TARQUINIA – TOMBA DEI LEONI (ROSSI) PERCHE’ I LEONI SONO RAFFIGURATI ‘AFFRONTATI’?

TARQUINIA – TOMBA DEI LEONI (ROSSI) PERCHE’ I LEONI SONO RAFFIGURATI ‘AFFRONTATI’? 

 

ORIGINI CARTAGINEVI SEC. A.C. MARMO

Due leoni affrontati proteggono il cosiddetto “albero della vita” – Arte cartaginese (?) sec. VI a.C.

 

Etimo ed origine:

Leone: detto per la sua forma e maestà “il re degli animali”. Il vero etimo certo è che la forma greca”Léon” – genitivo “Leôntos” è entrata nel latino dando luogo a “leo”, “leonis” (la derivazione diretta del lemma latino da quello greco è da escludersi, altrimenti avremmo avuto “leo”, “leontis”). Nella lingua etrusca lo troviamo su una gemma con la figura di una leonessa che allatta.
Leuna, etrusco,  (Leonis) è un  gentilizio maschile da confrontare con quello latino “Leonius”, nonché col latino “leo”, “leonis”. “Leunei” (Leonia) etrusco, femminile del gentilizio Leuna.
L’epigrafia etrusca ci rivela l’esistenza anche di un’altra epigrafe: “THANIAS LEUNAL” (Tania di Leonia). L’epigrafe è scritta da destra verso sinistra.

leone epigrafe

L’epigrafe etrusca THANIAS LEUNAL da me ricopiata nella sua forma originale ed è scritta da destra verso sinistra
E’ probabile che i leoni dipinti sull’echino della Tomba dei leoni (rossi) di Tarquinia esprimano un gentilizio, una specie di emblema araldico della nobile famiglia tarquinese “Leuna” “Leunei”.
Per quanto riguarda, specificamente, l’origine del simbolo ‘Leone’, esso si perde nella notte dei tempi, ed è sicuramente di origine orientale,  anche perché l’habitat  naturale di questo animale è orientale-africano. Nella tomba dei leoni di Tarquinia (come nelle altre tombe della stessa necropoli) gli affreschi sono carichi di simbologia e di allegoria che in questa sede, sarebbe davvero difficile trattare.

Tarquinia tomba dei leoni rossi

Leoni affrontati dipinti sull’echino della tomba dei “leoni rossi” di Tarquinia 
In sostanza la raffigurazione dei due leoni, accovacciati,  non intenti ad aggredire una preda (spesso un cerbiatto), testimonierebbero, tra l’altro,   che il defunto ha trascorso in vita un periodo di pace, o almeno di “relativa pace”, e, aggiungerei di prosperità economica.
I leoni infatti esprimono forza, potenza, ferocia, ma allo stesso tempo, pace, tranquillità, sicurezza. Dobbiamo considerare, che nel periodo cosiddetto ellenistico, l’allegoria (e la mitologia) greca hanno  preso il posto della simbologia (anche se parzialmente), ragion per cui moltissime cose sono cambiate nella religione degli etruschi. Questo cambiamento ci porta a pensare che le pitture (affreschi) che si trovano dentro le tombe di Tarquinia o altra località etrusca, non siano da considerare singolarmente, ma nella loro totalità, dando vita ad una storia, una specie di mosaico fatto di tante tessere,  il cui insieme rappresenta un solo tema. Il simbolo invece, al contrario dell’allegoria esprimeva un concetto, anche se ampio, ma contenuto nella sua singolarità.
Ancora oggi abbiamo il cognome Leoni ed esistono tanti stemmi nobiliari dove figurano uno o più leoni in varie posizioni: accovacciati, rampanti, etc.
Da quanto arguito dobbiamo trarne le seguenti conclusioni:
a) che la tomba detta dei “leoni rossi” di Tarquinia sia appartenuta  alla nobile famiglia etrusca dei Leuna (Leoni);
b) che i leoni affrontati con le fauci aperte, esprimono la possibilità di un’aggressione latente (potenziale), contro chiunque osasse fare violenza alla famiglia o ad un membro della stessa;
c) che originariamente i leoni affrontati erano posti come ‘guardiani’ dell’albero della vita (uno alla destra, ed uno alla sinistra del tronco dell’albero) (**);
d) che nelle tombe tarquinesi i leoni dipinti sono posti uno alla destra, uno alla sinistra di un mensolone, somigliante alla parte rastremata di una clessidra, che aveva la funzione di reggere il tetto (una specie di ‘tholos’),  in quanto la tomba è la raffigurazione  realistica dell’interno  di una casa etrusca (tarquinese), formando una specie di triangolo, il cui numero ‘3’, numero perfetto, rappresentava l’essenza del loro credo, ovvero, la perfezione, e corrispondeva, secondo la loro religione di origine orientale alle tre divinità adorate: la Luna, il Sole e l’Astro del mattino (Venere). Gli stessi etruschi raffigurati sui sarcofagi ostentano la mano con le tre dita: pollice, indice e medio.
L’elenco potrebbe continuare di molto….

 

(**) Vedi foto sopra

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ETRUSCOLOGIA E FILOSOFIA: “LE FALSE SICUREZZE”?

ETRUSCOLOGIA E FILOSOFIA: LE FALSE SICUREZZE II?
Chi sono i veri Etruschi e i veri Americani?

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Il ‘menhir’ identificato dal sottoscritto (Paolo Campidori) nella foresta demaniale di Montesenario (lato Polcanto (Firenze). Si tratta di un tempio megalitico, forse dedicato ad sole o Ishtar (la “stella del mattino”. E’ composto da un lungo ambulacro e di una cella coperta da un tetto a forma rotondeggiante a forma di carapace. Potrebbe trattarsi anche di un osservatorio astronomico oppure di una tomba di un Principe proto-villanoviano. L’edificio megalitico è stato distrutto in epoca imprecisata, ma restano intatte ancora alcune parti importanti dello stesso. 

Noi ci mettiamo davanti ad una branca importante del sapere umano, come, ad esempio, la filosofia, l’arte e le lingue orientali, ed anche l’etruscologia, disciplina di cui mi occupo, con una sicurezza disarmante, e, magari, abbiamo letto appena un libro, o ‘spilluzzicato’ qua e là, come si fa nella sala antipasti di un ristorante. Ma questo non è giusto e neppure è corretto. Studiare una disciplina come l’etruscologia è necessaria una vita intera. In etruscologia, poi, come in altre discipline, ad esempio la filosofia e l’etruscologia, non ci sono, per evidenti ragioni, ‘dogmi’ di fede (assolute).

In questo caso e, per questa ragione, etruscologia e filosofia viaggiano nella stessa direzione, cioè senza avere, almeno per il momento alcuna possibilità di ottenere la riprova dell’autenticità di determinate tesi. Anzi, è proprio il contrario. Mi diceva un famoso ‘Biblista’, parente di un mio parente, professore, esegeta biblico che (queste sono le sue testuali parole): “più si studia e meno se ne sa”. Io gli devo dare ragione a Mons. Fulvio Nardoni, un

eccellente traduttore del Vecchio e del Nuovo Testamento dai testi antichi e originali in greco antico, ebraico antico, aramaico, etc.

EPIGRAFE DECIFRATA

Questa è una delle numerose epigrafi da me ritrovate nella foresta demaniale di Montesenario, dove si trova il Convento dei Frati dell’Annunziata di Firenze, i Servi di Maria. L’epigrafe, molto rozza, è stata scritta secondo l’uso etrusco, da destra  verso sinistra ed è stata da me decifrata dopo lungo studio. Nell’epigrafe, di epoca tardo etrusca, forse II-I sec. a.C. ci sono scritte due paroline “M CANA” che significa “Io, sono la tomba di…(segue il nome che però è mancante)

Ostentare tanta sicurezza, mette anche noi (propugnatori di “falsi o dogmi”) in un luogo sicuro, coperto, riparato, e, se fosse possibile, anche ‘blindato’. Ma le cose non stanno così. A me, sinceramente, viene da ridere quando mi pongono certe domande come: “Chi erano gli Etrtuschi”;

ed io a questi rispondo e tu dimmi “Chi sono gli Italiani? Certamente l’arte e la vita quotidiana degli Italiani dell’anno 1000 non sarà la stessa di quella del periodo Rinascimentale e, neppure quest’ultima sarà la stessa di di quella del periodo che va sotto il nome di “Barocco” (1700 circa).

Lo stesso vale per gli Etruschi: l’arte, il pensiero, la religione, il “modus vivendi” degli etruschi saranno diversi a seconda dell’epoca alla quale ci si riferisce. Ci si lambicca il cervello sulla provenienza degli stessi. Una vera ‘utopia’ (e qui uso un ‘eufemismo’?) stabilire le provenienze degli stessi. Gli Etruschi sono sempre stati Etruschi, in qualsiasi epoca e provenienza li si voglia etichettare. Dire che gli etruschi sono ‘autoctoni’, o dire che gli stessi provengono da una qualsiasi

parte del mondo è un “non-sense” e non corrisponde a nessuna realtà.

Il Convento, demaniale, di Montesenario visto dallo spiazzato di Monte Ronzoli (il Monte Senario, è composto da due colli: il Monte Senario  (o Asinario) e Monte Ronzoli). Accanto una figura atrofizzata che rappresenta un ‘Orante’ proto-villanoviamo, da me ritrovata e identificata nel tempio-osservatorio astrale. Questo ci testimonia che il Monte Senario è sempre stato dall’antichità più remota un monte con Santuari, dedicato agli astri in epoca pagana e a Dio nell’età del Cristianesimo.

Fra le tesi che si rifanno all’origine etrusca (diverse e molte delle quali davvero fantasiose), mi sembra più ragionevole ‘abbracciare’ la tesi del grande capo-scuola Prof. Massimo Pallottino, il il quale ha formulato una ipotesi, quella della “formazione in loco”, cioè una civiltà che si è ‘contaminata’ (non in senso dispregiativo) con altri popoli, altre civiltà, nel corso dei secoli della loro vita.

Perché dico questo? Per una semplice ragione. Secondo voi qual’è l’origine degli americani U.S.A.? Si può rispondere a questa domanda nella maniera più veritiera possibile, e cioè che gli Indiani d’America, i famosi “pelle-rossa”, Sioux, Cheyenne, etc. sono il ceppo originario della Nazione denominata U.S.A; a questi, si sono aggiunti popoli venuti da altre nazioni (principalmente europee), i quali hanno colonizzato le terre che appartenevano agli Indiani (in questo contesto non ci interessa sapere come), hanno stabilito le loro abitazioni, si sono ‘fusi’ con le popolazioni locali. Lo stesso vale per gli Etruschi. Prendiamo come riferimento il Mugello, o meglio gli Etruschi Mugellani. Gli stessi sono originari di questi luoghi, ciò non toglie che abbiamo avuto apporti notevoli di popoli e di razze dai Liguri (la loro lingua ‘linguistica’ è molto antica), dal Celti, dai Romani, dai Bizantini, dai Longobardi, etc. etc.

MONTESENARIO BURIANA 8

Un santo-filosofo, un asceta ed anche un frate del Convento di Montesenario sopporta con “santa rassegnazione” (con filosofia, si direbbe oggi) i disagi della neve (freddo e malattie d’ogni genere…

Possiamo quindi dire in tutta tranquillità, senza offendere nessuno che gli Etruschi siamo noi Toscani (in modo particolare), ma anche Emiliani, e abitanti del Lazio settentrionale.  Allo stesso modo, ‘americani’ originari U.S.A sono  tutte le tribù di razza ‘pellerossa’ che hanno subito ‘contaminazioni’ durante il corso della loro storia.

 

PAOLO CAMPIDORI, COPYRIGHT http://www.culturaetrusca.blog paolocampidoriarte@gmail.com
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ETRUSCOLOGIA: LE “FALSE SICUREZZE” I
E’ tutto così nebuloso il panorama della storia Etrusca, anche se ci sono, è vero, dei “punti fissi”. Troppo difficile è parlare di un’etnia che ha un percorso storico di circa 10 secoli. Nessuno può avere delle certezze, in etruscologia; non possono esistere,almeno per il momento dei dogmi. La storia è “contro- versa” e nessuno, dico nessuno può con sicurezza assoluta (matematica o scientifica) affermare una cosa o un qualsiasi aspetto di questo popolo.

Si illude chi pensa di avere la “chiave di lettura” precisa, sicura, perché la scienza etrusca è una scienza in evoluzione, e, gli Etruschi pur possedendo una ‘base’, un’origine storica, che può essere più o meno discutibile, è stato ‘contaminato’ (nel senso più o meno buono) da mille altre culture, più o meno orientali. Anche la lingua, che è sempre stata un buon metro di valutazione per la conoscenza storica dei popoli antichi, è un miscuglio di lingue locali e di lingue europee e orientali.

E poi i periodo storico. A quale perido storico ci riferiamo? al IX sec. a.C.? al VI-V sec. a.C? al III sec. a.C. ? Noi non possiamo pensare, per fare un esempio che gli Italiani di oggi siano gli stessi dell’Anno Mille, o quelli del Rinascimento, o addirittura quelli del Risorgimento. Quando parilamo di Etruschi dobbiamo a) fare riferimento al periodo storico cui ci riferiamo b) al luogo, ovvero al territorio: gli Etruschi di Cerveteri, sono diversi da quelli di Volterra, oppure gli Etruschi di Chiusi sono diversi da qyelli di Felsina; c) a tutti gli altri aspetti, specifici per ogni città-stato dell’Etruria.

Gli Etruschi sono un popolo che è stato per tutto il tempo della loro esistenza ‘imparentato’ con altri popoli ed altre razze. Essi stessi si definivano una “mezcla”, cioè un ‘rimescolamento’ di popoli e di razze. Per esempio abbiamo finora parlato troppo poco dei Celti e dellepopolazioni nordiche che hanno invaso l’Etruria, abbiamo parlato troppo poco dei Cartaginesi, dei Sardi, delle popolazioni Italiche, prima del dominio Romano. Forse, conosciamo troppo poco anche del reale impatto con la Grecia antica.Senza parlare dei Villanoviani. Siamo sicurissimi che Villanoviani ed etruschi abbiano un’etnia comune?

Poi la lingua, un vero mistero, se non si affronta il problema nel verso giusto. L’Etrusco pur avendo come base ancestrale la lingua orientale e medio orientale, è un accozzaglia di lingue e dialetti, di gente proveniente da tutto il mondo (NB Ho detto “Tutto il mondo”, non solo quello ‘conosciuto). Insomma, come è giusto che esista una storia contro-versa degli Etruschi è anche vero e giusto che esista una contro- storia di qualsiasi “contro-storia”.

Insomma, tutto questo per dire, che la conoscenza degli Etruschi per il momento è frammentaria, incerta e ci sono ben poche sicurezze. Chi dice di avere in mano delle sicurezze assolute in fatto di Etruscologia, il più delle volte, sa di mentire. Non possiamo basare la nostra conoscenza della storia etrusca su un ‘coccetto’ che si trova sperduto in qualche vetrina di qualche museo italiano o straniero. “Ci vuole di più…molto di più…..

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LA VERA STORIA DI MONTESENARIO E DEL CONVENTO DEI SERVI DI MARIA – DI PAOLO CAMPIDORI

LA VERA STORIA DI MONTESENARIO E DEL CONVENTO DEI SERVI DI MARIA – DI PAOLO CAMPIDORI

LA STORIA DI MONTESENARIO

Spadino in bronzo

Lo spadino villanoviano-etrusco come si vede facente parte dell’arredo dell’ometto proto-villanoviano nel disegno che si trova nella cella del Santuario di  Montesenario, ritrovato da Paolo Campidori. Questo spadino-pugnale è comune anche ai Sardi del Neo-Litico (Vedi Pittau sull’argomento)

Montesenario è un luogo di culto e di preghiera. Qui vi abitano i Frati Serviti detti anche Servi di Maria, i quali salirono su questo Monte negli anni ’40 del Milleduecento. Erano frati dell’Annunziata e, per obbedienza, andarono a vivere su questo Monte ricco di storia Millenaria, sul quale avevano già vissuto genti del Neolitico, i Celti-Liguri, gli Etruschi, i Romani, poi la storia sembra finere. Esiste un enorme ‘buco’ storico che va dalla fine dell’Impero Romano fino al sec. VIII, secoli bui, drammatici, dominati dai Barbari di tutta Europa, in tutto circa tre secoli di dominio barbarico, che ebbe termine soltanto con la ‘chiamata’ dei Franchi da parte dei Papi verso la fine dell’IVI secolo d.C. Con i Franchi le cose andarono un pochino meglio, essi, dopo aver dominato con lotte sanguinose i Longobardi li vinsero e stipularono una specie di ‘concordato’ fra di loro.

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Epigrafe etrusca ritrovata da Paolo Campidori nei pressi del Convento di Montesenario con la scritta “MI CANA” oppure “MI THANA”. Entrambe alludono alla presenza di una tomba nelle vicinanze.

I Longobardi avrebbero riconosciuto come loro Re e come loro padroni i Lonbobardi, ed essi inoltre avrebbero ceduto terre, palazzi e castelli ai Franchi. I Franchi, pur di farsi incoronare come ‘padroni’ d’Europa dai Papi, fecero molte concessioni ai Papato e alla Curia di Roma, e questi privilegi interessarono anche i Vescovadi delle varie città Italiane, i quali beneficiarono di donazioni e legati. Fra queste donazioni rientra anche il poggio di Montesenario, il cui castello era ‘ridotto, dopo le guerre fra Franchi e Longobardi , ad un mucchio di macerie, insomma, come dicevano una volta ad un ‘castellane. I primi frati che salirono al colle di Montesenario furono i rampolli delle famiglie più nobili che vivevano allora in lussuosi palazzi di Firenze trecentesca, quasi tutti banchieri (leggi prestiti ad usura). I frati, secondo la Leggenda (leggi storia dell’Ordine) dovettero ripristinare tutto, secondo i loro bisogni religiosi e liturgici.

TEMPIO VEDUTA TOTALE

Il Santuario neolitico (oppure osservatorio astronomico) del periodo Neolitico trovato e identificato da Paolo Campidori nella boscaglia di Montesenario (lato Polcanto)

Dapprima, sempre secondo la Leggenda i Frati Servi di Maria, abitarono le grotte, dove (questa è una mia aggiunta) che originariamente, verso il 1200 a.C. erano servite da ‘abituri’ alle popolazioni autoctone che vivevano di pastorizia, caccia e di una rudimentale forma di agricoltura. Piano piano i Servi di Maria, i cui meriti furono moltissimi, realizzarono una prima chiesetta, usando le pietre del Castellare e, realizzarono piccole celle per abitarvi. L’Ordine dei Servi di Maria vive secondo i principi dell’obbedienza, della carità e della castità. Questo Ordine dapprima conobbe un modo di vita molto severo basato sulla povertà, infatti i primi frati vivevano delle elemosine altrui (frati mendicanti). Il loro Ordine conta una ‘rosa di Santi’ molto importante, che ancora oggi veneriamo. Nella Chiesa attuale, una Cappella sulla Sinistra ospita le reliquie importantissime dei Sette Frati Fomndatori, tutti appartenenti a famiglie con cognomi altisonanti. Se durante il MedioEvo tutto il Monte era di proprietà degli Ubaldini (Vedi Corte Chiarese a Bivigliano stemma Ubaldini), lo erano anche i mondi vicini.

Annigoni PIETRO affresco Montesenario

Pietro Annigoni, il grande Maestro di pittura del secolo appena passato, non era solo grande Artista, era anche una persona molto intelligente ed aveva un bagaglio culturale notevole. Alcuni frati o mi hanno rivelato che, quando noni dipingeva andava sempre nei boschi, per disegnare la natura, i posti, etc. Ma non solo…..

Tutta la zona dipendeva dagli Ubaldini della Pila che avevano il castello proprio sotto le pendici del Monte Senario e la chiesa del loro Castello (non andata distrutta, ma operante fino al 1700) era intitolata a San Niccolò (Santo privilegiato dei Longobardi e dei Franchi, insieme a pochi altri); mentre la loro Pieve era Santa Felicita a Faltona, poco distante, ora ubicata presso il fiume omonimo. Montesenario QUINDI DIPENDEVA GERARCHICAMENTE ED AMMINISTRATIVAMENTE DAL CASTELLO DELLE PILA E COME PIEVE DA A. FELICITA A LARCIANO O FALTONA. Anche questa era zona etrusca sia Faltona che lariano erano due toponimi di origine etrusca: Larciano deriva da Larth(Principe) e Faltona deriva da “Fal Thruna” (Trono degli Dei). Verso il 1200-1300 la gerarchia e la dipendenza amministrativa passò alle Pievi (Vedi Plesner: Una Rivoluzione stradale nel 1200) e Faltona ebbe il privilegio di avere il Fonte Battesimale

Danza rituale Questo significava che i popoli (chiese plebane) che si trovavano nella zona di Bivigliano-Monte Senario dovevano portare i loro figli alla Pieve di Faltona per essere battezzati. Poi la chiesetta di San Romolo, sull’antica strada che conduceva a Montesenario e Faltona, ebbe il privilegio dalla Curia Fiorentina di avere il Fonte Battesimale. Dicevo che tutta la zona era Villanoviano-Etrusca, e questo è dimostrato, oltre ai ‘reperti’ da me ritrovati, che ritengo importantissimi per ricostruire la storia di questo territorio, anche nell’affresco di Annigoni che si trova nel coro della Chiesa di Montesenario. Se fate attenzione (fatevi accendere la luce dai frati) i due frati che sono più in basso, appesantiti da enormi zaini, e che parlottano fra di loro, uno di essi indica all’altro certi graffiti, chiaramente neolitici o proto-villanoviani che raffigurano certi ”ometti’, come quello che io ho ritrovato numerosi nelle strade e nei boschi intorno Montesenario.

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Da estremamente povero il Convento era diventato ricchissimo, aveva ricevuto donazioni da tutta la Toscana ma anche da tutta Italia. Il Mugello da Montesenario dino alla Val d’Astra e fiono a Livizzano (Lizzano) era di proprietà del Convento di Montesenario. Questa fu la ragione perché i Governanti, per pareggiare i loro debiti di bilancio (Non ne fu esente neppure il Governo Napoleonico) (documenti alla mano), azzerarono, di fatto la vita conventuale dei Servi di Maria e ne confiscarono tutti i loro beni. Credo che queste confische, discutibili nel merito, abbiamo dato il “colpo di grazia” a quella che che era stata la splendida era dei Frati Serviti di Montesenario.Ho tralasciato molti particolari e molti personaggi e tanti aneddoti che meriterebbero e molti personaggi e tanti aneddoti che meriterebbero almeno una menzione. Ad esempio la Famiglia fiorentina dei Della Stufa, famiglia vicino ai Medici, anzi amici di Lorenzo e Giuliano dei Medici, furono i protettori ‘ufficiali’ del Convento. Un loro antenato riposa in un monumento funebre all’interno della chiesa. Giosué Carducci, che proprio qui nel Convento di Montesenario lesse la sua nuova poesia in onore del diavolo (Leggi della nuova linee ferroviaria e della locomotiva a vapore). Ma molto di più si potrebbe dire, ma questo mi sembra sufficiente.

Paolo Campidori (da rivedere e correggere)

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MONGHIDORO: “ISOLA LINGUISTICA (ETRUSCO-CELTICA) E STORICA”, POSTA A CAVALLO FRA TOSCANA ED EMILIA-ROMAGNA

 

MONGHIDORO:  “ISOLA LINGUISTICA (ETRUSCO-CELTICA) E STORICA”, POSTA A CAVALLO FRA TOSCANA ED EMILIA-ROMAGNA

Vicolo a Monghidoro

Un angolo del Castello di Monghidoro “Scaricalasino”, volta ad arco a sesto acuto, tipici Trecenteschi con  lastricato 

Una vera e propria ‘marea’ di persone hanno visitato e letto il mio articolo precedente: “IL DESTINO COMUNE DEGLI ABITANTI DI MONGHIDORO (SCARICALASINO), IN PROVINCIA DI BOLOGNA. CON LE GENTI CONFINANTI DELLA TOSCANA, ALIAS, “ALTO MUGELLO” su questo mio Blog  “Paolocampidorinuvoblog” http://www.paolocampidorinuovoblog.wordpress.com;  e,  altrettanti amici lettori lo stanno facendo questa mattina e in questo momento (sono le ore 10,30 circa di mercoledì 22 novembre 2017). Ovviamente ringrazio tutti gli amici Monghidoresi (e naturalmente anche  tutti gli altri). Spero con questo mio articolo di aver portato un contributo importante e aggiornato agli ultimissimi miei studi e ricerche sull’origine di Monghidoro, del Castello di Scaricalasino (accenni) e dei luoghi limitrofi di crinale, che da Monghidoro arrivano fino alla località Monti, dove abitavano i miei avi: i Campidori “‘e Campidùr).

Ballo antico Monghi

La rievocazione popolare di uno dei balli tradizionali di ‘sapore’ celtico, durante una festa a Monghidoro

Monghidoro da sempre è stata la strada “di transito”, uno ‘snodo’ di strade importantissime, che, verso Nord portavano a Felsina (Bologna); verso Ovest si  collegavano con l’etrusca strada di montagna per raggiungere Marzabotto (Misa) e posti limitrofi (Montovolo, Montaguto Ragazza, etc.);  e, ad Est, per collegarsi con la strada proveniente dalla Toscana e che, passando dalla Valle del fiume Idice (idronimo) raggiungeva le località di Monterenzio (Montebibele), fino a sfociare nella vallata dei fiumi emiliani e raggiungere la parte più a Est di Felsina e con essa tutta la Romagna (San Leo, Spina, Verucchio, etc.) (N.B. questa non era l’unica strada, che raggiungeva luoghi etruschi della Romagna ).

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Il Sasso di Castro, una delle maggiori bellezze naturali della zona, purtroppo deturpato inesorabilmente dalla speculazione edilizia e industriale. Nei pressi di questo Monte, in zona Traversa, passava la strada che dal Mugello occidentale conduceva a Monghidoro-Scaricalasino

 Monghidoro era quindi un importante snodo strategico: stradale e militare che “faceva gola” sia ai Bolognesi che ai Fiorentini, nonché dagli Signori Imolesi e, per questa ragione, è stato più volte conteso dalle parti, e il suo destino è stato segnato da lotte continue. Il castello, di Monghidoro (Scaricalasino)ossia, le rovine del castello (della fortezza difensiva) sono sotterrate, a vari livelli,  sulla collina più alta del Monte, zona detta appunto ‘Castello’.  Accurati scavi potrebbero riportare in luce la parte difensiva più importante: la rocca e il mastio (ultimo baluardo delle fortificazioni medievali).

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Monghidoro – La zona del Castello ancora ‘intatta’

 

Tuttavia ad un occhio attento non possono sfuggire tanti particolari, tanti scorci, come vicoli, coperti da volte, oppure la struttura di certe abitazioni, i tetti molto spioventi, una volta coperti da lastre di arenaria,  che chiaramente parlano di cose lontane, di uomini, di “servi della gleba”, di cavalieri,  di artigiani, di palafrenieri, di fabbri, di maniscalchi e dei ‘fondachi’ (botteghe) dove essi lavoravano.

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Un altro angolo suggestivo dell’antico Castello di Monghidoro

Certo Monghidoro, un paese dalle lontanissime origini Liguri (o Ligustiche), ha dovuto soccombere e, in maniera massiccia, alle invasioni celtiche, le quali però preferivano abitare  in  luoghi boscosi, dominanti i  percorsi dei fiumi, come la Valle dell’Idice (fra questi citiamo: Monterenzio, Montebibele), che come abbiamo detto, in periodi successivi, più vicini a noi (alla nostra era) hanno raggiunto una forma di “PAX” forzata o di convivenza con queste popolazioni che arrivavano direttamente, oltre che  dalla Liguria, anche e soprattutto,   dalle Gallie (popoli d’oltre Alpe).

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Un antico tabernacoletto del XIX secolo dedicato alla Madonna del Piratello (venerata in molti luoghi dell’Emilia e Romagna, sul muro di una antica casa a Monghidoro

E’, tuttavia probabile che qui a Monghidoro, i Celti abbiano avuto un loro avamposto, un posto di osservazione privilegiato. Gi Etruschi e i Romani, che conoscevano molto bene la pericolosità bellica di quest popolazioni Liguri o Celtiche, si guardavano bene dall’attraversare i loro territori, ma usavano strade parallele a quelle ed a una certa distanza.  I Liguri, o Celti,  non organizzavano delle vere e proprie guerre, ma delle ‘guerriglie, degli ‘escatomatages’ rapidi, repentini, molto efficaci e, subito dopo si ritiravano nel folto delle boscaglie. Combattevano nudi, imberbi, depilati, per non offrire alcun appiglio al nemico, con un armamento  leggerissimo: uno scudo di cuoio (talvolta di bronzo),  una lancia e  un coltello (o pugnale) che reggevano fra i denti.  Come abbigliamento portavano sulle loro nudità solo un ‘torque’ al collo in metallo prezioso.

Carlo Calzolari pinocchio

Quindi è supponibile che Etruschi e Romani abbiano scelto, per i loro spostamenti, strade di crinale, dove era sempre faccele orientarsi, dove era difficile impantanassi e dove erano meno probabili gli agguati. Le stesse evitavano l’attraversamento dei loro villaggi,  per maggior  sicurezza.

PINOCCHIO

Probabilmente sulla Via della Futa Etruschi e Romani prediligevano la strada mediana della Futa, quella che passando dal Passo dell’Osteria Bruciata, attraverso Le Valli e il Peglio (ritrovamento di idoli etruschi, conservati a  a Cortona), raggiungeva Culcedra (toponimo ligure, celtico?), Pietra Mora, Cavrenno, per continuare verso Spedaletto, Casa Romana, e quindi verso l’Adriatico.

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L’antichissimo portale della Pieve di Cornacchiaia (Firenzuola)

La storia di questi posti è appena rintracciabile nel tardo periodo Romano, con la presenza del Santo San Zanobi, che avrebbe dato il nome all’omonimo Sasso di San Zanobi. Per gli etruschi, attualmente, abbiamo pochi riferimenti, se non un idolo  – come abbuiamo detto – affigurante Tinia (Zeus), ritrovato presso i “vulcani del Peglio” ed una iscrizione in lingua etrusca, ovvero,  una dedica ad un dio etrusco.

Quindi, in tempi più vicini a noi, quando gli Etruschi persero il dominio sul Mare Tirreno e Mediterraneo, essi dovettero privilegiare i loro spostamenti, per forza di cose, per “via terra”. Ma si tratta solo di ‘passaggi’ di uomini, di carovane, di soldati, non di veri e propri stanziamenti  (se si esclude Monterenzio e Montebibele, fino ad oggi non si può registrare la loro presenza abitativa: villaggi).

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Il sasso di san Zanobi, notissimo per un fatto che si ricollega alla credenza popolare e cioè che lo stesso fu spostato da San Zanobi (vescovo Fiorentino) fin qui,  su un dito del Santo, vincendo così la gara con il demonio.

 Dunque Monghidoro, resta una cosa a sé, uno snodo di strade, un luogo di pagamento pedaggi, e sicuramente di alloggio e ristoro (Vedi Antica Osteria del Fantorno, nota nel periodo Medievale)posta su una strada che proveniva dalla Toscana, e passava sui crinali del Monte Beni,. Traversa, fino giù a Barberino di Mugello).

Ecco perché Monghidoro, pur avendo un “destino comune” con gli altri poipoli che abitano i crinali  dell’Appennino Tosco-Emiliano-Romagnolo, è tuttavia “un’isola” dal punto di vista etnico e linguistico, diverso da tutti gli altri. Diverso anche da Bologna, la quale ha conosciuto fortemente la presenza della cultura “Villanoviana” ma, successivamente,   quella massiccia Celtica (Bononia, toponimo tipicamente celtico).

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Sulla parete laterale della Chiesa di Cornacchiaia, il simbolo “per eccellenza” della Cristianità: il triangolo, ovvero, in numero tre, che nella simbologia Cristiana indica anche la Trinità

A conferma di questo “isolamento linguistico”, più che isolamento storico, basta leggere il libro: “Le avventure di Pinicchio” di Carlo Collodi tradotto dal Carlo Calzolari. monghidorese DOC, in “dialetto monghidorese”, e, come mi diceva  stesso (amico) Carlo Calzolari, il ‘monghidorese’  è una ‘LINGUA’ del tutto diversa, sia dal ‘patois’ locale,  parlato nei paesi vicini facenti parte del comune  firenzuolese , sia dal dialetto Bolognese, che appartine più alla ‘sfera’ dei dialetti del Nord Italia.

idolo del peglio

Idolo ritrovato in zona Peglio “Vulcano del Peglio” (Firenzuola) e conservato al MAC di Cortona. Si tratta di un Tinia (Zeus-Giove) nell’atto di scagliare uno dei suoi fulmini

Tanto per citare un’altra “isola linguistica”, questa volta in territorio ‘firenzuolese’, citerei l’isola linguistica di Cornacchiaia, ‘terminal’ stradale medievale (ma non solo) del tratto stradale  tosco-romagnolo,   della strada che giungeva da Sant’Agata in Mugello, dove esiste una bellissima Pieve millenaria, il cui pievano era Leto Casini, fratello  di Tito Casini

LAMINA DEDICA DIO CULSANS DA FIRENZUOLA

Lamina ritrovata a Firenzuola con una dedica in lingua etrusca dedicata ad dio Culsans (dio delle Porte – Giano)

Cornacchiaia era paese natale  del  grande scrittore cattolico Tito Casini, amico di Papini e Bargellini,  il quale ha scritto pagine indimenticabili, con un ‘lieve’ dialetto tipico di questa zona, in cui si sentono benissimo ‘commistioni’ o ‘contaminazioni’ o, ancora meglio,  un miscuglio di toscano e romagnolo

Credo che ci possiamo fermare qui per il momento con la ferma intenzione di tornare a parlare di questo paese Monghidoro, come “isola linguistica e storica” importante, posta “a cavallo” fra Toscana ed Emilia Romagna.

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Attenzione!! testo da rileggere e correggere.

UN DOLMEN DEL NEOLITICO A MONTESENARIO

UN DOLMEN DEL NEOLITICO A MONTESENARIO

OMETTO VILLANOVIANO

Forse non tutti sapranno che nel corso delle mie ricerche, ma solo un mese fa, circa, ho individuato, seguendo mie piste, che non hanno niente a che fare con le “carte sentieristiche” (ma seguendo ‘reperti’ ben precisi) un Dolmen, un monumento eccezionale che ho individuato e ‘repertato’ come tale. I Dolmen appartengono alla famiglia del grandioso Dolmen di Stonehenge in Inghilterra, ma altri dolmen, più piccoli, esistono anche in Sardegna, nel Salento, sulla costa francese, etc. A questa seconda famiglia appartiene il Dolmen, che io ho individuato e catalogato, che sulle carte sentieristiche era indicato come “bellezza naturale” detta “Casa del Fuso”. La realtà è ben altra. Si tratta di un Dolmen di eccezionale importanza storica ed artistica che si trova in una delle pendici di Montesenario sul lato Est verso Polcanto. A questo dolmen che consta di una cella coperta con un tetto a chiocciola, e un lungo ‘dromos ho dato il nome di “Casa della Principessa, proprio per stabilire un rapporto regale fra il manufatto e le antiche famiglie principesche del periodo Neolitico.

TEMPIO VEDUTA TOTALE

Il ‘monumento in questione non è quindi né Etrusco, né Villanoviano, ma potremmo assegnarlo al periodo proto-villanoviano. In questa zona Appenninica, che comprende tutto il Mugello orientale, vivevano da moltissimo tempo popoli e tribù Liguri (o Ligustici), i quali non avevano niente da spartire con gli Etruschi (che sono venuti dopo). Tutto il Mugello orientale ha questa origine ligure: i Liguri Magelli o BOI, che in sostanza, altro non erano che popolazioni celtiche (più tardi chiamate Galliche).

ometto che adora il sole intero

Vorrei che tutti prendessero visione di questa realtà. Si passa dalla Croce di metallo e si scende su una strada di crinale per circa un quarto d’ora. Si oltrepassano due passaggi obbligati fra sassi e a destra ci si immette in una stradina, ed ecco che appare questa grande meraviglia! Il Dolmen non è integro, nel senso che è stato distrutto parzialmente  dall’uomo a da eventi naturali, quali smottamenti e terremoti, ma una buona parte resta tuttora, forse quella più bella. Doveva trattarsi di una tomba principesca, oppure di un osservatorio astrale, o infine, un santuario per compiere i rituali sacri.
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NELLA VAL D’ORCIA RIEMERGE DAL TERRENO (E DAI SECOLI) LA COSIDDETTA “DEA CULONA” UN MANUFATTO PROTO-VILLANOVIANO (FINE II MILLENNIO A.C.)

NELLA VAL D’ORCIA RIEMERGE DAL TERRENO (E DAI SECOLI) LA COSIDDETTA “DEA CULONA”, UN MANUFATTO PROTO-VILLANOVIANO (FINE II MILLENNIO A.C.)

Ho ricevuto una richiesta di ‘aiuto’ da parte di una ricercatrice abitante nella Val d’Orcia (Senese) a riguardo di un ‘manufatto’, facente parte, forse,  di un monumento statuario-megalitico, detto  della  “la Dea culona”. Siccome la cosa mi sembrava molto interessante e di interesse generale, per i miei lettori, ho chiesto all’interessata (scopritrice del manufatto) di autorizzarmi a pubblicare la sua richiesta e la mia risposta. Ed eccole:

Gent.mo Paolo Campidori,
eccoLe i glutei e la ‘vulva’ (*****) di quella che io chiamo “la dea culona” (130 cm di diametro)
Le faccio presente che questo luogo, nascosto tra le crete, si trova in linea d’aria a circa 2000mt da sepolture etrusche a camera con dromos, che lo dominano dall’alto di una collina.
Prima o poi, al di là delle mie supposizioni, vorrei davvero che qualcuno mi illuminasse.

Nicoletta Martello

 

Gentile Dr.ssa Nicoletta Martello, 

Come faccio a darLe un giudizio su un  frammento, seppur notevole, e anche scarsamente documentato? Le foto sono belle ma dovrebbero essere più particolareggiate, per un verso; più ‘generali’ dall’altro. Poi avrei bisogno di una piantina, anche fatta alla buona, di come sono esattamente dislocati i reperti, come sono direzionali (ad esempio Nord-Sud; Ovest-Est, etc.), dove si trovano esattamente (cartina topografica); inoltre, se ci sono frammenti  di un certo interesse; su quale tipo di pietra sono lavorati. Naturalmente andrebbe fatta anche ‘ “autopsia” (termine tecnico usato in linguistica etrusca per indicare la visione ‘diretta di un reperto o di una epigrafe (la parola è stata mutuata dalla chirurgia); se ci sono dei graffiti, oppure dei disegnini, infine, se possiede una foto fatta dall’alto (non Google), ma ad esempio con un drone o con un dirigibile (!!).

 Poi,  notizie di quando ha identificato i reperti, come mai sono emersi dalla terra? forse un cataclisma, un ‘dilavamento’ delle acque, dissotterrati da una ruspa, da un aratro? Insomma tutta una serie di elementi che, per forza di cose, prima di fare un’autopsia diretta, devono essere viste e studiate. Inoltre, non sono da sottovalutare le sue personali impressioni, i suoi appunti, se ce l’ha.. Inutili, o quasi, sono certi (non tutti) articoli fatti  archeologi tecnocrati e ‘tecnicisti’.   Sono degli specialisti di singoli reperti, si ‘innamorano’ di quelli e vanno avanti tutta la vita, così.

Sarebbe  essenziale capire anche lo “stile’ artistico” dei manufatti (*), e infine, il confronto con altri simili. Codeste forme troppo rotondeggianti della cosiddetta “dea culona”, mi ‘parlerebbero’ di Celti, di popoli venuti dal Nord dell’Italia, dalla Renania, dalla Westfalia, dalla Gallia in periodi proto-storici o proto-villanoviani, più precisamente verso la fine del II Millennio a.C. Come vede, la cosa presenta una certa difficoltà, ma ciò non toglie che io abbia la voglia  di aiutarLa. Già da ora Le dico, però,  che non sarà una ‘passeggiata’,  una cosa facile,  che si “fa lì per lì” (come un caffè), ma, la stessa,  comporta un certo studio preventivo. Le ripeto –  fare un ‘autopsia’ sul luogo prima di aver ‘vagliato’ e risolto, almeno in parte, certi ‘problemi’  sarebbe perfettamente inutile.

Ossuario a capanna

La casa, cosiddetta “capanna villanoviana” conservata nel Museo di Vetulonia
 Può certamente  contare su di me e sulle mie conoscenze. Purtroppo, i  miei studi, fino ad ora si erano concentrati su Etruschi e Villanoviani, e, ho dovuto documentarmi anche su questo periodo proto-villanoviano-“neolitico”  da non molto tempo, da quando ho ritrovato un bellissimo Dolmen, un megalite, forse un ‘Santuario”, forse una tomba principesca, o forse un osservatorio astrale,  nella zona di Montesenario (Vaglia-Firenze)-Polcanto (Borgo San Lorenzo-Firenze).

TEMPIO VEDUTA TOTALE

La foto del ‘dolmen’ proto-villanoviano, da me ritrovato e repertato nella zona di Montesenario-Polcanto (Firenze), la ‘località’ era già indicata nelle mappe sentieristiche come “Masso del Fuso”, da me ribattezzato come “Casa della Principessa” (***)

  Di questo periodo ho trovato molto interessanti certi riferimenti archeologici del Neolitico, , specialmente nella zona di Mores in Sardegna,etc. (**), ma ci sono bellissimi ‘dolmen anche nel Salento, in Sicilia, in Francia sulla Coste Rouge, in Inghilterra (dei quali il più conosciuto è ‘Stonehenge’).

Dolmen de Coste Rouge de Soumont

Bellissimo Dolmen sulla Coste Rouge (Francia)

 Però per procedere bene nello studio della “Dea culona” (almeno secondo il mio metodo di lavoro) sarebbe necessario cancellare tutti i nostri pregiudizi (****), le nostre intuizioni, certe nostre ‘sicurezze’ e aprire la mente a tutta una serie di ipotesi che potrebbero risultare tutte (o quasi) potenzialmente valide. Poi queste, sempre secondo il mio ‘metodo’ di studio, andrebbero ‘vagliate’ e, solo successivamente,  approfondire gli aspetti che si rivelano più credibili, insomma che danno più affidamento.

Dolmen di Sa coveccada Mores SS (Sardegna)

Dolmen di Mores in Sardegna

 Come vede, Dr.ssa Nicoletta Martello,  c’è un lavoro enorme da fare, io sono qua, La seguirò, “passo dopo passo”, tutte le volte che lo riterrà utile. Le posso però anticipare, che scoprire manufatti del Neolitico, nella terra che fu degli Etruschi e prima ancora dei Villanoviani, non è cosa da poco. Non pensi (spero di sbagliarmi) che la Soprintendenza Le venga in aiuto (sic!) guardi io ho passato una buona parte della mia vita nelle Soprintendenze alle Gallerie (tipo Uffizi, Pitti, Restauri, etc.), e sono, come già Le avevo detto,  sempre stato in ‘stretto’ contatto contatto con i Soprintendenti. So, come questi ragionano,  lo dico per esperienza..Non  aggiungo altro.

Le auguro buon lavoro e a risentirci quando Lei vorrà

PAOLO CAMPIDORI
Studioso della civiltà etrusca, Copyright

Blogs: http://www.culturamugellana.com,  www.paolocampiodorinuovoblog.wordpress.com

Paolo Campidori,  
paolocampidoriarte@gmail.com
Cell 331 455687

Gentile Dr.ssa Nicoletta Martello, La  informo che pubblicherò sul mio Blog “www.paolocampidorinuovoblog.wordptess.com” oppure “www.culturamugellana.com” questa lettera, in  quanto non ravvedo, nel contenuto della stessa contenuti personali, soggetti alla privacy, ma  argomenti interessantissimi di “interesse generale”. Se Lei ha qualcosa in contrario La prego di inviarmi una e-mail ed io provvederò alla immediata cancellazione della lettera-articolo

(*) Cosa più attinente a studiosi storici dell’arte che agli archeologi

(**) Altri dolmen interessantissimo si trovano a Monte Bubbonia (molto simili a quelli da me ritrovati a Montesenario)

(***) Intendendo per ‘casa’ una Tomba principesca (?)

(****) “Pregiudizi:  più difficili da disintegrare degli atomi” (Einstein)

(*****) Il linguaggio immediato e diretto allude ad un precedente scambio di corrispondenza e di documentazione fotografica

Grotte da me individuate a Montesenario (Firenze) usate nel periodo Proto-Villanoviano, forse da popolazioni Liguri (Celtiche)

Dolmen di Monte Bubbonia

Dolmen di Monte Bubbonia, molto simile a quelli da me repertati a Montesenario (Firenze)

Alcune note sulla scopritrice del reperto in Val d’Orcia (Siena): “La dea ‘culona’”

Nicoletta Martello

Nicoletta Martello, è un personaggio a dir poco ‘eclettico’ (anch’io sono in tale categoria -Vedi Prof. massimo Pittau): mamma di tre bellissimi figli, insegnante, ricercatrice naturalistica, campionessa (NB) di Tiro con l’arco, accanita ricercatrice di ‘testimonianze’ antiche (Etruschi, etc.), nonché grande camminatrice. Una donna davvero eccezionale. E’ originaria della città di Romeo e Giulietta (Verona), ma abita da tantissimo tempo  in Toscana,  sulle bellissime rive del Lago Trasimeno. E’ una donna sportiva, ama molto la natura! Qui la vediamo con un ‘rettile’ (forse un ramarro?) che mostra con non-chalance  al fotografo.

Per le informazioni e la foto su Nicoletta Martello ho attinto dall’articolo: “La donna che cammina” di Nicola Dal Falco

 

UNA MASCHERA APOTROPAICA SULLA STRADA VILLANOVIANO-ETRUSCA CHE DA FIRENZE-FIESOLE CONDUCE IN MUGELLO?

UNA MASCHERA APOTROPAICA SULLA STRADA VILLANOVIANO-ETRUSCA CHE DA FIRENZE-FIESOLE CONDUCE IN MUGELLO?

Maschera in pietra

Dopo aver pubblicato e documentato sul Social  “Facebook”  (Internet) circa un ritrovamento da me fatto sulla strada Villanoviano-etrusca “Firenze – Fiesole -Montesenario – Buonsollazzo – Mugello”il mio ritrovamento  di un ‘ciottolo’  (misure 14x13x8) sul quale è scolpita una ‘faccia’, che a me è parso ravvisare in una maschera apotropaica, ho ricevuto, oltre ai complimenti di molte persone, anche interessanti domande in  rapporto allo stesso oggetto.

Ma veniamo alla descrizione del reperto. Il ciottolo, di epoca villanoviano-etrusca,  è scolpito (forse con una punta metallica) e sulla parte superiore  si distinguono nettamente gli occhi,  la bocca, il mento allungato (forse la raffigurazione di una barba?). Il naso risulta schiacciato (a causa del continuo ‘calpestìo’ di uomini e animali) con le narici ben evidenziate. Gli occhi sono incavati, come pure la bocca, e le narici e su questi tratti del volto si notano alcuni rimasugli di un colorante nero, forse una tinta, di colore nero- carbone. Gli occhi sono di forma allungata (all’orientale). La parte ‘esposta’ è di un colore verdastro. Alcuni disegnini (graffiti) sono appena visibili sulla guancia destra (forse un sole con i raggi?), sulla tempia, e, sulla testa una spirale (doppia) disegnata con lo stesso colore nero ed, infine,  forse una stellina. La parte inferiore del ciottolo è liscia e non presenta alcun segno. Potrebbe trattarsi di una maschera funeraria, messa su una tomba, oppure di una maschera apotropaica, messa vicino ad una casa con lo scopo di cacciare gli spiriti maligni. Questa è la mia ipotesi, certamente da valutare con  attenzione.

Maschera apotropaica

Dopo aver pubblicato la foto di questo mio ritrovamento, con questa didascalia:

“Maschera apotropaica, probabile origine etrusca VI-V sec. a.C?L’aggettivo apotropaico (dal greco αποτρέπειν, apotrépein = “allontanare”) viene normalmente attribuito a un atto, oggetto o persona atti ad allontanare gli influssi maligni. “. Da me ritrovata percorrendo, alcuni giorni fa, una antica strada etrusco-romana che collegava Firenze con il Mugello”

il Signor Lorenzo Giannetti, mi ha fatto una domanda, che ho ritenuto pertinente pubblicarla, anche perché, il Signor Lorenzo, mi ha scritto non in forma privata, ma visibile a chiunque. Riporto lo scambio di corrispondenza: domande e risposte, credendo di far cosa utile ed interessante per tutti.

Lorenzo Giannetti:

C’è un modo sicuro per capire se è un manufatto umano o una pietra comune che assomiglia a una faccia? Non riferito a questo ritrovamento, ma in generale.
Paolo Campidori:

Ci sono dei posti popolati da antichissime civiltà, ad esempio i Liguri nel Neolitico, in Mugello, come i Liguri Magelli, che hanno lasciato molte testimonianze, come graffiti e simboli: crocette, frecce, ‘ometti’ in vari atteggiamenti, come quelli che si trovano negli ossuari a casetta di Vulci o Vetulonia e altre località.  Questi ‘indizi’ simbolici, molto importanti, rivelano l’esistenza di villaggi neolitici, ancora da scoprire. Sono proprio questi ‘indizi’ che mi hanno portato alla scoperta di un ‘dolmen’ neolitico nella zona di Montesenario-Polcanto-Vaglia (Prov. di Firenze),  un probabile tempio (veda anche  mio Blog: http://www.paolocampidorinuovoblog.wordpress.com).
Lorenzo Giannetti:

Su questo non ci piove. La mia domanda è: esistono prove oggettive o segni distintivi che possono distinguere un manufatto da una pietra erosa o da una macchia nel muro che assomiglia alla faccia di cristo?Lorenzo Giannetti

Paolo Campidori:

Io le rispondo in base alla mia competenza, cioè quella di un ‘cultore’ storico e “cultore etruscologo”  (*). Lei mi fa delle domande ‘tecniche’ che competono ad un tecnico, in questo caso ad un archeologo (che io non sono). Potrei provare, tuttavia, a darle una risposta in merito a quanto chiede, facendo sempre riferimento al reperto da me ritrovato. Sull’oggetto ci sono tracce di colore scuro, forse di origine vegetale, dello stesso tipo dei “disegni-graffiti” che io ho trovato in zona (Veda mio Bog http://www.paolocampidorinuovoblog.wordpress.com). Se la natura di questi colori fosse veramente di origine organica (e non minerale, o altro), penso, ma non sono sicuro, che forse, sarebbe possibile tentare una datazione mediante l’esame con l’isotopo radioattivo del “carbonio 14”. Personalmente però ritengo, per tutta una serie di motivi che è difficile elencare in questa sede, che tale esame diventa più approssimativo (quindi insicuro), via via che ci si allontana nel tempo. Quindi la sicurezza, almeno per il momento, di trovarsi davanti ad un originale o ad una copia, non ci sarà mai. Tutti sanno che i Musei di tutto il mondo abbondano di ‘copie’, di “falsi d’autore” e…ahimé di falsi ritenuti originali! Ecco perché gioca un ruolo importante il riferimento storico e logistico dell’oggetto ritrovato. Inoltre è possibile un processo di ‘comparazione’degli ‘stili’, cioè delle componenti artistiche che caratterizzano l’oggetto. Queste ultime sono estremamente improntanti, anche se non decisive. Anche qui c’è un margine d’errore veramente notevole (Lei ricorda le celebri, ormai, “teste di Modigliani”?)Ma l’elenco potrebbe allungarsi di molto! Guardi, le dico questo, perché  io provengo dai Musei Statali Fiorentini, dove ho passato una buona parte della mia vita.   Concludendo, certamente un archeologo, un trecnico,  potrà dirle molto di più di un oggetto, di un reperto qualsiasi, perché questo è proprio il suo lavoro. Però…..non si faccia troppe illusioni!…….. 

PAOLO CAMPIDORI, COPYRIGHT

(*) Quest’ultima definizione di “cultore etruscologo”   la devo all’amico glottologo, di fama,  il Prof. Massimo Pittau ed è  molto meglio  di altre, spesso offensive.  Talvolta, per definire il nostro lavoro di “appassionati-etruscologi” e la nostra fatica in favore della Cultura e dell’Archeologia, in genere ,  vengono  usate   definizioni  “irriverenti”  (per usare un eufemismo) come quella usata da uno  “pseudo-linguista-archeologo”  (1), il quale definisce il nostro impegno nella Cultura in qualità di “OperatorAcademically-Non-Correct” (2) con il massimo del disprezzo:  “etruscologi altrimenti validi“.  l

(1) Per educazione non faccio il nome…..

(2) “Accademicamente-non-corretto” (in quanto ci manca il titolo di Accademici).  Questa definizione è mia (ANCO=Academically -Non-Correct-Operators).

 

 

FRA REZZANO E GAGLIANO: I LUOGHI DA DOVE VENIVANO (PRIMA DI GIUNGERE IN ALTO MUGELLO) GLI UBALDINI, PROPRIETARI DI PIU’ DI 100 CASTELLI

FRA REZZANO E GAGLIANO: I LUOGHI DA DOVE VENIVANO (PRIMA DI GIUNGERE IN ALTO MUGELLO) GLI UBALDINI, PROPRIETARI DI PIU’ DI 100 CASTELLI
In una mappa tardo-cinquecentesca da me rintracciata all’Archivio di Stato di Firenze, è riportata con semplicità e chiarezza quella che doveva essere la principale via di comunicazione che attraversava il Mugello, in direzione N-S: Vale a dire il Mugello era un luogo intermedio fra Firenze e le città dell’Emilia Romagna. Il tracciato nel punto che ci interessa ed è oggetto della nostra ricerca è quello fra il Castello di Cafaggiolo e il Passo Appenninico. In questa mappa antica noi notiamo che la strada tocca il castello di Cafaggiolo, attraversa la Sieve in località Croce e all’altezza del Castello di Villanova la strada biforca in due tronconi: uno che va alla Pieve di San Gavino Adimari, Montecarelli e attraversa la Futa, l’altra si dirige verso la chiesa di Collebarucci, lambisce la Villa Ubaldini e punta diritta verso Santo Stefano a Rezzano, Panna, Pardibecco (sull’Appennino) fino ad arrivare a Roncopiano nei pressi dell’Osteria Bruciata. Ritengo che questo sia uno dei tracciati più antichi a disposizione di coloro che dalla Toscana andavano in Romagna. Questo ce lo fa supporre una serie di motivi: le strade nel Cinquecento non avevano subito una nuova rivoluzione stradale come era avvenuta nel 1200 (Vedi J. Plesner: Una rivoluzione stradale nel 1200), più o meno le strade nel ‘500 erano ancora quelle medievali e alto medievali. Un altro indizio ci fa capire che questo fosse un tracciato molto antico: la strada tocca le località di Cafaggiolo, Villanova, Rezzano, Gagliano, tutte località sedi di castelli. Inoltre nei pressi di Gagliano sul fiume Sorcella si trova, e, ancora in discreto stato di conservazione, un ponte medievale molto antico, ponte che per la sua importanza storica e per la bellezza delle sue linee, meriterebbe, anzi è auspicabile che subisca un intervento di restauro. Da questo ponte ad andare al Castello di Gagliano il passo è veramente breve, anche se lo si facesse a dorso di mulo, come nel medioevo. Qui a Gagliano, allora detto castello, poiché circondato da mura difensive, entriamo nel dominio degli Ubaldini. Una bella veduta del paese, dove ancora sono riconoscibili le mura antiche del castello, la si può godere dal cosiddetto Palazzaccio di Rezzano, che era la dimora originaria degli Ubaldini, del ramo più antico, quelli appunto da Gagliano. Io ho avuto la fortuna, circa 20 anni orsono, di recarmi presso questo palazzo antico, prima che fosse restaurato dagli attuali proprietari. Debbo dire che, nonostante il palazzo fosse caduto in stato di semi-abbandono, tuttavia la mia emozione fu grande, pensando che quella, e proprio quella, era la casa antica degli Ubaldini, signori del Mugello, che vantavano avere 120 castelli in Mugello! E’ impossibile per noi oggi capire quanto questa famiglia, di origine longobarda, fosse grande e potente. Una volta arrivato al Palazzo, dove già allora fervevano lavori di restauro, sbirciai subito il grande scalone, che portava ai piani superiori. Chiusi un attimo gli occhi e immaginai, quei signori, le dame, i paggi, i servi, salire e scendere lo scalone. Per un attimo mi sembrò di sentire lo scalpitìo dei cavalli, il rumore dei ferri delle armature e delle spade. Per un attimo immaginai di vedere Messer Ubaldino scendere le scale del Palazzo in grande pompa, con aria arrogante. Riaprendo gli occhi vidi che ai muri del palazzo c’erano ancora gli antichi capitelli, e poi gli archi a tutto tondo, i soffitti con le travi antiche. Fuori, davanti al Palazzo, un antico pozzo, e sulla facciata ancora qualche residuo di finestra antica e di portale dell’epoca. Passata l’emozione chiesi ai proprietari se avessero trovato qualche cimelio: delle terracotte, delle monete o quanto altro potesse interessare la mia ricerca. La proprietaria mi disse allora che avevano rinvenuto dei frammenti di ceramica molto piccoli che io allora esaminai e mi parvero però di epoca più tarda, forse quattro-cinquecentesca. Inoltre la signora Mara, proprietaria, mi disse che i muratori avevano rinvenuto una data in un intonaco risalente al 1292. Il Palazzo nel Cinquecento era ancora abitato dagli Ubaldini, poiché il Varchi, proprio qui a Rezzano compose una parte delle sue Storie Fiorentine. Poi si sa che gli Ubaldini si trasferirono da qui, nella vicina Villa del Monte. Oggi, il Palazzo è stato restaurato in ogni sua parte e devo dire che è stato un restauro intelligente, che ha rispettato in pieno le caratteristiche medievali e rinascimentali dello stesso. Oltre ai portali sono stati restaurati i capitelli, il pozzo, le finestre, ecc. Il Salone, al piano terreno, è stato interamente recuperato ed è ora un salone bellissimo. Bellissima è pure la vecchia cucina con l’antico caminetto. Da nove anni questo ambiente, fra le sue mura millenarie, ed essendo diventato Agriturismo di classe, ospita turisti che vengono per lo più dalla Germania e dal Nord Europa, affascinati dalla bella conca mugellana e per godersi una bella vacanza a contatto con la natura. A una mia domanda se ai turisti piace il Mugello, la signora Mara proprietaria mi risponde: “Debbo dire la verità, all’inizio era difficile. Ora il Mugello piace soprattutto a coloro che amano la natura un po’ più selvaggia, e qui a Rezzano si esce di casa e si va subito nei boschi a fare trekking, a raccogliere le more e altri frutti del bosco”. Alla mia domanda se i turisti si recano al lago di Bilancino la signora risponde: “Non ne hanno bisogno poiché qui hanno una bellissima piscina”. Inoltre possono fare l’equitazione, il tennis e vicino ci sono i campi da golf”. Inoltre l’Azienda Agrituristica Il Palazzaccio ha saputo dotarsi di strutture idonee per valorizzare certi suoi prodotti, tipici della zona, quali il miele e l’olio di oliva, buonissimo in questa collina. Sono dunque contento che il Palazzo degli Ubaldini sia tornato a rivivere e nel migliore dei modi. Anzi io sono dell’idea che quel dispregiativo “Palazzaccio” non gli calzi affatto. Chissà che in futuro non gli venga dato un nome più soddisfacente, ad esempio Palazzo, poiché se lo merita.
Paolo Campidori

RAZZUOLO (BORGO SAN LORENZO) CELEBRE PER UNA ABBAZIA BENEDETTINA, MA ANCHE PER AVERCI TRASCORSO GLI ANNI SPENSIERATI DELLA MIA GIOVENTU’

RAZZUOLO (BORGO SAN LORENZO) CELEBRE PER UNA ABBAZIA BENEDETTINA, MA ANCHE PER AVERCI TRASCORSO GLI ANNI SPENSIERATI DELLA MIA GIOVENTU’

Una vecchia canzone popolare dice: “E prima San Frediano l’era un fiore, e ora l’è un castello abbandonato, e prima c’era lo mio amore ….ecc. ecc.”. In questi versi un innamorato ricorda, quando ancora San Frediano a Firenze era un quartiere popoloso, un po’ fuori città, ma era una quartiere “vivo”, con i bottegai, le vecchie trattorie, i personaggi caratteristici che parlavano un dialetto tutto particolare e un po’ sboccato. Tant’è che quando un fiorentino parlava un po’ “sbracato” si diceva allora: “Di do’ tu vieni, che se’ di San Frediano? Ritornando ai versi e all’innamorato, si dice che, purtroppo, ora l’è un castello abbandonato e che prima c’era lo suo amore e ora non c’è più. Tutto è andato perduto proprio come a Razzuolo. Nella mia gioventù ho frequentato, e per un tempo abbastanza lungo, questa località che si trova ai piedi della Colla, poiché proprio in questo piccolo paese, che era una volta un antico castello, abitava un vecchio “mio amore”. Cose giovanili, beninteso! Insomma in quei famosi anni ’60, che erano un po’ anche i miei, mentre stavo facendo il servizio militare, nientedimeno che a Firenze, facevo la spola su e giù: estate, inverno, con la neve, con il ghiaccio. Anzi, allora, il ghiaccio non ci faceva affatto paura. Mi ricordo che per essere a Firenze alla mezzanotte, scadenza del permesso, partivo da Razzuolo alle 23,30, e con la mia Diane “Deux chevaux”, vi ricordate quell’auto tutta molleggiata? Insomma, una curva a destra e una a sinistra, in ripetizione costante riuscivo ad arrivare alla caserma con quei cinque minuti di ritardo, che si chiamavano i cinque minuti di comporto, e ti evitavano la ‘consegna’. Ma perché tutto questo prologo? Perché allora che avevo 20, e come me tante altre persone, anni non pensavo certo nè alla storia, né all’arte, né al folklore. Pensavo a tutt’altre cose! Cioè? Beh, immaginate voi…E’ proprio vero quel detto che dice “Tira più un pelo di …..che un carro di buoi”. Poi si è visto anche, nella trasmissione di Panariello, che è un trattore quello che tira più di un carro di buoi. La compagnia era piacevole, in quel piccolo borghetto di campagna, dall’aria così salubre, si trascorrevano delle ore felici, e si stava allegri con del buon vinello toscano. Mi ricordo che all’Osteria, ancora si è mantenuta tale e quale, si beveva un “vinsantino” mica male. E poi le cene, la danza a Razzuolo e a Casaglia. E niente ci fermava. Ma chi se lo immaginava allora che quel paesino di montagna una volta era molto importante? Io non mi sono mai accorto di nulla, né nessuno mai del posto mi ha detto qualcosa del passato illustre del paese. Qualcosa che c’era ma ora non c’era più, proprio come nella canzone. Poi la vita cambia, da giovane “latin lover”, o “vitellone” che dir si voglia, si passa nella categoria “persone serie”, si diventa insomma intellettuali. Si va a frugare negli Archivi, si esaminano manoscritti e pergamene, si consultano libri moderni e antichi….Che cambiamento! Mio figlio dice cambiamento da “choc”. Sara vero? Insomma, prendiamola come vogliamo, si viene a sapere che in quel borghetto chiamato Razzuolo, in passato, era un Castello, menzionato da Matteo Villani, nel libro VIII della sua Cronaca, ma anche dal prestigioso borghigiano Brocchi nella sua Descrizione del Mugello della metà del ‘700. Ma non è finita, cari amici. Razzuolo era sede di una delle più prestigiose Abbazie Vallombrosane sorte intorno ai primi decenni dell’anno 1000. Questa Abbazia voluta proprio da San Giovanni Gualberto, fu eretta nello stile vallombrosano, ed è, addirittura, quasi gemella dell’Abbazia di Rio Cesare a Susinana, presso Palazzuolo, I vallombrosani, non dimentichiamolo, nella zona mugellana avevano anche l’Abbazia di Moscheta. Si erano estesi un po’ a macchia di leopardo nel territorio del Mugello e Alto Mugello. La cosa interessante è che queste abbazie furono costruite in punti strategici, quali vie di comunicazione di importanza notevolissima. Anche a Crespino e a Marradi troviamo abbazie dello stesso ordine. Uno studio approfondito di questi insediamenti, allora detti eremitici, chiarirà il ruolo religioso e politico di queste strutture. L’abbazia di Razzuolo, una volta terminata fu affidata alla guida del monaco, poi Abate Teuzzone, che era anche il biografo di San Giovanni Gualberto. A Teuzzone, divenuto poi anch’egli Beato, furono affidati otto monaci, che, forse per la loro vita esemplare e la loro santità furono chiamati “le otto stelle di Razzuolo”. I monaci oltre alla preghiera, oltre alla salmodia, avevano anche il compito del lavoro, glielo imponeva la regola. Questi monaci quindi disboscavano e dissodavano terreni, si occupavano di agricoltura, di pastorizia, di costruzione di strade e di piccoli ponti ed avevano il compito dell’accoglienza dei pellegrini. In nome di Dio, davano, a chi glieli avesse chiesti, legna, pane, latte, lana ecc.Questa abbazia ha avuto una vita molto lunga, circa sette secoli, prima di trasferirsi a Ronta nella nuova sede. In sette secoli quanti monaci sono stati accolti nell’eremo di Razzuolo? Da “otto stelle” iniziali, le stelle sono diventate centinaia, mille e forse più. Ecco perché a Razzuolo, castello abbandonato (e distrutto), Abbazia secolare ora irriconoscibile, nelle sere d’inverno e d’estate brillano alte nel cielo mille stelle. Sono le stelle dei monaci dell’Abbazia di Razzuolo, che sono volate così in alto e brilleranno per secoli e secoli.
Paolo Campidori
Fontebuona, 19 gennaio 2002

SUL PASSO DELLA SAMBUCA (MT 1150), ANTICA STRADA MEDIEVALE PER PALAZZUOLO SUL SENIO, SEDE DI CASTELLI DEGLI UBALDINI, FRA ALTE RIPE TAGLIATE NELLA ROCCIA E STRAPIOMBI VERTIGINOSI

SUL PASSO DELLA SAMBUCA (MT 1150), ANTICA STRADA MEDIEVALE PER PALAZZUOLO SUL SENIO, SEDE DI CASTELLI DEGLI UBALDINI, FRA ALTE RIPE TAGLIATE NELLA ROCCIA E STRAPIOMBI VERTIGINOSI

Quando io era ancora adolescente, mio fratello maggiore, che aveva interessi nella zona di Palazzuolo, mi parlava spesso di un “passo”, detto Passo della Sambuca, che a suo dire abbreviava di molto il tragitto per andare a Palazzuolo. Tuttavia, secondo quanto mi diceva lui, questa strada, pur essendo affascinante, era tuttavia pericolosa, specialmente in inverno, in modo particolare quando c’era la neve e il ghiaccio, poiché la strada non era asfaltata e in certi punti era stretta e precipite. Inoltre, mancava di qualsiasi protezione, tipo muretto o altra cosa, per cui se uno avesse commesso un errore in quei tornanti, sicuramente non sarebbe tornato a casa a raccontarlo, in altre parole l’avrebbe pagata cara. E poi c’era il pericolo costante della caduta dei massi sulla strada, anche questo un inconveniente non trascurabile, da non sottovaltare. Però non c’era alternativa. Quando d’inverno la neve era alta e il passo era impraticabile, gioco forza, si doveva passare da Marradi, oppure da Coniale percorrendo il Passo della Faggiola. Ma, sicuramente, la prima di queste due soluzioni era la migliore. A quell’epoca ero studente e fare, come si diceva allora, “forca” per andare una volta con mio fratello su quei monti, mi affascinava molto. E poi Alberto, così si chiama mio fratello, mi parlava spesso di quei luoghi, di Quadalto, per esempio, dove c’era un Santuario della Madonna e dove, nei pressi c’era una trattoria dove facevano dei tortelli emiliani veramente deliziosi. Quella volta mio fratello cedette alle mie richieste e fui felice di partire con lui per affrontare questa bellissima avventura. La strada era veramente bruttina, sterrata, tutta poggi e buche, con tornanti spettacolari e da brivido, che giravano, giravano ed eri sempre lì, magari 20 o 30 metri più sotto e dappertutto vedevi panorami mozzafiato. Però, Palazzuolo, lo vedevi sempre in basso, e nonostante che ti avvicinassi gradatamente, avevi l’impressione di non arrivarci mai. Nella mia ingenuità di allora mi chiedevo se non fosse stato meglio, una strada tutta diritta, tutta in discesa, che ti avrebbe permesso di raggiungere subito Palazzuolo. Invece niente di tutto questo: una diritta, una curva a gomito a destra, un’altra diritta, un’altra curva a gomito a sinistra e ogni tanto qualche bel ciottolo, se non addirittura qualche masso sul fondo stradale, da scansare con cura, pena il ruzzolamento nella valle. Quello che mi stimolava molto, e mi faceva venire qualche brivido lungo la schiena era il fatto che la strada non avesse protezione alcuna, come lo hanno le strade di oggi che sono protette da guard-rails e questa cosa un po’ mi intimoriva, ma anche mi divertiva. E poi il ghiaccio, che mio fratello temeva molto perché era molto insidioso. Magari trovavi dietro una curva un bel lastrone, che se le ruote avessero scivolato in quel punto, ti saresti ritrovato direttamente molto più in basso, magari di fronte al bivio per la strada che va a Piedimonte, in un mucchietto di ossicini. Ma il panorama era troppo bello, mio fratello, che possedeva allora una delle poche auto con il mangidischi, mettava uno dietro l’altro i dischi delle canzoni degli anni ’60 (il periodo era quello): Rita Pavone si avvicendava a Gianni Meccia, Gianni Morandi, Domenico Modugno, ecc. ecc. La musica ci allietava e l’unico pensiero che avevamo in mente era quello di andare alla trattoria di Quadalto dove ci avrebbe atteso un bel piatto di tortelli fumanti. Nel frattempo, guardando dal finestrino, mi chiedevo cosa ci facessero quelle casine in cima ai monti che ci stavano di fronte e in modo particolare, quella chiesetta posta proprio sul crinale, in una posizione che dominava la Valle del Senio e del Lamione.
“E’ la chiesina di Lozzole” – diceva mio fratello – “Ma adesso ti interessano anche le chiesine?”
“Non ci pensavo neppure lontanamente” – Risposi, e che anzi pensavo a quando saremmo arrivati a Quadalto, con l’appetito che avevo!
Arrivati alla trattoria di Quadalto, mi accorsi che mio fratello era un po’ di casa, come si usa dire, e che conosceva anche molto bene la “Mirandolina” della trattoria del luogo, in quanto si davano del “tu” e lui e lei scherzavano piacevolmente.
“Ma non eri fidanzato con un’altra?” – Chiesi a mio fratello
“Si, però questa è un’amica” – Mi rispose
“Ma, sarà anche così…, però a me la cosa non riguarda” – Replicai
“Giura che non racconterai nulla” disse mio fratello, aggrottando le ciglia
“Ti giuro che non racconterò nulla” e incrociando le dita feci il segno del giuramento.
“Non sarai mica Giuda eh?” disse stizzito mio fratello. Poi scoppiò in una risata.
Il locale era ben riscaldato, vi era il caminetto acceso e un po’ più in là una grossa stufa a carbone che emanava un caldo quasi insopportabile.
“Cosa prenti te?” – Chiese mio fratello
“Tortelli, naturalmente” – Gli risposi
A questo piatto seguì della salciccia fatta sulla gratella e dolcetti fatti naturalmente in casa.
“Ma lo sai che la cucina palazzuolese è davvero forte” – Dissi rivolgendomi a mio fratello
“La cucina quadaltese, vorrai dire….” mi rispose simpaticamente “Mirandolina”
“Perché – chiesi – c’è differenza fra la cucina quadaltese e la cucina palazzuolese?”
“Eccome se ce n’è” e mostrandomi le mani si mise a ridere.
“Non mi vorrai dire che qui il mangiare lo fanno con le mani e a Palazzuolo con i piedi?” – Dissi io
“In un certo qualmodo è così” – Rispose lei. E tutti e tre ci mettemmmo a ridere. Dentro di me pensai che avevo passato veramente una bella giornata, anche se fredda, con la neve e il ghiaccio, ma una di quelle giornate che valeva la pena aver fatto una bella “forca” a scuola!
Paolo Campidori

POLCANTO (BORGO SAN LORENZO): LUOGO DOVE IO HO RITROVATO UN TEMPIO NEOLITICO (II MILLENNIO A.C.), ERA UN LUOGO FORTEMENTE ANTROPIZZATO ANCHE NELL’ALTO E BASSO MEDIOEVO

POLCANTO (BORGO SAN LORENZO): LUOGO DOVE IO HO RITROVATO UN TEMPIO NEOLITICO (II MILLENNIO A.C.), ERA UN LUOGO FORTEMENTE ANTROPIZZATO ANCHE NELL’ALTO E BASSO MEDIOEVO

FRA I BOSCHI DI POLCANTO IN MUGELLO CON GLI UBALDINI DA PILA E L’IMPERATORE FEDERICO

Q.D.A. e ancora: A.D.U. I lettori si chiederanno meravigliati il significato
di queste sigle o ‘rebus’ che dir si vogliano. Sveliamo subito il segreto:
Q.D.A sta per: QUIS DOMINUS APPENNINI?, cioè: ‘Chi è il padrone
degli Appennini?’; e l’altra A.D.U. sta per: ALMA DOMINUS UBALDINI e, cioè, ‘L’alma casa di Ubaldino’.
Chi ha pronunciato queste frasi? E quando? Sia alla prima che alla seconda
domanda non possiamo rispondere in maniera certa e documentata. Possiamo però fare riferimento a delle circostanze che avallerebbero la
possibilità che Federico stesso, l’Imperatore, le abbia pronunciate durante
un banchetto in suo onore nel Castello in Mugello degli Ubaldini da Pila,
situato nei monti fra Polcanto e Borgo San Lorenzo.
Veniamo ai fatti. Sappiamo per certo che Federico nel 1185 fu in Toscana
e si trattenne, dicono le fonti antiche, per restituire il contado ai suoi devoti
vassalli, riprendendolo agli ‘usurpatori’ fiorentini, che oramai erano diven-tati troppo forti e miravano ad estendere il loro territorio molto oltre le
loro mura cittadine.
Narra la storia non ‘ufficiale’, cioè quella che si tramanda oralmente e che
non è supportata da documenti scritti, ma non per questo, certe volte, non
meno attendibile, che, nel 1185, l’Imperatore Federico era in Mugello e
più precisamente era ospite di Ubaldino da Pila presso il suo castello
omonimo. La storia tradizionale, e quella narrata da un suo discendente,
narra che, per rendere omaggio a un così illustre personaggio gli Ubaldini
da Pila, oltre ai numerosi e sontuosi festeggiamenti, organizzarono una
caccia eccezionale nei boschi intorno al castello. Pare che il coraggioso
Ubaldino da Pila abbia trattenuto per le corna un cervo di taglia eccezionale in attesa che l’Imperatore Federico lo trafiggesse da parte
a parte con la sua lancia. Federico avrebbe poi donato la testa del cervo a Ubaldino autorizzandolo per questo nobile gesto (per quei tempi) a dotare
il loro stemma con tale insegna.
Niente sappiamo più dalla storia al di fuori di scarne notizie tratte da
documenti notarili relative a donazioni, acquisti e vendite di immobili,
testamenti, ecc.
Sappiamo per certo dalla storia che i Fiorentini, ormai diventati forti
economicamente e militarmente, ebbero la meglio sugli Ubaldini e sul
potere feudale che si esercitava soprattutto nel contado.
Verso la metà del sec XVIII, narra il Brocchi, gli Ubaldini da Pila tornano
a far parlare di sè. Presso i ruderi del Castello di Ottaviano Ubaldini a
Montaccianico, presso Scarperia, viene ritrovato un reperto importantissimo e cioè il sigillo degli Ubaldini da Pila. In questo sigillo
è raffigurato un cavaliere, armato di tutto punto in sella al suo veloce
destriero e tutt’intorno la scritta: UBALDINI DA PILA.
Alcuni giorni fa sono salito, insieme a due simpatici giovani accompagnatori: Paola di 12 anni e Giorgio di 15 anni, attuali proprietari
del luogo, sulla sommità della collina per accertarmi quello che resta di
un castello così importante. Vi posso assicurare che la gioia e l’emozione
è stata grande, e il panorama stupendo. A parte un poco di disagio causato
dalla strada che si inerpica con una pendenza notevole, debbo dire che
la passeggiata è stata piacevole, anche perchè il bosco del pendio della
collina è in fase di taglio boschivo. Si arriva dopo circa 20 minuti di
cammino su un pianoro, dove prima esisteva, oltre un villaggio, anche
la chiesa di San Niccolò alla Pila, la cui Pieve era Santa Felicita a Larciano
poi spostata in Val di Faltona, presso il fiume.
La vista spazia a 360 gradi: a Nord la vallata del Mugello, a Est la vallata
del Carza e la Badia di Buon Sollazzo, a Sud i Monti di Polcanto, a Ovest
sul cucuzzolo il monte Asinario il cui nome deriva dall’etrusco ‘aisn’ che
significa luogo di preghiera. Qui gli Etruschi, forse avevano un loro tempio e forse una fortezza e che visivamente collegava buona parte della
Toscana. Successivamente, nel Medioevo un Giuliano da Bivigliano, degli
Ubaldini , risulta proprietario di questo castello, che si collegava al Castello della Pila con una strada di crinale.
Lasciato questo Pianoro si sale ancora un poco e fra la folta vegetazione
incominciamo a vedere le prime muraglie diroccate. Più avanti in mezzo
alla folta vegetazione ancora ruderi: una cisterna con tubi di raccolta per
l’acqua piovana, con la volta crollata e , ancora, avanzi di muri con tracce
di decorazioni affrescate con motivi geometrici e con colori tenui dal rosso al celestino, ma ormai quasi illeggibili. Si narra che alcuni cercatori,
non autorizzati, abbiano ritrovato calandosi pericolosamente fra questi
ruderi, delle armature, dei frammenti di lancia e altre armi dell’epoca.
Ancora un attimo a respirare con Giorgio e Paola l’aria salubre dove
per secoli da queste vette hanno dominato gli Ubaldini, e forse dire
‘dominato’ è ancora un pò poco.
Lasciamo con un poco di rimpianto questa altura e ci incamminiamo
verso la valle dove ci attende la Signora Edvige, originaria di Marradi,
nonna dei giovani accompagnatori. Questi Signori abitano questo luogo
che si chiama podere Pila da circa 30 anni. Quando acquistarono la casa,
sopra l’arco dell loggia c’era ancora uno stemma con il cervo degli Ubaldini. Inoltre sulla casa è stata posta una lapide che ricorda l’episodio
riportato da Dante nella Divina Commedia quello del Conte Ugolino (da Pila) e dell’Arcivescovo Ruggieri.
L’episodio raccapricciante riportato da Dante ha prevalso sulla caccia al cervo degli Ubaldini con l’Imperatore Federico e sulla storia di questo
importantissimo castello!

Girone – Fiesole, 23 maggio 2001
Paolo Campidori

9 giugno  2001

PIETRAMENSOLA (VAGLIA) UN CASTELLO MEDIEVALE DEGLI UBALDINI, ORIGINARI DELLA GERMANIA (VALLE DEL RENO) UBBIDIVANO ALLE LORO ORIGINARIE DETTE “RIPUARIE” (RIVE DEL FIUME RENO)

PIETRAMENSOLA (VAGLIA) UN CASTELLO MEDIEVALE DEGLI UBALDINI, ORIGINARI DELLA GERMANIA (VALLE DEL RENO) UBBIDIVANO ALLE LORO ORIGINARIE DETTE “RIPUARIE” (RIVE DEL FIUME RENO)
Verso la seconda metà del sec. XI il notaio Rolando si trova a redigere un documento relativo alla donazione fatta da parte di una nobile signora, di stirpe longobarda, di una quota di un castello che si trovava a Vaglia, in località Pietramensola, beni che le erano pervenuti per “morgincap” o “morgengabe”. I nostri cari amici e lettori del Galletto, diranno tanto piacere! E questo “morgincap” da dove salta fuori? Questo particolare istituto del diritto longobardo ora menzionato, ci dà la possibilità di approfondire un po’ questo argomento e di vedere qual’era la condizione giuridica della donna in quel particolare periodo storico: secc. VI-VIII e anche oltre. Ma sentiamo cosa riferisce il Niccolai su questa donazione: “donna Gisla, la quale era rimasta vedova di Azzo Pagano, col consenso del figlio Rolandino, donò alla chiesa di San Pier Maggiore, presso Firenze, la quarta parte dei beni pervenutile per MORGINCAP , fra i quali le assegnò anche la quarta parte della corte, castello e torre con la chiesa di Sant’Andrea “de loco Petra-Mensula”. Il Francovich, nel suo libro “I castelli del contado fiorentino” è ancora più preciso. Egli ci dice che la donazione fu fatta dai fratelli di Donna Gisla, in suo nome, che si chiamavano Rodolfo e Faro, detto Azzo. Qui notiamo alcuni particolari importanti: il primo è quello che Donna Gisla effettua questa donazione col consenso del figlio Rolandino, l’altra annotazione riguarda i donatori che figurano essere i fratelli di Donna Gisla. Perche? Bisogna fare un passo indietro nel tempo e ritornare al 22 novembre 643 quando Rotari, Re dei Longobardi emana il famoso Editto, vale a dire la sistemazione scritta del diritto longobardo consuetudinario. Vediamo, in forza di tale diritto, qual’era la condizione giuridica della donna a tale epoca. La donna nel diritto longobardo è perennemente minore. Prego le femministe di stare calme, adesso spiegherò cosa significa questo essere “minore”. Minore non ha il significato che le si potrebbe dare in una ipotetica scala di valori: l’uomo vale di più, la donna vale di meno. Niente di tutto questo. Anzi, dobbiamo dire, che dal punto di vista umano, la donna era tenuta molto in considerazione e il suo giudizio pesava molto nelle decisioni familiari. Bisogna però tener presente che la donna si doveva occupare di una prole numerosissima, che talvolta arrivava a dieci figli e anche più. Per questa ragione era considerata come un soggetto perennemente “tutelato” e quindi equiparato a un soggetto “minore” o non “emancipato”. Ma questo solo dal punto di vista del diritto. In realtà la donna contava, e contava molto. Questa specie di tutela, nel diritto longobardo, si chiamava “mundio”. Questo “mundio” spettava al padre, se vivente, o al fratello, se il padre era deceduto, fino ad arrivare al marito, quando la donna contraeva il matrimonio. Ma vediamo com’era questo istituto del matrimonio nel diritto longobardo. Prima di tutto il “mondualdo”, cioè colui che deteneva il “mundio” (tutela) faceva la richiesta ufficiale che si concretizzava in una “strumento”, vale a dire un documento nuziale che prendeva il nome di “fabula”, questo serviva per la stipulazione del matrimonio. Una volta iniziato l’iter si dovevano stabilire due cose: la “meta” che era il dono dello sposo alla famiglia della sposa e il “faderfio” che era il dono della famiglia alla sposa. Una volta che il matrimonio era consumato, vale a dire la mattina del giorno dopo, il “day after”, come si direbbe oggi, lo sposo fa una donazione alla consorte, che può consistere in case, terreni, torri, castelli, ecc. Questo dono è detto “morgincap” o “morgengabe”, che in germanico antico significa “dono del mattino”. Eccoci arrivati al punto. Donna Gisla, dona questa quarta parte del Castello di Pietramensola, che lei aveva ricevuto dal proprio marito Azzo Pagano come “dono del mattino”. Però nell’atto di donazione sono i fratelli di lei Rodolfo e Faro, in quanto “mundualdi” (tutori) della donna ad apparire quali donatori, mentre si sa bene che l’”animus donandi” è proprio di Donna Gisla. Ma a questo punto interviene un altro particolare del diritto longobardo che riguarda le donazioni e alienazioni. Queste vengono sottoposte a delle “gairethings”, cioè a delle guarentigie, che erano delle clausole di riserva per i propri figli. Ecco perché si dice nel documento che Donna Gisla effettua questa donazione col consenso del figlio Rolandino. Il Castello di Pietramensola, le cui rovine si trovano su un poggio ad Est di Vaglia, domina tutta la vallata e il corso del fiume Carza. Sul poggio dove sorgeva il castello, doveva esistere un insediamento etrusco dato che il toponimo Petra-Mesula o Mescula ha proprio una derivazione etrusca. Pietramensola era ubicato sulla antichissima strada che Sesto saliva al Poggio di Pescina e da lì scendeva verso la Pieve di Vaglia, per risalire a Pietramensola, Tassaia, e per poi ridiscendere in Mugello. Probabilmente in tempi antichi sul poggio di Pietramensola vi saranno state delle fortificazioni e anche un nucleo abitativo, prima etrusco e poi romano. Nell’alto medioevo, prima che i Vescovi vi estendessero il loro dominio, il Castello di Pietramensola era il vero centro di potere dove risiedeva un castellano giusdicente che aveva la giurisdizione su tutta la vallata. Successivamente vi si sono installati i Vescovi, i quali poi hanno eretto un proprio castello, come dice il Brocchi “a cavaliere della Pieve di Vaglia”. Sempre il Francovich, riporta un altro documento del 1231, mediante il quale l’abate della Badia di Buonsollazzo allivella la torre, resedii, ecc e quanto altro apparteneva relativo al castello di Pietramensola. Nel 1269 i Ghibellini distruggono o danneggiano alcune case poste nel castello. Forse questo è l’inizio della decadenza poiché nel 1299, la chiesa di Sant’Andrea a Pietramensola viene affidata al parroco della vicina chiesa di Sant’Alessandro a Signano. Il Brocchi che visita Pietramensola verso la metà del ‘700 dice che la chiesa del posto, cioè Sant’Andrea, già cura, è quasi del tutto rovinata, e che dell’altissima torre che una volta svettava sul colle, a quell’epoca non rimanevano che pochi ruderi. Io ebbi modo di visitare questa località alcuni anni addietro ed ebbi modo di fotografare anche le rovine di questo castello e di questa torre. Recentemente volevo tornare sul luogo per una ricognizione fotografica e aggiornata dello stesso, ma la strada veramente disagiata mi ha impedito di farlo, proprio quando mancavano solo poche centinaia di metri. Mi prometto di farlo in futuro, strada permettendo.
Paolo Campidori
14 aprile 2003

PIETRAMALA, TERRA DI POETI, VIENE QUI IDEALIZZATA COME UNA BELLA DONNA E, FRA QUESTA E IL POETA, SCATURISCE UN ‘FLIRT’ AMOROSO. E’ ANCHE LA STORIA IMPOSSIBILE DI DUE GIOVANI AMANTI

PIETRAMALA, TERRA DI POETI, VIENE QUI IDEALIZZATA COME UNA BELLA DONNA E, FRA QUESTA E IL POETA, SCATURISCE UN ‘FLIRT’ AMOROSO. E’ ANCHE LA STORIA IMPOSSIBILE DI DUE GIOVANI AMANTI

PROLOGO
Questa è una piccola storia di due innamorati che si amano alla follia, i loro nomi sono Covigliaio e Pietramala, come i due paesi che si trovano sull’Appennino. Qualcuno, però, invidioso del loro amore vorrebbe dividerli. E’ una storia semi-seria che ha un risvolto allegorico. Questo invidioso che li ha divisi, è il Comune, che ha frapposto una barriera. Ora le mani dei due innamorati non possono più toccarsi; gli innamorati non possono scambiare più i profumi delle loro valli, dei loro boschi e dell’aria fresca che scende già dal Monte Beni e dal Canda. Pietramala è preoccupata ha paura che questa divisione sia definitiva e per questo propone a Covigliaio un incontro notturno verso la mezzanotte: “Sarà bellissimo stare ancora insieme”. Ma Covigliaio rifiuta di incontrarsi in quel posto chiamato Baccanella, in quanto popolato da Elfi, draghi, bestie feroci. Incontrarsi in quel luogo sarebbe una pura follia. Nonostante questo Pietramala vuole correre il rischio: “Mi piacciono le avventure”. Ma Covigliaio rifiuta sdegnosamente, egli vuole riabbracciare la sua bella Pietramala proprio su quella strada di crinale che ha fatto innamorare poeti e artisti. E’ talmente fiducioso di questo futuro incontro fino al punto che dichiara: “Dalla nostra unione nascerà un erede, lo chiameremo: Futuro. Pietramala si accontenta di questa promessa dell’amato e gli sussurra: “Ti amo, non vedo l’ora di riabbracciarti”.L’amore impossibile di due giovani: Covigliaio e Pietramala
Covigliaio: lascia che stenda un braccio su di te e ti avvolga con iprofumi del mio parco naturale fino a inebriarti.
Pietramala: tu sai quanto amo il porufumo dei tuoi boschi, la freschezza dei tuoi ruscelli, ma permettimi di accarezzarti con l’aria fresca che scende giù da Montebeni e da Monte Canda
Covigliaio: vorrei tanto abbracciarti come abbiamo fatto per lungo tempo, ma qualcuno ha rotto questa nostra unione. Una ruspa del Comune e degli operai cattivi hanno piantato una barriera fra te e me.
Pietramala: E’ vero non sento più il tuo abbraccio. Il mio lungo braccio che si snodava sinuoso sul crinale del monte non sente più la tua mano. Perché ci hanno divisi Covigliaio?
Covigliaio: è stata l’invidia delle persone che ci ha divisi. Esse non vedono di buon occhio due persone che si amano.
Pietramala: allora vuol dire che resteremo per sempre divisi? E il nostro amore che è durato anni e anni?
Covigliaio: non permetteremo a nessuno di dividerci così. Il nostro amore non sarà vano. Il nostro abbraccio tornerà a farsi sentire più forte che mai. La brezza delle nostre colline e dei nostri monti tornerà a mescolarsi e a inebriarci, come sempre.
Pietramala: perché non ci incontriamo stanotte verso la mezzanotte? Sarà bellissimo stare ancora insieme…
Covigliaio: Sei impazzita? Ma non sai che ci dovremmo incontrare in un bosco buio e nero popolato di Elfi, draghi e animali feroci, chiamato Baccanella? Sarebbe una follia.
Pietramala: Sarà una follia, però io lo voglio fare. Mi piacciono le avventure, specialmente di notte. Gli Elfi non ci daranno fastidio e neppure i draghi e le bestie feroci.
Covigliaio: no, le tue parole non hanno senso. Torneremo sì a incontrarci e ad abbracciarci ancora, ma non in quel luogo sinistro della Baccanella. Ti vorrò riabbracciare su quel crinale tanto bello, che ha fatto sognare Granduchi, scrittori, poeti e artisti di ogni genere. Ti ricordi quando veniva Telemaco Signorini a ritrarre i nostri prati, i nostri monti, le nostre mucche, sulle sue tele? Ma questi tempi ritorneranno. Dalla nostra unione nascerà un erede, lo chiameremo: FUTURO.
Pietramala: Ti amo, non vedo l’ora di riabbracciarti.
Paolo Campidori

 

PIETRAMALA: GLI ULTIMI POETI DEL MUGELLO? NON E’ DETTO….

PIETRAMALA: GLI ULTIMI POETI DEL MUGELLO? NON E’ DETTO….
Vi sembrerà strano, ma nella Romagna Toscana di cosiddetti “poeti” ce n’erano molti. Forse sarà stato il vino, bevanda nazionale, ma per quei tempi anche qualcosa in più. Il rischio che corre oggi l’uomo, quello di ingerire durante la giornata troppi cibi iper-calorici, allora non esisteva, semmai il contrario. Prima di tutto perché la cucina era “povera”, ma nel vero senso del termine. Quando a tavola, così almeno mi raccontavamo i miei, c’era una bella pulendina di farina gialla o di farina dolce, accompagnata da un ovino, da un pezzetto di formaggio o di salciccia, si era già fatto un terno all’otto. Di hors-d’oeuvres (antipasti), dolcino finale, caffè e ammazza-caffé, allora non se ne parlava nemmeno. Non c’era bisogno nemmeno degli stuzzichini, poiché lo stomaco era già stuzzicato abbastanza dalla fame. Magari a tavola non mancava un bicchierozzo di vino, poiché quello si diceva faceva buon sangue e rinforzava le ossa. Ma un bicchierozzo di vino consumato anche nei vari momenti della giornata non guastava affatto, anche perché la vita nei campi e nelle campagne era faticosa, e poi si percorrevano lunghi tratti a piedi su e giù per quei monti. L’obesità allora non era un problema. Li vedevi questi contadini con delle facce talmente stirate che sembravano pancette attaccate alla trave del soffitto. Ma ritornando al vino, dobbiamo dire che era un fedele compagno anche durante il cammino. Allora non c’era, come oggi, l’auto sotto il sedere. C’era invece il carro trainato dai buoi che serviva da auto, da camioncino e il contadino se ne serviva tutti giorni per portare gli attrezzi necessari per lavorare i campi, per portare il fieno, il letame, oppure i tronchi d’albero per riscaldare la casa. Tutte le volte che il contadino lasciava con le bestie la casa per andare al lavoro nei campi, metteva nell’angolino del carro, un bel fiaschetto di quello buono, e …quando la fatica si faceva sentire, un buon bicchiere levava la stanchezza e metteva anche un po’ di allegria. Sappiamo che quando l’uomo è allegro, spesse volte canta oppure si mette a declamare versi, poesie o strambotti che dir si voglia. Ma da qui a dire che tutti erano poeti c’è una bella differenza. L’estro della poesia, forse uno lo possiede fino dalla nascita; in altre parole si può dire che poeti si nasce. Ma non basta, per essere poeti, come lo erano da queste parti, bisogna essere anche un po’ burloni, ci vuole insomma il “fisique du role” (il fisico o la figura adatta a quel personaggio). Non può godere di una certa fama un poeta, anche bravo, dalla bella voce, ma che per esempio sia antipatico, oppure abbbia una faccia triste, di quelle da funerale, come per esempio l’aveva il nostro Sommo Poeta, a giudicare da come ce lo hanno tramandato i pittori dell’epoca. No, qui nella Romagna Toscana (e montanara) il poeta deve essere una persona estrosa, con il volto rubizzo dal buo vino, che sia insomma un po’ “mat” (matto), nel senso buono del termine, inoltre deve avere la capacità di verseggiare o cantare in versi già da subito, dopo il secondo o il terzo bicchiere di vino. E, si sa, il proverbio dice “in vino veritas” e, pertanto, la Musa poetica si libera dal poeta e non si sa dove andrà a parare. Ne consegue che il poeta, già dai primi bicchieri, dovrà esser capace di tirar su il morale della compagnia. E i versi, si sa, sono ironici, canzonatori, ma qualche volta sono anche tristi, per esempio quando ricordano la morte di un amico caro. Nei versi, si prendono in giro, si “maneggiano” come si dice in gergo balzarottino, questa o quella persona, questo o quel difetto fisico, oppure l’ignoranza madornale o l’aspetto trasandato di un villano. E da questa parte della Romagna Toscana tipi che corrispondono a questi requisiti ce ne sono molti. Li troviamo soprattutto il lunedì mattina al mercato di Firenzuola, rivestiti a festa e con il cappello a larga tesa, calcato bene sulla fronte. I tipi presi di mira da questi “poeti” erano quasi sempre gli stessi: Bargiulòn e Basuccòn, per esempio, che passano una notte intera a cantare e a ripetersi sempre gli stessi versi. Bargiulòn dice a Basuccòn (in dialetto naturalmente): “Sei uno zuccone”, e l’altro gli risponde: “Se io sono uno zuccone tu mi devi rispettare”. Immaginate questa scena e questi versi che si ripetono per una notte intera, con i due protagonisti che tracannano un bicchiere di vino dietro l’altro, tanto da non reggerlo più e da non riuscire a stare più attaccati alla sedia. Questi tuttavia sono “poeti” per modo di dire, sono solo degli ubriachi che fanno ridere le persone che hanno intorno, le quali, a turno, offrono loro dei calici di vino per prolungare la comica. Il “poeta” invece, quello che canta in rime, nei vari eventi popolari, religiosi o laici, è più evoluto, diciamo che è ispirato dalla Musa poetica e sa comporre, rispettando la metrica, terzine, quartine, ottave e via dicendo. In Toscana questo modo di cantare in versi è detto stornellare, qui invece, nella Romagna Toscana, si parla più di “Stramberie o strambotti”, “Zirudele”, ecc. Spesse volte il “poeta” si accompagna o si fa accompagnare da uno strumento musicale: un organetto, una fisarmonica, una chitarra. Il poeta, il versificatore della Romagna Toscana ricopre un po’ il ruolo che avevano i “giullari” o i “trovatori”, veri e propri saltimbanchi, che si guadagnavano da vivere, allietanto con la loro poesia, il loro canto e la loro comicità le corti dei signori, che si trovavano nei castelli di tutta Europa. A questa forma giullaresca, tanto per fare un paio di esempi, appartengono Nedo di Pietramala e Donato Donatini di Palazzuolo, vissuto però quest’ultimo nella prima metà del 1900. Di Nedo abbiamo scelto una poesia non giullaresca, non comica, proprio per dimostrare che questi componimenti potevano essere allegri e tristi. Si intitola “Il poro Otello” (dove “poro” sta, naturalmente per povero):
Ripensando ora al poro Otello
ribattezzato chiamavan Restone
a Pietramala in questo paesello
lo credevan pastore col bastone.
Nutriva sì la pecora e l’agnello
e benvoluto da tante persone
ma il meglio ancor si doveva svelare
una famiglia ha lasciato esemplare.
Non più con noi a ridere e giocare
non più con noi a farci compagnia
morte improvvisa ce lo fe’ mancare
morte improvvisa ce lo portò via.
Nessun di noi lo può dimenticare
a Pietramala il bar e l’osteria
è veramente il fiore all’occhiello
gestito dalle figlie del fu Otello.
(Nedo Domenicali, 3 luglio 2002)
L’altro è Donato Donatini di Palazzuolo del quale parleremo in un prossimo articolo intitolato: “Le stramberie di Donato Donatini”, naturalmente sul Galletto.
(Paolo Campidori)