguaggio immediato e diretto allude ad un precedente scambio di corrispondenza e di documentazione fotografica

Grotte da me individuate a Montesenario (Firenze) usate nel periodo Proto-Villanoviano, forse da popolazioni Liguri (Celtiche)

Dolmen di Monte Bubbonia

Dolmen di Monte Bubbonia, molto simile a quelli da me repertati a Montesenario (Firenze)

Alcune note sulla scopritrice del reperto in Val d’Orcia (Siena): “La dea ‘culona’”

Nicoletta Martello

Nicoletta Martello, è un personaggio a dir poco ‘eclettico’ (anch’io sono in tale categoria -Vedi Prof. massimo Pittau): mamma di tre bellissimi figli, insegnante, ricercatrice naturalistica, campionessa (NB) di Tiro con l’arco, accanita ricercatrice di ‘testimonianze’ antiche (Etruschi, etc.), nonché grande camminatrice. Una donna davvero eccezionale. E’ originaria della città di Romeo e Giulietta (Verona), ma abita da tantissimo tempo  in Toscana,  sulle bellissime rive del Lago Trasimeno. E’ una donna sportiva, ama molto la natura! Qui la vediamo con un ‘rettile’ (forse un ramarro?) che mostra con non-chalance  al fotografo.

Per le informazioni e la foto su Nicoletta Martello ho attinto dall’articolo: “La donna che cammina” di Nicola Dal Falco

 

UNA MASCHERA APOTROPAICA SULLA STRADA VILLANOVIANO-ETRUSCA CHE DA FIRENZE-FIESOLE CONDUCE IN MUGELLO?

UNA MASCHERA APOTROPAICA SULLA STRADA VILLANOVIANO-ETRUSCA CHE DA FIRENZE-FIESOLE CONDUCE IN MUGELLO?

Maschera in pietra

Dopo aver pubblicato e documentato sul Social  “Facebook”  (Internet) circa un ritrovamento da me fatto sulla strada Villanoviano-etrusca “Firenze – Fiesole -Montesenario – Buonsollazzo – Mugello”il mio ritrovamento  di un ‘ciottolo’  (misure 14x13x8) sul quale è scolpita una ‘faccia’, che a me è parso ravvisare in una maschera apotropaica, ho ricevuto, oltre ai complimenti di molte persone, anche interessanti domande in  rapporto allo stesso oggetto.

Ma veniamo alla descrizione del reperto. Il ciottolo, di epoca villanoviano-etrusca,  è scolpito (forse con una punta metallica) e sulla parte superiore  si distinguono nettamente gli occhi,  la bocca, il mento allungato (forse la raffigurazione di una barba?). Il naso risulta schiacciato (a causa del continuo ‘calpestìo’ di uomini e animali) con le narici ben evidenziate. Gli occhi sono incavati, come pure la bocca, e le narici e su questi tratti del volto si notano alcuni rimasugli di un colorante nero, forse una tinta, di colore nero- carbone. Gli occhi sono di forma allungata (all’orientale). La parte ‘esposta’ è di un colore verdastro. Alcuni disegnini (graffiti) sono appena visibili sulla guancia destra (forse un sole con i raggi?), sulla tempia, e, sulla testa una spirale (doppia) disegnata con lo stesso colore nero ed, infine,  forse una stellina. La parte inferiore del ciottolo è liscia e non presenta alcun segno. Potrebbe trattarsi di una maschera funeraria, messa su una tomba, oppure di una maschera apotropaica, messa vicino ad una casa con lo scopo di cacciare gli spiriti maligni. Questa è la mia ipotesi, certamente da valutare con  attenzione.

Maschera apotropaica

Dopo aver pubblicato la foto di questo mio ritrovamento, con questa didascalia:

“Maschera apotropaica, probabile origine etrusca VI-V sec. a.C?L’aggettivo apotropaico (dal greco αποτρέπειν, apotrépein = “allontanare”) viene normalmente attribuito a un atto, oggetto o persona atti ad allontanare gli influssi maligni. “. Da me ritrovata percorrendo, alcuni giorni fa, una antica strada etrusco-romana che collegava Firenze con il Mugello”

il Signor Lorenzo Giannetti, mi ha fatto una domanda, che ho ritenuto pertinente pubblicarla, anche perché, il Signor Lorenzo, mi ha scritto non in forma privata, ma visibile a chiunque. Riporto lo scambio di corrispondenza: domande e risposte, credendo di far cosa utile ed interessante per tutti.

Lorenzo Giannetti:

C’è un modo sicuro per capire se è un manufatto umano o una pietra comune che assomiglia a una faccia? Non riferito a questo ritrovamento, ma in generale.
Paolo Campidori:

Ci sono dei posti popolati da antichissime civiltà, ad esempio i Liguri nel Neolitico, in Mugello, come i Liguri Magelli, che hanno lasciato molte testimonianze, come graffiti e simboli: crocette, frecce, ‘ometti’ in vari atteggiamenti, come quelli che si trovano negli ossuari a casetta di Vulci o Vetulonia e altre località.  Questi ‘indizi’ simbolici, molto importanti, rivelano l’esistenza di villaggi neolitici, ancora da scoprire. Sono proprio questi ‘indizi’ che mi hanno portato alla scoperta di un ‘dolmen’ neolitico nella zona di Montesenario-Polcanto-Vaglia (Prov. di Firenze),  un probabile tempio (veda anche  mio Blog: http://www.paolocampidorinuovoblog.wordpress.com).
Lorenzo Giannetti:

Su questo non ci piove. La mia domanda è: esistono prove oggettive o segni distintivi che possono distinguere un manufatto da una pietra erosa o da una macchia nel muro che assomiglia alla faccia di cristo?Lorenzo Giannetti

Paolo Campidori:

Io le rispondo in base alla mia competenza, cioè quella di un ‘cultore’ storico e “cultore etruscologo”  (*). Lei mi fa delle domande ‘tecniche’ che competono ad un tecnico, in questo caso ad un archeologo (che io non sono). Potrei provare, tuttavia, a darle una risposta in merito a quanto chiede, facendo sempre riferimento al reperto da me ritrovato. Sull’oggetto ci sono tracce di colore scuro, forse di origine vegetale, dello stesso tipo dei “disegni-graffiti” che io ho trovato in zona (Veda mio Bog http://www.paolocampidorinuovoblog.wordpress.com). Se la natura di questi colori fosse veramente di origine organica (e non minerale, o altro), penso, ma non sono sicuro, che forse, sarebbe possibile tentare una datazione mediante l’esame con l’isotopo radioattivo del “carbonio 14”. Personalmente però ritengo, per tutta una serie di motivi che è difficile elencare in questa sede, che tale esame diventa più approssimativo (quindi insicuro), via via che ci si allontana nel tempo. Quindi la sicurezza, almeno per il momento, di trovarsi davanti ad un originale o ad una copia, non ci sarà mai. Tutti sanno che i Musei di tutto il mondo abbondano di ‘copie’, di “falsi d’autore” e…ahimé di falsi ritenuti originali! Ecco perché gioca un ruolo importante il riferimento storico e logistico dell’oggetto ritrovato. Inoltre è possibile un processo di ‘comparazione’degli ‘stili’, cioè delle componenti artistiche che caratterizzano l’oggetto. Queste ultime sono estremamente improntanti, anche se non decisive. Anche qui c’è un margine d’errore veramente notevole (Lei ricorda le celebri, ormai, “teste di Modigliani”?)Ma l’elenco potrebbe allungarsi di molto! Guardi, le dico questo, perché  io provengo dai Musei Statali Fiorentini, dove ho passato una buona parte della mia vita.   Concludendo, certamente un archeologo, un trecnico,  potrà dirle molto di più di un oggetto, di un reperto qualsiasi, perché questo è proprio il suo lavoro. Però…..non si faccia troppe illusioni!…….. 

PAOLO CAMPIDORI, COPYRIGHT

(*) Quest’ultima definizione di “cultore etruscologo”   la devo all’amico glottologo, di fama,  il Prof. Massimo Pittau ed è  molto meglio  di altre, spesso offensive.  Talvolta, per definire il nostro lavoro di “appassionati-etruscologi” e la nostra fatica in favore della Cultura e dell’Archeologia, in genere ,  vengono  usate   definizioni  “irriverenti”  (per usare un eufemismo) come quella usata da uno  “pseudo-linguista-archeologo”  (1), il quale definisce il nostro impegno nella Cultura in qualità di “OperatorAcademically-Non-Correct” (2) con il massimo del disprezzo:  “etruscologi altrimenti validi“.  l

(1) Per educazione non faccio il nome…..

(2) “Accademicamente-non-corretto” (in quanto ci manca il titolo di Accademici).  Questa definizione è mia (ANCO=Academically -Non-Correct-Operators).

 

 

“I CELTI SCACCIARONO GLI ETRUSCHI LA CUI CIVILTA’ STAVA GIA’ DECADENDO….”

“I CELTI SCACCIARONO GLI ETRUSCHI LA CUI CIVILTA’ STAVA GIA’ DECADENDO….”

Coppe?

Coppe etrusco-celtiche Museo Archeologico di Monterenzio (Bologna)
Potrebbe avere ragione lo storico T.G.E. Powel che nel suo libro “I Celti” (titolo originale “The Celts”, Thames&Hudson, Londra 1999, seconda Ed.) scrive a proposito degli stessi: “I Galli (come li definivano i Romani, o i Celti come si autodefinivano) si stabilirono dapprima nella valle superiore del Po e lungo i suoi affluenti. Essi travolsero e scacciarono (nb) gli Etruschi, la cui civiltà stava già decadendo, e non c’è dubbio che furono proprio i segni della debolezza degli Etruschi a far intravvedere il miraggio di ricchi bottini e di buone terre da colonizzare……..” (Op. cit pag. 18). L’Autore aggiunge: “Le prove archeologiche dimostrano che gli invasori giunsero dai passi alpini e che la loro patria d’origine si trovava in Svizzera e nella Germani meridionale”.

Brocca a becco d'anatra in bronzo

Brocca a becco d’anatra etrusco-celtica – Monterenzio (Bologna) Museo Archeologico

Chi erano in sostanza le tribù giunte in Italia? Ancora l’Autore: “Gli ‘Insubri’ furono i primi arrivati, e sembra che stabilissero il loro centro in un luogo che denominarono Mediolanum, cioè Milano. ….Successivamente arrivarono i ‘Boi’ e i ‘Lingoni’ che traversarono questa regione per trovare stanza in Emilia, mentre gli ultimi gruppi migranti furono i ‘Senoni’ che si stabilirono nelle terre meno ricche lungi le coste adriatiche dell’Umbria”. Ma non basta, l’Autore precisa anche che: “Non solo gli invasori Celti si spostavano come futuri coloni con le famiglie e i loro beni al seguito, ma erano accompagnate da bande mobili di guerrieri che compivano razzie in territori più meridionali”.

Olla etrusco celtica

Manufatto in terracotta (ghirario?) – Museo etrusco-celtico di Monterenzio (Bologna)

L’Autore ci da un quadro complessivo, molto sintetico, di quella che fu l’occupazione celtica in Italia, nelle terre che furono di dominio Etrusco ed aggiunge che: “La fine dell’indipendenza della Gallia Cisalpina (così chiamata dai Romani ndr) giunse soltanto nel 192 a.C, quando i Romani sconfissero i Boi nella loro roccaforte che doveva divenire poi la moderna Bologna”. In sostanza il dominio Celtico nell’Italia centrosettentrionale durò circa due secoli: dall’inizio del IV secolo a.C. all’inizio del II secolo a.C. In brevissimo tempo le tribù si spostarono dal Nord al Sud e nel 390 a.C. invasero e saccheggiarono Roma. Questa è una data sicura della quale dobbiamo tenerne conto.

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Scheletro di guerriero celtico – Monterenzio (Bologna)  Museo Archeologico etrusco-celtico

Ma torniamo a quanto afferma Powel: “Essi (Celti) travolsero e scacciarono gli Etruschi, la cui civiltà stava già decadendo…” Dobbiamo chiederci perché la civiltà etrusca stava già decadendo. Proprio in questo periodo 405 a.C. (secondo la tradizione) inizia l’assedio di Veio, una delle maggiori e più importanti città dell’Etruria, da parte dei Romani. Nel 396 Veio viene conquistata e distrutta dai Romani e il suo territorio viene incorporato nello Stato romano. Approfittando di questo stato di tensione fra Romani ed Etruschi, con relativo indebolimento dovuto alla guerra, i Celti progettano e decidono di invadere in massa il territorio Etrusco e nel 390, nella battaglia di Allia, sconfiggono anche i Romani, saccheggiando Roma nello stesso anno.

Elmo celtico

Elmo celtico – Monterenzio Museo Archeologico Etrusco-celtico

Ormai i Celti si sono insediati stabilmente nei territori già occupati dagli Etruschi, i quali, come dice il Powell, sono stati cacciati dai loro territori. Se la cosa ci sembra verosimile, ci chiediamo in quali territori gli stessi abbiano riparato. E qui si fanno le ipotesi più disparate. Si dice che gli Etruschi fuggirono nell’Italia settentrionale, nel Tirolo e nei borghi dolomitici (Vipiteno ad es. sarebbe un toponimo di origine etrusca), altri abbiano trovato rifugio via mare, altri ancora abbiano coesistito con gli stessi Celti; ne abbiamo un esempio a Monterenzio, Montebibele (Bologna) dove tribù celtiche convivevano vicino a villaggi etruschi. Molti avranno scelto di mettere a servizio dei vincitori le proprie esperienze artigianali (ceramica, ferro, gioielli, etc.) , e molti di essi sono finiti schiavi oppure hanno scelto di arruolarsi negli eserciti dei vincitori.

Elmo da parata celtico ed altri opggetti

Elmo da parata celtico ed altri oggetti – Monterenzio (Bologna) Museo Archeologico

Nel 311 gli Etruschi hanno ancora la parvenza di essere una Federazione in grado di poter “tirare avanti”. Ma nel 311 a.C. combattono una disastrosa guerra contro Roma, ed i Romani penetrano nell’Etruria centrale e interna, costringendo gli Etruschi ad una pace, iniziando il declino vero e proprio. Le guerre fra Roma e gli Etruschi si susseguono e cadono città come Volsini e Vulci. Le città etrusche sono costrette ad entrare in alleanza con Roma: l’Etruria ‘Federata’. E’ la fine per gli Etruschi. I Romani intanto si preparano a combattere anche i dominatori Celti e ci riescono nella Battaglia di Talamone dove i Celti vengono annientati, nel 225 a.C. La vera e propria indipendenza della Gallia termina nel 192 a.C quando i Romani sconfissero i Boi nella loro roccaforte: Bologna. “Sic transit gloria mundi”.
PAOLO CAMPIDORI, COPYRIGHT

CHE SENSO AVREBBE TORNARE ALLE URNE?

CHE SENSO AVREBBE TORNARE ALLE URNE?

 

Paolo Campidori: Autore dell’articolo

Sono andato a ‘rispolverare’ (si fa per dire) un mio articoletto, o meglio una mia ‘opinione’ sull’esito delle ultime Elezioni Politiche, terminate con un “nulla di fatto”. Tanto valeva non andarci. Tuttavia, da questa tornata elettorale, qualche indicazione è venuta fuori come la solenne bocciatura della politica del Governo in carica (DEM). Su ciò non ci piove sopra. Quale altra indicazione è venuta fuori? Che nessuno dei partiti  o delle coalizioni non ha raggiunto il fatidico ‘quorum’, cioè, quella maggioranza necessaria per governare “da soli”. Ed anche questa è un’indicazione limpida, chiara e fresca come l’acqua di sorgente!

Se è vero  che i DEM devono considerarsi ‘sconfitti’, è anche vero che gli altri non possono cantare vittoria, in quanto si tratta  sicuramente di una vittoria , ma ‘mutila’, incompleta. E questo vale per i cosiddetti ‘Grillini’ e Coalizione di Centro-Destra. Un’ultima indicazione, netta, è venuta fuori dalle urne ed è quella che l’unico  ‘partito’ vincitore è il “partito dell’astensionismo”. Ma di questo nessuno (con le dovute eccezioni) ha parlato, anzi, si fa di tutto per nascondere una verità così eclatante: circa il 40% degli elettori  non sono andati alle urne, oppure hanno votato schede bianche, nulle, etc. Ciò significa che il 40%, circa, di elettori non si sente rappresentato da nessun partito o da nessuna forza politica. Altro che trionfalismi!

E’ un fatto grave, soprattutto in una nazione, come l’Italia, che ostenta primati di libertà e democrazia, circa il 40% non si riconosca in nessun partito al potere.  E’ evidente, e non poteva esserlo altrimenti, che da una situazione del genere non poteva venir fuori nulla, o per lo meno “nulla di buono” (inteso nel senso di miglioramento). Siamo in una fase molto critica, i partiti e le coalizioni (due in particolare) stanno scaldando in motori e anche i muscoli, per dimostrare agli altri che i più forti sono loro? Ma sarà vero? Dubito che da questa situazione, uscita dalle elezioni, ci sia un vero ‘vincitore’, che può dettare legge sia all’uno che all’altro.

Cosa dovremmo attenderci quindi? Una posizione di stallo senza vinti né vincitori. Uno ‘stillicidio’ politico che durerà mesi, se non anni. Si dovrà per forza di cose dar atto ad un ‘inciucio’ (all’italiana) che presuppone, in via di massima, una “ammucchiata” di partiti e ‘partitini’, e,  questo non è certamente la soluzione che gli Italiani si aspettavano.

Tornare alle urne? Credo che non avrebbe senso alcuno. Anzi, ma questo è solo un mio parere, le elezioni non hanno mai risolto nulla!

Paolo Campidori, Copyright

Segue: articolo che scrissi all’indomani delle ultime elezioni politiche (lo trovi nell’Archivio di questo Blog mese di marzo)

ELEZIONI: LA MIA OPINIONE – HA VINTO L’ASTENSIONISMO
Se è vero che queste elezioni siano state un vero successo per certi partiti e una vera e propria débacle per altri, si può altrettanto dire, con una certa sicurezza che non ha vinto nessuno. In effetti né la coalizione di centro-destra, né il Movimento 5 stelle (grillini) hanno raggiunto la soglia necessaria per poter governare autonomamente. Qualcuno lo aveva preannunciato. Parlo del nostro Papa, il simpaticissimo Francesco, che aveva ‘ammonito’ il nostro Presidente della Repubblica, che, lo stesso, avrebbe trovato grosse difficoltà a formare il nuovo Governo ‘uscito’ da questa tornata elettorale.

Ci sono, è vero, degli sconfitti ….il potere logora? Forse sì. Certo che per il PD ha pesato enormemente la politica europea, troppo remissiva ed anche la politica extracomunitaria, troppi immigrati. A queste vanno aggiunte altre cause: una mancata attenzione politica per una maggiore giustizia sociale.

Ricapitolando, trovo giusto che certi partiti esultino (Centro-destra, Grillini), ma mi chiedo una cosa chi è il vero vincitore? Nessuno parla che l’affluenza alle urne, trattandosi di una consultazione politica (elezione del nuovo Governo) è stata bassa, circa il 70%; se a questa aggiungiamo le schede nulle, bianche, etc. la percentuale scende vistosamente. Dunque, secondo la mia opinione il ‘partito’ che ha vinto davvero queste Elezioni 2018 è l’astensionismo (che è previsto dalla nostra Costituzione). Ma nessuno ne parla. Perché?

PAOLO CAMPIDORI, Copyright

 

LA STRADA VILLANOVIANO-ETRUSCA DA FIESOLE (E FIRENZE) VERSO IL MUGELLO

LA STRADA VILLANOVIANO-ETRUSCA DA FIESOLE (E FIRENZE) VERSO IL MUGELLO

Veduta di Montesenario dal Tempio arcaico di Fiesole

Foto n. 1 – Fiesole Scavi etruschi. Il tempio arcaico etrusco (circa VII-VI sec. a.C) con la facciata rivolta verso Est. Sullo sfondo, in direzione Nord, indicato dalla freccia rossa, è ben visibile, a occhio nudo, il  Monte Senario, dove, recentemente, ho ritrovato e identificato un tempio megalitico e altre ‘risultanze’ di epoca proto-villanoviana e villanoviana, etrusca e romana. La strada villanoviano-etrusca lambiva la vetta del Monte Senario e proseguiva in direzione Nord, verso il Mugello, come indicato nella foto n. 2
Noi abbiamo sempre pensato (con le dovute eccezioni) che gli Etruschi venissero dall’Ovest, per capirci dalle ‘Maremme’ (come le definiva l’archeologo Giulio Lensi Orandi) e, durante un arco di tempo molto lungo, si siano spostate verso l’Emilia e la Romagna ed ivi si siano stabilite. Non sempre le ‘testimonianze’ archeologiche, storiche, etc. ci confermano questa ‘migrazione dall’Ovest verso l’Est. Talvolta è. anzi, il contrario (vedasi il ritrovamento, ad esempio, del tempio Megalitico di Montesenario che farebbe pensare ad una ‘migrazione’ in senso opposto, cioè dal Nord verso Sud).

Foto 2-3-4 – Il tempio megalitico II Millennio a.C da me identificato sulle falde del Monte Senario (lato Polcanto), in parte distrutto (forse in epoca celtica o romana) con i disegni antropomorfi che ho ritrovato all’interno della ‘cella’ posta al limite di un lungo ambulacro. I disegni raffigurano ‘oranti’ inginocchiati davanti al simbolo del dio Sole (un puntino con otto raggi intorno)

Siamo nel campo delle ipotesi ed è difficile avallare questa o quella teoria. Sembrerebbe certo è che le popolazioni Villanoviane, Protovillanoviane e Neolitiche, abbiano i seguito un percorso, nelle loro ‘migrazioni’ (ovviamente in un lungo arco di tempo), da Nord verso sud (per capirci, dall’Emilia Romagna alla Toscana); mentre, sembrerebbe, che le ‘migrazioni’ etrusche (a partire da circa il VII sec. a.C) abbiano seguito l’itinerario inverso (cioè dalle Maremme all’Emilia Romagna).

Copia di Cartina Mugello part

Foto n. 5 – La pianta del Vicariato di Scarperia (sec. XVII, Archivio di Stato di Firenze) ci mostra, con due frecce rosse, quale doveva essere, in linea di massima (non particolareggiato) il percorso della strada villanoviano-etrusca da e verso il Mugello e l’Emilia Romagna

A parte queste ipotesi, resta invece la realtà dei fatti e cioè i percorsi stradali, gli idronimi, i toponimi, etc. . Una strada villanoviano-etrusca (e forse anche precedente) doveva, per forza di cose, congiungere Fiesole (e Firenze) con il Mugello, oltrepassando il crinale di Montesenario (dove si trova un tempio megalitico da me scoperto e identificato). Un primo percorso, di crinale o di mezza costa univa due punti-chiave: Fiesole (e Firenze) (1)-Montesenario, questo sarebbe documentato da una epigrafe o pietra miliare (sempre da me ritrovata) in cui si legge in lingua etrusca sinistrorsa “FISL IX”, cioè “per Fiesole IX”.

SECONDA EPIGRAFE FIPSL IX

Foto n.6 – Questa è la seconda epigrafe etrusca da me ritrovata a Montesenario. Come si può ben vedere la scritta è stata (volutamente e in epoca imprecisata, forse romana) corretta e abrasa per cancellare il ricordo di passate civiltà che abitavano questi territori. La scritta, tuttavia è ancora ben leggibile FISL IX

L’altro tratto di strada villanoviano etrusca avrebbe unito il “monte sacro” (Monte Senario, sede di tempio solare megalitico)  con il Mugello giungendo a Cardetole e Livizzano (oggi Lezzano) per proseguire verso Senni (toponimo di origine etrusca), Luco (toponimo origine etrusca confluito nel latino), per poi oltrepassare la catena Appenninica verso l’Emilia Romagna. Ovviamente trattandosi di periodi di storia così lontano da noi, e potendosi avvalere solo di pochissime ‘testimonianze’ archeologiche, tutte le notizie esposte in questo mio articolo vanno ‘maneggiate’ con estrema cautela, o come si usa dire “con i guanti”, lasciando sempre aperta la ‘porticina’ ad eventuali nuove e, perché no, ipotesi e scoperte  più valide delle mie.
Paolo Campidori, Copyright
paolocampidoriarte@gmail.com
paolocampidori@yahoo.it

(1) Non dimentichiamo che Firenze era una città-villaggio villanoviana. Essa era ubicata all’interno della “città-quadrata”. Durante gli scavi di inizio Novecento furono ritrovati gli stanziamenti, vicino al fiume Arno e una necropoli villanoviana, con oggetti tipo urne cinerarie, e vasellame in bucchero e utensili vari. Uno studio su Firenze villanoviana (serio) ancora non è stato fatto, speriamo che gli Enti preposti (Soprintendenza Archeologica) inizino uno scavo sistematico e scientifico inteso all’individuazione dell’antica città ubicata sulle rive dell’Arno

IL TEMPIO PROTO-VILLANOVIANO DI MONTESENARIO: UNA STORIA IMPORTANTE

IL TEMPIO PROTO-VILLANOVIANO DI MONTESENARIO: UNA STORIA IMPORTANTE

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Un’altro disegno antropomorfo “ometto villanoviano” ritrovato nell’ultima mia visita al sito. Non è chiaro come gli altri ma si notano distintamente testa, braccia e gambe
La visita, l’ultima in ordine di tempo, che io ho fatto ieri all’edificio megalitico di Montesenario, ha avuto dei successi insperati che mi hanno permesso di capire ancora un po’ di più l’origine e la funzione di questo ‘monumento’.
Sintetizzando ho scoperto alcune novità importanti:
a) il ritrovamento del disegno di un altro ‘ometto’ villanoviano (o proto-villanoviano) eseguito alla stessa maniera degli altri, con una vernice nera;
b) il ritrovamento di un muro ad angolo realizzato con la tecnica “a incastro”, come veniva usato per le mura villanoviano-etrusche, cioè non con sassi squadrati, ma per la maggior parte trapezoidali, con rincalzi, come si vede dalle foto
c) la consapevolezza che il presunto tempio doveva essere molto più grande e che la parte che vediamo oggi, con una specie di cupola sormontanti, doveva essere la parte terminale.

Mura ad angolo di edificio megalitico

Un particolare di un ‘terrazzo’ che doveva essere l’inizio della scala che conduceva al ‘tempio’ collocato sopra a una decina di metri. Da notare nei muri  lo stile tipico “villanoviano-etrusco”
Detto questo cercherò di analizzare punto per punto le novità che solo ieri ho potuto analizzare meglio.
L’ometto di cui al punto a) non è facilmente identificabile poiché è stato disegnato su un grosso masso, il quale, rotolando, si è fermato su un piccolo pianoro, lasciando però il disegno dell’ometto a testa in giù. Dello stesso sono ben riconoscibili, la testa, un poco inclinata, le braccia leggermente piegate, le gambe piegate (inginocchiato?), e al centro il membro virile.
E’ difficile dare una datazione precisa a questi disegni, che tuttavia sarebbero collocabili in un vasti o arco di tempo che può andare dall’XI sec. a.C al VIII sec. a.C. Questi ometti, mi permettono di fare anche un’altra considerazione, e cioè quella che queste genti (popoli) villanoviani e proto-villanoviani non conoscevano un sistema di scrittura, ma comunicavano esclusivamente con i simboli.

Tempio con campo lungo

Il tempio, foto realizzata “in campo lungo” dimostra le reali dimensioni del ‘tempio’ e la parte sorretta da tholos è solo la parte terminale, adibita come cella-osservatorio

Fra questi simboli che io ho ritrovato nel territorio di Montesenario-Polcanto-Sassaia gli “ometti villanoviani” sono di gran lunga quelli più usati. Si trovano infatti, specialmente nelle strade che collegano Polcanto con Montesenario e Sassaia (Luogo di antico Convento Benedettino). Questi si trovano spesso ‘graffiti’ o disegnati su piccoli sassi (ma anche sassi più grandi) e, la particolarità di questi è che sembra vogliano ‘comunicare’ la presenza di un luogo, oppure lo stato d’animo degli stessi. Alcuni di questi saltano dalla gioia, alcuni, stranamente, si coprono gli occhi con le mani, come in segno di disperazione, altri saltano, ballano, corrono, insomma, sono proprio un vero mistero! M allora ci chiediamo: cosa veramente significano, cosa vogliono trasmettere, comunicare, ai loro contemporanei, o ai loro posteri? Questo, può darsi fosse il loro linguaggio. Oltre a questi ritratti antropomorfi, si trovano delle ‘crocelline’, moltissime frecce e, un simbolo formato da un punto centrale con quattro o sei punti che lo circondano. Quasi sicuramente è il simbolo del sole, che gli stessi adoravano, lo stesso simbolo che ritroviamo all’interno della cella, dove su una lastra sono disegnati gli ‘ornati’ (Vedi articoli precedenti). Questi stessi simboli, con qualche variante si trovata anche nelle urne cinerarie del villanoviano (Vedi Giovannangelo Camporeale – Gli Etruschi – Storia e civiltà, UTET 2008, pag. 105-107). Solo più tardi si sentì la necessità di adottare un sistema di comunicazione fatto con le lettere dell’alfabeto.

IL TEMPIO VISTO DA SOTTO

Il ‘tempio’ visto da sotto, all’interno della cella i disegni antropomorfi (“ometti”)
Per quanto riguarda il punto b) cioè il muro ad angolo, realizzato con la tecnica “a incastro” (o villanoviano-etrusca), esso potrebbe essere il muro che circondava un pianerottolo, e poteva essere il punto dove iniziava una scala che portava al Tempio, posto a circa dieci metri sopra di esso. E’ interessante vedere come i massi, non squadrati, sono incastrati fra di loro con la tecnica che potremmo dire (solo per definizione) etrusca. Essi sono ‘rincalzati’ o fermati da piccole pietre che ne garantiscono la stabilità.
Infine, per quanto riguarda il punto c) nella nella visita al “monumento megalitico”, guardando le enormi pietre che facevano parte delle stesso e che sono rotolate giù a valle, mi sono reso conto che il tempio originale aveva forme ben più ampie di quelle che vediamo adesso. Questo ci da l’idea dell’importanza che il ‘monumento’ avesse non solo per le popolazioni del luogo, ma anche per le popolazioni circonvicine.
Paolo Campidori, Copyright
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UN BEL ‘SELFIE’ NEOLITICO A MONTESENARIO? PERCHE’ NO…

Ricevo e pubblico volentieri questo articolo su Montesenario che mi è giunto dall’amico “Maledetto Toscano” (pseudonimo).

Paolo Campidori

UN BEL ‘SELFIE’ NEOLITICO A MONTESENARIO? PERCHE’ NO…

Disegno BISriucostruito omini viullanoviano 2
Una famiglia (composta da babbo, mamma e figlio) del Neolitico (XIII- XII sec. A.C.), sale contenta al “Santuario del Sole” di Montesenario, proveniente, forse dal Mugello, o forse da luoghi più lontani. E’ una famiglia felice, credono negli astri ed in modo particolare nel Sole (loro massima Divinità), e aspettano che sorga da dietro le montagne, e non appena il Sole si manifesta in tutta la sua bellezza, i componenti della famiglia si inginocchiano e lo adorano .

Menhr della chiocciola

Un’esperienza bellissima di fede, forse con cadenza annuale o forse unica nella vita, non sappiamo. A suggellare questa bella giornata un bel ‘selfie’ fatto alla loro maniera, alla maniera del Neolitico (II Millennio a.C.) ci sta proprio bene. La famiglia si ritrae (o si fa ritrarre), insieme, forse  mano nella mano (il disegno non è chiarissimo), e ponendo fra di loro la splendida figura del dio Sole. Per un attimo si dimentica gli affanni quotidiani, la caccia, le guerre (lo spadino che si porta alla cintura, oggi è solo ornamento), e quassù sul Montesenario, dove allora, come adesso, si respira aria buona, e si beve acqua di sorgente fresca, è facile concentrarsi nella misticità di questo luogo, ‘mistico’,  da sempre
“vocato’ (con continuità) a “monte della spiritualità” e della preghiera.

MONTESENARIO DA MONTERONZOLI

La cosa interessantissima da notare è quella che a partire, almeno, dal XIII sec. a.C., cioè da 3.500 anni (ma la storia sul monte Senario comincia molto prima), questo Monte (Senario) è da sempre luogo di pellegrinaggi e di preghiera (con intervalli dovuti ai oscuri periodi della romanità e dell’alto medioevo) e, questa prerogativa di luogo di preghiera, per eccellenza, lo è tutt’oggi con l’insediamento ormai quasi millenario di un convento appartenente all’ordine dei Sette Frati fondatori, cioè l’Ordine dei Servi di Maria, avvenuto verso la metà del XIII secolo d.C..

Questi fraticelli, nella vita importantissimi membri di nobili famiglie fiorentine, con il loro insediamento, hanno ridato al Monte Senario la sua giusta ‘vocazione’, cioè quella di  luogo di preghiera. Oggi, forse, ci dimentichiamo di questo, e non sempre questa spiritualità è rispettata e valorizzata,  anzi! Infatti,  il luogo sacro, quella parte che si trova  intorno al Convento, talvolta e da taluni visitatori (tengo a precisare: una minoranza) viene ‘paganizzato’, e trasformato in luogo ‘balneare’, con sdraie, ombrelloni (mancano i costumi da bagno, ma……), con schiamazzi vari e lasciando magari in terra rifiuti di ogni genere…..

E’ un peccato vedere un luogo sacro come Montesenario, che vanta questa continuità di “luogo di fede”  da 3500 anni, essere così bistrattato e offeso! Il riferimento, ripeto, vale solo per alcuni visitatori che scambiano questa “montagna sacra” per un agriturismo, o forse peggio!
Maledetto Toscano

RICOSTRUITO IL DISEGNO DEGLI ‘ORANTI’ DEL MENHIR (TEMPIO DEL SOLE) DI MONTESENARIO

RICOSTRUITO IL DISEGNO DEGLI ‘ORANTI’ DEL MENHIR (TEMPIO DEL SOLE) DI MONTESENARIO

Disegno BISriucostruito omini viullanoviano 2

Montesenario, a giudicare anche da questi disegni che raffigurano degli ‘Oranti’ da me ritrovati insieme al tempio dedicato al dio Sole, è sempre stato un luogo sacro, un posto “vociato alla” preghiera, alla contemplazione, alla invocazione del dio celeste. C’è una ‘continuità’ fra questo tempio del Neolitico e il Convento dei Frati Serviti dio Montesenario? Penso di sì. 

La strana costruzione, che veniva indicata dalle popolazioni locali come il Masso del Fuso, situato presso il Convento di Montesenario (lato Polcanto), ormai non ha più misteri. Il sottoscritto ritrovatore l’ha identificato come un Menhir del XIII- XII secolo a.C. adibito a Santuario per l’adorazione del dio Sole. Anche i disegni degli oranti ritrovati dal sottoscritto all’interno del Santuario megalitico non sono più un mistero, in quanto sono stati ricostruiti nelle loro linee essenziali. Si tratta di tre ‘oranti’, vale a dire persone che si sono recati sul Monte Senario a pregare l’astro per eccellenza: il sole. I tre personaggi raffiguranti nel disegno corrispondono a un uomo e una donna e
un bambino, forse sul loro figlioletto. Le figure sono decrescenti, come grandezza a partire dal padre, poi la donna (sulla destra del disegno) e un bambino (sulla sinistra del disegno). Sia l’uomo che la donna portano alla cintura, un attrezzo, forse un’ascia, utile anche come arma. Il bambino invece non porta con sé nessuna arma. Le figure, stilizzate, sono inginocchiate con le estremità divaricate. Davanti alle figure dell’uomo e della donna splende un bellissimo sole, raffiguranti da un pallino centrale e otto raggi intorno allo stesso. Le figure sono state disegnate in nero con un colore, forse di origine vegetale. Si tratta di una scoperta importantissima, anche perché dimostra in modo evidente che il Monte Senario è sempre stato un monte “a vocazione” sacra, sede di tempio. Anche oggi sul
Monte Senario esiste un Convento, quello dei Servi di Maria, esistente a partire dalla metà del XIII secolo. Credo che questo del sottoscritto sia il primo ritrovamento in Toscana di un Menhir con disegni del XIII-XII secolo a.C.
Paolo Campidori, Copyright

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IL LUCUMONE ETRUSCO – Le cariche e l’etimologia – ARTICOLO DI MASSIMO PITTAU

              IL LUCUMONE ETRUSCO
           Le cariche e l’etimologia

Ricevo dal Prof. Massimo Pittau questo suo articolo che pubblico volentieri sul mio Blog

CONIUGI ETRUSCHI DI VOLTERRA

Lucumones «re» (plur.), glossa latino- etrusca (TLE 843; ThLE1 416). Il noto commentatore di Virgilio, Servio, ha scritto testualmente lucumones qui sunt reges lingua Tuscorum (Aen. II, 278); nam Tuscia duodecim lucumones habuit, id est reges (Aen. VIII, 475).

Da queste chiare testimonianze di Servio si deduce che: I) lucumones significava reges «re»; II) I lucumoni erano a capo delle dodici leghe o federazioni degli Etruschi. Queste si riunivano annualmente nel tempio della dea Northia, presso Orvieto (Livio, VII 3,7), anche per infiggere i clavi annales, quelli che indicavano il trascorrere degli anni dall’inizio dell’arrivo degli Etruschi dalla Lidia in Italia, probabilmente il 698 avanti Cristo.

  È noto che, secondo la tradizione,
all’inizio la città di Roma fu retta dai
noti sette re, secondo i seguenti ordine e
data:

Romulus (753-716 a.C.); Numa Pompilius (715-673 a.C.).

Tullus Hostilius (673-641 a.C.) (già prospettato come di origine etrusca); Ancus Martius (640-616 a.C.) (di etnia sabina); Tarquinius Priscus (616-579 a.C.) (di etnia etrusca); Servius Tullius (578-535 a.C.) (di etnia etrusca); Tarquinius Superbus (535-509 a.C.) (di etnia etrusca).

  Con la cacciata da Roma di questa dinastia
di origine in larga prevalenza etrusca,

finisce in maniera definitiva il regime monarchico dei lucumoni a Roma ed a questi restano solamente cariche nominali e religiose, quali appunto quella che abbiamo visto che si espletava annualmente nel tempio della dea Northia.

Esisteva inoltre il Rex sacrorum «re delle funzioni sacre» o il Rex sacrificus o sacrificulus «re che effettuava i sacrifici».

Si deve considerare che, siccome l’alternanza delle sillaba iniziale LUX/

LAUX è frequente in etrusco (cfr. ACLNEI, AUCLINEI; AFLE AUFLE; LLE norma 1) e siccome è frequente la conversione degli appellativi con gli antroponimi e coi toponimi, risultano molte le varianti dell’appellativo che ci sono state conservate:

  LUCUMU «lucumone» (sing.) (ET, AH 1.11)
ACILU LUCUMU «Acilio lucumone».
  LUXUMNI «Laucumnio» gentilizio masch.

LAUXME, LAUXMSNI «Laucumnio»; LAUXMES, LAUXUMES, LUXUMES «di Laucumnio»; LAUXMSNEI, LAUXUMSNEI «Laucumnia»; LAUXUMAL, LAUXUMNIAL, LAUXUMSNAL «di Laucumnia»; LAUXUMESA, LAUXMS[N]ALISA «quello (figlio-a) di Laucumnia»; LAUXUMNETI (LAUXUMNE-TI) (Liber linteus, IX 33) «nella reggia (lucumonia)» oppure «nella (durante la) lucumonia» (LEGL).

Tutto ciò premesso, sono dell’avviso che è possibile prospettare l’origine e il significato, cioè l’etimologia dell’appellativo lucumone in virtù dei tre seguenti vocaboli etruschi:

LUCAIRCE (SPURE-M LUCAIR-CE) (sostantivo
con congiunzione enclitica e preterito
debole) probabilmente «e servì la città (di
Tarquinia) da lucumone», da confrontare con
LUCUMU «lucumone» (non “comandò o resse”,
dato che l’iscrizione è di epoca recente e
il lucumone ormai aveva solo incarichi
religiosi) (TLE 131 rec; ET, Ta 1.17,
epitaffio di Laris Pulenas; corrige GTLE
168, 170).

LUVXUMESAL, LUVXMSAL probabilmente «della lucumonia». (ThLE2 247; su aequipondium «peso di bronzo», marchio impresso a titolo di garanzia).

LUVCTI probabilmente LUVC-TI «nel luogo, nel loculo» (in locativo), da confrontare col lat. locus, finora di origine ignota (DELL, Etim). (ET, Ta 1.219 – 3/2; su cippo di tufo) LUVCTI VELA S(EΘRES) L(UPU) A(VILS) IIII «nel loculo (c’è) Velia (figlia di) S(etre) morta a 4 anni».

Orbene, premesso che lucumones richiama il raro aggettivo lat. ‘munis,-e’ «che svolge una carica o un incarico» (DELL), mi sembra che sia lecito, con buona probabilità, dedurre dai tre citati vocaboli etruschi, che ‘lucumone’ in origine significasse “che ha la carica di tenere il luogo”, che ha la carica di tenere il potere”.